domenica 24 maggio 2015

scrive Marco Lodoli, e risponde Elisabetta

scrive Marco Lodoli:

È la mattina del 5 maggio e nella mia scuola a Torre Maura, a Roma, succursale dell’Istituto professionale Falcone-Pertini, ci siamo solo io e la preside, arrivata dalla centrale per aprire il portone e garantire agli studenti le ore di lezione. Ma di studenti nemmeno l’ombra.
Sono tutti in sciopero insieme agli insegnanti. La preside ci tiene a mostrare una certa serenità, da ammiraglio che non perde la calma, anche quando la nave sembra paurosamente inclinata. Vago per i corridoi deserti con le mani dietro la schiena e penso che qualcosa in questa riforma non è andato come doveva, visto che i miei colleghi sono compattamente, convintamente ostili. Mi sento ancora più dispiaciuto perché ho partecipato a tante riunioni al ministero della Pubblica Istruzione, ormai un anno fa, per progettare la Buona Scuola.



risponde Elisabetta:

Caro Marco,
Ebbene sì, anch’io quel 5 maggio ero a scioperare e ho contribuito a costruire quel profondo senso di solitudine di cui parli sulle pagine di Repubblica.
Nel leggerti mi è venuto in mente l’immagine di un giocatore che si lamenta di non trovare i propri compagni negli spogliatoi, mentre loro sono già sul campo a giocare la finale…
Caro Marco il tempo stringe… e non si può stare mani in mano a vagare per i corridoi. Ne va della nostra professione, ne va dei nostri ragazzi, ne va del nostro sistema scolastico.Stanno attaccando la scuola pubblica!
Tu, che ti sei sforzato così tanto di fare bella figura e noi, stupidi e arrabbiati, non abbiamo compreso le vostre intenzioni, le vostre serie e buone intenzioni. Lo sai qual è il problema? È proprio quest’aria buonista che nasconde invece l’arroganza di chi erge un muro e una distanza siderale fra voi della scuola “buona” e noi, della scuola “normale”.
Voi della scuola buona avete capito tutto e tutti, sapete come fare, animati dal sano ottimismo e dall’energia del fare. Noi della scuola normale invece siamo duri a capire, disfattisti e pessimisti sappiamo solo lamentarci e non vediamo la grandezza di una riforma epocale come la vostra. Siamo troppo arrabbiati e delusi, abbiamo le menti offuscate da anni di malaffare e di mal governo e prendiamo lucciole per lanterne additando voi, proprio voi, che vi siete rimboccati le maniche per risolvere gli annosi problemi della scuola italiana!
Non voglio e non posso credere che uno come te, che insegna da anni, che scrive libri, che ha partecipato alla ideazione di questa riforma, possa davvero credere che i veri e i grandi punti di forza del Ddl siano i 500 euro annui da spendere per la propria formazione culturale e l’assunzione dei precari. Nessuna parola che entri nel merito della riforma: e i soldi dati alle scuole private? E le modalità  di assunzione dei precari storici? E le modalità dell’alternanza scuola-lavoro? E l’autonomia delle scuole gestita dal preside, “primus inter pares”? Nessuna parola inoltre sulle materie da insegnare, sul monte ore da distribuire, sulla relazione insegnante – allievo.
È inutile nascondersi dietro le semplificazioni e gli stereotipi della “professoressa tacco 12″ o del “professore marxista leninista”. Queste possono andare bene per una sceneggiatura dell’ennesimo film scadente sulla scuola, ma non per convincerci che vi siete spiegati male. Non è un problema di come dite le cose, ma delle cose che dite.
Chi ti scrive “festeggia” quest’anno il suo undicesimo anno di precariato: ho attraversato tutti i ministri, tutte le riforme che si sono susseguite nel nostro paese in quest’ultimo decennio, ho visto ogni anno una scuola diversa, conosciuto centinaia di studenti e decine e decine di insegnanti, ma raramente ho incontrato questa semplificazione, questa fatuità disarmante con cui presentate il vostro progetto. Dietro un’idea di scuola, c’è un’idea di essere umano, di società, di politica. E la vostra idea di essere umano, di società, di politica non ci piace per niente. Voi dividete gli esseri umani in “chi è fatto per studiare” e “chi per lavorare”, la vostra è la società del merito di avere i soldi. Acuite le disuguaglianze, elargite fior di euro alle scuole cattoliche.
Eppure basterebbe fare classi di venti alunni al massimo, rendere le scuole private senza oneri per lo stato e investire in quelle pubbliche. Tu che insegni non puoi negare di quanto possa migliorare una lezione in un’aula ben attrezzata con un massimo di 20 alunni.
Caro Marco,
dal tuo pezzo, così come dalla lettera che Matteo Renzi ha inviato a tutti noi docenti,emerge una freddezza e una presunzione che nascondono soltanto il disprezzo per coloro che quella scuola la vivono davvero.  Senza i 500 euro i professori non si formerebbero! Ahimè caro Marco io quest’anno ne spendo “solo” 2500 ( pari a poco meno di due mensilità) per prendere un’altra abilitazione e non ti aggiungo quelli che spendo per i libri, per il cinema, il teatro, i convegni e le mostre che vado a vedere nella mia e in altre città italiane. I 500 euro sono la solita ovvietà elargita come se fosse una grazia scesa dal cielo. Ma come?!? Mi lamento proprio io che forse il prossimo anno verrò assunta? Vogliamo innanzitutto sapere i numeri precisi di queste assunzioni, ma soprattutto come e dove saremo assunti. Nessuno, ad oggi, è ancora in grado di spiegarcelo!
Inoltre quella cosa che si chiama Contratto nazionale avrà ancora una sua validità o sarà scavalcato dalle decisioni del governo?
Qui si tratta di difendere un’idea di scuola pubblica, di stato sociale, di laicità e di uguaglianza!
Qui si tratta di interesse vero per gli altri esseri umani, in particolare per quelle nuove generazioni che saranno i cittadini di domani.
Qui si tratta di difendere una professione dalle basse logiche del mercato e della competizione.
Qui si tratta di formare i giovani nel pensiero critico, nella propria autonomia.
Qui si tratta di fare bene e amare la propria professione.
Qui si tratta di difendere uno dei pochi luoghi di lavoro e di formazione in cui vigono l’onesta e la trasparenza.
Non potete farlo voi che girate da soli per i corridoi e guardate dall’alto in basso.
Tu e Matteo Renzi vi lamentate di non essere stati capiti. Come farebbe un bravo insegnante quando la maggior parte dei suoi alunni non arriva alla sufficienza. Il buon insegnante è quello che ammette di non essersi spiegato bene.
C’è una piccola differenza: che voi non siete i “maestri della nazione” e noi non siamo i vostri alunni.

sabato 23 maggio 2015

Tango italiano – Rino Genovese

ho iniziato a leggerlo per caso, il tango non c'entra niente, Maradona neanche, c'entrano l'Argentina e l'Italia.
Rino Genovese fa un viaggio, realtà e sogno spesso di confondono, la dittatura è sempre presente, troppo recente per essere dimenticata.
un bel libro, senza risposte, merita la lettura, fra Napoli e Buenos Aires - franz





Non è un libro sul tango, ma è un libro introspettivo, malinconico come un tango.
Man mano che lo leggi e ti addentri nella storia, ti senti come se stessi ballando un tango, uno di quelli struggenti, uno di quelli che ti entra dentro e che ti parla all’anima, uno di quelli che capisci che tu, il tango, lo hai sempre avuto dentro.
Non so se questo sia dovuto al tipo di scrittura che usa l’autore, o piuttosto alle emozioni vissute dal protagonista e descritte con atmosfere veramente da “sogno”.
La “tanghitudine” (per dirla alla Meri Lao) emerge da ogni pagina, forse per i luoghi descritti, forse per le persone che ruotano attorno al protagonista, forse per il clima e il traffico della città, o per la storia di un amore inespresso; forse sono i discorsi sulla politica, nostalgici e evocativi di tempi e luoghi andati ma che a volte ritornano; forse per la questione dei desaparecidos…
Il libro inizia così:
“Di ritorno da Buenos Aires, mi pare di non esserci ancora stato, di averla solo intravista in un inquieto dormiveglia, questa città letteraria e terribile con i suoi marciapiedi pieni di buche, i cieli di smalto e la coscienza popolata di morti. Eppure non più tardi di quarantotto ore fa, mi portavo appresso fra il Richmond e il Tortoni la mia tristezza morbida come un guanciale…
… un viaggio a Buenos Aires in cui, nel paragone costante con l’Italia, avrei dovuto cercare di cogliere il nucleo emotivo di quel paese lontano e insieme così vicino al nostro. Nel mio viaggio trovai un’Argentina che mostrava le piaghe della tragedia vissuta sotto la dittatura militare e follemente proiettata verso quel crac cui il neoliberismo, anche questo in salsa peronista, di lì a qualche anno l’avrebbe condotta. Dal punto di vista letterario la strategia dell’autofinzione era ancora più accentuata, con il personaggio autobiografico che fin dalle prime pagine dichiara di chiamarsi proprio come me; il viaggio sarebbe stato più che vissuto rivissuto in una specie di trance, grazie all’apporto stilistico di una narrazione all’imperfetto proustiano e, tematicamente, mediante un io narrante in costante stato di semiubriachezza. Il tutto avrebbe dovuto rendere la grande malinconia argentina, connaturata al paese in quanto terra d’immigrazione, e rafforzata da ultimo dalla fitta popolazione di morti desaparecidos…

… Disincanto che è pure l'angolo prospettico da cui Genovese, nel suo vagabondare da "flaneur" solo all'apparenza svagato, raffigura situazioni e persone con una felicità di scrittura che maschera una prosa sorvegliatissima e calibrata nel dosaggio di scampoli di Storia e vita, cui si alternano gli intervalli d'una accidia tutta letteraria che, se favorisce la disamina interiore, s'accompagna pur sempre al peregrinare attraverso i luoghi d'una leggenda (la città labirinto di Borges, appunto).Questi sono a loro volta scaltri pretesti per commenti, note didascaliche e riflessioni tra il politico e il sociologico, talvolta un po' forzate all'interno di un testo narrativo. Il progetto di misurarsi col passato per poter meglio fronteggiare l'oggi - cioè fare storia strappando "brandelli di possibilità alla pesante trama dell'esistente" - viene però frustrato dall'opacità e dallo stallo di un presente in cui Genovese non riesce a cogliere segni di rinnovamento.
Ma "Tango italiano", di là dalle tentazioni saggistiche, si può anche leggere come un racconto d'amore irrisolto non solo per l'enigmatica Eva (o l'Argentina), ma anche per l'Italia. Meglio, come la narrazione di pluri-mi rapporti d'amore-odio.Ritornato dall'America al luogo di partenza e appartenenza, Genovese conclude che, se la vita e la storia ci paiono "un girare a vuoto e un movimento immobile", ciò non comporta la necessità di ridurle senz'altro alla rappresentazione intellettuale di un labirinto senza sbocchi.
Così il protagonista, in un ritorno di fiamma d'entusiasmo, nella pagina finale che reinnesca in modo simpatico l'avvio del libro, opterà per la non facile decisione di testimoniare la propria crisi mediante un "diario", assai più pubblico che privato, alla scoperta della realtà contemporanea, assumendo coraggiosamente su di sé la mai lieve responsabilità "del dire e dello scrivere".
da qui

Il patto Isil (Isis) - Usa in una foto - Franco Fracassi

un giorno, forse, queste cose saranno sui libri di storia, adesso non stanno neanche nei giornali e nelle tv - franz


Il patto Isil-Usa in una foto - Franco Fracassi

La pistola fumante è una foto. È stata scattata il 27 maggio 2013 a Idleb, nel nord della Siria. Ritrae Mohammad Nour, Salem Idriss, Abu Mosa, John McCain e Ibrahim al Badri. Il primo è il portavoce del Fronte al Nusra (Al Qaida in Siria). Il secondo è il capo dell’Esercito siriano libero (responsabile in Siria di raccapriccianti massacri). Il terzo è il portavoce dell’Isil, il quarto è un senatore degli Stati Uniti, nonché ex candidato alla Casa Bianca, nonché ambasciatore ombra del Dipartimento di Stato. L’ultimo è noto anche come Abu Du’a, figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (dieci milioni di dollari di ricompensa) e come nome di battaglia ha preso quello di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Esercito islamico dell’Iraq e del Levante (Isil).

Particolare importante è che al momento di quello scatto al Baghdadi già era stato iscritto (il 4 ottobre 2011) dall’Fbi nella speciale lista dei terroristi ricercati del mondo, e sia l’Isil che il Fronte al Nusra erano stati inseriti dalle Nazioni Unite nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da combattere.

Altro particolare importante, McCain non è un politico qualsiasi. Da vent’anni è a capo dell’International Republican Institute (Iri), il ramo repubblicano di un’organizzazione governativa (il Ned) parallela alla Cia. L’Iri è un’agenzia inter-governativa, Il cui budget viene annualmente approvato dal Congresso, in un capitolo di bilancio che fa capo alla Segreteria di Stato. È stato McCain la mente della rivoluzione che ha detronizzato Slobodan Milosevic dalla presidenza della Serbia, colui che ha cercato più volte di rovesciare il governo di Hugo Chavez in Venezuela, l’ideatore della rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e di Maidan nel 2013, il grande manovratore della Primavera araba e di tutte le sue rivoluzioni (Iran, Tunisia, Egitto, Libia, Siria).
Popoff ha rivelato l’esistenza di documenti (resi pubblici dall’ex agente della National Security Agency Edward Snowden) che dimostrano come siano state la Cia e il Mossad ad addestrare e ad armare l’Isil. Un’operazione segreta nome in codice “Nido dei calabroni”. «L’unica soluzione per proteggere lo Stato ebraico è quella di creare un nemico alle sue frontiere, ma indirizzarlo contro gli Stati islamici che si oppongono alla sua presenza», si legge su un documento della Cia. Al Bagdadi è stato prigioniero a Guantanamo tra il 2004 e il 2009. In quel periodo Cia e Mossad lo avrebbero reclutato per fondare un gruppo capace di attrarre jihadisti di vari Paesi in un unico luogo. E tenerli così lontani da Israele. L’obiettivo era quello di creare un esercito in grado di spodestare il presidente siriano Bashar al Assad.

Nel giugno di quest’anno l’Isil (sempre supportato dagli Usa) ha tracimato nel nord dell’Iraq, sbaragliando le truppe governative irachene e massacrando musulmani sciiti, ebrei e, soprattutto, cristiani.

«È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq». Ha dichiarato l’ex segretario di Stato Usa Hillary Rodham Clinton nel corso di un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web “The Atlantic”. «In un’intervista che risale allo scorso febbraio il presidente Obama mi disse: “Quando hai un esercito di professionisti che combatte contro contadini, falegnami e ingegneri che iniziano una protesta devi fare qualcosa. Purtroppo modificare l’equazione delle forze in campo è difficile, e quasi mai ci si riesce. All’epoca non capii. Oggi mi è tutto chiaro», scrive Goldberg.

È stato veramente l’ennesimo fallimento della politica estera statunitense? Per dare una risposta bisogna tornare indietro e raccontare la storia dall’inizio.

La caduta del Muro di Berlino rappresentò per le grandi multinazionali (principalmente quelle statunitensi) una grande opportunità commerciale. C’era una fetta di mondo, però, che fino ad allora era rimasta impermeabile al business made in Usa e non dava alcun accenno di voler abbassare la guardia: il Medio Oriente. Quattro i Paesi chiave: l’Egitto per tutta l’area era (ed è) quello che gli Stati Uniti rappresentano per l’Occidente, la guida commerciale e dei costumi; la Libia, la Siria e l’Iraq tre potenti nazioni che avevano eretto una barriera totale all’espansionismo di Washington.

Il piano era quello di rovesciare i vari regimi al potere e di instaurare sistemi di potere più sensibili al richiamo del dollaro e dei prodotti che arrivavano da oltre oceano. Un po’ che avveniva già da tempo nelle monarchie del Golfo Persico.

Il Paese chiave era l’Iraq e il suo sanguinario (nonché seguitissimo dalle masse arabe) leader Saddam Hussein. Come hanno dimostrato migliaia di documenti, di filmati, di testimonianze e di foto, un ottimo amico di Washington, ma troppo furbo per cadere nella trappola economica.

E così nel 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad convinse Saddam a invadere il Kuwait (come ha raccontato lei stessa più volte), per poi sfruttare a proprio vantaggio quell’episodio e dichiarare guerra all’Iraq (gennaio 1991).

Il primo conflitto iracheno non risolse la questione. Saddam era ancora al potere. Il Paese venne messo sotto embargo per dodici anni, con la speranza che il popolo esasperato si rivoltasse. Non accadde nulla. Allora (nel marzo 2003) approfittando dell’11 settembre l’allora Amministrazione Bush invase per la seconda volta l’Iraq. Saddam venne deposto. Ma il Paese continuava a sfuggire al controllo di Washington. Troppo numerosa la fazione sciita, troppo potente il vicino Iran. Venne allora avanzata la proposta di dividere l’Iraq in tre Stati: a nord-est i curdi, a nord-ovest i sunniti, al centro e al sud gli sciiti. Ma dovettero rinunciare di fronte alla resistenza della popolazione. Tentarono di nuovo nel 2007, ma ancora una volta fallirono. Serviva una nuova strategia, utilizzando un attore non statale, un’entità come un fantomatico Esercito islamico dell’Iraq e del Levante.
Nel frattempo veniva portata avanti la strategia nel resto del Medio Oriente. Il 18 dicembre 2010 la Tunisia insorse a cacciò il corrotto presidente Ben Alì. Il 25 gennaio 2011 si sollevò l’Egitto (il presidente Hosni Mubarak venne arrestato).

Il 4 febbraio 2011 la Nato organizzò al Cairo una riunione per lanciare la “Primavera araba” in Libia e in Siria. Secondo un documento (di cui Popoff è entrato in possesso), la riunione era presieduta da John McCain. Il rapporto specificava la lista dei partecipanti libici, la cui delegazione era guidata dal numero due del governo dell’epoca, Mahmoud Jibril, il quale aveva bruscamente cambiato schieramento all’inizio della riunione per diventare il capo dell’opposizione a Gheddafi in esilio. Il rapporto cita tra i delegati francesi presenti in quell’occasione Bernard-Henry Lévy. All’incontro parteciparono molte altre personalità, tra cui una folta delegazione di siriani che vivevano all’estero.

In esito alla riunione, il misterioso account di Facebook Rivoluzione siriana 2011 lanciò l’appello a manifestare davanti al Consiglio del Popolo (il parlamento) a Damasco l’11 febbraio. Nonostante questo account ostentasse all’epoca più di quarantamila followers, soltanto una dozzina di persone risposero all’appello davanti ai flash dei fotografi e a centinaia di poliziotti. La dimostrazione si disperse pacificamente e gli scontri non iniziarono che un mese più tardi, a Deraa.

Il 16 febbraio, una manifestazione in corso a Bengasi degenerò in sparatoria. Il giorno dopo, degenerò in sparatoria una seconda manifestazione. Nello stesso momento, membri del Gruppo islamico combattente in Libia, venuti dall’Egitto e coordinati da individui incappucciati e non identificati, attaccarono simultaneamente quattro basi militari in quattro diverse città. Dopo tre giorni di combattimenti e di atrocità, i ribelli lanciarono la rivolta della Cirenaica contro la Tripolitania e contro il dittatore Muhammar Gheddafi.

Il 22 febbraio dello stesso anno McCain era in Libano. Là incontrò alcuni membri della Corrente del Futuro, e li incaricò di sorvegliare il trasferimento di armi in Siria. Poi, lasciando Beirut, il senatore ispezionò il confine siriano e scelse i villaggi (specialmente Ersal) che dovevano servire come base d’appoggio ai mercenari durante la guerra che sarebbe iniziata di lì a poco.
La Libia cadde come era accaduto prima alla Tunisia e all’Egitto, ma il regime di Bashar al Assad restò al suo posto. Ed ecco riapparire McCain. Era il 27 maggio 2013. Il giorno delle foto incriminanti. Il senatore dell’Arizona si recò illegalmente vicino a Idleb, in Siria, attraverso la Turchia, per incontrare alcuni leader della «opposizione armata». Il suo viaggio non fu reso pubblico che al suo ritorno a Washington dal direttore della comunicazione del suo staff Brian Rogers.

Un viaggio curioso, perché organizzato dalla Syrian Emergency Task Force, un’organizzazione diretta da un palestinese (Mouaz Moustafa) dipendente dell’Aipac, la più potente lobby ebraica negli Stati Uniti.

Ma torniamo alla nostra storia. La riunione mise in moto l’operazione “Nido dei calabroni”. Settemila jihadisti, provenienti da tutto il mondo, vennero addestrati in Turchia, altri cinquemila in Libia (sempre a spese dell’emiro del Qatar). Tutte nuove leve dell’Isil.
L’Esercito islamico era una cosa completamente nuova, l’organizzazione capace finalmente di sparigliare le carte. A differenza dei gruppi jihadisti che avevano combattuto in Afghanistan, in Bosnia-Erzegovina e in Cecenia al seguito di Osama Bin Laden, esso non costituiva una forza collaterale, ma piuttosto un esercito a sé. A differenza dei gruppi precedenti in Iraq, in Libia e in Siria, al seguito del principe Bandar bin Sultan, essi disponevano di sofisticati servizi di comunicazione integrata che esortavano ad arruolarsi, nonché di funzionari civili, formati nelle grandi scuole occidentali, capaci di prendere in carico immediatamente l’amministrazione di un territorio.

Quest’anno due episodi che hanno portato finalmente agli eventi di questa estate e ai massacri iracheni da parte dell’Isil. L’agenzia britannica Reuters ha pubblicato un articolo nel gennaio di quest’anno in cui si legge: «Il Congresso degli Stati Uniti si è riunito segretamente per votare il finanziamento e l’armamento dei ribelli in Siria fino al 30 settembre 2014». A fine febbraio, grazie anche al lavoro di McCain, in Ucraina una sorta di colpo di Stato è andato a buon fine. Uno dei primi atti del nuovo governo è stato siglare un accordo commerciale con l’Arabia Saudita per la vendita di un ingente quantitativo di armi (anche cannoni e carri armati) alla jihad di al Baghdadi. In base al contratto (di cui Popoff ha parlato in un precedente articolo) le armi in questione sarebbero state a disposizione «a partire dal primo giugno 2014», per essere trasferite all’Isil in Siria, via Turchia.
Quattro giorni dopo è iniziato l’attacco congiunto dell’Iraq da parte dell’Isil e del governo regionale del Kurdistan (totalmente controllato da Washington).

L’Emirato islamico si è impadronito della parte sunnita del Paese, mentre il governo regionale del Kurdistan ha ampliato il proprio territorio di oltre il quaranta per cento. Fuggendo le atrocità degli jihadisti, le minoranze religiose hanno lasciato la zona sunnita, aprendo così la strada alla spartizione del Paese in tre.

Violando l’accordo difensivo iracheno-statunitense, il Pentagono non è intervenuto e ha permesso all’Isil di continuare la sua conquista e i suoi massacri. Un mese dopo, quando i peshmerga del governo regionale curdo si erano ritirati senza dare battaglia, e quando l’emozione dell’opinione pubblica mondiale era diventata ormai troppo forte, il presidente Barak Obama ha dato l’ordine di bombardare alcune postazioni dell’Emirato islamico. Tuttavia, secondo il generale statunitense William Mayville, direttore delle operazioni presso lo stato maggiore, «queste incursioni hanno poca probabilità di intaccare le capacità globali dell’Emirato islamico o le sue attività in altre zone dell’Iraq o della Siria. Con ogni evidenza, esse non mirano a distruggere l’esercito jihadista, ma unicamente a garantire che nessuno degli attori convolti fuoriesca dal territorio che gli è stato assegnato».

Ciò che ha realmente fermato l’avanzata dell’Isil e ha aperto un corridoio umanitario, permettendo ai civili di sfuggire al massacro, è stato l’intervento dei curdi del Pkk turco e siriano, nemici giurati della Turchia, della Nato e degli Stati Uniti.

Questa Buona Scuola s’ha da fare - Pietro Ratto

Come mai la Buona Scuola di Renzi non incontra ostacoli? Come mai vola incontrastata, superando qualsiasi prova e qualsiasi protesta? Perché scavalca senza indugio le caterve di docenti, di genitori e studenti che, proprio in questi giorni, continuano a manifestare il proprio dissenso nei confronti di questa pericolosa riforma, che pare studiata apposta per consegnare la scuola pubblica in mano alle banche e alle industrie private?
Facciamo così. Chiudete gli occhi e provate a immaginare che ci sia un ente a cui il ministero dell’Istruzione si sia rivolto per ricevere il giusto input in cambio dei giusti finanziamenti. Immaginate, insomma, che il ministro e i suoi collaboratori abbiano attribuito un ruolo di consulenza ad un ente privato capace di esercitare una forte influenza ideologica sul progetto della futura scuola pubblica italiana, così da farne, in qualche maniera, una propria creazione. Immaginate che uno Stato allo sfascio, ostaggio delle banche europee e senza più un centesimo, si tuffi nelle mani di questa potente associazione ottenendo una copertura economica per la sua riforma scolastica e permettendo, in cambio, l’ingresso nel sistema scolastico di tutte quelle logiche aziendali private atte ad assicurare il massimo dei profitti ai soliti noti. Immaginate che di questo misterioso e potente ente facciano parte grandi industriali, sì, ma anche illustri direttori di grandi giornali e di importanti emittenti televisivi, così da assicurare il totale consenso della cosiddetta “critica”, nei confronti delle decisioni del governo. Il tutto – ma siamo in Italia, no? Non è nemmeno il caso di sforzare troppo la fantasia – con la benedizione di santa madre Chiesa e della CEI.
Immaginato? Bene. Adesso apriteli, gli occhi. E sgranateli sulla TREELLLE, un’associazione “no-profit” che ha sede a Genova e che ha giocato e sta giocando un ruolo determinante sulle decisioni del nostro Governo in materia scolastica. Sappiate che questa TREELLLE è stata convocata ripetutamente dal ministero all’Istruzione per far valere il proprio parere su quel progetto Buona Scuola a proposito di cui, invece, le opinioni di sindacati, docenti e studenti sono state – e restano tutt’ora – ignorate.
Sappiate che la TREELLLE, il 10 aprile scorso, si è spinta fino a bacchettare il ministro Giannini, rimproverandola di non aver ancora fatto tutto ciò che l’associazione si aspettava dalla sua equipe.
La TREELLLE, già. Ma di cosa parliamo? Chi sta dietro questo nome? Siete proprio sicuri di volerlo sapere? Ok, allora partiamo.
L’associazione che fornisce le linee guida della Buona Scuola al MIUR è stata fondata da personalità come Umberto Agnelli ed è presieduta da Attilio Oliva, ex Presidente di Confindustria, uomo della Moratti e, naturalmente, personaggio vicino aComunione e Liberazione. La Moratti?, direte. Cosa c’entra un uomo di un ex ministro della Pubblica Istruzione di un governo di destra, in questa Buona scuola tutta “made in PD”? Beh, sappiate allora che nel direttivo TREELLLE c’è posto anche per altri ex ministri all’Istruzione, come Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro. E che ci sono anche politici di destra come Giuseppe Valditara (Futuro e Libertà), Domenico Fisichella(che ha fondato AN per poi spostarsi nella Margherita) o Enzo Carra (UDC), naturalmente tutti dichiaratamente cattolici. Sul cattolicesimo imperante tra i banchi di scuola, d’altra parte, nessuna sorpresa: alla TREELLLE troviamo Maria Grazia Colombo, ex presidente Associazione Genitori Scuole Cattoliche, alla guida delComitato Uno di noi del Movimento per la vita ma anche membro del Consiglio Nazionale Scuola Cattolica, a stretto contatto con la CEI. C’è Carlo Dell’Arringa, professore alla Cattolica ed ex presidente ARAN, o il cattolicissimo Giuseppe De Rita – presidente Censis e grande sostenitore della flessibilità – o, ancora, il ministro della Difesa Mario Mauro – anch’egli molto vicino a CL. Scoviamo la docente e politica cattolica Stefania Fuscagni – presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze, e la cattolica Lia Ghisani – presidente di Piuculture, ex Segretario CISL Scuola, ex commissario straordinario ENPALS nonché forte sostenitrice dei finanziamenti alle scuole private. C’è Lucio Guasti, docente all’Università Cattolica ed ex presidente Indire. Ma soprattutto, c’è monsignor Vincenzo Zani, arcivescovo di Volturno, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI, nonché sottosegretario della pontificia Congregazione per l’Educazione Cattolica. Sono loro a dettare le linee guida della Buona Scuola statale italiana. Una Buona Scuola che, in perfetta linea con la nostra tradizione, si preannuncia decisamente laica.
Come dite? Tutto ciò non vi stupisce? Beh, tutto sommato come darvi torto? Allora procediamo ancora… Che ne dite di metterci dentro un po’ di industriali e di banchieri? Altrimenti come facciamo a trovare i soldi per lavagne e laboratori? Ecco allora sfilare nomi come quelli di Gina Nieri manager Mediaset; Silvio Fortuna, presidente del colosso dell’arredamento Arclinea; Fedele Confalonieri (sì, avete capito bene, proprio lui: l’arcigno presidente di Mediaset); Fabio Roversi Monaco, accademico, sì, ma anche presidente di Bologna Fiere, di Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e di SINLOC SpA. Aggiungete Luigi Maramotti, presidente diMax Mara; Gian Carlo Lombardi, alla guida di Federtessile ma anche direttore (non guasta mai, no?) della rivista dell’AGESCI, l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani;Pietro Marzotto, ex vicepresidente di Confindustria, ex presidente della Marzotto ed ora al vertice della Fondazione Marzotto e dello storico marchio gastronomico milanese Peck. Infilateci ancora Gian Felice Rocca, presidente del Gruppo Techint, dell’Istituto Clinico Humanitas e di Assolombarda, non a caso considerato l’ottavo uomo più ricco d’Italia, o Guido Barilla (che ha forse bisogno di presentazioni?). Non è sufficiente? Rilanciamo con profili come quello di Carlo Callieri – ex capo personaleFiat, storico ispiratore della marcia dei Quarantamila, ex presidente Miroglio SPS, tra l’altro indagato a fine 2012 per la vicenda della scissione Snia/Sorin, con l’accusa di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio – o di Luigi Abete, ex presidente Confindustria, attuale presidente della Banca Nazionale del Lavoro ed editore di ASCA(naturalmente l’Agenzia Stampa Cattolica Associata). E già che ci siete, non vorrete mica farvi mancare primizie come l’ex ministro Domenico Siniscalco, vicepresidenteMorgan Stanley ed ex presidente Assogestioni o come l’immancabile Marco Tronchetti Provera, presidente del Gruppo Pirelli nonché membro italiano della Trilateral Commission?
Non vi basta ancora? Vi interessa per caso capire come fa un Governo a conquistarsi l’appoggio incondizionato dei media? Beh, basta che la “consulente” no-profit TREELLLE apra le porte ad illustri firme come quella di Marcello Sorgi, ex direttoreTg1 e La Stampa, di cui oggi è editorialista; Antonio Di Rosa, direttore dell’agenzia di stampa LaPresse; Carlo Rossella ex direttore Tg5, La Stampa, Panorama, Tg1 ed attuale collaboratore de Il Foglio; Giuliano Ferrara, che de Il Foglio è stato illustre direttore fino a qualche giorno fa: Sergio Romano, noto editorialista del Corriere della Sera; Ezio Mauro, famoso direttore di Repubblica; Giulio Anselmi, presidente ANSA e Ferruccio de Bortoli, fino a venti giorni fa direttore del Corriere della Sera ed attualmente presidente di Longanesi.
E per finire col botto, ecco a voi i “sostenitori” di questa nostra associazione:
COMPAGNIA DI SAN PAOLO, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI GENOVA E IMPERIA, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI BOLOGNA, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI ROMA, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI REGGIO EMILIA, FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI DI SIENA.

Avete capito, adesso, perché questa Buona Scuola s’ha da fare?
Perché s’ha da fare. Punto e basta.

venerdì 22 maggio 2015

Agita le pensioni, così nascondi i derivati - bortocal

che colpo orribile al bilancio dello Stato la sentenza della Corte Costituzionale sulla illegittimità del blocco della rivalutazione delle pensioni, vero?
da quanti giorni ce ne parlano…: un colpo cosi` terribile, da 16 miliardi di euro di rivalutazione delle pensioni, che Renzi ha addirittura dovuto rinunciare al suo tesoretto largamente immaginario di 2 miliardi, che gli serviva per una nuova distribuzione di confezioni di pasta prima del voto delle regionali, e precipitarsi a restituire ai pensionati questi 2 miliardi, dicendo oltretutto che lui le sentenze della Corte Costituzionale le rispetta.
da qualche settimana oramai i media di regime ci propongono l’affliggente domanda come fa la Corte Costituzionale a decretare ciò che e` giusto e ciò che non lo e` senza tenere conto dei costi.
cioè senza decretare sempre che non si deve restituire ciò che e` stato tolto arbitrariamente, perché costa.
cosi` vorrebbero.
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però, mentre i media di proprieta` delle banche ci lavano il cervello con queste informazioni teleguidate, solo qualche frammento emerge qua e la` di una realtà parallela ben piu` grave.
qui non ballano i 16 miliardi delle pensioni teoricamente da restituire, ma una cifra piu` che doppia: 34 miliardi; altre fonti dicono 37 miliardi.
ma, in una audizione davanti alla Commissione finanze della Camera la responsabile della direzione debito pubblico Maria Cannata ha riferito che lo Stato italiano ha attualmente a carico derivati per circa 160 miliardi di euro, con un valore di mercato (mark-to-market) negativo per 42 miliardi.
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fortunatamente non sono tutte somme da restituire immediatamente, ma hanno varie scadenze.
Nel 2013 i derivati hanno determinato un esborso netto di 3,2 miliardi.
L’agenzia Bloomberg, riclassificando i dati Eurostat sulle finanze pubbliche degli Stati dell’Eurozona, ha evidenziato come nel periodo 2011-2014 gli swap sul debito pubblico abbiano determinato, per la Penisola, perdite effettive e potenziali per un totale di 16,95 miliardi di euro.
non vorrei esagerare, ma credo di avere cominciato a capire dove andavano a finire i soldi tolti alle pensioni: la quasi coincidenza e` impressionante.
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insomma stiamo parlando delle somme che l’Italia deve versare alle banche per avere stipulato con loro negli anni passati dei contratti in derivati, in pratica delle assicurazioni contro l’aumento dei tassi di interesse: se fossero cresciuti più di un certo tasso, la banca avrebbe dovuto sostituirsi allo stato nel pagamento degli interessi eccedenti; se invece i tassi fossero calati sotto un determinato importo, sarebbe toccato allo stato rimborsare le banche per gli interessi non percepiti.
un modo per finanziare massicciamente le banche di tutto il mondo, considerando che attualmente gli interessi bancari sono negativi.
e anche per vanificare l’effetto delle manovre monetarie della Banca Centrale Europea.
ad esempio, nel 2014 gli interessi pagati dall’Italia per finanziare il suo debito oramai da tempo superiore a 2.200 miliardi di euro, sono scesi di 2,76 miliardi grazie alle misure di stimolo varate dalla Banca Centrale Europea, ma a fronte di quel risparmio il Paese ha registrato perdite (effettive e potenziali) per 5,46 miliardi, circa il doppio.
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non è il caso di rigirare il coltello nella piaga e di capire come mai i governi italiani abbiano stipulato dei simili contratti capestro e dobbiamo anche ricordare che la situazione del debito pubblico italiana è sempre stata drammatica.
ma il confronto con gli altri paesi europei aiuta.
ed è purtroppo impietoso.
Solo altri cinque membri dell’Eurozona (Olanda, Austria, Germania, Spagna e Lettonia) hanno registrato perdite negli anni considerati, e per un totale che si è fermato a poco più di 5 miliardi.
questo rispetto ai nostri 34-42 miliardi di perdita…
Berlino, il cui debito pubblico in termini assoluti è il più elevato del Continente, ha contabilizzato perdite e passività per circa 950 milioni.
Al contrario la Francia è riuscita a mettere a segno guadagni per oltre 2,7 miliardi in quattro anni e Grecia e Belgio hanno ottenuto benefici per circa 1 miliardo.
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dunque noi siamo i piu` fessi?
Le risorse erano limitate e quando ci si presentava a negoziare in due o tre, dall’altra del tavolo si trovavano dieci banchieri assistiti da altrettanti studi legali.
E noi eravamo sempre gli stessi a trattare dalla mattina alla notte inoltrata, mentre loro si alternavano mettendo in campo sempre forze fresche.
Roberto Ulissi, all’epoca consulente responsabile della Direzione IV del Tesoro
chi vuole credergli, si accomodi.
unica consolazione è che anche le nostre banche sono piene di derivati: 105 miliardi di euro.
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certo, mi piacerebbe che chi disinforma informasse.
e che qualcuno riuscisse a chiedere al paese se è d’accordo di togliere l’adeguamento al costo della vita ai pensionati ricchi con un reddito addirittura di 1.000 euro al mese, per rimborsare la Morgan Stanley e altre istituzioni analoghe…
daqui



Scuola soluzione finale - Tommaso Franci

Un insegnante che si piega al Fascismo non è un insegnante. Un insegnante che si piega al Fascismo è un fascista; e insegnante e fascista insieme non si può essere. Se l’unico insegnamento è l’insegnamento – costruttivo e complesso – alla critica ed all’autocritica. Se l’unico insegnamento è l’insegnamento di Metodo. E non c’ altro metodo che la critica e l’autocritica – costruttive e nella complessità. Come da che mondo è mondo dimostrano implicitamente scienza ed arte ed esplicitamente la filosofia. Sarebbe bastato nel 1931 – cioè prima che desse il peggio di sé – il NO dell’Università al Giuramento richiestogli dal Regime; ed il Regime fascista sarebbe imploso. Non sarebbe divenuto propriamente Regime. Dissero quasi tutti SI. La Scuola è il cuore dello Stato (per questo l'EuroConsumismo vuole distruggerla ...). La nostra specie è la Sapiens e la sapienza – nello Stato – si fa con la Scuola. (La “sapienza” dell’uomo non consiste nella conoscenza – che hanno anche gli animali e possono anche le macchine – ma nella critica e autocritica.) Basterebbe il NO della scuola per orientare la politica. Cioè per imporre alla politica dei limiti. Per non farle compiere i danni più irrimediabili. ITALIA 2015. Quella di Renzi (cioè del Conformismo consumistico) sulla Scuola più che una Riforma è una "Soluzione Finale". La cosa peggiore poi è che oltre al danno c'è anche la beffa (e non poca parte del danno, nella causa e nell'effetto, sta in questo). Termini come "buona scuola" quando si distrugge la scuola utilizzano la stessa truce retorica antifrastica dello "Arbeit macht frei" ... Nessun gruppo categoria o singolo è in grado d’opporsi all’EuroConsumismo che ha trovato l’occasionale denominazione di RENZI. Tranne la Scuola. Se la Scuola si opponesse – Renzi e l’EuroConsumismo con lui dovrebbero per forza arrestarsi. Ci sarebbe un tampone all’emorragia esiziale di cultura e vita che viene profilandosi sempre di più e che è già in corso da troppo tempo. Solo la Scuola può fare Opposizione. Se per definizione è Critica (in quanto autocritica). La farà la Scuola Opposizione in questa circostanza – ITALIA 2015 1° Governo Renzi? Potremmo presto festeggiare la Liberazione dalla massima punta – per ora – dell’EuroConsumismo? Ne dubito – avendo molti insegnanti già votato Renzi ed essendo stati reclutati con modalità già in parte “renziane” cioè anticulturali cioè anticritiche. Mutatis mutandis – andrà a finire come nel 1931. Ahinoi. Ma non si dia colpa alla Scuola – cioè alla Critica in quanto Autocritica. La si dia piuttosto a quegli Insegnanti che non sono – se non lo saranno … – abbastanza Insegnanti!

Sfogo (che nessuno leggerà) di un insegnante - Jean Luc Nuvoli

Non so quanto mi piacerà tornare a scuola l’anno prossimo!!!
Mentre alla camera si discutono gli ultimi passaggi del decreto sulla scuola a noi insegnanti, che, questa volta in modo pressoché unanime, abbiamo tentato di combattere in tutti i modi legittimi questi provvedimenti, non rimane che trarre le nostre amare conclusioni su quanto sta accadendo. Nella speranza che questo possa servire a ricordarci, quando sarà il momento, chi ha tradito non solo il mandato elettorale che gli era stato affidato, ma anche alcuni dei principi più alti sanciti dalla costituzione (e dal buon senso) in materia di educazione.
Mi limito a sottolineare solo uno degli aspetti più critici del provvedimento: il potere conferito ai presidi.
Presidi che potranno scegliere i docenti da assumere nella propria scuola e che potranno valutare i docenti non si capisce in base a quali criteri. Presidi che vedono aumentare il proprio potere discrezionale su molti dei capitoli più importanti della gestione della scuola. Tutto questo a danno degli organi collegiali che, “riforma” dopo “riforma” vengono sempre più svuotati del loro significato. Siamo stufi di insegnare ai ragazzi l’importanza della democrazia, quando questa sta scomparendo da ogni ganglio della società.
Possiamo immaginare cosa significherà tutto questo in un paese come l’Italia? Fra i valori più alti del nostro ordinamento c’è la libertà di insegnamento, che significa pluralismo, autonomia e responsabilità. Quanti insegnanti avranno il coraggio di esprimere liberamente il loro pensiero? Quanti oseranno esprimere il loro dissenso sul modo in cui viene gestita la scuola o utilizzate le risorse? Quanti insegnanti resisteranno alla tentazione di autocensurarsi?
Si parla di autonomia. Ma dove sta l’autonomia in un sistema come questo, dove gli stessi presidi saranno valutati e controllati da ispettori ministeriali. Non avranno più il problema di ascoltare insegnanti, studenti e genitori, ma sentiranno il fiato sul collo dei livelli superiori della burocrazia. Ci ritorna in mente la scuola verticistica di tanti anni fa da cui ingenuamente pensavamo di esserci definitivamente emancipati.
Tutto questo significa inoltre la definitiva rinuncia da parte dello stato a una seria formazione in entrata degli insegnanti, che noi chiediamo da sempre. E’ qui che si fa la qualità della scuola. In persone che prima di diventare insegnanti devono affrontare un lungo, duro, selettivo percorso.
Non è assolutamente vero che noi insegnanti non vogliamo la riforma della scuola, siamo noi i primi interessati. Siamo noi che l’abbiamo cercata anche contro i sindacati, capaci di dire solo di no, senza proporre nient’altro.
Ma questa riforma va contro i principi che, per molti di noi, rendono questa professione degna di essere esercitata.
Per questo, per molti di noi, questi sono giorni tristi.
Per questo motivo scrivo queste inutili parole. Almeno per poter dire in futuro: “ Quando è stata approvata la legge sulla “buona scuola”, IO NON ERO D’ACCORDO!!!

Jean Luc Nuvoli
Un Insegnante

domande sulla Siria

…In un comunicato del 15 Gennaio 2015 , l’Organizzazione delle Nazioni Unite parla di più di duecentoventimila persone uccise nella guerra civile siriana, entrata nel suo quinto anno, e di più di dodici milioni di siriani bisognosi d’aiuto per sopravvivere, di un milione di feriti, quasi otto milioni di cittadini “costretti ad abbandonare le loro case a causa del conflitto” e più di tre milioni e trecentomila rifugiati; senza dimenticare i “4,8 milioni sono in aree ‘difficili da raggiungere’. Di questi, 212.000 sono intrappolati in aree poste sotto assedio”.
Nessuno dei media occidentali cita mai questi dati ben documentati: perché nessuno ci informa su quali sono i reali esiti di questa guerra né sui veri motivi? Pagherà mai nessuno dei Paesi coinvolti in questo sterminio di innocenti che sembra non aver fine?