La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 6 ottobre 2014
domenica 5 ottobre 2014
“La buona scuola”: traduzione e qualche considerazione
L’aspetto
colpisce subito, i caratteri ricordano tanto il MinCulPop.
La
sostanza del documento è una ristrutturazione del potere, e dei poteri, nella
scuola, meno agli insegnanti e al collegio dei docenti, più al Dirigente e ai
privati, finanziatori.
A
pag.5-6 parte una gragnuola di colpi da lasciarti steso, se non sei allenato
bene, una serie di slogan e luoghi comuni come “innovazione, sviluppo, e qualità, investimento, potenzialità
rivoluzione, avanguardia, rimettersi in cammino, motivare e rendere
orgogliosi, rinnovare e rendere più sicure e belle le nostre scuole, intervenire
in maniera radicale, scommettere su di voi, la modernità”.
Non
fai in tempo respirare che a p.7 si parla di “rinverdire la platea degli insegnanti” e occorre iniziare a restituire i colpi.
L’anno scorso ho fatto la media delle età degli insegnanti (una
ottantina) della scuola dove ho lavorato, ottenendo 57 anni!, il più anziano
aveva 62 anni. Andando in pensione a 67 anni (provvedimento preso per i
giovani, secondo la neolingua di tutti i giorni, come fare le guerre
chiamandole missioni di pace) per circa 6 anni nessuno in quella scuola andrà
in pensione (magari qualcuno muore prima, è la statistica), e l’età media
salirà.
Leggevo l’altro giorno un’intervista a Giovanni
Gerbino, professore di Musicologia alla Columbia University:
“Negli
Usa le Università richiedono un corpo docente equamente composto da nuove leve,
insegnanti a metà carriera e senior.
Questo intreccio di competenze unisce esperienza a freschezza
creativa.”(Giornale della musica, n.317-settembre 2014).
Lascio
a voi le considerazioni sui nonni insegnanti. Alcuni alunni conoscono solo
insegnanti con l’età da nonno.
Segnalo
il trucchetto degli stipendi dei lavoratori della scuola al lordo dei
contributi (p.49), non si fa mai per nessuna categoria, neanche i peggiori
giornali scrivono così. Chi crederà che non siamo tutti dei privilegiati?
A pag.50 si buttano lì alcune frasi banali
che (non) hanno bisogno di traduzione: occorre riscrivere il Testo Unico e il
CCNL, come piace a loro.
a p.51 si dice che “I crediti riconosciuti durante la carriera e il curriculum personale
del docente arricchiscono poi il suo portfolio e sono inseriti in un registro pubblico,
consultabile dai dirigenti scolastici (vedi Capitolo 3), che a certe condizioni
e nel rispetto della continuità didattica, possono scegliere le migliori
professionalità per potenziare la propria scuola”.
Traduzione: si aprirà la campagna acquisti (ma evitano
di parlare delle cessioni, che saranno solo rottamazioni)
La governance
interna della scuola va ripensata: collegialità non può più essere sinonimo di
immobilismo, di veto, di impossibilità di decidere alcunché. Vanno ridisegnati
al meglio gli organi collegiali della scuola, distinguendo tra potere di
indirizzo e potere di gestione. Il Consiglio dell’Istituzione scolastica
diventerà il titolare dell’indirizzo generale e strategico dell’Istituzione; il
Collegio docenti avrà l’esclusiva della programmazione didattica; e il
Dirigente scolastico sarà pienamente responsabile della gestione generale
(coadiuvato dal Direttore Servizi Generali e Amministrativi) e alla
realizzazione del progetto di miglioramento definito sulla base della
valutazione.(p-71).
Traduzione: il Dirigente scolastico sarà il deus ex
machina (come diceva sinteticamente ma inequivocabilmente il Marchese del
Grillo “Io sono io e voi non siete un c….”)
Il processo di
digitalizzazione della scuola è stato troppo lento, non solo per mancanza di
risorse pubbliche. Abbiamo anche investito in tecnologie troppo “pesanti”, come
le Lavagne Interattive Multimediali (le famose “LIM”), che hanno da una parte
ipotecato l’uso delle nostre risorse per innovare la didattica, dall’altra
parzialmente “ingombrato” le nostre classi, spaventando alcuni docenti. (p.74).
Traduzione: fra un po’ rottamiamo anche le LIM oltre
che i docenti
Non saremo
soddisfatti fino a quando l’ultima scuola dell’ultimo comune d’Italia non avrà
banda larga veloce, wi-fi programmabile per classe (con possibilità di
disattivazione quando necessario) e un numero sufficiente di dispositivi mobili
per la didattica, anche secondo la modalità sempre più adottata del BYOD (Bring
Your Own Device, “porta il tuo dispositivo”, per cui la didattica viene fatta
sui dispositivi di proprietà degli studenti, e le istituzioni intervengono solo
per fornirle a chi non se lo può permettere). (p.76)
Traduzione: tutti gli alunni saranno
uguali, qualcuno più uguale degli altri, qualcuno, a cui daremo qualche fondo
di magazzino, un po’ meno
A mano a mano
che la digitalizzazione delle scuole diventerà più capillare, la
smaterializzazione e l’efficientamento dei processi amministrativi potranno
portare ad una
considerevole riduzione del peso sugli assistenti amministrativi, ad un
ridimensionamento progressivo del loro numero, e pertanto ad un possibile
risparmio di risorse che potranno essere reinvestite nella scuola, proprio – ad
esempio – per migliorarne ulteriormente i servizi. (p.83)
Traduzione: per ridurre il numero degli
assistenti amministrativi metteremo dei computer come nelle ferrovie e
aeroporti (alla fine come assistenti amministrativi lavoreranno solo gli Umpa Lumpa, come nella fabbrica di
cioccolato di Roald Dahl.)
Con musica e storia
dell’arte riportiamo la creatività in classe. (p.91)
Questa è un offesa che grida vendetta, tutte le
altre materie insegnate a scuola abbrutiscono lo studente, dicono a tutti
un bambino su
tre tra i 5 e i 17 anni è in sovrappeso o obeso, con picchi che raggiungono
anche il 40% in alcune regioni. Un dato preoccupante, che dobbiamo contrastare.
L’educazione alimentare resta cruciale, ma cominciare dall’attività fisica è
una componente fondamentale.
La soluzione è
ripartire dai luoghi in cui i bambini e i giovani passano la gran parte del
proprio tempo. L’attuazione a livello nazionale di un grande progetto per
l’educazione motoria e lo sport a scuola richiede di investire in docenti
specializzati in educazione fisica. Attraverso le nuove assunzioni introdotte
in questo
Piano
beneficeremo di un’ulteriore sinergia di costo: gli oltre 5.300 soggetti
iscritti nelle GAE per le classi di concorso “educazione fisica” (nelle scuole
medie e nelle scuole secondarie) ci permetteranno di inserire 1 ora a settimana
di educazione fisica nelle classi dalla II alla V della scuola primaria.(p-92)
Mai pensato a far sparire le
”macchinette” a scuola, mettere quelle che danno succhi di frutta (quelle vera),
e frutta? la logica è ti faccio mangiare cose dannose e ingrassanti,ti faccio
sentire in colpa che sei grasso e ti faccio fare un’ora di educazione fisica.
(faccio classi da 30, pianti greci sulla dispersione, e la soluzione è:
progetti anti-dispersione)
Per creare una
nuova generazione di italiani che conoscono bene le lingue, a partire
dall’inglese, dobbiamo fare in modo che l’apprendimento sia precoce, attivando
percorsi fin dalla scuola dell’infanzia, come già accade in alcuni territori.
Ed è fondamentale che una parte di ciò che i bambini imparano sia veicolato
direttamente in lingua straniera, potenziandone l’apprendimento nella scuola
primaria. Esiste una metodologia sperimentata con successo, si chiama CLIL
(Content and Language Integrated Learning). L’uso del CLIL, già obbligatorio
per il quinto anno dei licei e degli istituti tecnici dal prossimo anno
scolastico (norme transitorie, a.s. 2014-2015), va esteso significativamente
anche nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado. (p.94)
Qui e là usano don Milani, che non c’è più, e non si
può difendere (e attaccare, soprattutto), basta leggere le lettere dei suoi
alunni, le lingue non le imparavano con CLIL, ma andavano a lavorare all’estero
d’estate, si imparano così le lingue.
Se il secolo
scorso è stato quello dell’alfabetizzazione di massa, durante il quale gli
italiani hanno imparato a leggere, scrivere e fare di conto, il nostro è il
secolo dell’alfabetizzazione digitale: la scuola ha il dovere di stimolare i
ragazzi a capire il digitale oltre la superficie. A non limitarsi ad essere
“consumatori di digitale”. A non accontentarsi di utilizzare un sito web, una
app, un videogioco, ma a progettarne uno.
Perché
programmare non serve solo agli informatici. Serve a tutti, e serve al nostro
Paese per tornare a crescere, aiutando i nostri giovani a trovare lavoro e a
crearlo per sé e per gli altri. Pensare in termini computazionali significa
applicare la logica per capire, controllare, sviluppare contenuti e metodi per
risolvere i problemi e cogliere le opportunità che la società già oggi ci offre. (p.95)
Traduzione: tutti devono programmare, tutti devono
fare un po’ di tutto, e niente bene, evidentemente, ognuno si aggiusta un po’la
macchina, ma non va dal meccanico, si aggiusta un po’ il computer, ma non va
dal tecnico, tutti sapranno poco di tutto, e niente bene.
la presenza
negli organici funzionali di docenti di classi di concorso affini all’economia
(e, allo stesso modo, al diritto) permetterà di estendere la progettualità sui
temi economici. (p.97).
evitano di dire che nelle scuole dove si faceva economia
(aziendale) il numero delle ore è stato ridotto.
Innanzitutto il
complessivo ripensamento della carriera dei docenti (vedi capitolo 2)
consentirà di riallocare le risorse attualmente assegnate sulla base
all’anzianità secondo criteri di premialità e di valorizzazione delle
competenze. Ciò implica un più efficiente utilizzo delle stesse sia a favore
dei docenti, sia a favore del miglioramento dell’offerta formativa, collegata
al sistema di valutazione. (p.121)
Traduzione: il buon padre di famiglia riunisce tutti
e comunica che da domani si mangerà di più, solo che qualcuno troverà un po’ di
più nel piatto, altri di meno, la quantità totale di cibo non è aumentata,
anzi, il risultato è una parte dei docenti avrà solo un salario di sussistenza.
Contestualmente,
una percentuale delle risorse del Fondo, una volta allocata ai singoli
istituti, sarà utilizzabile in almeno due modi innovativi: il 10% delle risorse
sarà nella piena disponibilità del Dirigente, per remunerare docenti per
attività gestionali e di didattica di particolare rilievo per il Piano di
miglioramento. (p.121)
Traduzione: il feudalesimo che avanza
finanziamento
con School Bonus School Guarantee crowdfunding (qui, bontà sua, 1 a 1 o 1 a 2,
interverrà, dice il documento, anche il governo)
ci
si guarda intorno ecco quattro esempi di imprese che fanno profitti e potranno finanziare
le scuole:
Eni
, il cui presidente è (o è stato) indagato per corruzione internazionale: in
quelle scuole sarà bandita dai programmi, per opportunità e perché lo dice il
padrone, la parte di etica applicata all’economia;
Gioco
e scommesse: nelle scuole saranno introdotti i videopoker e si potranno fare le
scommesse sulle promozioni e le bocciature, in quelle scuole sarà bandita la
statistica, materia che potrebbe insinuare dubbi sulla probabilità di vittoria.
Compro
oro: ogni istituto sponsorizzato avrà un piccolo negozietto., e si insegnerà
l’importanza di aiutare la scuola (e quindi la Patria) vendendo un po’ di oro
preso a casa, propria o altrui, non importa.
Telefonia:
in quelle scuole, in cambio del finanziamento, tutti gli utenti, alunni,
genitori e lavoratori, dovranno avere almeno un telefono cellulare di un certo
gestore o di una certa marca.
Per
concludere segnalo alcuni concetti tratti da un libro intitolato “Demenza Digitale“, di Manfred Spitzer, un libro
che dovrebbe far riflettere sui computer (e non solo) a scuola (e non solo):
“chi è favorevole all’introduzione dei media
digitali nelle scuole usando soldi pubblici, deve prima dimostrare l’effetto
positivo di questa misura. Gli studi a disposizione ci inducono a pensare che
portatili e lavagne interattive nelle scuole ostacolino il processo di
apprendimento e quindi danneggino gli alunni”
” i
computer elaborano informazioni. Da qui si deduce erroneamente che i computer
siano strumenti ideali di apprendimento. Invece, proprio il fatto di sottrarci
il lavoro mentale, i computer non sono adatti per imparare meglio.
L’apprendimento presuppone una lavoro mentale autonomo: più a lungo, e
sopratutto in modo più approfondito, si elabora un contenuto, meglio lo si
impara”
“il
cervello di un adulto è sostanzialmente diverso da quello ancora in via di
sviluppo di un bambino. Questo semplice fatto viene praticamente ignorato da
tutti gli esperti che si occupano del tema dei media digitali in ambito
educativo”
“l’aspetto più ingannevole nel concetto di
competenza mediatica è che per utilizzare internet non è necessaria alcuna
capacità specifica. Ciò che serve è invece una solida cultura di base o
generale. Chi già ne dispone potrà trovare molti contenuti su internet e
informarsi in maniera approfondita. Chi invece non conosce (ancora) niente non
diventerà più colto tramite i media digitali. Perché è necessario avere
conoscenze preliminari di un determinato contenuto per poterlo approfondire.
Chi non è convinto può provare a inserire in un motore di ricerca un contenuto
di cui non sa assolutamente nulla. Si accorgerà ben presto che Google non è in
grado aiutarlo. Vale invece il contrario: più so, prima trovo in rete i
dettagli che mi erano sconosciuti.”
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venerdì 3 ottobre 2014
5 ottobre 1923: nasce Stig Dagerman
Si è ucciso a 31 anni, nel
1954 (qui una
piccola biografia), per meno di quello che ha scritto lui gli scrittori vengono
osannati e considerati dei classici.
Sulla tomba c’è scritto: “Qui
riposa uno scrittore svedese, caduto per niente, sua colpa fu l’innocenza;
dimenticatelo spesso”
di Stig Dagerman si trova
qualcosa qui.
ecco una poesia (era
anarchico) e un racconto, bellissimo e sconvolgente:
Attenti al cane! – Stig Dagerman
“Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi si tenga poi un cane”
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
del Varmland
che gente che vive di sussidi si tenga poi un cane”
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
del Varmland
La legge ha i suoi difetti
I poveri han diritto di
tenere un cane
Potrebbero tenere dei topi
invece:
van bene anche loro e sono
esentasse
Se ne stanno in anguste
stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le
mosche?
Non sono animali da
compagnia?
E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita
o c’è da temere
che si comprino delle balene
Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una
buona idea?
Il prossimo provvedimento.
abbattere i poveri
Così il Comune risparmierà
qualcosa.
UCCIDERE UN BAMBINO (1948)
E’ una giornata mite e il
sole splende obliquamente sulla pianura. E’ domenica, tra poco suoneranno le
campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non
avevano mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle
finestre. Gli uomini si radono davanti a specchia appoggiati su tavoli da
cucina, le donne canterellano affettando il pane per il caffè, e i bambini si
abbottonano le camicette. E’ la mattina felice di un giorno infausto perché in
questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice. Il
bambino è ancora seduto sul pavimento e si abbottona la camicetta, l’uomo che
si sta radendo la barba dice che oggi faranno una gita in barca sul fiume
mentre la donna canterella e mette il pane appena affettato su un piatto blu.
Non vi sono ombre nella
cucina e l’uomo che ucciderà un bambino si trova ancora vicino a una pompa
rossa della benzina del primo villaggio. E’ un uomo felice, che guarda dentro
una macchina fotografica e nell’obbiettivo vede una piccola automobile blu e
accanto all’automobile una ragazza che ride. Mentre la ragazza ride e l’uomo
scatta la bella fotografia, il benzinaio stringe il tappo del serbatoio e
annuncia che avranno una bella giornata. La ragazza si siede nell’auto, l’uomo
che ucciderà un bambino estrae il portafoglio dalla tasca e spiega che
arriveranno al mare e al mare affitteranno una barca e poi andranno a remare al
largo, molto al largo. Attraverso i finestrini abbassati la ragazza sul sedile
anteriore sente quello che dice e chiude gli occhi e ad occhi chiusi vede il
mare e l’uomo accanto a lei nella barca. Non è certo un uomo cattivo, è felice
e contento e prima di salire in macchina si sofferma un attimo davanti al
radiatore che splende al sole a godere di quel luccichio e dell’odore di
benzina e di biancospino. Nessuna ombra si proietta sull’auto, il paraurti
splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue.
Ma nello stesso momento in
cui nel primo villaggio l’uomo dell’auto richiude la portiera di sinistra e
tira verso di sè il pomello dell’avviamento, nel terzo villaggio la donna nella
cucina apre la dispensa e si accorge che non c’è più zucchero. Il bambino, che
ha finito di abbottonarsi la camicia e si è allacciato le scarpe, è in ginocchio
sul divano e guarda il fiume che serpeggia tra gli ontani e la barca nera
tirata in secco sull’erba. L’uomo che perderà il suo bambino ha finito di
radersi la barba e piega lo specchio. Sulla tavola ci sono il caffè, il pane,
la panna e le mosche. Manca solo lo zucchero e la madre dice al suo bambino di
correre dai Larsson a chiederne in prestito qualche zolletta. E quando il
bambino apre la porta l’uomo gli grida di far presto, che la barca è sulla
spiaggia che aspetta e che devono remare più lontano di quanto non abbiano mai
remato. E mentre corre attraverso il giardino il bambino non fa che pensare al
fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano
soltanto otto minuti da vivere e la barca rimarrà dov’è per tutto quel giorno e
per molti altri giorni ancora.
I Larsson non abitano
lontano, appena dall’altra parte della strada e mentre il bambino l’attraversa
correndo, la piccola automobile blu entra nel secondo villaggio. E’ un piccolo
villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina colla
tazza del caffè in mano, e vede l’auto che sfreccia al di là della siepe
sollevando dietro di sè un’alta nuvola di polvere. Viaggia a gran velocità e
l’uomo al volante vede i meli e i pali del telegrafo incatramati di fresco
sfilargli accanto come ombre grigie. L’aria dell’estate soffia attraverso il
parabrezza mentre escono sfrecciando dal paese e procedono veloci e sicuri al
centro della carreggiata, sono soli sulla strada – per ora. E’ meraviglioso
viaggiare così soli su una strada ondulata e larga, e in pianura è ancora più
bello. L’uomo è felice e forte e col gomito destro sente il corpo della sua
donna. Non è certo un uomo cattivo. Non farebbe male a una mosca ma tra qualche
istante ucciderà un bambino. Mentre sfrecciano verso il terzo villaggio la
ragazza chiude di nuovo gli occhi e, per gioco, dice che non li riaprirà fino a
che non si vedrà il mare e sogna, al ritmo del dondolio dell’auto, quanto le
apparirà splendente.
Perché la vita è congegnata
così spietatamente che un minuto prima di uccidere un bambino un uomo felice è
ancora felice e un minuto prima di urlare di terrore una donna può chiudere gli
occhi e sognare il mare, e nell’ultimo minuto di vita di un bambino i suoi
genitori possono stare seduti in cucina ad aspettare lo zucchero e a parlare
dei suoi denti bianchi e di una gita in barca e il bambino stesso può chiudere
un cancello e cacciarsi attraverso una strada con delle zollette di zucchero
avvolte in carta bianca nella mano destra, e per tutto quest’ultimo minuto non
vedere altro che un lungo fiume scintillante con grandi pesci e una grande
barca coi remi silenziosi.
Dopo è troppo tardi. Dopo c’è
una macchina blu di traverso sulla strada e una donna che urla si leva una mano
sulla bocca e la mano sanguina. Dopo un uomo apre la portiera di un’automobile
e cerca di reggersi sulle gambe nonostante l’abisso di orrore che ha dentro di
sé. Dopo vi sono delle zollette di zucchero bianche assurdamente sparse nel
sangue e nella ghiaia e un bambino giace inerte sul ventre con il volto
brutalmente schiacciato contro la strada. Dopo accorrono due persone pallide
che non sono ancora riuscite a bere il loro caffè e si precipitano verso un
cancello e quello che vedono non lo dimenticheranno mai. Perché non è vero che
il tempo guarisce tutte le ferite. Il tempo non guarisce le ferite di un
bambino ucciso ed è molto difficile che guarisca il dolore di una madre che ha
dimenticato di comperare lo zucchero e manda suo figlio dall’altra parte della
strada a chiederlo in prestito; ed è altrettanto difficile che guarisca
l’angoscia di un uomo un tempo felice che ora l’ha ucciso.
Perché chi ha ucciso un
bambino non va più al mare. Chi ha ucciso un bambino guida lentamente verso
casa, in silenzio, e accanto a sé ha una donna muta con una mano fasciata e in
tutti i villaggi che attraversano non vedono più un solo uomo felice. Tutte le
ombre sono cupe e quando i due si separano sono ancora in silenzio e l’uomo che
ha ucciso un bambino capisce che quel silenzio è il suo nemico e che gli ci
vorranno anni della sua vita per sconfiggerlo gridando che non è stata colpa
sua. Ma sa anche che questa è una menzogna e la notte nei suoi sogni si
struggerà di poter avere indietro un unico minuto della sua vita per far sì che
quest’unico minuto possa essere diverso.
Ma la vita è così spietata
con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa.
arriverà l'inverno a Gaza
Umm Raed al-Abadla appende i vestiti dei suoi figli su
una corda che ha legato tra due alberi davanti alla tenda della sua famiglia.
La famiglia risiede qui, fuori dallo Shifa Hospital di Gaza, da quando sono
scappati dalla loro casa distrutta dall'artiglieria israeliana durante il
recente conflitto."Questa tenda è fatta di pezzi di stoffa ed è
la nostra unica protezione dal calore del sole. L'inverno arriverà presto e non
abbiamo una casa sicura", ha detto ad Al-Monitor.
Teme che la sua famiglia di otto membri sarà esposta al freddo pungente e alla pioggia, che la loro vita si trasformerà in un inferno insopportabile, notando che la sua famiglia non può permettersi di affittare un appartamento a causa dei prezzi elevati dei proprietari che sfruttano la situazione.Secondo una dichiarazione dell'Agenzia del soccorso e lavori delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA), circa 60.000 unità abitative sono state danneggiate durante la guerra a Gaza, di queste 20.000 sono diventate inabitabili. L'UNRWA ha sottolineato la necessità di fornire un sostegno finanziario per assicurare una sistemazione alternativa agli sfollati prima dell'inizio dell'inverno.
Umm Raed ha spiegato ad Al-Monitor che il marito passa la maggior parte del suo tempo in un'altra tenda situata sulle macerie della loro casa distrutta, sperando che i comitati incaricati di redigere la valutazione della devastazione dei danni appaiano. "Fino a questo momento nessuna autorità ha fornito un alloggio alternativo alla nostra famiglia. Sentiamo solo promesse "
La distribuzione di piccoli container mobili, come le roulottes, era una delle soluzioni alternative per contrastare la minaccia. Questa è stata fornita dal comitato degli Emirati Arabi Uniti che ha attrezzato e distribuito circa un centinaio di roulottes mobili per gli sfollati nella città di Khuza'a a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.
Il capo del comitato, Imad Haddad, ha dichiarato all' agenzia di stampa locale Safa che questi caravan rappresentano una soluzione di riparo parziale e veloce per le famiglie sfollate, potendo ospitare fino a sei persone.
Il residente di Gaza Raafat Magari ha respinto l'idea di utilizzare un caravan per ospitare la sua famiglia di 11 persone. "Questo non risolve la crisi. I caravan sono piccoli e non possono essere un rifugio sicuro durante la stagione invernale ", ha detto ad Al-Monitor.
Magari e alcuni dei suoi figli vivono nella loro casa parzialmente distrutta nel quartiere di Shajaiya a est di Gaza, nonostante il pericolo di risiedervi a causa di pareti e soffitti incrinati. Sua moglie e gli altri figli vivono nella casa di suo padre, temendo che la loro vecchia casa potrebbe crollare in qualsiasi momento."Non c'è posto per noi diverso da questa casa distrutta. Temo che si sgretoli tutto sopra le nostre teste con la prima pioggia invernale. Vogliamo che la nostra casa distrutta sia ricostruita e le nostre famiglie riunite. Le autorità interessate devono assumersi le proprie responsabilità."
L'inviato ONU per il Medio Oriente Robert Serry ha annunciato il 17 settembre che l'ONU, Israele e l'Autorità palestinese hanno raggiunto un accordo che consente l'avvio di lavori di ricostruzione nella Striscia di Gaza, assicurando il controllo dei materiali da costruzione in modo che siano utilizzati per corretti scopi di opere civili . L'esperto economico Maher al-Tabbah ritiene che questa soluzione "non soddisfa le esigenze dei palestinesi" e "non dà ai cittadini il diritto di acquistare liberamente cemento e materiali da costruzione. I palestinesi devono ottenere l'approvazione israeliana per costruire tutte le unità abitative. I materiali di costruzione che entrano a Gaza saranno soggetti a uno stretto controllo da parte degli ispettori delle Nazioni Unite. Ciò costringerebbe un cittadino che vuole costruire una stanza in più in casa sua a ottenere l'autorizzazione da Israele per acquistare cemento e materiali da costruzione", sottolineando che ci vorranno 20 anni per la ricostruzione di Gaza.
Il 26 agosto, un cessate il fuoco tra le due parti è stato mediato dall'Egitto, garantendo l'apertura dei valichi commerciali e la ricostruzione della Striscia di Gaza. Inoltre, una conferenza internazionale per la ricostruzione al Cairo è prevista per il 12 ottobre, ma i valichi rimangono chiusi e la ricostruzione deve ancora iniziare
Nel corso di una riunione tenutasi tra le loro delegazioni al Cairo il 25 settembre, Hamas e Fatah hanno concordato sul dare la piena autorità al governo per "realizzare i piani previsti per la ricostruzione di Gaza il più presto possibile, dando la massima priorità alla ricostruzione di case, scuole e ospedali, "Anche se i valichi saranno aperti ed i materiali di costruzione ammessi a Gaza, gli sfollati dovranno affrontare il loro destino durante la stagione invernale con le possibili inondazioni che ciò potrebbe portare.
Teme che la sua famiglia di otto membri sarà esposta al freddo pungente e alla pioggia, che la loro vita si trasformerà in un inferno insopportabile, notando che la sua famiglia non può permettersi di affittare un appartamento a causa dei prezzi elevati dei proprietari che sfruttano la situazione.Secondo una dichiarazione dell'Agenzia del soccorso e lavori delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA), circa 60.000 unità abitative sono state danneggiate durante la guerra a Gaza, di queste 20.000 sono diventate inabitabili. L'UNRWA ha sottolineato la necessità di fornire un sostegno finanziario per assicurare una sistemazione alternativa agli sfollati prima dell'inizio dell'inverno.
Umm Raed ha spiegato ad Al-Monitor che il marito passa la maggior parte del suo tempo in un'altra tenda situata sulle macerie della loro casa distrutta, sperando che i comitati incaricati di redigere la valutazione della devastazione dei danni appaiano. "Fino a questo momento nessuna autorità ha fornito un alloggio alternativo alla nostra famiglia. Sentiamo solo promesse "
La distribuzione di piccoli container mobili, come le roulottes, era una delle soluzioni alternative per contrastare la minaccia. Questa è stata fornita dal comitato degli Emirati Arabi Uniti che ha attrezzato e distribuito circa un centinaio di roulottes mobili per gli sfollati nella città di Khuza'a a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.
Il capo del comitato, Imad Haddad, ha dichiarato all' agenzia di stampa locale Safa che questi caravan rappresentano una soluzione di riparo parziale e veloce per le famiglie sfollate, potendo ospitare fino a sei persone.
Il residente di Gaza Raafat Magari ha respinto l'idea di utilizzare un caravan per ospitare la sua famiglia di 11 persone. "Questo non risolve la crisi. I caravan sono piccoli e non possono essere un rifugio sicuro durante la stagione invernale ", ha detto ad Al-Monitor.
Magari e alcuni dei suoi figli vivono nella loro casa parzialmente distrutta nel quartiere di Shajaiya a est di Gaza, nonostante il pericolo di risiedervi a causa di pareti e soffitti incrinati. Sua moglie e gli altri figli vivono nella casa di suo padre, temendo che la loro vecchia casa potrebbe crollare in qualsiasi momento."Non c'è posto per noi diverso da questa casa distrutta. Temo che si sgretoli tutto sopra le nostre teste con la prima pioggia invernale. Vogliamo che la nostra casa distrutta sia ricostruita e le nostre famiglie riunite. Le autorità interessate devono assumersi le proprie responsabilità."
L'inviato ONU per il Medio Oriente Robert Serry ha annunciato il 17 settembre che l'ONU, Israele e l'Autorità palestinese hanno raggiunto un accordo che consente l'avvio di lavori di ricostruzione nella Striscia di Gaza, assicurando il controllo dei materiali da costruzione in modo che siano utilizzati per corretti scopi di opere civili . L'esperto economico Maher al-Tabbah ritiene che questa soluzione "non soddisfa le esigenze dei palestinesi" e "non dà ai cittadini il diritto di acquistare liberamente cemento e materiali da costruzione. I palestinesi devono ottenere l'approvazione israeliana per costruire tutte le unità abitative. I materiali di costruzione che entrano a Gaza saranno soggetti a uno stretto controllo da parte degli ispettori delle Nazioni Unite. Ciò costringerebbe un cittadino che vuole costruire una stanza in più in casa sua a ottenere l'autorizzazione da Israele per acquistare cemento e materiali da costruzione", sottolineando che ci vorranno 20 anni per la ricostruzione di Gaza.
Il 26 agosto, un cessate il fuoco tra le due parti è stato mediato dall'Egitto, garantendo l'apertura dei valichi commerciali e la ricostruzione della Striscia di Gaza. Inoltre, una conferenza internazionale per la ricostruzione al Cairo è prevista per il 12 ottobre, ma i valichi rimangono chiusi e la ricostruzione deve ancora iniziare
Nel corso di una riunione tenutasi tra le loro delegazioni al Cairo il 25 settembre, Hamas e Fatah hanno concordato sul dare la piena autorità al governo per "realizzare i piani previsti per la ricostruzione di Gaza il più presto possibile, dando la massima priorità alla ricostruzione di case, scuole e ospedali, "Anche se i valichi saranno aperti ed i materiali di costruzione ammessi a Gaza, gli sfollati dovranno affrontare il loro destino durante la stagione invernale con le possibili inondazioni che ciò potrebbe portare.
Ma quanto conta un premio! Di @alaa e del Sakharov – Paola Caridi
Notizia:
Alaa Abdel Fattah è in pole position per il Premio Sakharov. Semplice
intuizione, nessun bisbiglio dietro le quinte, nessuna voce di corridoio. Ma
deve essere così. @alaa deve essere in pole position, tra i candidati al più
importante premio europeo sui diritti umani. Perché? Perché l’attacco contro
Alaa Abdel Fattah sferrato dal Giornale è
durissimo.
L’accusa
contro il più carismatico e importante oppositore egiziano è di essere contro
gli israeliani e gli ebrei, citando dei tweet che avrebbe scritto. Che Alaa
Abdel Fattah sia contro la politica condotta da Israele nei confronti dei
palestinesi è cosa nota. È andato anche a Gaza, con la carovana del Palestine
Literature Festival, in una delle edizioni precedenti del festival letterario
organizzato da uno delle più importanti intellettuali e scrittrici egiziane,
sua zia Ahdaf Soueif. Così come è cosa nota che @alaa abbia partecipato a
manifestazioni al Cairo di sostegno ai palestinesi.
Legittimo,
dunque, porre domande sulla candidatura, perché chi vincerà il Sakharov deve
essere una persona-modello. Un uomo o una donna a cui il premio viene conferito
per le sue azioni e il suo pensiero, concentrato sulla difesa dei diritti umani
e civili. Fa una strana impressione, però, che il Giornale si occupi di Alaa
Abdel Fattah solo in questi giorni, da quando – cioè – è stata resa nota la sua
candidatura, e non invece nei mesi e negli anni precedenti, quando @alaa ha
manifestato in sostegno ai palestinesi, è andato a Gaza, e avrebbe scritto i
tweet. Che non si occupi di @alaa il laico, l’attivista per i diritti civili.
Oppure il problema è proprio il Premio Sakharov?
Allora,
perché Alaa Abdel Fattah è stato candidato al Sakharov? Per Amnesty
International è un prigioniero di coscienza, perché quattro differenti regimi
in Egitto lo hanno incarcerato o portato di fronte a un tribunale. Per le sue
opinioni. Per la sua capacità di essere l’attivista più carismatico di piazza
Tahrir. Per il suo acume politico. Per il suo essere iconico. Liberato da pochi
giorni, su cauzione, dall’ennesimo periodo in carcere, @alaa era in sciopero
della fame. Da un mese, assieme a decine di altri attivisti.
Deve
essere considerato un uomo molto pericoloso. Ma dipende da chi. Per altri,
invece, è il simbolo delle rivoluzioni inclusive, quelle che mettevano insieme
i diritti di tutti e di ciascuno. Le rivoluzioni simboleggiate dalla Repubblica
di Piazza Tahrir.
giovedì 2 ottobre 2014
Zip e il carrello magico – Philip Ridley
solo un grande scrittore può scrivere un grande libro a partire da un
carrello, e anche magico, dei ragazzini che crescono senza troppe possibilità,
una madre depressa all’ultimo stadio, (con i servizi sociali che la seguono perché
potrebbero privarla della possibilità di seguire i figli), un grande
centro commerciale e una guardia che deve proteggere la proprietà.
a una storia con questi elementi di partenza non daresti una
possibilità, una storia per bambini, diresti, e finirebbe lì.
e invece è un romanzo avvincente, attuale, di quelli che gli sciocchi
che fanno le perquisizioni nelle case dei sospetti, come in “1984”,
sequestrerebbero e sarebbe un corpo di reato, avere un libro così a casa,
travestito da libro per bambini.
Philip Ridley è un grande scrittore (oltre che regista di alcuni film straordinari), non privatevene - franz
mercoledì 1 ottobre 2014
C’era l’amore nel ghetto - Marek Edelman
Marek Edelman è stato uno dei comandanti della rivolta del Ghetto di Varsavia nel 1943, e nel libro racconta storie, fa rivivere compagni, amici, combattenti, donne e uomini che nell'inverno e primavera del 1943 si ribellarono contro i nazisti.
era una lotta impari, da soli, poi, senza aiuti esterni, ma era necessario, e intanto, racconta Marek Edelman, tutti quegli ebrei polacchi ebrei vivevano, quella era la loro vita.
e questo è un ricordo per noi - franz
era una lotta impari, da soli, poi, senza aiuti esterni, ma era necessario, e intanto, racconta Marek Edelman, tutti quegli ebrei polacchi ebrei vivevano, quella era la loro vita.
e questo è un ricordo per noi - franz
«C’è uno spreco e un cattivo uso delle parole e delle
analogie, quando si parla della Shoah: un impiego della retorica che privilegia
la metafora a scapito della vita e delle vite. Si dimentica, o si ignora, che
anche nel ghetto ci si innamorava, si litigava, si faceva politica, si sognava.
Si sperava in un avvenire, addirittura. Si dimentica quello che Marek Edelman,
un uomo che ha visto andare verso la morte quasi 500.000 persone, ama ripetere:
la vita viene prima di ogni altra cosa. Ecco: il ghetto che cos’era?
L’anticamera della morte? Certo, anche. Ma era, in condizioni davvero disumane,
anche una vita supplementare, una prosecuzione della vita che gli ebrei
conducevano prima della guerra, in Polonia.
«Tra le due guerre mondiali, in Polonia esistevano e fiorivano teatri yiddish; si producevano – assieme agli studios di Hollywood – film sonori in yiddish; c’erano reti di biblioteche, case editrici, associazioni sportive, sindacati, partiti politici. C’era una nazione di tre milioni di persone che parlava, pensava, scriveva, sognava, faceva politica e progettava il futuro in yiddish. Qui Marek Edelman racconta che cosa successe a questo mondo, a un pezzo di questa nazione, una volta finito nel ghetto. Non aspettarono passivamente di morire; non si avviarono alle camere a gas “come le pecore al macello”. Cercarono invece in ogni modo, ciascuno a suo modo, di continuare il filo della vita di prima. I medici cercarono di lavorare negli ospedali del ghetto; gli scrittori di scrivere i loro libri; gli storici di registrare le cronache perché le future generazioni potessero fare la storia; gli insegnanti di fare scuola in clandestinità con i ragazzi. E i militanti dei partiti organizzarono la resistenza: che diede vita, in una smisurata sproporzione di forze, alla prima rivolta armata contro i tedeschi sul suolo dell’Europa occupata dai nazisti. E tutto questo può e deve essere descritto e raccontato. Ecco perché dove c’era la vita c’era anche l’amore».
(Dalla Prefazione di Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri)
«Tra le due guerre mondiali, in Polonia esistevano e fiorivano teatri yiddish; si producevano – assieme agli studios di Hollywood – film sonori in yiddish; c’erano reti di biblioteche, case editrici, associazioni sportive, sindacati, partiti politici. C’era una nazione di tre milioni di persone che parlava, pensava, scriveva, sognava, faceva politica e progettava il futuro in yiddish. Qui Marek Edelman racconta che cosa successe a questo mondo, a un pezzo di questa nazione, una volta finito nel ghetto. Non aspettarono passivamente di morire; non si avviarono alle camere a gas “come le pecore al macello”. Cercarono invece in ogni modo, ciascuno a suo modo, di continuare il filo della vita di prima. I medici cercarono di lavorare negli ospedali del ghetto; gli scrittori di scrivere i loro libri; gli storici di registrare le cronache perché le future generazioni potessero fare la storia; gli insegnanti di fare scuola in clandestinità con i ragazzi. E i militanti dei partiti organizzarono la resistenza: che diede vita, in una smisurata sproporzione di forze, alla prima rivolta armata contro i tedeschi sul suolo dell’Europa occupata dai nazisti. E tutto questo può e deve essere descritto e raccontato. Ecco perché dove c’era la vita c’era anche l’amore».
(Dalla Prefazione di Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri)
Edelman ricostruisce tante piccole storie
d'amore nate tra persone che conosceva o che, comunque, aveva notato attorno a
lui. Quasi tutte hanno epiloghi dolorosi, eppure è quasi rasserenante l'idea
che, almeno per qualche tempo, all'interno del ghetto, chi ha provato amore è
stato felice. In un luogo e in un momento in cui la vita di tanti ebrei era
letteralmente appesa ad un filo, poter provare un sentimento profondo,
coinvolgente ed appassionato ha dato sicuramente a molti una ragione di vita.
Anche solo per pochissimi istanti.
D'altro canto la vita nel ghetto è spesso fatta di gesti legati alla vita e alla sua perpetuazione: dai medici e le infermiere che hanno continuato a curare persone prossime alla fine, dai maestri che hanno mantenuto attive le loro classi, dalle persone che giorno dopo giorno hanno lavorato, scritto, parlato, cantato, recitato, sognato e sperato.
Edelman non è uno scrittore perché non ha mai pensato né voluto esserlo. "C'era l'amore nel ghetto", infatti, raccoglie una serie di memorie tramandate oralmente e dell'oralità mantiene tutto il fascino e il delicato disordine. I testi, come spiega la Sawicka nella nota posta al termine del libro, sono nati tra il gennaio e il novembre del 2008. Marek parlava e lei ascoltava e scriveva. Leggendo questo libro, infatti, si ha la sensazione di ascoltare un uomo che rammenta e parla. E il suo racconto è una mescolanza costante di vita e di morte, quasi come un gigantesco paradosso.
da quiD'altro canto la vita nel ghetto è spesso fatta di gesti legati alla vita e alla sua perpetuazione: dai medici e le infermiere che hanno continuato a curare persone prossime alla fine, dai maestri che hanno mantenuto attive le loro classi, dalle persone che giorno dopo giorno hanno lavorato, scritto, parlato, cantato, recitato, sognato e sperato.
Edelman non è uno scrittore perché non ha mai pensato né voluto esserlo. "C'era l'amore nel ghetto", infatti, raccoglie una serie di memorie tramandate oralmente e dell'oralità mantiene tutto il fascino e il delicato disordine. I testi, come spiega la Sawicka nella nota posta al termine del libro, sono nati tra il gennaio e il novembre del 2008. Marek parlava e lei ascoltava e scriveva. Leggendo questo libro, infatti, si ha la sensazione di ascoltare un uomo che rammenta e parla. E il suo racconto è una mescolanza costante di vita e di morte, quasi come un gigantesco paradosso.
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