mercoledì 28 aprile 2021

Lettera dal carcere delle Vallette di Torino, più di duecento detenute e detenuti chiedono diritti!

Una nuova lettera delle detenute e dei detenuti del carcere delle Vallette di Torino.

Le carceri sono in totale sovraffollamento da ben prima della pandemia e oggi, con tali numeri, è fisicamente impossibile attuare ogni misura di tutela per la salute.
Continuano ad essere le detenute e i detenuti a proporre però diverse soluzioni, già previste per legge, per diminuire drasticamente le percentuali della popolazione detenuta in carcere.
E qui continua a mancare l’attenzione del Governo e di tutte le sottostanti istituzioni.
La Ministra Cartabia, da subito sollecitata proprio perché da subito ha fatto dichiarazioni molto forti che mostravano quantomeno apparentemente un cambio di rotta, ad oggi ancora non si è mossa in alcuna direzione. Come se fosse sospesa. I Tribunali di Sorveglianza continuano a concedere misure alternative al carcere con troppa reticenza. Nel mentre però dentro si vive di solitudine e si rischia costantemente di essere contagiati.
Per questo consigliamo la lettura del seguente testo, firmato da oltre 200 tra detenute e detenuti del carcere di Torino, tra cui anche la nostra Dana ancora detenuta presso le Vallette al tempo della stesura della lettera.

 

 

 

Alla Cortese attenzione

Ministro alla Giustizia M. Cartabia

Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

Garante dei Detenuti M. Palma e E. Rossi

Ass. Yairaiha Onlus

Ass. Antigone

Garante Comunale M.C. Gallo

 

Siamo le detenute e i detenuti del carcere di Torino, con un altro messaggio proviamo ad arrivare lì fuori per rompere il muro di silenzio che si sta alzando intorno a tutte le prigioni d’Italia.

Dopo le rivolte, le proteste pacifiche, gli appelli passati in sordina, scritti sia da noi reclusi che da fuori: noi non ci rassegniamo a questo limbo. Non vince l’impotenza che dilaga tra queste mura. Non accettiamo di rimanere in silenzio di fronte a questa doppia pena a cui tutti noi siamo stati condannati nel corso dei diversi lockdown.

Queste parole sono rivolte a coloro che sostengono da più di un anno le nostre proposte riguardo alla necessità dell’applicazione di misure deflattive: in primis l’ampliamento della liberazione anticipata a 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta. Necessaria per fronteggiare sia l’emergenza covid, sia lo stato di sovraffollamento che da troppo non permette a noi reclusi di vivere e superare degnamente il tempo della carcerazione.

Siamo sicuri di trovare il vostro sostegno.

Ma questa volta ci rivolgiamo anche a coloro che del “buttiamo via la chiave” hanno fatto una ragione di vita ed anche a coloro che credono che le carceri siano un hotel.

Ci rivolgiamo a voi perché vi rendiate conto che il carcere così come è “strutturato” non è proficuo né per i rei né per le vittime. La vendetta pubblica che è il risultato di questo sistema penitenziario ha un effetto boomerang, gli effetti desocializzanti hanno la meglio su quelli rieducativi. Rieducazione e reinserimento annoverati dalla Costituzione non sono la realtà.

C’è un semplice calcolo: 6(ore) X 12(mesi) = 72 ore totali, che rappresenta quanto sia alienante la carcerazione.

72 ore, pari a 3 giorni in un anno, è il tempo che viene autorizzato e concesso per i colloqui visivi, (per i detenuti al 4bis o al 41bis è ancora meno) tempo per coltivare affetti…

45 giorni all’anno (suddivisi in 12 mesi) di permesso premio, beneficio raggiunto magari dopo anni, grazie alla buona condotta, per tornare ad approcciarsi con la realtà esterna e con gli affetti. Bene, questo tempo a noi concesso, da più di un anno è ridotto se non bloccato, con un aggravio sia sulla pena che sulla sfera psico-emotiva. L’accesso a pene alternative è ancora più complesso.

L’Italia è stata condannata dalla Corte Europea per i Diritti a causa del trattamento inumano e degradante nelle carceri.

Ora, noi che stiamo pagando per aver infranto le leggi scontando una pena in questi luoghi e con questo sistema a sua volta condannato perché disattende principi fondamentali, ci troviamo in una “bolla” intrisa di contraddizioni oltre che di ingiustizie accentuate ancor più dalla pandemia.

Il nostro appello richiama non clemenza gratuita bensì il rispetto di articoli della Costituzione: 27 comma 3, Art. 3 e do articoli del cod. penale (146 e 147) i quali sanciscono l’uguaglianza di diritti e la preminenza del diritto alla salute sulla potestà punitiva dello Stato, a prescindere dal reato.

Per questo chiediamo che si applichi l’ampliamento della liberazione anticipata estesa a tutta la popolazione detenuta, che tale provvedimento abbia “effetto retroattivo” al 2015 (anno in cui venne sospesa) in modo da avere un risultato concreto sul numero di ristretti. Sarebbe logico che fosse approvata questa legge rimanendo in vigore anche in futuro perché senza una riforma dell’ord. penitenziario e la ristrutturazione di queste carceri fatiscenti ci ritroviamo in una zona rossa costante a prescindere dal Covid.

Grazie per l’attenzione

LE DETENUTE DELLA 3^ SEZIONE FEMMINILE

I DETENUTI DEL BLOCCO A – BLOCCO B 1^ Sezione – BLOCCO C 2^, 3^, 9^, 10^ e 12^ Sezione.

da qui

quattro aggiornamenti sul covid in uno – bortocal

 

potevo infliggervi, cari lettori, quattro post sul covid in una giornata sola, per farvela andare di traverso? nooo. ed eccomi allora a darvene uno solo in quattro parti, così che ciascuno possa scegliersi quella che preferisce:

.1. dalla globalizzazione al mondo diviso in due dal virus.

2. la vaccinazione di massa senza restrizioni come pericoloso aiuto alla diffusione del virus.

3. elogio della follia italica da covid.

4. ancora sull’origine del virus del covid a Wuhan o altrove.

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.1. dalla globalizzazione al mondo diviso in due dal virus.

quella parte dell’Asia che ha saputo gestire la pandemia da covid si sta avviando verso una ripresa della libera circolazione delle persone tra i diversi paesi: dal 26 maggio sarà possibile volare liberamente e senza quarantena tra Singapore e Taiwan; allo studio misure analoghe che coinvolgeranno anche Australia, Nuova Zelanda, Brunei, e il resto della Cina, ma già oggi da questi paesi è possibile entrare a Singapore senza nessuna limitazione; si aspetta soltanto la reciprocità.

invece l’Europa e gli USA annaspano: la filosofia scientista che costituisce il nostro comune modo di pensare ripete a vanvera la pretesa arrogante che sia la tecnica a risolvere i problemi umani ed insiste in una strada vaccinale senza sbocco per fermare l’epidemia.

eppure l’esperienza della vaccinazione anti-influenzale parla chiaro: con una vaccinazione di massa non fermi la diffusione di un virus, diminuisci i suoi effetti, ma in un modo che non è sicuro al 100% e che non è privo di qualche effetto collaterale, anche se in generale non grave.

quindi anche una vaccinazione massiccia non ferma la circolazione del virus e non consentirà la riapertura della libera circolazione nel mondo, dato che i paesi indenni non accetteranno visite da paesi che restano infetti, senza imporre almeno una quarantena all’arrivo.

vediamo quindi delinearsi in maniera più chiara quella che a me pare la principale conseguenza di questa pandemia, cioè la fine della globalizzazione universale, che verrà sostituita da una bi-globalizzazione: quella tra i paesi che hanno saputo affrontare e gestire il problema, che manterrà le caratteristiche di quella che ci lasciamo alle spalle, e quella di seconda qualità che si tenterà di mantenere in vita nei paesi che resteranno impestati, dove la circolazione delle persone e delle merci subirà rallentamenti, ostacoli, e diventerà molto più costosa, spingendoli verso la povertà.

. . .

2. la vaccinazione di massa senza restrizioni come pericoloso aiuto alla diffusione del virus.

ma mantenere la libera circolazione del virus cercando di ridurne gli effetti, cercando di trasformare la malattia in una specie di influenza meno grave attraverso la vaccinazione di massa è una strategia suicida, perché stimola in senso darwiniano la produzione di varianti che possono essere anche più pericolose.

la strategia vaccinale ha qualche buon risultato dove è abbinata ad un lockdown severo, come mostrano le esperienze di Regno Unito e Israele, mentre PRODUCE UN AUMENTO DEI CONTAGI dove è realizzata senza limitazioni sociali, come sta avvenendo negli Stati Uniti.

non sono solo a dirlo, ci stanno pensando scienziati autorevoli ed onesti; da noi Crisanti, fra gli altri.

il risultato paradossale sarà che chi si offre generosamente alle campagne vaccinali sperimentali per senso civico potrebbe ritrovarsi a favorire un drastico peggioramento della pandemia per semplice ingenuità.

è forse una delle leggi paradossali di Murphy, che fa sì che le nostre azioni, che consideriamo razionali, producano degli effetti negativi non voluti e possano perfino generare catastrofi.

è il terzo dei corollari delle leggi di Murphy, ma vale la pena di dare un’occhiata anche agli altri,

1.      Niente è facile come sembra;

2.      Tutto richiede più tempo di quanto si pensi;

3.      Se c’è una possibilità che varie cose vadano male, quella che causa il danno maggiore sarà la prima a farlo;

4.      Se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andare male, e si prevengono, immediatamente se ne rivelerà un quinto;

5.      Lasciate a se stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio.

6.      Non ci si può mettere a far qualcosa senza che qualcos’altro non vada fatto prima.

7.      Ogni soluzione genera nuovi problemi;

8.      I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedir loro di nuocere;

9.      Per quanto nascosta sia una pecca, la natura riuscirà sempre a scovarla.

. . .

3. elogio della follia italica da covid.

in questo contesto si colloca la follia della situazione italiana, che evoca irresistibilmente l’opera più famosa di Erasmo da Rotterdam, cioè l’Elogio appunto della medesima.

giustamente stiamo cercando di contenere l’arrivo nel paese della pericolosa variante indiana, esplosa in modo quasi esponenziale in quel paese che sembrava giusto uscito dalla pandemia, ma riapriamo da noi, fuori controllo, tra i festeggiamenti delle oche giulive starnazzanti che del resto riempiono i nostri social e i nostri media.

la nostra situazione è atroce e il numero degli infetti e dei morti, se riproporzionato, dimostra che noi siamo in una situazione ben peggiore di quella indiana.

eppure ci siamo lasciati alle spalle un governo che pure ha fatto gravissimi errori iniziali ed estivi nella gestione della pandemia, e poi ha gestito in modo grottesco la riapertura a colori, che pure poteva avere un senso se fatta bene; il tutto tra gli schiamazzi della destra aperturista ad oltranza.

e siamo ad un governo che ha inserito nel quadro di comando la parte più consistente di quella destra e dunque è diventato ancora più aperturista di prima.

naturalmente il delirio del nostro sistema informativo e mediatico copre la voglia popolare incontenibile di suicidio (si suppone degli altri) in nome dei sacri valori del lusso, fatto passare per lavoro, e della movida, fatta passare per giusta socializzazione: la sacralità dello sballo per le strade è fuori discussione.

ma questa statistica inchioda il nostro paese al suo destino inarrestabile di disfacimento: è il numero mondiale di morti da covid (ufficiali) per abitanti.

graduatoria del numero di morti ogni 100 mila abitanti:

Ungheria: 272.52, 

Italia: 197.75,

Brasile: 185.17

Perù: 183.71

Stati Uniti: 174.32

in sostanza, se i nostri dati sono attendibili almeno come quelli dell’Ungheria, noi siamo il secondo paese al mondo per numero di morti per abitanti (l’India non figura neppure ancora in questa statistica); ma se i nostri dati invece sono poco attendibili e una quota importante di morti da covid non è stata registrata, come del resto sappiamo da altre fonti, siamo probabilmente il paese al mondo col più alto numero di morti per abitanti.

e la classifica, non se ne abbia a male qualche eventuale lettore immaginario di destra di questo blog è anche palesemente una classifica del negazionismo fascistoide tra i diversi paesi.

in democrazia è la qualità del popolo che fa la qualità dei governi, vero? e dunque è giunto il momento di verificare che la qualità del dissesto provocato dalla pandemia è direttamente proporzionale alla stupidità arrogante del negazionismo che attraversa quel popolo e che si esprime nell’adesione ai partiti e movimenti politici di destra.

ma viva la libertà di muoversi, di infettare, di infettarsi e di morire e uccidere chi ti sta vicino: non saresti il fascista a-sociale che sei, se non la pensassi così, caro italiano tipo.

Elogio della follia, appunto.

. . .

4. ancora sull’origine del virus del covid a Wuhan o altrove.

e chiudo con alcune informazioni sull’origine del virus, perché a me risulta sempre più chiaro che la sua origine viene da quello stesso complesso economico-farmaceutico che di fatto ha preso il potere sulle nostre società occidentali del libero mercato grazie alla pandemia e che pretende di risolvere la catastrofe che ha generato con gli stessi strumenti che l’hanno provocata.

Fabrizio Gatti, inviato dell’Espresso, ha scritto L’infinito errore, un libro che fa le sue ipotesi sull’origine del coronavirus, occupandosi di alcuni retroscena. quanti ne hanno sentito parlare? eppure dovrebbe essere un tema al centro dell’attenzione dei media, se questi non fossero occupati a confondere e a disinformare, più che far riflettere…

vediamo alcune delle notizie che fornisce Gatti: tra il 2014 e il 2018, all’Istituto di virologia di Wuhan un’equipe di scienziati militari esegue un esperimento sui coronavirus e ne isola due che Gatti definisce parecchio simili al Covid-19.

Li chiamano SL-CoV ZXC21, prelevato da un pipistrello catturato nel luglio del 2015, e SL-CoV ZC45, ricavato da un esemplare preso nelle reti nel febbraio del 2017.

I due nuovi coronavirus, Sars-like, simili al virus della SARS, condividono tra loro un’identità del 97%.

tra il 2016 e il 2017, gli scienziati della Terza Università medica militare di Chongqing e del Comando dell’Istituto di ricerca in medicina di Nanchino, hanno frequentato aree infestate dai pipistrelli nel distretto di Dinghai e nella contea di Daishan, intorno alla città-arcipelago di Zhousan, campionando 334 pipistrelli della specie Rhinolophus alla ricerca di coronavirus. Al chiuso di un laboratorio di livello di sicurezza Bsl-3, gli autori di questo studio militare infettano alcune comunità di cuccioli di ratti nati da tre giorni e scoprono che “i coronavirus Sars-like derivati dai pipistrelli possono replicarsi con successo nei ratti da latte” e possono anche “contagiare specie diverse, possono immediatamente diffondere la loro infezione ai ratti senza necessità di mutazioni.

Quando il 5 gennaio 2020 Zhang Yongzhen ed Edward Holmes depositano per la prima volta al mondo la sequenza genetica contenuta nel filamento di Rna del virus che sta facendo ammalare gli abitanti di Wuhan, tracciano l’albero filogenetico e scoprono che il nuovo coronavirus umano ha due parenti molto stretti appunto tra i coronavirus ZC45 eZXC21 individuati tra i pipistrelli nel 2015-2017.

Il 27 gennaio 2020, Shi Zhengli, un altro scienziato cinese, “sostiene di aver scoperto un nuovo coronavirus dei pipistrelli evolutivamente più vicino al virus umano che si sta diffondendo a Wuhan”, denominato RaTG13.

ma che cosa succede se combiniamo queste informazioni con queste altre? le ricerche su come inserire la proteina spike nel coronavirus di topi transgenici al laboratorio di Wuhan – 15

io non sono in grado di farlo, ma qualcuno dovrà pure riuscirci, prima o poi…


da qui

La scelta - Caparezza

 

martedì 27 aprile 2021

Materia della rete – rete della Materia - Claudio Canal

 

Geopolitica materialistica

Preludio

Intelligenza artificiale, Commercio Elettronico, Smart City, Deep Learning, Clouds… sono tra le più diffuse metafore impiegate nel sistema tecnologico. Impalpabili, eteree, quasi spirituali. Come tutte le metafore un po’ illuminano, un po’ nascondono. Come nella lingua del marketing, sottolineano aspettative e oscurano realtà. È più la nebbia che la trasparenza. Se si scende dalla metafora per approssimare una definizione attendibile di ciascuna si precipita in un marasma semantico. Se dico tecnologie digitali, mi viene un’immagine che si smaterializza seduta stante. Un mondo virtuale mi appare alla mente, non il potenziale, il possibile, da secoli suggerito dal greco Aristotele, ma l’incorporeo, l’immateriale, ciò che è sconnesso dalla materia (bruta).

Contribuiscono alla dematerializzazione almeno due processi:

1] la miniaturizzazione incalzante dei dispositivi ha cambiato la nostra percezione in modo tale che la materialità o, se vogliamo, la fisicità, è diventa spettrale e i suoi rapporti col potere si sono eclissati. Questo lo sosteneva già trent’anni fa Donna Haraway [pag. 153].

2] mentre noi siamo sempre più tracciati, osservati, analizzati, resi visibili, visitabili e mercanteggiabili, si va esponenzialmente oscurando la tangibile durezza della nascita, vita e morte dei congegni digitali, degli apparati e delle reti.

È un’operazione quasi magica, meraviglia numinosa, che avvicina la tecnica alla religione o, almeno, al vangelo del nostro tempo.

 

Si può rendere riconoscibile il complesso industrial-digitale in cui siamo immersi?

Materie prime e seconde, forza lavoro (corpi, esistenze), produzione, conflitti, politica, economia.

Nelle righe che seguono, qualche spiraglio.

Dalla Terra

Una cosa buona | è che la roccia | può accucciarsi nel palmo | della mano, e sentire | i segni precari | dell’incisione nettissima, |
taglio, abisso, o quel che | costò anche alla roccia la sua | esistenza, come massa, anelante | concentrazione

Douglas Messerli, 1998 [trad. Federica Santini]

È un ciclo dalle molte ramificazioni.

La tecnologia in genere e quella digitale in modo speciale – Internet e web – praticano una dieta onnivora. Si nutrono di molti tipi di minerali, faticano a farsi bastare la tavola periodica degli elementi…

continua qui

Senza Corto non SoStare - Valerio Mastandrea

 

Cinzia e il Medioevo: almeno spegni la videocamera! - Cinzia Picchioni

  

Qualche sospetto io ce l’avevo (ironia…), tant’è vero che non ho volutamente partecipato mai (dallo scorso confinamento – marzo 2020 – a oggi) ad alcuna riunione-assemblea-conferenza-lezione che non fosse in presenza. Ho delegato – quando ho potuto – ho rinunciato, ho rimandato, ho selezionato (ho proprio bisogno di partecipare on-zoom a una riunione che si sarebbe potuta

  1. risolvere con una telefonata;
  2. svolgere sulle panchine di un parco;
  3. rimandare perché non era vitale? Approviamo il bilancio dello Stato? Non credo…

Per non parlare degli aperitivi, i pranzi in famiglia, le videochiamate, le lezioni dal vivo per imparare a fare il pane/rinvasare una pianta/fare la maionese/cucire/lavorare a maglia/fare le posizioni yoga (o qualunque altra disciplina)…

I dati

Ora esistono dei dati per decidere – giacché non l’abbiamo fatto prima per intuizione facciamolo almeno adesso per informazione – di smettere subito di stare perennemente collegati al pc, anche per futili motivi. Leggete qua i numeri forniti dal TGR Leonardo, di Rai 3, l’1 febbraio 2021:

[…] uno studio recente dell’Università di Boston, con uno sguardo su 12 paesi, […] ci dice che un’ora di videoconferenza produce da 150 grammi a 1 kg di anidride carbonica e che se spegniamo il video la riduciamo del 96%! Nonostante una parte dell’energia utilizzata per alimentare i server sia rinnovabile, oggi l’emissione di gas serra dovuta alle tecnologie digitali vale il 4% del valore totale e se crescerà con l’attuale ritmo arriveremo presto al 20% in più! Per compensarlo ci vorrebbe una nuova foresta delle dimensioni di mezza Italia.

Ringrazio per le parole qui sopra la redazione di «obiettivo ambiente». Si tratta del notiziario di Pro Natura che ricevo regolarmente – avvolto in pellicola biodegradabile che si può gettare nell’umido, bravi/e!!! – e che nell’articolo propone una misura meno drastica della mia: spegnere la videocamera quando siete collegati/e in videoconferenza. Lo so, piace l’illusione di essere «insieme» quando ci sono accesi tutti i rettangolini con dentro i partecipanti e i loro sfondi e i loro libri e i loro fidanzati che passano dietro… Ma semmai pensiamo a tutte le volte in cui – per motivi meno importanti della salvaguardia del pianeta – non siamo andati a quell’assemblea, a quella riunione, a quella presentazione. Ah sì, direte voi, era tardi, bisognava prendere l’autobus, pioveva, non avrei trovato parcheggio, «Invece è così comodo… accendi il pc, ti colleghi… non devi nemmeno vestirti… allora ci “vado”»:

Con la pandemia Covid-19 è aumentato moltissimo l’uso di televisione digitale, video-streaming e videoconferenze. Esempio: con l’aumento del traffico digitale, fra il 2013 e il 2018 si sono aggiunti in atmosfera circa 450 milioni di tonnellate di CO2. Quindi quel clic, per spegnere la videocamera durante la videoconferenza forse spiacerà a noi, ma darà un contributo alla salvezza dell’ambiente.

[«obiettivo ambiente», 4, aprile 2021, sempre disponibile anche nell’emeroteca del Centro Studi Sereno Regis di Torino]

E… e al posto dell’o… o

Dunque allora vediamo. Scopriamo se davvero vogliamo/dobbiamo partecipare all’imperdibile riunione dell’associazione per la salvaguardia del «vattelappesca». Poi, se la nostra assenza non comprometterà il funzionamento della riunione, né dell’associazione, lasciamo perdere. E/o deleghiamo qualcuno più importante di noi o che avrebbe comunque partecipato). Poi – se proprio è indispensabile (indispensabile) – iscriviamoci, ma poi, non appena è iniziata la riunione, schiacciamo il tasto che esclude la videocamera. Tra l’altro non si può certo dire che siano belle le facce che si vedono nelle videoconferenze… se ne fa volentieri a meno, no?

https://serenoregis.org/2021/04/13/cinzia-e-il-medioevo-almeno-spegni-la-videocamera/

 

lunedì 26 aprile 2021

L’attacco a chi non sa tacere - Francesco Martone

Giornalisti ed avvocati intercettati perché si occupano di diritti dei migranti, attivisti criminalizzati ed accusati di reati di immigrazione clandestina per soccorrere migranti in mare o per terra, difensori della terra incarcerati per aver espresso il loro sostegno alla causa No Tav, altri sotto processo per difendere la loro terra dal gasdotto Tap.

Sono solo alcune delle storie e delle vicende che arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica nel nostro paese. Trattano di soggetti, individui, movimenti o comunità, che difendono i diritti umani e dell’ambiente ed operano in quello che il filosofo Simon Critchley definisce lo spazio interstiziale all’interno dello Stato. Spazio nel quale si svolge la “vera politica” quella del movimento tra potere dello Stato e l’assenza del potere.

Come aggiunge Critchley, “Questi interstizi non sono dati o inesistenti, ma sono creati attraverso la pratica politica. Cioè la politica in sé è l’invenzione di distanze interstiziali“.

È in questi spazi che agiscono vari soggetti politici e sociali dai movimenti, alle organizzazioni della società civile, ai difensori dei diritti umani, ossia chi, come specifica la Dichiarazione Onu sui difensori dei diritti umani, «lavora a livello individuale o insieme ad altri, per promuovere e proteggere i diritti umani, in modo nonviolento. Chi si oppone a regimi dittatoriali chi lotta contro le discriminazioni e le ingiustizie, chi documenta abusi sui diritti umani, chi difende l’ambiente».

La situazione che si registra nel nostro paese riguardo ai difensori dei diritti umani è parte di un processo di restrizione degli spazi di agibilità ed iniziativa sociale, in atto su scala globale.

È il cosiddetto ‘shrinking space’, metafora utilizzata per descrivere una nuova generazione di forme di repressione delle lotte politiche. Lo stesso concetto di spazio ha differenti definizioni a seconda di coloro ai quali ci si rivolge. Alcuni lo intendono come uno spazio limitato all’obiettivo di influenzare la politica – una sorta di posto al tavolo della trattativa – mentre altri interpretano il suo significato come uno spazio per organizzare, operare, protestare e dissentire.

La prima accezione tende a depoliticizzare la protesta, mentre la seconda ne accresce il potere. Dalle intimidazioni, alle campagne denigratorie e di diffamazione a mezzo stampa, all’imposizione di condizioni sempre più stringenti per la rendicontazione delle fonti di finanziamento, a complicate procedure burocratiche, ricorrendo poi in casi estremi all’arresto, ed alla condanna per attività criminali, terroristiche o in qualche maniera considerate contro l’interesse nazionale e la sicurezza, gli strumenti per restringere questi spazi di agibilità sono tanti, e spesso ricorrenti.

È un leitmotiv che ormai con varia intensità attraversa la gran parte dei paesi nel mondo, anche quelli considerati “democrazie liberali”. Torsioni securitarie, retorica nazionalista e xenofoba, rafforzamento delle formazioni populiste di destra rappresentano oggi una minaccia senza precedenti per le organizzazioni della società civile.

A livello globale, Il Business and Human Rights Resource Center ha registrato dal 2015 al 2019 almeno 2000 attacchi a difensori dei diritti umani: 572 nel solo 2019, con un ulteriore aumento nel 2020 nel contesto della pandemia. E l’organizzazione internazionale FrontLine Defenders nel suo “Rendiconto globale sui difensori dei diritti umani” ha registrato l’uccisione nel 2020 di 331 difensori dei diritti umani (287 uomini e 44 donne).

Il 69% dei quali era attivo nella protezione dell’ambiente e per i diritti della terra, il 26% erano attivisti per i diritti dei popoli indigeni e il 28% erano attiviste per i diritti di genere. Questi dati sono solo la punta di iceberg di una situazione che a livello globale è sempre più preoccupante, come dimostra l’ultimo rapporto sullo stato della società civile nel mondo a cura di CIVICUS1 o nei rapporti di Amnesty International o Human Rights Watch.

Una situazione senz’altro aggravata dall’applicazione indiscriminata di misure restrittive per contenere la pandemia Covid e che per molti governi è diventata occasione per inasprire ulteriormente politiche restrittive e liberticide. Per quanto riguarda l’Europa, l’ultimo rapporto sullo stato dei diritti civili, a cura di Civil Liberties Union for Europe (rappresentata in Italia dalla Cild) e punta il dito sui casi di Slovenia, Polonia ed Ungheria, ma anche su abusi sul diritto all’informazione, all’associazione ed espressione in gran parte dei paesi dell’Unione.

Ad esempio, in paesi come Bulgaria, Germania, Ungheria e Slovenia si è registrato un aumento delle restrizioni alla libertà di associazione, mentre in Francia, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Spagna e Polonia si sono registrate violente repressioni delle manifestazioni di piazza ed arresti arbitrari.

Frequente è il ricorso ai cosiddetti SLAPPS (strategic lawsuits against public participation) da parte di governi e imprese per mettere a tacere ogni forma di critica, e per intimidire attivisti e attiviste. Una pratica in crescita soprattutto in Croazia, Polonia, Slovenia e Spagna, ma che sta diventano sempre più comune anche in Francia, Irlanda e Italia.

Nel nostro paese il tema dei difensori dei diritti umani è al centro delle attività e delle iniziative della rete “In difesa Di – per i diritti umani e chi li difende”, una coalizione di circa 40 associazioni, reti, organizzazioni non governative di varia natura ed estrazione, da associazioni ambientaliste, a quelle che lavorano sui diritti umani ed i diritti civili, sullo stato di diritto, ad organizzazioni di solidarietà internazionale e cooperazione.

Lanciata in occasione di un convegno internazionale sui difensori dei diritti umani alla Camera dei deputati nel 2016, e sulla scia di una importante risoluzione approvata dalla Camera, la rete ha consolidato le sue attività ed iniziative a livello nazionale ed internazionale, in particolare in occasione della presidenza italiana dell’Osce del 2018 e la candidatura italiana al seggio triennale al Consiglio dei diritti umani dell’Onu.

Da allora la difesa dei difensori dei diritti umani è diventata parte integrante della politica estera del paese, visto l’impegno che l’Italia deve ottemperare in quanto membro delle Nazioni unite e dell’Unione europea, in particolare nell’applicazione delle linee guida Ue sui difensori dei diritti umani per le rappresentanze diplomatiche dei paesi membri.

Inoltre, il lavoro della rete è stato rivolto a aprire e consolidare canali di comunicazione con le istanze internazionali di tutela, (dagli uffici dei relatori speciali Onu sui Difensori dei diritti umani e dei diritti dei migranti, all’Ufficio diritti umani e democrazia dell’Osce-Odhr, al Consiglio d’Europa) in particolare facilitando i contatti con Ong criminalizzate per il soccorso in mare.

Altra dimensione di lavoro prioritaria è quella di attivare iniziative in sostegno dei difensori dei diritti umani a livello locale, attraverso il lancio di un piano pilota di città rifugio per i difensori dei diritti umani.

Ad oggi Padova e comuni limitrofi, Trento, Torino sono città “rifugio” per i difensori dei diritti umani, ribattezzate poi “Città in difesa di”. Ispirate dalle “shelter cities” olandesi ed al programma di Cear nel Paese basco, le “Città in difesa di” sono un esperimento innovativo che immagina le città, (intese nella loro accezione ampia, non solo le amministrazioni locali ma anche università, organizzazioni della società civile e non-governative), come attori centrali nella promozione dei diritti umani, e nella protezione e sostegno a chi li difende. Infine la rete ha iniziato progressivamente a occuparsi della situazione dei difensori dei diritti umani a livello nazionale, a partire dalla visita accademica del relatore Speciale Onu sui Difensori dei diritti umani Michel Forst, invitato dalla rete nel maggio 2017 fino alla denuncia pubblica delle politiche migratorie dell’allora ministro Salvini alle Nazioni unite a Ginevra, al lavoro di monitoraggio della criminalizzazione della solidarietà2, ed alle collaborazioni con altre realtà che in Italia si occupano di criminalizzazione del dissenso quali la Associazione Bianca Guidetti Serra nel caso della criminalizzazione del movimento No Tap e dei difensori della terra.

A tal riguardo giova ricordare che l’Italia, pur non disponendo ancora di una autorità nazionale indipendente sui diritti umani, è tuttavia tenuta a rispettare ed applicare la Dichiarazione Onu sui Difensori dei diritti umani anche nella dimensione “interna” e le linee guida Osce /Odihur per i difensori dei diritti umani3.

L’Osce ha infatti adottato delle linee guida che sono valide per l’Italia sia per le rappresentanze diplomatiche nei paesi Osce sia a livello nazionale. In particolare, le linee-guida invitano testualmente le istituzioni statuali ed i pubblici funzionari ad evitare di essere coinvolti in campagne di diffamazione, delegittimazione o stigmatizzazione dei difensori dei diritti umani e del loro lavoro, e ad “intraprendere iniziative per contrastare tali campagne di stigmatizzazione dei difensori anche da parte di terzi”. Inoltre i governi e le istituzioni statuali ad ogni livello dovrebbero“condannare pubblicamente queste manifestazioni ed ogni attacco ai difensori dei diritti umani”.

Eppure, negli ultimi anni si è assistito, come ho accennato, a una preoccupante recrudescenza di casi di criminalizzazione e delegittimazione di difensori dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda chi, a titolo individuale o collettivo, si impegna per la difesa dei diritti dei migranti e per la tutela dell’ambiente.

Non è un caso che ambedue le categorie rappresentino una sfida evidente alla necropolitica ed alle sue implicazioni sulla vita di migliaia di migranti ed al biocidio, determinato da scelte di sfruttamento delle risorse naturali e dell’ambiente che concorrono in tutto o in parte ad aggravare ulteriormente la crisi ecologica attuale, prodotta dal modello capitalista estrattivista. In questo contesto, coloro che salvano i migranti o lavorano per il rispetto dei loro diritti, e coloro che proteggono la Terra sono difensori dei diritti umani e vanno riconosciuti come tali.

Con tutto ciò che ne deriva in termini di attuazione e rispetto degli impegni internazionali del paese. Ciononostante nella criminalizzazione della solidarietà e degli attivisti No Tap o No Tav le autorità nazionali preposte, quando non sono state attivamente coinvolte e complici, hanno comunque omesso di impegnarsi effettivamente per il rispetto delle linee guida e il riconoscimento pubblico del ruolo dei Difensori dei diritti umani.

Ciò è senz’altro frutto di una mancata diffusa consapevolezza di chi è un difensore dei diritti umani, di una carente cultura e assenza di formazione sui diritti umani, di un’eccessiva frammentazione delle competenze istituzionali, e dell’assenza nel nostro paese di una Autorità nazionale indipendente preposta a vigilare sul loro rispetto.

Tutto questo sullo sfondo di scelte politiche decisamente orientate verso la repressione e la criminalizzazione del dissenso e della disobbedienza civile. Basti pensare al Decreto sicurezza nelle parti relative alla gestione dell’ordine pubblico, o all’uso ricorrente del Daspo per limitare la libertà di movimento di attivisti in ogni parte del paese. O dei Slapp, come accennato in precedenza.

Un’importante occasione per porre al centro del dibattito politico e delle iniziative per la decriminalizzazione della solidarietà, della tutela dell’ambiente ed il diritto al dissenso può essere rappresentata dall’imminente pubblicazione del prossimo rapporto dell’Osce-Odihr sulla situazione dei difensori dei diritti umani in Italia.

Dopo un primo documento sull’applicazione delle linee guida nei paesi Osce, tra i quali l’Italia, l’Osce-Odihr, ha svolto lo scorso anno c’è stata una missione per valutare la situazione nel nostro paese. In seguito, è stato convocato un workshop con tutte le autorità italiane competenti e le organizzazioni della società civile, tra le quali la rete In Difesa Di.

Nelle prossime settimane il documento dovrebbe essere reso pubblico. L’attenzione internazionale, e degli organismi di tutela verso l’Italia continua quindi ad essere alta, e ciò può offrire un’importante sponda per lanciare un’iniziativa nazionale, con la partecipazione il più ampia possibile di organizzazioni, associazioni e singoli/e individui/e preoccupati/e del rispetto dei diritti umani, della libertà di associazione, manifestazione, espressione, e in generale della qualità della democrazia.

Un’iniziativa rivolta ai più alti vertici dello Stato affinché intervenga con un programma nazionale per la protezione e tutela dei difensori dei diritti umani e del diritto al dissenso, fornendo gli strumenti necessari per assicurare trasparenza e responsabilizzazione delle autorità competenti nell’applicazione della Convenzione Onu e delle linee guida Osce.

È urgente istituire l’Autorità nazionale indipendente per i diritti umani (tuttora al vaglio della Camera) prevedendo nel suo mandato la verifica e il monitoraggio del rispetto e sostegno agli Human Rights Defenders. L’Autorità dovrebbe predisporre e coordinare il programma nazionale, con la partecipazione attiva della società civile, assicurando il coordinamento inter-istituzionale, e la titolarità di indagine su eventuali violazioni dei diritti dei difensori dei diritti umani. In attesa della creazione dell’Autorità, sarà comunque necessario mettere a punto un piano di azione nazionale (possibilmente di competenza del Comitato interministeriale per i diritti umani – Cidu) che assicuri il coordinamento e la coerenza per quanto riguarda i rapporti con gli organismi internazionali di tutela degli Human Rights Defenders, (UN, Fundamental Rights Agency della Unione europea, CoE, Osce-Odihr).

Fino ad oggi è stato difficile per la società civile riuscire a seguire e monitorare i vari livelli di interlocuzione istituzionale, e sarebbe pertanto auspicabile un approccio coerente nelle modalità di reporting, e di verifica attiva. Si potrà così contribuire a ottemperare agli impegni presi a livello internazionale, in modo coerente e strutturato, con lo scopo di risolvere alla base le gravi lacune e omissioni che ancora persistono nella cultura e pratica politica del paese.

Note

1 Per un’analisi paese per paese si può consultare il Civil Society Monitor online: https://monitor.civicus.org

2 Nel corso degli ultimi anni i Relatori Speciali ONU hanno inviato molteplici comunicazioni all’Italia relative alla criminalizzazione della solidarietà: https://spcommreports.ohchr.org/TmSearch/Results

3 Interessante notare come le linee guida siano state utilizzate come strumento di monitoraggio indipendente della situazione dei difensori dell’ambiente in Salento: https://ecor.network/italia/un-dossier-sulla-criminalizzazione-dei-movimenti-salentini/

Articolo pubblicato anche sul blog Centroriformastato.it

da qui

i fatti separati dalle domande

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a proposito della Val di Susa e di Genova 2001, arrivando anche in Palestina e in Amazzonia



A proposito della Val di Susa

Scrive la Corte d’Appello di Torino:

…le Forze dell’Ordine in alcuni casi utilizzarono i gas lacrimogeni fuori dalle direttive ricevute, quantomeno con riguardo alle traiettorie di lancio ed agli obbiettivi individuati, giungendo inoltre a lanciare sassi dal cavalcavia autostradale sui manifestanti sottostanti” (pag.164-165 della sentenza)…

https://www.notav.info/post/la-cassazione-conferma-dalla-polizia-sassi-e-lacrimogeni-ad-altezza-duomo-contro-i-notav/

 

scrive Riccardo Noury, di Amnesty

…“I gas lacrimogeni non possono essere sparati ad altezza uomo. Lo scopo del loro utilizzo deve rimanere quello di disperdere la folla e non di ferire persone”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce dell’organizzazione.

Come richiesto dai Princìpi base delle Nazioni Unite sull’uso della forza, inoltre, il dispiegamento di armi cosiddette non letali dovrebbe essere attentamente valutato al fine di ridurre al minimo il rischio di mettere in pericolo persone non coinvolte e l’uso di tali armi dovrebbe essere attentamente controllato.

“Dispositivi che hanno effetti indiscriminati e un alto potenziale di danno, come i gas lacrimogeni, devono essere utilizzati solo quando tutti gli altri mezzi non siano riusciti a contenere minacce o violenza. Inoltre, le persone devono essere avvisate sull’imminente uso di tali armi e autorizzate a disperdersi. Le cartucce, contenenti sostanze chimiche irritanti, non possono mai essere sparate direttamente contro le persone”, ha concluso Noury…

https://www.amnesty.it/attivista-ferita-da-una-cartuccia-di-gas-lacrimogeno-durante-manifestazione-no-tav/

 

i legali no Tav ricordano che:

“I lacrimogeni sono considerati, anche dal diritto, armi chimiche.

Il loro uso è vietato negli scenari bellici dalla Convenzione di Parigi del 1995 sulle armi chimiche. Qualora utilizzati in particolari contesti, devono essere sparati con modalità di lancio a parabola, e non con lancio teso verso chi si intenda contrastare, proprio per impedire o ridurre il pericolo di danni dovuti al lancio di una granata a forte energia cinetica.

In altre parole, non possono essere utilizzati come proiettili destinati a colpire gli avversari (o i nemici).”

https://www.notav.info/post/appello-dei-legali-no-tav-sul-ferimento-di-giovanna/

 

a proposito di Genova 2001

continuano le promozioni dei macellai della “macelleria messicana”

(leggi qui e qui)

 

Come non farsi qualche domanda?

il Parlamento deve approvare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

“La resilienza è la capacità di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato”, scrive wikipedia)

Quindi il governo e il Parlamento sostengono la lotta noTav?

 

Nelle forze del (dis)ordine ci sono anche cecchini che agiscono in Val di Susa?

 

Come è possibile che alcuni condannati (fra le forze dell’ordine) PER GRAVISSIMI REATI vengano promossi come se fossero integerrimi funzionari (scuola Diaz e caserma Bolzaneto non hanno insegnato niente)?

 

Fra gli istruttori delle forze dell’ordine (quando sono ancora nelle scuole di formazione) ci sono militari che arrivano dai teatri di guerra (per esempio Afghanistan, Iraq o Somalia)?

 

Alle reclute (e non solo) si insegna che in Italia in piazza vanno cittadini che manifestano o nemici da abbattere?

 

Negli Usa anche il presidente Biden ha utilizzato parole chiare a sostegno dei giudici che hanno condannato il poliziotto assassino di Minneapolis (qui);

quando “la I Corte di assise di Roma ha riconosciuto i carabinieri scelti Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale, condannandoli a 12 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici” (qui), il Presidente del Consiglio o il presidente della repubblica sono intervenuti in tv per sostenere i giudici e condannare gli assassini di Stefano Cucchi?

 

Fra i deputati e i senatori italiani CHI negli ultimi 10 anni ha criticato qualche volta, pubblicamente, le forze dell’ordine quando si trasformano in forze del disordine?

 

Avere una coscienza sotto la divisa… pare che sia rischioso e che si paghi caro denunciare i colleghi, almeno in termini di mancate promozioni (all’interno delle forze dette dell’ordine); perché invece non dare a chi denuncia tutte le protezioni in qualità di collaboratore di giustizia?

 

Si è capito che i noTav che lottano in Val di Susa sono i veri “conservatori”, come i palestinesi, d’altronde, o gli indios dell’Amazzonia, comunità e popoli che vogliono conservare le terre dove hanno sempre vissuto, proteggerle da espropri, rapine e devastazioni, mettendo in gioco i loro corpi tutti i giorni? E che quelli a favore della Tav sono invece gli eversori di un equilibrio fragile, alfieri di un disordine che chiamano crescita (velocità e crescita insieme ricordano più le cellule cancerogene che un sano sviluppo)?

E per cosa, poi? Perché le mutande che si producono in Cina, in India e in Bangladesh arrivino nei centri commerciali un giorno prima?

Infine, tutti gli amanti della TAV si sono fatti sentire quando le delocalizzazioni e la globalizzazione (pessimamente gestita) hanno creato e creano eserciti di disoccupati?

 

“Quante vicende, tante domande”, scrive(va) Bertolt Brecht.

 

*l’immagine nel post è quella di Rachel Corrie (chi non sa chi è, o non si ricorda, può leggere qualcosa qui)


da qui