martedì 22 settembre 2015

Varoufakis risponde a Renzi - Francesco De Palo

“Signor Renzi, ho un messaggio per te: puoi gioire quanto ti pare per il fatto che io non sia più ministro delle finanze. Ma non ti sei sbarazzato di me. Ciò di cui vi siete sbarazzati, partecipando a quel colpo vile contro Alexis Tsipras, è la democrazia greca”, firmato Yanis Varoufakis. L’ex ministro delle finanze di Atene risponde, dal suo blog, alle parole del premier italiano, che in occasione della direzione Pd di ieri aveva detto testualmente: “Lescissioni funzionano come minaccia non al momento elettorale. Per usare un tecnicismo, anche sto Varoufakis se lo semo tolti. Chi di scissioni ferisce, di elezioni perisce”.
L’economista ellinoaustraliano sceglie il fioretto e, definendo quella di Renzi un’illusione, sottolinea che lo scorso luglio non si sono sbarazzati dell’uomo Varoufakis ma di una “cosa molto più importante di me”. Ricostruendo i primi sette mesi del 2015, assolutamente peculiari tanto per la storia greca quanto soprattutto per quella dell’Ue, Varoufakis scrive che molti dei suoi compagni sono rimasti fedeli alla piattaforma Syriza che li ha eletti a gennaio come un partito unito che ha portato speranza ai greci e ai popoli europei. Ma speranza per che cosa, si chiede? Speranza per mettere fine “definitivamente ai prestiti di quel salvataggio finto, che è costato caro all’Europa, e che ha condannato la Grecia ad una depressione permanente“
E attacca: “Sotto un’estrema costrizione da parte dei leader europei, tra cui anche il signor Renzi che ha rifiutato di discutere ragionevolmente le stesse proposte della Grecia, il mio primo ministro, Alexis Tsipras, è stato sottoposto il 12 e 13 luglio a un bullismo insopportabile, a un ricatto nudo, a pressioni disumane”. E aggiunge che il premier italiano ha svolto un ruolo centrale nell’aiutare la rottura di Alexis, “con la sua tattica delpoliziotto buono, sulla base dell’assunto se non cedi, essi ti distruggeranno”.
Motiva la separazione con Tsipras per via del disaccordo sul fatto che stessero bluffando e soprattutto sul fatto che non si poteva consegnare le chiavi di ciò che resta del Stato greco alla spietata troika. Questo è stato, e rimane, un disaccordo “tra me e Alexis”, aggiunge. Per cui a seguito di tale disaccordo, Tsipras avrebbe fatto una inversione a U (e forzata) nella politica di Syriza e, di conseguenza, una gran parte dei membri del partito ha deciso di non seguirlo. Erano i giorni in cui non solo i 25 scissionisti diUnità Popolare si erano allontanati dalla “Pangea Alexis” ma finanche Tasos Koronakis, il segretario del partito, lo stesso Varoufakis e molti altri dirigenti che si sono sentiti traditi. Secondo l’ex ministro non condividevano la scelta di Syriza di trasformarsi tout court in un nuovo Pasok.
E poi la stoccata finale al nostro premier: “Signor Renzi, ho un messaggio per te: puoi gioire tanto quanto ti pare per il fatto che io non sia più ministro delle finanze o deputato. Ma non ti sei sbarazzato di me, io sono vivo e vegeto politicamente, e come persona in Italia mi riconoscono quando cammino per le strade del vostro bel Paese. Ciò di cui vi siete sbarazzati partecipando a quel colpo vile contro Alexis Tsipras è la democrazia greca“.
da qui

lunedì 21 settembre 2015

Perché lascio la Cgil - Giorgio Cremaschi

La ragioni per le quali ho restituito dopo 44 anni la tessera della Cgil sono semplici e brutali. Oramai mi sento totalmente estraneo a ciò che realmente è questa organizzazione e non sono in grado minimamente di fare sì che essa cambi.
La mia è quindi la presa d'atto di una sconfitta personale: ci ho provato per tanto tempo e credo con rigore e coerenza personale, non ci sono riuscito. Anzi la Cgil è sempre più distante da come avrei voluto che fosse. Non parlo tanto dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, ma della pratica reale, della vita quotidiana che per ogni organizzazione, in particolare per un sindacato, è l'essenza. Non è questo il sindacato che vorrei e di cui credo ci sia bisogno, e soprattutto non vedo in esso la volontà di diventarlo.
Naturalmente mi si può giustamente rispondere: chi ti credi di essere? Certo la mia è la storia di un militante come ce ne sono stati tanti, che ha speso tanto nell'organizzazione ma che non può pretendere di essere al centro del mondo. Giusto, tuttavia credo che la mia fuoriuscita possa almeno essere registrata come un pezzetto della più vasta e diffusa crisi sindacale di cui tanto si parla, e che come tale possa essere collocata e spiegata.
Nei primissimi anni 70 del secolo scorso a Bologna come lavoratore studente ho preso con orgoglio la mia prima tessera Cgil. Poi sono stato chiamato a Brescia per cominciare a lavorare a tempo pieno nella Fiom. Nella quale sono rimasto fino al 2012. Ho visto cambiare il mondo, ma se tornassi indietro con la consapevolezza di oggi rifarei tutte le scelte di fondo. Scherzando penso che io ed il mondo siamo pari, io non sono riuscito a cambiarlo come volevo, ma pure lui non ce l'ha fatta con me.
Quando ho cominciato a fare il "sindacalista" a tempo pieno questa parola suscitava rispetto. Io la maneggiavo con un po' di timore. Il sindacalista era una persona giusta e disinteressata che raddrizzava i torti, era il difensore del popolo. Oggi se dici che sei un sindacalista ti vedi una strana espressione intorno, molto simile a quella che viene rivolta ai politici di professione. Sindacalista eh? Allora sai farti gli affari tuoi...
Questo discredito del sindacato è sicuramente alimentato da una disegno del potere economico e delle sue propaggini politiche ed intellettuali. Ma è anche frutto della burocratizzazione e istituzionalizzazione delle grandi organizzazioni sindacali. Paradossalmente oggi è proprio il sindacalismo moderato della concertazione, che ho contrastato per quanto ho potuto, ad essere messo sotto accusa. Negli anni 80 e 90 è stata la mutazione genetica del sindacato più forte d'Europa, la sua scelta di accettare tutti i vincoli e le compatibilità del mercato e del profitto, che ha permesso al potere economico di riorganizzarsi e riprendere a comandare. In cambio le grandi organizzazioni sindacali hanno chiesto compensazioni per se stesse.
Questo è stato il grande scambio politico che ha accompagnato trent'anni di politiche liberiste contro il lavoro. I grandi sindacati accettavano la riduzione dei diritti e del salario dei propri rappresentati e in cambio venivano riconosciuti ed istituzionalizzati. Partecipavano ai fondi pensione, a quelli sanitari, agli enti bilaterali, firmavano contratti che costruivano relazioni burocratiche con le imprese, stavano ai tavoli dei governi che tagliavano lo stato sociale, insomma crescevano mentre I lavoratori tornavano indietro su tutto.
Quando il mondo del lavoro è precipitato nella precarietà e nella disoccupazione, quando si è indebolito a sufficienza, il potere economico reso più famelico dalla crisi, ha deciso che poteva fare a meno dello scambio della concertazione. Ha dato il via Marchionne e tutti gli altri lo hanno seguito. Quelle concessioni sul ruolo e sul potere della burocrazia, che le stesse imprese ed il potere politico elargivano volentieri in cambio della "responsabilità" sindacale, son state messe sotto accusa. Coloro che più si sono avvantaggiati dei "privilegi" sindacali ora sono i primi a lanciare lo scandalo su di essi. I vecchi compagni da cui ho imparato l'abc del sindacalista mi dicevano: se al padrone dai una mano poi si prende il braccio e tutto il resto.
Ma nel mondo moderno certe massime sono considerate anticaglie, e quindi i gruppi dirigenti dei grandi sindacati son rimasti sconvolti e travolti dalla irriconoscenza di un potere a cui avevano fatto così ampie concessioni. Hanno così finito per fare propria la più grande delle falsificazioni sul loro operare. I sindacati hanno difeso troppo gli occupati e abbandonato i giovani ed i precari, questo è passato nei mass media. Mentre al contrario non si sono trasmessi diritti alle nuove generazioni proprio perché si è rinunciato a difendere coloro che quei diritti tutelavano ancora. I grandi sindacati han subito la catastrofe del precariato non perché troppo rigidi, ma perché troppo subalterni e disponibili verso le controparti. Questa è la realtà rovesciata rispetto all'immagine politica ufficiale, realtà che qualsiasi lavoratrice o lavoratore conosce perfettamente sulla base della proprie amare esperienze.
La condizione del lavoro in Italia oggi è intollerabile e dev'essere vissuta come un atto di accusa da ogni sindacalista che creda ancora nella propria funzione. Non è solo lo perdita di salari e diritti, il peggioramento delle condizioni di lavoro, lo sfruttamento brutale che riemerge dal passato di decenni. Sono la paura e la rassegnazione diffuse, il rancore, la rottura di solidarietà elementari, che mettono sotto accusa tutto l'operato sindacale di questi anni. Di Vittorio rivendicò alla Cgil il merito di aver insegnato al bracciante che non ci si toglie il cappello quando passa il padrone. Di chi è la colpa se ora chi lavora deve piegarsi e sottomettersi come e peggio che nell'800? È chiaro che la colpa è del potere economico e di quello politico ad esso corrivo, oggi ben rappresentato da quella figura trasformista e reazionaria che è Matteo Renzi. È chiaro che c'è tutto un sistema culturale e mediatico che educa il lavoro alla rassegnazione e alla subordinazione all'impresa. Ma poi ci son le responsabilità da questo lato del campo, quelle di chi non organizza la contestazione e la resistenza.
Lascio la Cgil perché non vedo nei gruppi dirigenti alcuna volontà di cogliere il disastro in cui è precipitato il mondo del lavoro e le responsabilità sindacali in esso. Vedo una polemica di facciata contro le politiche di austerità e del grande padronato, a cui corrispondono la speranza e l'offerta del ritorno alla vecchia concertazione. E se le dichiarazioni ufficiali, come sempre accade, fanno fuoco e fiamme sui mass media, la pratica reale è di aggiustamento e piccolo cabotaggio, nell'infinita ricerca del minor danno.
Il corpo burocratico della Cgil è più rassegnato dei lavoratori posti di fronte ai ricatti del mercato e delle imprese, come può comunicare coraggio se non ne possiede? Certo ci sono tante compagne e compagni che non si arrendono , che fanno il loro dovere, che rischiano, ma la struttura portante dell'organizzazione va da un'altra parte, è dominata dalla paura di perdere il residuo ruolo istituzionale e quando ci sono occasioni di rovesciare i giochi, volge lo sguardo da un'altra parte. Quando la FIOM nel 2011 si è opposta a Marchionne, quando Monti ha portato la pensione alla soglia dei 70 anni, quando si è tardivamente ripristinato lo sciopero generale contro il governo, in tutti quei momenti si è vista una forza disposta a non arrendersi. Quei momenti non sono lontani, eppure sembrano distare già decenni perché subito dopo di essi i gruppi dirigenti son tornati al tran tran quotidiano. E temo che lo stesso accada ora nel mondo della scuola ove un grande movimento di lotta non sta ricevendo un adeguato sostegno a continuare.
Non si può ripartire se l'obiettivo è sempre solo quello di trovare un accordo che permetta all'organizzazione di sopravvivere. Così alla fine si firma sempre lo stesso accordo in condizioni sempre peggiori. In fondo è una resa continua. Il 10 gennaio 2014 CGiL CISL UIL hanno firmato con la Confindustria un'intesa che scambia il riconoscimento del sindacato con la rinuncia alla lotta quotidiana nei luoghi di lavoro. Una volta che la maggioranza dei sindacati firma un contratto la minoranza deve obbedire e non può neppure scioperare. Se non accetti questa regola non puoi presentarti alle elezioni dei delegati. Se negli anni 50 del secolo scorso la Cgil, in minoranza nelle grandi fabbriche, avesse accettato un sistema simile non avremmo avuto l'autunno caldo e lo Statuto dei Lavoratori. Che non a caso oggi il governo cancella sicuro che le grida sindacali non siano vera opposizione.
Il movimento operaio nella sua storia ha incontrato spesso dure sconfitte, ma le ha superate solo quando le ha riconosciute come tali e quando ha cambiato la linea politica, la pratica e, a volte, i gruppi dirigenti. Invece nulla oggi viene davvero rimesso in discussione.
La Cgil ha sempre avuto una dialettica interna. Tra linee politiche, tra esperienze, tra luoghi di lavoro, territori e centro, tra categorie e confederazione. Dagli anni 90 il confronto tra maggioranza e minoranze si è intrecciato con quello tra la FIOM e la confederazione. In questi confronti e conflitti si aprivano spazi di esperienze ed iniziative controcorrente.
Oggi tutto questo non c'è più. Una normalizzazione profonda percorre tutta l'organizzazione e l'ultimo congresso le ha conferito sanzione formale. Non facciamoci ingannare dalle polemiche televisive e dalle imboscate di qualche voto segreto. Fanno parte di scontri di potere tra cordate di gruppi dirigenti, mentre tutte le decisioni più importanti son state assunte all'unanimità, salvo il voto contrario della piccola minoranza di cui ho fatto parte e di cui non si è mai tenuto alcun conto. Una piccola minoranza che al congresso ha raggiunto successi insperati là dove c'erano le persone in carne ed ossa, ma che nulla ha potuto contro i tanti risultati bulgari per partecipazione e consenso verso i vertici, costruiti a tavolino. Con l'ultimo congresso la struttura dirigente della Cgil ha deciso di ingannare se stessa. La partecipazione bassissima degli iscritti è stata innalzata artificialmente per mascherare una buona salute che non c'è. Ed il resto è venuto di conseguenza. A differenza che nel passato non ci son più problemi nella vita interna della Cgil, tutto è pacificato a parte i puri conflitti di potere. Ma forse anche per questo la Cgil non ha mai contato così poco nella vita sociale e politica del paese.
A questo punto non bastano rinnovamenti di facciata, sono necessarie rotture di fondo con la storia e la pratica degli ultimi trenta anni. 
Bisogna rompere con un sistema Europa che è infame con i migranti mentre si genuflette di fronte all'euro. I diritti del lavoro sono incompatibili con una moneta unica i cui vincoli,come ha ricordato il ministro delle finanze tedesco, sono tutt'uno con le politiche di austerità. 
Bisogna rompere con il PD ed il suo sistema di potere se non se ne vuol venire assorbiti e travolti. 
Bisogna rompere con le relazioni subalterne con le imprese e ripartire dalla condizione concreta dei lavoratori .
Questo rotture non sono facili, ma sono indispensabili per ripartire e sono impossibili nella Cgil di oggi.
Certo fuori dalla Cgil non c'è una alternativa di massa pronta. Ci sono lotte, movimenti, sindacati conflittuali generosi e onesti, ma spesso distanti se non in contrasto tra loro. Ma questa situazione frantumata per me non giustifica il permanere in un'organizzazione che sento indisponibile anche solo a ragionare su queste rotture.
So bene che la svolta positiva per il mondo del lavoro ci sarà quando tutte le organizzazioni sindacali, anche le più moderate, saranno percorse da un vento nuovo. Ho vissuto da giovane quei momenti. Ma ho anche imparato che nell'Italia di oggi questo cambiamento sarà possibile solo se promosso da una spinta organizzata esterna a CGIL CISL UIL. A costruirla voglio dedicare il mio impegno.
Per questo lascio la Cgil da militante del movimento operaio così come ci sono entrato. Saluto con grande affetto le compagne e compagni di tante lotte che non condividono questo mio giudizio finale. Siccome li conosco e stimo, so che ci ritroveremo in tanti percorsi comuni. Saluto anche tutte e tutti gli altri compagni, perché ho fatto mio l'insegnamento di Engels di avere avversari, ma mai nemici personali.
Grazie soprattutto a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori che hanno insegnato a me, intellettuale piccolo borghese come si diceva una volta, cosa sono le durezze e le grandezze della classe operaia. Spero di poter apprendere ancora.

domenica 20 settembre 2015

Bersaglio notturno - Ricardo Piglia

una storia complicata e strana, un po’ tirata per i capelli,
una mamma che si stanca, due fratelli, di cui un inventore che vive nel suo mondo, un padre padrone, due sorelle quasi da operetta, una valigetta piena di dollari, un giapponese portiere di notte , un investigatore, Croce, che quando ha bisogno di ricaricarsi sta in manicomio, un portoricano morto assassinato che arriva dagli Stati Uniti con i soldi, e una cittadina ai confini di tutto, in un Argentina in declino.
provate a mescolare gli ingredienti e il romanzo è scritto.
la lettura è un altro paio di maniche, non scorre liscia, l’amalgama è un po' troppo arzigogolata, ma alcune parti del romanzo sono davvero belle, e Croce è davvero uno Sherlock Holmes della pampa - franz





Piglia è non per niente uno scrittore borgesiano: la sua qualità, così più pregiata perché sapientemente intessuta tra uno e centomila fili diversi, sta tutta nell’invertire i rapporti e cambiare i nessi: alle gemelle si sovrappone la coppia di fratelli Belladonna, Croce monologa con la sua spalla, Saldías, e dialoga con la sua nemesi, il procuratore Cueto; Renzi prende nota degli avvenimenti come si appuntasse spunti per un romanzo da farsi e le postille a piè di pagina non chiudono o esplicano concetti, ma aprono vie di fuga. Tutto, dunque, sembra ossequiare un’idea e contemporaneamente tradirla, prestando fede, si direbbe, solo ad una delle regole codificate ne L’ultimo lettore, ovverosia l’elaborazione costante del contrasto fra due concetti, due ossessioni: «L’enigma: ciò che non si comprende, ciò che è chiuso; il recondito allo stato puro» e «il mostro: colui che viene da fuori, dall’altra parte della frontiera e la cui voce è straniera: l’altro allo stato puro». Per Ricardo Piglia, che apre la sua raccolta di saggi con un lungo racconto-interpretazione di Kafka, «all’interno di una cultura, dice il genere, esiste un doppio confine delimitato dall’enigma e dal mostro». La letteratura, aggiungiamo noi chiudendo Bersaglio notturno, non fa che vedere, e perciò spostare, questo doppio confine…

…Vi dico pertanto che questo Bersaglio notturno è una ciofeca, una sfrantoiata d’olive, una noia tale che mi veniva nostalgia del telegiornale condotto da Bruno Vespa. Ma non è solo questo, è peggio.
Un libro che se non avesse visto la luce, la polvere avrebbe trovato pagine più degne sulle quali posarsi e l’oblio si sarebbe risparmiato uno sforzo superfluo.
Ed è strano, anche se a pensarci bene non è strano, che un bofonchio del genere l’abbia scritto Ricardo Piglia, degnissimo scrivano, ma sono i tempi, i tempi moderni e le accademie che tutto corrompono, anche gli spiriti migliori e gli inchiostri pregiati.
Ebbe la luce nel 2010 questo libro, nei tempi moderni quindi, lontano dai fasti argentini dello splendore letterario, lontano dalle vette sublimi dei suoi compatrioti, lontano dal soffio divino che ispirò quelle penne…

Lo scrittore settantenne argentino non è comunque nuovo al successo e, come si legge in seconda di copertina, è riconosciuto “unanimemente come uno dei più grandi scrittori argentini dei nostri tempi”. Che sia un abile narratore è indubbio, che sia un romanziere coinvolgente forse un po’ meno, almeno sulla base di questa prova. Bersaglio notturno è un romanzo ben scritto ma che, mi pare, arranca nell’appassionare. La trama, abbastanza strutturata nella prima parte del romanzo, tende a sfilacciarsi e a perdere di smalto e mordente nella seconda; allo stesso tempo la scrittura è così affinata da risultare a volte fredda. Rimane impagabile, però, la bravura di Piglia nel descrivere questa “pampa umida”, questa cittadina di provincia che vive di mate e dicerie, dove ci sono più novità in un giorno che in qualsiasi grande città e “ la differenza tra le notizie della zona e le informazioni nazionali è così abissale che gli abitanti possono illudersi di avere una vita interessante”. Dove basta un forestiero e un menage à trois a creare subbuglio, dove le voci girano “a tutte le ore come se fossero bollettini meteorologici”, dove un omicidio è più eccitante che pauroso nel suo diventare nuovo e appetitoso oggetto di pettegolezzo.

…Un noir che sa più di romanzo, per lo stile sobrio e allo stesso tempo raffinato che fa di Piglia uno dei scrittori argentini più apprezzati degli ultimi anni. Anzi posso affermare senza alcun dubbio che il giallo è solo un pretesto, usato dallo scrittore per raccontare un'altra storia, forse ancora più amara.
Personaggi dannatamente umani che mettono in scena i loro drammi quotidiani senza cadere nell'esagerazione o nel ridicolo. Il tutto avviene nella tranquilla e placida cornice della Pampa Argentina, di cui avvertiamo colori e odori.
Una lettura che ammalia e rapisce senza creare tensioni o brividi ma che regala un bel viaggio in un mondo e in un periodo storico e politico non lontanissimo da noi e soprattutto non facile per chi lo ha vissuto.

Qualcuno ha definito Ricardo Piglia il Faulkner del Sud America. Permettetmi, se Faulkner ha scritto luce d’Agosto ecco Piglia ha scritto allora Il Buio di Novembre.
Un romanzo in definitiva, fumoso e pretestuoso, avvincente a tratti, ma che mai ha avuto la forza di tenermi concentrato.
Certo lo stato d’animo con cui si affronta una lettura influisce sempre sul piacere della lettura stessa, ammetto per dovere di cronaca che se dovessi definire il mio sentire nel mentre leggevo Bersaglio Notturno di Ricardo Piglia la parola più ricorrente sarebbe Deluso…

Così mi sono liberata da Facebook – Benedetta Perilli

Ho disattivato il mio account Facebook da oltre un mese. Lo avevo aperto nel 2008 e dopo aver festeggiato sette compleanni insieme agli "auguriiii :-)" dei miei oltre 900 amici, visto nascere i loro figli, morire i loro gatti, crescere i loro amori, condiviso gioie e dolori di persone incontrate una sola volta nella vita, alla fine ho scelto di smettere di guardare le foto delle loro vacanze e dei loro panini.


L'ho fatto perché di Facebook ero diventata dipendente. Non solo non ero riuscita a dosare la mia presenza social, ma soprattutto non avevo dominato la compulsione di guardare perennemente lo schermo del telefonino muovendo in alto l'indice. Dalla mattina - ancora nel letto - alla colazione, passando per il bagno (si salva la doccia perché lo smartphone non è impermeabile). Poi in macchina - al semaforo nessuno suona più quando scatta il rosso, come te stanno tutti chattando su Facebook - al lavoro, dopo il lavoro, durante l'aperitivo mentre l'amico parla e tu lo ascolti ma non lo guardi perché gli occhi sono incollati sulla pagina biancoblu, a cena, dopocena, al cinema, al concerto, a letto. Addormentarsi su Facebook. Come se fosse normale.



Non riguarda tanto sapere cosa stanno facendo gli altri o cosa sta succedendo nel mondo, quanto riempire i tempi morti della giornata - e non solo quelli - con un'azione artificiale. In attesa dal parrucchiere, in coda al supermercato, a una cena, in spiaggia: tirare fuori lo smartphone, piazzarsi sull'homepage del social preferito e restare lì mentre intorno la vita reale si muove. Come i bambini davanti ai cartoni animati e i padri che guardano il Tour de France nei pomeriggi d'estate, tu gli parli ma non rispondono, sono assorti, quasi assuefatti. A me con Facebook capitava la stessa cosa...


Memoria dell’acqua - Andrea Ortu

Tutti noi abbiamo due memorie. Una memoria che la morte ammazza e un’altra memoria, la memoria collettiva, che vivrà mentre viva l’avventura umana nel mondo”.
E proprio la prima, che altro non è che la memoria individuale, è quella che l’amministrazione comunale della città di León, nel Nord della Spagna, ha voluto ammutolire ed uccidere qualche giorno fa, prendendo alla lettera queste profetiche parole di Eduardo Galeano.
Sì, perché il tempo vola ad ali spiegate, e pare solo l’altro ieri che il generalissimo Francisco Franco, con un colpo di stato militare, ha rovesciato la Repubblica spagnola democraticamente eletta, mentre in realtà sono passati ben 79 anni. Così come sembra sia successo appena stamane il colpo di stato naturale che ha rovesciato il mortalissimo Franco Francisco e dittatura al seguito, quando invece di anni ne sono trascorsi già 40.
Di questo passo, tra uno o due colpi d’ala del volatile tempo, ed altrettante generazioni, non rimarrà nessuno sulla faccia della terra che possa guardarci dritto agli occhi della coscienza, come fa chi non mente, e raccontarci a viva voce, come fa chi non dimentica: “Avevo allora tre anni. Una notte prelevarono mia madre da casa e la fucilarono. Io e mio fratello dormivamo. Non sapemmo più nulla di lei. Mio padre lo avevano ammazzato un mese prima. Stanno ancora sotterrati nelle fosse.”
Oppure: mio padre “stava facendo un pisolino dopo pranzo a casa dei miei nonni, a Escacena, quando sono apparsi cinque fascisti del paese. Lo hanno messo in prigione ed è rimasto dieci giorni incarcerato. Il primo giorno, col calcio del fucile, gli hanno rotto i denti.” Poi “l’hanno ammazzato”. Quel giorno, “era un intero camion che trasportavano, pieno di gente”, al muro del cimitero di Siviglia. “Là, ci sono migliaia di persone e lui si trova in una delle fosse comuni, quella che chiamano il campo di calcio”.
A parlare sono due ostinati vecchietti – Antonio Narváez, 82enne e Antonio Martínez, classe 1935 – , che ancora non si rassegnano al silenzio dell’oblio e in cerca di giustizia, l’11 settembre scorso, hanno testimoniato presso il tribunale di Siviglia al cospetto della giudice argentina María Servini che, da Buenos Aires, istruisce il caso per i delitti non prescrivibili di genocidio e lesa umanità commessi durante il franchismo. Ai giudici spagnoli, infatti, non è dato ficcare il naso tra i panni sporchi nazionali. La Ley de Amnistía del 1977, criticata recentemente anche dall’Onu, glielo vieta. O sarà che tutto il mondo è paese, e anche da queste parti bisogna che venga il dito forestiero a puntare le ovvietà che non vediamo pur fissandole continuamente?
Il tempo, sappiamo, incalza e stringe e la memoria, quella di una vita umana, è sincronizzata per svanire, nel migliore dei casi, con l’ultimo respiro. Poco fiato rimane ai due Antonio per arrivare ad una conclusione, seppur amara, e finalmente far riposare le loro tanto vissute ossa. La giustizia agognata è a portata di mano, di secchio e di pala: chiedono che si salvino dall’anonimato di una fossa comune le poco vissute ossa dei propri cari, affinché trovino riposo e pace, e che dall’anonimato escano anche i carnefici e i mandanti di quelle esecuzioni, che dalle tombe più sfarzose del camposanto fanno bella mostra dei loro nomi, affinché si scuotano dalla pace in cui riposano.
Il governo di Spagna, però, temporeggia, rimanda, nega. Non vuole verità e poco collabora con chi fruga tra le malefatte della dittatura. Si fa scudo con la legge della memoria storica, forte della convinzione che la memoria sia ad orologeria, e si impegna a far trascorrere frettolosamente la storia, rimandandola oltre i tempi lunghi delle sue risoluzioni. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e, sperano loro, poca ne rimarrà ancora da far passare se ciò che resta della memoria individuale avrà la durata di una o due generazioni.
Acqua che, abbondante e puntuale come non mai, mossa dalle scope e dagli idranti di zelanti spazzini mandati dal comune di León – che giusto del Partito Popolare doveva essere – ha cancellato gli oltre seimila nomi scritti con gesso bianco, nell’arco di un’intera giornata, sulle mattonelle del piazzale antistante l’antico carcere di San Marcos, per mano di un gruppo di artisti, volontari e familiari di vittime del franchismo.
L’edificio, oggi trasformato in hotel di lusso e priva di qualsiasi tipo di targa commemorativa, venne usato sin dal 1936 come prigione per dissidenti e campo di concentramento di repubblicani, modello esemplare di repressione e di durezza, vantando optionals altamente disumani per i fortunati avventori, quali fame, mancanza di igiene, sovraffollamento e botte continue.
Una gabbia di tortura a cinque stelle, insomma, dove sono transitati migliaia e migliaia di uomini e donne, colpevoli di non leccare gli stivali e i manganelli del potere, o di non pensarla come loro. Tra le pareti del prestigioso grand hotel furono almeno 791 i fucilati, 1.563 coloro che ne uscirono con la scorta per essere fucilati altrove e 598 i morti senza identità, quelli che nemmeno l’acqua delle autobotti comunali hanno potuto diluire, perché giunti a noi già lavati del loro nome.
Ma l’acqua a cui è stato chiesto di spegnere la fiamma del ricordo è la stessa che sfama la terra e ci disseta. È acqua santa e benedetta, adorata dai cristiani e prima ancora dai pagani. Acqua sono le nuvole del cielo, dove sonnecchiano i nostri dei, che con l’acqua ci castigano quando smettiamo di sognarli. In una bolla d’acqua siamo nati tutti prima di nascere, e di acqua son fatte le emozioni che sgorgano dagli occhi e bagnano la vita. L’acqua è il sale quotidiano e il riflesso dell’eterno. Perché l’acqua non ha tempo. Ma ha memoria. Memoria che non dimentica nell’arco di una o due generazioni. E se oggi diluisce, dilava, cancella, spegne e se ne va, domani, tra un anno, un secolo o mille, ritorna e ravviva, riporta, rivela e pulisce.

Chissà se ai parenti delle vittime del franchismo e di tutte le dittature, fermi e determinati nell’attesa, il tempo darà la soddisfazione di veder fluttuare il cadavere putrefatto dell’ingiustizia subita tra le correnti insidiose del fiume della verità. Di una cosa possono stare certi: quel cadavere passerà, loro o no presenti, perché di acqua è fatto il fiume, e se il tempo lascia scorrere l’acqua, l’acqua non lascia scorrere la memoria. Infinita e paziente è la memoria dell’acqua, che ha vissuto e vivrà ben oltre l’avventura umana nel mondo.

sabato 19 settembre 2015

In fuga dal pensiero - Pietro Ratto

Me lo vedo benissimo, come se fossi lì, come se la sua figura si stagliasse con forza davanti ai miei occhi adesso. Mi capita spesso. E’ come se ci fossimo già incontrati, come se i nostri sguardi si fossero incrociati, almeno una volta, in un tempo lontano. I nostri sguardi, sì. Pieno di riverenza il mio, denso di compassionevole tenerezza il suo.
Quindi adesso lui è lì, davanti a me. Catapultato in mezzo alla folla di un piccolo centro del Baden Württenberg, la mattina del 30 ottobre 1955, io pendo letteralmente dalle sue labbra. Heidegger, il grande Heidegger, sta parlando ai suoi concittadini, radunati a commemorare il 175esimo anniversario della morte di un musicista del luogo. Non capiscono nulla, tutti questi contadini, ma lo ascoltano distrattamente, sgomitandosi frasi come: “E’ diventato un grande professore, il buon Martin”, oppure: “Ma non era un uomo di Hitler?”. Non lo capiscono, no, ma restano appiccicati a quel suo sguardo ammaliante e profondo, che fa capolino da sopra un paio di lenti scintillanti e nuove di zecca. “L’uomo del nostro tempo è in fuga dinnanzi al pensiero” tuona pacato il Filosofo.
Ci scommetto, ne sono più che certo: in questo preciso momento la sua mente sta sfogliando, rapida, le parole di un altro gigante di quel pensiero da cui ormai l’umanità è in fuga. Sta rileggendo, dietro ai suoi occhi, un breve e dirompente discorso del 1845, senza il quale il suo celebre Essere e tempo mai avrebbe visto la luce. Sì, sono sicuro: Heidegger ha in mente Kierkegaard. Le sue parole commemorano, ricordano, ma ad un tempo accarezzano uno dei tre discorsi edificanti del grande Filosofo danese che, poco più che ventenne, lo aveva conquistato una volta per sempre.
L’uomo è in fuga davanti al pensiero. E lo dice proprio in quel momento, Heidegger. Centodieci anni dopo le parole di Kierkegaard e sessant’anni prima di oggi. Oggi, sì. Oggi che quel pensiero nemmeno più riusciamo a pensarlo.
Il Professore di Me kirch, di fronte ai suoi disorientati compaesani, invita a distinguere pensiero calcolante da pensiero meditante. Da una parte il pensiero che fa i calcoli, che considera le cose e le azioni a seconda della convenienza e della loro utilità; dall’altra, il pensiero che riflette disinteressatamente, che cerca il senso dell’esistenza, che si apre e si abbandona all’urgente Mistero della vita. L’uomo è in fuga dinnanzi a questo tipo di pensiero; dinnanzi alla meditazione, alla riflessione esistenziale, a quell’unico tipo di virtù che lo caratterizza, che costituisce la sua stessa profondissima essenza. In altre parole, drammaticamente: l’uomo è ormai in fuga da se stesso. E se Heidegger lo constata sessant’anni fa, che ne è, oggi, di quella capacità meditativa, di quella ricerca del senso, del rispetto per il Mistero che la nostra vita costituisce, nell’era della tecnologia e dello sfruttamento selvaggio della natura, delle sue risorse e di quella stessa umanità che dovrebbe concepirsi come unico fine di sé?
La rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, ad incantare, ad accecare l’uomo così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore, ad essere effettivamente esercitato
Di questa fuga dalla nostra essenza, di questa refrattarietà nei confronti del nostro stesso essere, è responsabile una controcultura che insistentemente insegna a consumare, a calcolare vantaggi e svantaggi, a non far nulla gratuitamente. Un’aberrante mentalità “calcolante” che rivendica il primato della materia sulla forma, dell’apparenza sull’autenticità, del progresso sulla felicità, della velocità sulla qualità, della visibilità sull’essenza. Un contro-pensiero – che Heidegger ha intravisto da lontano – che scaturisce da un’involuzione programmata, e sviluppata fulmineamente nel corso di un solo secolo, dagli interessi economici di chi tiene i fili del teatrino. Di chi non vuole certo che l’uomo mediti, che rifletta sul giusto e sullo sbagliato. Di chi vuole in noi la bestia che agisce, consuma, e che se utilizza il cervello non lo fa per esercitare un controllo su di sé ma, al contrario, per calcolare il modo migliore per ottenere il massimo del vantaggio economico.
E io? Io non ho voglia di guardare sempre nella direzione verso cui mi impongono di voltarmi, quando quelli strillano con i loro apparecchi infernali. Io preferisco fissare negli occhi il Maestro. Preferisco leggere nel riflesso delle sue lenti tutta la banalità e la pochezza che il nostro tempo ha saputo concentrare, da lui fino a me, nel totale disprezzo per la vita, per il suo misterioso significato e per il suo sacro rispetto. Preferisco meditare su cosa significhi, oggi, istruire l’uomo di domani. Oggi che l’unico pensiero che la nostra misera scuola propugna è proprio quel calcolare da quattro soldi. Quel contar debiti e crediti come si stesse in banca, quello studiar solo “ciò che serve”, quel rifiutar discorsi o temi che non si dimostrino in grado di assicurare una smagliante carriera, o un ragguardevole conto in banca, o un minaccioso potere. Preferisco non nascondermi quella generalizzata rinuncia ad educare, come se la morale, persino dopo Kant, potesse ancora dirsi “relativa” e opinabile. Quel computare il comportamento di uno studente nella media del suo profitto (e quindi nel suo bel mucchietto di punti), come se anche l’agire correttamente andasse perseguito solo in cambio di qualche vantaggio.
L’uomo è in fuga dal pensiero. Gli hanno insegnato a sfuggirgli con gli effetti speciali, lo sballo, la moda, le automobili, i cellulari. Glielo hanno insegnato quelli che tirano i fili, gli stessi che fanno dell’esser ostentatamente giovani, costantemente visibili, sfacciatamente ricchi e spudoratamente potenti, l’altare a cui ogni ragazzo debba imparare, tra i banchi di scuola, a sacrificare progressivamente la sua dignità.
E se i nostri giovani non hanno più nulla da meditare, se hanno ormai rinunciato a leggere e a capire, se si curano solo di apparire, se – ancora – vanno in brodo di giuggiole di fronte a una telecamera, disposti a qualsiasi idiozia pur di farsi notare o ammucchiar “mi piace”, se si postano su YouTube mentre guidano contromano in autostrada o si riempiono di birra finendo giù dal balcone di un hotel durante una gita scolastica… Beh, se tutto questo accade è perché c’è una precisa volontà.

Trasformarli tutti in una mandria di patetici bovini che reagiscano d’istinto agli stimoli imposti dai loro padroni e che si tengano, costantemente e prudentemente, in fuga dal pensiero.

una storia terribile (con numeri)

Dopo essere uscita fuori strada con la sua auto ... a causa sicuramente di un malore, in stato di choc ha percorso a piedi un centinaio di metri per chiedere aiuto ma è stata travolta da un'altra auto...
Michela Mura, insegnante pendolare di pianoforte di 32 anni di Monserrato, in servizio dal primo di settembre a Silius, è rimasta gravemente ferita. Dopo essere stata sottoposto a un lungo intervento chirurgico lotta tra la vita e la morte nel reparto di rianimazione dell’ospedale Brotzu di Cagliari.
L’incidente è avvenuto poco dopo le 9,30 all’altezza del km 2,350 della strada provinciale 25. La docente che presta servizio anche nella scuola secondaria di primo grado di Senorbì si è sentita male a pochissimi chilometri dal paese minerario del Gerrei dove era  attesa dagli studenti. Michela Mura ha arrestato la macchina, ha avvisato la direzione della scuola, e ha invertito il senso di marcia per fare rientro a casa. Giunta all’altezza del km 2,450 ha perso il controllo dell’auto che ha sbandato ed è finita contro il guard–rail fermandosi nella corsia opposta. Nell’urto sono esplosi gli airbag.
Michela Mura è riuscita ad aprire la portiera lato guida ed è uscita dall’abitacolo. Dopo aver barcollando percorso un centinaio di metri avrebbe perso i sensi e sarebbe caduta per terra sulla carreggiata in prossimità di un dosso proprio mentre sopraggiungeva l'altra auto…che non è riuscita ad evitarla.
Michela Mura è stata soccorsa della medicalizzata del 118 del distretto della Trexenta e dopo essere stabilizzata è stata trasportata all’ospedale Brotzu di Cagliari… Come detto le condizioni di Michela Mura sono gravissime.

In 10 anni in Italia, dal 2004-2013, si sono contati 6.429 pedoni  morti e 204.288 feriti, come dire mediamente 54 morti e 1.702 feriti in ognuno dei 120 mesi e 12 pedoni morti e 393 feriti in ognuna delle 520 settimane.Il 30% circa dei pedoni è stato travolto sulle strisce o comunque sugli attraversamenti pedonali protetti.
Per farci un’idea esatta della portata del fenomeno il totale delle vittime fra i pedoni in questi 10 anni corrisponde a 200 volte il totale delle vittime della Costa Concordia, 20 ogni anno.

Nel 2014, sulla base di una stima preliminare, si sono verificati in Italia 174.400 incidenti stradali con lesioni a persone. Il numero dei morti, entro il trentesimo giorno, è pari a 3.330, mentre i feriti ammontano a 248.200.
Rispetto al 2013, si riscontra una diminuzione del numero degli incidenti con lesioni a persone (-3,77%) e del numero dei morti (-1,62%); in calo anche i feriti (-3,58%).
L'indice di mortalità, calcolato come rapporto tra il numero dei morti e il numero degli incidenti con lesioni moltiplicato 100, è pari a 1,91. Tale valore è in lieve aumento rispetto a quello registrato nel 2013 (1,87).

Nell'attacco alle torri gemelle morirono 2.752 persone.
da qui

Traslochi - Hebe Uhart

un libro straordinario, che entusiasma pagina dopo pagina.
alcune situazioni sembra di averle già vissute in prima persona, ora le leggiamo anche.
tutto è molto umano e in certe parti sembra proprio una cronaca di vita, di cui il racconto è testimonianza.
la storia, e le storie, raccontate come fanno a lasciare indifferenti?
un po' Cronopios y famas, un po' Marcovaldo, e molto Hebe Uhart, naturalmente.
una sorpresa bellissima - franz








Romanzo ricco di sfumature di suggestioni profonde, che con le sue centoventi pagine conferma il culto per la brevità di una maestra del racconto, Traslochi induce a chiedersi come mai questa outsider quasi ottantenne sia stata riconosciuta così tardi per ciò che è, ossia qualcuno “di cui si dice una sola cosa: che è la migliore”, come sottolinea Leila Guerriero. Ma, quale che sia la risposta, è certo che la nuova attenzione per la sua opera si deve anche a giovani ed esigenti generazioni di lettori latinoamericani e alla loro scoperta, compiuta non senza stupore, di un'autrice audacemente minimalista, che non ha nulla da invidiare alle celebratissime Alice Munro o Lydia Davis, con le quali condivide la predilezione per la quotidianità, le piccole cose, gli interni domestici, con in più un sommesso e stralunato umorismo, una profondità e una passione per il dettaglio in cui si avverte l'influsso di colui che la Uhart riconosce come suo unico maestro: l'uruguayano Felisberto Hernández, uno dei più grandi ed eccentrici cuentistas latinoamericani.

Chi ama la letteratura argentina si troverà a casa con questo libro, ma nella dimensione dell’immensa provincia e non della grande capitale, e non nel filone gaucho (Don Segundo Sombra) ma nell’altro che è forse cominciato con le storie di Pago Chico di Roberto Payró, all’inizio del novecento, mai tradotto in italiano, e di cui si ricorda con particolare affezione un gioiello di Manuel Puig, Una frase un rigo appena, a metà secolo.
Hebe Uhart è una vecchia signora che ha scritto racconti davvero belli, e di cui meritoriamente Calabuig pubblica Traslochi, che è più che un racconto lungo e narra avvicendamenti di case e generazioni, tra argentini di origine italiana e spagnola e altra che faticosamente inventano una nuova realtà sociale e culturale, nevroticamente bizzarri anche se all’interno di una tradizione tutta popolare e mai borghese.
La bellezza di Traslochi (l’ottima traduzione è di Maria Nicola) è nell’attenzione ai caratteri femminili, agli incroci e scontri tra le età, alle nevrosi e alle illusioni, ai destini prevedibili e a quelli imprevedibili, ma sta soprattutto nella scrittura, nel modo di narrare che è sottilmente distante, e mai intimista e malinconico come è della letteratura provinciale da sempre.
Tra il “costumbrismo” delle origini e l’Argentina di oggi, c’è stato Cortázar, e lo si sente. Auguriamo che Calabuig pubblichi altro, di questa indomita signora.

la Uhart si esprime con Traslochi in un racconto lungo che varca la soglia del romanzo breve, diventando un unicum narrativo che risplende di rara capacità letteraria. Una saga familiare si scinde in altre saghe ancora, declinando quel lessico tragico e sognante che tracima nell’ossessione forse onirica di quel delirio che è orma, traccia della sofferenza umana. Nascite, morti, matrimoni, costruzioni e riattamenti di abitazioni, di stanze, di corridoi, aperture e chiusure di porte, finestre, delimitazioni di confini, di cortili, di proprietà si snodano in un divenire in cui le pietre e i laterizi, la calce e il cemento, si trasfigurano in potentissimi simboli freudiani della costruzione e al contempo della destrutturazione dell’inconscio collettivo di un destino, di una collettività, di una nazione che si sviluppa come luogo di immigrazione nascente dal sanguinoso e sanguinante confronto tra autoctonie amerinde, depositarie di millenarie sapienze, e conquiste europee custodi di apparati militari ed economici.
L’apparente linearità delle vicende che definiscono quest’opera si trasforma in via di accesso estremo che conduce il lettore oltre i semplici confini della quotidianità, accompagnandolo verso la complessa e mai conclusa definizione di un mondo che riflette se stesso e le sue eterne contraddizioni…

Fogwill dijo que era la mejor escritora argentina. A ella no le importa la editorial en la que va a publicar, no se fija en las tapas y si hay que cambiarle el título, se lo cambia. Está jubilada desde hace siete años pero sigue escribiendo. Organiza asados para todos sus amigos en la parrilla del edificio: el fuego lo prende el portero y las ensaladas siempre son las mismas. Hebe Uhart cree que muchos escritores argentinos son narcisistas. Y dice que pecan de un internismo brutal: escriben pensando en los amigos, profesores y conocidos…