martedì 3 agosto 2021

#Insorgiamo - Alfonso Gianni


Erano in tanti sabato scorso a Campi Bisenzio. Davvero molti ed era tempo che non si vedeva una manifestazione così. Davanti c’era un’unica parola secca e determinata, in campo rosso: insorgiamo. Senza la retorica dei punti esclamativi. Infatti non è un auspicio, è una comunicazione di un dato di fatto. Come a dire: sta a voi decidere ora cosa fare. Gli operai della Gkn, licenziati via mail – la modernizzazione del vecchio ad nutum – in 422 della fabbrica madre e in 80 delle ditte in appalto, dettaglio non secondario, hanno deciso di insorgere contro la decisione della proprietà, il fondo britannico Melrose, che rincorre i fasti della globalizzazione in crisi: chiudere qui per aprire altrove. Non si sa dove. Si conosce invece l’intenzione di fare gravare interamente sul costo del lavoro, azzerando gli occupati e cancellando uno stabilimento, le conseguenze della contrazione mondiale in atto nel settore automobilistico. La chiusura a Campi Bisenzio viene presentata come “indifferibile” e l’utilizzo degli ammortizzatori sociali impossibile.

Chi voleva le prove che l’avviso comune tra Governo e Sindacati, con l’intervento determinante di Confindustria, non avrebbe tappato il vaso di pandora dei licenziamenti, ne ha avute fin troppe. Il paragone con il caso Bekaert, l’azienda belga che produceva rivestimenti in acciaio per pneumatici e che tre anni fa ha trasferito la produzione da Figline Valdarno nell’Europa dell’Est, è d’obbligo. E si teme che così possa finire anche per la Vitesco, azienda tedesca di iniettori per motori termici, 950 lavoratori in quel di Pisa, 750 dei quali già considerati come esuberi. Intanto la riforma degli ammortizzatori sociali attesa per il 31 luglio, cui pareva appeso l’avviso comune e che è prevista dallo stesso Pnrr, seppure non vincolata a termini perentori, sembra scivolare all’autunno, quando si discuterà la legge di bilancio, visto che allo stato attuale mancano le risorse nonché le modalità per utilizzare gli ammortizzatori nelle imprese con meno di cinque addetti, uno dei tratti più innovativi dell’intervento legislativo. La chiusura di un’azienda che produce componentistica per l’80 per la Fca e il resto per prestigiose marche tedesche, nonché per Ferrari e Maserati, mette a nudo l’assenza di una qualunque politica industriale nel Pnrr, che ci rende indifesi di fronte alle scelte delle multinazionali. Ma ieri è successo qualcosa di nuovo. Migliaia di persone di sono mosse dallo stabilimento di Campi Bisenzio per toccare le altre realtà produttive. Ha ragione la segretaria generale della Fiom: “non è uno sciopero, ma una manifestazione che dà il senso che questa sta diventando una vertenza simbolo”. L’hanno compreso in molti. Altrimenti non avremmo assistito al dispiegarsi in modo tangibile di una viva e orgogliosa solidarietà. Al grande corteo erano presenti lavoratori della Whirlpool di Napoli, di aziende di Milano e di Bologna, esponenti di primo piano delle istituzioni comunali e regionali. Dopo diverso tempo si è riacceso attorno ad una lotta operaia il senso della partecipazione di tanti giovani e di intellettuali. Valga per tutti l’opera grafica che Zerocalcare ha voluto dedicare a questo conflitto. Si percepisce che quando sei di fronte a un muro, fatto dalla decisione autodefinentesi irremovibile della multinazionale, alla non volontà del governo di continuare il blocco dei licenziamenti, all’assenza della politica dal conflitto sociale, solo l’allargamento a livello sociale e popolare del sostegno e della solidarietà, può permettere di incrinare se non abbattere del tutto quel muro. Il successo della manifestazione di ieri non è un caso isolato. Questa volta la miccia è stata accesa forse dai meno attesi, i lavoratori della logistica, invisibili quanto determinanti nel processo di circolazione delle merci. Con le loro lotte necessariamente aspre, che sono costate dolore, sangue e morte hanno riaperto il conflitto sociale nei luoghi più strategici del moderno sistema capitalistico. Ora abbiamo non solo la difesa primaria del posto di lavoro dai licenziamenti avvenuti e minacciati, ma la volontà di ritessere una tela strappata. Un fatto nuovo, che ha il profumo dell’antico, quando quelli che erano considerati gli ultimi sapevano legare attorno a sé le forze più vive della società. E creare un popolo. Che è sempre l’esito di un processo sociale e politico.

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Intervista a un sorcio / codardo / bamboccione / fascista etc (*) - Giovanni Iozzoli

 

 

– Allora, tu sei uno dei milioni di italiani “renitenti al vaccino”. Cosa hai da dire a tua discolpa?

Innanzitutto, quegli italiani non mi sembra rappresentino una “categoria”. Si tratta di un aggregato informe, di massa, trasversale, interclassista, composto dalle persone più diverse e dalle motivazioni più varie. Io di no vax militanti non ne conosco neanche uno. Il più delle volte stiamo parlando di persone normali che stanno cercando solo di prendere tempo, capire il da farsi – un atteggiamento prudente, umano, quasi mai sbandierato. Io non sono mai andato nelle piazze no vax, non è il mio contesto o il mio lessico, ammetto che sarei a disagio.

– Pensi di meritare gli insulti quotidiani che da settimane arrivano addosso a quelli come te?

Milito da sempre in campi minoritari, sono quindi abituato a sentirmi minoranza. Certo, in questo caso il coro dello stigma, del dileggio, è a reti unificate; una voce compatta che parte dai vertici istituzionali, dal CTS, dagli editorialoni, dai programmi Tv, fino ad arrivare alle mezze calzette delle redazioni, ai nani, alle ballerine, ai cantanti, che pur di esserci metterebbero la faccia su qualsiasi campagna di Stato, anche la meno commendevole. Stupisce e addolora l’epiteto di “fascisti” che arriva dal “mio” campo. Chiaro che accetto ogni critica e ogni dialogo, ma se qualcuno mi dà del fascista gli allungo un cazzotto e amen. Comunque si, vedere compagni, riviste, siti e testate varie, tutte allineate al flusso di opinione mainstream, fa un po’ tristezza. Da l’idea di una sinistra smarrita, totalmente incapace di costruire un punto di vista alternativo sulle cose, sui processi, ancorata ad una internità alle logiche sistemiche, da criticare perchè “non fanno abbastanza” o non lo fanno come vorremmo noi, ma  senza mai arrivare al nucleo della faccenda, al “cosa stanno facendo”, ad una visione e un punto di vista alternativo, radicalmente autonomo dalla governance. E’ questo  proprio un segno dei tempi – l’epoca delle passioni tristi ma anche delle “elaborazioni tristi”…

– Ma non ti senti un irresponsabile?

Guarda che questa è una strategia ben collaudata, in un anno e mezzo di epidemia. Spostare le responsabilità sul piano dei comportamenti individuali – cioè su di noi -, aggirando i grandi nodi sistemici. Ci ricordiamo quelli che insultavano i runners? Ecco, sono gli stessi che insultano oggi i renitenti al vaccino. Figli di un clima irrazionale alimentato ad arte. E’ comodo per il potere rovesciarci addosso le questioni che non riesce ad affrontare, scavallare dalle responsabilità delle classi dirigenti a quelle dell'”individuo irresponsabile che non si vaccina”. Del resto il tema vaccini ha ridisegnato l’agenda delle priorità, cancellando del tutto la questione essenziale della riforma della sanità pubblica: vi ricordate – ripubblicizzare, territorializzare, assumere – chi ne parla più? Il tema sanità si è ridotto ad un generale in divisa che somministra vaccini. E anche la questione scuola-aule-trasporti: tutto rimosso, basta vaccinare personale e ragazzini e ogni cosa può proseguire come prima. L’elisir magico di Figliuolo oscura e si mangia tutti gli altri problemi. Una bella fortuna per quelli che comandano

– Ma nella cultura della sinistra, la responsabilità collettiva non deve prevalere su quella dell’individuo?

E’ un tema che si porrebbe se si trattasse di un vaccino che “arresta” la circolazione del contagio; in quel caso si potrebbe impostare una questione etica generale: ma ormai nessuno sostiene più questa ipotesi. Il guru Fauci è stato chiarissimo in materia: vaccinati e non vaccinati possono diffondere il virus allo stesso modo. I vaccinati si infettano e, in una certa percentuale, si ammalano anche. Quindi vaccinandoti fai una scelta di protezione individuale per te stesso. Lo dimostrano i tassi di circolazione in Inghilterra o Israele, i paesi più vaccinati del mondo.

– Ma quei paesi dimostrano che il vaccino funziona, i decessi sono pochissimi

Me lo auguro di cuore, magari mi convincerò a farlo anch’io. Però noto che lo story-telling è cambiato: il vaccino non ci “preserva dal virus” ma semplicemente “ci evita di finire in terapia intensiva”. Un legittimo ridimensionamento delle aspettative, che però conferma quanto dicevo: vaccinandoti al massimo preservi te stesso.

– E voi? Non vi volete preservare?

Certo ma questo movente appartiene proprio alla sfera delle scelte individuali, la famosa analisi rischi/ benefici che non è una prassi esoterica, ma quello che normalmente facciamo nelle scelte della nostra vita – prendere la patente o aprire un mutuo. Se il vaccino difende me, devo scegliere io se vaccinarmi o meno, in piena autonomia, come per tutti i trattamenti medici.  Ad esempio l’analisi rischi/benefici sul vaccino che farà un 80enne, sarà diversa da quella di un 20enne; dei bambini, poi, è meglio non parlarne, perché là entriamo nel campo dell’irrazionale – e speriamo nella sempre invocata responsabilità genitoriale…

-Però se ti ammali, perché hai rifiutato il vaccino, sulla società ricadono dei costi, a causa delle tue scelte.

Ma questo vale per tutti gli “stili di vita”. Le cause principali di morte sono di natura cardiovascolare: che facciamo, puniamo chi si alimenta male o chi non fa sport? Tutto scivolerebbe sul piano di uno Stato etico, retto di scienziati/sacerdoti, che prescrivono il giusto modo di vivere e declassano socialmente chi non si adegua. Le sigarette fanno più morti del covid, ma si vendono nel tabacchino sotto casa; obblighiamo la gente a seguire le terapie antifumo?

– Quindi tu non sei ostile al vaccino.

No, non ne ho neanche le competenze (tra l’altro molti sostengono che in questo caso sia anche improprio parlare di vaccini, per le caratteristiche proprie del trattamento). Io voglio solo applicare principi di prudenza e precauzione (primo: non nuocere) alla mia vita. Non mi aggrego a nessun esercito. E mi sento libero di cambiare opinione, quando lo riterrò necessario. In autunno si capiranno molte più cose (anche l’estate scorsa le terapie intensive erano vuote). E’ così folle, irresponsabile e antiscientifico, voler prendere un pò di tempo e valutare? Vorrei decidere senza avere una pistola puntata alla testa e senza essere esposto al pubblico ludibrio da un esercito di comunicatori-marchettari che hanno più o meno le mie stesse competenze. Se c’è da vaccinarsi, si farà e amen. Ma sarà una scelta mia, non certo perché me lo dice Draghi (uno dei killer che uccisero la Grecia solo 6 anni fa, un tizio pericoloso e oscuro a cui non affiderei neanche la cura di un mio capello). Se lo farò, sarà per mia decisione, non perché mi impediscono di sedermi al bar. Questi mezzucci ritorsivi sono squallidi, specie se usati contro i ragazzi giovani, sul terreno che li tocca di più, quello della socialità. Gli happening-vaccinali dei giovanissimi nel Lazio, mi sembravano una deliberata pazzia, essa si sintomo di totale irresponsabilità.

– Ma cosa doveva fare il governo, imporre il vaccino per legge?

Sarebbe stato più onesto e trasparente, avere il coraggio di imporre l’obbligo vaccinale. Perché non l’hanno fatto? Perché c’è sempre questa benedetta Costituzione che ostacola i piani dei nostri lungimiranti esecutivi? Perché non avevano il coraggio di aprire una battaglia culturale nel paese – meglio la lavagna dei buoni e dei cattivi? O perché in caso di futuri danni collaterali (Dio non voglia) le responsabilità pubbliche sarebbero enormi e incalcolabili, in presenza di una vaccinazione obbligatoria?

– Ma perchè essere così diffidenti sui vaccini? Nelle nostre scelte di vita ci affidiamo sempre agli “specialisti”. Perchè discutere di faccende che il 99% della popolazione non conosce?

Questo ragionamento ha un potenziale diseducativo enorme. Se il nostro dovere è “affidarci” ai saggi governanti, viene meno qualsiasi retorica democratica. Se non ho il diritto di parlare della mia salute, del mio corpo, che diritto di parola posso accampare quando si parla di scelte di finanza pubblica, di welfare, di pensioni? Anche lì “gli specialisti” rivendicheranno il monopolio della decisione. Al limite anche il mio padrone se vuole licenziarmi o delocalizzare, può rivendicare la sua scelta “competente” sulla mia ignoranza “egoista”. Spero non siamo ridotti a questo, specie a sinistra.

– Quindi è una questione più politica che sanitaria?

Ma certo, come si fa a non vederla? una gigantesca questione politica che sta imbarazzando molti. Ci sono compagni che dicono: ma basta parlare di vaccini, pensiamo alla GKN! Certo, ci pensiamo alla GKN. Ma spostare lo sguardo su altro, non rimuove “la mucca in salotto” che fingiamo di non vedere. Lo Stato che ti sanziona non perchè hai “fatto qualcosa” (ti sei drogato etc), ma perchè hai rifiutato di sottoporti ad un trattamento sanitario: è un precedente straordinario, inedito, inquietante. Come fanno tanti compagni a digerirlo? Deve dircelo Cacciari, una voce da salottino televisivo, che c’è qualcosa che non va? Penso a quei “nostri” intellettuali che hanno passato anni a strologare di biopolitica in tutte le salse e adesso, davanti alla governance autoritaria dei sistemi immunitari, tacciono perplessi. Il Green Pass non è già una versione della “patente digitale di cittadinanza a punti” in funzione in Cina – a meno che qualche matto non voglia spacciarla per un prodromo di socialismo…

– Quindi non ti senti un disertore o un imboscato o un opportunista?

Ecco, l’uso di questi termini rivela dove è nato tutto l’approccio sbagliato e pericoloso che adesso si sta sviluppando in forme  estreme. Fin dall’inizio è venuta fuori questa retorica della lotta alla pandemia come metafora della guerra. Lì è partito tutto un circo che ha formattato la testa della gente in direzione di una parodia militarista-patriottarda:  il coprifuoco decretato a mezzo DPCM, i generali, gli strateghi, i giornalisti embedded, la celebrazione dei caduti, i politici in pose marziali; e poi ci sono i “codardi”, i panciafichisti, i sabotatori, che non sono corsi ubbidienti e fiduciosi a vaccinarsi; una umanità negletta, di serie B, una zavorra per il paese, da sorvegliare e punire.

– Ma non si rischia di delegittimare la scienza?

Io quando ho avuto il Covid sono andato dal dottore, mica dallo sciamano. Non voglio delegittimare niente. Ma qui mi sembra che, più che al trionfo della scienza, stiamo assistendo al riemergere di un pensiero magico-religioso che pretende il monopolio della parola e dichiara eretici o apostati tutti quelli che mettono in discussione anche qualche elemento del suo discorso egemone. Medici radiati, infermieri cacciati – una insensata caccia alle streghe che potrebbe arrivare alle porte delle fabbriche, dei magazzini, degli uffici e coinvolgere tutti. E poi cos’è “la scienza”? Condividiamo tutti la medesima definizione? Ricordo quando occupavamo l’università, i compagni delle facoltà scientifiche ci propinavano sempre qualche seminario sull’epistemologia. Noi storcevamo il muso – che palle, che è sta roba, Kuhn, Feyerabend? Invece quei compagni ci stavano insegnando che la scienza non è un dogma antistorico ma un insieme mutevole di paradigmi, attraversati e prodotti da contraddizioni, fratture e interessi, destinati fatalmente ad essere superati, epoca dopo epoca. Bisogna accettare questa idea di finitezza e provvisorietà del discorso scientifico, altrimenti tende a trasformarsi in una nuova distopia religiosa. E i miserabili politici moderni sono ben lieti di passare dall’alibi del “vincolo esterno”(ce lo chiede l’Europa) a quello del “vincolo sanitario” (ce lo impone la scienza)

– In conclusione: ti vaccinerai?

Boh, non lo so. Prendo tempo, senza pregiudizi e senza ansie. Intanto in Israele stanno cominciando a somministrare la terza dose – notizia passata molto sottotono ma a che a me sembra enorme e apre pesanti interrogativi sul futuro.  Comunque resto fuori da questa dialettica asfittica no vax/si vax: sono per le scelte consapevoli e informate, non per l’arruolamento.

 

(*) Visto che quando si parla di “italiani non vaccinati”, in tv danno la parola solo a sciroccati e complottisti, allora mi sono intervistato da solo.

 

da qui

lunedì 2 agosto 2021

TUTTI I POPOLI ANTICHI HANNO RACCONTATO LA STESSA STORIA? - Mauro Biglino

 

"Questa adesione acritica dei cittadini è più inquietante dell'autoritarismo" – Carlo Freccero

 

 

È necessario arrivare ad un punto di rottura perché la rottura si realizzi. Dall'inizio della pandemia i popoli di tutto il mondo sono scesi in piazza innumerevoli volte. Gli italiani sembravano sedati da una sorta di ipnosi. Con il green pass il miracolo si è compiuto: le piazze italiane si sono riempite. Ed è interessante notare che in piazza a contestare c'erano non solo i no-vax, ma anche i vaccinati, che, per motivi di principio, protestano per tutelare le libertà costituzionali.

 

Lo stesso concetto è ribadito da Cacciari nell'articolo di ieri: io mi sono vaccinato, ma la democrazia è libertà di scelta e questa libertà di scelta va difesa. Nel contesto del generale risveglio si pone il pezzo firmato congiuntamente da Cacciari e di Agamben che, bisogna dargliene atto, è stato l'unico ad intervenire dai primi giorni della pandemia con i suoi interventi quotidiani su Quodlibet. Purtroppo la sua voce è stata isolata ed ascoltata solo da minoranze. Per attirare l'attenzione di un numero sufficiente di persone, bisognava esagerare. Ed si è esagerato.

La somministrazione dei vaccini è stata affidata all'esercito per sottolineare il clima di emergenza, di protezione civile in cui ci troviamo. Ma per chi ha la mia età l'idea di una scelta sanitaria imposta dall'esercito ha qualcosa di inquietante come inquietanti suonano le minacce di mandare l'esercito porta a porta a «stanare» i non vaccinati. Analogamente, per quelli della mia generazione, la morte di De Donno evoca il fantasma di Pinelli. Per la mia professione nella comunicazione il primo problema che ha attirato la mia attenzione è stato da subito la mancanza di alternativa imposta al discorso pandemico.

Democrazia significa tutela del parere delle minoranze. Questo parere è stato sradicato in nome della scienza, chi lo professava è stato zittito ed insultato nei dibattiti pubblici. Nell'articolo contro il green pass, pubblicato dall'Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli, Agamben e Cacciari criticano il green pass affermando che «la discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica».

L'art. 3 della Costituzione italiana vieta esplicitamente ogni forma di discriminazione. L'affermazione dei due filosofi dovrebbe quindi essere, in qualche modo,ovvia. Invece il fatto stesso che il sito Dagospia definisca l'articolo una «bomba» solo perché dissente dalla vulgata del «mainstream» è una conferma di quanto gli autori espongono nell'articolo citato e cioè del pericolo di una deriva totalitaria. Mi sembra di assoluta evidenza che un'informazione che bandisce qualsiasi forma di dissenso, sia di per sé sinonimo di propaganda.

E la propaganda ha poco di democratico. Da quando è iniziata la pandemia la televisione ci ha abituati alla consuetudine del dibattito unanimistico. Ci sono format e programmi come il talk show che hanno bisogno per esistere di un contraddittorio. Dato che gli invitati sono tutti della stessa idea, essi non sono tenuti a confrontarsi, ma fanno gara tra loro a superarsi in ortodossia ed obbedienza ai vari Dcpm ed ora a Decreti Legge che hanno sostituito la legislazione ordinaria. Mi si obietterà che tutto questo è fatto per il bene comune, un bene comune che autorizza uno stato di eccezione, previsto però in Italia, solo per lo stato di guerra (art. 78 della Costituzione).

Tutela cioè la collettività, ma anche l'individuo. E i trattamenti sperimentali sono esclusi dal codice di Norimberga, dalla dichiarazione di Helsinki, dalla convenzione di Oviedo. Il processo di Norimberga basta da solo ad evocare il nazismo. Gli imputati si difesero sostenendo di aver obbedito agli ordini. Per evitare che queste aberrazioni si ripresentassero fu stabilito un codice a futura memoria. Tra l'altro esso prevede che la sperimentazione sia ammessa solo se «il soggetto volontariamente dà il proprio consenso ad essere sottoposto ad un esperimento».

Senza accettazione volontaria l'esperimento non può avere luogo. Il vaccino è ancora in fase sperimentale. Cito dal bugiardino Pfizer e quindi faccio parlare direttamente le case farmaceutiche produttrici, perché sia ben chiaro che non sto riferendo il mio parere personale: «Per confermare l'efficacia e la sicurezza di Comirnaty il titolare dell'autorizzazione alla emissione in commercio deve fornire la relazione finale sullo studio clinico» e a lato «Dicembre 2023».

Sino al 2023 il vaccino sarà una terapia sperimentale con esiti futuri incerti. In questi giorni la senatrice Segre, sopravvissuta all'Olocausto, è intervenuta dicendo che è folle paragonare vaccino e green pass alla Shoah. Ci sarebbe una sproporzione tra le cose. Ma la senatrice sembra dimenticare che c'è sempre un inizio e la discriminazione è quell'inizio. Per parlare di regime autoritario non è necessario poi arrivare sino ai forni crematori. Basta che la normale vita democratica ed i diritti dei cittadini subiscano delle limitazioni.

In senso opposto va invece l'intervento di un'altra sopravvissuta all'Olocausto che milita invece sul fronte opposto, la signora Vera Sharav. «Conosco le conseguenze - dice la sopravvissuta - di essere stigmatizzati come diffusori di malattie». Il suo calvario è incominciato a piccoli passi con la segregazione ed il divieto sempre più esteso a partecipare alla vita sociale, a entrare in determinati contesti, a viaggiare.

La cosa che più mi ha colpito nell'intervento di Vera Sharav è la lucidità con cui collega il nazismo all'uso autoritario della medicina. In nome della scienza - ci dice - viene cancellato ogni principio morale della società.

Questa affermazione mi fa ricordare il fondamentale intervento di Agamben con la sua «Domanda» rivolta a tutti gli italiani. «Com' è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte ad una malattia?». In nome della sopravvivenza e di quella che Agamben chiama «nuda vita» (una vita privata di ogni valore che travalichi la sopravvivenza biologica ), gli italiani hanno accettato di lasciar morire i loro anziani in solitudine negli ospedali, hanno accettato di incenerire i cadaveri senza sepoltura, hanno accettato la perdita di ogni principio morale. Ed hanno rinunciato alla vita sociale.

E questa adesione acritica da parte dei cittadini è per certi versi più inquietante dell'autoritarismo del governo. È un indice inequivocabile che i meccanismi dell'autoritarismo sono già stati introiettati da tutti noi come naturali e che appartengono ormai alla quotidianità e al nostro futuro.

da qui

parlano Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi

 





domenica 1 agosto 2021

Canta che ti green-pass - Gianluca Cicinelli

 

In un Paese normale il green pass dovrebbe essere visto semplicemente come una prolunga del patto sociale. Quando entro in un negozio e acquisto del cibo o dei macchinari o dei farmaci che qualcuno ha verificato non essere nocivi alla mia vita. Là il green pass viene esibito sotto forma di controlli che altre autorità hanno fatto. Se l’esercente vende cibo scaduto o giocattoli non a norma dei criteri di sicurezza va sanzionato per evitare che continui a nuocere. Così come occorre un certificato antimafia per partecipare agli appalti. O un certificato di sana e robusta costituzione fisica se fai attività in una palestra, che altrimenti risulterebbe responsabile della tua invalidità o morte per non aver controllato. C’è anche lo scontrino fiscale, un green pass che permette al commerciante di affermare con fierezza di non essere un evasore fiscale oppure a te di dire che è un evasore fiscale se non te lo rilascia. Un patto sociale appunto, che ha le sue radici nella Costituzione, quel sistema d’indirizzo democratico della vita individuale con quella sociale che ci permette, in linea di massima, di fidarci l’uno dell’altro.

Noi però non viviamo in un Paese normale. Io poi abito nella città meno normale di tutte, Roma, dove se passi con il rosso e ti fanno la multa l’automobilista torna indietro e picchia il vigile o se la fa togliere da altri vigili. Dove la mondezza resta in strada per mesi e chi la deve raccogliere firma atti pubblici falsi per avere i soldi di un servizio non effettuato. Dove entrando in un ufficio pubblico, in cui il dipendente è tutelato da un sistema mafioso che lo rende quasi totalmente intoccabile, dubiti che una riforma sarà efficace quanto un Kalashnikov. Dove quasi tutti hanno un amico che gli risolve un problema burocratico, accelera la pratica per il passaporto, fa una telefonata di presentazione per cui dovrai ringraziarlo con un favore a tua volta. Dove se prendi i mezzi pubblici sai quando esci di casa ma non sei sicuro di farvi ritorno, dove da mesi non c’è nessun controllo nè dei biglietti nè del distanziamento nè della presenza dei dipendenti alle fermate metro. Dove se sei handicappato e provi a uscire di casa devi sperare di ricevere i poteri di Devil per sopravvivere. Dove il posto macchina dell’handicappato è a tempo pieno occupato dal suv dell’avvocato del piano di sopra che ha conoscenze in Municipio oppure l’avvocato ha direttamente lui il permesso auto dell’handicappato, pur essendo in ottima forma.

Se fossi il responsabile dei programmi Netflix in Italia realizzerei a Roma il più grande reality mai visto, piazzando dal 6 agosto centinaia di telecamere all’ingresso dei bar e dei ristoranti, delle stazioni ferroviarie, in tutti i luoghi previsti dal decreto che rende necessario il green pass, e mi farei sponsorizzare da Lottomatica per raccogliere le scommesse sulle possibilità di sopravvivenza o sul grado delle ferite riportate da chi dovrà chiedere a chi accede di esibire il green pass. Magari anche una sponsorizzazione dall’Accademia di Arte Drammatica, per premiare il testo e la performance più originale di scuse per entrare senza il green pass. Se esistesse poi un’Associazione dei Falsari Italiani, gli andrebbe affidata la premiazione per il miglior falso green pass del mese, consegna il premio Vittorio Sgarbi. Con un decimo dei soldi degli sponsor ci vaccineresti tutta l’Africa, tutti i Paesi poveri dell’Asia e dell’America latina, che il vaccino e la vita se li meritano molto più di questa ormai insopportabile sedicente “civiltà” occidentale industrializzata.

Roma è particolare e ne parlo perchè la conosco come le mie tasche, qui c’è il potere e si sa che se la Capitale è infetta la nazione è usa-e-getta, non mi sembra però che il resto del Paese ci stupisca per una maggiore civiltà. E non parlo della rappresentazione dei giornali ma dai dialoghi quotidiani con amici che abitano sia più a nord che a sud di Roma. Le comunità sono ormai chiuse in circoli dove basta una parola polisemica (mi scuso con i no vax che leggendo polisemica sobbalzeranno e si chiederanno quale complotto nasconda) che venga intesa nel senso che non gli ha dato chi l’ha pronunciata, per causare espulsioni e faide. Per questo è stato sbagliato puntare sul green pass come discriminante della futura convivenza. Con i fascisti e nazisti nostrani che usano la pelle di quelli a cui l’hanno tolta anni fa, nei campi di concentramento e nelle camere a gas, per denunciare la dittatura sanitaria. Anche lì per esempio, contro i rigurgiti e le insegne neofasciste c’è una legge per contrastarli, la legge Mancino, che vale quanto il green pass, cioè quasi zero.

La chiave contro il covid era ed è il vaccino. Che forse non è esatto chiamare vaccino ma, chiamatelo come diavolo vi pare, sta di fatto che le morti da covid sono crollate a cifre prossime allo zero, da quando ci stiamo vaccinando (naturalmente cifre false per chi nega anche che le morti dell’anno scorso fossero dovute al covid). E sta di fatto che il 99% dei ricoveri attuali riguardano non vaccinati. Su questa strada il governo avrebbe dovuto forzare la mano. Gli sforzi per garantirci salute e vita vanno incentrati sulla prevenzione e non sulla pena, che, come abbiamo visto e come dimostra la storia italiana, alla fine viene sempre evitata in qualche modo, perchè la certezza del diritto è labile, soprattutto in questo periodo di grande confusione storica. E se a oggi, nonostante il generale degli alpini Figliuolo vanti risultati insperati, lo dico senza ironia, soltanto la metà della popolazione ha completato le vaccinazioni, è evidente che ciò che non ha funzionato da parte dello Stato riguarda le mancate vaccinazioni dell’altra metà della popolazione. Le scorte non adeguate dei vaccini subordinate ai capricci delle case farmaceutiche sono state sanzionate come verrà sanzionato, vedremo, chi non ha il green pass? Di certo no.

La conseguenza sociale che si profila con l’introduzione del green pass sfugge ancora a molti. Si dà uno strumento ai no vax (voglio andare a casa loro e controllare l’armadietto dei medicinali e chiedere conto di tutti i singoli componenti delle medicine che assumono comprese le creme naturali per lenire i dolori. E voglio vedere quale operatore telefonico o provider d’internet o ente previdenziale a cui sono legati gli assicura l’anonimato che reclamano per il covid) si dà ai no vax uno strumento attaccabile legalmente e che propone un modello di stato che corrisponde, anche se non lo fosse nell’intenzione, esattamente a quello contro cui dicono di combattere. Da questa crisi uscirà un modello sociale che difficilmente in seguito potrà essere moderato dalla Costituzione, in quanto gli individui non sono più disposti a cedere la loro parte di responsabilità negli affari collettivi. Si delineano delle enclave separate dove ognuno si fa le sue leggi e se non ti stanno bene cambi città o paese o villaggio. Cosa fare? Se lo chiedeva già il tipo col pizzetto che ha provocato quel casino in Russia, ma visto com’è finita non m’ispirerei a lui per la risposta. Perchè la risposta a questo punto difficilmente sarà collettiva e ognuno penserà a sè e non soltanto per il covid, questa è esattamente la piega che sta prendendo la nostra società, facendo il gioco del potere economico e finanziario. Che non lo capiscano i no vax non mi sorprende, sono il prodotto del decadimento culturale degli ultimi cinquant’anni, loro sono la negazione della vita sociale. Il resto sì, mi stupisce, ma per fortuna non conto una minchia e non posso vendicarmi del decadimento cerebrale altrui.
Allora: ci vediamo su Netflix dal 6 agosto. Titolo provvisorio “Com’era green il mio pass”.

da qui

Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti a confronto intervistati da Ennio Remondino

 

«Andreotti e la mafia»,

il titolo iniziale dell’inchiesta di produzione internazionale italo britannica e tedesca, ma quella che vedrete è la versione italiana con altro titolo. ‘Scelta aziendale’ il relegare ad una sola messa in onda una inchiesta di grande rilievo almeno per i suoi intervistati, esclusiva mondiale. Forse ragioni di diritti d’autore o forse, molto più probabilmente, altro non dichiarato, in quel lontano 1994, con i protagonisti mafiosi e politici chiamati in causa tutti ancora vivi e tutti allora estremamente temibili.
Valutate voi.

Immagini da videoregistratore ma documento unico

Le tre puntate come ci sono giunte, senza manipolazioni da parte nostra, e con tutte le imperfezioni tecniche del caso.
Alcuni segreti dietro a quella inchiesta stiamo cercando di strapparli all’intervistatore che da sempre remacontro. Vedremo. Intanto Ennio Remondino stuzzica i lettori confessando due ‘bugie di forma’, che anche voi, guardando attentamente, potreste arrivare a cogliere.

da qui





 


La rabbia e la vergogna per i miei romanzi stampati dagli schiavi - Maurizio Maggiani

 

Da qualche parte stanno stampando il mio nuovo romanzo, non so dove, ma ci sono buone probabilità che lo stiano facendo alla Grafica Veneta, è il più grosso service nel ramo della stampa, di lì ci passano la gran parte degli editori e dei libri, persino Harry Potter, e l'idea che a stamparlo siano degli schiavi mi fa schifo.

Vallo a sapere, magari sono stati degli schiavi a stampare tutti quanti i miei romanzi; le mie storie così colme di aneliti libertari, così madide di empatia per gli ultimi, per i senza voce, sono finite tra le mani delle brave persone che le hanno volute leggere perché a farne degli oggetti acquistabili sono stati degli umani violati, picchiati, derubati e privati di ogni dignità perché fosse contenuto al minimo possibile il prezzo di copertina.

Ho schifo, sì, ma tanto per cominciare ho schifo di me stesso. Di me che non ho avuto mai cura di chiedermi chi li avesse materialmente fatti i miei libri, di chi fossero le mani e le vite di quelle mani, vite di lavoratori. Ho schifo di me, che sono così attento al Dop all'Igp, al Doc, di me che guardo bene le etichette di scarpe e camicie onde arrivare alla quasi certezza che non si tratti di opera di bambini, di me che coltivo io stesso i pomodori e con grande orgoglio in casa si fa la conserva, così che non ci sia alcun dubbio sull'estraneità allo sfruttamento della manodopera agricola, altri schiavi.

Ecco, sto attento a quasi tutto, mi è solo mancato l'interesse per ciò che più mi dovrebbe riguardare, come se non sapessi che il mio lavoro, perché questo mi vanto di essere, un onesto lavoratore, è parte di una catena, e posso anche vantarmi di vendere la mia opera d'ingegno e non le mie mani, ma nella catena niente mi autorizza a distinguermi da un altro lavoratore, niente mi autorizza a stare sopra, o distinto, o ignaro.

Ho iniziato la mia carriera di rivoluzionario occupando la mia scuola nell'inverno del '68, una cosa piuttosto dura, al portone non c'erano le mamme ma il battaglione della Celere, a portarci cibo e coperte, a discutere con noi e cercare di farci ragionare un filo più concretamente del vogliamo tutto, vennero gli operai dei cantieri navali e dell'arsenale militare; pareva a loro che, così differenti come eravamo, non ci fosse distanza e estraneità tra ciò che chiedevano nelle loro lotte sindacali e ciò che noi non sapevamo che sognare e pretendere, eravamo alla vigilia del contratto unico, delle grandi riforme sociali, vigilia di grandi vittorie.

Io vengo da lì, quello che sono è da lì che è cominciato ad essere, e ora che siamo ai postumi delle grandi sconfitte, e a parte i pochi privilegiati come me, il lavoro è per la massima parte venduto al peggior offerente alle peggiori condizioni semplicemente perché non ce n'è di migliori, come ricambio le coperte, il cibo e le parole, la generosa fraternità di un tempo? Posso dire che non ho controllo della catena, che l'ignoranza del suo funzionamento ne è addirittura parte essenziale, e è vero, come è vero che neppure il mio editore e i suoi colleghi, i lettori e i librai non hanno strumenti per sapere.

Ecco, forse è venuto il momento di smetterla di non sapere, se non ci sono strumenti cercarli, smetterla di aspettare di farci dire come stanno le cose dai giudici e dai carabinieri, come se fossero gli unici a poter vedere. Io non so che parlare per me, e per me posso solo dire che, ringraziando Iddio, ho smesso da un bel pezzo di firmare appelli, risparmiandomi almeno questa ipocrita inanità a costo zero; ma come onesto lavoratore non ho mosso un dito per gli altri onesti lavoratori, e ho ben ragione di farmi un po' schifo.

Se poi dovessi pensare che questo che ho appena scritto basta a poter dire che ho fatto la mia parte, allora non mi guadagno nemmeno lo schifo. Parlo per me, ma mi permetto di porre la seguente domanda ai miei colleghi venditori di opere di ingegno, come all'art. 53, 2° c. lett. b) DPR 917/86, testo unico Imposta diretta: val la pena di scrivere bei libri pieni di buoni pensieri e storie avvincenti e finali struggenti, se poi per farli leggere abbiamo bisogno del lavoro degli schiavi?

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