lunedì 18 maggio 2015

Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti - Freak Antoni

L’onore della casa - Halldor Laxness

Halldor Laxness ha vinto il premio Nobel per la letteratura, nel 1955, l'ho scoperto da poco.
ho letto questo libro per primo, davvero bello.
una storia di rispettabilità, libertà e violenza, universale, tutti la capiscono, anche se è ambientata un secolo fa in un'isoletta in mezzo all'oceano.
come non soffrire per Rannveig? - franz







…La grande scrittura di Halldór Laxness fa di questo crudele e divertente apologo una lettura indimenticabile. L’ipocrisia e il cinismo della minuscola società di Eyvik e della proba Thuritur sono descritti con un umorismo distaccato che non cede mai al moralismo, ma non impedisce al giudizio essere severo e senza scusanti.


Le belle storie, dice Laxness, cominciano d'estate, quando gli uccelli cantano e il sole diffonde i suoi raggi su terra e mare. E così, in un idilliaco clima estivo in cui il fascino della natura d'Islanda agisce come un incantesimo, inizia, nei toni e nei modi della fiaba, il racconto dell'Onore della casa. C'erano una volta due sorelle, Thurithur e Rannveig, una bruna e una bionda, una volitiva e l'altra dolce, ma entrambe belle e ricche: il buon prevosto, loro padre, è anche il capo della società di pesca locale, raro esempio di un'ammirevole eccezione al detto evangelico sull'impossibilità di servire due padroni. Mandata all'estero per l'inevitabile viaggio di formazione a Copenaghen, Thurithur tornerà pronta per essere ben maritata, lussuosamente accasata, riverita, considerata il più perfetto esempio delle norme del vivere sociale, l'incarnazione stessa della Rispettabilità. Identica sorte dovrebbe toccare alla sorella, ma, ahimè, ben diverso sarà il risultato del soggiorno danese della buona Rannveig: tornerà incinta, portando un imperdonabile colpo all'onore della Casa, una scandalosa macchia che va camuffata e nascosta agli occhi degli altri. Comincia allora l'impari lotta di Thurithur contro i "si dice" della gente, la sua strenua difesa. E così la fiaba si capovolge: da rifugio degli affetti la casa si trasforma in prigione, la mite Cenerentola non trova il principe azzurro, ma le vengono appioppati i più svariati falliti per rimediare al suo errore, il lieto fine è una sinistra riconciliazione quando il frutto del peccato sarà finalmente tolto di mezzo. Sardonico e scanzonato, Laxness, col candore dello spettatore capace di riferire con dichiarata indulgenza agghiaccianti episodi di cinismo e di raccontare con l'occhio impassibile del vero umorista scene di grande comicità, dipinge ipocrisie e ingiustizie in uno spietato "ritratto di famiglia", che non perde però mai la lievità dell'ironia.

domenica 17 maggio 2015

Il semenzaio - Gustavo Esteva

La tormenta segnalata dalle sentinelle zapatiste si intensifica e attacca. Pericoli immensi ci minacciano, le cose non torneranno alla “normalità”, inutile aggrapparsi ai percorsi abituali. Dal 3 al 9 maggio s’è tenuto il seminario intitolato “Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista”. Seminario, aveva spiegato l’Ezln, vuol dire semenzaio, il luogo dove crescono i semi. Quello del Caracol di Oventic è stato solo l’avvio, perché il semenzaio non è pensato per un solo luogo e un solo momento. Tornato a Oaxaca, Gustavo Esteva ci racconta le prime impressioni: “Il compito più urgente è moltiplicare i semenzai, perché altri semi possano crescere secondo un proprio calendario e una propria geografia”. Gli zapatisti ci hanno tolto la voglia e la capacità di idealizzarli, aggiunge, non dobbiamo imitarli. Portiamo un gran peso sulle spalle ma sono spalle rinnovate e piene di coraggio

Il seminario stava per finire. In piena cerimonia di chiusura, sabato 9 maggio, ci è arrivata la notizia della repressione sui compagni di San Quintín. Trovava conferma, nel modo peggiore, ciò che avevamo appena analizzato. Il subcomandante Moisès lo aveva messo in evidenza: forse non abbiamo più il tempo che credevamo di avere. La tormenta si intensifica e ci attacca. Si accumulano le sofferenze. Non siamo ancora guariti da Ayotzinapa, siamo ancora in attesa dei nostri 43, e già succede questo. E questo richiede una reazione immediata, se abbiamo imparato qualcosa nel semenzaio, per trovare il modo di avvertirci, di prenderci cura l’uno dell’altro, di … tessere le nostre storie.
Credo che a nessuno sia tremata la penna o la parola quando si è trattato di descrivere l’orrore. Eravamo carichi di emozione, però anche di rigore analitico e storico. Eravamo riusciti a mostrare, senza ambiguità, molte delle teste dell’idra e anche il modo in cui nel tagliarle se ne moltiplica il numero. Ci era anche chiaro che, nonostante le brillanti, molteplici e solide analisi, siamo ancora molto indietro: abbiamo appena cominciato. Per lo meno, però, è stato possibile stendere il terreno teorico e pratico nel quale poter deporre i semi della conoscenza che abbiamo appreso, per poterlo coltivare, ognuno a modo suo, nei vivai che possiamo aprire ovunque.
Il compito più pressante è chiaro: tornando a casa, senza irresponsabili precipitazioni, ma con la consapevolezza dell’urgenza, dobbiamo moltiplicare i semenzai. Quelli di noi che partecipano a collettivi, ad assemblee, a loro spazi di riflessione, a forme autonome del pensare e dell’agire, devono mettere in comune in esse quello che hanno appreso, sia per avventurarsi sulle nuove strade che si sono aperte, sia per percorrere nuovamente, con rinnovati sguardi, quelle che hanno percorso mille volte. Coloro che non hanno di questi spazi, devono crearne, anche fosse … con due amici o amiche prossimi.
Tra le cose più importanti del semenzaio c’è stata la concordanza puntuale sulla gravità del momento. Dalle posizioni più diverse, in un ampio ventaglio in cui sono state rese evidenti differenze importanti, abbiamo riconosciuto pericoli immensi che gravano su noi tutti, nessuno è escluso.
E si, è stato affascinante. Ma la verità è che all’incontro siamo arrivati inquieti. Che fare di fronte a questa situazione tanto opprimente, minacciosa, immediatamente catastrofica, una condizione che non lascia alcuno spazio all’ottimismo e ne lascia appena un po’ alla speranza?
Continuavamo a farci e rifarci la vecchia domanda, perché sapevamo che le vecchie risposte non funzionano più ma pesano ancora: l’immaginazione si paralizza se vengono abbandonate radicalmente.
Non abbiamo ottenuto una risposta. Ne abbiamo ascoltate molte. E’ questa la natura delle resistenze e delle ribellioni di oggi. Non consistono solamente nell’opporsi a qualcosa, per resistere all’aggressione di una qualsiasi delle teste dell’idra. E’ stato chiaro, per molte e molti dei partecipanti al semenzaio, che l’unico modo efficace di agire è quello di moltiplicare i No, i rifiuti radicali a quello che ci minaccia e ci opprime, e in quella stessa operazione, moltiplicare i Sì, i diversi modi di costruire il mondo nuovo.
Credo che molte e molti di noi abbiano imparato anche una lezione essenziale: non avvinghiarsi a una posizione su ciò che potrebbe essere meglio.
Molte volte, nelle parole ripetute del subcomandante Moises, gli zapatisti ci hanno tolto la voglia e la capacità di idealizzarli e ci hanno fatto capire che non dobbiamo nemmeno imitarli. Era necessario sottoporci a questa operazione quasi chirurgica. L’emozione di essere nel territorio zapatista, l’impronta che la escuelita ha lasciato in tanti partecipanti, le gesta di questi 30 anni, la vitalità di un’iniziativa che sembra essere la più radicale e importante al mondo, e persino il fatto stesso che gli zapatisti ci abbiano convocato questo semenzaio con il loro tradizionale senso della opportunità politica, tutto questo portava a una perdita del senso della realtà. Anche fosse stato possibile e sensato riprodurre questa esperienza tale e quale, ciascuno nei suoi territori, non abbiamo più il tempo che hanno avuto loro.
Una delle sfide più difficili, tra le tante che ci portiamo a casa, è quella di condividere queste riflessioni e perfino il senso dell’urgenza con compagni e fratelli che sembrano distratti, che non percepiscono né sentono la gravità del momento attuale, che hanno ancora speranze che le cose tornino alla normalità e che, per questo, possano aggrapparsi ancora ai percorsi abituali. Come trovare le parole semplici che consentano di condividere senza offendere e di aprire al risveglio le altre menti e gli altri cuori con i quali abbiamo bisogno di diventare fratelli?
Portiamo un gran peso sulle spalle. Ma sono spalle rinnovate e piene di coraggio. Possiamo camminare e persino andare al trotto con questo nuovo peso.

Fonte: la Jornada   traduzione per Comune-info: Camminar domandando

omaggio a Luis Villoro Toranzo e al maestro zapatista Galeano, dal Caracol di Oventic (Chiapas)

Si è svolto sabato 2 maggio nel Caracol di Oventic il tributo a Luis Villoro Toranzo e al maestro zapatista Galeano, atto che ha aperto le giornate del seminario “Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista".
Più di mille partecipanti insieme a tremila basi d’appoggio hanno riempito il Caracol per ascoltare i numerosi interventi. Aperto dall’inno messicano l’atto è cominciato con la lettura di uno scritto di Pablo González Casanova, letto dal comandante David. Sono intervenuti poi Adolfo Gilly, che ha ricordato il pensiero di Luis Villoro, Fernanda Navarro, la compagna di Don Luis e Juan Villoro,suo figlio.
Ha poi parlato il Subcomandante Insurgente Galeano.
Prima ha letto l’intervento che aveva preparato il Subcomandante Marcos per il seminario dello scorso 2 maggio 2014 al Cideci e che finora non era stato reso pubblico e che racconta come Luis Villoro Toranzo fosse uno zapatista, "Luis lo zapatista".
Poi ha ricordato con "Maestro Zapatista Galeano: Apuntes de una vida" lo zapatista ucciso alla Realidad nell’attacco paramilitare del maggio 2014, attraverso la lettura di alcune parti del suo diario.
Dopo questi due interventi hanno preso la parola la compañera escucha zapatista Selena e ilcompañero Manolo di Nueva Victoria, villaggio di Galeano che ha portato il contributo de La Realidad, ricordando l’esempio di Galeano e denunciando le responsabilità dei paramilitari e dei vari livelli del governo nell’assasinio del maestro il 2 maggio nell’attacco a La Realidad. I figli di Galeano la compañera Lisbet e il compañero Mariano hanno ricordato la vita, l’esempio, l’insegnamento del loro padre.
Il Subcomandante Insurgente Moisés ha chiuso gli interventi, prima dell’inno zapatista, parlando dell’importanza di organizzarsi con dignità per lottare.

da qui e da qui (completo, in spagnolo)








qui  un'intervista "filosofica" con Luis Villoro (in spagnolo)


sabato 16 maggio 2015

Non siate troppo entusiasti del riconoscimento dello stato Palestinese che ha fatto il Vaticano – Miko Peled (trad. Gianni Lixi)

Questo è un articolo di Miko Peled comparso sul suo blog (originale più sotto) e che ho tradotto. Il tweet che rimandava all’articolo aveva il titolo che compare qui sopra ma il pezzo è stato scritto prima del riconoscimento dello stato palestinese da parte del vaticano.  Miko lo ha riteewttato perché gli argomenti che inducevano alla prudenza quando è stato scritto (dopo il riconoscimento della GB e della Svezia) sono forse ancora più attuali dopo l’adesione del Vaticano. Buona lettura e scusate gli eventuali errori.  Gianni Lixi (un consiglio in particolare a chi ha qualche mal di pancia quando parla un Israeliano, sopratutto figlio di un Generale:leggete l’articolo sino alla fine).

Il riconoscimento da parte dei paesi europei di un cosiddetto “Stato Palestinese”, sta mettendo sempre più in evidenza che questo non è altro che un vecchio trucco del colonialismo spolverato e riutilizzato. Il fatto che gli ipocriti scrittori Sionisti (liberali?) Amos Oz e David Grossman sono entusiasticamente d’accordo la dice lunga sulla iniziativa . Nei rapporti triangolari tra gli europei, il regime coloniale in Palestina (Israele), ed i  palestinesi, tutto rimane lo stesso.
Come al solito, per interessi europei , ad Israele è consentito di continuare il suo brutale regime coloniale sulla Palestina, ed i palestinesi sono sempre lasciati soli. Il riconoscimento dello “Stato di Palestina” non è altro che quello che Franz Fanon chiama “la farsa dell’indipendenza nazionale” (Franz Fanon, “I dannati della terra”). Esso assicura ad  un selezionato gruppo di palestinesi l’illusione del potere con titoli come “presidente” “ministro” “ambasciatore”, insieme al solito titolo più ambito di tutti che rimane sempre  “Responsabile della Sicurezza”,  ed assolve gli europei dalla loro complicità con Israele.
Per alcuni paesi europei ora la Palestina è uno stato . Per paesi come la Gran Bretagna, la Svezia e gli altri che si sono aggiunti (ora anche il Vaticano ndt) hanno anche un “Presidente!”. Non importa che nulla sia  cambiato. Gaza è ancora sotto assedio senza che in vista ci sia una soluzione, i prigionieri palestinesi si consumano nelle carceri dei colonizzatori, bande di  israeliani armati e l’organizzazione terroristica conosciuta come l’IDF (l’esercito israeliano ndt) stanno terrorizzando i palestinesi, nella Knesset vengono approvate leggi sempre più razziste, e a nessun  rifugiato è permesso il diritto al ritorno. Dovremo tutti aprire gli occhi e ricordarci che nella storia   il riconoscimento di uno “Stato” che non esiste non è una novità ed ha il solo scopo  di delegittimare la resistenza ad un regime coloniale razzista. E’stato utilizzato dagli europei in Africa nelle ex colonie ed in altre parti del mondo ed è una soluzione che è stata sempre accolta con entusiasmo dai colonialisti liberali.
I“Liberal” israeliani che  godono dei privilegi del regime razzista in Palestina, citano persone come mio padre, il generale in pensione Matti Peled, e altri come lui, che nonostante non sconfessino il sionismo chiedono che sia concesso ai  palestinesi il diritto all’autodeterminazione, ma solo all’interno di un piccola zona, definita naturalmente da Israele, in modo da poter mantenere il nostro regime razzista ed allo stesso tempo mostrarsi di vedute aperte.
Questo è quello che pensano quegli israeliani che pur condannando le politiche israeliane  continuano a vedere  lo stato di Israele come parte della soluzione. Credono che la soluzione dei “due Stati” sia il primo passo verso una singola  democrazia unificata, una dichiarazione che dimostra solo l’ignoranza di queste persone.
Per i Palestinesi  non ha  più senso esprimersi a parole contro l’ingiustizia. Ed in realtà questo non è mai stato sufficiente. Come persone di coscienza dobbiamo agire per la rimozione dell’ingiustizia e la sua sostituzione con un sistema democratico libero. Ma molti dimenticano che questo  obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una lotta. Non una versione intellettualizzata di una lotta, come spesso suggerito da alcuni liberali israeliani, ma una vera e propria lotta che è l’unico modo per sconfiggere i regimi razzisti coloniali.
Sia i Sionisti liberal (? ossimoro ndt), e anche alcuni considerati  progressisti sono convinti che la soluzione si possa trovare continuando a parlare ed a dibattere con discussioni infinite. Ed è per questo che organizzazioni come l’Autorità Palestinese, o anche alcune organizzazioni non governative che sono fiorite in Palestina sono molto apprezzate da questi israeliani. Riducono la lotta ad un  dibattito filosofico – politico sui temi dei diritti umani e dell’autodeterminazione. Consentono alle persone di vivere nell’illusione che il colonialismo può essere risolto al tavolo dei negoziati. Promuovono l’inganno che, se solo i giovani ragazzi e ragazze palestinesi potessero incontrarsi e giocare con ragazzi e ragazze israeliani in un campo estivo, poi un giorno tutto si risolverà. Ma i giovani israeliani ritornano e servire il brutale esercito del regime coloniale ed i giovani palestinesi ritornano ai campi profughi, ai vari campi di concentramento e alle prigioni a cielo aperto che Israele ha creato per loro, e ad essere residenti indesiderati nella propria terra.
Ma, come Franz Fanon scrive in “I dannati della Terra”, “Il colonialismo non è una macchina in grado di pensare, un corpo dotato di ragione. E ‘ la violenza nuda e cede solo quando si confronta con una violenza maggiore” . Mio padre e gli altri sionisti liberali sbagliavano allora ed i loro successori sbagliano adesso. Perchè non c’è modo di fermare la macchina coloniale una volta avviata. Non si può contenere la sua fame insaziabile, la sua sete di potere e la sua forza brutale. Questo è il motivo per cui un “campo della pace sionista” è una farsa, è per questo che non vi è alcuna possibilità di pace con il regime dell’apartheid noto come Israele.
I governi europei hanno sempre storicamente disprezzato le persone che non erano bianche e cristiane come loro. La loro è  una storia di colonialismo brutale, di furto di terre e di risorse e ci si chiede se l’Africa e parte del Medio Oriente non sarebbero adesso delle prosperose democrazie se non fosse stato per le politiche avide ed assassine dei colonizzatori del passato. Quelli di noi che hanno a cuore e anzi lottano per la giustizia in Palestina sarebbe bene che non cadano  nei vecchi trucchi coloniali. Piuttosto dovremmo richiedere che si riconosca che Israele è terra occupata della Palestina, che tutte le città israeliane sono insediamenti illegali, e che è il momento di liberare la Palestina e il suo popolo dal regime coloniale illegittimo noto come Israele.

Per la verità sul debito greco

Al popolo europeo e al mondo intero
A tutti gli uomini e le donne che rifiutano le politiche di austerità, che non vogliono   pagare un debito pubblico che ci strangola e che è stato deciso alle nostre spalle e contro i nostri interessi.
Noi, firmatari di questo appello, siamo a fianco del popolo greco che, con il suo voto nelle elezioni del 25 gennaio 2015, è diventato il primo popolo in Europa e nell’Emisfero Nord a rigettare le politiche di austerità imposte per pagare un presunto debito pubblico che è stato negoziato da vertici senza il popolo e contro il popolo.
Allo stesso tempo, noi crediamo che la istituzione della Commissione per la Verità sul Debito Pubblico Greco per iniziativa del Parlamento Greco costituisca un evento storico, di cruciale importante non solo per il popolo greco ma anche per i popoli di Europa e per il mondo intero.
La Commissione per la Verità del Parlamento Greco, composta da cittadini volontari di tutto il mondo, è destinata ad essere replicata in altri paesi. In primo luogo, perché il problema del debito è un flagello che piaga la maggior parte dell’Europa e del mondo, e in secondo luogo perché ci sono milioni e milioni di cittadini che stanno giustamente ponendo domande basilari e fondamentali sul debito:
“Cosa è successo al denaro che ha costituito questo debito? Quale sono state le condizioni ad esso legate? Quanto interesse è stato pagato, e a quale tasso? Quanto capitale è stato ripagato? Come è stato possibile accumulare debito senza che il popolo ne abbia beneficiato? Dove è andato a finire il capitale? Per che cosa è stato usato? Quanto è stato distorto, da chi, e come?
E anche: chi ha preso questi prestiti e a nome di chi? Chi ha garantito il debito e che ruolo ha avuto in questa storia? Come è stato coinvolto lo stato? Attraverso quale decisione,  e  con quale autorizzazione? Come hanno fatto debiti privati a diventare pubblici? Chi ha stabilito questi meccanismi inappropriati, chi ha spinto in questa direzione, chi ha tratto profitto da essi? Con questi soldi sono stati commessi reati o crimini? Perché non sono state stabilite responsabilità penali, criminali e amministrative?”
Tutte queste domande saranno soggette a rigorose analisi dalla Commissione, che ha un mandato ufficiale a “raccogliere tutte le informazioni rilevanti riguardo la costruzione e la sproporzionata crescita del debito pubblico”, e saranno sottoposte a verifica scientifica per determinare quale parte di quel debito può essere identificato come illegittimo e illegale, odioso o insostenibile, durante il periodo dei Memorandum, da maggio 2010 a gennaio 2015 così come negli anni precedenti.
Saranno anche pubblicate informazioni precise – che saranno accessibili a tutti i cittadini, saranno rese evidenti prove al fine di sostenere dichiarazioni pubbliche, sviluppare consapevolezza fra la popolazione greca e la comunità internazionale, e infine saranno stilate argomentazioni e richieste per la cancellazione del debito.
Noi crediamo che sia il più grande diritto democratico fondamentale di ogni cittadino chiedere risposte chiare e precise a queste domande. Consideriamo che il rifiuto di rispondere costituisca la negazione della democrazia e della trasparenza da parte di coloro che ai vertici hanno inventato e usano il “sistema del debito” per fare più ricchi i ricchi e più poveri i poveri.
E ancor di più: crediamo che tenendo gelosamente per sé il monopolio del diritto a decidere il destino delle società, coloro che sono ai vertici deprivano la grandissima maggioranza dei cittadini non solo del loro diritto di prendere decisioni ma soprattutto il diritto di prendere il destino e il futuro dell’umanità nelle loro mani!
Per questo lanciamo il seguente urgente appello a tutti i cittadini e cittadine, ai movimenti sociali, ai movimenti ecologisti e femministi, ai sindacati e alle organizzazioni politiche che rifiutano questa Europa sempre meno democratica e neoliberista: mostrate la vostra solidarietà con la resistenza greca sostenendo attivamente la Commissione Greca per la Verità sul Debito Pubblico e il suo lavoro per identificare la parte del debito pubblico greco che è illegale, illegittima, odiosa o insostenibile.
Difendetela contro gli oltraggiosi attacchi a cui è stata sottoposta da parte delle forze in Grecia e nel resto del mondo che hanno interesse a tenere nascosta la verità sul sistema del debito.
Prendete attivamente parte alle audit cittadine sul debito che si stanno sviluppando in Europa e non solo. Mostrate il vostro supporto e la solidarietà nelle vostre reti sociali, poiché questo sostegno e la solidarietà internazionale sono la sola maniera per contrastare il piano dei poteri dominanti di soffocare la Grecia e il popolo che sta lottando contro il nostro comune nemico: le politiche di austerità e il debito che ci strangola.
Abbiamo davanti un avversario di grandezza mai vista, unito, ben coordinato, armato  di straordinari poteri e assolutamente determinato a perseguire la sua offensiva fino alla fine contro ciascuno di noi, che siamo la stragrande maggioranza delle nostre società. Non possiamo permetterci il lusso di resistere separatamente, ciascuno nel suo angolo.
Perciò, uniamo le forze in un vasto movimento di solidarietà con la resistenza greca e sosteniamo la Commissione per la Verità del Parlamento Greco, moltiplichiamo commissioni di audit sul debito ovunque sia possibile. Perché la lotta del popolo greco è la nostra lotta e la loro vittoria sarà la nostra vittoria. La nostra unità è la sola nostra forza.
Divisi perdiamo, stiamo uniti!
da qui o da qui

io aggiungerei: 
Yanis Varoufakis (il ministro greco dell'economia) potrebbe dire a Francoforte, Bruxelles, o Berlino, una cosetta, politicamente scorretta: "ecco la lista nei nostri 100 maggiori evasori fiscali, i loro soldi sono presso le vostre banche, come sapete, portateglieli via, e ricalcolate in nostro debito estero (greco), poi fateci sapere, ma in fretta!"

Migranti in Italia e migranti in Sudamerica - Alberto Barlocci

A volte certe notizie si commentano da sole. La Valle d'Aosta (PIL procapite 31.000 euro) ha rifiutato di accogliere altri 79 migranti, adducendo di averne già accolti 62. Il governatore Augusto Rollandin, nelle sue funzioni prefettizie, ha infatti comunicato alla direzione centrale dei servizi civili per l'immigrazione e l'asilo che la regione si trova nella “assoluta impossibilità” di “garantire posti di accoglienza temporanea che rispondano a criteri di sostenibilità e di dignità”, oltre a quelli già occupati. Sarebbe bastato che su 74 comuni ciascuno accogliesse un migrante  e Aosta tre. Ma era impossibile. Anzi, assolutamente impossibile.
Su iniziativa dell’ ex presidente José Mujica, l’Uruguay (PIL procapite 10.000 euro) ha invece accettato di accogliere in questi mesi più di 140 profughi provenienti dalla Siria. La CNN ci fa poi sapere che il Brasile (PIL procapite 11.000 euro), invece, di siriani ne ha accolti 1.400 e c'è già chi sta lavorando.
Curiosamente, il 50% degli uruguayani ed il 18% dei brasiliani sono di origine italiana. Quanta cattiva memoria!