venerdì 24 aprile 2015

Divertimenti - Eliseo Diego

un taschinabile della casa editrice Fahrenheit 451, del 1999, davvero prezioso, con alcuni racconti di Eliseo Diego.

eccone uno:

Di Jacques

Piove in finissime frecce d’acciaio sull’agonia plumbea del mare, il cui enorme petto a stento ansima. La prora pesante lo fende con difficoltà. All’estremo del silenzi la si sente squarciarlo
Jacques, il corsaro, sta a prua. Un rattoppo bisunto gli copre l’occhio guercio. Immobile come una figura di prua sogna la tragica profezia della pioggia. Oscuri galeoni che navigano fiumi ocra. Gioielli intarsiati fittamente di liane.
Jacques vuole voltarsi per gridare un ordine, ma sente oscillare improvvisamente la coperta, la chiglia stride, la nave si inclina come se si incagliasse. Un mostro, no, una mano gigantesca alza la nave grondante. Jacques, immobile osserva i neri peli grossi come gomene.
“Questo?”. “Sì, quello” dice il bambino, e avvolgono la nave e Jacques in una carta che la fine pioggerellina di fuori copre di dense macchie umide.
L’acqua gronda sulla vetrina e dentro il negozio la penombra serra lo spazio vuoto con il suo gelido silenzio.
(da Divertimenti, di Eliseo Diego)


De Jacques
Llueve en finísimas flechas aceradas sobre el mar agonizante de plomo, cuyo enorme pecho apenas alienta. La proa pesada lo corta con dificultad. En el extremo silencioso se le escucha rasgarlo. Jacques, el corsario, está a la proa. Un parche mugriento cubre el ojo hueco. Inmóvil como una figura de proa sueña la adivinanza trágica de la lluvia. Oscuros galeones navegando ríos ocres. Joyas cavadas espesamente de lianas. Jacques quiere darse vuelta para gritar una orden, pero siente de pronto que la cubierta se estremece, que la quilla cruje, que el barco se encora como si encallase. Un monstruo, no, una mano gigantesca alcanza el barco chorreando. Jacques, inmóvil, observa los negros vellos gruesos como cables. «¿Este?» «Sí, ese» —dice el niño, y envuelven al barco y a Jacques en un papel que la fina llovizna de afuera cubre de densas manchas húmedas. El agua chorrea en la vidriera, y adentro de la tienda la penumbra cierra el espacio vacío con su helado silencio.

giovedì 23 aprile 2015

The Armenian Genocide - Julian Cope



Today we lament the beginning of the infamous Armenian Genocide in which 1.5 million Armenians died at the hands of Turkey’s Ottoman regime. Force-marched to their deaths across stifling tundra, countless thousands driven en masse into subterranean caves at the mouths of which the Turkish authorities lit lethal fires with which to suffocate their despairing prey, Armenia’s Christian population – sandwiched unfortunately between Iran, Azerbaijan, Turkey and Georgia – was virtually abandoned by the Christian West during their hour of need as the Turks annexed much of western Armenia and brought that country’s legendary Mount Ararat within its own east-west sprawling mass. Even today, many Turks vehemently deny the Armenian Genocide, so much so that Cardiff’s Armenian Genocide memorial was defaced by outraged Turks just days after its dedication. And still the furore continues. Before he took office, Barack Obama made a pledge to recognise the genocide, a gesture swiftly forgotten when he assumed power.  And still the US, British and German governments – their politicians reliant on the good will of Turkey – vacillate between embracing this century-old atrocity and utterly sweeping its 1.5 million victims under the carpet. The Armenians, meanwhile, mindful of their dubious “squeezed” geographical location, continue steadfastly to protest their need for national closure on the world’s stage, even at times displaying a remarkable and singularly Armenian sense of humour. When, in 2003, the Azerbaijanis claimed for themselves a small part of southern Armenia, invoking a century-old forgotten deal with the then Bolshevik government, the local Armenians simply avoided that particular highway and trucks, taxis, vans, cars and motorcycles improvised by re-routing themselves up a dry riverbed instead. And when one particularly pig-headed and thick-skinned Turkish politician undiplomatically requested that the Armenians remove Mount Ararat from their national flag – its now being technically a part of Turkey – the Armenian government riposted: “Then shouldn’t you remove the moon from your flag, for neither is that on your territory.”
[Written by Julian Cope]

Ma questa è una vera rivoluzione - intervista a David Graeber di Pinar Ogunc


Dopo un viaggio in Rojava, David Graeber ritorna sull'importanza della lotta – e soprattutto delle sue modalità libertarie – in quella regione martoriata dalla guerra. E in quest'intervista a un quotidiano turco evidenzia il ruolo delle donne.

David Graeber è professore di antropologia alla London School of Economics, è un attivista anarchico. Lo scorso ottobre scrisse un articolo per il quotidiano inglese The Guardian, la prima settimana dell'attacco di ISIS a Kobane (Siria del nord) e si chiese perché il mondo continuasse a ignorare i curdi siriani rivoluzionari. Rifacendosi a suo padre che aveva partecipato come volontario nelle Brigate Internazionali nella difesa della Repubblica Spagnola nel 1937, egli chiese: “se oggi esiste un parallelo tra gli assassini falangisti, devoti superficiali di Franco, chi potrebbe essere se non ISIS? Se esistesse un parallelo con le Mujeres Libres in Spagna, chi potrebbe essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobane?”. Questo mondo - e questa volta la più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale - si renderà complice nel lasciare che la storia si ripeta ancora una volta?”. Secondo Graeber, la regione autonoma di Rojava dichiarata con un “contratto sociale” nel 2011 come tre cantoni anti-stato e anti-capitalisti, costituisce un esperimento democratico importantissimo della nostra era.
Agli inizi dello scorso dicembre, con un gruppo di otto persone, studenti, attivisti, accademici provenienti da paesi diversi dell'Europa e degli USA, Graeber passò dieci giorni a Cizire - uno dei tre cantoni di Rojava. Egli ebbe la possibilità di osservare in pratica la “autonomia democratica” sul luogo e di fare dozzine di domande. Adesso ci dice le sue impressioni su questo viaggio con domande e risposte ancora più grandi sul perché questo “esperimento” dei curdi siriani sia ignorato dal mondo intero.
p.o.


Nel tuo articolo per il Guardian ti chiedevi perché il mondo intero stesse ignorando “l'esperimento di democrazia” dei curdi siriani. Dopo averla vissuta per dieci giorni, hai qualche nuova domanda o, forse, una risposta alla domanda precedente?
Allora, se qualcuno avesse in testa qualche dubbio sulla veridicità di questa rivoluzione, io gli direi che la mia visita ha completamente chiuso la questione. C'è ancora gente che si esprime in questi termini: questa è di nuovo una parata del PKK (il partito dei lavoratori curdi); essi sono in realtà un'organizzazione stalinista autoritaria che pretende di aver adottato la democrazia radicale. No. Sono assolutamente veri. Questa è una rivoluzione vera e genuina. Ma, in un certo qual modo quello è esattamente il problema. I poteri maggioritari hanno accettato un'ideologia che dice che vere rivoluzioni non possono più avvenire. Allo stesso tempo, molti a sinistra, anche nella sinistra radicale, sembrano aver tacitamente adottato una politica che assume lo stesso concetto, anche se essi fanno ancora qualche rumore rivoluzionario superficiale una volta ogni tanto. Essi dipingono un quadro, quasi puritano, che assume che i giocatori importanti siano i governi e i capitalisti e quella è l'unica partita di cui valga la pena parlare. La partita dove si fa la guerra, si creano villani mitici, si sequestra il petrolio e altre risorse. Noi non vogliamo giocare a quel gioco. Vogliamo creare un nuovo gioco. Un sacco di gente trova questo discorso confuso e inquietante e così sceglie di credere che non stia succedendo nella realtà, o che queste persone siano illuse, disoneste o ingenue.

Dallo scorso ottobre abbiamo assistito a una solidarietà in aumento da parte di movimenti politici diversi da tutto il mondo. C'è stata un'enorme copertura giornalistica veramente entusiasta della resistenza di Kobane da parte dei mass media importanti del mondo. L'atteggiamento politico riguardante Rojava è cambiato in Occidente, in qualche modo. Sono tutti segnali importanti ma pensi che l'autonomia democratica e ciò che si sta sperimentando nei cantoni a Rojava vengano discussi abbastanza? Quanto è importante la percezione generale di “alcune persone coraggiose che combattono contro il male dei nostri tempi, ISIS” nel guidare questo supporto e il fascino generale?
Io trovo incredibile come quanta gente in Occidente veda queste femministe armate, per esempio, e non pensi neanche alle idee che ci devono essere dietro a esse. Pensano solo che stia succedendo in qualche modo. “Credo possa essere una tradizione curda”. In qualche misura si tratta di orientalismo, per forza, oppure semplicemente di razzismo. Non gli succede mai di pensare che la gente del Kurdistan magari sta anche leggendo Judith Butler. Nell'ipotesi migliore essi pensano “oh, stanno tendando di ottenere degli standard di democrazia di tipo occidentale e di diritti delle donne. Mi chiedo se tutto ciò sia reale o solo per il consumo estero”. Non gli viene da pensare che questa gente stia portando queste cose molto oltre quanto gli “standard occidentali” abbiano mai fatto; che essi possano credere veramente in quei principi che gli stati occidentali professano solo a parole.
“Ma i veri rivoluzionari sono rimasti compatti”
Tu hai menzionato l'approccio della sinistra verso Rojava. Come è stato ricevuto dalla comunità anarchica internazionale?
La reazione delle comunità anarchiche internazionali è stata decisamente confusa. Lo trovo decisamente difficile da capire. C'è un gruppo sostanziale di anarchici - di solito gli elementi più settari - che insistono che il PKK sia ancora un gruppo “stalinista” autoritario e nazionalista che ha adottato Bookchin e altre idee della sinistra libertaria per corteggiare la sinistra anti-autoritaria in Europa e in America. Sono sempre stato colpito dal fatto che questa è una delle idee più stupide e narcisistiche che io abbia mai sentito. Anche se le premesse fossero corrette, e un gruppo marxista-leninista decidesse di fingere di avere un'ideologia per ottenere supporto straniero, perché mai essi sceglierebbero proprio le idee anarchiche sviluppate da Murray Bookchin? Sarebbe il bluff più stupido mai fatto. Ovviamente essi fingerebbero di essere islamisti o liberali perché quelle sono le organizzazioni che ottengono le armi e il materiale di supporto. Ad ogni modo, io penso che un sacco di gente nella sinistra internazionale, e la sinistra anarchica inclusa, praticamente non vogliano vincere. Non riescono ad immaginare che una rivoluzione possa realmente accadere e, segretamente, non la vogliono nemmeno, perché significherebbe il dover condividere il loro club alla moda con gente ordinaria; essi non sarebbero più gente speciale. Così, in questo modo è meglio separare i veri rivoluzionari da quelli che si “sparano solo le pose”. Ma i veri rivoluzionari sono rimasti compatti.

Che cosa ti ha impressionato di più a Rojava in termini della pratica dell'autonomia democratica?
C'erano molte cose interessanti. Non credo di aver mai sentito, in qualsiasi altra parte del mondo, di una situazione di potere duale dove le stesse forze politiche creano tutte e due le sponde. C'è la “auto-amministrazione democratica”, che mantiene tutte le forme e le trappole di uno stato-parlamento-ministeri, e così via ma che fu creato per essere specificamente separato dai mezzi del potere coercitivo. In più c'è il TEV-DEM (Il Movimento della Società Democratica), istituzioni democratiche guidate dal basso verso l'alto. Infine - e questa è la chiave - le forze di sicurezza rispondono alle strutture di base e non a quelle dall'alto in basso. Uno dei primi posti che abbiamo visitato è stata l'accademia di polizia (Asayis). Tutti dovevano seguire un corso di risoluzione non violenta dei conflitti e di teoria femminista prima di essere autorizzati a toccare un fucile. I co-direttori hanno spiegato che il loro fine ultimo sarebbe di dare a tutta la popolazione la possibilità di seguire un corso di addestramento in tecniche poliziesche di sei settimane, in modo da eliminare la polizia completamente.

Come rispondi alle critiche diverse riguardanti Rojava? Per esempio: “i curdi non avrebbero potuto fare questo in tempi di pace. È grazie allo stato di guerra...”
Credo che molti movimenti, di fronte a terribili condizioni di guerra, non abolirebbero, nonostante tutto, immediatamente la pena capitale, non scioglierebbero la polizia segreta e non democratizzerebbero l'esercito. Le unità militari, per esempio, eleggono i loro ufficiali.

E c'è pure un'altra critica, che è abbastanza favorita nei circoli che sono a favore del governo qui in Turchia: “Il modello che i curdi - nella linea del PKK e del PYD (Il Partito Curdo di Unione Democratica) – stanno tentando di mettere in pratica non è veramente accettato da tutti i popoli che vivono in Kurdistan. Quella multi-struttura è solo sulla superficie come un simbolo”.
Beh, il Presidente del cantone di Cizire infatti è un arabo, capo di una delle più grosse tribù locali. Si potrebbe argomentare che questi sia solo una figura di facciata. In un certo senso l'intero governo lo è. Ma anche se si guarda alle strutture costruite dalla base in su, si nota che di sicuro non sono solo i curdi che stanno partecipando. Mi è stato detto che l'unico problema reale è costituito da alcuni insediamenti nella “cintura araba”, gente che fu portata in quell'area dal partito Ba'ath negli anni '50 e '60 da altre parti della Siria come parte di una politica intenzionale di marginalizzazione e assimilazione dei curdi. Alcune di quelle comunità sono piuttosto ostili alla rivoluzione. Ma gli arabi le cui famiglie hanno vissuto in Kurdistan per generazioni, o gli assiri, i kirghizi, gli armeni e i ceceni sono molto entusiasti. Gli assiri che abbiamo menzionato dicono che, dopo una lunga e difficile relazione con il regime, finalmente sentono garantiti i loro diritti all'autonomia culturale e religiosa. Probabilmente il problema più difficile potrebbe essere costituito dalla liberazione delle donne. Il PYD e il TEV-DEM concepiscono questa questione come assolutamente centrale alla loro idea di rivoluzione, ma essi si trovano anche a dover affrontare il problema di avere a che fare con larghe alleanze con comunità arabe che pensano che questo viola i loro principi religiosi di base. Per esempio, mentre coloro che parlano siriano hanno le loro proprie organizzazioni delle donne, gli arabi non le hanno, e le ragazze arabe interessate ad organizzarsi intorno a questioni di genere o anche nel seguire seminari femministi devono mettersi in coda alle donne assire o anche a quelle curde. [...]

Sebbene l'autonomia democratica non sembra essere chiaramente sul tavolo dei negoziati in Turchia, il Movimento Politico Curdo tuttavia ci sta lavorando da parecchio, specialmente a livello sociale. Essi cercano di trovare soluzioni in termini legali ed economici per possibili modelli. Quando si mette a confronto, diciamo, la struttura di classe e il livello del capitalismo nel Kurdistan Occidentale (Rojava) e nel Nord Kurdistan (Turchia), che cosa pensi delle differenze di questi due processi per una società anti-capitalista o per un capitalismo minimizzato, come essi lo descrivono?
Io credo che la lotta dei curdi sia esplicitamente anti-capitalista in tutte e due le nazioni. È il loro punto di partenza. Sono stati capaci di arrivare a un tipo di formula: non si può eliminare il capitalismo senza eliminare lo stato, non si può eliminare lo stato senza liberarsi del patriarcato. Tuttavia, per la popolazione di Rojava è abbastanza facile in termini di classe perché la borghesia reale, come era in una regione essenzialmente agricola, scappò con il collasso del regime del partito Ba'ath. Essi si troveranno di fronte a un problema che durerà a lungo se non svilupperanno il loro sistema educativo per evitare che lo strato tecnocratico dedito solo allo sviluppo eventualmente tenterà di assumere il potere; nel frattempo, è comprensibile che si stiano focalizzando di più sui problemi di genere. Sulla Turchia non ne so molto di più ma ho la sensazione che le cose siano molto più complicate.
La rivoluzione in atto
In un periodo in cui i popoli del mondo non riescono a respirare per ovvie ragioni, il tuo viaggio in Rojava ti ha dato ispirazioni per il futuro? Quale pensi sia la “medicina” necessaria alla gente per respirare?
Era incredibile. Ho passato tutta la vita pensando proprio a come potremmo fare cose esattamente come queste in qualche era remota del futuro e molta gente pensa che io sia pazzo a immaginare che possano mai succedere. Questa gente lo sta facendo adesso. Se provano che può essere fatto, che una società veramente egualitaria e democratica è possibile, trasformeranno completamente il senso umano delle possibilità della gente. Io stesso mi sento dieci anni più giovane per aver passato solo 10 giorni in quei luoghi.

Quale immagine ricorderai del tuo viaggio a Cizire?
Ci sono molte immagini impressionanti, così tante idee. Mi è piaciuta moltissimo la differenza tra il modo in cui la gente appare esteriormente e le cose che dice. Tu incontri un tipo, un dottore, che fa un po' paura perché sembra un militare, con un giubbotto di pelle e un'espressione austera e severa. Poi parli un po' con lui e ti spiega: “noi pensiamo che il miglior approccio per la salute della gente sia quello preventivo, la maggior parte delle malattie sono causate da stress. Pensiamo che riducendo lo stress abbasseremo l'incidenza delle malattie cardiache, del diabete, anche i tumori. Quindi il nostro disegno ultimo è la riorganizzazione delle città perché abbiano il 70% di spazi verdi...”. Ci sono tutte queste idee brillanti, un po' pazze. Poi vai a trovare un altro dottore che ti spiega come, a causa dell'embargo turco, non riescono a ottenere le medicine di base o l'equipaggiamento e tutti i pazienti in dialisi che non sono riusciti a trasportare al di là del confine sono morti... La disgiunzione tra le loro ambizioni e le loro circostanze incredibilmente provate. La signora che ci stava facendo effettivamente da guida era un vice-ministro degli esteri di nome Amina. Ad un certo punto, noi ci scusammo per non essere riusciti a portare con noi dei regali migliori per aiutare gli abitanti di Rojava che stanno soffrendo sotto l'embargo. E lei disse: “in fondo non è molto importante. Noi abbiamo una cosa che nessuno può mai darti. Noi abbiamo la nostra libertà. Voi no. Vorremmo solo che ci fosse un modo per noi per darla anche a voi”.

Tu vieni criticato a volte per essere troppo ottimista e entusiasta per ciò che sta avvenendo a Rojava. È così? O quelli che ti criticano non capiscono qualcosa?
Di temperamento sono un ottimista, cerco delle situazioni che sembrano avere delle promesse. Non credo che ci sia nessuna garanzia che funzionerà, che non verrà schiacciata, ma certamente lo sarà se tutti decidiamo, fin dall'inizio, che nessuna rivoluzione è possibile, rifiutiamo di aiutare attivamente o l'attacchiamo, aumentando il suo isolamento, come fanno in molti. Se c'è qualcosa di cui io sono cosciente, mentre altri non lo sono, è il fatto che, forse, la storia non è ancora finita. I capitalisti hanno fatto uno sforzo sovrumano in questi ultimi 30 o 40 anni per convincere la gente che la situazione economica presente - non solo il capitalismo, ma quella forma di capitalismo peculiare, finanziarizzato, semi-feudale che abbiamo oggi - è il solo sistema economico possibile. Hanno fatto molti più sforzi nel provare tutto questo di quanto abbiano fatto per cercare di creare un sistema capitalistico globale e vitale. Come risultato il sistema sta crollando tutto intorno a noi proprio nel momento in cui tutti hanno perduto la capacità di immaginare qualsiasi altra cosa. Bene, io penso che sia abbastanza ovvio che fra 50 anni il capitalismo, in qualsiasi forma lo identifichiamo, e probabilmente in tutte le sue forme, sarà scomparso. Qualcos'altro lo avrà rimpiazzato. Quel qualcos'altro potrebbe non essere meglio. Potrebbe anche essere peggio. Allora mi sembra che questa sia la vera ragione per cui è nostra responsabilità, come intellettuali, o anche come semplici esseri umani pensanti, cercare almeno di immaginare qualcosa che potrebbe essere migliore. E se c'è gente che sta veramente tentando di creare quelle cose migliori, è nostra responsabilità aiutarli.
Pinar Ogunc

Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano Evrensel in turco
traduzione di Francesco D'Alessandro
http://zcomm.org/znetarticle/no-this-is-a-genuine-revolution/


martedì 21 aprile 2015

Emergenza immigrazione: alcune cose da ricordare quando si parla - Gianfranco Della Valle

I drammatici fatti avvenuti nel Canale di Sicilia, nei giorni scorsi, che peraltro si rinnovano oramai da tempo, devono indurci a riflettere. Sarebbe auspicabile una riflessione serena e lontana dalle frasi fatte, dagli schemi fissi e dalle posizioni dogmatiche. Purtroppo siamo in piena campagna elettorale. E' tempo del cordoglio. E' tempo di assumere delle decisioni. E' tempo di fare chiarezza su di un fenomeno complesso, articolato e in continua evoluzione. Mi permetto allora di sottolineare alcune questioni. Punti che è bene non dimenticare mai quando sia ascolta o si interviene su questi temi. Eccole:

- se qualcuno pensa o vi dice che un fenomeno di tale proporzioni e complessità si risolve in modo semplice o con una formula magica, non solo mente, ma sicuramente vi prende per il culo;

- stiamo parlando di numeri assolutamente grandi. I quasi 170 mila arrivi del 2014 (per il 2015 le proiezioni ci portano a 250 mila unità) sono almeno tre volte maggiori ai numeri mai raggiunti nel passato. In futuro potrebbero anche essere di più;

- le zone di conflitto (Siria, Libia, Somalia, Yemen) che alimentano tale flusso sono, negli ultimi anni in aumento.  Ma sono in aumento anche le situazioni di instabilità politica e di pre-conflitto (Eritrea ed Etiopia, Mali, Nigeria, Sudan);

- stiamo quindi parlando, nella quasi totalità, di persone in fuga, principalmente da guerre, persecuzioni e violenze. Quando uno fugge non si volta indietro. Tali persone hanno - nel rispetto delle norme internazionali - diritto a richiedere protezione e asilo;

-  per poter chiedere protezione queste persone devono giungere nei nostri paesi. Sono disposte a tutto pur di farlo (non hanno altre alternative, del resto);

- il traffico di esseri umani è un business colossale (nel solo Mediterraneo si stima essere in 600 milioni di dollari all'anno) - secondo solo al mercato delle droghe -  gestito da una rete criminale, oltre che cinica anche molto ben organizzata. Ogni migrante paga almeno 2 mila euro per il solo passaggio con le barche, ma spesso arriva a pagare fino a 10 mila euro per l'intero percorso;

- gli scafisti sono l'ultimo anello della catena. Spesso essi stessi migranti. Colpire gli scafisti equivale, nel mercato delle droghe, a colpire i piccoli puscher. Arrestato uno se ne trovano altri dieci. Non serve quasi a nulla;

- ipotizzare un blocco navale è una suggestiva ipotesi, molto gradita ai trafficanti di uomini. Anche ammesso sia possibile pattugliare diverse migliaia di chilometri di costa, dobbiamo essere consapevoli che quanto più difficile è il passaggio, tanto più aumentano i prezzi. E' il mercato.;

- pensare di fermare una marea umana in fuga è come ipotizzare di bloccare l'acqua che tracima dall'argine di un fiume con dei semplici sacchetti di sabbia;

- chi dice che l'ISIS tenta di infiltrare terroristi tra i migranti dice una grande idiozia per svariate ragioni. L'ISIS è entrata nel business del traffico e ha più interessi a guadagnare che a partire, l'ISIS non ha bisogno di mandare terroristi dall'Africa all'Europa (ve ne sono in abbondanza da noi) e infine, quelli dell'ISIS non sono così sprovveduti da rischiare di morire!

- vi sono alcune cose, come la morte, con cui scherzare, indipendentemente da come la si pensa, non solo non è elegante, ma è segno di una bassezza infinita. 


Repubblica marinara - Pabuda

in tutti i Porti
della Repubblica
fervono i preparativi:
ci si fa in quattro
a preparar feste e banchetti
per i nuovi arrivi:
le buffe fanfare impettite
provano
inni sconosciuti
mescolati alla rinfusa,
emozionanti danze ipnotiche
e languide marcette hip hop.
il presidente e i sindaci,
i questori, gli allenatori
delle squadre di calcio
e i parroci,
i prefetti e i segretari
di partito ci stanno
perdendo il sonno:
fanno a gara per preparare
un memorabile
discorso di benvenuto
per i nuovi arrivati:
nessun vuol sfigurare:
han traversato
 il Mediterraneo
in mille maniere
per venirci a trovare!
i più ricchi tra i cittadini
danno aria alle camere
per gli ospiti
 mobilitando maggiordomi
 e cameriere.
i più poveri s’arrangiano
sistemando vecchi divano-letto
o recuperando dalle cantine
le brandine del campeggio.
tutti sognano
di poter dire, un giorno:
“vi ricordate l’arrivo dei famosi
Migranti del 2015?
beh…  uno…
 ha dormito a casa mia!
non ci credi? guarda qua:
ho le foto  fatte allora
col telefonino!”.
tutti son molto fieri
e contenti d’essere italiani:
“con un paese così – dicono –
bello disteso  in mare verso
l’Africa:
senza muovere un dito,
senza neanche invitarli
o fare pubblicità
tantissimi tra i più nobili
e blasonati Migranti
almeno un salto
lo fanno proprio qua!”

lunedì 20 aprile 2015

Leo Bassi presenta la Chiesa Patolica




La Iglesia Patólica

  
¿Qué es?:

La Iglesia Patólica o Patolicismo es una verdadera Religión que sacraliza el Humor y la Risa como expresión del más alto intelecto humano.
La Iglesia Patólica o Patolicismo se llama así por el Culto al Dios Pato,  una divinidad a imagen y semejanza de un pato de goma amarillo de bañera.
El Dios Pato representa a la vez, valores fundamentales como la humildad, el optimismo y el espíritu lúdico pero reivindica también el derecho a la burla como acto transcendental.
La Iglesia Patólica o Patolicismo se declara hija de la Ilustración y defensora de la duda como escudo contra los oscurantismos, totalitarismos o las supersticiones.
La Iglesia Patólica o Patolicismo considera la elección de un Pato de Bañera como Dios, una manera segura de evitar cualquier riesgo de caer en la idolatría o la intolerancia, pecados tradicionales de las religiones.
                              
¿Para qué sirve?:

Valorizar la comicidad como expresión de la inteligencia.
Celebrar y fomentar el espíritu crítico utilizando el humor como método.
Unir fuerzas con todas las personas que comparten una visión positiva y alegre de la vida para cambiar el mundo.
Defender los ideales laicos quitando el miedo al poder religioso.
Divertir y educar a los niños en los ideales humanistas.
Hacer proselitismo y ofrecer una alternativa a los ritos y celebraciones tradicionales religiosas.
Explorar la realidad perdida de nuestras antiguas religiones europeas dedicadas al culto de la Naturaleza.

Particularidades del Dogma:

No hay dogma.
Cada fiel es libre de proponer su versión de la Iglesia Patólica o Patolicismo con la condición de hacer descojonarse a los demás fieles.
El estudio de la Iglesia Patólica o Patolicismo se llama Patología.
En la Iglesia Patólica o Patolicismo nada ni nadie puede situarse por encima de la posibilidad de ser diana de burlas y chistes, sin excepciones y sin restricciones (al de fuera de la violencia física, totalmente prohibida en esta religión)
Al mismo tiempo, se anima a los fieles a no mostrar ningún respecto a los que ofician el culto, siempre y cuando que la crítica se haga con humor.
Los que nos insulten serán llamados por el nombre de Anti-Páticos.
da qui

Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza - Igiaba Scego

Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.
Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.
Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi, niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel 1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.
Mio padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle, ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca. Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.
Oggi mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano. Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia, dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la dittatura.
Se dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con precisione.
Mio fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere New York e l’Empire State Building?
Per un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto somalo come carta igienica.
Oggi invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta. Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo, inesorabilmente, inevitabilmente.
Una linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto: scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso.
Viaggiare è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce ne siamo rese conto.
È dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro mare.
Ho capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13 corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel dolore come proprio.
Ora è tutto diverso.
Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro.
Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.
L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia.
Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.
“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.
Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane.
Nessuno di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema. Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché ladesaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere”.

Le pietre di Gramsci - Paolo Brogi e David Riondino