A quelli che stanno leggendo perché gli interessa sebbene non siano
della Sexta:
In questi giorni, come ogni volta che avviene questa cosa che
chiamano “processo elettorale”, sentiamo e vediamo che se ne escono col fatto che
l’EZLN chiama all’astensione, cioè che l’EZLN dice che non si deve votare.
Dicono questa e altre stupidaggini, poiché hanno la testa grande per niente,
visto che non studiano la storia e neppure ci provano. E questo seppure
scrivano libri di storia e biografie e prendano i soldi per tali libri. Ovvero,
guadagnano per dir bugie. Come i politici.
Chiaro chevoi sapete che a noi
non interessano le cose che fanno quelli di sopra per cercare di convincere la
gente di sotto del fatto che la tengano in considerazione.
Come zapatisti che siamo non chiamiamo a non votare e nemmeno a
votare. Come zapatisti che siamo ciò che facciamo, ogni volta che è possibile,
è dire alla gente che si organizzi per resistere, per lottare, per ottenere ciò
di cui si ha bisogno.
Noi, come molti altri tra i popoli originari di queste terre, ormai
conosciamo il modo di fare dei partiti politici, e si tratta di una brutta
storia di brutta gente.
Una storia che per noi come zapatisti che siamo ormai storia passata.
Credo che fu il defunto Tata Juan Chávez Alonso a dire che i partiti
politici dividono i popoli, li mettono gli uni contro gli altri, li fanno
litigare perfino tra parenti.
E di quando in quando, lo vediamo accadere in queste terre.
Voi sapete che in varie comunità nelle quali stiamo, c’è gente che
non è zapatista, che vivacchia senza organizzarsi e aspettando che il
malgoverno gli passi la sua elemosina per farsi qualche foto per dimostrare che
il governo è buono.
Allora vediamo che,ogni volta che ci
sono elezioni, alcuni si vestono di rosso, altri di azzurro, altri di verde,
altri di giallo, altri trasparenti, e così combattono tra di loro,
a volte tra gli stessi familiari.Perché combattono?
Ebbene, per vedere chi li comanderà, a chi obbediranno, chi gli darà ordini.
E pensano che se vince il tale colore, chi ha appoggiato quel colore riceverà
più elemosina. E allora li vediamo dire che sono ben decisi e consapevoli
nell’aderire a un partito, e a volte arrivano ad ammazzarsi per un fottuto
colore. Perché sono quelli che già comandano a volere l’incarico, a volte
vestendosi di rosso, o di azzurro, o di verde, o di giallo, o mettendosi un
nuovo colore. E dicendo che fanno parte del popolo e che bisogna appoggiarli.
Ma non fanno parte del popolo, sono gli stessi governanti che un giorno sono
deputati locali, un altro sono sindaci, un altro sono funzionari di partito,
poi sono presidenti municipali e così via, saltando da un incarico all’altro, e
anche da un colore all’altro. Sono gli stessi, gli stessi cognomi, sono i
parenti, i figli, i nipoti, gli zii, i cugini, i parenti, i cognati, i
fidanzati, gli amanti, gli amici degli stessi bastardi e bastarde di sempre. Edicono sempre la stessa roba: dicono che salveranno il popolo, che ora si
comporteranno bene, che non ruberanno più così tanto, che aiuteranno i
poveracci, che li tireranno fuori dalla miseria.
Ebbene, si spendono i loro soldi, che ovviamente non sono loro bensì
sono presi dalle imposte. Però queste bastarde e bastardi non spendono i soldi
per aiutare o sostenere i poveracci. No. Li spendono per mettere i loro nomi e
le loro foto nella propaganda elettorale, negli annunci delle radio e
televisioni commerciali, nei loro giornali e riviste a pagamento, e compaiono
perfino al cinema.
Ebbene, quelli che nelle comunità sono sostenitori sfegatati di un
partito al momento delle elezioni e molto consapevoli del loro colore, quando
alla fine viene fuori chi ha vinto passano tutti a quel colore, perché pensano
che così gli verrà dato il loro regalino.
Per esempio, che ora gli daranno un televisore. Ebbene, come
zapatisti che siamo noi diciamo che gli stanno dando una pattumiera, perché
attraverso la televisione gli manderanno un mucchio di spazzatura. Ma se prima
il problema era che gli dessero tutto o no, ora non gli danno e non gli daranno
più nulla.
Se glielo davano, era perché diventassero scansafatiche.Si sono perfino dimenticati come si lavora la terra.Se ne stanno lì, aspettando che
arrivino i soldi del governo per spenderseli in bevute. E se ne stanno lì nelle
loro case, sfottendoci perché noi andiamo al campo di lavoro mentre loro non
fanno che aspettare che ritorni la moglie, la figlia, mandate a raccattare il
sussidio, il sostegno del governo.
E così via, finché non arriva più. Senza preavviso, non esce nei
media prezzolati, nessuno viene a dirgli di essere i loro salvatori.
Semplicemente, cessa il sostegno. E quel fratello o sorella si rende conto di
non aver più nulla, né per le bevute, né tanto meno per il mais, i fagioli, il
sapone, i pantaloni. E allora deve tornare al campo di lavoro ormai in
abbandono, inselvatichito che nemmeno ci si può camminare. E siccome si è ormai
dimenticato come si lavora, gli si gonfiano le mani tanto che nemmeno può
impugnare il machete.Lo hanno fatto
diventare un essere inutile che vive solo di elemosine e non di lavoro.
Ecco ciò che già sta succedendo. Non viene fuori nelle notizie dei
malgoverni. Al contrario, viene fuori che vengono dati molti fondi. Ma nei
villaggi non arriva più nulla. Dove va a finire il denaro che il malgoverno
dice di stare dando per la campagna di elemosine sulla fame? Ebbene, già lo
sappiamo chelà sopra hanno detto
che ci sarà meno denaro o che semplicemente non ce ne sarà più.
Voi credete che, mentre il contadino ormai campa di elemosina si dimentica di
lavorare, quello che sta sopra e che gli passava il sussidio lavori? No, anche
quello di sopra è abituato a ricevere gratis. Non sa vivere onestamente
lavorando, sa solo vivere occupando incarichi di governo.
Quindi succede che essendoci meno soldi non arriva più nulla. Resta
tutto di sopra. Un po’ lo arraffa il governatore, un altro po’ il giudice, un
altro po’ il poliziotto, il deputato, il presidente municipale, il sindaco, il
leader contadino e a quel punto alla famiglia del sostenitore di partito non
arriva più nulla.
Prima sì che arrivava, ma ora non più. “Che succede?”, chiede il
sostenitore di partito. E pensa che il problema sia che il tal colore non serve
più, e prova a passare a un altro colore. Il risultato è lo stesso. Nelle
assemblee i sostenitori di partito si incazzano, si urlano addosso, si accusano
l’un l’altro, si chiamano traditori, venduti, corrotti. È in effetti sì, sia
quelli che gridano che quelli che subiscono le urla sono traditori, venduti e
corrotti.
E allora, la base di questi partiti si dispera, si angustia, è presa
dalla pena. È svelato l’inganno perché nelle nostre case zapatiste c’è il mais,
ci sono i fagioli, c’è la verdura, c’è quel minimo di soldi per le medicine e i
vestiti. E dal lavoro collettivo viene fuori quel che serve per sostenerci tra
di noi in caso di necessità. C’è la scuola, c’è la clinica. Non è il governo
che ci viene ad aiutare. È che noi stessi ci aiutiamo tra compagni zapatisti e
con le compagne e i compagni della Sexta.
Allora viene il fratello affiliato al partito e ci chiede che fare,
perché è messo male.
Ebbene, sappiate cosa rispondiamo noi:
Non gli diciamo di cambiare il partito per un altro meno peggio.
Non gli diciamo di votare.
Nemmeno gli diciamo di non votare.
Non gli diciamo di farsi zapatista, perché lo sappiamo bene, per la
nostra storia, che non tutti hanno la forza d’animo di essere zapatisti.
Non lo prendiamo in giro.
Semplicemente gli diciamo di organizzarsi.
“E allora cosa faccio?”, ci chiede.
E allora gli diciamo: “Veditela da solo sul da farsi, secondo quel
che ti dice il tuo cuore, la tua testa, e non che venga qualcun altro a dirti
cosa devi fare”.
E lui ci dice: “E’ che la situazione è veramente incasinata”.
E noi non gli diciamo bugie, non gli facciamo chissà che grandi
discorsi. Noi gli diciamo soltanto la verità:
“Non farà che peggiorare”.
-*-
Sappiamo bene che così vanno le cose.
Ma come zapatisti abbiamo anche ben chiaro che c’è ancora gente che
da altre parti della città e della campagna, cade nella trappola di mettersi
con i partiti.
Sembra molto vantaggioso mettersi coi partiti, perché si guadagnano
soldi senza lavorare, senza sbattersi per guadagnare pochi centesimi e avere il
minimo per mangiare, vestirsi e curarsi.
Ciò
che fanno quelli di sopra è ingannare la gente. Questo è il loro lavoro, vivono
di questo.
Lo vediamo che c’è gente che ci crede, crede che la situazione
migliorerà, che il tal dirigente risolverà il problema, che si comporterà bene,
che non ruberà molto, che intrallazzerà solo un po’, che bisogna provare.
Quindi noi diciamo che sono pezzi di piccole storie che devono
passare. Che devono constatare con i propri occhi che non ci sarà nessuno che
risolverà il problema, ma che dobbiamo risolverlo noi stessi, stesse, come
collettivi organizzati.
Le soluzioni le dà il popolo, non il leader, non i sostenitori dei
partiti.
E non lo diciamo solo perché suona bene. È perché lo abbiamo visto
accadere realmente, è perché già lo facciamo.
-*-
Può
darsi che molto tempo fa, alcuni aderenti ai partiti di sinistra, prima di
istituzionalizzarsi, cercassero di creare coscienza tra il popolo. Non
cercavano il potere attraverso le elezioni,ma di smuovere il popolo perché si
organizzasse, e lottasse, e cambiasse il sistema. Non solo il governo. Tutto,
tutto il sistema.
Perché dico aderenti ai partiti di sinistra istituzionale? Be’,
perchésappiamo che ci sono
partiti di sinistra che non sono coinvolti negli intrallazzi di sopra, che
hanno le loro modalità, ma non si vendono, né si arrendono, né cambiano il loro
pensiero sul fatto che bisogna finirla con il sistema capitalistico.Perché lo
sappiamo, enoi come zapatisti
non lo dimentichiamo, che la storia della lotta di sotto è scritta anche con il
loro sangue.
Ma
la grana è la grana e il sopra è il sopra. E gli aderenti ai
partiti di sinistra istituzionale hanno cambiato il loro modo di pensare che è
diventato la ricerca di un posto, per i soldi. Semplicemente: i soldi. Cioè la
grana.
O pensate che creare coscienza si faccia disprezzando, umiliando,
criticando la gente di sotto? Dicendogli che sono dei mangiapanini che non
pensano? Che sono ignoranti?
Pensate che creino coscienza se, quando gli si dice: “senti tu, uomo
di partito di sinistra, quel capretto o capra, che tu dici essere la speranza,
è già stato di altri colori e non è che un ratto”, ti rispondono che sei
venduto a Peña Nieto?
Pensate che creino coscienza se dicono alla gente la menzogna che noi
zapatisti diciamo di non votare; magari perché stanno vedendo che forse non
otterranno l’elezione, ossia più grana, e stanno cercando un pretesto per
incolpare qualcuno?
Pensate che creino coscienza se stanno dicendo di non votare chi non
ha studiato ed è povero perché sono ignoranti che votano soltanto il PRI?
Se il Velasco del Chiapas dà ceffoni con la mano, questi uomini di
partito danno ceffoni con il loro razzismo mal nascosto.
Guardate che l’unica coscienza che stanno creando questi uomini di
partito è che, oltre a essere orgogliosi, sono degli imbecilli.
Cosa si credono?
Che dopo aver ricevuto i loro insulti, le loro menzogne e i loro rimbrotti,
la gente di sotto accorrerà a inginocchiarsi dinanzi al loro colore, a votare
per loro e a pregarli di salvarla?
Ecco cosa diciamo come zapatisti: ecco la prova che per essere un
politico di partito di sopra bisogna essere bavoso o svergognato o criminale, o
le tre cose insieme.
-*-
Noi zapatisti diciamo chenon bisogna aver
paura che il popolo comandi. È la cosa più sana e giudiziosa.
Perché il popolo stesso cambierà le cose come ha veramente bisogno. Esolo così esisterà un nuovo
modo di governare.
Non è che non capiamo che significhi eleggere o elezione. Noi
zapatisti abbiamo un altro calendario e un’altra geografia su come fare le
elezioni in territorio ribelle, resistendo.
I nostri villaggi eleggono già per conto proprio, e non si spendono
milionate né si consumano tonnellate di immondizie plastiche, di teloni con le
loro fotografie di ladruncoli e criminali.
Certo, abbiamo appena 20 anni di cammino nell’elezione delle nostre
autorità autonome, secondo la vera democrazia. Così abbiamo camminato, con la
Libertà che con cui stiamo e con l’altra Giustizia del popolo organizzato. Dove
si coinvolgono migliaia di donne e di uomini per scegliere. Dove tutte e tutti
sono d’accordo e si organizzano nella vigilanza affinché mantengano il mandato
dei villaggi. Dove i villaggi si organizzano per vedere quali saranno i lavori
spettanti alle autorità.
Cioè come il popolo comanda il suo governo.
I villaggi si organizzano in assemblee, dove si iniziano a esprimere
pareri e di conseguenza a venire fuori le proposte che vengono studiate, nei
loro pro e contro, e si analizza qual è la migliore. E prima di decidere le
portano a tutti i villaggi per l’approvazione e tornano in assemblea per la
presa di decisione secondo la maggioranza della decisione dei villaggi.
Questa è già la vita zapatista nei villaggi. È già una cultura di
verità.
Vi sembra che sia molto lento? Perciò noi diciamo che è in base al
nostro calendario.
Vi sembra che avvenga perché siamo popoli originari? Perciò diciamo
che è secondo la nostra geografia.
È chiaro che abbiamo commesso molti errori, molti sbagli. Certo che
ne faremo altri.
Ma sono i nostri sbagli.
Noi li commettiamo. Noi li paghiamo.
Non come nei partiti nei quali i dirigenti sbagliano e per di più
incassano, e quelli di sotto sono quelli che la pagano.
Perciò
la storia delle elezioni nel mese di giugno non ci fa né caldo né freddo.
Non
facciamo una chiamata né a votare né a non votare. Non ci interessa.
C’è
di più: nemmeno ci preoccupa.
Quel
che interessa a noi zapatisti è sapere di più su come resistiamo e affrontiamo
le molte teste del sistema capitalista che ci sfrutta, ci reprime, ci disprezza
e ci ruba.
Perché non è solo da un lato e in un modo che il capitalismo opprime.
Opprime se donna. Opprime se impiegato. Opprime se operaio. Opprime se
contadino. Opprime se giovane. Opprime se bambina o bambino. Opprime se
maestro. Opprime se studente. Opprime se artista. Opprime se pensi. Opprime se
sei umano, o pianta, o acqua, o terra, o aria, o animale.
Non importa che lo profumino o lavino, il sistema capitalista “gronda
sangue e fango, da tutti i pori, dalla testa ai piedi” (andatevi a vedere chi
lo ha scritto e dove).
Pertanto la nostra idea non è di promuovere il voto.
Tanto meno di promuovere l’astensione o il voto in bianco.
Il
nostro pensiero non è di fornire ricette su come far fronte al problema del
capitalismo. Non è nemmeno per imporre il nostro pensiero ad altri.
Il seminario serve a vedere le varie teste del sistema capitalista, a
cercare di capire se ha nuovi metodi per attaccarci o sono gli stessi di prima.
Se ci interessano i pensieri altrui è per vedere se è vero ciò che
vediamo arrivare, ovvero una crisi economica tremenda che si congiungerà ad
altri mali e farà molti danni a tutte e tutti da tutte le parti, in tutto il
mondo.
Perciò se è vero che sta per accadere questo, o che sta già
accadendo, bisogna pensare se ha senso agire allo stesso modo di prima.
Pensiamo che dobbiamo obbligarci a pensare, ad analizzare, a
riflettere, a criticare, a cercare il nostro proprio passo, il nostro proprio
modo, nei nostri luoghi e nei nostri tempi.
Orachiedo a voi che
state leggendo queste righe: che votiate o no, vi danneggia pensare come va il
mondo nel quale viviamo, analizzarlo, capirlo?Pensare criticamente vi impedisce di
votare o di astenervi? Vi aiuta o no a organizzarvi?
-*-
Finendola
sulle elezioni:
Soltanto perché resti ben chiaro e non vi facciate ingannare sul
fatto che diciamo ciò che non diciamo.
Noi capiamo che ci sono quelli che credono di poter cambiare il
sistema votando alle elezioni.
Noi diciamo che è una cazzata perché è chi comanda a organizzare le
elezioni, a dire chi è candidato, a dire come si vota e quando e dove, a dire
chi vince, ad annunciarlo e a dire se tutto si è svolto in maniera legale o no.
Ma va bene, c’è gente che pensa di sì. Va bene, noi non diciamo di
no, ma nemmeno di sì.
Quindi,che votino per un
colore o trasparente, o non votino, quel che noi diciamo è che bisogna
organizzarsi e prendere nelle nostre mani il governo e obbligarlo a obbedire al
popolo.
Se avete già pensato di non votare, noi non diciamo che va bene, e
nemmeno diciamo che va male. Vi diciamo solo che pensiamo che non basti, che
bisogna organizzarsi. E ovviamente di prepararvi perché vi daranno la colpa
delle miserie della sinistra partitica istituzionale.
Se avete pensato di votare e già sapete chi voterete, è uguale, non
discutiamo se va bene o va male. Quel che vi diciamo chiaramente è di
prepararvi perché resterete molto arrabbiati per gli inganni e le frodi che
subirete. Perché a ingannare sono esperti quelli che stanno al Potere. Perché
quel che succederà è già deciso da quelli di sopra.
Sappiamo anche che ci sono leader che ingannano la gente. Le dicono
che ci sono solo due strade per cambiare il sistema: o la lotta elettorale o la
lotta armata.
Ecco ciò che dicono per ignoranza o per assenza di vergogna, o per
entrambe.
In primo luogo, essi non stanno lottando per cambiare il sistema, né
per prendere il potere, bensì per diventare governo. Non è la stessa cosa.
Dicono che una volta al governo faranno cose buone, ma hanno cura di mettere in
chiaro che non cambieranno il sistema, bensì che ne rimuoveranno gli aspetti
negativi.
Converrebbe che studiassero un po’ e capissero che essere governo non
è detenere il Potere.
Si vede come non sappiano nemmeno che rimuovendo gli aspetti negativi
del capitalismo non c’è più capitalismo. E vi dirò perché: perché il
capitalismo è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dei molti da parte di pochi.
Se ci aggiungete anche le donne, la faccenda non cambia. Se ci aggiungete anche
glialtrei, la faccenda
non cambia. Continua ad essere il sistema nel qualealcuneisi arricchiscono a spese del lavoro dialtrei. E sono
pochi glialtreidi
sopra, e sono molti glialtreidi
sotto. Se gli affiliati ai partiti dicono che ciò va bene e che bisogna solo
stare attenti che non passino il segno, che lo dicano pure.
Maper arrivare a essere
governo non ci sono solo due vie come dicono loro(la via
armata e la via elettorale). Dimenticano che anche il governo si può comprare
(o hanno già dimenticato com’è arrivato al governo Peña Nieto?). E non solo
questo, forse non lo sanno ma si può comandare senza essere governo.
Se questa gente dice che si può fare solo con le armi o con le
elezioni, l’unica cosa che dicono è che non conoscono la storia, che non
studiano bene, che non hanno immaginazione, che sono degli svergognati.
Basterebbe che guardassero un po’ di sotto. Ma ormai gli si è torto
il collo dal tanto guardare di sopra.
Perciò noi zapatisti non ci stanchiamo di dire: organizzatevi,
organizziamoci, ciascuno nei suoi luoghi, lottiamo per organizzarci, lavoriamo
per organizzarci, pensiamo a iniziare a organizzarci e incontriamoci per unire
le nostre organizzazioni per un Mondo in cui i popoli comandano e il governo
obbedisce.
Riassumendo: come abbiamo detto prima, come diciamo ora:che tu voti o no, organizzati.
E quindi noi zapatisti pensiamo che bisogna avere un pensiero
adeguato per organizzarsi. Cioè si necessita la teoria, il pensiero critico.
Col pensiero critico analizziamo le modalità del nemico, di chi ci
opprime, ci sfrutta, ci reprime, ci disprezza, ci deruba, ma andiamo
verificando anche com’è la nostra strada, come sono i nostri passi.
Perciò stiamo chiamando tutta la Sexta a fare riunioni di pensiero,
di analisi, di teoria, di come vedete il vostro mondo, la vostra lotta, la
vostra storia.
Vi
chiamiamo a realizzare i vostri semenzai e a condividere ciò che lì seminerete.
-*-
Noi come zapatisti continueremo ad autogovernarci secondo il
principio cheil popolo comanda e
il governo obbedisce.
Come dicono i compagni zapatisti:Hay lum tujbil vitil ayotik. Vuol dire: va molto bene
come siamo.
Un’altra:Nunca ya kikitaybajtic bitilon zapatista. Vuol dire:
non smetteremo mai di essere zapatisti.
Un’altra ancora:Jatoj kalal yax chamon te yax voon sok viil zapatista.
Vuol dire: Fino a quando morirò il mio nome sarà zapatista.
Dalle montagne del sudest messicano.
A nome di tutto l’EZLN, degli uomini, delle donne, dei bambini e
degli anziani dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Buona sera, giorno, notte a chi ci ascolta e chi ci
legge, indipendentemente da calendari e geografie.
Il mio nome è Galeano, Subcomandante Insurgente
Galeano. Sono nato all’alba del 25
maggio 2014, per volere collettivo e non mio, e nemmeno di altri, altre e otroas.
Come il resto delle mie compagne e compagni zapatisti, mi copro il volto quando
è necessario mostrarmi, e mi scopro per nascondermi. Nonostante non abbia
ancora compiuto un anno di vita, il comando mi ha assegnato il compito di
guardia, vedetta o sentinella in uno dei posti di osservazione di questa terra
ribelle.
Siccome non
sono abituato a parlare in pubblico, tantomeno di fronte a così
tante e così (scusate, dev’essere il singhiozzo da panico del palcoscenico),
dicevo così raffinate personalità, vi ringrazio per la comprensione per i miei
balbettii ed inciampi nella difficile e complicata arte della parola.
Ho assunto il nome di Galeano, il nome di un compagno
zapatista, un maestro ed organizzatore, indigeno che fu aggredito, rapito,
torturato ed assassinato da paramilitari patrocinati da una presunta
organizzazione sociale: la CIOAC-Histórica. L’incubo che si concluse con la vita del compagno maestro Galeano, iniziò
l’alba del 2 maggio 2014. Da quell’ora, noi, zapatiste e zapatisti,
abbiamo iniziato la ricostruzione della sua vita.
In quei giorni la direzione
collettiva dell’EZLN decise di far morire il personaggio autonominato SupMarcos, allora portavoce degli uomini,
donne, bambini ed anziani zapatisti. Da allora, l’incarico di portavoce dell’Esercito
Zapatista di Liberazione Nazionale è stato assunto dal Subcomandante Insurgente
Moisés. Per sua voce parliamo, attraverso i suoi occhi guardiamo, nei suoi
passi camminiamo, noi siamo lui.
Mesi dopo quel 2 maggio, la notte è scesa sul Messico aggiungendo
un nuovo nome alla già la lunga lista del terrore: “Ayotzinapa”. Come è già avvenuto altre volte nel mondo, una
geografia del basso veniva segnalata e nominata da una tragedia studiata ed
eseguita, cioè, un crimine.
Abbiamo già detto, per voce del Subcomandante
Insurgente Moisés, cosa ha significato Ayotzinapa per zapatiste e zapatisti.
Col vostro permesso e delle mie compagne e compagni cape e capi zapatisti,
riprendo le sue parole.
Ayotzinapa è dolore e rabbia, ma non solo. È anche e
soprattutto l’ostinato impegno dei
genitori e compagni degli assenti.
Alcuni di questi genitori che non hanno lasciato
cadere la memoria, ci hanno fatto l’onore della loro condivisione e sono qui
con noi in terre zapatiste.
Abbiamo ascoltato la parola di Doña Hilda e Don Mario,
madre e padre di César Manuel González Hernández, ed abbiamo la presenza e la
parola di Doña Bertha e Don Tomás, madre e padre di Julio César Ramírez Nava.
Con loro reclamiamo i 46 assenti.
A Doña Bertha e Don Tomás chiediamo di far arrivare queste
parole agli altri familiari degli assenti di Ayotzinapa. Perché è stata la loro
lotta a far avviare questo semenzaio.
Credo che più di una, uno, unoa, della
Sexta e dell’EZLN concorderanno con me che avremmo preferito che non fossero
qui. Voglio dire che avremmo
voluto che fossero qui ma non per dolore e rabbia, ma per un
abbraccio tra compagni. Che non fosse successo nulla quel 26 settembre. Che il
calendario avesse dato una mano amica ed avesse saltato quella data, e che la geografia si fosse persa e non si
fosse fermata ad Iguala, Guerrero, Messico.
Ma se dopo quella notte di terrore la geografia ha
raggiunto gli angoli più remoti del pianeta, e se il calendario resta fisso su quella data, è stato per il
vostro impegno, per la grandezza della vostra semplicità, per la vostra
dedizione incondizionata.
Non abbiamo conosciuto i vostri figli. Ma conosciamo
voi. E vorremmo che la nostra ammirazione e rispetto sia per voi una certezza,
anche nei vostri momenti di dolore e solitudine.
È vero, non possiamo
riempire le strade e le piazze delle grandi città.Ogni mobilitazione, per piccola che
sia, per le nostre comunità rappresenta una perdita importante nella loro
economia, già di per sé difficile, come quella di milioni di persone, sostenuta
con difficoltà dalla ribellione e resistenza che dura da oltre due decenni.
Dico nelle nostre comunità, perché i nostri aiuti non sono la somma di
individualità, ma sono azione collettiva, pensata ed organizzata. Sono parte
della nostra lotta.
Non possiamo emergere nelle reti sociali, né far
arrivare le vostre parole oltre i nostri cuori. Non possiamo nemmeno aiutarvi economicamente, anche se
sappiamo che questi mesi di lotta vi hanno segnato nella salute e nelle
condizioni di vita.
Succede anche che il nostro essere ribelli ed in
resistenza il più delle volte è visto con sospetto e sfiducia. Movimenti e
mobilitazioni che si svolgono da diverse parti, preferiscono non rendere
esplicita la nostra simpatia. Sensibili al “cosa diranno” mediatico, non
vogliono che la loro causa sia associata in alcun modo “agli incappucciati del
Chiapas”. Lo capiamo, non lo discutiamo. Il nostro rispetto per le ribellioni
che pullulano nel mondo include il rispetto delle loro valutazioni, dei loro
passi, delle loro decisioni. Rispettiamo, ma non ignoriamo. Siamo attenti ad ognuna delle mobilitazioni
che affrontano il Sistema. Cerchiamo di comprenderle, cioè, di conoscerle.
Sappiamo che il rispetto nasce dalla conoscenza, e che la paura e l’odio,
queste due facce del disprezzo, non poche volte nascono dall’ignoranza.
La stragrande maggioranza nel mondo, non solo nel
nostro paese, è come voi, sorelle e fratelli familiari degli assenti di
Ayozinapa. Persone che devono combattere giorno e notte per un pezzo di vita. Gente che deve lottare per strappare alla
realtà qualcosa per sopravvivere.
Chiunque in basso, uomo, donna, otroa, che
conosca la storia che vi addolora, simpatizza con la vostra lotta per chiedere
verità e giustizia. La condivide perché nelle vostre parole vedono la
ripetizione delle loro storie, perché si riconoscono nel vostro dolore, perché
si identificano con la vostra rabbia.
La maggioranza non è andata a manifestare, non ha
creato temi nelle reti sociali, non ha rotto vetri, non ha incendiato auto, non
ha gridato slogan, non ha usurpato palchi, non ha vi ha detto che non siete
soli.
Non l’hanno fatto semplicemente perché non hanno
potuto farlo.
Ma hanno ascoltato e rispettano il vostro movimento.
Non demoralizzatevi.
Non credete che, solo perché chi prima era al vostro
fianco ed ora se n’è andato dopo aver fatto la sua parte o dopo aver visto che
non avrebbe potuto farla, la vostra causa sia meno dolorosa, meno nobile, meno
giusta.
Il cammino che avete fatto
fino ad ora è stato intenso, certo. Ma voi sapete che c’è ancora molto da
camminare.
Sapete? Uno degli inganni di quelli che stanno sopra è
convincere quelli in basso che quello che non si ottiene rapidamente e
facilmente, non si otterrà mai. Convincerci che le lotte lunghe e difficili
stancano e non arrivano a niente. Truccano
il calendario del basso sovrapponendo il calendario di sopra: elezioni,
apparizione, riunioni, appuntamenti con la storia, date commemorative che
occultano solo il dolore e la rabbia.
Il Sistema non teme le
esplosioni, per quanto grandi e luminose siano. Se un governo cade, sui suoi
scaffali ne ha pronti altri da porre ed imporre. Quello che lo terrorizza è la perseveranza della
ribellione e la resistenza del basso.
Perché in basso il calendario è un altro. Il passo è
un altro. È un’altra la storia. È un altro il dolore ed un’altra la rabbia.
Ed ora, col trascorrere dei giorni, questo basso
diffuso e plurale che siamo, non solo è partecipe del vostro dolore e della
vostra rabbia. Ma siamo inoltre attenti alla vostra costanza, al vostro andare
avanti, al vostro non arrendervi.
Credete. La vostra lotta non dipende dal numero di
manifestanti, dal numero di righe sui giornali, dal numero di citazioni nelle
reti sociali, dal numero di incontri ai quali siete invitati.
La vostra lotta, la nostra lotta, le lotte del basso in generale dipendono
dalla resistenza. Dal non arrendersi, dal non vendersi, dal non
tentennare.
Naturalmente, questo secondo noi, zapatiste e
zapatisti. Ci sarà gente che vi dirà altre cose. Vi diranno che è più
importante stare con loro. Per esempio, che è più importante invitare a votare
per quel tal partito politico perché così troveranno gli assenti. E che se non
inviterete a votare per quel tal partito, non solo avrete perso l’opportunità
di ritrovare coloro che vi mancano, ma sarete anche complici del proseguimento
del terrore nel nostro paese.
Sapete bene che ci sono partiti politici che
approfittano dei bisogni materiali della gente. Che offrono generi alimentari,
materiale scolastico, carte prepagate, biglietti per il cinema, cappellini,
panini e bibite colorate in tetra pack? Beh, c’è anche chi
approfitta dei sentimenti delle persone. La speranza, amici e nemici, è il
bisogno maggiormente quotato là sopra. La speranza che tutto cambi, la speranza
di benessere, democrazia, giustizia, libertà. La speranza che gli illuminati di
sopra emancipino dal basso i reietti, per poi rivenderla. La speranza in cui la soluzione dei bisogni
dipende dal colore di uno dei prodotti sullo scaffale del sistema.
Forse è gente che ne sa più di noi zapatiste e
zapatisti. Sono saggi. Inoltre, vengono pagati per sapere. La conoscenza è la
loro professione, di quella vivono… o con quella defraudano.
Loro ne sanno più di noi, e riferendosi a noi dicono
che siamo “persi là, sulle montagne, chissà dove”, e dicono che invitiamo all’astensione e che
siamo settari, forse perché, a differenza di loro, noi rispettiamo i
nostri morti.
È così comodo pronunciare e ripetere nozioni e bugie!
Così a buon mercato diffamare e calunniare, e poi predicare l’unità, il nemico
principale, l’infallibilità del pastore, l’incapacità del gregge.
Molti anni fa, noi zapatisti non facevamo marce, non
gridavamo slogan, né inalberavamo striscioni, né alzavamo i pugni. Fino a che
una volta abbiamo sfilato. La data: il 12 ottobre 1992, quando in alto
celebravano i 500 anni dell’”incontro dei due mondi”. Il luogo: San Cristóbal
de Las Casas, Chiapas, Messico. Invece degli striscioni, portavamo archi e
frecce, ed un silenzio sordo era
il nostro slogan.
Senza chiasso, la statua del conquistatore cadde. Se
l’hanno risollevata, non importa. Non potranno mai risollevare di nuovo la
paura di quello che rappresentava.
Qualche mese dopo, tornammo nelle città. Neanche
quella volta avevamo slogan né striscioni, e non portavamo archi e frecce.
Quell’alba odorava di fuoco e polvere da sparo. E furono i nostri volti a
sollevarsi.
Mesi dopo arrivarono alcuni dalla città. Ci
raccontarono delle grandi marce, degli slogan, degli striscioni, dei pugni
alzati. Naturalmente, sempre premettendo che se questi poveri indios e indias,
siamo sempre attenti all’equità di genere, erano sopravvissuti, era grazie a loro che nelle città avevano
fermato il genocidio dei primi giorni di quell’anno 1994. Noi zapatiste
e zapatisti non domandammo se prima del 1994 non ci fosse stato genocidio, né
se fosse stato fermato, né se quelli della città stavano parlando di qualcosa
già successo o delle sue conseguenze. Noi zapatiste e zapatisti capimmo che
c’erano altre forme di lotta.
Poi abbiamo fatto le nostre marce, i nostri slogan, i
nostri striscioni ed alzato i pugni. Da allora le nostre marce sono un pallido
riflesso di quella marcia che illuminò l’alba dell’anno 94. I nostri slogan
hanno la rima disordinata delle canzoni negli accampamenti guerriglieri di
montagna. I nostri striscioni sono tremendamente complicati per trovare
l’equivalente di quello che nelle nostre lingue si descrive con una parola,
mentre in altre lingue c’è bisogno dei tre tomi del Capitale. I nostri pugni alzati più che sfidare,
salutano. Come se si rivolgessero al domani e non al presente.
Ma qualcosa non è cambiato: i nostri volti sono ancora sollevati.
Anni dopo, i nostri cosiddetti creditori della città
ci chiesero di partecipare alle elezioni. Noi non capimmo, perché noi non
avevamo mai chiesto a loro di sollevarsi in armi, né che resistessero, né che
si ribellassero contro il malgoverno, né che onorassero i loro morti in lotta.
Non abbiamo mai chiesto loro di coprirsi il volto, di negarsi il nome, di
abbandonare famiglia, professione, amicizie, tutto. Ma i moderni conquistadores, travestiti di sinistra
progressista, ci minacciarono: se non li seguivamo, ci avrebbero lasciato soli
e saremmo stati i colpevoli della destra reazionaria al governo. Eravamo
loro debitori, dissero, e presentarono il conto da pagare stampato su una scheda
elettorale.
Noi, zapatiste e zapatisti non capivamo. Eravamo insorti per comandarci da soli, non
perché qualcun altro ci comandasse. Si arrabbiarono.
Poi quelli della città hanno continuato a fare cortei,
gridare slogan, alzare pugni e striscioni, ed ora aggiungono tweet, hashtag, like, trending topics, followers,
nei loro partiti politici ci sono gli stessi che ieri erano nella destra
reazionaria, ai loro tavoli siedono insieme gli assassini ed i
familiari degli assassinati, ridono e brindano insieme per i soldi ricevuti, si
lamentano e piangono insieme per le poltrone perse.
Nel frattempo noi zapatiste e zapatisti qualche volta
abbiamo sfilato, gridato slogan impossibili o taciuto, a volte abbiamo
sollevato striscioni e pugni, sempre lo sguardo. Diciamo che non abbiamo
manifestato per sfidare il tiranno, ma per salutare chi, in altre geografie e
calendari, lo affronta. Per sfidarlo, noi costruiamo. Per sfidarlo, noi
creiamo. Per sfidarlo, noi immaginiamo. Per sfidarlo, noi cresciamo e ci
moltiplichiamo. Per sfidarlo, noi viviamo. Per sfidarlo, noi moriamo. Invece dei tweet, facciamo scuole
e cliniche, invece di trending topics, feste per celebrare la vita
e sconfiggere la morte.
Nella terra dei creditori della città continua a
comandare il padrone, con un’altra faccia, con un altro nome, di un altro
colore.
In terra zapatista comanda il popolo ed il governo
obbedisce.
Forse per questo noi zapatiste e zapatisti non
capivamo che noi dovevamo essere i seguaci, ed i leader della città i capi.
E continuiamo a non capire.
Ma può
essere che la verità e la giustizia che voi, noi e tutti, tutte, todoas,
cerchiamo, si ottenga grazie al dono di un leader circondato da persone
intelligenti come lui, un salvatore, un padrone, un capo, un modello, un
pastore, un governante, e tutto solo col minimo sforzo di inserire una scheda
nell’urna, un tweet, la presenza nel corteo, al meeting, nella
lista degli affiliati… o tacendo di fronte alla farsa che simula interesse
patriottico dove c’è solo fame di Potere.
Se è vero o no, forse ce lo diranno altre idee durante
questo semenzaio.
Quello che noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo
imparato è che non è vero. Da
sopra vengono solo sfruttamento, furto, repressione, disprezzo. Da sopra, viene
solo dolore.
E da
sopra vi chiedono, esigono che li seguiate. Che voi dovete a loro
che il vostro dolore sia conosciuto a livello mondiale, che dovete a loro le
piazze piene, le strade colme di colore e ingegno. Che voi dovete a loro
l’opera di polizia che ha denunciato, perseguitato e demonizzato gli
“anarco-inflitrati-schifosi”. Che voi dovete a loro le manifestazioni ordinate,
gli articoli sui giornali, le foto a colori, le recensioni favorevoli e le
interviste.
Noi, zapatiste e zapatisti, vi diciamo:
Non temete di perdere chi
non è mai stato davvero con voi. Sono loro che non vi meritano. Che si avvicinano al vostro dolore come ad
uno spettacolo alieno che piace o no, ma del quale non saranno mai parte reale.
Non temete di essere
abbandonati da chi
non vuole accompagnarvi ed appoggiarvi, ma solo gestirvi, domarvi, farvi
arrendere, usarvi e poi gettarvi via.
Temete invece di dimenticare la vostra causa, di
abbandonare la lotta.
Ma finché
resisterete avrete il rispetto e l’ammirazione di molta gente in
Messico e nel mondo.
Persone come quelle che oggi sono qui con noi.
Come Adolfo Gilly.
Quello che ora vi dirò, non era previsto. La ragione?
Inizialmente sia Adolfo Gillys
ia Pablo González Casanova avevano
detto che forse non sarebbero stati presenti, entrambi per problemi di salute.
Ma Adolfo è qui, e a lui ora chiediamo di parlare dopo Don Pablo.
Il defunto supMarcos
raccontava che a
volte qualcuno criticava che l’EZLN avesse tante attenzioni per Don Luis
Villoro, Don Pablo González Casanova e Don Adolfo Gilly. L’accusa si basava
sulle divergenze che queste tre persone avevano rispetto allo zapatismo, mentre
non ci fosse la stessa deferenza verso intellettuali che erano cento percento
zapatisti. Immagino che il Sup, dopo aver acceso la pipa, dicesse: “Per prima
cosa, le loro differenze non sono su ciò che è lo zapatismo, bensì su
valutazioni, analisi o posizioni che lo zapatismo assume rispetto diversi temi.
In secondo luogo, personalmente ho visto queste tre persone di fronte ai miei
capi compagne e compagni. Qua sono arrivati intellettuali di grande prestigio
ed alcuni nemmeno tanto apprezzati. Sono venuti ed hanno detto la loro parola.
Pochi, molto pochi, hanno parlato con le comandanti ed i comandanti. Solo di fronte a quelle tre persone ho visto
i miei capi e cape parlare ed ascoltare da uguale a uguale, con
mutua fiducia e cameratismo. Come hanno fatto? Bisognerebbe chiederlo a loro.
Quello che so è che questo costa, ottenere la parola e l’ascolto delle mie
compagne e compagni capi e cape, con rispetto e affetto, costa e molto. In
terzo luogo, aggiunse il Sup, sbagli se pensi che noi zapatisti cerchiamo
specchi, consensi ed applausi. Noi apprezziamo e stimiamo le differenze nelle
idee, naturalmente se sono idee critiche ed articolate, e non quei pasticci che
ora abbondano tra il progressismo istruito. Noi, zapatiste e zapatisti, non
valutiamo un’idea sulla base del fatto che coincida oppure no con le nostre, ma
se ci fa pensare, se ci provoca, soprattutto se rende conto esattamente della
realtà. Queste tre persone naturalmente hanno mantenuto posizioni differenti e
perfino contrarie alla nostra rispetto diverse situazioni.
Mai, non sono mai stati contro di noi. E, nonostante
il viavai della moda, sono stati sempre al nostro fianco.
I loro argomenti critici e non poche volte contrari ai
nostri, non ci hanno convinti, certo, ma ci hanno aiutato a comprendere che
esistono posizioni diverse e pensieri differenti, e che è la realtà a decretare
la ragione, non un tribunale auto-istituito nell’accademia o nella militanza. Provocare il pensiero, la discussione, il
dibattito è qualcosa che noi zapatisti apprezziamo molto.
Per questo la nostra ammirazione va al pensiero
anarchico. È chiaro che non siamo
anarchici, ma i suoi concetti sono di quelli che provocano e animano, che fanno
pensare. E credimi, il pensiero critico ortodosso, per definirlo in
qualche modo, ha molto da imparare sotto questo aspetto, e non solo dal
pensiero anarchico. Per farti un esempio, la critica allo Stato in quanto tale,
è qualcosa presente nel pensiero anarchico già da molto, molto tempo.
Ma tornando ai nostri 3, disse il Sup a chi chiedeva
una spiegazione zapatista, quando chiunque di voi riuscirà a sedersi di fronte
ai miei compagni e compagne senza che questi temano di essere presi in giro, di
essere giudicati, di essere condannati; quando riuscirà a parlare con loro da
uguale e con rispetto; quando sarà visto come compagno e compagna e non come un
giudice estraneo; quando gli mostrino affetto, come si dice qua; o quando il suo pensiero, coincidente o no
col nostro, ci aiuti a scoprire il funzionamento dell’Idra; ci suggerisca nuove
domande; ci inviti a percorre nuove strade; ci faccia pensare; o
quando potrà spiegare o sollecitare l’analisi di un aspetto concreto della
realtà; allora, e solo allora vedrà che avremo per lui le stesse poche
attenzioni che possiamo offrire. Nel frattempo, disse il Supmarcos con quel
senso dello humor acido che lo caratterizzava, abbandonate per favore queste
gelosie etero-patriarcali, mondialiste, viperine e stupide.
Ho ricordato questo aneddoto che mi è stato riferito dal SupMarcos, perché
alcuni mesi fa, quando è venuta in visita una delegazione dei familiari che
lottano per la verità e la giustizia per Ayotzinapa, uno dei papà ci ha
raccontato di una loro riunione con il malgoverno. Non ricordo se fosse la
prima. Don Mario ci raccontò che i funzionari erano arrivati con le loro carte
e la loro burocrazia, come se si stessero occupando di un cambiamento di targhe
e non di un caso di sparizione forzata. I familiari erano impauriti ed
arrabbiati e volevano parlare, ma il burocrate che avevano davanti diceva che
potevano parlare solo quelli che erano autorizzati e li intimoriva. Don Mario
racconta che con loro c’era un signore di mezza età, “di giudizio”
direbbero le zapatiste e gli zapatisti. Quel signore, senza che nessuno se
l’aspettasse, diede una manata sul tavolo ed alzò la voce chiedendo che fosse
data la parola a chiunque familiare che volesse parlare. Don Mario ci disse,
parola più, parola meno, “quel
signore non aveva paura, e ce la tolse anche a noi e così cominciammo a
parlare, e da allora non ci siamo più fermati”. Quell’uomo che spinto
dalla rabbia si era imposto di fronte alla negligenza governativa, avrebbe
potuto essere una donna, o unoa otroa, e sono sicuro che ognuno di
voi avrebbe fatto la stessa cosa o qualcosa di simile in quelle circostanze, ma
è toccato farlo a quel signore che si
chiama Adolfo Gilly.
Compas familiari:
A questo ci riferiamo quando diciamo che c’è gente che sta con voi senza considerarvi
una merce da comprare, vendere, scambiare o derubare.
E come lui, ce ne sono altre, altri, otroas,
che non picchiano i pugni sul tavolo solo perché non ce l’hanno davanti,
altrimenti vedreste.
Noi zapatisti abbiamo
imparato anche che niente di quello che meritiamo e di cui abbiamo bisogno si ottiene
con facilità né rapidamente.
Perché la speranza per quello che sta sopra è una
merce. Ma per chi sta in basso è la lotta per una certezza: Otterremo ciò che
meritiamo e di cui abbiamo bisogno perché ci stiamo organizzando e stiamo
lottando per questo.
Il nostro destino non è la felicità. Il nostro destino è lottare, lottare sempre,
ad ogni ora, in ogni momento, in tutti i luoghi. Non importa che il
vento non sia a favore. Non importa che abbiamo tutto contro. Non importa che
arrivi la tormenta.
Perché, lo crediate o no, i popoli originari sono
specialisti in tormente. Sono lì. E qui siamo. Noi ci chiamiamo zapatisti. E da oltre 30 anni paghiamo il costo di
chiamarci così, in vita e da morti.
Tutto quello che abbiamo, cioè, la nostra
sopravvivenza nonostante tutto e nonostante tutti quelli che stanno sopra e che
si sono succeduti nei calendari e nelle geografie, non lo dobbiamo a singoli
individui. Lo dobbiamo alla nostra lotta collettiva ed organizzata.
Se qualcuno chiede a chi devono gli zapatisti e le zapatiste la loro esistenza, la
loro resistenza, la loro ribellione, la loro libertà, dirà la verità chi
risponderà: “A NESSUNO”.
Perché è così che il collettivo annulla
l’individualità che soppianta ed impone, fingendo di rappresentare e indirizzare.
Per questo vi abbiamo detto, familiari della ricerca
della verità e della giustizia, che quando tutti se ne andranno e vi lasceranno
soli, rimarranno i NESSUNO.
Una parte di questi NESSUNO,
forse la più piccola, siamo noi zapatisti. Ma ce ne sono molti altri.
NESSUNO è chi fa girare la ruota della storia. È
NESSUNO a lavorare la terra, che fa funzionare le macchine, che costruisce, che
lavora, che lotta.
NESSUNO è chi sopravvive alla catastrofe.
Forse ci sbagliamo, e la strada che vi offrono
potrebbe essere quella giusta. Se così credete e deciderete in questo senso,
non aspettatevi da parte nostra un giudizio di condanna, né ripudio, né
disprezzo. Avrete ugualmente il nostro affetto, il nostro rispetto, la nostra
ammirazione.
-*-
Familiari degli Assenti di Ayotzinapa:
È molto ciò che non possiamo fare, che non possiamo
darvi.
Ma in cambio abbiamo una memoria forgiata in secoli di
silenzio ed abbandono, nella solitudine, nei luoghi dell’aggredito perché di
colore diverso, diversa bandiera, lingua diversa. Sempre dal sistema, il
maledetto sistema che è su di noi. Il sistema che si regge a nostro costo.
E forse le memorie ostinate non riempiono le piazze,
né vincono o comprano poltrone nei governi, né occupano palazzi, né bruciano
automobili, né rompono vetrine, né innalzano monumenti nei musei effimeri delle
reti sociali.
Le memorie testarde solo non dimenticano, e così
lottano.
Le piazze e le strade si svuotano, le poltrone ed i
governi finiscono, i palazzi crollano, le automobili e le vetrine si sostituiscono,
i musei ammuffiscono, le reti sociali corrono da una parte all’altra a
dimostrare che la futilità, come il capitalismo, può essere di massa e
simultanea.
Ma arrivano
momenti, compagni familiari degli assenti, in cui la memoria è l’unica cosa che
si ha.
In quei momenti, sappiate che avrete anche noi
zapatiste e zapatisti dell’EZLN.
Perché la tenace memoria delle zapatiste e degli
zapatisti è molto altra. Perché non solo porta l’annotazione dei dolori e delle
rabbie passate che disegnano sul quaderno le mappe di calendari e geografie che
sopra sono stati dimenticati.
-*-
IL MURO E LA CREPA
Come zapatisti, la nostra memoria si affaccia anche su
quello che viene. Segnala date e luoghi.
Se non c’è un punto geografico per quel domani,
cominciamo a mettere insieme rametti, sassolini, brandelli di stoffa e carne,
ossa e fango, ed iniziamo la costruzione di un isolotto, o meglio, di una barca
piantata in mezzo al domani, lì dove ora si scorge solo una tormenta.
E se nel calendario noto non c’è un’ora, un giorno,
una settimana, un mese, un anno, cominciamo allora a riunire frazioni di
secondi, minuti, e li facciamo passare per le crepe che apriamo nel muro della
storia.
E se non
c’è una crepa, allora facciamola graffiando, mordendo, scalciando, battendo con
le mani e la testa, con l’intero corpo fino a procurare alla storia questa
ferita.
E poi succede che qualcuno si avvicini e ci veda, veda
la zapatista, lo zapatista che picchia duro contro il muro.
Chi passa lì vicino, a volte è chi crede di sapere. Si
ferma un attimo, muove la testa con disapprovazione, giudica e condanna: “così non riuscirete mai ad abbattere il
muro“.
Ma, a volte, molto raramente, passa l’altra, l’altro, l’otroa.
Si ferma, guarda, capisce, si guarda i piedi, si guarda le mani, i pugni, le
spalle, il corpo. E sceglie. “Qui va bene“, potremmo sentire se il suo
silenzio si potesse udire, mentre fa un segno nel muro solido. E giù a
picchiare.
Chi crede di sapere ritorna, dato che il suo percorso è sempre
di andata e ritorno, come per passare in rassegna i suoi sudditi. Vede l’altro
impegnato nello stesso ostinato compito. Valuta che ce n’è abbastanza affinché
lo ascoltino, lo applaudano, lo acclamino, lo votino, lo seguano. Parla molto, dice poco: “non
riuscirete mai ad abbattere quel muro, è indistruttibile, è eterno, è
interminabile”. Quando ritiene sia opportuno, conclude: “quello che
dovreste fare, è vedere come gestire il muro, cambiare la guardia, cercare di
farlo un poco giusto, educato. Io vi prometto di ammorbidirlo. In ogni modo,
staremo sempre da questa parte, Se continuate così, state solo facendo il gioco
all’attuale amministrazione, del governo, dello Stato, di quel che è, non
importa, perché il muro è il muro e – lo capite? starà sempre lì”.
Poi si avvicina qualcun altro. Osserva in silenzio e
dice: “invece di impegnarvi tanto contro il muro, dovreste capire che il
cambiamento sta dentro di ognuno, si deve solo pensare in modo positivo, ma
guarda il caso, ho proprio qui questa religione, moda, filosofia, alibi che vi
servirà. Non importa se è vecchia o nuova. Venite, seguitemi”.
Ma quelli
che sono tenaci e picchiano contro il muro sono già meglio organizzati,
diventano collettivi, squadre, si rimpiazzano, si alternano. Ci sono
squadre grasse, deboli, alte e piccole; là ci sono quelli sporchi, brutti,
cattivi e volgari; ce ne sono con testoni, piedoni, con le mani incallite dal
lavoro, ce ne sono che, sia donne, sia uomini, sia otroas, danno
una mano, il corpo, la vita.
A darci dentro con quello che hanno.
Chi con un libro, un
pennello, una chitarra, un giradischi, un verso, una zappa, un
martello, una bacchetta magica, una matita. C’è perfino chi colpisce il muro
con un “pas de chat“. E succede quello che succede, perché il ballo è contagioso. E qualcuno
porta una marimba, una tastiera o un pallone e poi i turni… beh, potete
immaginare.
Naturalmente il muro non ne vuol sapere. Segue
impavido, potente, immutabile, sordo, cieco.
Ed arrivano
i mezzi di comunicazione prezzolati: scattano foto, video, si intervistano tra
loro, consultano esperti. L’esperta tal dei tali, la cui unica
virtù è essere di un altro paese, dichiara con sguardo trascendente che la
composizione molecolare della materia che conferisce al muro la sua corporeità
è tale che nemmeno una bomba atomica può abbatterlo e che, pertanto, quello che
fa lo zapatismo è assolutamente controproducente e finisce per essere complice
del muro stesso (fuori onda l’esperta chiede all’intervistatore di citare il
suo unico libro, sperando che così si riesca a vendere).
Segue la sfilata di esperti. La conclusione è unanime: è uno sforzo inutile, così non
abbatteranno mai il muro. All’improvviso, i media corrono ad
intervistare chi offre un’amministrazione “più umana” del muro. Il groviglio di
telecamere e microfoni produce un effetto curioso: chi non ha argomenti né
seguaci, sembra averne molti sia degli uni che degli altri. Grande e commovente
discorso. C’è la notizia. I mezzi di comunicazione prezzolati se ne vanno,
perché nessuno prestava attenzione a quello che diceva il candidato, il leader
o il saggio, ma ai loro telefonini che, ovviamente, sono almeno più
intelligenti dell’intervistato o intervistata, informano che è scoppiato un
terremoto, il funzionario tal dei tali è stato scoperto corrotto, james bond è
arrivato nello Zócalo, e la partita del secolo ha attirato milioni di persone,
forse perché pensavano che era tra sfruttati e sfruttatori.
Nessuno chiede niente alla zapatista, allo zapatista.
Se l’avessero fatto, probabilmente non avrebbero risposto. O forse avrebbero
rivelato la ragione del loro assurdo impegno: “non voglio abbattere il muro, basta fare una crepa”.
Non è stato dai libri già scritti, ma da quelli ancora
non scritti ma che già sono stati letti da generazioni che le zapatiste e gli
zapatisti hanno imparato che se smetti di graffiare la crepa, questa poi si
chiude. Il muro si sistema da solo. Per questo devono continuare senza
fermarsi. Non solo per allargare la crepa, soprattutto perché non si chiuda.
La zapatista, lo zapatista, inoltre sa che il muro
muta aspetto. A volte è come un grande specchio che riproduce l’immagine di
distruzione e morte, come se non fosse possibile altro. A volte il muro si
dipinge gradevolmente e sulla sua superficie appare un sereno paesaggio. Altre
volte è duro e grigio, come per convincere della sua impenetrabile solidità. Il più delle volte il muro è una grande
pensilina dove si ripete “P-R-O-G-R-E-S-S-O”.
Ma lo zapatista, la zapatista sa che è una bugia. Sa
che il muro non è sempre stato lì. Sa come è nato. Sa come funziona. Conosce i
suoi inganni. E sa anche come distruggerlo.
Non gli preoccupa la presunta onnipotenza ed eternità
del muro. Sa che entrambe sono false.
Ma ora la
cosa importante è la crepa, che non si chiuda, che si allarghi.
Perché anche lo zapatista, la zapatista, sa che cosa
c’è dall’altra parte del muro.
Se glielo domandassero, risponderebbe “niente“,
ma sorriderebbe come se avesse detto “tutto“.
Durante uno dei cambi, los Tercios Compas,
che non sono media, né liberi, né autonomi, né alternativi, né come si
chiamino, ma sono compas, interrogano con severità chi sta picchiando sul muro.
“Si dice che dall’altra parte non ci sia niente,
perché volete fare una crepa nel muro?”.
“Per guardare”, risponde la zapatista, lo
zapatista, senza smettere di graffiare.
“Perché vuoi guardare di là?”, insistono los
Tercios Compas che, siccome tutti i media sono andati via, sono gli
unici a restare. E per ratificarlo, sulla maglietta portano scritto “Quando i media se ne vanno, rimangono los
tercios”.Ovviamente sono di troppo perché sono gli unici che fanno
domande invece di battere sul muro con la telecamera o col registratore o con
finalmente-so-a-che-diavolo-serve-questo-dannato-treppiede.
Los Tercios chiedono di nuovo, ci mancava altro. E gli è
entrato solo in testa, perché il registratore già se n’è andato, della
telecamera meglio non parlare, e il treppiede è diventato centopezzi.
Quindi ripetono: “E perché vuoi
guardare?”.
“Per immaginare tutto quello
che si potrà fare domani“, risponde lo zapatista, la zapatista.
Quando la zapatista, lo zapatista ha detto “domani”
poteva benissimo riferirsi ad un calendario perso in un futuro a venire.
Potrebbero essere millenni, secoli, decenni, lustri, anni, mesi, settimane,
giorni… o già domani? dopodomani? domani domani? Ti piace? Non rompere che non
mi sono nemmeno pettinato!
Ma non tutti, tutte, sono passati alla larga.
Non tutte, tutti, sono passati ed hanno giudicato
assolvendo o condannando.
Sono stati in pochi, molto pochi, così pochi come
nemmeno le dita di una mano.
Stavano lì, in silenzio, a guardare.
E sono ancora lì.
Solo di quando in quando proferiscono un “mmm” molto simile a quello dei
più antichi abitanti delle nostre comunità.
Contrariamente a quanto si possa pensare, il “mmm”
non significa disinteresse o indifferenza. Nemmeno disapprovazione o accordo. È
piuttosto un “sono qui, ti ascolto, ti guardo, continua”.
Sono avanti con gli anni questi uomini e donne, “di
giudizio” dicono i compas quando si riferiscono alle persone mature, ad
indicare che i calendari sfogliati
nella lotta conferiscono ragione, saggezza e discrezione.
Tra quei pochi, ce n’era uno, c’è uno. A volte
quell’uno si unisce alle partite di calcio che il comando anti muro organizza
per continuare a picchiare anche se con un pallone, e poi toccherà alla
tastiera della marimba.
Come d’abitudine in quelle partite, nessuno chiede i
nomi. Uno o una o unoa non si chiama juan, o juana o krishna,
no. È la tua posizione a darti il nome. “Senti portiere! Passala ala! Vai
terzino! Dai attaccante!“, si sente tra il frastuono sul campo, con le
mucche indignate perché l’andirivieni delle squadre gli rovina il pascolo.
Ai bordi del campo una ragazzina irrequieta tenta di
infilarsi un paio di stivali di gomma che, si vede, le stanno grandi.
“E tu, come ti chiami?“,
chiede l’uomo alla bambina.
“Io terzina zapatista”,
dice la ragazzina e lancia uno sguardo tipo “vattene se non vuoi morire”.
L’uomo sorride. Non ride apertamente. Sorride soltanto.
La ragazzina, è chiaro, sta reclutando elementi per
sfidare il perdente.
Sì, perché qua, quando una squadra vince, va a
picchiare sul muro. E la squadra che perde continua a giocare, “fino a che
ha imparato“, dicono.
La ragazzina ha già una parte della squadra e se ne
vanta con l’uomo.
“Quello è l’attaccante”, dice indicando un
cagnolino di colore indefinito per le croste di fango e che muove la coda
entusiasta. “Se si mette a correre, arriva fino là”, e la bambina indica
l’orizzonte nascosto dal muro.
“Basta che non dimentichi il pallone“, dice
quasi per scusarsi, “perché corre dall’altra parte; la palla di là ed il
cagnolino attaccante di là”.
“Quello è portiere o si dice anche portinaio,
credo”, dice ora indicando un vecchio cavallo.
“Il mio compito”, spiega la ragazzina, “è
non far passare il pallone, perché lo guardi, è orbo, gli manca l’occhio destro
e guarda solo in basso e a sinistra e se il tiro arriva da destra, niente da
fare”.
“Beh, ora qui non c’è tutta la squadra. Manca il
gatto… o forse è un cane. È molto strano quel-come-si-chiama, è come un cane ma
miagola, è come un gatto ma abbaia. Ho cercato nel libro di erboristeria per
vedere come si chiama un animale così. Non l’ho trovato. Pedrito ha detto che il Sup ha detto che si
chiama gatto-cane.
Ma non bisogna credere a tutto quello che dice Pedrito
perché…” la
ragazzina si guarda intorno per assicurarsi che non ci sia nessuno che possa
sentire e dice al signore in gran segreto “Pedrito tifa per l’América”,
poi, con maggior confidenza: “Suo papà tifa las Chivas e si arrabbia. Così
litigano e sua mamma li prende tutti e due a ciabattate così si acquietano, ma
il Pedrito si mette a parlare della libertà secondo las zapatillas [le
pantofole] e non so che altro”.
“Sarà, secondo gli zapatisti”, corregge il
signore. La ragazzina lo ignora, ben gli sta al Pedrito, la deve pagare.
“Bene, tu-come-ti-chiami, pensi che il gatto-cane
sappia giocare?”.
“Sa giocare”, risponde a sé stessa.
“Siccome il nemico non capisce se è un cane o un
gatto, corre di qua e di là e allora, zac! goal! L’altro giorno stavamo quasi
vincendo quando il pallone è finito nella montagna ed è arrivata l’ora del
pozol e quindi la partita è stata sospesa. Te lo dico, quel gatto-cane
come-si-chiami, sa giocare. Quel gatto-cane ha l’occhio giallo”.
L’uomo è rimasto di stucco. La ragazzina ha descritto
un colore con le sue manine. L’uomo ha viaggiato per mari e monti, ma non aveva
mai incontrato qualcuno che descrivesse un colore con un gesto. Ma la bambina
non sta impartendo corsi di fenomenologia del colore, e continua a parlare.
“Adesso però il gatto-cane non c’è”, dice
dispiaciuta, “credo che sia
andato a farsi prete perché dicono che è andato in un seminario contro il
fottuto capitalismo. Tu sai cos’è il fottuto capitalismo?
Bene, ti faccio un po’ di lezione di politica. Allora, il dannato sistema non
ti morde solo da un lato, ma ti frega da tutte le parti. Il sistema morde
tutto, ingoia tutto e si ingrassa. Cioè, per farmi capire meglio, il maledetto
capitalismo è senza fondo. Per questo ho detto al gatto-cane di andare a farsi
prete in un seminario. Ma non obbedisce. Lei crede che un gatto-cane può farsi
prete? No, vero? Nemmeno per quanti goal faccia, e neanche per l’occhio giallo.
Tu permetteresti che un gatto-cane, anche se con un occhio giallo, celebrasse
un matrimonio? No, vero? Per questo quando io mi sposerò con mio marito non
voglio preti, solo in municipio autonomo e poi a ballare, e se no, niente. Solo
ufficialmente, perché poi non si sparli in giro. Solo io ed il mio
come-si-chiami, e poi devi tenere a bada il marito, perché ‘se fai volare i
corvi ti caveranno gli occhi’. Così dice mia nonna che è ormai vecchia ed ha
combattuto il primo gennaio 1994. Non sai cosa è successo il primo di gennaio
1994? Allora poi te lo dico con una canzone che racconta tutto. Adesso no,
perché tra poco ci tocca giocare e bisogna essere pronti. Ma per non lasciarti
in sospeso, ti dico che quel giorno abbiamo detto basta ai maledetti
malgoverni, basta con le loro stronzate. Mia nonna dice che è stato grazie alle donne, che se fosse stato per
quegli stronzi dei mariti saremmo ancora qui a penare, come quelli che stanno
con i partiti. Non so ancora chi sarà mio marito, perché gli
uomini sono dei testoni, sapessi. E poi sono ancora una bambina. Ma so che più
avanti gli uomini mi guarderanno, ma io sono seria, niente sì e no, niente non
so, io so il fatto mio e se quello stronzo di marito vuole solo perdere tempo,
allora resto terzino zapatista, gli dò uno scappellotto e lo mando via, perché
mi deve rispettare come donna zapatista. E se non lo capisce subito, allora giù
a sberle fino a che capisce la lotta di noi donne”.
L’uomo ha seguito attentamente tutta la pappardella
della ragazzina. Non così il cagnolino con le croste di fango che gira a zonzo.
Né il cavallo orbo che mastica con parsimonia una borsa di plastica eredità
degli alunni della escuelita. E dopo tutto questo, l’uomo non ride,
è riuscito solo a sbattere le palpebre allo stesso ritmo della sua sorpresa.
“E saremo sempre di più”, sostiene la
ragazzina, “sì, saremo sempre di più”.
L’uomo tarda un po’ a capire che ora la ragazzina si
riferisce alla sua squadra. Oppure no?
Ma adesso la ragazzina studia l’uomo con sguardo da talent-scout,
dopo vari “mmm“, lo interroga “E tu, come ti chiami?“.
“Io?” dice l’uomo sapendo che la ragazzina non
sta chiedendo l’albero genealogico, né lo stemma araldico, ma una posizione.
Dopo aver percorso mentalmente varie opzioni, l’uomo
risponde: “io mi chiamo
raccattapalle“. La ragazzina valuta in silenzio l’utilità di questa
posizione.
Dopo averci pensato un po’, dice all’uomo, non per
consolarlo, ma perché si renda conto di quanto è importante:
“Raccattapalle, nientemeno. Se il pallone va di là
per il bosco, scordatelo, nessuno vuole andarci perché è pieno di spine,
cespugli, ragni, perfino bisce. Se poi il pallone va verso il ruscello la
corrente se lo porta via, allora bisogna correre per prenderlo, il pallone.
Quindi, raccogliere i palloni conta, bene dunque. Senza raccattapalle non può esserci partita. E se non c’è partita, non
c’è festa, e se non c’è festa non c’è ballo, e se non c’è ballo mi pettino i
capelli con i miei nastri colorati per niente”, dice la ragazzina e dal suo
zainetto tira fuori un mucchio di nastri colorati.
“Raccattapalle, nientemeno”, ripete la bambina
all’uomo mentre lo abbraccia, non per consolarlo, ma perché capisca che tutto
quello che vale la pena fare, si fa in squadra, collettivamente, ognuno ha il
suo compito.
“Lo farei io, ma ho molta paura dei ragni e dei
serpenti. L’altra notte ho perfino sognato di incontrare una dannata biscia
lunghissima nel prato”, ed allarga le braccia fino a dove riesce.
L’uomo sorride.
La partita è finita, la ragazzina non ha completato la
squadra per la sfida e si è addormentata sul prato.
L’uomo si alza e la copre con la sua giacca perché il
pomeriggio si oscura e già la frescura allevia la terra. Forse perfino pioverà.
Un miliziano sta tornando con i documenti che aveva
chiesto la Giunta di Buon Governo. L’uomo aspetta il suo turno.
Finalmente dicono il suo nome e riprende il suo
passaporto che sulla copertina riporta l’incisione “Repubblica Orientale
dell’Uruguay”. Al suo interno c’è la foto di un uomo con la faccia da “Che
diavolo ci faccio qui?” e di fianco si legge “Hughes Galeano, Eduardo
Germán María”.
“Senta”, gli chiede il miliziano, “si è
messo il nome di battaglia Galeano per il compa sergente Galeano?”.
“Sì, credo di sì”, risponde l’uomo mentre regge
dubbioso il passaporto.
“Ah!”, dice il miliziano, “l’avevo
immaginato”.
“Dove si trova il suo paese?”.
L’uomo guarda il miliziano zapatista, guarda il muro,
guarda le persone che scavano la crepa, guarda i bambini che giocano e ballano,
guarda la ragazzina che vuole parlare col cagnolino, con il cavallo orbo e con
un animaletto che potrebbe essere un gatto, o un cane, e dice rassegnato: “anche
qui”.
“Ah” dice il miliziano, “e lei che cosa fa?”.
“Io?”, cerca di rispondere mentre raccoglie il
suo zaino.
E all’improvviso, come se avesse appena capito tutto,
risponde sorridendo “Io faccio il raccattapalle”.
L’uomo è già lontano e non riesce a sentire il miliziano zapatista che mormora con ammirazione:
“Ah, raccattapalle, nientemeno”.
Raggiunta la sua formazione, il miliziano dice ad un
altro: “Ehi Galeano, oggi ho
conosciuto uno che si è messo il tuo nome”.
Il sergente Galeano sorride e risponde “ma va!”.
“Sì,”, dice il miliziano, “sennò da dove
l’avrebbe preso questo nome quel signore?”.
“Ah”, dice il sergente di milizia e maestro
della escuelita Galeano, “e che cosa fa quello?”,
domanda.
“Il raccattapalle”, dice il miliziano e corre a
prendersi il suo pozol.
Il sergente di milizia Galeano raccoglie il suo
quaderno di appunti e lo mette nello zaino mentre dice tra i denti: “Raccattapalle,
come se fosse facile. Non è da tutti fare il raccattapalle. Per fare il
raccattapalle si deve avere molto cuore, come essere zapatista, e per essere
zapatista non è da tutti, anche se qualcuno poi non sa di essere zapatista…
fino a che non lo scopre”.
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Forse non mi crederete, ma questo è successo solo
pochi giorni fa, alcune settimane, alcuni mesi, alcuni anni, alcuni secoli fa,
quando il sole di aprile schiaffeggiava la terra non per offenderla, ma perché
si svegliasse.
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Sorelle e fratelli familiari degli Assenti di
Ayotzinapa:
La vostra lotta è già una
crepa nel muro del sistema. Non lasciate che Ayotzinapa si richiuda. Attraverso
questa crepa respirano non solo i vostri figli, ma anche le migliaia di desaparecidas e desaparecidos nel
mondo.
Affinché quella crepa non si chiuda, affinché quella
crepa diventi ancora più profonda e si allarghi, avrete in noi, zapatiste e
zapatisti, una lotta comune: la lotta che trasformi il dolore in rabbia, la
rabbia in ribellione, e la ribellione nel domani.
Pensiero critico: pensiero che cerca la
speranza in un mondo dove sembra che non esista più, che apre quel che è
chiuso, che scuote quel che è fermo. Il pensiero critico è il tentativo di
comprendere la tormenta e qualcosa in più. È capire che nel centro della tormenta c’è qualcosa che ci dà
speranza.
La tormenta arriva, o meglio è già qui.
È già arrivata ed è molto probabile che si vada intensificando. Abbiamo un
nome: Ayotzinapa. Ayotzinapa come orrore, e anche come simbolo di tanti altri orrori.
Ayotzinapa come espressione concentrata della quarta guerra mondiale.
Da dove viene la tormenta? Non dai
politici, sono solo esecutori della tormenta, niente di più. Non
dall’imperialismo, non è un prodotto degli stati, nemmeno di quelli più
potenti. La tormenta nasce dalla forma nella quale la società è organizzata. È
espressione della disperazione, della fragilità, della debolezza di una forma
di organizzazione sociale che ha già superato la sua data di scadenza, è
espressione della crisi del capitale.
Il capitale è di per sé un’aggressione
costante. Ci dice tutti i giorni: “Devi dar forma a quello che fai in un certo
modo, la sola attività valida in questa società è quella che contribuisce
all’espansione del profitto del capitale”.
L’aggressione che è il capitale ha una
dinamica. Per sopravvivere deve subordinare la nostra attività ogni giorno più
intensamente alla logica del profitto: “Oggi devi lavorare più intensamente di
ieri, devi piegarti più che ieri”.
Già da questo possiamo vedere la sua
debolezza. Il capitale dipende da noi, dal fatto che vogliamo e possiamo
accettare quello che ci impone. Se diciamo: “Scusa, ma oggi vado a coltivare il
mio campo”, oppure “Oggi vado a giocare con i miei figli”, o ancora “Oggi mi
dedico a qualcosa che ha più senso per me”, o semplicemente “No, non ci
piegheremo”, allora il capitale non potrà ricavare il profitto che richiede, il
tasso di profitto cadrà e il capitale entrerà in crisi. In altre parole, noi
siamo la crisi del capitale, la nostra mancanza di subordinazione, la nostra
dignità, la nostra umanità. Noi siamo la crisi del capitale e siamo orgogliosi
di esserlo, siamo orgogliosi di essere la crisi del sistema che ci sta
uccidendo.
In questa situazione il capitale si
dispera. Cerca ogni metodo possibile per imporre la subordinazione che
richiede: autoritarismo, violenza, riforma del lavoro, riforma della scuola.
Introduce anche un gioco, una fiction: se non possiamo
ricavare il profitto che pretendiamo, facciamo finta che esso esista, creiamo una
rappresentazione monetaria per un valore che non si è prodotto, espandiamo il
debito per sopravvivere e, nello stesso tempo, cerchiamo di usarlo per imporre la
disciplina che serve. Però questa fictionaumenta l’instabilità del
capitale e non riesce a imporre la disciplina necessaria. I pericoli per il
capitale che ha generato questa espansione fittizia si sono visti chiaramente
con il collasso del 2008, e con esso si è fatto più evidente che la sola via di
uscita, per il capitale, è attraverso l’autoritarismo: tutto il negoziato sul
debito greco ci dice che non esiste la possibilità di un capitalismo più
morbido, il solo cammino è quello dell’austerità, della violenza. La tormenta è
qui, la tormenta che arriva.
Noi siamo la crisi del capitale, noi che
diciamo No, noi che diciamo basta col capitalismo! Noi che diciamo che è tempo
di smettere di creare il capitale, che bisogna creare un altro modo di vivere.
Il capitale dipende da noi, perché se noi non creiamo
direttamente o indirettamente il profitto (plusvalore), il capitale non può
esistere. Noi creiamo il capitale, e se il capitale sta in crisi è perché non
stiamo creando il profitto necessario per la sua esistenza, per questo ci
stanno attaccando con tanta violenza.
In questa situazione, abbiamo realmente due
opzioni di lotta. Possiamo dire “Sì, d’accordo, continuiamo a produrre il capitale, a promuovere la
sua accumulazione, ma vogliamo migliori condizioni di vita”. Questa è l’opzione dei
governi e dei partiti di sinistra: di Syriza, di Podemos, dei governi del
Venezuela e della Bolivia. Il problema è che, quantunque riescano a migliorare
le condizioni di vita per alcuni aspetti, a causa della stessa disperazione del
capitale, c’è molto poca possibilità di avere un capitalismo più umano.
L’altra possibilità è dire “Ciao,
capitale, è ora che tu te ne vada, noi andiamo a creare un altro modo di vivere, altre maniere di
metterci in relazione, tra noi ma anche con le forme non umane della vita, maniere
di vivere che non sono determinate dal denaro e dalla ricerca del profitto ma
dalle nostre stesse decisioni collettive”.
In questo seminario siamo nell’autentico
centro di questa seconda opzione. Questo è il punto di incontro tra gli
zapatisti, i kurdi e altre migliaia di movimenti, tutti rifiutiamo il
capitalismo cercando di costruire qualcosa di differente. Tutte e tutti stiamo
dicendo “Vattene, capitale, il tuo tempo è finito, vai via, stiamo già
costruendo un’altra cosa”. Lo esprimiamo in molti modi differenti: stiamo
creando crepe nel muro del capitale e stiamo cercando di promuovere la loro
confluenza, stiamo costruendo il comune, stiamo mettendo in comune, siamo il
movimento del fare contro il lavoro, siamo il movimento del valore d’uso contro
il valore, siamo il movimento della dignità contro un mondo basato
sull’umiliazione. Stiamo creando qui e adesso un mondo di molti mondi.
Abbiamo la forza sufficiente? Abbiamo la forza
sufficiente per dire che non ci interessa l’investimento capitalista, non ci
interessa il lavoro capitalista? Abbiamo la forza per rifiutare completamente
la nostra attuale dipendenza dal capitale per sopravvivere? Abbiamo la forza
per dire un “adios” definitivo al capitale?
È possibile che non ce l’abbiamo, ancora. Molti di noi qui
abbiamo stipendi o sovvenzioni che provengono dall’accumulazione del capitale
o, se no, torneremo la settimana prossima a cercare un impiego capitalista. Il
nostro rifiuto del capitale è un rifiuto schizofrenico: vogliamo dare un taglio
netto alla necessità del capitale e non riusciamo a farlo, oppure ci costa
troppa fatica. Non esiste purezza in questa lotta. La lotta per cessare di creare il
capitale è anche una lotta contro la dipendenza dal capitale. È una lotta, cioè,
per emancipare le nostre capacità creative, la nostra forza per produrre, le
nostre forze produttive.
Siamo a questo punto, e per questo siamo
venuti qui. Si tratta di organizzarci, chiaro, ma non di creare
un’organizzazione. Si tratta di organizzarci in molteplici maniere per vivere
da ora i mondi che vogliamo creare.
Come possiamo avanzare, come possiamo
camminare?
Domandando, naturalmente, domandando e
abbracciandoci e organizzandoci.
Andando andando lungo le strade,
ho incontrato romá felici.
Oh uomini da dove venite?
Con le tende e i bambini affamati?
Oh uomini! Oh bambini!
Aprimi padre celeste le nere porte
che io possa rivedere la mia famiglia.
Un’altra volta andrò per le strade
e andrò girando con i romá felici.
Oh uomini! Oh bambini!
Avevo una famiglia numerosa,
me l’ hanno sterminata quelli della lega nera
tutti sgozzati, uomini e donne,
in mezzo a loro c’erano piccoli bambini
Oh uomini! Oh bambini!
Alzatevi romá (uomini liberi)
è arrivato il momento, venite con me
e con tutti gli uomini liberi del mondo.
Labbra nere e occhi neri io amavo come l’uva nera.