A quanto pare nei prossimi giorni anche l’Italia comincerà a bombardare le
postazioni del gruppo Stato islamico. E d’istinto viene subito in mente Massimo
D’Alema, che ai tempi del Kosovo era presidente del consiglio (1999) e a
proposito delle ragioni per cui l’Italia decise di entrare in guerra disse: “Di
fatto ti rendi conto di essere entrato in una certa agenda di telefonate del
presidente degli Stati Uniti”.
L’Italia è già parte della coalizione contro lo Stato islamico, ma al
momento il suo ruolo è essenzialmente fornire armi e addestrare forze locali.
Adesso invece i Tornado italiani potrebbero passare da missioni di ricognizione
a missioni di attacco anche se, dopo un anno, è ormai chiaro che i
bombardamenti sono inutili.
Contesti nazionali
Non solo perché il problema, com’è noto, è la mancanza di truppe di terra:
Kobane ha dimostrato che solo un attacco coordinato dal cielo e da terra può
sconfiggere i jihadisti. Ma soprattutto i bombardamenti sono inutili perché,
nonostante la retorica del califfato universale, in realtà il gruppo Stato
islamico è molto condizionato dai contesti nazionali, e in Siria è molto
diverso che in Iraq.
In Siria il conflitto oppone ancora i sostenitori e gli oppositori di
Bashar al Assad, e il gruppo Stato islamico, che ha rapporti ambigui di
alleanza di fatto sia con alcuni gruppi ribelli sia con il regime, è un attore
terzo, dominato da stranieri. Non ha un reale sostegno popolare.
Non è così in Iraq, dove il gruppo Stato islamico è ben radicato, creato
dal disastro dell’invasione statunitense e rafforzato negli anni del governo di
Nouri al Maliki, che trae origine dall’identificazione collettiva dei sunniti
con il regime di Saddam Hussein e dalla loro emarginazione politica e sociale.
La guerra contro il gruppo Stato islamico sembra ormai
il pretesto per perseguire gli obiettivi più svariati
In Iraq, il gruppo Stato islamico è la reazione di alcuni sunniti alla
frustrazione e alla discriminazione. Per eliminarlo non servono bombardamenti
ma riforme, quelle che da settimane migliaia di iracheni chiedono manifestando
in tutto il paese. Non sono né sunniti né sciiti: sono laici. E sono
completamente ignorati.
Ormai la Siria e l’Iraq sono terra di nessuno. Nei cieli iracheni
sfrecciano gli aerei di 17 paesi, in quelli siriani di 16 paesi, ognuno con i
suoi obiettivi. L’Iran, per esempio, bombarda l’Iraq ma non la Siria, Israele
bombarda la Siria ma non l’Iraq, mentre la Siria, nel senso di Assad, invece
che i combattenti bombarda i civili.
L’Arabia Saudita bombarda anche lo Yemen, l’Egitto bombarda la Libia, la
Turchia bombarda i curdi. La guerra contro lo Stato islamico, che agli Stati
Uniti costa 8,5 milioni di dollari al giorno, 250mila dollari per ogni
jihadista ucciso, ha innescato guerre di ogni genere. Anche se poi in Siria
solo il 3 per cento dei civili è stato ucciso dai jihadisti dello Stato
islamico e il 95 per cento dalle forze di Assad.
La guerra contro il gruppo Stato islamico sembra ormai il pretesto per
perseguire gli obiettivi più svariati. La Turchia, per esempio, si è unita alla
coalizione contro i jihadisti a luglio, dopo l’attentato di Suruç, ma per ora
bombarda più i curdi che i jihadisti: fino al 1 settembre aveva colpito 300
volte il Pkk e tre volte il gruppo Stato islamico. Soprattutto, non ha mai
chiuso il confine con la Siria, e non è un segreto che il suo territorio sia la
retrovia di tutti i ribelli siriani, jihadisti inclusi. Da lì entra anche il
petrolio di contrabbando, la principale fonte di finanziamento dello Stato
islamico.
L’ultima arrivata è la Russia che, ufficialmente, è intervenuta contro il
gruppo Stato islamico, ma invece di bombardare Raqqa colpisce le basi dei
ribelli. Più che militare, però, la strategia di Mosca è politica. Vladimir
Putin non mira tanto a mantenere al potere Assad, anzi: ha spesso dichiarato,
già dal 2012, che Assad non è irremovibile. Ma va sostituito con un accordo, un
negoziato, non con una sconfitta. L’obiettivo di Putin è entrare nella partita.
In una certa agenda internazionale di telefonate.
E così l’Italia. Che bombarderà perché a questo punto è importante esserci.
Indipendentemente da chi e cosa c’è diecimila metri più sotto.
Ammettiamolo, ogni
qualvolta sentiamo di qualcuno che “lancia una sfida ai ruoli di genere”,
spesso ci sembra così. O forse
persino così. Ora, non sono qui
a fare un’invettiva contro guyliner (l’eyeliner – delineatore degli
occhi – per uomini), ma vorrei proporre con forza che per un genere
rivoluzionario e anticonformista dovrebbe affrontare, sfidare e cambiare i
più comuni epericolosi comportamenti
maschili.
Pensando a questo, ecco i dieci semplici ma
radicali modi con cui gli uomini possono iniziare da subito:
1. Non stuprare e non
essere un difensore dello stupro (il
99.8 per cento di coloro che sono in carcere per stupro negli Stati Uniti sono
uomini e 0 per cento di questi stupratori hanno commesso la loro atrocità
perché “la vittima l’aveva chiesto”).
2. Non uccidere le donne (o gli
uomini, o i bambini, insomma chiunque).
10. Non entrare negli spazi sicuri “solo ragazze”.
Bonus: non essere troppo orgoglioso di te per aver
aderito a queste linee guida perché sono proprio le ultime cose che un uomo
possa fare per sfidare i già citati ruoli di genere. Lo ripeto. Questo. È.
L’assoluto. Minimo. Che possiamo. Fare.
Visto che avete la lista dei dieci NON da
seguire, ecco i dieci da fare:
1. Ascolta, convalida, rispetta, apprezza, fidati
e difendi le donne.
2. Impara dalle donne.
3. Riscopri come essere silenzioso, come
abbandonare le luci della ribalta, il palco, il microfono, la piattaforma.
4. Supporta le donne e le ragazze in ogni sforzo
per combattere il patriarcato.
5. Facciamo il lavoro di autoeducarci ed imparare
a riconoscere le connessioni profonde, le radici.
6. Impegnati a sconfiggere ed abbandonare tutta
la socializzazione e il privilegio che ti vengono attribuiti automaticamente
per il fatto di esser nato uomo.
Tutto ciò (ed altro) ci fa raggiungere la comprensione
profonda che il genere sia una costruzione sociale, ideata per opprimere.
Un’oppressione top-down: uomini, come classe, che opprimono donne in quanto
classe. Al fine di provocare un cambio sociale autentico e sostenibile, il
genere deve essere abolito e gli uomini devono giocare il ruolo principale in
questa ribellione epica.
Oh, prima che vi imbarchiate in questo viaggio per
rovesciare quella fallocrazia, ragazzi, ancora una cosa da NON fare: non
lamentatevi di come il patriarcato infligga anche gli uomini… certo che lo fa,
ma non è questo il punto. Prendendo in prestito da Andrea Dworkin “gli uomini che vogliono
supportare le donne in questa sfida per la libertà e la giustizia devono capire
che non è così importante per noi che imparino a piangere, per noi è importante
che smettano di compiere atti di violenza nei
nostri confronti”.
Si, più di tutto, dobbiamo nominare apertamente ed incessantemente il problema:
NOI. Noi siamo il problema. Gli uomini sono il problema: patriarcato,
supremazia degli uomini, violenza maschile e tutte quelle strutture
istituzionali create per mantenere ed confondere questo sistema necrofilo.Dobbiamo dare
un nome al problema, ancora ed ancora fino a quando smetteremo di essere il
problema.
Potrei scrivere che aspetto ha il confine terrestre tra Melilla e il
territorio del Marocco, quanto è lunga e alta la “barriera tecnica” bulgara, quanto
sarà lungo e alto il Muro ungherese, ma non lo farò.
Potrei scrivere, appena nominati quei due Paesi dell’ex Est europeo, che cosa
penso dei rappresentanti politici non solo di questi ma di tutti gli altri
Paesi, da dieci anni membri della Comunità Europea – da Riga a Sofia – smemori
dei tempi non lontani, in cui non potevano visitare né il Louvre, né la
Cappella Sistina, né viaggiare liberamente senza permessi delle autorità
comuniste, ormai senza memoria del passato come lo è la maggioranza dei loro
elettori, ma non lo farò anche se in tutto ciò si nasconde un altro muro.
Potrei scrivere ponendo degli interrogativi se siamo nella Casa Europa o in un
Euro Tunnel che incomincia dalle isole Lampedusa e Kos e finisce alla sbarre di
quel tunnel vero che collega Calais con Dover, ma non lo farò.
Potrei scrivere di come sono attualmente le sponde del fiume Isonzo, dei parchi
di Udine, della piccola stazione ferroviaria di Gevgelija (in Macedonia), dei
parchi di Belgrado – tutti popolati da persone in fuga dall’Afghanistan,
dall’Iraq, dalla Libia, dalla Siria – fino a ieri benestanti, ma non lo farò.
Potrei scrivere perché mi chiedo come dormano quell’ex presidente francese e i
suoi alleati che non molto tempo fa bombardarono Tripoli; e che sogni faccia
l’attuale presidente degli Usa e la gente del suo entourage, ripetendo che il
governo siriano debba crollare; e che sogni sognino gli altri diretti
responsabili nel seminare caos nella parte del mondo ricca di petrolio, ma non
lo farò.
Potrei scrivere anche di quel “nuovo filosofo” francese, l’istigatore alle
soluzioni belliche laddove egli le ritiene necessarie e di cui, come d’altra
parte della sua bella compagnia “filosofica”, Gilles Deleuze, uno degli ultimi
pensatori della fine del Secolo Breve, nel lontano 1977 scrisse: “Penso che il
loro pensiero sia uguale a zero” – ma non lo farò.
Potrei scrivere che il Parlamento Europeo di facciate ne ha, ma contiene ben
poca sostanza politica – e ciò non solamente in riferimento al “caso delle
migrazioni” – ma non lo farò.
Potrei scrivere quanto è necessario uscire al contempo sia dagli schemi
xenofobi che buonisti – la sfida della migrazione dal Sud al Nord è troppo
larga e profonda – ma non lo farò.
Potrei scrivere quanto le migrazioni si sono trasformate negli specchi delle
nostre ipocrisie, non-sincerità e non-memorie, strumentalizzazioni politiche e
affari per i vari soggetti di accoglienza, ma non lo farò.
Potrei scrivere che a volte credo di più nella bontà autentica di cittadini
anonimi che da Lampedusa e Catania a Calais reagiscono con l’anima pura che
alle parole di chi “professionalmente” usufruisce di quei 35 euro giornalieri
per ospitare profughi, ma non lo farò.
Potrei scrivere che otto mesi fa, quando ho protestato pubblicamente contro i
braccialetti per i profughi ospitati in quella cittadina friulana del turismo
di portata industriale, nessuno ha reagito e che la stessa cosa poi si è
ripetuta quando ho protestato contro il lavoro socialmente utile (gratis) dei
profughi, ma non lo farò.
No, non lo farò perché le parole mi sembrerebbero consumate e inutili, le
definirei addirittura spazzatura lessicale. Semplicemente, non ci servono più
parole contro i muri, ma fatti – quelli di portata epocale; fatti – le prove di
un cambiamento copernicano.
Il resto sono solamente chiacchiere.
Dissi
tutto questo solo alcuni giorni fa, in risposta a un conoscente di nome Ferenz,
ungherese originario di Szeged, che si lamentava della poca generosità dei suoi
compaesani, di cui la maggioranza è concorde con la costruzione del Muro
anti-immigrati. Amalgamarsi con la parte occidentale dell’Europa secondo lui ha
sortito effetti negativi sul piano etico: il senso della solidarietà ha fatto
passi indietro – anzi, si sta sciogliendo; il pragmatismo del due più due fa
quattro (ma se fa cinque o sei va ancora meglio!) è fattore dominante; la
non-memoria ormai fa parte della subcultura e della politica dei due fiorini…
Che cos’altro potevo aggiungere, per consolarlo – almeno un po’? Dirgli che le
radici di tutto ciò si trovano anche nell’Havel politico, autore di quel saggio
sull’incubo del postcomunismo ovverosia nell’espressione di una mente che si
era provincializzata nel dopo Muro? Oppure nella superbia intellettuale –
“intellettuale” – di György Konràd, lo scrittore e connazionale di Ferenz,
mentre negli anni novanta ridefiniva il concetto dell’Europa Centrale? Che la
diagnosi del postcomunismo di Adam Michnik, intellettuale polacco, non ci
consoli ma almeno sia una medicina amara: «La peggior cosa del comunismo è
quello che arriva dopo»?
Dopo quel breve silenzio, volevo salutarlo. Però lui mi disse: «Che fare?
Dormono anche le Nazioni Unite!».
… «Dovrebbero invece essere svegliate».
«Da noi? Esseri insignificanti? I cui messaggi non vengono letti nemmeno dagli
assessori locali, né in Ungheria né in Italia?».
«E’ vero, però i milioni di insignificanti occidentali che vorrebbero un
cambiamento epocale e una solidarietà attiva con i poveri del mondo, con la
partecipazione attiva delle persone le cui parole hanno ancora un significato,
non sarebbero insignificanti…».
«Me li nomini, per favore!».
«Gorbaciov, papa Bergoglio, Chomsky … Tutti i Nobel per la pace, per la
letteratura, per le scienze, artisti dal cuore aperto – per dare inizio a una
conferenza continua,in primissull’Africa e sulla necessità
di fermare le guerre, poi sul fenomeno dell’impoverimento dei due terzi della
Terra… Dialogando, naturalmente,de rerum natura, ad una tavola rotonda con gli ultimi del mondo».
Da quel momento, fino al nostro saluto, Ferenz incominciò a osservarmi con lo
sguardo da psichiatra (anche se lui è ingegnere informatico) a me conosciuto
dai tempi in cui lavoravo come mediatore linguistico negli ospedali e negli
ambulatori friulani. E’ uno sguardo interessante, che silenziosamente manda il
suo messaggio: «Può essere che tu sia normale. Però non sei tu a fare la
diagnosi ma l’esperto che ti osserva e ascolta …».
No, non gli dissi che solo attraverso la “pazzia” del coraggio umano e
dell’apertura al dialogo potrebbe essere cambiata la sostanza delle cause che
fuori dal loro ambiente economico e culturale portano milioni di disperati.
Tutto
ciò accadrà un giorno? E se accadrà… sarà prima che
sia troppo tardi anche per il nostro Euro Tunnel?
(*)
ripreso dal numero 49 si «El Ghibli» – rivista di «Letteratura della
migrazione»: settembre 2015, direttore responsabile Pap Khouma, editore
Provincia di Bologna.
ha del malsano crocifiggere Marino, il sindaco di Roma, per una cena da 120 euro con la moglie.
siamo un paese di mafiosi, corrotti, ladri (quelli che lo sono, e sono legioni) e una canea di gentaglia assetata di sangue sembra essere il tribunale del popolo, per 120 euro.
ecco cosa c'è dietro - franz
Perché il sindaco Marino è sotto attacco - Francesco Luna
Perché sparano tutti contro il sindaco di Roma? Come
mai da qualche mese a questa parte lo sport preferito di intere bande di
editorialisti e twittaroli è prendere a pallate incatenate Ignazio Marino?
Come mai a queste masse agitate ha fornito una sponda, assestando lui
stesso fendenti micidiali, persino il “misericordioso” papa Francesco? Se provi
a chiedere a qualcuno dei vessatori quotidiani di Marino, siano essi
editorialisti o gestori di potenti siti internet, ti rispondono che la colpa è
del sindaco, che non sa comunicare. Il che è abbastanza prevedibile: ogni
aggressore giustifica le proprie azioni accusando la vittima: è lei che le
botte “se le va a cercare”. Oppure indicano un cassonetto pieno o un autobus in
ritardo e dicono: “Vedi? Marino se ne deve andare”...
Già nella Bibbia di parla del nemico del mio nemico (qui), e questo è un concetto condiviso e diffuso in tutte le civiltà (o in-civiltà).
Si può guardare quello che succede nel mondo alla luce di questo principio, ed è davvero illuminante.
Per esempio quando i russi erano in Afghanistan gli Usa sostenevano e armavano Bin Laden, che combatteva l’Urss, nemico degli Usa.
Se vale la regola che il nemico del mio nemico è mio amico, allora Bin Laden era amico degli Usa. La storia dirà se è sempre stato amico o no. Molti dicono di sì, non sulla base delle parole dei governi Usa, ma sulla base dei comportamenti. Nel 2001 gli Usa attribuirono a Bin Laden (e al suo gruppo Al Qaeda) l’attacco alle Twin Towers e al Pentagono. Molti, negli Usa e nel mondo, hanno sempre pensato che quell’attacco sia stato pilotato dagli Usa, che avevano bisogno di affermare la propria supremazia, allora in declino, sul mondo. Chi poteva negare agli Usa qualsiasi cosa, dopo quello che avevano subito?
En passant, l'utilizzo dell'11 settembre (2001, non 1973) è lo stesso che ha fatto lo stato d'Israele con la Shoah.
L’invasione dell’Afghanistan ebbe il consenso del mondo intero, ma già pochi mesi dopo, e dopo lo squallido show di Colin Powell all’Onu, con la provetta in mano (qualcuno lo chiamò subito Ridi-Colin) i consensi all’invasione dell’Iraq diminuirono.
Come tutti sanno l’obiettivo degli Usa (e di Al Qaeda) era smembrare l’Iraq e prendere il petrolio, missione compiuta.
Per la Libia il copione è stato lo stesso, stessi obiettivi.
Intanto gli Usa hanno cominciato a sostenere, di nascosto, questa volta, ma non troppo (qui), l’Isis (o Daesh, che dir si voglia), uno sviluppo e una sostituzione di Al-Qaeda, pur dichiarandolo nemico.
L’obiettivo dichiarato dell’Isis è la ri-costruzione del Califfato, dal nord Africa fino all’Iraq e alla Turchia.
In realtà si sono subito impadroniti dell’Iraq, o almeno di molto petrolio, che vendono alla Turchia, paese amico.
La Turchia finge di combattere l’Isis, in realtà massacra i curdi, che sono gli unici ad aver combattuto, e con successo, quelli dell’Isis.Ma siccome i turchi sono nostri amica possono fare quello che vogliono (qui).
E arriviamo alla Siria, altro paese da smembrare, il sud spetterà a Israele, che come la Turchia, è un paese amico, molto amico, gli israeliani possono fare quello che vogliono, con i palestinesi, come la Turchia fa coi curdi; il nord alla Turchia, che lo bonificherà (traduzione: ancora più massacri contro i curdi), l’est se lo prenderà l’Iraq-Isis, la parte occidentale sarà la Siria, molto dimagrita, solo perché Russia e Iran sono un monolite inscalfibile, sembra, a difesa di Assad.
Intanto 4 milioni di siriani sono espatriati e altri 8 milioni sono profughi all’interno del paese, su un totale di 18 milioni di siriani.
Adesso i russi sono scesi in campo e hanno iniziato a bombardare le basi di Al Qaeda e Isis, gli Usa protestano, evidentemente Al Qaeda e Isis sono i loro alleati. Per semplificare le cose, gli Usa che protestano sono gli stessi i cui aerei hanno bombardato un ospedale di Msf in Afghanistan (qui) la storia del pilota miope non convince la stampa internazionale non venduta.
Diceva Mao Zedong: “Grandeè il disordine sotto il cielo, la situazione èeccellente”, a me sembra che la situazione sia pessima, e questo è il miglior modo di preparare la terza guerra mondiale, dove tutti saranno contro tutti, anzi ognuno con i nemici dei nemici.
Dal 10 al 17
ottobre centinaia di migliaia di persone si mobiliteranno nei Paesi dell’Unione
Europea per chiedere un deciso cambiamento di rotta delle politiche economiche
e sociali, e per una maggiore giustizia sociale e ambientale.
A cominciare
da sabato 10 ottobre le campagne internazionali Stop TTIP organizzeranno
eventi, mobilitazioni, presidi per chiedere che si blocchi il negoziato
transatlantico tra Unione Europea e Stati Uniti, il negoziato TiSA sulla
liberalizzazione dei servizi e la ratifica del CETA, l’accordo di libero
scambio tra Unione Europea e Canada. Si svolgeranno eventi delocalizzati nella
maggior parte dei Paesi dell’Unione. La più grande manifestazione è attesa a
Berlino (e il Comitato Stop TTIP Bolzano parteciperà a quella mobilitazione),
ma c’è bisogno che anche in moltissime città italiane si svolgano iniziative di
informazione e mobilitazione.
Organizza anche tu un evento, o
mettiti in contatto con uno dei comitati locali Stop TTIP
Che cos’è il
TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico, ossia con
l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti
rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.
L’idea
sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene
negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un
blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India
e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole,
caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e
sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle
esigenze dei grandi gruppi transnazionali.
I soliti
“tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici
potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e
quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti
(Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane
o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero
normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro
interessi passati, presenti e futuri.
Le aziende
citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che
ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma
da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che
giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari
introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando
un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o
regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad
indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o
della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.
Una giustizia
“privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista
l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti
nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero
l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di
lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o
europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società
civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni
misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere,
e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità
antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.
Per chi è
allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una
prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di
stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo
che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di
tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP
porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno
scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi
di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema
moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso
+2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e
agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese
italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa
il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013:
“L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le
esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%,
leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha
sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno
depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di
mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda
interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo
trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni
all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di
questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca
condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o
tenuto in considerazione.
È vero che,
nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia
accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e
sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare
esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà
soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma
nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali
bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale
“prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha
diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione,
se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al
momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non
si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non
potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la
tecnicità e complessità dei testi negoziali.
Quali effetti
potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica,
ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto
valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni,
sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione
da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e
dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti
di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero
essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben
accreditato.
Il TTIP
produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la
Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno
ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di
diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro
costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto
e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A
sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la
Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE,
ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in
piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e
società civile d’ambo le regioni.
È il primo caso
del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con
la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale
molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che
come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU.
Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per
monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno
protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro
la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo
pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero
piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non
si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o
dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla
loro ferma opposizione?
Il TTIP può
produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato
l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita
cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale
delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250
milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze
scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando
l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità
fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una
coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US
Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde
dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una
“cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di
contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).
Esistono
alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti
dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche
istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su
Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che
rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali
più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e
quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più
abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi
economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo,
prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a
percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP,
che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso
commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando
la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti
sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la
crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna
grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi
stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere
il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era:
falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare
oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri
e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno,
consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande
opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un
po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti.
Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora
aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra
associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare
questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle
vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.
Intervista a
Monica Di Sisto, giornalista,
è vicepresidente dell’Associazione Fairwatch, che si occupa di commercio
internazionale e di clima da oltre 10 anni. Insegna Modelli di sviluppo
economico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Con Fairwatch è tra i
promotori della campagna nazionale Stop TTIP. Realizzata da http://www.paginatre.it nel
settembre2014
Lydia Cacho fa il giro del mondo della prostituzione e della pedofilia, del potere e dell'economia, delle schiave e degli schiavi, della violenza e del dolore, dei ricatti e degli inganni, dei "datori di lavoro" e dei clienti, delle fughe impossibili (poche quelle riuscite) e delle vendette. il mondo come è e non lo sai, sempre molto peggio delle illusioni e delle speranze. forse il mondo è sempre stato così, ma non lo sapevamo, forse. adesso lo sappiamo, e girare la faccia non cambia niente. questo libro è un bagno di realtà inevitabile - franz
…Lydia Cacho narra il suo viaggio che parte dalla Turchia, e
tocca di volta in volta Palestina, Israele, Giappone, Cambogia, Cina, Birmania,
Argentina, Messico. Un viaggio rischioso in cui l’autrice intervista funzionari
dello Stato, polizia, vittime della tratta e organizzazioni che agiscono per
contrastare il traffico umano. Cacho è ben consapevole dei pericoli che corre:
già nel 2005 è stata imprigionata e torturata nel suo paese dopo avere
pubblicato il libro Los demonios del Edén: el poder que protege a la pornografia
infantil, in cui denunciava lo sfruttamento pornografico minorile e una rete
criminale in cui apparivano numerosi funzionari del governo, politici,
imprenditori e trafficanti di droga. Nel 2007 la Corte Suprema del Messico ha
sentenziato che l’arresto della Cacho era ingiustificato, ma le minacce non si
sono fermate, così come non si è fermata la sua attività.
Tanti sono i frammenti di vita che ha raccolto nel suo
itinerario intorno al mondo – come la storia della signora King, ex moglie di
un membro delle triadi, la mafia cinese da secoli presente in Cambogia. Qui il
governo favorisce i cinesi perché «a differenza degli europei, non credono nei
diritti umani» e «a loro non importa che a lavorare per dodici ore di fila
siano bambini di dodici anni». La donna, che ha collaborato con l’indagine di
Lydia Cacho e in seguito, dopo avere lasciato il paese, è stata accolta in un
rifugio europeo, racconta a proposito della mafia sino-malese, di cui l’ex
marito è un affiliato: «Le bambine vengono utilizzate per due anni: poi, dopo
averle sfruttate per il turismo sessuale, le mandano nelle fabbriche tessili,
di cui sono soci. La loro banda è specializzata in vergini»…
Ci sono libri che dovrebbero essere letti per
rimettere ordine nelle scale di valori. Per mantenere (o ripristinare, se
necessario) gerarchie e priorità. Possono essere come gli schiaffi che vengono
dati ai pazienti sotto anestesia per risvegliarli dopo un’operazione
chirurgica. E questo è uno di quelli. Lo squarcio che apre sul mondo femminile
è ben diverso da quello delle polemiche sull’impiego dei corpi delle donne nei
media. La realtà su cui Lydia Cacho punta il suo sguardo, a rischio della sua
stessa incolumità, è molto distante dai riflettori del cinema, della
televisione, dei rotocalchi. E’ qualcosa che si considera appartenente al passato,
relegato in tempi e luoghi lontani, ed invece è vivo e presente: la schiavitù.
E’ un mondo fatto di silenzi, ombre e violenza. Dove non ci sono veline che si
esibiscono in vestiti succinti, ballando sotto le luci di uno studio televisivo
al ritmo di qualche successo musicale. Non ci sono soubrette dalle forme
procaci che giocano a flirtare col pubblico in trasmissioni nazional popolari.
E non ci sono personaggi che ottengono soldi e fama in proporzione ai
centimetri di pelle mostrati su calendari o su riviste per uomini. La realtà
raccontata dalla giornalista messicana è anonima, scura e desolata. E’ il mondo
dello sfruttamento delle donne e delle bambine, ridotte in schiavitù e
costrette a prostituirsi per soddisfare i piaceri – quando non le violente fantasie
– di chiunque possa (e voglia) permetterselo…
…Ma contro le mafie e la
spietatezzadi
certo capitalismo globalizzato, nessun provvedimento legislativo, né internazionale
né nazionale può davvero rappresentare la panacea. Non a caso troppo
spesso le leggi non sono applicate, specie per quel che riguarda la
perseguibilità degli sfruttatori, mentre le convenzioni internazionali contro
la tratta pure esistenti sono spesso vanificate dalla potentissima struttura
globalizzata dei mercati criminali di esseri umani a fronte della rigidità
delle burocrazie nazionali. “Sarebbe magnifico se un solido corpus giuridico
consentisse di farla finita con tanti secoli di oppressione e tante storie di
donne e bambine deprivate di se stesse, ma non c’è paese in cui si compiano
sforzi per crare autentiche condizioni di uguaglianza. In una cultura che si
regge su valori misogini e patriarcali il corpo femminile è visto come un
oggetto che può essere comprato, venduto, utilizzato e gettato via. Le donne
sono educate a sottomettersi a determinate regole, e gli uomini istruiti a
riprodurle senza metterle in discussione” – scrive la Cacho.
La vera, unica soluzioneè quindi lavorare anche dal basso
sulla cultura, sull’educazione alla sessualità e alla parità tra i generi,
sull’innalzamento delle condizioni di vita e l’aumento delle opportunità per le
donne, sulla riduzione delle sperequazioni tra nord e sud del mondo e tra
ricchi e poveri. Sulla corretta informazione, contro la banalizzazione e lo
sdoganamento della prostituzione, in modo che sia chiaro che la tratta di
persone non è un problema a sé, ma è parte costitutiva dell’industria globale
del sesso…