domenica 27 giugno 2021

I professionisti delle aggressioni ai lavoratori al servizio dei padroni - Lotta Con­ti­nua


I fatti si ri­pre­sen­ta­no a sca­den­za re­go­la­re da circa 1 anno, pre­si­di e pic­chet­ti dei fac­chi­ni as­sa­li­ti da bande ar­ma­te di mazze, ti­ra­pu­gni e taser con l'in­ten­to di cac­cia­re via gli ope­rai ri­muo­ven­do i bloc­chi alle merci. Sul sito del Si­co­bas e sui so­cial le im­ma­gi­ni di quan­to ac­ca­du­to nella notte tra Gio­ve­di' 10 e Ve­ner­di' 11 giu­gno, l'ag­gres­sio­ne con il grave fe­ri­men­to di un com­pa­gno.

So­cie­tà di si­cu­rez­za as­sol­da­te da azien­de e mul­ti­na­zio­na­li che ri­cor­ro­no a pic­chia­to­ri di pro­fes­sio­ne, di­ver­si dei quali noti per sim­pa­tie di estre­ma de­stra e con pre­ce­den­ti pe­na­li per ag­gres­sio­ni, ma­no­va­lan­za pa­ga­ta da molte azien­de per in­cu­te­re ti­mo­re tra gli ope­rai in scio­pe­ro.

Stia­mo ri­tor­nan­do ad un ca­pi­ta­li­smo di fine Ot­to­cen­to quan­do i pa­dro­ni ri­cor­re­va­no a squa­dre di pic­chia­to­ri per sgom­be­ra­re i pre­si­di e i pic­chet­ti. Ci ver­reb­be da chie­de­re cosa in­ten­da fare la Que­stu­ra lo­ca­le, sap­pia­mo di non do­ver­ci aspet­ta­re molto dalla Giu­sti­zia bor­ghe­se ma sul­l'u­ti­liz­zo di squa­drac­ce an­ti­scio­pe­ro e sul loro stes­so ope­ra­to non po­tran­no ta­ce­re o re­sta­re iner­ti.

Siamo a co­no­scen­za di al­cu­ne que­re­le ed espo­sti del SI Cobas con­tro al­cu­ne ag­gres­sio­ni su­bi­te dagli ope­rai con tanto di fil­ma­ti e foto a do­cu­men­ta­re i fatti, ep­pu­re a di­stan­za di mesi la si­tua­zio­ne non solo è ri­ma­sta la stes­sa ma va peg­gio­ran­do di gior­no in gior­no con fatti sem­pre più gravi nel frat­tem­po ve­ri­fi­ca­ti­si.  Per­chè la Ps pre­sen­te al pre­si­dio non è in­ter­ve­nu­ta con­tro i maz­zie­ri con la stes­sa ener­gia con la quale sono stati ca­ri­ca­ti gli ope­rai pro­ta­go­ni­sti dei bloc­chi dei mesi scor­si?

Non si trat­ta di risse tra ope­rai, fa­vo­re­vo­li e con­tra­ri agli scio­pe­ri e ai bloc­chi, si trat­ta di azio­ni co­strui­te a ta­vo­li­no per dif­fon­de­re paura e ras­se­gna­zio­ne con­tro chi lotta in di­fe­sa dei posti di la­vo­ro.

Ci sem­bra evi­den­te che da­van­ti a si­tua­zio­ni gra­vis­si­me, ag­gres­sio­ni pre­me­di­ta­te e di inau­di­ta vio­len­za non ba­sti­no più le pa­ro­le di con­dan­na, serve in­ve­ce porre fine alla pre­sen­za di guar­die pri­va­te nei luo­ghi di la­vo­ro con­sa­pe­vo­li che la si­tua­zio­ne di­ven­te­rà sem­pre più pre­oc­cu­pan­te con il ri­pri­sti­no dei li­cen­zia­men­ti col­let­ti­vi.

Re­da­zio­ne di Lotta Con­ti­nua

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Italia: inginocchiarsi contro il razzismo? La vera storia - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Dopo essersi mostrati divisi sull’argomento al momento del dunque, con cinque giocatori che hanno aderito all’iniziativa e il resto no – tipico atteggiamento nostrano – la nazionale italiana di calcio, dopo molte polemiche, ha deciso che in occasione dell’imminente partita agli Europei con l’Austria la scelta di inginocchiarsi sarà lasciata agli atleti. Tale gesto, ricordo, consiste in una simbolica presa di posizione contro il razzismo all’insegna del movimento Black Lives Matter, nato in precedenza sempre negli USA e man mano diffusosi nel resto del mondo. Sino a oggi il dibattito, a volte particolarmente acceso, sull’opportunità e la libertà di inginocchiarsi o meno non è stato solo una questione italiana. Tuttavia, malgrado sia convinto che il mero atto simbolico valga poco se non accompagnato da una contestuale azione quotidiana, attiva e concreta, a differenza di alcuni non sono affatto sorpreso da chi preferisca vedere i calciatori in piedi prima del fischio di inizio. Perché storicamente il cittadino medio italico non si inginocchia mai innanzi agli ideali forti, casomai obbedisce loro perché si sente obbligato. Al contrario, si getta letteralmente in terra, facendosi addirittura zerbino, di fronte agli uomini che ritiene tali. E in ogni epoca lo fa in particolare per determinate ragioni…

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Il battesimo - Rebecca Rovoletto

 

Una gonna tzotzil, due tzeltal, una cho’ol. Tre paia di jeans, però uno infilato in lunghi stivali col tacco alto. Dentro a questi abiti – visiere anticovid e mascherine al posto del passamontagna – el Escuadrón da sbarco 4-2-1, testa di ponte del prossimo contingente aviotrasportato, poggia finalmente i piedi sul vecchio continente. Non conoscono nessuno, ma tutt@ conoscono loro e fanno ala al passaggio dei sette: Marijose, Lupita, Carolina, Ximena, Yuli, Bernal, Felipe.

Cembali, cornamuse e tamburi della fanfara popolare galiziana aprono loro la strada verso la spiaggia dei saluti, poi verso il prato delle celebrazioni. Le delegazioni del vecchio continente abbracciano, con inni e battimani, i volti maya partiti sette settimane fa dalle coste di Abya Yala.

 

Il capitano della Montagna dice che “è finito un viaggio, ma da qui ne inizia un altro”. Inizia, infatti, col battesimo di questa vecchia terra, affinché possa destarsi e rinnovarsi. Così come i popoli indigeni riscoprono il nome ancestrale della loro geografia, simmetricamente ci portano dall’oltremare un nuovo nome che non recrimina le disgrazie disseminate dalla sua storia, ma si appella a quella sua parte che ancora guarda, cammina, sogna.

 

E Marijose, che non è né uomo né donna, dichiara: “A nome delle donne, dei bambini, degli uomini, degli anziani e, naturalmente, degli otroas zapatisti, che il nome di questa terra che i suoi nativi ora chiamano ‘Europa’, d’ora in poi si chiamerà: Slumil K’ajxemk’op, che significa ‘Terra Indomita’, o ‘Terra che non si rassegna, che non cede’. E così sarà conosciuta dalla gente del posto e dagli estranei finché qui ci sarà qualcuno che non si arrende, non si vende e non cede”.

 

Parole tzotzil degli Altos, tojolabal della Selva di confine, tzeltal della selva Lacandona e cho’ol del nord venute “per aprire i cuori e condividere lotte per la vita, esperienze, modi… e per dimostrare al mondo capitalista patriarcale che un altro mondo è possibile”, che in qualche posto di Abya Yala è già realtà. Un cesto di erbe di San Juan, poesie e canti in dono agli ospiti. E poi cumbia fino all’alba.

 

Per guardare la diretta completa dello sbarco della delegazione zapatista, trasmessa da Desinformémonos, e per tutte le notizie sulla gira zapatista per la vita in Europa e in Italia: Lapaz, la pagina facebook dell’Assemblea nazionale italiana di coordinamento per il viaggio europeo di Zapatisti e Zapatiste.

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sabato 26 giugno 2021

La strategia di Draghi non funziona - Pino Cabras (solo audio)

 solo audio

DECRETO DELLA LIBERAZIONE

  

10 MISURE URGENTI PER USCIRE DALL’EMERGENZA

Movimento di Liberazione dalla Tecnocrazia (MO.LI.TE.)

 

MOLITEMOVIMENTO.WORDPRESS.COM

  “Se lo scientismo è qualcosa, esso è la fede cieca e dogmatica nella scienza. Ma questa fede cieca nella scienza è estranea allo scienziato autentico.”
Karl Popper  

“Non servono tranquillanti o terapie. Non servono eccitanti o ideologie. Ci vuole un’altra vita”
Franco Battiato  

molite.movimento@gmail.com


Rilancio di una politica dei beni comuni e della partecipazione collettiva. Rinuncia al paternalismo e all’infantilizzazione comunicativa e politica. Riconoscimento del modello culturale tecnocratico come strumento di controllo sociale ed economico da superare dopo la fine della società neoliberista.

I dieci punti che leggerete e che formano il Decreto della Liberazione mirano a togliere credito a qualsiasi dogmatismo o presunta verità oggettiva imposta dall’alto, favoriscono la pluralità delle idee in ogni accezione possibile, riconoscono a cittadine e cittadini la facoltà di scegliere per il bene loro, dei loro cari e della più ampia comunità, e mettono a loro disposizione beni e risorse di fatto pubblici.

La scelta del 25 aprile è simbolica perché richiama i valori antifascisti della Resistenza che sono tra i valori a cui si rifà il Movimento per la Liberazione dalla Tecnocrazia

 

SOMMARIO

1 – PROMUOVERE L’AUTOPRODUZIONE AGRICOLA CONTADINA LOCALE

2 – CENTRALITA’ DELLE RISERVE NATURALI E REVISIONE DELLE AREE DESTINATE A INDUSTRIA, ALLEVAMENTO INTENSIVO E ALTA VELOCITA’

3 – MICROGENERAZIONE DIFFUSA LOCALE DI ENERGIA ELETTRICA E TERMICA

4 – MEDICINA SISTEMICA INTEGRATA, MEDICINA DEL TERRITORIO E SANITA’ UNIVERSALE

5 – SOLIDARIETA’ DI PROSSIMITA’

6 – PRODUZIONI CULTURALI E ARTISTICHE

7 – MESSA IN SICUREZZA ELETTROMAGNETICA E ALIENAZIONE TECNOLOGICA

8 – RIPENSARE L’APPROCCIO ALL’INFANZIA

9 – INCENTIVARE UNA COMUNICAZIONE ETICA CORRETTA E NON PROPAGANDISTICA NE’ TERRORISTICA

10 – EDUCAZIONE EMOTIVA, ALLE DIFFERENZE, ALLA LIBERTA’

 

 

1 – PROMUOVERE L’AUTOPRODUZIONE AGRICOLA CONTADINA LOCALE

Per ridurre quanto più possibile lo spostamento delle merci e dei trasportatori, che comporta evidenti pericoli di diffusione del virus oltre che emissioni inquinanti, si permette la messa in attività di tutte le terre finora incolte, attraverso sovvenzioni urgenti che favoriranno le produzioni naturali e senza fertilizzanti chimici, a vantaggio della ri-sanificazione ambientale e il rafforzamento dei sistemi immunitari. Il Decreto promuove ufficialmente l’autoproduzione contadina locale e rinuncia a qualsiasi pulsione volta a ostacolarla. Ridefinisce inoltre la categoria degli autoproduttori elevandoli da hobbisti a custodi del territorio; assicura la libera circolazione delle persone che curano i terreni con tecniche naturali; avvia meccanismi di controllo indipendenti da interessi economici e conflitti d’interesse sull’uso, la vendita e la commercializzazione di pesticidi e fitofarmaci; sancisce la riapertura dei mercatini locali e dei Gas quali luoghi essenziali per il rafforzamento delle difese immunitarie attraverso la socialità e il cibo sano; consiglia di evitare i supermercati quali luoghi ad alto rischio di contagio e per la presenza elevata di cibi processati. Saranno infine oggetto di inchiesta anche tutti gli allevamenti, per garantire un trattamento adeguato degli animali e l’abbandono graduale di ogni forma di allevamento intensivo, uno sfruttamento inaccettabile, oltre che parte in causa anch’esso dell’inquinamento atmosferico.

Inoltre, basandosi sul Principio di Precauzione (Rio 1991) tuttora in vigore, sospende l’utilizzo di sementi ibride e geneticamente modificate, sconsiglia la monocultura e incentiva la biodiversità.

2 – CENTRALITA’ DELLE RISERVE NATURALI E REVISIONE DELLE AREE DESTINATE A INDUSTRIA, ALLEVAMENTO INTENSIVO E ALTA VELOCITA’

La prima forma decisionale sarà quella basata su una commissione multidisciplinare di riqualifica del territorio, che si occuperà di rivedere gli insediamenti e la viabilità, aspetti questi negli ultimi decenni lasciati totalmente in mano allo sviluppo selvaggio del cemento e del traffico di automobili private.

Il sistema di mobilità, insieme ai complessi industriali e agli allevamenti intensivi, sono le cause principali dell’inquinamento globale e il loro insediamento sui territori va ripensato, gradualmente ma radicalmente, in ottica favorevole alla mobilità dolce e sostenibile, verso cui saranno indirizzate in gran parte le risorse finalizzate alle infrastrutture.

Il decreto spinge e impegna quindi le istituzioni a favorire e tutelare lo stato attuale degli habitat naturali, promuovendo il ripristino e il rinnovamento dei sistemi forestali danneggiati e degradati e rispettando le nicchie ecologiche occupate dalla fauna e flora selvatiche. L’approccio favorirebbe inoltre la concezione dell’essere umano come elemento interno dei processi ecologici.

Si dichiara ufficialmente l’adesione ai principi dell’ecologia sistemica profonda, della visione olistica proposta dall’ecologia della mente  e del biocentrismo, rinunciando a qualsiasi idea antropocentrica di manipolazione degli ecosistemi naturali per trarne un vantaggio che non sia quello della sussistenza e del fabbisogno in armonia con i cicli naturali. È noto infatti che tale concezione di dominio e controllo determina danni ambientali, tra cui mutazioni genetiche e salti di specie, che sfociano con frequenza nella diffusione di epidemie e pandemie.

3 – MICROGENERAZIONE DIFFUSA LOCALE DI ENERGIA ELETTRICA E TERMICA

Il Decreto promuove e finanzia la produzione in loco di energia elettrica da fonti rinnovabili diffuse in piccola scala e non impattanti, lo scambio sul posto di energia elettrica, l’immissione in reti più grandi di energia pulita così prodotta, l’edilizia sostenibile, il risparmio energetico e la gestione razionale dell’energia termica.

Se hai un secchio bucato e vuoi riempirlo d’acqua, cosa fai? Aumenti il flusso del rubinetto, cambi il rubinetto o magari cerchi di tappare il buco che disperde acqua? Così, se hai un sistema energetico nazionale “bucato” dove risulta insufficiente l’erogazione di energia rispetto ai consumi, cosa fai? Costruisci altre centrali termoelettriche, le sostituisci con nuove di altro tipo e vai alla ricerca di ulteriori fonti fossili attraverso piani di trivellazioni, oppure tappi i buchi degli sprechi energetici? Il decreto sancisce l’indirizzamento definitivo delle scelte dell’edilizia italiana verso la sostenibilità energetica e ambientale, essendo il consumo dei nostri edifici una delle principali cause di inquinamento ambientale nel nostro Paese insieme alla mobilità insostenibile, ad agricoltura e allevamenti intensivi e alla cattiva gestione dei rifiuti. Saranno punti di riferimento i progetti pionieristici Casaclima e Passivhaus: nati in Alto Adige negli anni Novanta, hanno fatto passi avanti e oggi si affiancano ai Casaclima Network che sono presenti in tutta Italia per favorire un’edilizia a bassissimo impatto ambientale e capace di ridurre i consumi elettrici e di riscaldamento. Si apre una commissione d’inchiesta popolare sulla politica petrolifera e si sospendono le attività impattanti sul territorio e decise senza il consenso popolare, quali Tap e trivellazioni.

4 – MEDICINA SISTEMICA INTEGRATA, MEDICINA DEL TERRITORIO E SANITA’ UNIVERSALE

Attenzione: rimando importante al punto 9 sulla comunicazione: “Verrà disincentivata qualsiasi argomentazione proveniente dal settore tecnico-scientifico che si arrogherà il diritto di parlare in quanto detentore di verità oggettiva, in quanto esattamente questo è il meccanismo attraverso cui si alimenta il potere tecnocratico.“

Il Decreto ritiene necessario un approccio complementare e multidisciplinare alla pratica medica, che tenga conto di tutti i risultati positivi ottenibili. Oltre alle sperimentazioni in corso nel campo della medicina convenzionale, occorre incentivare le forme di cura preventiva, di rafforzamento dei sistemi immunitari, di terapie che non hanno effetti collaterali. Si rende necessaria quindi una commissione medica e scientifica allargata a tutti i punti di vista efficaci, senza chiusure ideologiche né atteggiamenti fideistici. Nel caso del Covid19, si prendono come riferimento le pratiche positive di contenimento come quelle della Corea del Sud e del Veneto, le terapie efficaci sperimentate nella medicina cinese e in ospedali italiani al centro dell’emergenza come il Papa Giovanni XXIII di Bergamo, gli approcci integrati che favoriscono il rafforzamento dei sistemi immunitari, di cui anche in Italia esistono esempi virtuosi che saranno considerati centri principali di sperimentazione: Sipnei – Società di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia di Roma, Centro di Medicina Integrata dell’Ospedale di Pitigliano (Grosseto).

5 – SOLIDARIETA’ DI PROSSIMITA’

Per ridurre le conseguenze economiche e sociali legate alla crisi derivata dalla pandemia, il decreto si impegna a promuovere e incoraggiare tutte quelle buone pratiche di solidarietà di prossimità che favoriscano e riattivino legami sociali. Si incoraggiano le cittadine e i cittadini a essere vicendevole risorsa e costruire insieme risposte comuni a i bisogni di ognuno/a, con il fine ultimo di creare benessere sociale: la cura e il mutualismo oltre il paternalismo e l’assistenzialismo. Tra queste buone pratiche si annoverano: le esperienze di co-housing, la solidarietà comunale, lo scambio di tempo e lo scambio di oggetti, gli orti comunali, le botteghe di prossimità, il credito fiduciario, le cucine di autoproduzioni di quartiere, autoprodurre a turno per sé e per gli altri. Sarà inoltre necessario attuare una politica che faciliti e ottimizzi gli spostamenti con la condivisione dei mezzi privati e gradualmente il ripensamento di un servizio pubblico capillare ed ecologico sul territorio, accanto a un sistema di mobilità ciclabile da incrementare per favorire l’utilizzo delle biciclette, sia private che pubbliche.

Saranno attivati in un tutto il territorio fasi di autoformazione psicologica e sociale con l’aiuto di chi ha già esperienze e conoscenza delle dinamiche mutualistiche di rottura dell’atomismo e dell’isolamento sociale: sociologi/he e antropologi/he che hanno studiato il fenomeno, attivisti/e delle Social Street, dei condomini solidali, di comuni, comunità ed ecovillaggi, reti esistenti quale la RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici).

Alla luce di una società sostenibile e solidale, si aprirà un tavolo di discussione con il mondo lavorativo riguardante il tema lavoro-vita, a partire da quanto emerso in queste settimane riguardo lo smart working: esso può essere preso in considerazione laddove non elimini gli spazi di lavoro in collettività e in condivisione (relazioni in presenza), ma possa ridurre la necessità di raggiungere un ufficio per mansioni che si possono svolgere anche da casa, in modo da ridurre gli spostamenti e dunque le emissioni. Stessa cosa per quanto riguarda le riunioni di lavoro che possono essere svolte a distanza, quando invece moltissime riunioni, specie delle grandi aziende, comportano lo spostamento di molte persone soprattutto in aereo, un mezzo molto inquinante. Questo tavolo di discussione, tuttavia, dovrà essere aggiornato e integrato con le risultanze delle due commissioni su tecnologia ed elettromagnetismo, di cui si parla al punto 7.

6 – PRODUZIONI CULTURALI E ARTISTICHE

Considerata la vitale importanza dell’approccio psicologico con cui viene affrontata l’emergenza, si ritiene indispensabile suscitare nelle persone un lavoro di crescita interiore, attraverso stimoli artistici e culturali.

Siamo sempre più miopi perché guardiamo poco l’orizzonte, da un punto di vista sia letterale che metaforico. Quindi, soprattutto nella situazione attuale di repressione e isolamento, è necessario sostenere progetti culturali e artistici capaci di aprire gli orizzonti mentali. Occorre partire da quel vuoto, da quella mancanza di integrità e di autostima che rischia di sfociare in aggressività e intolleranza verso gli altri. Ripensare il concetto di noia, intesa come sorgente della creatività personale, ozio creativo, superando l’idea di noia intesa come perdita di se stessi. Bisogna insomma vincere l’insoddisfazione che genera pregiudizio: perché porta a temere il prossimo, a colpevolizzarlo, a compensare questa mancanza con la sicurezza, cioè con delle regole già stabilite di cui sentirsi fedeli difensori. Per vivere in pace, per essere veramente liberi, bisogna ritrovare se stessi. Riempirsi della comprensione di sé, esprimere i propri disagi e i propri desideri. Questo tempo è un’occasione per farlo: le istituzioni si impegnano dunque a promuovere la liberazione interiore, sostenendo progetti nell’ambito dell’educazione artistica e musicale, dell’arte-terapia e del teatro.

Si consiglia l’istituzione di laboratori di teatro dell’oppresso: una metodologia educativa capace di rappresentare le oppressioni quotidiane, portare i conflitti allo scoperto, annullare la violenza con il dialogo, contro il “poliziotto interiore”. Un lavoro sia individuale che sociale, che renda ciascuno protagonista della propria vita e ricerchi soluzioni collettive.

7 – MESSA IN SICUREZZA ELETTROMAGNETICA E ALIENAZIONE TECNOLOGICA

“L’innesto violento tra tecnologia e comunità vivente è così rapido da impedire qualsiasi narrativa coerente della vita collettiva”, scriveva il sociologo Enzo Scandurra qualche anno fa. Data la scarsità attuale di dati reali sulla pericolosità dell’inquinamento elettromagnetico, causata dalle continue pressioni politiche ed economiche e degli interessi che hanno condizionato la ricerca scientifica, si stabilisce con la massima urgenza la creazione di due commissioni multidisciplinari.

La prima formata da esperti dei settori scientifico, tecnologico, antropologico, sociologico e urbanistico, con approcci differenti e quanto più possibile di orientamenti diversi, per arrivare a stabilire con la massima precisione possibile quali siano i comportamenti migliori da adottare, a livello istituzionale, per riequilibrare il rapporto tra fabbisogno di tecnologia, salute umana e impatto ambientale.

La seconda formata da esperti dei settori filosofico, antropologico, sociologico, pedagogico e psicologico, con approcci differenti e quanto più possibile di orientamenti diversi, per arrivare a stabilire quali siano i metodi migliori per affrontare le conseguenze della dipendenza psicologica e dell’alienazione sociale a cui la nostra società è stata sottoposta, e le strategie da seguire per ritrovare il benessere individuale e sociale.

Entrambe le commissioni saranno presiedute da facilitatori/trici con esperienza di conduzione di gruppi attraverso le metodologie partecipative orientate alla nonviolenza, e dovranno trovare in un momento successivo una sintesi condivisa e partecipata. Il luogo dove si insedieranno sarà il complesso delle scuole Diaz e Pertini di Genova, considerato luogo simbolico dove far ripartire un dialogo per una società più libera e felice dopo il fallimento dell’economia liberista.

8 – RIPENSARE L’APPROCCIO ALL’INFANZIA

Il decreto incentiva e supporta il parto in casa gratuito per tutte coloro che lo desiderino e laddove sussistano le condizioni: il parto in casa, a maggior ragione in tempo di Covid, è la scelta più sicura, sana, ecologica ed economica per lo Stato (come dimostra il modello olandese). Un parto soddisfacente e rispettoso è anche presupposto per una maternità gioiosa, serena e consapevole. Il decreto promuove l’allattamento al seno, l’uso di fasce e marsupi per mantenere il contatto col bambino, uno svezzamento lento e graduale con frutta, verdure e cereali biologici; disincentiva invece l’uso di omogeneizzati industriali, pappe pronte e carne di allevamento.

Vogliamo sottolineare l’importanza della motricità nello sviluppo del neonato per cui incoraggiamo un approccio rispettoso dei tempi della bambina e del bambino. Invitiamo i genitori a lasciare per terra, supini, i loro bimbi e bimbe e limitarsi a osservare i loro movimenti: non servono aiuti, stimoli o insegnamenti, i bimbi sanno cosa fare e come fare, seguono la natura. Crescendo si consiglia di lasciare loro la libertà di sperimentare, muoversi, sbagliare, cadere e sporcarsi.

Il decreto incoraggia la formazione di comunità educanti (gruppi, ecovillaggi ma anche cortili condominiali e spazi comunitari) dove i bambini eterogenei per età, sesso e provenienza possano giocare senza la presenza e l’intervento costante degli adulti. Invitiamo i genitori a limitare le attività strutturate pomeridiane e incitiamo le amministrazioni, anche attraverso chiusure e limitazioni al traffico, a riservare aree urbane ai bambini. Saranno prese in considerazione, come linee guida pedagogiche positive, quelle dell’educazione diffusa, in sperimentazione in Lombardia e già arrivate al confronto istituzionale negli ultimi anni.

Si consiglia ai genitori di evitare l’uso di cellulari e tablet nella prima infanzia e di limitarli successivamente, cercando di comprare loro il primo cellulare il più tardi possibile.

Infine il decreto sancisce la necessità prioritaria per la scuola di insegnare a pensare in modo creativo, aperto al confronto, critico e costruttivo, per questo ci impegniamo a formare docenti e maestre/i in grado di far crescere “buoni pensatori e pensatrici”, che possano essere agenti di un cambiamento sociale e politico, prendendo spunto dalle indicazioni del progetto “Visible Thinking” dell’Università di Harvard (USA).

9 – INCENTIVARE UNA COMUNICAZIONE ETICA CORRETTA E NON PROPAGANDISTICA NE’ TERRORISTICA

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.” Questo passo dell’Articolo 21 della Costituzione Italiana è un punto di partenza per la comunicazione e la diffusione pubblica di informazioni, spesso messo in discussione nel passato e nel presente.

Il Decreto della Liberazione darà massima diffusione a tutti i canali di informazione che abbandoneranno i toni allarmistici, ossessivi, il terrorismo psicologico e adotteranno una linea editoriale libera da pressioni provenienti dal mondo economico. Ogni punto di vista è accettabile e desiderabile, ogni opinione, posizione e interpretazione rispetto ai fatti è incentivata, così come è incentivato ogni mezzo nonviolento di recupero di informazioni sui territori, seguendo le indicazioni del giornalismo sociale e partecipativo. La distorsione della realtà attraverso la comunicazione di dichiarazioni non vere, di fatti mai accaduti, così come la costruzione di notizie false, verrà disincentivata e portata allo scoperto, a partire dalle distorsioni provenienti dagli organismi di potere. Non verrà tuttavia posta alcuna censura preventiva, sulla base dell’idea che ci sono fatti, eventi e situazioni la cui realtà e veridicità è difficile da appurare, ed è quindi necessario procedere domandando. Questo vale anche e soprattutto per le verità mediche e scientifiche: verrà disincentivato qualsiasi settore tecnico-scientifico che si arrogherà il diritto di parlare in quanto detentore di verità oggettiva, poiché è esattamente questo il meccanismo attraverso cui si alimenta il potere tecnocratico.

10 – EDUCAZIONE EMOTIVA ALLE DIFFERENZE E ALLA LIBERTA’

Si considerano prioritari il benessere emotivo e l’apertura culturale, non l’accumulo di conoscenze. Il decreto mette in discussione le logiche del dominio e della concorrenza tipiche del sistema patriarcale e incentiva un politica seria di educazione e rispetto delle differenze, partendo dal lessico utilizzato nei libri di scuola, dalle metodologie didattiche e dai programmi. L’idea patriarcale del distacco della mente dal corpo e l’epistemologia logocentrica e androcentrica sono il fondamento teorico della civiltà distruttiva che abbiamo ereditato e che ha condotto alla crisi attuale. Intelligenza emotiva e empatia devono essere requisiti essenziali, quindi, di ogni forma di acquisizione di competenza, affinché essa non diventi iperspecialistica, arrogante e incapace di confronto con le competenze diverse.

L’azione politica delle istituzioni locali e nazionali segue questo approccio pedagogico e culturale: dichiariamo l’abbandono del sistema patriarcale e la rinuncia all’approccio paternalista come strumento educativo e di comunicazione. Promuoviamo il Benessere Emotivo evitando di far leva sulla paura come strumento di controllo sociale. Ogni istituzione pubblica supporta l’autogestione consapevole e responsabile, si fa garante dell’autodeterminazione dei popoli e si impegna ad assicurare le pari opportunità e il rispetto delle diversità, in tutte le sue forme.

 

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Nel Rojava si autogestisce anche l’assenza - Chiara Cruciati

 

Rinas accende il telefono e fa partire un breve video: una cascata d’acqua, un ruscello, il verde caldo di alberi e arbusti. «Questo è quello che avevo vicino a casa mia, è Afrin». Sorride mentre ci mostra il luogo che ha abbandonato tre anni fa, in fuga con altre 300mila persone dal cantone curdo della Siria nel nord-ovest durante i mesi della brutale offensiva turca.

Ramoscello d’ulivo, l’avevano ribattezzata gli alti comandi turchi. Di quell’offensiva restano centinaia di migliaia di sfollati, distribuiti in tutto il Rojava, e un piano avanzato di ingegneria demografica.

Fatma ha 70 anni, è la mamma di Rinas. È venuta a Qamishlo a far visita al figlio, alla nuora e ai tre nipoti. Lei vive ancora vicino Shabha, la sola zona che durante i bombardamenti accolse con enormi difficoltà gli sfollati. Persone senza rifugio, aiutate dalle comunità tra Aleppo e Afrin, con il governo di Damasco che chiudeva la strada per il sud della Siria e l’Amministrazione autonoma che tentava di imbastire un’accoglienza mentre resisteva ai turchi.

«Nei campi di Shabha ci sono 7.500 persone – ci spiega il Rojava Information Center – e 115mila nei villaggi della zona. Decine di migliaia sono nei quartieri turchi di Aleppo. Un numero imprecisato è fuggito in Europa e in Iraq». Fatma vive ancora là, fuori Shabha, ha aperto un negozio di frutta e verdura: «Lì il campo lo avevamo tirato su noi, gli sfollati. L’Amministrazione ci portava cibo, la Mezzaluna rossa le medicine. Anche la Russia ci ha offerto aiuti, li abbiamo rifiutati: avevano permesso che la Turchia ci attaccasse».

Ad Afrin aveva un ristorante («Era famoso, veniva gente anche da Aleppo») e un appezzamento di terra. La loro grande casa ora è occupata dalle famiglie dei miliziani filo-turchi, le unità islamiste dell’Esercito libero siriano (Els). «All’inizio l’hanno usata come base dell’intelligence, ci interrogavano le persone di Afrin rimaste e sospettate di legami con le Ypg. Ora ci vivono le mogli di tre miliziani: su Facebook abbiamo trovato per caso le foto di loro che fumano narghilè in salotto e indossano i nostri vestiti». Così Siam, la nuora di Fatma, racconta cosa ne è stato di casa loro e dà senso al teorico concetto di trasformazione demografica del cantone di Afrin.

Ha partorito la figlia Rojat sotto le bombe, il 29 gennaio 2018, nove giorni dopo l’inizio di “Ramoscello d’ulivo”: «Vivevamo nello scantinato da giorni. Ho iniziato ad avere le doglie e siamo riusciti a raggiungere l’ospedale. Mi hanno fatto il cesareo e mandato via, era pericoloso: in quell’ospedale curavano anche i combattenti di Ypg e Ypj, era nel mirino dei turchi».

Lo scorso fine settimana ad Afrin un attacco missilistico ha centrato l’ospedale di al-Shifa, ad Afrin. Diciannove i morti, i reparti maternità e di pronto soccorso distrutti. Subito è partito lo scambio di accuse, con la Turchia che indica le Sdf (le Forze democratiche siriane, ombrello delle unità combattenti curde, arabe, turkmene, siriache, assire) e le Sdf che negano qualsiasi coinvolgimento.

Di certo intorno ad Afrin la battaglia non si è mai conclusa: in città sventolano le bandiere turche, a scuola si studia il turco e la moneta ufficiale è la lira turca. Nel cantone sono state trasferite famiglie arabe e turkmene, mentre ai residenti storici viene impedito di tornare. Mentre proseguono con macabra regolarità arresti, stupri e sparizioni.

Un’operazione di ingegneria demografica: in un recente incontro 25 organizzazioni della società civile locale hanno calcolato che solo il 20% della popolazione originaria – curdi ed ezidi, cristiani e musulmani – vive ancora ad Afrin, il resto sono coloni. L’occupazione militare viene mantenuta in modi diversi: impedendo il rientro, occupando case, distruggendo i campi e gli uliveti e vessando che è riuscito a rimanere.

Fatma e Siam ci raccontano di rapimenti e richieste di riscatto da parte dell’Els, milioni di lire siriane (decine di migliaia di euro) per riavere indietro un parente o anche semplicemente il trattore per continuare a lavorare la terra che rimane: «A molte famiglie gli islamisti fanno pagare l’affitto sulle loro terre e le loro case, una sorta di tassa per non farsele espropriare».

Un anno e mezzo dopo l’occupazione di Afrin, la Turchia ha allargato la mira: il 9 ottobre 2019, dopo l’ufficioso via libera americano passato per il ritiro delle truppe Usa dal Rojava, Ankara ha lanciato una nuova offensiva. Si è conclusa poco più di una settimana dopo, 500 morti (di cui almeno un terzo civili), 300mila sfollati e la creazione della cosiddetta «safe zone», opaca terminologia per definire l’occupazione permanente di un corridoio di terre al confine (lungo un centinaio di chilometri) e delle città e le campagne di Serekaniye e Ain Issa.

All’epoca le Sdf si ritirarono, accettando il cessate il fuoco capestro negoziato dall’allora presidente Trump, per evitare un bagno di sangue peggiore. «Stavolta «il cielo non ci è stato amico come contro l’Isis», ci aveva detto qualche giorno prima un combattente siriaco cristiano: «Contro i caccia turchi gli Ak47 servono a poco».

Turchi e islamisti sono ancora lì, perpetrando il loro modello-Afrin. Gli sfollati sono altrove. 14.714 abitanti di Serekaniye vivono nel campo profughi di Washokani, alla periferia di Hasakah. Area desertica, sabbia, tende e autogestione: «This is a little Serekaniye», ci dice Stera Rashek, responsabile del campo e sfollata lei stessa. Perché qui, a Washokani, le 2.373 famiglie che ci vivono hanno ricreato in piccolo il sistema di amministrazione autonoma del resto del Rojava, quello che avevano sperimentato per anni nella loro città.

«Abbiamo aperto il campo il 24 ottobre 2019. Subito dopo l’attacco turco, avevamo trovato rifugio in una cinquantina di scuole, per questo l’Amministrazione ha deciso di aprire il campo, le scuole andavano restituite ai bambini». Di scuole ora ce ne sono anche a Washokani, a insegnare sono i maestri sfollati. Come nella clinica a lavorare sono medici e infermieri sfollati. E come al suq, una strada di 200 metri fitta di negozietti e forni: li hanno inaugurati i commercianti e i panettieri di Serekaniye.

«Abbiamo i co-sindaci, le Asaysh (le forze di difesa interna del Rojava), il consiglio, l’Assemblea del popolo, 106 comuni e le assemblee di quartiere. Dove per quartiere si intendono 20 tende. E poi i comitati come nel resto del confederalismo democratico: ai giovani, alla scuola, all’ambiente, alla salute. Discutono dei problemi da affrontare e presentano proposte al consiglio: quel che possiamo risolvere da soli, lo risolviamo», continua Rashek.

Lei, come responsabile, è il volto fuori, quella che incontra le istituzioni dell’Amministrazione nata una decina di anni fa con il progetto di confederalismo democratico, fondato sulla teorizzazione del leader del Pkk Abdullah Ocalan. È l’amministrazione che finanzia il campo, da fuori non arriva nulla: ci sono organizzazioni locali impegnate in piccole progetti ma di soldi dal resto del mondo non c’è traccia.

«Ci manca una cucina, si vive ancora in tende di sei metri quadrati, non abbiamo ventilatori e i generatori non bastano per i condizionatori – aggiunge Alaa, uno dei coordinatori del campo – E il caldo nelle tende è insopportabile. Sul piano medico, possiamo fornire solo il pronto soccorso. E metà dei bambini non studia con continuità, le classi non bastano».

«Qua non stiamo male – ci dice Fawza, nella sua tenda che da un anno è mezzo è cucina e camera da letto per cinque persone – Ma vogliamo tornare a casa, a Serekaniye».

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