giovedì 21 maggio 2015

Nasza Klasa (La nostra classe) - Jacek Kaczmarski




LA NOSTRA CLASSE

Che ne è stato della nostra classe?
Chiede Adam a Tel Aviv,
Duro affrontare il tempo oggi,
Duro integrarsi nella vita.
Che ne è stato della nostra classe?
Wojtek, in un porno show in Svezia
Ci scrive: Mi pagano benissimo
Per quel che mi piace fare anche gratis.

Kaśka e Piotrek stanno in Canada,
Laggiù hanno prospettive,
Staszek se la cava negli States,
Paweŀ si è sistemato a Parigi
Gośka e Przemek se la cavano a malapena,
Per maggio aspettano il terzo bambino
Reclamano invano in tutti gli uffici,
Anche loro vogliono emigrare in occidente

Invece Magda è a Madrid,
Sta per sposare un bello spagnolo,
Maciek è morto in dicembre
Quando hanno perquisito gli appartamenti
Maciek, quello che non lo reggeva nessuno
Ché si allontanava a ogni pie' sospinto
È diventato un chirurgo, salva le vite
Ma suo fratello si è impiccato.

Marek è in galera perché non ha voluto
Sparare addosso a Michał,
E io, io scrivo la loro storia
E è tutta la nostra banda al completo.
No, c'è ancora Filip, fa il fisico a Mosca
E raccatta premi a palate
Quando vuole, torna in Polonia
Ricevuto persino dal Primo Ministro

Ho trovato tutta quanta la classe,
In esilio, in patria, al cimitero
Ma qualcosa è cambiato,
Ognuno insegue la sua miseria.
Ho trovato tutta quanta la classe
Cresciuta e diventata più saggia,
Ho lacerato la nostra giovinezza
E non ha fatto nemmeno male...

Non sono più ragazzi, sono uomini,
E sono già donne, non più ragazze.
La giovinezza si cicatrizza alla scelta
E non è colpa di nessuno:
Sono tutti molto responsabili,
Tutti hanno grandi progetti;
Sono tutti, direi, normali,
Ma non vuol dire granché.

Io non so manco cosa sogno
E quale sia la mia stella
Quando tra facce tanto familiari
Cerco sempre facce di bimbi.
E allora perché mi volto sempre
Anche se nessuno mi urla: Amico mio!
Nessuno vuole giocare al rialzo
E nemmeno a nascondino...

I nostri gambi, le noste foglie
Ce le facciamo crescere ognun per sé
E anche le radici, va da sé
In esilio, in patria, al cimitero
E laggiù, sui lati, in su verso il sole
Fino a perderci a destra, a sinistra...
E chi si ricorda che alla fine
È uno solo e lo stesso albero...

da qui (Versione italiana di Riccardo Venturi, dalla versione francese)


ecco il concerto completo:



qui alcuni testi

mercoledì 20 maggio 2015

La buona scuola di Hitler

Gli ultimi giorni della vittima - José Pablo Feinmann

un libro perfetto, lo leggi lentamente per non farlo finire troppo in fretta.
un killer rinomato viene contrattato per un lavoro pulito, è il migliore della piazza, non c'entra con la dittatura militare argentina (forse, ma l'orrore era ancora presente).
mi ha ricordato due libri posteriori, "L'uomo duplicato", di José  Saramago, e "Luce nera", di Didier Daeninckx, e anche un gran film belga, o "Il segreto dei tuoi occhi", per motivi che non posso dirvi, se ancora non li avete letti o visti.
appare anche un bambino e due donne.
in questo libro c'è un mondo, scoprilo.
Mendizábal è un killer a cui ti affezioni, lo capirai solo leggendo - franz









…che Gli ultimi giorni della vittima sia un testo malinconico è fuor di dubbio: lo è il personaggio di Mendizábal, killer cinquantenne che osserva il suo invecchiare malinconico come riflesso dell’osservazione della prossima vittima; malinconica lo è anche la scena, una periferia cittadina crepuscolare e muta, panchine di stazioni e parchi cittadini polverosi, la scena è uno sfondo scialbo; infine malinconica è la scrittura di Feinmann, camaleontico come sempre, che sembra accompagnare il passo strascicato del killer strascicando a sua volta la penna sul foglio.
È malinconico per essere l’ultimo, per essere fuori catalogo e per la storia. Ma d’altra parte, qual è il senso della malinconia, la natura della malinconia? Questa condizione che definiamo malinconia, perché ha questa natura così tanto letteraria? Il senso di solitudine che avvolge quando lo sguardo si posa sulla scena e produce un senso di estraneità. Il silenzio dell’osservatore che in penombra contempla la vita degli altri. Il ricorrente riflettere sulla morte, sulla finitezza, sullo scorrere del tempo. Il ricordo dei giorni quando non ci si pensava alla luce crepuscolare. Il raccogliere le proprie poche cose alle quali si tiene in modo particolare, contarle, scoprire che sono davvero poche e sono per lo più non condivise, segrete, certamente sopravvalutate. Potremmo andare avanti ore a descrivere la malinconia. Ecco perché è tanto letteraria: è illimitata la descrizione della consapevolezza della limitazione…

…La gran virtud de “Últimos días de la víctima” es que como obra funciona a la perfección a todos los niveles. En el más superficial, por llamarlo de alguna manera, consigue atrapar al lector de manera absoluta con la intriga que propone. En el psicológico plantea de manera magnífica el acercamiento, incluso cierto intento de transmutación, del asesino con el asesinado, y en el social, escenifica de forma realista y creíble el miedo que cualquiera puede tener a ser utilizado por los alargados tentáculos de los diferentes poderes.

…Gran parte de la historia transcurre dentro de la cabeza de Mendizábal, en la que el narrador omnisciente bucea a su antojo. Sus obsesiones, sus miedos, sus placeres y sus odios lo llevan a mimetizarse con su víctima, Rodolfo Kulpe, veinte años más joven que él, el otro personaje principal.
Kulpe, que vive en un departamento del barrio de Belgrano, es todo lo que no es Mendizábal; joven, rubio, alto; a diferencia de su victimario que es morocho, robusto y de baja estatura. Además, tiene un buen pasar económico, una mujer llamada Amanda, con la que se encuentra todos los días en las barrancas de Belgrano, un niño al que Kulpe trata como a un hijo, aunque no lo es, y una amante llamada Cecilia, bailarina en un cabaret. Con Cecilia tiene una relación apasionada y con Amanda una relación más conflictiva.
Mendizábal no se muestra conforme con su vida y ve en su víctima una forma de escapar de su existencia huraña y solitaria. Tiene cincuenta años. No tiene pareja ni amigos. Es exitoso en su trabajo, pero este ya no reviste grandes emociones para él. Hasta fue olvidando la cara y las historias de aquellos a quienes asesinó a lo largo de su vida. En el seguimiento que hace de Kulpe, acaba por enamorarse de Amanda y de Cecilia. Al acercarse demasiado a ellas e intentar conquistarlas, arriesga la operación para la que había sido contratado.
Por fuera de la relación entre Mendizábal y Kulpe, hay un personaje, que es secundario pero que tiene gran importancia para crear la tensión necesaria en la novela. Este personaje se llama Peña y es el contacto entre “el hombre importante” y Mendizabal. Peña es otro asesino a sueldo, pero más descarnado y directo para llevar a cabo su trabajo. No anda con vueltas. Es una persona sencilla, de aspecto vulgar, que alguna vez trabajó en un frigorífico.
En un encuentro que tiene en un restaurante con Mendizábal, dice: “Después de trabajar en el frigorífico fui cambiando de trabajos, sin mucha suerte. Hasta que me enganché con los fierros y me llamó el patrón”. Si tenemos en cuenta que la novela fue publicada en 1979 y transcurre en los primeros años de la dictadura militar, la frase “hasta que me enganché con los fierros” adquiere un sentido que no hay que pasar de largo. Se convierte en una marca de época, un elemento histórico importante. Los años setenta en la Argentina estuvieron marcados a fuego por la violencia. Comenzaron con la dictadura de Lanusse. El retorno de Perón se avecinaba en medio de una creciente espiral de violencia generalizada. Una parte importante de la juventud había optado por la lucha armada contra el régimen. Finalmente, tras la muerte de Perón asume el gobierno de Isabel Martínez de Perón, que es derrocada en 1976 por una junta militar que instaura la última y más sangrienta dictadura de la historia argentina. En este contexto transcurre la novela de José Pablo Feinmann, y Peña es un claro ejemplo de los personajes que toman partido en esa lucha que surgió del momento histórico que vivió el país…
da qui

Un nuovo Israele in costruzione - Gideon Levy

Il futuro è adesso. La rivoluzione va avanti; basta aspettare quel che capita.

Un giorno non molto lontano da oggi, ci si sveglierà in un altro genere di paese, il paese che adesso si va formando. Non somiglierà al paese che conosciamo, che ha già la sua parte di imperfezioni, di distorsioni e di mali. E quando ce ne renderemo conto, sarà troppo tardi. Allora il vecchio Israele sarà descritto in termini elogiativi, un modello di democrazia e di giustizia, a confronto con la nuova versione, che prende forma mentre noi stiamo ad occhi chiusi, giorno dopo giorno, una nuova legge dopo l’altra.
Il modo di vivere nel nuovo Israele nel quale vivremo e moriremo, non ci ricorderà affatto il paese al quale eravamo abituati. Anche questo articolo non potrà essere pubblicato. Saranno pubblicate solo le opinioni convenienti, quelle approvate dalla nuova associazione dei giornalisti patrocinata dal governo, i cui membri saranno seduti in ogni sala d’informazione affinché non vi siano opinioni fuori dal coro.
Le leggi ed i regolamenti (passeranno chiaramente come regolamenti “d’urgenza”) impediranno la pubblicazione di tutto ciò che, agli occhi delle autorità, potrebbe nuocere allo Stato. Una nuova legge impedirà la diffamazione dello Stato, e il giornale che voi avete in mano sarà diverso. Riferirà soltanto buone notizie.
I programmi della radio e della televisione non saranno più quelli a cui siete abituati. Nessuna uscita dei media potrà andare oltre i limiti di legge a causa delle penalità draconiane che ci si tirerebbero addosso. La parola “occupazione” sarà illegale, come pure l’espressione “Stato palestinese”. I giornalisti traditori saranno messi alla gogna o arrestati o come minimo licenziati. Questo giorno non tarda ad arrivare.
In un futuro non troppo lontano, il paesaggio urbano avrà un aspetto diverso. Ciò che avviene ora a Gerusalemme, si svolgerà in tutto il paese domani, quando l’immagine delle donne sarà bandita dalla pubblica visione. Oggi, Gerusalemme, domani il paese intero. Bus e strade separate per gli uomini e le donne. Radio e televisione manderanno in onda solo cantanti uomini. A un certo punto si pretenderà che le donne si coprano la testa. Poi sarà la volta degli uomini. Si impedirà loro di presentarsi rasati o con la testa scoperta. Questo giorno non tarda ad arrivare.
Le città saranno chiuse il sabato. Nessun negozio, teatro o cinema sarà aperto. Poi arriverà il divieto di viaggiare in giorno di sabato. I ristoranti non kasher saranno illegali. Saranno obbligatorie le mezuzah sugli stipiti delle porte di tutte le camere della casa. Le coppie non registrate dal rabbinato non saranno autorizzate a vivere insieme, e le coppie in cui un solo membro è ebreo saranno immediatamente deportate. Sarà proibito alle coppie non sposate di passeggiare in pubblico tenendosi sottobraccio.
Una volta al mese, tutti gli studenti del paese faranno visite di solidarietà alle colonie in Cisgiordania. Tutte le lezioni cominceranno col canto dell’inno nazionale e il saluto alla bandiera. Coloro che non faranno servizio nell’esercito perderanno la cittadinanza e saranno deportati.
E lo Stato ebraico avrà un Parlamento ebraico. Dapprima si proibirà agli Arabi di presentarsi con loro partiti al Parlamento. Poi non si permetterà più assolutamente la loro elezione. Nell’attesa, i deputati che all’inizio di ogni sessione del Parlamento non cantano le parole dell’inno nazionale sul “desiderio ardente di un’Anima ebraica” saranno definitivamente scartati.
Si rifiuterà agli Arabi il diritto all’istruzione universitaria, con l’eccezione di una quota simbolica approvata dai servizi di sicurezza dello Shin Bet. Sarà illegale affittare ad arabi, al di fuori delle loro proprie città e villaggi, e la lingua araba sarà proibita. Anche le poesie del poeta arabo Mahmoud Darwish e dei suoi compatrioti ebrei Aharon Shabtai e Yitzhak Laor saranno proibite. Amos Oz, A.B. Yehoshua e David Grossman dovranno decidere. Si chiederà a loro, e a tutti i cittadini del paese, di dichiararsi anch’essi sionisti per essere pubblicati.
La Cisgiordania sarà annessa, ma non i Palestinesi che vi abitano. Le organizzazioni di sinistra saranno dichiarate illegali e i loro dirigenti arrestati. Il Governo pubblicherà una lista nera di quelli che hanno opinioni sgradite, ai quali non sarà permesso lasciare il paese o parlare con media stranieri. Solo chi uccide un Ebreo sarà giudicato un vero assassino e i testi delle leggi saranno divisi in due parti, una per gli Ebrei ed una per i non-Ebrei. Solo gli Arabi saranno passibili della pena di morte.
Una legislazione speciale darà ai coloni il diritto di prendere il controllo di qualsiasi terreno in Cisgiordania, e la censura militare impedirà qualsiasi informazione che potrebbe “nuocere alla potenza delle Forze israeliane di difesa”. La Corte suprema servirà unicamente come Corte d’appello e non esaminerà petizioni dirette sulle violazioni dei diritti civili. I giudici della Corte suprema saranno selezionati dal Parlamento e in tribunale ci saranno fasce orarie riservate ai coloni di Cisgiordania, ai rabbini e al partito al potere. Solo giudici religiosi potranno avere l’incarico di presidente di tribunale. I rabbini godranno dell’immunità legale simile a quella dei deputati del Parlamento. Qualsiasi dichiarazione di guerra o di pace dovrà ricevere l’approvazione dei Saggi del Consiglio della Torah.
In realtà non è necessaria molta immaginazione per evocare tutto ciò. Il futuro è adesso. La rivoluzione va avanti; basta aspettare quel che capita.

Testo inglese in http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/a-new-israel-in-the-making-1.395241 - traduzione di Maria Chiara Tropea 


Mutlu Kaya, una cantante turca

In Turchia una ragazza di 19 anni, Mutlu Kaya, è in condizioni critiche dopo che qualcuno le ha sparato alla testa. Mosso da una motivazione che, se confermata, sarebbe ulteriormente rivelatoria di una pericolosa degenerazione nella secolare coesistenza tra voglia di modernità e attaccamento alla tradizione in un Paese, la Turchia, improvvisamente irrigidito dalla guida di ispirazione islamica del presidente Erdogan.
Perché quella ragazza bellissima, lunghi capelli neri e occhi azzurri, era in concorso in un talent show alla tv nazionale. Ed è stata presa di mira mentre provava le sue canzoni in casa, nel distretto di Ergani, parte della conservatrice provincia di Diyarbakir, principale città della comunità curda a sud-est della Turchia. Modernità e tradizione, si diceva. Il sindaco di Diyarbakir è una donna, come soprattutto donne sono le parlamentari che la regione esprime. E, ampliando la visione della società curda, non è di certo evaporato il ricordo delle combattenti schieratesi a difesa di Kobane assediata in territorio siriano dalle milizie dello Stato Islamico...


anche in Messico lo dicono: #IoStoConErri


Paco Ignacio Taibo II e la “Brigada para leer en libertad”



Perché Israele dovrebbe essere bandito dalla Fifa - Gideon Levy

La verità va detta fin dall'inizio: mi auguro che Israele sia sospeso dalla FIFA. Il 29 maggio, potrebbe essere fatta una mossa che potrebbe diventare un punto di svolta. Potrebbe iniziare una reazione a catena il cui fine è difficile da prevedere. Se l'organo di governo del calcio mostra ad Israele un cartellino rosso, come chiedono i palestinesi, potrebbe significare che il calcio diventa  fonte di trasformazione.
Significherebbe che è finalmente giunto il momento per Israele di pagare per i reati della sua occupazione, che gli israeliani cominciano a essere penalizzati per ciò che viene fatto in loro nome, che  la continua rottura di Israele del diritto internazionale con arroganza e crudezza  ha un costo. E quale miglior prezzo che vietare Israele dalle partite di calcio a livello internazionale fino a quando non cambia il suo comportamento? Ha funzionato incredibilmente bene in passato in  Sud Africa   dove  il boicottaggio internazionale dello sport dell'apartheid è stato uno degli elementi decisivi che ha  portato alla caduta del regime.  Israele  farà  la vittima  unificando i ranghi e lanciando un contrattacco: guardate quello che ci stanno facendo, questi antisemiti, nemici di Israele,  tutto il mondo è contro di noi! Naturalmente evocherà la  Shoah. I politici e i faccendieri cercheranno di superarsi a vicenda con dichiarazioni indignate. Il presidente dell'Unione Sionista MK Isaac Herzog annuncerà che, in queste cose, non c'è opposizione e coalizione, ma un solo unità . Israele dichiarerà il calcio palestinese illegale : ogni ragazzo con un pallone da calcio sarà arrestato; forse lo stadio a Gaza sarà bombardato per il fatto che si tratta di un deposito di armi; l'ufficio del capo del calcio palestinese Jibril Rajoub a Ramallah verrà spianato (non per la prima volta), Shimon Peres organizzerà una partita tra la Micronesia e i palestinesi.
Pochi mesi dopo   senza calcio internazionale o un orizzonte diplomatico internazionale, sorgeranno domande e dubbi. Che cosa può fare Israele per tornare ? Perché gli fanno tutto ciò ? Vale la pena continuare l'occupazione e pagare un prezzo  sempre più alto ? Gli insediamenti di Itamar e Yitzhar meritano di essere ostracizzati ?
Le sanzioni e i divieti non si fermeranno davanti a Zurigo: la FIFA suonerà il fischio d'inizio e questo il mondo attende, poi quando il prezzo diventa intollerabile, sempre più israeliani si risveglieranno dalla loro indifferenza. Non c'è alcuna possibilità che faranno questo in anticipo: non ne hanno alcun motivo :  la vita è buona, la società è negazione e i cervelli vengono lavati.
Un divieto di calcio non uccide nessuno.  Si tratta di un'arma legittima per stabilire la giustizia e applicare il diritto internazionale. Israele ha sostenuto e sostiene il boicottaggio  e lo incoraggia: contro Hamas, contro Gaza, e, naturalmente, contro l'Iran. Ha anche aderito al boicottaggio contro il Sudafrica, anche se suo malgrado. Ora il suo turno è arrivato.
Qualcuno può negare che sia stato ammonito innumerevoli volte e ha continuato come se nulla fosse accaduto? Non dovrebbe essere mostrato il cartellino rosso  per l'imprigionamento di milioni di abitanti di Gaza, tra cui i giocatori di calcio di Gaza?
Il presidente della FIFA Sepp Blatter ricorda il calciatore il cui futuro brillante ha predetto : Mohammed al-Qatar, ? Sa è stato ucciso da un proiettile israeliano dritto al petto da una distanza di 70 metri, mentre protestava per l'ultima guerra a Gaza? Non era un crimine?
Israele sta ora mostrando il suo volto diplomatico offeso e scioccato e sta cercando senza sosta di evitare l'editto malvagio. Potrebbe avere successo anche questa volta,ma  non è forse giunto il momento  di  chiederci tutti quanti : per quanto tempo ancora?

Ilan Pappè : tra ebrei e palestinesi uno stato unico – intervista di Michele Giorgio (Il Manifesto)

Quanto è viva l’idea di uno Stato unico come solu­zione per la que­stione palestinese?

Direi tanto, almeno se par­liamo del mondo acca­de­mico e degli atti­vi­sti. In nume­rose uni­ver­sità degli Stati Uniti ma in Europa e in altre parti del mondo, tra docenti e stu­denti che si occu­pano di Israele e della Pale­stina, il dibat­tito sullo Stato unico per ebrei e pale­sti­nesi cre­sce di pari passo con lo scet­ti­ci­smo verso la solu­zione dei Due Stati, che è stata il perno degli Accordi di Oslo (1993) ma che oggi appare sem­pre più irrea­liz­za­bile, di fronte alla colo­niz­za­zione israe­liana dei Ter­ri­tori occu­pati, alle con­fi­sche di terre e a tutte le poli­ti­che di oppres­sione e pri­va­zione di diritti che attuano i governi israe­liani.
Molti dicono che lo Stato unico è solo una ipo­tesi acca­de­mica, l’argomento di un con­fronto tra pochi intel­let­tuali e atti­vi­sti della causa pale­sti­nese, scol­le­gato da una realtà che vede soprat­tutto gli israe­liani esclu­dere cate­ro­go­ri­ca­mente que­sta pos­si­bi­lità. Ricor­dano anche che ci sono espo­nenti poli­tici israe­liani che defi­ni­scono lo Stato unico un’idea di nemici dello Stato ebraico più peri­co­losa della bomba ato­mica ira­niana. Ma le cose non stanno così. Certo, chi porta avanti que­sta solu­zione del con­flitto non può affer­mare di rap­pre­sen­tare qual­cuno. Ma il punto è un altro. Occorre par­larne, andare con­tro cor­rente, con­tro il flusso delle poli­ti­che che stanno creando l’apartheid in que­sta terra. E sul lungo periodo, di fronte alla gra­vità della situa­zione e al qua­dro demo­gra­fico di israe­liani e pale­sti­nesi, lo Stato unico non potrà che con­qui­stare con­sensi crescenti.

Esi­stono però altre idee ben diverse di Stato unico per la Pale­stina. La destra israe­liana più radi­cale ha la sua pro­po­sta: uno Stato dove gli arabi non avranno gli stessi diritti degli ebrei. Tra i pale­sti­nesi invece cre­sce il con­senso verso uno Stato isla­mico in cui i diritti dei non musul­mani ver­reb­bero garan­titi sulla base dei prin­cipi dell’Islam. Il dibat­tito tra gli acca­de­mici e tra gli atti­vi­sti tiene conto di que­ste tendenze?

Certo. In realtà sono tre le idee di Stato unico che si stanno discu­tendo. La prima è quella di uno Stato laico e demo­cra­tico, la seconda di uno Stato isla­mico e la terza di uno Stato bina­zio­nale. Senza dub­bio i pale­sti­nesi della dia­spora, gli acca­de­mici che vivono all’estero e gli israe­liani non sio­ni­sti pre­fe­ri­scono lo Stato demo­cra­tico e laico per entrambi i popoli. Ma allo stesso tempo sanno di non rap­pre­sen­tare nes­suno ed esplo­rano tutte le solu­zioni pos­si­bili. C’è da dire che lo sforzo prin­ci­pale al momento non viene dedi­cato alla dif­fu­sione dell’idea dello Stato unico bensì a dimo­strare l’impossibilità di rea­liz­zare quella dei Due Stati. Quando la mag­gio­ranza delle parti coin­volte si sarà con­vinta della impra­ti­ca­bi­lità dei Due Stati allora sarà più sem­plice avviare una discus­sione seria ed ampia sullo Stato unico e deci­dere un com­pro­messo, in par­ti­co­lare tra laici e reli­giosi. Non sarà facile ma è molto meglio che con­ti­nuare a par­lare di qual­cosa di irrea­liz­za­bile come i Due Stati. Quanto all’idea di Stato unico nella testa dei lea­der della destra israe­liana posso dire che sta diven­tando sem­pre più popo­lare, che con­qui­sta non poche strade del Paese, ma è desti­nata ad essere accan­to­nata pro­prio dai suoi teo­rici. Per la sem­plice ragione che la cre­scita demo­gra­fica pale­sti­nese, net­ta­mente supe­riore a quella degli israe­liani ebrei, costrin­gerà molto pre­sto i soste­ni­tori dell’oppressione defi­ni­tiva dei pale­sti­nesi a ritor­nare sui loro passi.

Potrebbe non essere così auto­ma­tico. Que­ste forze, sem­pre più popo­lari, forse rac­co­glie­ranno soste­gni tali da chie­dere e otte­nere l’espulsione di una parte della popo­la­zione pale­sti­nese, attuando una seconda Nakba.

Non è sem­plice saperlo. Tut­ta­via con­si­de­rando che un altro attacco mili­tare (israe­liano) con­tro Gaza è molto pro­ba­bile, pre­vedo una nuova rivolta pale­sti­nese, la Terza Inti­fada. I pale­sti­nesi non tar­de­ranno a ribel­larsi in massa all’oppressione, come hanno già fatto in pas­sato. Se la rispo­sta degli occu­panti sarà quella della Nakba del 1948 non sono in grado di dirlo. Di una cosa però sono certo. Sarà molto dura, pesante, cata­stro­fica. Ecco per­ché abbiamo il dovere di non restare in silen­zio, indif­fe­renti verso le sorti di que­sta terra, e di pro­porre l’unica solu­zione ragio­ne­vole, lo Stato unico.