mercoledì 13 maggio 2015

La Cina è vicina, l'Italia è fuori

In Italia 18500 lavoratori, possono, e devono, con l’accordo dei sindacati che firmano, lavorare gratis, fa curriculum, dicono (???).
Una ragazza di 19 anni, Layla Sit Aboha (qui) fa un giro all’Expo, e fa domande, e commenti; e Layla batte Expo 1 a 0, e palla al centro.
In Cina un “padrone”, multimiliardario, regala a 6400 dipendenti (che già hanno il loro stipendio, mica lavorano gratis, come in Italia)  una settimana di vacanza in Europa.
se uniamo i punti il disegno è inquietante, sempre più.


La storia dei 18500 (senza posizione lavorativa, volontari, schiavi, lavoratori gratuiti?) nelle parole di Giorgio Cremaschi:
…Nelle previsioni iniziali questi fortunati avrebbero dovuto essere 18500, da qui il peana subito scattato sui 20000 posti di lavoro creati dalla magia dell’EXPO. Ora Invece pare che siano meno della metà, per la semplice ragione che lavorare all’EXPO non solo non paga, ma costa. Immaginiamo un pendolare che debba accollarsi i costosissimi costi quotidiani del sistema ferroviario lombardo. O addirittura un giovane di un’altra regione che volesse fare questa esperienza a Milano. Per lavorare gratis bisogna godere di un buon reddito e non tutti ce l’hanno.
Eppure a tutto questo ci sarebbe stata una alternativa semplice semplice. Visto che Expo per sua natura è un evento a termine, coloro che la faranno funzionare avrebbero potuto essere assunti con il tradizionale contratto a termine. Lavori sei mesi? Sei pagato per quelli, sono solo, due settimane? Riceverai la tua quindicina. Perché non si è fatto così? Semplicemente perché in questo modo si sarebbe dovuto spendere molto di più in salari e questo non era compatibile con gli alti costi della fiera. C’era da pagare una montagna di mazzette, non si potevano retribuire anche gli addetti agli stand. Capisco che questo modo di ragionare possa essere considerato troppo rigido e ancorato a vecchi tabù. C’è un lavoro e si pretende anche un salario, allora si vogliono difendere vecchi privilegi direbbero gli araldi del lavoro flessibile.
Quando l’accordo sul lavoro gratis è stato sottoscritto l’allora presidente del consiglio Enrico Letta disse, facendo eco al presidente della Confindustria Squinzi, che esso era un modello per il paese. La rottamazione renziana sempre rivolta alle nuove generazioni ha lasciato quella intesa intatta, così come hanno fatto CGILCISLUIL, nonostante le critiche a quel #jobsact che l’accordo EXPO già anticipava. Tutte le forze politiche rappresentate in parlamento, escluso il Movimento 5 Stelle, sono consenzienti…
da qui (leggi anche qui e qui)


E' probabilmente il miglior datore di lavoro del mondo, almeno per questo week end. Il miliardario cinese Li Jinyuan ha regalato quattro giorni in Francia a 6400 dipendenti per festeggiare i vent'anni di vita della sua azienda, la Tiens (multinazionale che spazia dal settore delle biotecnologie, al turismo, dall'istruzione ai servizi finanziari). In Costa Azzurra si è formata una vera catena umana come si vede dalle immagini: il gruppo di dipendenti è sbarcato prima a Nizza per poi trasferirsi dopo 48 ore a Parigi, solcando la capitale dalla Tour Eiffel al Louvre, per finire con una cena di gala da VIP. Per questo regalo sono stati prenotati 140 alberghi più 7.600 biglietti di treno. Per l'occasione, le ferrovie francesi hanno noleggiato due TGV speciali e dodici persone sono state messe a disposizioni nelle stazioni per assistere l'enorme afflusso di cinesi...(ap)
da qui (vedi anche qui e qui)


I beni culturali tra la disoccupazione e il disincanto giovanile - Salvatore Settis

martedì 12 maggio 2015

Otto per mille e altre apostoliche truffe - Pietro Ratto

Febbraio è il mese dei concordati, si sa.
E’ il 1984, sono trascorsi cinquantacinque anni dagli accordi con cui l’Italia fascista si è prostrata ai capricci vaticani, comprando a carissimo prezzo l’annullamento del Non expedit con cui Pio IX, nel lontano 1874, aveva invitato tutti i cattolici a non riconoscere il neonato Stato italiano.
La maledizione del 55. Cinquantacinque anni tra il Non expedit e i Patti Lateranensi, altri cinquantacinque tra questi ultimi e il nuovo patto che Craxi si appresta a firmare con la Santa Sede. Cinquantacinque ed una settimana, per l’esattezza. Verrebbe da chiedersi se ci si debba attendere un terzo capitolo nel 2039. Naturalmente a febbraio.
Le condizioni stipulate nel ’29 erano, in realtà, da incubo. Il Duce stesso aveva dovuto giustificarsi in Parlamento, risultando per altro ben poco convincente. Un miliardo e settecento milioni di lire di risarcimento alla Chiesa. Mica noccioline, in un periodo in cui un impiegato viveva con uno stipendio mensile di 250 lire. Non si fosse trattato di una tragedia, ci sarebbe stato quasi da ridere. L’Italia risarciva uno Stato conquistato mezzo secolo prima, nonostante i Papi succedutisi dal 1871 al 1929 avessero sempre sdegnosamente rifiutato l’indennità offerta loro dai Savoia con la loro Legge delle Guarentigie. Un’indennità non solo ormai prescritta, ma pari a un decimo di quanto Mussolini ora versava nelle tasche di Pio XI. Una follia vera e propria, che il Duce aveva incoraggiato soltanto per poter incassare, il mese successivo, il consenso di tutti i cattolici italiani in un Plebiscito che avrebbe dimostrato all’opinione pubblica internazionale che l’Italia non era sotto dittatura. Che gli italiani amavano il loro Benito e lo volevano al timone della nave.
Un miliardo e settecento milioni, accidenti. Una somma che lo Stato non aveva. Una cifra (pari circa ad attuali sei miliardi di euro), che il Duce aveva offerto in questa forma: settecento milioni in contanti e il rimanente in Titoli di Stato a scadenza ventennale, con un interesse del 5 %. Cedola annuale ogni 30 di giugno.
Dove li troveremo? Avevano chiesto in Parlamento. Ci penserà la Cassa Depositi e Prestiti, aveva risposto il Duce (non vi ricorda niente?). Tradotto: faremo fronte all’impegno con i risparmi degli italiani. E poi – aveva pensato sicuramente il lungimirante Mussolini – che ne sappiamo di cosa sarà di noi, tra vent’anni?
Ma c’era ben altro, in quel Trattato. La Convenzione finanziaria prevedeva anche la costruzione, a spese dell’Italia, di una stazione ferroviaria da regalare alla nascente Città del Vaticano. Erano previste inoltre una adeguata dotazione di acqua, la realizzazione dell’intera rete telefonica e telegrafica del nuovo Stato e, naturalmente, la riconferma della congrua, lo stipendio ai preti che l’Italia pagava già dal 1866, in risarcimento dei beni ecclesiastici requisiti a chiese e proprietà pontificie diventate man mano italiane insieme ai territori in cui si trovavano; territori via via annessi nel corso delle Guerre di Indipendenza.
Così, quell’11 febbraio, mentre Monsignor Gasparri piangeva di gioia e il Duce firmava un tantino ingrugnito, il Papa si sfregava le mani, preparandosi a istituire appositamente lo IOR per mettere il suo tesoro al sicuro. E cominciando a riflettere al modo in cui farli fruttare, quei soldi.(1)
Ma torniamo a quel 18 febbraio 1984.
Roma, Villa Madama. Il Segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli è ricevuto con tutti gli onori dal Primo Ministro. Parola d’ordine: rinegoziare.
Le cose non possono più continuare così. L’Italia, tramite la sua Costituzione, ha ormai dichiarato la propria a-confessionalità. E il fatto che i Patti Lateranensi siano misteriosamente finiti all’articolo 7 della stessa, che quindi esplicitamente li riconferma, è un particolare da considerarsi trascurabile. Si sa, dopotutto siamo in Italia: inciuci e contraddizioni di questo tipo costituiscono il motore del nostro ambiguo e corrotto sistema.
No, no: bisogna rinegoziare, pensa Craxi. Basta con l’insegnamento obbligatorio della religione a scuola, basta con la dipendenza della nostra nazione nei confronti della Città del Vaticano. Soprattutto, basta con la congrua.
Così, quel 18 febbraio, nasce il nuovo luccicante meccanismo dell’8 per milleelaborato da un giovane e rampante economista chiamato Giulio Tremonti. In pratica, il geniale dispositivo sancisce la fine dello stipendio italiano ai sacerdoti prevedendo che ogni contribuente possa devolvere l’8 per mille del proprio gettito fiscale alla Chiesa Cattolica – e negli anni a venire, grazie a successivi accordi con altre confessioni religiose, anche all’Assemblea di Dio, a Metodisti e Valdesi, alla Chiesa Luterana ed alle Comunità ebraiche (anche se importanti religioni come l’Islamismo restano tuttora assolutamente fuori dalla rosa di quelle “finanziabili”), mentre Buddisti, Induisti e Testimoni di Geova sono riusciti ad entrare nel giro solo nel 2014, dopo una quindicina d’anni di attesa – oppure, in alternativa, allo Stato italiano. In base a questo meccanismo, che come tutti sanno è pienamente in vigore, il contribuente può anche non esprimere alcuna scelta, ma in questo caso il suo 8 per mille verrà comunque ripartito tra le varie confessioni religiose previste, secondo la percentuale di preferenze accordate da chi ha invece effettuato la scelta.
Vediamo di capire un po’ meglio come funziona, alla luce dei dati effettivi. Qual è la percentuale dei contribuenti che ogni anno esprimono una preferenza precisa nei confronti di una certa chiesa? Più o meno il 42%. Ebbene: dato che l’89% di questi dichiara la propria volontà di devolvere il proprio 8 per mille alla Chiesa cattolica, l’89% dell’8 per mille dell’intero gettito fiscale nazionale – e quindi non solo di quel 42% – finisce in Vaticano. Indipendentemente dal fatto che esso derivi dalle tasse di atei o credenti. Di cattolici, musulmani o scintoisti. Geniale, non c’è che dire!
Questo meccanismo perverso, da molti ritenuto una truffa, lascerebbe se non altro fuori da questa ripartizione ben poco imparziale l’8 per mille di chi ha dichiarato espressamente la propria volontà di devolverlo allo Stato. Ma è del 2009 lo scoop diRepubblica secondo cui questa porzione di gettito verrebbe comunque spesa per la manutenzione degli edifici di culto cattolico(2). Inoltre, come non notare che dalla vecchia congrua al nuovo tremontiano meccanismo sia in realtà cambiato ben poco? Non sono comunque soldi pubblici a tutti gli effetti, denari che se non devoluti finirebbero nelle casse dello Stato, quelli che l’8 per mille dispensa a piene mani soprattutto alla Chiesa?
Certo, il Concordato del 1984 prevede anche che l’insegnamento della Religione Cattolica passi da obbligatorio a facoltativo, istituendo l’ora alternativa a quella di religione per tutti gli studenti interessati. Ma, a parte il fatto che tale opzione fatica ancora oggi ad essere attivata nelle scuole italiane proprio per evitare di far perdere posti di lavoro agli insegnanti IRC (acronimo che, si badi bene, sta per Insegnamento della Religione Cattolica, stando quindi a significare che il relativo programma ministeriale – per altro stabilito dalla Chiesa – prevede esclusivamente lo studio della dottrina cattolica e che, di conseguenza, i docenti di religione che decidono di includere nei loro programmi didattici anche riferimenti ad altre confessioni religiose lo facciano di propria iniziativa), va sottolineato che i circa venticinquemila docenti italiani che attualmente insegnano Religione nelle scuole, selezionati e formati dalla Chiesa, vengono comunque assunti e pagati dallo Stato italiano, su precisa indicazione delle Curie…

lunedì 11 maggio 2015

L' occhio del leopardo - Henning Mankell

uno dei libri "africani" di Mankell, uno dei primi scritti e pubblicato solo recentemente.
anche qui, come per tutti i suoi libri, qualsiasi sia il numero delle pagine, non ti annoi mai.
due storie che stanno insieme, parallele, le gioventù in Svezia, e poi l'Africa, che non è quella da cartolina.
come in Mia Couto (qui), gli animali hanno un ruolo fondamentale.
astenersi chi cerca letteratura d'evasione - franz





Qual è il sottile anello di congiunzione tra un rigido inverno nevoso svedese e il tripudio di colori di un tramonto africano? Su due piedi saremmo portati a dire che non esiste, che non può esistere nulla che leghi due mondi così diversi. Hans Olofson, protagonista dell’ultimo romanzo di Henning Mankell, L’occhio del leopardo, ci dimostra l’esatto contrario.
Hans cresce in Svezia, con l’unica compagnia del padre ex marinaio; la madre non l’ha mai conosciuta, è scappata via quando lui era ancora troppo piccolo per capire. Già da piccolo Hans sa che non potrà restare a lungo nella sua terra natia: ha troppa voglia di scoprire quelle terre esotiche e lontane che il padre gli ha fatto conoscere tramite racconti dei suoi viaggi. E a un certo punto della sua vita questo desiderio diviene necessità impellente. Inseguendo un sogno non suo, Hans decide di fare le valigie e partire per lo Zambia, verso la missione umanitaria di Mutshatsha…

Forse per parlare dell’Africa di oggi, delle sue temperature estreme e della sua profonda disperazione, c’era bisogno di una voce alternativa. Uno svedese, ad esempio, avvezzo ai climi freddi e alla desolazione, alle immense distanze e all’aridità di certi ambienti e di certe famiglie. Hans Olofson è finito in Africa per caso. Dopo aver passato l’infanzia e l’adolescenza in un piccolo villaggio lontano dal mare, in una vecchia e scricchiolante casa di legno, con lo spettro di una madre mai conosciuta e il relitto di un padre boscaiolo e alcolizzato, decide a un certo punto di mettersi in viaggio. Quando compie questo suo primo passo verso l’ignoto, Hans ha diciotto anni e della vita non sa nulla. Anche le sue informazioni sull’Africa sono sommarie e intrise di luoghi comuni. Il sentiero che si è prefissato di seguire non è il suo cammino, ma quello sognato da una sua grande amica, Janine, che lo ha accompagnato lungo un tratto scosceso della sua adolescenza e che, prima di morire, sognava di raggiungere la missione di Mutshatsha, in Zambia. 
Hans è solo un ragazzino che ha perso tutto, che anzi non ha mai avuto nulla, e sta inseguendo il sogno di un’altra persona, eppure verrà stregato dall’Africa, dalle profonde contraddizioni della sua popolazione costantemente altalenante tra la sottomissione e la ribellione, ma anche dalla grandiosità dello spirito selvaggio dell’Africa, che come gli occhi di un leopardo appostato nella boscaglia, ti trafigge e ti lascia senza fiato. In quel continente ferito e lacerato Hans rimarrà diciotto anni, troverà un’occupazione in una fattoria di Lusaka, al servizio di uomini bianchi, figli di coloni che non vogliono più andar via nonostante l’indipendenza del Paese e il pericolo di morte. Ma non smetterà mai di inseguire il demone nero dell’Africa, la sua malattia che gli fa ribollire il sangue e che lo fa naufragare come un vecchio marinaio, su un letto sfatto e febbricitante di malaria. 
Hans Olofson, come Henning Mankell, ha un piede nella neve e uno nella sabbia rovente africana e vive, come il protagonista di questo suo racconto, in equilibrio tra la Svezia e l’Africa. L’autore infatti a 22 anni ha intrapreso il suo viaggio di formazione attraverso il continente nero approdando a Maputo, in Mozambico, dove oggi dirige il Teatro Avenida. Noto per la sua serie poliziesca dedicata al commissario Kurt Wallander e soprattutto per aver dato avvio in Italia al filone del “GialloSvezia”, Mankell dispiega in queste pagine vibranti tutta la sua abilità di scrittore a tutto tondo, inserendosi pienamente nella tradizione del romanzo psicologico e di formazione. Il racconto si sviluppa infatti su due piani narrativi che si alternano, entrambi scritti in prima persona, uno dal punto di vista dell’adolescente che è cresciuto tra i boschi della Svezia, l’altro dal punto di vista del bwana, l’uomo bianco africano. Un racconto che rasenta le altezze di Céline e Conrad, quando racconta della malaria e del naufragio spirituale dell’uomo, ma anche la profondità di pensiero di Lobo Antunes, quando si interroga sulla lenta agonia del continente africano.

…Entretejida con la trama africana, el autor intercala los recuerdos de la niñez de Olofson: la ausencia de la madre que le abandona a poco de nacer, el padre marinero que echa el ancla para cuidar de él amarrándose a la bebida, Sture, el compañero al abandona por timidez cuando más lo necesita y Janine, la predicadora sin nariz marginada dentro de la propia ciudad.
Las idas y venidas de la narración entre pasado y futuro son continuas formando dos líneas temporales que van resolviendo uno a uno todos los misterios de la narración que finaliza de una forma redonda, plena, sin flecos. UnMankell inmenso crea unos personajes tan vivos y con una vida interior tan consecuente que nos parece estar leyendo las memorias de unos seres reales.
La crítica social subyace tras todo el relato. Como es propio de autores suecos reniega del papel salvador de los nórdicos en el mundo y desnuda la corrupción política, moral, social y económica de sus compatriotas tanto en su país como en las supuestas ayudas al desarrollo africano.
Resumiendo, una novela de conciencia, didáctica, instructiva, desgarradora que nos abre los ojos de la realidad africana y nórdica en alta definición. Las vísceras que Mankell enseña no gustarán a muchos pero de ellas estamos hechos. El equilibrio perfecto entre literatura y compromiso social.

qualche canzone dei Beatles (e un concerto sul tetto)







I tromboni dell’Expo – Marco d’Eramo

Indovinello: cosa vi fanno venire in mente i nomi di Genova, Daejon, Lisbona, Hannover, Bienne, Aichi, Saragozza? Scommetto che nessuno ha in tasca la risposta esatta: queste città sono state sedi delle Expo rispettivamente del 1992, 1993, 1998, 2000, 2002, 2005, 2008. Questo per dire quanto indelebile è stata la traccia lasciata dalle più recenti Esposizioni universali nella memoria planetaria.
Chi di noi ricorda che nel 2002 Bienne fu sede di una Expo? E dove si trova Bienne? (in Svizzera).
Peggio: quale marchio ha lasciato nei nostri cuori Yeosu? Eppure questa città è stata sede dell’ultima Expo (2012) prima di quella di Milano: appena trentasei mesi fa. Non propongo neanche la domanda di riserva per sapere di quale nazione è Yeosu (Corea).
In soli pochi anni oblio e indifferenza hanno sepolto quegli eventi. Basterebbe questa costatazione a svelare il patetico provincialismo con cui l’italico rullio di tamburi mediatici ha accompagnato l’inaugurazione dell’Expo milanese. Verrebbe da parafrasare la fulminante battuta di un presentatore a un concerto di jazz di qualche anno fa: «Ecco a voi il meglio del trombonismo italiano» solo che in questo caso “trombonismo” non si riferisce al trombone sostantivo, ma al trombone aggettivo.
«Il mondo ci guarda», «Milano è tornata capitale», «venti milioni di visitatori», «decine di migliaia di nuovi posti di lavoro» e così via con le iperboli, quando il resto della Terra continua a essere in tutte altre faccende affaccendato e consacra a questo evento epocale della nostra storia qualche trafiletto dedicato più che altro agli scontri, o alle tangenti, o a pezzi di stand che crollano.
Ma che importa, non siamo qui per lesinare un superlativo. 
La Repubblica non si risparmia: «Milano al centro del mondo» titola, mentre La Stampa prevede sicura: «Per sei mesi il mondo guarderà all’Italia» e Il Secolo XIX lancia il guanto (sempre al mondo): «La sfida dell’Italia». Un editoriale del Corriere della Sera è rotto dal magone: «L’emozione di essere al centro del mondo». Il timore del ridicolo non spaventa nessuno, tanto meno L’Avvenire che dopo un’affermazione per lo meno discutibile («Il mondo è all’Expo») si pone un quesito comico: «Ma sarà più giusto?». Come diavolo fa la presenza di alcuni stand in un’Esposizione a rendere il nostro pianeta più o meno equo?
Il fatto più stupefacente è che fra tanti dotti opinionisti, commentatori ed esegeti, nessuno abbia ripercorso non la storia aneddotica delle varie expo universali (elargitaci a piene mani) ma il loro significato e declino: come mai sono state inventate le esposizioni universali? A che scopo? È curioso che nessuno si sia chiesto come mai agli albori del terzo millennio poniamo tanta enfasi su un’idea che è ottocentesca in tutto e per tutto, non solo perché fu l’800 a inventare le Esposizioni universali (la prima si tenne nel 1851 a Londra) ma perché l’800 inventa la società industriale il cui elemento nevralgico diventa la merce di cui deve moltiplicare i consumatori. In una pagina fulminante del saggio «Parigi capitale del XIX secolo» Walter Benjamin scriveva (nel 1935): «Le esposizioni universali sono luoghi di pellegrinaggio al feticcio merce.
“L’Europe s’est déplacée pour voir des marchandises” dice Taine nel 1855».
Non è merce qualunque quella che le Esposizioni universali ottocentesche mostrano, è la marcia del Progresso che viene esibita attraverso di loro: nel 1851 furono svelati per la prima volta il caucciù e la mietitrice meccanica; nel 1855 (Parigi) destò ammirazione la macchina da cucire Singer; nel 1867 (Parigi) strabiliarono ascensore, macchina per produrre bevande gassate e cemento armato; nel 1876 a Philadelphia fu presentato il telefono e anche il ketchup.
Poi i brevetti e con essi il segreto industriale ebbero il sopravvento e le innovazioni non furono più rivelate ai quattro venti: le Esposizioni persero a poco a poco il loro carattere di antro delle meraviglie della scienza e della tecnica, anche se questo retaggio continuò a risuonare nell’Expo di Bruxelles del 1958 (dedicata all’energia atomica) in cui l’Urss mostrò un esemplare di Sputnik, la prima navicella spaziale; e poi ancora a Osaka nel 1970 quando il Giappone presentò il primo treno superveloce.
Il Progresso con la P maiuscola non riguardava solo le merci, ma investiva tutta la società, la sua gestione dello spazio, la sua architettura. Non per nulla il simbolo della prima Expo londinese del 1851 fu il Palazzo di Cristallo (in realtà in ferro e vetro) che sarebbe stato il prototipo di tutte le armature metalliche successive e che avrebbe ispirato tutta l’edilizia moderna. Come non parlare della Tour Eiffel simbolo dell’expo universale parigina del 1889, il cristallo di atomi di ferro simbolo di Bruxelles 1958, o dello 
Space Needle (l’Ago Spaziale) di Seattle. Ma anche il Colosseo quadrato dell’Esposizione Universale Romana (Eur) del 1942 (che non si sarebbe mai tenuta) aveva l’ambizione di raffigurare le ultime tendenze architettoniche, in quel caso del neoclassicismo unito al razionalismo italiano.
Ma alla fine degli anni ’60 del secolo scorso l’ideologia del Progresso perdeva colpi e perdevano senso le Expo a esso dedicate. Da allora nessuna Expo ha sciorinato le meraviglie del possibile: non hanno esposto neanche un computer. E perdevano colpi i simboli architettonici: i padiglioni sono stati costruiti vieppiù sotto il segno dell’effimero, per essere smontati a battenti chiusi.
Ma senza lasciarsi andare troppo alla nostalgia: perché quelle esposizioni “progressiste” esponevano anche quello che l’ineffabile Rudyard Kipling chiamò il «White man’s burden», “il fardello [civilizzatore] dell’uomo bianco”, esponevano perciò l’opera “civilizzatrice” dell’Occidente e, per farlo, dovevano esporre i selvaggi. Furono le grandi esposizioni universali a istituire infatti gli Zoo umani, padiglioni in cui veniva ricostruito l’habitat di tribù africane o malgasce o indonesiane dove famiglie di indigeni venivano esposte alla curiosità dei visitatori. Né c’è da inorridire: anche quelle erano esposizioni buoniste, che semplicemente riflettevano l’ “imperialismo umanitario” del tempo. Ricordiamo che l’ultimo Zoo umano fu esposto nell’Expo di Bruxelles addirittura nel 1958.
Ma allora ci si chiede che senso ha oggi allestire un’esposizione universale, se non come occasione per varare qualche grande cantiere, sdoganare – sotto la voce “promozione di mercato” – qualche spesa pubblica in un’era in cui le spese pubbliche socialmente utili (investimenti nella scuola, nella sanità nel welfare) sono considerate “sprechi” da riformare secondo i suggerimenti di tutte le trojke del mondo. È la ragione per cui la retorica dell’Expo oscilla sempre tra l’epica e il pizzicagnolo.
L’epica è quella della retorica nazionalista della sfida al mondo che abbiamo già visto e che ci ricorda irresistibilmente l’Eur fascista, anche allora voluta da Bottai nel 1935 per «mostrare al mondo il Genio della Civiltà italica»: sono passati 80 anni e sempre alle stesse guasconate da Italietta siamo restati. E l’odore di regime esala di nuovo, 80 anni dopo, irrespirabile dal coro ditirambico degli italici media.
Non solo il paragone regge ma è persino sconfortante perché dell’Eur 1942 sono almeno rimaste tracce durature che ancora sono studiate nei manuali di architettura, mentre c’è da chiedersi cosa resterà dell’Expo milanese. Ma soprattutto perché il genio italico cui allora ci si riferiva era quello così pomposamente decantato nell’iscrizione sul Colosseo quadrato («Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori…») mentre il genio attuale si dispiega facendo rientrare (sussumendo) l’universo mondo nel modello Eataly: cosa è questa fiera se non un Eat-world? In questo particolare, mantenendo una curiosa fedeltà con le Expo dell’800. Osservava infatti Benjamin: «La “specialità” è una designazione merceologica che fa la sua apparizione in quell’epoca nell’industria di lusso. Le esposizioni universali costruiscono un mondo fatto di “specialità” (…) Modernizzano l’universo». E cosa sono gli stand gastronomico-alimentari se non una fiera di specialità? Lardi di Colonnata, amaretti di Saronno, capperi di Pantelleria, orizzonti insuperabili della nostra epoca.
Ci ricongiungiamo qui al pizzicagnolo che non solo espone negli stand bresaole e tomini ma lucra e fa la cresta su ogni sua “specialità”: l’animo da droghiere ispira i miseri conticini della spesa, i calcoli sui profitti immediati che ogni italico, guicciardiniano “
particulare” può trarne: ci viene infatti annunciato in trionfo (da La Provincia) che «L’expo può far decollare Como»: ohibò!
Mentre 
Il Secolo XIX s’inalbera piccato con un’importante notizia di spalla in prima pagina:
«Liguria beffata all’Expo: niente assaggi di pesto, pizza libera».
Non resta che 
pestare 
i vil marrani partenopei.

Le frustate non fermeranno la mia lotta per i diritti - Raif Badawi

Mi ero assegnato il compito di proporre una nuova chiave di lettura del liberalismo in Arabia Saudita, per dare un contributo all’emancipazione della società nel mio Paese. Ho cercato di abbattere i muri dell’insipienza e la sacralità del clero, di diffondere un po’ di pluralismo e di rispetto per valori quali la libertà d’espressione, i diritti delle donne, delle minoranze e dei nullatenenti in Arabia Saudita: è stata questa la mia vita, fino al mio arresto nel 2012, quando sono finito in una cella, in mezzo a gente incarcerata per i crimini più diversi. Dagli assassini ai ladri, ai trafficanti di droga, fino ai pedofili, stupratori di bambini. La vita accanto a loro mi ha cambiato per molti aspetti, soprattutto sul piano puramente umano, cancellando molti dei miei precedenti stereotipi.

Immaginate di trascorrere la vostra vita quotidiana, fin nei suoi minimi dettagli, in una stanza di appena venti metri quadrati, condivisi con altre trenta persone incolpate di ogni possibile atto criminale.
In passato, prima di coricarmi avevo l’abitudine, probabilmente molto comune, di accertarmi che tutte le porte e finestre fossero ben chiuse, per timore dei delinquenti. Mentre ora vivo in mezzo a loro! Dormo, mangio, mi lavo, mi cambio, rido, piango, gioisco, mi arrabbio o grido … sempre in mezzo a loro, sotto i loro occhi. Dopo molti tentativi di abituarmi a vivere tra queste persone, ho fatto uno sforzo consapevole per vederle da un punto di vista diverso e solo dopo qualche tempo ho avuto la certezza che anche i criminali sanno ridere! Sì, anche loro amano, soffrono, e alcuni danno prova di una delicatezza, di una sensibilità umana così straordinaria che a volte soffro profondamente nel compararla a quella delle persone “normali” che un tempo mi erano vicine.

Recentemente, entrando in uno dei gabinetti, lo trovai cosparso di carta igienica lurida, con le pareti inzaccherate, la porta sconnessa, pieno di sporcizia ovunque: uno spettacolo angoscioso. Ma tant’è: dovevo pur ritrovarmi in quel caos, gestire al meglio la situazione. Mentre mi concentravo a decifrare le centinaia di scritte che imbrattavano quelle pareti appiccicose, mi saltò agli occhi una frase: «Il secolarismo è la soluzione!» Fui sopraffatto da uno sconfinato stupore. Mi sfregai gli occhi per convincermi che quella scritta esisteva davvero. Era come se in un misero locale notturno, in mezzo a un assembramento di squallide ragazze in vendita, entrasse improvvisamente, al tocco della mezzanotte, una bellissima dispensatrice d’amore, irradiando vita e gioia intorno a sé.

Non saprei dire tutto ciò che in quel momento mi passò per la testa, né perché mi fosse venuta in mente quell’immagine. A quanto pare, in questo nuovo tipo di vita l’uso di un cesso diverso può cambiare il destino. Le idee sfrecciavano nella mia mente mentre procedevo all’incombenza per la quale ero lì. Sorridendo, incominciai a riflettere su chi potesse essere l’autore di quella scritta, in quel carcere stracolmo di migliaia di delinquenti, condannati per reati comuni. Quella breve frase, così bella, così diversa, mi aveva riempito di stupore e di gioia. Se mi era dato di leggere quelle parole tra centinaia di volgarità in tutti i dialetti arabi possibili e immaginabili, di cui erano gremite le luride pareti di quel gabinetto, voleva dire che in questo carcere c’era da qualche parte almeno una persona capace di capirmi. Qualcuno che comprendesse le ragioni per le quali avevo lottato ed ero stato rinchiuso qui.


Pochi giorni dopo quell’esperienza, dovevo ricevere una notizia che avrebbe trasformato per me quel mondo di criminali in un vero paradiso: un paradiso con condizioni particolari, rispondenti ai miei personali criteri. Quando Enaf, la mia amatissima moglie, mi ha detto che un’importante casa editrice tedesca aveva raccolto e fatto tradurre i miei articoli per farne un libro, ho reagito dapprima con molto scetticismo. Sinceramente, devo dire che quando scrissi il mio primo blog non avrei mai immaginato di vedere un giorno i miei articoli raccolti e pubblicati in arabo — e men che meno in un’altra lingua!

Cara lettrice, caro lettore: se siete arrivati fin qui, vuol dire che siete interessati a leggere quanto ho da dire. C’è veramente chi pensa che io abbia qualcosa da dire. Mentre per tanti altri sono semplicemente un uomo comune, uno che non merita di vedere i suoi blog tradotti e pubblicati in un libro. Quanto a me, mi vedo semplicemente come un uomo esile ma tenace, sopravvissuto miracolosamente a cinquanta colpi di frusta, subiti davanti a una folla giubilante che urlava Allahu akbar : tutto questo a causa dei miei articoli.

Il tribunale mi aveva condannato a morte, vista la «gravità dell’apostasia e dell’offesa all’Islam» di cui ero incolpato. Poi la mia pena è stata commutata a 10 anni di carcere, mille frustate e una gravosa multa, di un milione di riyal. Oggi, nel momento in cui scrivo per voi queste righe, ho subito le frustate e scontato tre anni di carcere: mia moglie, sottoposta a pressioni sempre più forti, è stata costretta ad emigrare all’estero coi nostri tre figli.
Tutte queste crudeli sofferenze sono state inflitte a me e alla mia famiglia per la sola colpa di aver espresso la mia opinione.


qui la campagna di Amnesty