domenica 3 maggio 2015

Perché all’Italia non interessa degli italiani assassinati dai droni - Antonio Mazzeo

Vittime collaterali, inconsapevoli e innocenti, dell’ennesimo atto di una guerra unilaterale. Niente più eserciti contro eserciti, solo killer-robot contro uomini, donne, bambini. Il cooperante siciliano Giovanni Lo Porto, colpevolmente ignorato dalla politica con la P maiuscola, dalle istituzioni e dall’intero Parlamento italiano, è stato brutalmente assassinato in Pakistan in uno degli innumerevoli bombardamenti scatenati dagli stormi di droni Usa. “Si è trattato di un  tragico e fatale errore dei nostri alleati americani, riconosciuto dal presidente Obama, ma la responsabilità della morte di Lo Porto e di un secondo ostaggio, lo statunitense Warren Weinstein, è integralmente dei terroristi, contro i quali confermiamo l’impegno dell’Italia”, il liquidatorio commento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Nessuna colpa dunque per gli agenti Cia che hanno ordinato l’attacco, nessuna responsabilità politica per chi, a Washington - violando il diritto internazionale - ha promosso e legittimato l’uso dei droni, in un’escalation infernale verso la totale disumanizzazione dei conflitti.

I raid Usa contro le presunte postazioni delle milizie filo-al Qaida al confine con l’Afghanistan risalgono allo scorso mese di gennaio. Warren Weinstein, originario di Rockville, Maryland, direttore per il Pakistan della J. E. Austin Associates, era stato rapito a Lahore nell’agosto 2011, qualche giorno prima di rientrare negli Stati Uniti per la fine del contratto lavorativo con l’U.S. Agency for International Development. Giovanni Lo Porto era stato rapito invece nel gennaio 2012 a Multan, nella provincia centro-occidentale delPunjab, dove lavorava per la ong tedesca“Welthungerhilfe” (Aiuto alla fame nel mondo), impegnata nella ricostruzione della regione colpita dalle inondazioni del 2011. Nel bombardamento in cui ha trovato la morte il cooperante siciliano, sarebbe rimasto ucciso anche un altro cittadino statunitense, Ahmed Farouq, ritenuto dalla Cia come uno dei maggiori leader di al Qaida in Pakistan. Pochi giorni dopo, sempre con un missile sganciato da un drone, è stato assassinato in Pakistan un terzo cittadino statunitense, Adm Gadahn, indicato come uno dei “portavoce ufficiali” di al Qaida. Secondo Washington, i militari Usa non erano a conoscenza dell’identità degli “obiettivi” spiati dai droni. “Sebbene Farouq e Ghadahn fossero membri di al Qaida, nessuno dei due è stato specificamente preso di mira, non avevamo informazioni che indicassero la loro presenza nei siti delle operazioni”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca,Josh Earnest. “L’autorizzazione al raid è stata data dopo centinaia di ore di sorveglianza; sulla base delle informazioni in nostro possesso, al momento dell’attacco nel compound controllato c’erano solo quattro militanti di al Qaeda, ma non ostaggi o civili pakistani”.

Il 20 gennaio 2015, una nota d’agenzia aveva rivelato che qualche giorno prima un drone Usa aveva attaccato un compound nell’area di Shahi Khel, nel Waziristan settentrionale, “causando la morte di almeno quattro persone”. La zona oggetto dei raid era già stata bombardata dai velivoli senza pilota statunitensi un anno prima; secondo Amnesty International, quegli attacchi nel Waziristan avevano causato la morte di “numerose persone non legate ad alcun tipo di attività terroristica”. Fonti dell’intelligence americana hanno confermato al New York Times che le operazioni dei droni-killer al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan del gennaio 2015 rientravano nella categoria definita in ambito militare come signature strikes, cioè quei raid che vengono attuati sulla base non di informazioni certe sull’identità dei bersagli da colpire ma sulla base “del riscontro, attraverso attività di ricognizione ed intercettazione, di modelli di comportamentoche vengono ritenuti conformi a quelli di una possibile organizzazione terroristica”. Cioè l’ordine a migliaia di chilometri di distanza di un omicidio extragiudiziale, già di per sé illegittimo e immorale, viene dato semplicemente sulla valutazione soggettiva di meri elementi “comportamentali” della vittima-target e non certo sulla raccolta di prove certe e inequivocabili sui suoi legami con il terrorismo internazionale.

In Pakistan i signature strikes della Cia (più di 400 solo nell’ultimo anno) hanno causato un numero impressionante di vittime tra la popolazione civile, tra i 556 e 1.128 morti secondo diverse ong internazionali, e ingentissimi danni ad abitazioni, scuole, ospedali. I droni hanno sganciato missili teleguidati contro feste religiose, banchetti nuziali e funerali, scambiando pacifici assembramenti di donne e bambini per campi d’addestramento delle milizie anti-governative. Le stragi hanno prodotto un forte risentimento tra la popolazione e le stesse autorità di governo pakistane. Già nell’ottobre 2012 l’allora ministro dell’Interno Rehman Malik aveva denunciato che appena un 20% delle persone uccise nei raid Usa erano militanti filotalebani o terroristi. Il 24 ottobre 2013, nel corso di un faccia a faccia con il presidente Obama, il primo ministro Nawaz Sharif aveva chiesto di porre fine agli attacchi di droni in territorio pakistano. Qualche tempo dopo Washington si era impegnata a sospendere gli attacchi nel 2014, comunque prima della data in cui si sarebbero dovute concludere le operazioni di guerra in Afghanistan.

Oggi si scopre dal Wall Street Journal che Barack Obama ha invece mentito deliberatamente al governo pakistano e all’opinione pubblica internazionale. Mentre infatti l’amministrazione Usa varava nel 2013 un regolamento più severo sull’impiego dei droni onde ridurre il rischio di vittime “non combattenti”, secondo il quotidiano economico “veniva approvata segretamente un’esenzione che ha concesso alla Cia più flessibilità in Pakistan rispetto che in altri paesi per attaccare militanti sospetti”. Sempre per il Wall Street Journal, “se l’esenzione non fosse stata in vigore per il Pakistan, alla Cia avrebbero potuto essere richieste più informazioni d’intelligence prima degli attacchi che hanno causato la morte di Warren Weinstein e Giovanni Lo Porto”.

Predator tricolore

Il drone-killer protagonista delle sanguinose incursioni Usa nei principali scacchieri di guerra internazionali (oltre al Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen, la Somalia, la regione dei Grandi Laghi, il Mali, il Niger, la Libia, ecc.) è il Predator, armato con missili AGM-114 “Hellfire”, bombe a guida laser Gbu-12 “Paveway II” e Gbu-38 “Jdam” (Joint direct attack munition) a guida Gps. Nonostante sia dotato di sofisticatissime tecnologie di telerilevamento, il Predator non è in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme. Pur essendo oggi tra i sistemi bellici più stigmatizzati dalle organizzazioni non governative umanitarie e dallo stesso Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, questi famigerati velivoli senza pilota sono ospitati dall’autunno del 2012 nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, sulla base di un’autorizzazione top secret del Ministero della difesa italiano che consente alle forze armate Usa di impiegarli nell’area nordafricana e nel Sahel.

Le forze armate italiane sono inoltre le prime in tutta Europa ad aver acquistato i Predator dall’industria statunitense “General Atomics”. Sino ad oggi questi droni sono privi d’armamento, ma si attende a breve l’autorizzazione del Congresso Usa per una loro conversione in velivoli-killer automatizzati. Il governo italiano ha pure candidato la base aerea di Amendola, Foggia, quale sede per la formazione dei militari europei nella gestione degli aerei senza pilota. Proprio ad Amendola, l’1 marzo 2002 è stato costituito il 28° Gruppo Velivoli Teleguidati per condurre le operazioni aeree con iPredator. Il battesimo di fuoco dei droni “italiani” avvenne in Iraq nel gennaio 2005, nell’ambito della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i Predator furono trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan, dove hanno continuato ad operare ininterrottamente sino a qualche mese fa. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia di Gheddafi della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto schierati ad Amendola ebbero un ruolo chiave nelle operazioni d’intelligence dell’Aeronautica italiana e dei partner della coalizione internazionale a guida Usa, volando complessivamente per più di 360 ore. Le ultime missioni all’estero risalgono allo scorso anno: due velivoli-spia sono stati schierati a Gibuti (Corno d’Africa), nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”, mentre altri due Predator sono stati trasferiti nello scalo aereo di Kuwait City per operare a favore della coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Attualmente i velivoli senza pilota del 28° Gruppo di Amendola sono operativi in Kosovo a sostegno delle attività della forza militare internazionale a guida Nato (Kfor).

Per la loro flessibilità d’impiego, i Predator dell’Aeronautica italiana sono utilizzati pure in funzioni d’ordine pubblico, per il controllo delle frontiere e nelle controverse operazioni di “sorveglianza” delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo nel Mediterraneo centrale (le ultime, in  ordine cronologico,Mare Nostrum e Triton). L’“accordo tecnico” di cooperazione bilaterale Italia-Libia sottoscritto il 28 novembre 2013 dai ministri della difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni ha autorizzato l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto in missioni a supporto delle autorità libiche per il “controllo” del confine meridionale del Paese. Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti possono essere intercettati quanto attraversano il Sahara, consentendo ai militari libici d’intervenire tempestivamente per detenerli in campi-lager o deportarli prima che essi possano raggiungere le città costiere. Nei giorni scorsi, tra le proposte più drastiche per “contenere” i flussi migratori nel Mediterraneo c’è stata quella dell’ex generale dell’Aeronautica Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione ICSA: “impiegare i droni per distruggere i barconi nei porti libici”.

In Sicilia la capitale mondiale dei droni

Nel campo dei droni, l’Italia si è già conquistata una leadership in ambito internazionale. Nei piani delle forze armate Usa e Nato la base siciliana di Sigonella è stata prescelta infatti per fare da vera e propria capitale mondiale dei droni, cioè in centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di velivoli senza pilota chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai Predator, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita anche tre o quattro aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B Global Hawk dell’US Air Force. Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, questi droni possono volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 18,3 km d’altezzae a migliaia di km dalla loro base operativa. Alla iperdronizzazione delle guerre si prepara pure l’Alleanza Atlantica. Entro la fine del 2016 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS)che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato. Il sistema AGS verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno schierati anch’essi a Sigonella. L’AGS fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il nuovo sistema Nato potrà contare pure sul supporto dei velivoli senza pilotaSentinel in dotazione alle forze armate britanniche ed Heron R1 che la Francia ha prodotto congiuntamente ad Israele. Successivamente l’AGS s’interfaccerà con il programma d’intelligence Bams (Broad Maritime Area Surveillance) che la Marina militare Usa avvierà grazie all’acquisto dei nuovi pattugliatori marittimi P-8 Poseidon e dell’ultima generazione di droni-spia Triton della Northrop Grumman. Il 2 febbraio scorso, il Dipartimento della difesa ha chiesto al Congresso l’autorizzazione per l’anno fiscale 2016 a spendere 102.943.000 dollari per costruire nella base siciliana gli hangar e una serie di infrastrutture di supporto per i Triton e iPoseidon. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, ilTriton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.

Come se ciò non bastasse, Sicilia e Sardegna sono state trasformate in poligoni dove sperimentare altri nuovi velivoli senza pilota d’attacco. Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es (Finmeccanica) utilizzano dal novembre 2013 la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, l’aereo a pilotaggio remoto realizzato nell’ambito del programma denominato “HammerHead” (Squalo Martello). Con un’apertura alare di 15,5 metri, il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e permanere in volo per più di 16 ore. Il velivolo è stato dotato di torrette elettro-ottiche, visori a raggi infrarossi e radar “Seaspray 7300” che consentonod’individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione (loSqualo martello può trasportare sino a 500 kg di armamenti). I decolli e gli atterraggi a Trapani Birgi costituiscono un grosso pericolo per il traffico aereo passeggeri di quello che è oggi uno dei principali scali low cost europei e per le popolazioni delle vicine città di Trapani e Marsala. Il 19 marzo scorso si è pure sfiorata la tragedia: un prototipo dello Squalo martello è uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, terminando la sua corsa nel prato circostante. L’aeroporto di Trapani è stato temporaneamente chiuso e il traffico civile è stato dirottato a Palermo - Punta Raisi.

A fine marzo, nella base aerea sarda di Decimomannu è giunto il primo prototipo di robot-killer volante nEUROn, l’aereo senza pilota da combattimento coprodotto da Italia, Francia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia, per intraprendere una serie di test operativi nel grande poligono militare di Perdasdefogu (Ogliastra). Il nEUROn è dotato di materiali con accentuate caratteristiche stealth che gli consentiranno di penetrare nello spazio aereo nemico senza essere individuato. Il drone è più grande di un normale aeromobile a pilotaggio remoto e possiede capacità di carico, autonomia e capacità di volo quasi simili a quelle di un qualsiasi caccia pilotato. Con un costo unitario superiore ai 25 milioni di euro, il nEUROn è lungo 9,2 metri e ha un’apertura alare di 12,5 metri. Il velivolo può raggiungere la velocità di 980 chilometri l’ora e volare per più di otto ore consecutive. Opererà a tutti gli effetti per colpire e uccidere a distanza grazie agli ordigni di precisione per gli attacchi aria-suolo a guida laser da 250 kg.Il drone verrà controllato da terra attraverso un datalink ad alta capacità e standard Nato. “Tramite questo datalink vengono inviati al velivolo i dati della missione, da lì in poi sarà l’intelligenza artificiale del nEUROn ad intraprendere tutte le necessarie azioni che permetteranno il raggiungimento dell’obiettivo”, spiegano le aziende produttrici. “Non vi sarà quindi un controllo diretto e continuo da terra e questo permetterà di mantenere un quasi assoluto silenzio radio, necessario per evitare l’intercettazione”. Il drone avrà inoltre le capacità di controllare a distanza, in modo automatico, le operazioni dei cacciabombardieri di ultima generazione prodotti in Europa, come il “Rafale” e il JAS 39 “Gripen”, consentendo così ai piloti d’intraprendere diverse azioni di combattimento contemporaneamente. Ancora più deiPredator Usa e degli Squalo martello Piaggio (Emirati Arabi Uniti), i nEUROn assumeranno tutti i contorni dei famigerati“LAR” (Lethal Autonomous Robotics), i sistemi d’arma robotizzati che, una volta attivati, possono selezionare e colpire un obiettivo in piena autonomia, esautorando l’operatore umano da ogni intervento.
“Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di enorme portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”, ha denunciato il Consiglio per i Diritti Umanidell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un rapporto speciale pubblicato il 9 aprile 2013. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei Lethal Autonomous Robotics, perlomeno sino a quando non venga concordato a livello internazionale un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”, ha aggiunto il Consiglio D.U. dell’Onu. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinta”. Un accorato appello che Washington, Parigi, Tel Aviv, Londra, Roma e adesso pure Bruxelles non intendono per nulla ascoltare.

Coscienza della morte - Giorgio Gaber

Pierpaolo Capovilla interpreta "La religione del mio tempo", di Pier Paolo Pasolini

I mali minori - Luis Mateo Díez

un libretto piccolo, composto da trentotto micro-racconti (genere letterario diffuso sopratutto nelle letterature in spagnolo), alcuni sono bellissimi, gli altri solo belli.
cercateli - franz

eccone alcuni:


Il sicario
I dati erano sbagliati e uccisi un uomo che non era quello previsto. Questi lavori così rapidi, così segreti, ti portano spesso a commettere errori irreparabili.
Ricordo un caso lontano in cui l'errore si ripetè tre volte. Tutte le vittime mi guardarono con stupore e solo quella giusta lo fece con tranquillità.
- Ti aspettavo - sussurrò quando gli conficcai il pugnale.
Come sempre dopo aver finito un lavoro, andai a ubriacarmi; alcuni giorni più tardi, quando mi ripresi dai postumi della sbornia, tornai a casa e trovai una lettera spedita la data stessa della morte.
- Ti perdono per quello che stai per fare - diceva, - ma ti maledico per come l'hai fatto male. Un morto che costa tre morti non è un morto innocente. Oltre a uccidermi mi hai fatto sentire colpevole e profondamente infelice.

Destinazione
Ricordo un viaggio a Buenos Aires che terminò a New York, un altro a Lima che si concluse ad Atene ed uno a Roma che finì a Berlino.
Tutti gli aerei che prendo vanno dove non devono, ma ormai ci sono abituato perché, sovente, esco di casa per andare in ufficio e passo la mattina dentro vari taxi che vanno e vengono senza che io riesca a dare un indirizzo preciso.
Quando torno alla sera nessuno sa niente di mia moglie né dei miei figli e, stanco di cercare le mie stesse tracce, me ne vado a dormire in un albergo.
Meno male che in queste occasioni viene mio padre a cercarmi. Non so che ne sarà di me il giorno che verrà a mancare.

Il cappotto
Il giorno in cui arrivai in ufficio, un martedì di novembre millenovecentocinquantasei, e , nell'appendere il cappotto all'attaccapanni, il collo si staccò dal resto come se le tarme ne avessero favorito la decapitazione definitiva, il dolore mi fece capire che gli oggetti familiari muoiono sempre nel cuore degli umili.
Tre generazioni giacevano appese all'attaccapanni assassino e il loro calore andò via via svanendo fino a raffreddarmi le mani e a lasciarmi nel tatto un flebile rantolo di inverni e di solitudine.
Un crimine
Sotto la luce della lampada la mosca rimase ferma.
Allungai con cautela il dito indice della mano destra.
Poco prima di spiaccicarla, si sentì un grido, e poi il tonfo del corpo che cadeva.
Subito dopo bussarono alla porta della mia camera.
- L'ho uccisa - disse il mio vicino.
- Anch'io - mormorai tra di me senza capirlo.

La lettera
Tutte le mattine arrivo in ufficio, mi siedo, accendo la lampada, apro il portacarte e, prima di cominciare il lavoro quotidiano, scrivo una riga della lunga lettera in cui, da quattordici anni, spiego minuziosamente le ragioni del mio suicidio

venerdì 1 maggio 2015

il nemico vien dal mare

Ci dicono tutti i giorni che è una guerra, basta fare attenzione al linguaggio, invasione, morti, esercito, bombardare, confini, e così via.
Se si parte da una guerra vera, la prima guerra mondiale, anche lì il linguaggio era simile (in tutte le guerre lo è): il Nemico, i Confini, la Sopravvivenza, Mors tua vita mea.
Pensiamo al concetto principe di ogni guerra, il Nemico.
Il Nemico è maiuscolo, impersonale.
Cito due casi della prima guerra mondiale nei quali il Nemico diventa nemico, e poi solo uno come te, con un’altra divisa, poi può diventare un amico.
Una pagina di “Un anno sull’altipiano” (qui)
Un film, “Joyeux Noel” (qui)
Qualche lettera (qui)


Lo stesso accade con l’immigrazione, gli sbarchi, i profughi, i clandestini, i sans papier, masse anonime e minacciose.
L’antidoto è dare un nome e una storia a queste persone.

Cinema e letteratura ci aiutano, eccone alcuni esempi.

“Io sto con la sposa” (qui)

la storia di Samia, in “Non dirmi che hai paura”, di Giuseppe Catozzella  (qui)

Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari – Fabio Geda
(un libro nel quale la realtà supera la fantasia.
non puoi non soffrire insieme a Enaiatollah, leggendo il libro.
poi è finita bene, ma quanti altri migliaia non racconteranno mai la loro storia?
per ricordare l’inferno quotidiano)

14 chilometri – Gerardo Olivares, un film che è passato in silenzio nei cinema qualche anno fa (qui il trailer)
(14 chilometri. Tanti ne misura lo Stretto di Gibilterra. 14 chilometri per lasciarsi l’Africa alle spalle e mettere i piedi in Europa, terra dei balocchi dove nessuno piange miseria, che i soldi stanno anche sotto i sassi. Buba ne è convinto, tanto da vendere tutto ciò che ha e partire col fratello Mukela per il più disperato dei viaggi della speranza. Vi si unirà anche Violeta, in fuga da un matrimonio che non vuole. Dal Mali all’Algeria, da qui alla Spagna, su camioncini stracarichi e piedi sfasciati, strade di fortuna e barconi come bare sul mare. Con loro – a distanza di pudore – Gerardo Olivares, che filma con 14 Kilometros l’odissea senz’epica dei dannati del pianeta, esuli “da una terra che li odia per un’altra che non li vuole” (I. Fossati). Uno sguardo al servizio dei personaggi, di cui condivide la fatica ma non la disperazione, sfiorando la pietà che non cede alla commiserazione. Genuino, forse persino brado, teso tra l’estasi immobile dei paesaggi e la calma di una natura che avvolge ma non soccorre. Fermo nell’inchiodare la crudeltà del potere sulla croce dei poveri. Morale nel restituire al digitale una forte ragion d’essere, l’occhio sottratto ai pochi per essere rivolto a tutti. Invisibili in primis.  da qui )

Come un uomo sulla terra – Andrea Segre  (qui il film completo)


il cinema ci fa vedere, ci racconta storie, che la tv, i documentari, i giornali faticano a mettere nelle prime pagine, o anche nelle altre, allora ben vengano film che sono, tra l’altro, buon cinema, come questi.

giovedì 30 aprile 2015

accadde a Natale, nel 1914

Il mattino di Natale stavo facendo colazione in trincea, quando è passata la voce: “I tedeschi sono fuori dalle trincee!”. Gli ufficiali tedeschi hanno detto di volere un armistizio per seppellire i caduti. Dopo una breve discussione si sono accordati per una tregua, perché anche noi avevamo dei morti da seppellire. In realtà credo che ci siano state anche ragioni sentimentali, dopotutto non era forse Natale, giorno di pace e fratellanza tra gli uomini? Il nostro cappellano, che per un caso fortunato era arrivato in trincea quella mattina per farci gli auguri di Natale, ha potuto celebrare una breve messa. Il cappellano ha letto il servizio funebre. Un soldato tedesco, credo uno studente di teologia, ha tradotto per la parte tedesca. Non capivo cosa stesse dicendo, ma ascoltarlo era bellissimo. Finita la messa abbiamo iniziato a fraternizzare con i tedeschi, come se fossimo vecchi amici. Qualcuno parlava molto bene inglese – uno era stato cameriere all’Hotel Cecil di Londra – e abbiamo capito che sono davvero esausti di questa orrenda situazione.
***
Stamattina abbiamo fatto la comunione in una fattoria a mezzo miglio di distanza. Siamo partiti prima che facesse giorno per stare tranquilli. È stato assurdo. La fattoria era stata bombardata, ed era praticamente distrutta. Dove abbiamo fatto la messa, il tetto era mezzo crollato. Credo che non mi capiterà più di assistere a una messa del genere, una situazione così riverente e intorno tutto così brutale. Al ritorno abbiamo deciso di rimanere sulla strada, anche se saremmo stati in piena vista del nemico. Siamo arrivati sani e salvi, e poco dopo alcuni dei nostri hanno fatto due tiri a pallone appena fuori dalla trincea. I tedeschi si sono fatti vedere, e, per farla breve, è finita che ci siamo incontrati a metà strada, per darci la mano e scambiare sigarette e piccole cose, e ci siamo salutati come migliori amici. Uno mi ha lasciato il suo indirizzo per scrivergli, dopo la guerra. Erano proprio dei bravi ragazzi, davvero. Immagino che possa sembrare una storia incredibile ma è andata proprio così. Sono certo che se la decisione stesse agli uomini, non ci sarebbe nessuna guerra.
***
Verso le 5 di giovedì stavamo tutti pensando a casa e alla Vigilia di Natale, e abbiamo cominciato a intonare canti natalizi. Ai tedeschi è piaciuto molto, tanto che hanno iniziato a cantare anche loro gridandoci: “Buon Natale!”. Per tutta la notte non è stato sparato un colpo da entrambe le parti. La mattina dopo, il giorno di Natale, abbiamo fatto una breve messa in trincea e poi siamo arrivati fino a metà strada per incontrare i tedeschi. Meno di mezz’ora dopo stavamo conversando animatamente, e ci hanno rivelato di essere impazienti che la guerra finisca. Due di loro con i quali ho conversato più a lungo erano davvero bravi ragazzi. Erano due fratelli del 107° sassoni, ed erano stati chiamati perché arruolati tra le riserve. Uno aveva con sé un biglietto per Londra, e ci ha raccontato che stava andando in vacanza proprio a Londra quando è stato chiamato. Entrambi erano molto dispiaciuti di doverci combattere.
***
Questo sarà il Natale più indimenticabile che abbia mai passato, e probabilmente che mai passerò. Da ieri all’ora del tè non è stato sparato un colpo da entrambe le parti. La notte scorsa è stata una fredda e gelida notte di luna piena, così poco dopo il tramonto abbiamo acceso dei grandi fuochi e abbiamo cantato canzoni di Natale. Oggi sono venuti a trovarci alcuni tedeschi. Hanno anche mandato una squadra a seppellire un cecchino che avevamo abbattuto una settimana fa. I nostri ragazzi sono usciti e hanno aiutato a scavare la fossa. Verso le 10.30 abbiamo fatto una breve processione e la messa si è tenuta in trincea. Come abbiamo cantato! Prima di cena ho avuto il piacere di stringere la mano a diversi tedeschi: un gruppo è arrivato a metà strada verso di noi, e così alcuni di noi sono andati a raggiungerli. Ci siamo scambiati da fumare e abbiamo fatto quattro chiacchiere. Dopo esserci scambiati i nomi e augurati felice anno nuovo ci siamo salutati e siamo tornati in trincea. Non possiamo credere che abbiamo passato le ultime due settimane a spararci. Sembra tutto così strano.
***
I fuochi erano spenti nelle linee inglesi, e solo lo sguazzare di stivali fradici sul terreno fangoso, gli ordini sussurrati degli ufficiali e dei graduati e il lamento del vento rompevano il silenzio della notte. Lo scrigno dei ricordi ci ha trascinati in un incanto di malinconico silenzio. Nel mio sogno sentivo le risate e le mille melodie della cena di Natale. Col mantello appesantito dal fango, le mani spaccate e piagate dal freddo, stavo in piedi contro il bordo della trincea, e attraverso uno spiraglio lanciavo sguardi stanchi alle trincee tedesche. Pensieri furibondi mi affollavano la mente; ma non c’era un ordine, non un filo conduttore. Pensieri d’infanzia e casa, di come erano stati tutti gli anni che mi avevano portato a questo. Mi sono chiesto come potevo essere finito in una trincea umida, infelice, quando avrei potuto essere in Inghilterra, al caldo e soddisfatto. Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: “Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!”. Dopo gli auguri quelle voci profonde sono esplose in un invito: “Venite fuori, soldati inglesi, venite qui da noi!”. Per un po’ siamo rimasti diffidenti, senza neanche rispondere. Gli ufficiali, temendo un agguato, hanno ordinato agli uomini di restare in silenzio. Ma ormai su e giù per la linea si udivano i soldati rispondere agli auguri del nemico. Così è cominciato un fitto dialogo con i tedeschi, le mani sempre pronte sui fucili. Sangue e pace, odio e fratellanza: il più strano paradosso della guerra. Il Natale aveva trasformato in amici gli acerrimi nemici. (da qui)

mercoledì 29 aprile 2015

Il giorno della madre (La crítica de las armas) - José Pablo Feinmann

il titolo italiano è un po' diverso da quello originale, ma non si può scegliere e ormai il libro di trova solo nei mercatini dell'usato, purtroppo.
il titolo si riferisce a una citazione di Marx: "El arma de la crítica no puede reemplazar la crítica de las armas".
Pablo (casualmente anche il nome dello scrittore) vive nell'inferno di Buenos Aires, negli anni della dittatura, dove le Falcon senza targa della polizia girano, per sequestrare i colpevoli, non i sospetti, se ti sequestravano eri colpevole (curioso che i dittatori argentini amassero l'ornitologia, el plan Condor, volare dagli aerei ed elicotteri, le auto Falcon).
nel libro ci sono e si sovrappongono due madri, quella biologica e la patria, e chi lo cerca e lo trova scoprirà un romanzo come si deve, oltre Marx ci sono, fra le altre cose, Primo Levi, la paura, l'amicizia, la famiglia, il coraggio, i tradimenti, la malattia, il terrore, i sensi di colpa, gli omicidi, le piccole strategie per sopravvivere, l'esilio, la psicanalisi, gli ebrei, i desaparesidos, i libri, la libertà, i rimorsi, il calcio, la fuga, l'ESMA, il passato che non si dimentica, l'argentinità, l'impotenza, la vita.
cercatelo e trovatelo, magari non riuscite a staccarvene, e vi farà anche stare male, con Pablo, ma non trascuratelo - franz



...Il Giorno della Madre non è un romanzo, nonostante sia catalogato come tale. Non è un saggio e nemmeno un’autobiografia. Non è niente di facilmente inquadrabile. Come non lo è Feinmann. Sono piani di osservazioni rivolte a sé stesso e sovrapposti uno sull’altro, partendo dall’uomo solo, passando al figlio, poi al marito, il padre, l’intellettuale progressista, il cittadino, l’uomo occidentale e l’argentino, l’uomo moderno, l’uomo del futuro che ci aspetta. Ogni ruolo è un piano di osservazione della propria immagine riflessa nello specchio della società.
Per questo è un libro a tratti caotico, procede a ondate e per immagini simboliche, cambia tono in modo repentino, Pablo di volta in volta è prima e terza persona, riflette o si angoscia, si ammala di tumore e guarisce, apre lo sguardo alla politica e lo stringe sulla psicosi dell’uomo terrorizzato di poter essere la prossima vittima dei torturatori.
Il Giorno della Madre è anche un libro di malattie che si innestano una nell’altra, gusci di malattia che avvolgono la voce narrante… il cancro, l’ossessione psicotica per la propria salute, la vecchiaia della madre, l’obnubilamento dei concittadini, la violenza folle del potere militare.
È un libro doloroso, di ricordi e dediche, a Rodolfo Walsh e Héctor Germán Oesterheld, di accuse, anche a una certa figura di intellettuale esule divenuto una celebrità mondana in Europa o negli Stati Uniti in quanto esule e intellettuale; una litania di sofferenza con scene grottescamente epiche come la corsa in ospedale con l’amico Lucio colpito da aneurisma cercando di fendere la folla che accorreva alla stadio per la finale del Mondiale del 1978, quello vinto dall’Argentina e che fece da schermo ipocrita alla strage in corso.
Questo è un grande libro un po’ scombinato, un po’ messo insieme da mani forse tremanti per l’emozione o la rabbia o a causa dei ricordi o forse fatto apposta proprio così, a lamine instabili che scivolano da ogni parte affinché ognuno di coloro che lo prenderà in mano non si possa concedere il lusso di sentirsi a proprio agio, con la presa ferma e la presunzione dei propri ideali.
Veramente un peccato che questo libro non sia più disponibile. Una perdita grave per chi volesse conoscere José Pablo Feinmann, un meraviglioso scrittore e voce libera, l’Argentina e la sua sempre stupefacente letteratura.

…Pablo Epstein, il protagonista di questa tragedia si definisce un comunista di merda, ebro di merda, merdoso sovversivo, e, ovviamente montonero di merda. Un intellettuale che, prima dell'avvento dei torturatori, scrisse Rivoluzione e terzo mondo.

E a ragione vive il suo tempo nella paura e nell'angoscia di essere prelevato da casa e torturato nelle famigerate cantine dell'ESMA, l'incubo di tutti gli argentini: non c'è scenografia per il terrore, soprattutto se uno ce l'ha dentro.

Sopravviverà, tuttavia, anche se qualche amico sparirà, qualche collega emigrerà nell'occidente democratico, il fratello più grande morirà prematuramente e il matrimonio fallirà. Ma la sopravvivenza implicherà un resoconto coi propri fantasmi ed è a questo punto (e solo a questo punto) che entra in scena la madre del protagonista, non più legata a lui da vincoli di sangue, ma da contrasti ideologici. Ma la madre-patria (traslazione necessaria ed inevitabile) ormai alleggerita dal terrore dei generali (ma solo in parte, perché il passaggio dell'Argentina dalla dittatura alla democrazia non fu indolore nemmeno a decenni di distanza) necessita di una rimozione definitiva. Di una cancellazione. Per Pablo Epstein avviene attraverso l'uccisione della madre emblema di una visione qualunquistica della politica e appunto della sopravvivenza.

Solo allora la dittatura sanguinaria dei generali, alimentata dal colonialismo statunitense, dalla bramosia dell'ordine(...ordine, ordine, ordine, quando c'è ordine, il paese si può ricostruire da cima a fondo), dallo specchietto delle allodole dei campionati mondiali di calcio del '78 (Il 21 giugno... la squadra del regime vinse 6 a 0 contro il Perù, a Rosario. Ciascun gol, pensava Pablo, un gol per la dittatura. Ciascun gol, un gol per i sequestri. Ciascun gol, un gol per il saccheggio e il furto dei bambini. Ciascun gol, un gol per la tortura. Ciascun gol, un gol per le sparizioni. Ciascun gol, un gol per la Morte), dal falso luccichio rivistaiolo (...fiesta, que fantastica fantastica esta fiesta... sapevi Pablo Epstein che Raffaella Carrà, quella entertainer del Processo, cantava questa canzone per te…) muore, ma lascia una ferita non rimarginabile.
Il giorno della madre è un romanzo perfetto e commovente.

…Feinmann despliega y señala en rojo, despiadado, la conducta de los argentinos a los que no les importa nada. De aquellos que repetían “algo habrán hecho, por algo están presos, por algo desaparecieron, somos campeones del mundo, recuperemos las Malvinas”. Y de aquellos otros que vivían aterrorizados, esperando en el gueto de la izquierda el día de su juicio final, deshaciéndose de material comprometedor, mudándose de casa sin darle el nuevo domicilio a sicólogos, a viejos compañeros. La orden era desaparecer, cortar lazos. Y estaban los que se enrolaron en “la crítica de las armas”, llevados al combate desigual, a la matanza ejecutada por las armas de los generales, cerebros castrados y crueles…

…La crítica de las armas es una extraordinaria novela en la que la madre Patria y la madre de sangre son el motivo a partir del cual se produce una de las reflexiones más agudas sobre la vida durante la dictadura militar y sobre el presente. Si La astucia... era la expansión infinita de un sujeto que se desintegra, La crítica de las armas es la concentración poderosa (y la dilación necesaria) de todo hombre en el momento en que está por elegir su destino.
da qui