domenica 8 agosto 2021

Vax, no vax, la bio-politica e il ritorno dei corpi - Guy Van Stratten

 

“Datemi dunque un corpo”: è la formula del capovolgimento filosofico. Il corpo non è più l’ostacolo che separa il pensiero da se stesso, ciò che il pensiero deve superare per arrivare a pensare. Al contrario è ciò in cui esso affonda o deve affondare, per raggiungere l’impensato, cioè la vita.

Gilles Deleuze, Cinéma 2. L’image-temps

Per cominciare, vorrei evitare di usare le parole “vax” e “no vax”, ormai diffusissime su tutti i media all’insegna di una spettacolarizzazione ostentata e diffusa. Esse, infatti, come altre parole introdotte dall’emergenza Covid (cfr. Covid e linguaggio. Le nuove parole come ambigui strumenti del potere) fanno parte di un sistema di discorsi che si diramano da una maglia fittissima di poteri (in questo caso viene risemantizzato un termine utilizzato in passato prevalentemente per indicare chi era contrario ai vaccini sui bambini). Non si tratta di un solo, fantomatico ‘potere centrale’ ma, appunto di una relazione fra diversi poteri. Come ci insegna Michel Foucault ne L’ordine del discorso, esistono svariati discorsi che isolano, emarginano, escludono.

Tali parole, in questi giorni, sono vere e proprie protagoniste sui media e sui social, spettacolarizzate in modo iperbolico, all’interno di quella “immensa accumulazione di spettacoli” che è diventata la società attuale, come aveva lucidamente preconizzato Guy Debord. Per questo, le vorrei lasciare ai media, ai giornali servi della borghesia e agli intellettualini borghesi che su quegli stessi giornali scrivono; le vorrei lasciare ai social e a quella fogna a cielo aperto che è Facebook dove quelli che erano puri sfoghi spettacolari e individualistici si sono trasformati in diktat che vorrebbero avere anche un significato sociale e politico.

Sui social, in questi giorni, tali discorsi che si intrecciano, si separano e si estendono come le radici arboree e che escludono credendo di unire, riguardano in modo prepotente i corpi degli individui. Quella tra favorevoli e contrari al vaccino anti-Covid è una discussione che investe direttamente i corpi di tutti. Non intendo adesso schierarmi dall’una o dall’altra parte ma soltanto offrire una descrizione di quello che sta avvenendo all’interno di questo fittissimo intreccio di svariati poteri. Come ricorda Foucault, “una società non è un corpo unitario in cui si esercita soltanto un potere; in realtà, è una giustapposizione, un legame, una connessione, anche una gerarchia di differenti poteri, che però conservano le loro specificità” (M. Foucault, Le maglie del potere, conferenza pronunciata all’Università di Bahia, 1976, ora in AF 3, p. 159). Non dobbiamo pensare al potere che esclude, emargina e separa come a una sorta di potere centrale che cala dall’alto, un’imposizione giuridica e disciplinare che dice “non devi”. Nelle trame dei discorsi si intersecano miriadi di poteri che tagliano, separano, escludono, isolano, anche e soprattutto nella smisurata marea dell’universo social.

In questo momento stiamo assistendo a un prepotente ritorno dei corpi. Dopo la chiusura, la digitalizzazione dell’esistenza, lo smart working e la DAD, i discorsi si stanno spostando sui corpi. In gioco, infatti, non ci sono nient’altro che corpi: vaccino sì, vaccino no, si discute soltanto sulla necessità o meno di inoculare una sostanza dentro i corpi e sulla possibile esclusione di alcuni di questi corpi a determinate pratiche sociali nonché sull’ammissione di altri. Il discorso socio-politico si sta reimpossessando di corpi che erano stati negati, allontanati, annullati, nell’impossibilità di potere incontrarsi e interagire fra di loro. Da ciò, all’interno di questo discorso, nasce un’altra polemica-spettacolo, quella sulla liceità o meno del cosiddetto green pass. Ora, io credo che tirare in ballo, riguardo al green pass la segregazione razziale e le persecuzioni naziste e fasciste nei confronti degli ebrei sia una pura follia e un errore storico clamoroso. Però, a questo punto, dovremmo anche rifiutarci di utilizzare il termine “negazionista” per indicare chi non ‘crede’ all’estrema pericolosità del virus perché, come si sa, la parola “negazionismo” appartiene a quello stesso campo semantico (gli orrori della Shoah) e non ritengo sia opportuno applicarlo a ambiti diversi da questo.

La polemica che si sta scatenando in questi giorni dimentica la complessità delle relazioni fra le maglie dei diversi poteri. Il dibattito dovrebbe essere inserito all’interno di un organismo discorsivo più ampio. Non si può essere d’accordo con l’una o con l’altra parte senza considerare il terreno socio-politico nelle sue complessità, un terreno devastato – non dobbiamo mai dimenticarlo – dalla modalità di produzione capitalistica. In gioco entrano una serie di fattori la cui complessità imporrebbe discussioni di ben altro livello e che riguarderebbero i tagli alla scuola e alla sanità pubblica, le speculazioni delle grandi lobby della farmaceutica, la devastazione dell’ecosistema, la commercializzazione di animali e capi di bestiame su larga scala e via di seguito. Il Capitale prosegue alla cieca, devastando tutto e rinforzandosi, un po’ come il mostro extraterrestre di Alien (1979) di Ridley Scott, un film che, tra l’altro, spiega come gli interessi di una corporation globale del futuro non siano davvero incentrati sulla salvaguardia degli esseri umani (la scelta è infatti di sacrificare l’equipaggio dell’astronave per condurre sulla Terra la creatura aliena). Invece di portare avanti un dibattito sterile, infarcito di odio a più riprese, invece di colpevolizzare ora chi è favorevole ora chi non è favorevole al vaccino ci si dovrebbe guardare intorno e considerare come tutti siamo schiavi di un sistema che, pur di produrre maggiore profitto, sarebbe disposto a uccidere milioni di vite umane. Ma questo, purtroppo, passa sempre in secondo (o terzo) piano oppure non viene nemmeno tenuto in considerazione.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole; l’inedito assetto geo-politico scatenato dall’emergenza Covid nella nostra era digitale trae le sue origini in pratiche socio-politiche legate alla modernità. Come le forme di disciplinamento sociale messe in atto dal lockdown, dal coprifuoco, dalle autocertificazioni non hanno fatto altro che emergere da pratiche di controllo preesistenti, così la necessità del vaccino e le norme disciplinari che ne derivano (se non ti vaccini non puoi…), come il famigerato green pass, fanno parte di un sistema bio-politico preesistente, che vede le sue radici almeno nel XVIII secolo. Ecco perché avvicinare il green pass alle leggi razziali sarebbe un grave errore storico. Esso, semmai, appartiene interamente alla società di controllo di carattere moderno. Ancora una volta, è la lucidità di Foucault a trarci d’impaccio. A partire dal XVIII secolo – dice lo studioso – il volto del potere è cambiato: “Bisognava passare da un potere lacunoso e globale a un potere continuo, atomico e individualizzante: al posto dei controlli globali, di massa, bisognava poter controllare ogni individuo, nel suo corpo e nei suoi gesti” (ivi, p. 161). Si tratta di una tecnica e di una tecnologia di potere che investe gli individui anche nel corpo e nel comportamento, come una vera e propria anatomia politica:

In altri termini, il secolo XVIII ha scoperto una cosa capitale: che il potere non si esercita semplicemente sui soggetti, come presupponeva la tesi fondamentale della monarchia, secondo cui esistono il sovrano e i soggetti. Si scopre che il potere si esercita sulla popolazione. Che cosa vuol dire popolazione? Non significa soltanto un gruppo umano numeroso, ma esseri viventi attraversati, comandati e retti da leggi e processi biologici. Una popolazione ha un tasso di natalità, di mortalità, ha una curva e una piramide di età, una morbilità, uno stato di salute; una popolazione può estinguersi o, al contrario, svilupparsi (ivi, pp. 163-164).

Dal XVIII secolo, ancora oggi il potere sta affinando il suo controllo sugli individui: “Il potere deve esercitarsi sugli individui in quanto costituiscono una specie di entità biologica, che deve essere presa in considerazione se si vuole utilizzare la popolazione come macchina per produrre ricchezze, beni o altri individui” (ivi, p. 164). È quella che lo studioso francese definisce come “bio-politica” (ibid.). All’interno di questa società bio-politica, se così si può dire, “la medicina non ha più oggi un campo che le sia esterno” (M. Foucault, Crisi della medicina o crisi dell’antimedicina?, conferenza tenuta nel 1974 all’Istituto di medicina sociale dell’Università di Rio de Janeiro, ora in AF 2, p. 214). E, continua Foucault, “si potrebbe affermare a proposito della società moderna in cui ci troviamo, che noi viviamo in ‘Stati medici aperti’, in cui la medicalizzazione è senza limiti. Alcune resistenze popolari alla medicalizzazione si spiegano precisamente con questo predominio perpetuo e costante” (ibid.). Non dobbiamo, perciò, stupirci più di tanto se esiste chi si oppone al vaccino anti-Covid: tale opposizione, probabilmente, non deriva da un rifiuto della ‘salute pubblica’ e del ‘bene comune’ ma agisce – nello stesso identico modo in cui nella modernità gruppi politici o religiosi si sono opposti alla medicalizzazione – come una vera e propria reazione, appunto, alla pervasiva medicalizzazione della società.

Per concludere, si potrebbe affermare che il dibattito fra chi è favorevole al vaccino e chi non lo è andrebbe inserito in una dimensione di pensiero più ampia, che includesse la complessità delle maglie relazionali e discorsive di un’intera società, senza mai dimenticare che si tratta di una società devastata dal modo di produzione capitalistico. La sterilità che avvolge tutte le opinioni e i discorsi sciorinati sui media e sui social dai più diversi opinionisti dimostra soltanto una profonda incapacità di pensiero. Quando gli “intellettuali di sinistra” dicono che in piazza a protestare contro il vaccino ci vanno solo i fascisti non fanno altro che favorire il gioco di quegli stessi fascisti e complottisti di destra che più facilmente, allora, scenderanno in piazza. Ma se possediamo un corpo, oggi più che mai, all’interno della sua complessità, dobbiamo possedere anche una lucidità di pensiero (come scrive Gilles Deleuze, “il corpo non è mai al presente, contiene il prima, il dopo, la stanchezza e l’attesa”, C 2, p. 210): dobbiamo essere più che mai corpi pensanti contro le svariate maglie di poteri che, sempre di più, proprio sui nostri corpi vanno infierendo con ogni mezzo.


Riferimenti bibliografici:

AF 2 = M. Foucault, Il filosofo militante. Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977, Feltrinelli, Milano, 2017.

AF 3 = M. Foucault, Estetica dell’esistenza, etica, politica. Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985, Feltrinelli, Milano, 2020.

C 2 = G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, Ubulibri, Milano, 1989.

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da un'intervista ad Anna Maria Ortese

 

Un’altra domanda, ingenua, se permette: crede ancora in qualche cosa?

 

Naturalmente. Credo in tutto ciò che non vedo, e credo poco in quello che vedo. Per fare un esempio: credo che la terra sia abitata, anche adesso, in modo invisibile. Credo negli spiriti dei boschi, delle montagne, dei deserti, forse in piccoli demoni gentili (tutta la Natura è molto gentile). Credo anche nei morti che non sono più morti (la morte è del giorno solare). Credo nelle apparizioni. Credo nelle piante che sognano e si raccomandano di conservare loro la pioggia. Nelle farfalle che ci osservano, improvvisando, quando occorra, magnifici occhi sulle ali. Credo nel saluto degli uccelli, che sono anime felici, e si sentono all’alba sopra le case… In tutto credo, come i bambini. In una sola cosa non credo: nell’uomo e nella donna, che esistano ancora. Posso sbagliarmi, ma essi mi sembrano ormai luoghi comuni, simulacri di antichi modelli, canne vuote, dove, nelle notti d’inverno, fischia ancora, piegandole, il vento dell’intelligenza, che li sedusse e distrusse.

 

A questo punto si può concludere, e mi dispiace, che lei non è più a sinistra?

 

Ma no! Sono ancora e più grandemente a sinistra: ma dell’Antenato e del Bambino, intendendo per Bambini tutti i perduti alla crescita e all’intelligenza. Sono anzi all’estrema sinistra di tutti i caduti sotto i colpi dell’intelligenza. Sogno la resurrezione dei Padri morti, di tutti i morti nell’ingiustizia. Penso talora, è strano, anche a Laika, la cagnetta che fu mandata, dicono, nello Spazio Esterno (definizione di Milton per gli abissi senza speranza che circondano l’Universo), e che forse avrà chiamato infinitamente gli umani. Vorrei gridare: Laika! Siamo qui! Ti amiamo! Torna indietro, Laika! Sì, sono questi i miei sogni: la resurrezione, il ritorno di tutti i morti nell’ingiustizia. Già la morte è ingiustizia. Ma l’ingiustizia, talora, come per Laika, è più ingiusta di ogni altra cosa ingiusta. È del tutto il segno della disgrazia di Adamo, dice l’orrore della intelligenza di cui si è fidato. Dice che non bisognerebbe più fidarsi di questa guida. Tornare indietro!

 

Laika! Ormai è morta! Svanita tra le stelle, e per sempre.

 

Ma non per me.

 

Spiriti! Folletti! Spiriti di Padri morti, di Bambini perduti, di piante che sognano, di farfalle che ci guardano! Di anime all’alba (gli Uccelli) che ci salutano cantando… È questa, dunque, la sua patria?

 

Sì, è questa.

 

Stiamo per chiudere, mi perdoni se è solo curiosità. Ma cosa le fa pensare che la Natura (figlia della Ragione, no?) sia viva quanto l’Intelligenza?

 

Di più! Di più! Perché l’Intelligenza non ci guarda, non ci interroga, la Natura ci interroga continuamente. La Natura ha occhi! Chi non ha mai guardato negli occhi di un figlio o di una figlia della Natura, non ha mai visto nulla di divino – per significare benevolenza, pace – per quanti possano essere gli altari a cui si sarà inginocchiato.

 

Allude, penso, al suo incontro con la Tartarughina?

 

Appunto. Mi aiuta, dove sono – come sono -, mi aiuta anche il ricordo della Tartarughina del Levante, una sera di dicembre freddo, dietro un’oscura vetrina. Sì, guardava me, proprio me! Alzò i suoi occhi su quella triste distanza. Penso sempre di tornare là, appoggiare la faccia sulla oscura vetrina, parlarle. È lì la mia patria.

 

Mi sorprende questa parola, pronunciata così seriamente, appassionatamente. Lei ama… amerebbe ancora, dunque, ciò che si dice… patria?

 

Naturalmente! Anzi, naturellement! (patria è parola francese). Ma la mia idea di patria è modesta. Amo ciò che è piccolo, amo le cose e creature infinitamente piccole, mute, che ci guardano con coraggio. Esse si appellano a noi dal fondo della loro tristezza e innocenza… ecco la mia idea di patria: lo sguardo mite e interrogante della Tartarughina del Levante, lo sguardo calmo degli Ultimi. Ho lì la mia casa, i miei inni, le memorie, le fiammanti e lacere – per tutti i venti dell’inverno – care Bandiere.

 

La conversazione è finita. Riprenderemo fra altri anni? Forse ascolterò, coi lettori, parole meno severe sulla intelligenza?

 

Non da me. Non da luoghi di esilio.

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L’estate in carcere - Giuseppe Rizzo

Nel 2000 il regolamento penitenziario italiano stabiliva che entro il 2005 tutte le celle dovessero avere una doccia: regolamento allo stesso tempo ritardatario e ottimista. Ventuno anni dopo l’associazione Antigone è entrata in 67 carceri e ha potuto verificare che fine abbia fatto quella norma: in una galera su tre di quelle visitate non ci sono docce nelle celle.

E del resto, anche se le docce ci sono, può capitare che manchi l’acqua. “Nella casa circondariale di Frosinone”, scrivono i ricercatori dell’associazione in un nuovo rapporto, “sono stati segnalati frequenti episodi di mancanza di acqua corrente”. Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove il 6 aprile 2020 la polizia penitenziaria ha picchiato brutalmente i detenuti che avevano protestato per chiedere più protezione contro il coronavirus, non c’è alcun allaccio idrico, per cui tutto ciò che esce dai rubinetti non è potabile. In compenso è “particolarmente ferroso e di colore torbido”. Nell’istituto di Borgo San Nicola, a Lecce, per due giorni insieme all’acqua è andata via anche la luce. Era la fine di giugno e le temperature nella zona sfioravano i 40 gradi.

Oggi il caldo non è meno impietoso, eppure “a causa della pandemia, nel 24 per cento degli istituti ci sono sezioni in cui si si è passati dal regime a celle aperte a quello a celle chiuse”. In questi forni incandescenti di ferro e cemento capita di stare in tre, quattro, cinque e perfino in sei. A Taranto il tasso di sovraffollamento è del 181 per cento, a Latina del 167 per cento, a Como del 152 per cento. Per tantissimi detenuti e detenute significa non avere a disposizione neanche quei tre metri quadrati di superficie calpestabile al di sotto dei quali la Corte di Strasburgo parla di “trattamenti inumani e degradanti”. Tra loro quasi 20mila devono scontare meno di tre anni, per cui potrebbero accedere alle misure alternative: ma molti hanno commesso dei reati ostativi (cioè gravi come l’omicidio ma anche furti in casa e rapine), molti non hanno una casa dove scontare i domiciliari o una comunità che li accolga, e alcuni sono privi di qualsiasi aiuto legale per richiederle, per cui restano dietro le sbarre. Senza colpe, anche 29 bambini con meno di tre anni restano in carcere con le loro madri.

L’acqua non è l’unica cosa che manca: “Nel 42 per cento degli istituti oggetto del monitoraggio”, dice Alessio Scandurra di Antigone, “sono state trovate celle con schermature alle finestre che impediscono passaggio di aria e luce naturale”.

Nelle galere l’aria che tira, quando tira, è questa. E questa è l’estate che vivono le persone che ci sono rinchiuse.

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sabato 7 agosto 2021

Greenpass, nuovi confini e le frontiere della paura. Contributo per un ragionamento collettivo - Deriva

 

Dall’inizio della pandemia non ho mai scritto su blog, né uso i social, né ero dell’idea che fosse utile l’allarmismo dell’emergenza securitaria iniziale quando non si sapeva cosa stava realmente accadendo. Sono una scienziata sociale, non un medico, quindi mi sono attenuta a ciò che so fare: osservare, non esprimere parole avventate, ma continuare a osservare e scrivere. E però ora, dopo 16 mesi dall’inizio di questa pandemia (non sono due anni, mi dispiace, ma solo 16 mesi. e la deformazione della percezione del tempo che noto attorno a me è un primo elemento che trovo allarmante), dopo 16 mesi dall’inizio della pandemia, ecco che ora sono preoccupata.

Sono preoccupata del silenzio, della totale assenza di dibattito, della mancanza totale di spazi di discussione cui ci siamo abituati e di cui non sembra vediamo più gli effetti deleteri. Sono preoccupata dell’amnesia totale che vedo attorno a me: non ci ricordiamo più cosa dicevamo solo 12 mesi fa, quando da tante e tante parti leggevo non vogliamo tornare a quello che c’era prima, perché quello che c’era prima era il problema. Sembra che non riusciamo a imparare dalla storia, e che non siamo in grado di vedere la differenza che c’è, oggi come nel 1969, nel 1980 o nel 2001, fra incidente e strage, tra incidente accidentale, e concorso in strage.
Certo, c’è un virus e questo non fa bene a nessuno e non va sottovalutato. Ma come dimenticare che il grosso numero di morti non lo ha provocato il virus da solo, bensì la gestione folle che già 16 mesi fa metteva l’economia davanti alla salute pubblica? Come dimenticare la Val Seriana e la Val Brembana nel bergamasco, sacrificate per il PIL della Lombardia che non doveva fermarsi? Come non vedere la differenza di responsabilità tra l’incidente (accidentale o meno che sia) del virus, e la strage provocata dei morti sul lavoro, o nelle RSA (Confindustria e Oms e governi vari tutti responsabili)?

I punti sono tanti, che non avendo più voluto/potuto discutere, andiamo perdendo. Proverò a nominarne alcuni (senza pretese di esaustività):

– La paura è al centro di tutte le reazioni e discorsi sul Covid, e l’incapacità di parlare e fare i conti con la paura (e con la morte, che è parte della vita e non sua eccezione) è certamente il punto Uno.

– Porre la questione in termini di vaccino si/no è porre malissimo la questione. La hubris umana ha un limite. Benissimo che i vaccini proteggano e tutelino al massimo le persone più fragili ed esposte agli effetti nefasti del Covid. Altra cosa è credere che il vaccino possa sconfiggere una pandemia che è globale, in cui i vaccini stanno toccando una porzione infinitesimale della popolazione globale, mentre corpi e soprattutto merci continuano a circolare e con essi i batteri, i virus e le varianti incrociate.

– Credo che un punto importante sia accettare che non siamo in una POST-pandemia, ahimè, ma che ci siamo ancora dentro fino al collo. La pandemia c’è e ci sarà ancora, fino a che la sua curva non raggiungerà il livello alto per poi scemare. Una pandemia globale ha dei tempi che sono al di sopra della hubris umana e della umana volontà di dominio su tutto il mondo che ci circonda.

– Il greenpass è uno strumento di controllo sociale, ieri il Ministro Speranza ha dichiarato che “Il green pass è la più grande opera di digitalizzazione mai fatta” (qui): dunque il punto è la digitalizzazione e il controllo a tappeto di tutte le azioni quotidiane, non la salute pubblica. Equiparare controllo e salute è davvero un binomio difficile da digerire. Il greenpass è un nuovo confine che stiamo vedendo erigere attorno a noi: non più alle frontiere degli Stati nazionali, ma alle frontiere dei nostri corpi. Si tratta sempre di mura, di confini che determineranno chi ha o meno dei privilegi. Ma in tante e tanti non urlavamo: La carta è solo carta la carta brucerà? Dov’è finita quella solidarietà verso i sans-papier e le persone che non possono e non potranno comunque accedere a questo pass? (e qui non è solo questione di procedure, si chiama paura anche quella).

– Il greenpass viene rilasciato dopo 1 sola dose di vaccino, che è ormai risaputo NON coprire né tutelare la persona dagli effetti nefasti del virus. Dunque nuovamente mi pare che lo Stato si voglia deresponsabilizzare per fare andare avanti l’economia senza dovere più provvedere a “ristori”. Ma dov’è la tutela della salute? Infine: il greenpass non è richiesto per entrare in Chiesa. Andare a Messa ancora una volta si rivela un assembramento consentito e tollerato beffando ulteriormente scuole, teatri e gli altri luoghi di socialità e cultura.

E alcune domande:

– Quanti soldi sono stati stanziati per implementare il sistema pubblico sanitario in Italia e in Europa in questi mesi? Perché pensiamo che la soluzione alla pandemia sia un vaccino e un nuovo passaporto digitale, invece che risorse a strutture, cultura della salute, del cibo, importanza dello sport e un attenuazione degli stress e della paura che sono invece fortissimi inibitori del sistema immunitario?

– Quale è l’intervento di salute pubblica che giustifica l’ipotesi di obbligo vaccinale per i giovani? Questo punto mi fa talmente male che non riesco neanche a commentarlo, ma è di una gravità immonda, e che non ci siano discorsi seri che prendano in conto i rischi che non conosciamo degli effetti negli anni di questo vaccino nei giovani (perché non c’è stato il tempo tecnico necessario) è l’ennesima testimonianza che viviamo in una violenta gerontocrazia patriarcale.

– Cosa ha provocato l’emergere del Covid? E cosa ha trasformato un virus in una pandemia globale? Come mai non si parla degli allevamenti industriali, dei combustibili fossili, delle centrali nucleari, e di tutte quelle miriadi di cose che producono e quotidianamente fabbricano le condizioni perché si sviluppino questo o altri virus?

– Infine: come possiamo illuderci che un vaccino risolva la pandemia (o tanto più un documento di controllo digitale), se non affrontiamo in nessun modo le cause strutturali che l’hanno provocata?

Sono cresciuta in un contesto in cui la cultura non erano nozioni da ingerire attraverso uno schermo, ma un quotidiano allenamento al pensiero critico, alla riflessione, all’osservazione e all’utilizzo del cervello che sento di avere sotto la corteccia cerebrale.

Sono caduta nello sconforto quando vedevo persone accorrere in fila allo spriz appena riapriva il bar, tanto quanto ora pensare che il vaccino “è l’unica soluzione che abbiamo”. Tanto più trovo razionalmente infondata ogni equiparazione tra vaccino e greenpass. Difenderò sempre l’importanza dei vaccini per difendere le persone a rischio e limitare la circolazione del virus. Ma nessuno può farmi credere che il vaccino a meno dell’1% della popolazione mondiale possa arginare un virus che la mal-gestione delle istituzioni che ci governano ha trasformato in pandemia. Mi rifiuto di dimenticare le responsabilità politiche che hanno portato alla strage del bergamasco e su cui- tra l’altro, per inciso- non si vuole indagare, nonostante le richieste dei familiari delle vittime.

Mi rifiuto di smettere di utilizzare il mio cervello, perché il fatto che funzioni me ne lascia una responsabilità enorme. Mi rifiuto di pensare che fare una passeggiata con o senza cane possa fare male a qualcuno, che stare chiusa in casa faccia bene alla salute (mentre le fabbriche erano sempre piene), che oggi mangiare al ristorante o bere il caffè senza essersi potuti vaccinare equivalga ad attentare alla salute pubblica. C’è una bella differenza tra egoismo neoliberale che vuole solo fare crescere il PIL o tornare a una brutta copia di quel che era prima, e un singolo corpo che cammina e respira. Le stragi le fanno i padroni, e come tanti anni fa, ancora adesso spesso si fanno aiutare dai fascisti per ottenere il risultato che vogliono.

Non smettiamo di usare la testa, non smettiamo di essere solidali, non smettiamo di cercare e condannare le responsabilità strutturali che hanno condotto al punto in cui ci troviamo.

Infine: impariamo ad ammettere che abbiamo paura, anzi che siamo terrorizzati pure. Che la morte ci spaventa, che la malattia ci fa paura. Non è un male avere paura, è parte della vita la morte, come è parte dell’amore la paura della sua fine. Eppure, impariamo a conviverci, perché l’amore è più forte.

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Grand Hotel Abisso - Alberto Capece


Molti anni fa, György Lukács un filosofo di parte marxista oggi pressoché sconosciuto a quella parte di società  che si auto ritiene colta e proprio per questo rappresenta appieno l’ottusità contemporanea, disse riferendosi alla scuola di Francoforte, ma in generale a gran parte della sinistra europea, che essa  risiedeva nel Grand hotel Abisso, ossia era perfettamente in grado di criticare in maniera radicale la società capitalistica, salvo però temere che non ci fossero vie d’uscita e rimanere dunque immobile come il coniglio abbagliato dai fari. Ora non starò qui ad annoiarvi parlando della Dialettica negativa o della Dialettica dell’illuminismo, né di Marx o Hegel, ma mi limito ad osservare i limiti dell’ intellighenzia europea del dopoguerra  che è sempre rifuggita dalla complessità, dalle contraddizioni e dalle fatiche della prassi ossia della costruzione di un sistema politico alternativo o antagonista, arrivando ad una contraddizione esistenziale che ha finito per distruggerla: la consapevolezza  dell’ingiustizia fondamentale di una società fondata sul capitale e poi sul mercato, ma l’impossibilità di superarla. Perciò alla stratosferica quantità di analisi critiche per le quale si sono spese più parole degli atomi dell’universo, corrisponde un nulla di fatto della prassi politica, anzi un continuo arretramento di fronte a qualsiasi cosa. Ma se per Adorno e Horkheimer o Benjamin questo era il  dramma di chi aveva conosciuto il socialismo reale di stampo stalinista o i fascismi degli anni ’30 o ancora il nascosto cinismo del liberismo americano, se insomma tutto questo faceva parte della “coscienza infelice” per i loro nipoti e pronipoti è diventata più una sorta di disincanto, una sorta di commodity irresponsabile, quasi un mero rituale o un pourparler che denuncia apertamente la propria natura puramente declamatoria che spesso si rivela – come ha ottimamente detto Anna Lombroso – sotto la forma del benaltrismo che è un infinito rinvio e rinuncia sia all’azione che al giudizio.  “La via di chi teme di arrivare alla meta traccerà, facilmente, un labirinto” diceva Walter Benjamin.

L’hotel Abisso è infatti molto confortevole perché partecipa pienamente di quella che – non mi ricordo in questo momento se Adorno o Marcuse – chiamava “tolleranza repressiva”, ossia la tolleranza del sistema capitalistico ad ammettere critiche alla società purché esse non siano legittimate ad introdurre qualsiasi aspirazione a cambiamenti strutturali. E’ questo che tiene insieme la peggiore produzione pop hollywoodiana e le più sofisticate analisi: si può mettere alla sbarra un singolo problema, ma non il problema generale dal quale nasce. O tanto per essere più vicini a questi giorni si può accusare un’azienda farmaceutica di avere barato su un farmaco nocivo, ma non si può dire che questo nasce dalla struttura privatistica assunta dalla ricerca e dalla prassi medica.  Insomma si può nominare il peccatore, ma non il peccato. Questa  repressione,  tanto più efficace in quanto non si presenta come tale e dà alle persone l’impressione di essere libere, ha fatto un salto di qualità quando la cultura si è definitivamente trasformata in industria della cultura, concentrata in pochissime mani  e tesa a creare non soltanto vendite di qualcosa che siano libri, film, giornali, format televisivi, social  e quant’altro,  ma visioni del mondo, valori, agire politico, pulsioni, bisogni, gusti, orientamenti estetici, mode, linguaggi, che da una parte sostengono e perpetuano l’ideologia del consumo e parallelamente sono funzionali al mantenimento del potere delle classi dominanti. Il Grand Hotel «Abisso» è accuratamente arredato per tutti i gusti e per tutte le tendenze: nelle sue stanze è lecita ogni forma di ubriacatura intellettuale, di fideismo, compreso quello alimentare, di ascetismo, di autoflagellazione, di narcisismo sistemico, purché naturalmente tutto questo rimanga illusorio e l’apparente libertà e autonomia abbia il medesimo tintinnio delle catene.

Ma quando, come avviene  oggi, si cammina davvero lungo l’abisso, quando la manipolazione di masse rese passive, esce dalla propaganda diffusa diventando vero e proprio golpe messo in piedi da individuabile galassia di potere, allora ci si accorge della intollerabile leggerezza degli ospiti dell’hotel abisso che abbandonano qualsiasi critica, anche solo di facciata, per aggredire tutti coloro che non ci stanno proprio in nome di quei principi proclamati a gran voce nelle stanze di quell’albergo: del resto a forza di vivere di rendita e di fatuità accademica, di aver vestito abusivamente vesti non consone alla loro natura, dopo aver rinunciato per contratto ad ogni cambiamento reale in cambio di innocua immaginazione cosa potrebbero mai fare se venissero scacciati dall’ Hotel Abisso? Sarebbero costretti a guardare l’abisso che essi hanno contribuito ad aprire. E così diventano i perfetti complici di una menzogna, quelli che nascondono i fatti – perdonatemi il gioco di parole – dietro le frasi fatte, dietro le formule sempre uguali e paradossali sgranate impunemente come in un rosario tibetano. All’Hotel Abisso c’è posto per qualsiasi cosa salvo che per la verità e l’onestà. Essi sembrano incarnare alla perfezione i personaggi di una frase icastica di Foucault: “croyez-moi, la déraison es tout aussi oppressive“. L’irragionevolezza e la menzogna sono oppressione. E questi personaggi che squittiscono dalle televisioni e dai giornali sono la fauna perfetta della galera universale, ciò a cui saranno ridotti quando non ci sarò più bisogno di loro, non tanto da meritare una suite, quanto piuttosto una tana.

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canta Soeur Marie Keyrouz

 

venerdì 6 agosto 2021

EgyptWide: Mappare la repressione, un rapporto al Senato Italiano - Enrico Campofreda

 

Attiva sin dallo scorso giugno EgyptWide, rete che raccoglie sessantaquattro organizzazioni della società civile di varie nazioni del mondo, impegnata a richiedere ai propri Paesi, alle Nazioni Unite, allo stesso regime guidato da Abdel Fattah al-Sisi un monitoraggio sulla situazione dei diritti umani in Egitto, ha presentato oggi al Senato della Repubblica Italiana il proprio documento “Mappare la repressione”. La denuncia è nota: da otto anni il grande Paese arabo vive una drammatica riduzione dello spazio di vita pubblica. Non sono perseguitati solo oppositori, sindacalisti, attivisti, giornalisti, avvocati, ricercatori, il clima di terrore è diffuso fra la popolazione che teme di finire in prigione o peggio di morire per via, in una stazione di polizia, in un luogo di tortura segreto. Questo blocca da tempo la vita civile di milioni d’individui. Tutto è giustificato da “operazioni di sicurezza nazionale” che non riguardano affatto la sicurezza individuale e collettiva, al contrario in maniera criminale attentano alle certezze e alla libertà, come testimoniano i casi degli assassinati dal regime. Il meccanismo innescato punta alla paura, cosicché ciascuno nel proprio ruolo ideale, professionale e nello spirito critico del semplice cittadino perda la possibilità di esprimersi, temendo di finire nel girone infernale delle detenzioni arbitrarie, dei processi infiniti, delle vendette dirette o trasversali. I “sette passi” che EgyptWide propone a chiunque voglia sostenerla nel grido d’allarme sono così cadenzati: rilascio di tutti i prigionieri politici, blocco delle rotazioni detentive, revoca dello stato di emergenza imposto dal 2017 in violazione della Costituzione, rinvio delle condanne a morte emesse, fine dei procedimenti penali contro i difensori dei diritti umani, dialogo su un diritto di famiglia equo soprattutto per le donne, eliminazione della censura per gli oltre seicento quotidiani online e siti Internet bloccati. Nel dossier son menzionati anche alcuni fra i detenuti più noti: il giornalista e ricercatore politico Ismail al-Iskandrani, condannato a dieci anni di reclusione dopo l’arresto nel 2015 e oltre due anni di rinvii detentivi. La sua colpa è studiare i gruppi islamisti. Sayed al-Banna, avvocato dei diritti, è da oltre due anni in attesa di processo con l’accusa di adesione a gruppi terroristi. E’ vittima della formula del rinvio in cella ogni 45 giorni. Era già stato arrestato nel 2016 per aver partecipato alle proteste contro la cessione ai sauditi delle isole Tiran e Sanafir. 


Altro avvocato è Haitham Mohamadeen, in custodia cautelare dal 2019 anch’egli accusato di terrorismo e per aver pubblicato notizie false. Aderente del partito socialista rivoluzionario, ha partecipato alle proteste sociali del 2008, alla rivolta di Tahrir, fondando il Revolution Road Front e aderendo al Centro El Nadeem contro le vittime di violenza. Arrestato più volte, sarebbe dovuto tornare in libertà nel marzo di quest’anno ma il rilascio non c’è mai stato. La giornalista Shaimaa Sami, ricercatrice e attivista dei diritti. Nel maggio 2020 è stata sequestrata presso la sua abitazione ad Alessandria, detenuta in luogo segreto per una decina di giorni, quindi condotta nella Procura per la sicurezza nazionale e accusata di diffusione di notizie false e terrorismo. Sarebbe dovuta uscire di prigione nel gennaio 2021, ma la custodia del tutto illegale è proseguita,  “giustificata” dal rinnovo automatico ogni due settimane. Ramy Shaath, difensore dei diritti e coordinatore in Egitto della campagna “Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni” per lo Stato d’Israele. Noto per il sostegno della causa palestinese, anche per questo è accusato di rapporti con “gruppi terroristici” che s’oppongono allo sgombero forzato delle case di Gerusalemme Est. Shaath ha vari processi in corso e il suo stato detentivo risulta particolarmente complesso. Walid Shawky è un medico dentista, impegnato sul fronte dei diritti umani. Aderendo al movimento 6 Aprile si è ritrovato nel 2018 in manette nella sua clinica del Cairo con l’accusa di vicinanza a un gruppo terrorista. A due anni dall’arresto non ci sono prove materiali contro di lui, ma la regola dei rinvii ogni 45 giorni, lo tiene in cella. L’architetto e ricercatore Ibrahim Ezz El-Din è in custodia cautelare dopo aver conosciuto nel 2019 un rapimento e una detenzione in luogo non identificato per cinque mesi e mezzo. Duramente torturato con vari arnesi, digiuni, privazioni del sonno, a fine dicembre 2020 è stato prosciolto dalle accuse di diffusione di notizie false (s’era occupato di lotte per gli alloggi e sgomberi forzati di strati umili della cittadinanza), però non è mai uscito di galera. Lo studente-ricercatore Ahmed Samir, residente in Austria, è stato bloccato dopo il suo rientro in Egitto, incautamente aveva pensato a una vacanza sul Mar Rosso. Nello scorso febbraio, di ritorno dalla villeggiatura, s’era recato in una stazione di polizia dove è stato trattenuto dal Servizio di Sicurezza Nazionale. Incappato in interrogatori e torture per ritrovarsi bloccato di quindici giorni in quindici giorni fino a oggi. 

Sanaa Seif, regista e attivista, è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione una prima volta nel 2020. Nello scorso marzo la condanna s’è ripetuta per l’aiuto offerto alla madre che inscenava un sit-in davanti alla prigione di Tora 2 dov’è rinchiuso un altro membro della famiglia. Mohamed Adel, blogger e attivista dei diritti umani, è fra i fondatori del Movimento 6 Aprile, aveva dato vita alle proteste contro Mubarak nel 2008. Fermato nel 2013, arrestato per tre anni e condannato ad altri tre di libertà vigilata, ha subìto un ulteriore arresto nel 2018 per diffusione di false notizie. Nel 2020 è stato inserito in un altro caso repressivo per terrorismo e divulgazione d’informazioni sensibili. Resta in custodia cautelare per due procedimenti. Mohammed al-Baqer è un difensore dei diritti che dirige il Centro legale “Adalah”, è rinchiuso nella prigione di massima sicurezza ‘Skorpion’. Venne rinchiuso in prigione  mentre prestava assistenza legale all’attivista Abdel Fattah e come lui accusato di terrorismo, dopo più d’un anno e mezzo dall’arresto l’accusa non ha mostrato nessuna prova, solo congetture. Alaa Abdel Fattah, blogger e attivista fu rinchiuso per un caso del 2019, il refrain è il solito: notizie false e terrorismo. Conosciuto per l’impegno libertario durante l’intera fase di ribellione del 2011, è finito immediatamente nella rete repressiva dopo il golpe del 2013 scontando cinque anni di libertà vigilata. Nel settembre 2019 è stato nuovamente arrestato con le medesime accuse ed è tenuto in surplace, ovviamente in galera. Di Patrick Zaky in Italia si sa tutto. Anche i nostri senatori e il governo Draghi sono al corrente dei soprusi del regime egiziano che l’incastrano. Assieme ai tanti compagni di sventura vessati da Sisi riuscirà a ricevere quel reale sostegno internazionale invocato da EgytpWide?

da qui

come si cade in guerra, lo racconta Alessandro Barbero

 Prima della prima guerra mondiale

 




Prima della seconda guerra mondiale