venerdì 5 marzo 2021

Repubblica Democratica del Congo, un posticino tranquillo


Repubblica Democratica del Congo senza pace: dalla Grande Guerra alle guerriglie del terrore - Antonella Sinopoli


Repubblica Democratica del Congo, un paese dove la parola pace è legata a una sigla, MONUSCO, la Missione delle Nazioni Unite che mira a portare stabilità in un’area dove invece regna il caos. Si tratta di una delle più lunghe missioni al mondo di questo genere, cominciata nel 1999 e ancora in corso. Perché la pace non c’è. Perché la pace qui non vuol dire molto. Forse non vuol dire nulla. Soprattutto in quel luogo lussureggiante e maledetto che è l’area orientale del paese. Quel luogo lussureggiante e maledetto dove lunedì scorso – ai bordi del parco Virunga - è stato ucciso l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio. E con lui il carabiniere e uomo di scorta, Vittorio Iacovacci e l’autista congolese, Mustapha Milambo.

Tentativo di rapimento andato male? Azione dimostrativa? Ancora non è chiaro. Quello che è chiaro è che in questa parte del mondo la violenza è sistematica. Sono oltre 130 i gruppi armati attivi nel Nord e Sud Kivu e nella provincia dell’Ituri. Una rete complessa che rende complicata anche l’analisi dei fattori che la caratterizzano e che a volte si intrecciano. Motivazioni politiche, di controllo del territorio e dei suoi beni preziosi, odi fratricidi e tribali, vecchie questioni perse nelle varie leadership. C’è una cosa che le varie sigle condividono, la voglia di distruzione. Distruzione dei luoghi – il parco del Virunga, i suoi gorilla e i ranger sono costantemente sotto attacco – distruzione della dignità delle persone. Basta rileggere il discorso di Denis Mukwege, il ginecologo vincitore del Nobel per la pace nel 2018: quelle storie di donne e bambini violentati e massacrati, per capire il grado di orrore e di barbarie che circola nell’aria, che può attendere ad ogni angolo, sostare dietro un semplice fruscio.

Ecco perché appare così assurdo – oggi a tragedia conclusa – che un ambasciatore e un convoglio dell’ONU potessero viaggiare in quell’area senza auto blindata, senza protezione e misure adeguate.

Attanasio e il suo staff avrebbero dovuto verificare un progetto del PAM (Programma alimentare mondiale) nel territorio di Rutshuru. Una missione umanitaria, in un contesto che da tempo sembra aver perso i limiti della ragione. Perché mentre sicurezza e pericoli sembrano essere stati sottovalutati da chi è lì per occuparsene, la violenza continua a crescere e così la paura.

Le popolazioni locali molte volte hanno denunciato l’incapacità dei caschi blu di essere nel posto giusto al momento giusto, l’incapacità di proteggerli, insomma. E a volte è andata anche peggio, quando sono stati gli stessi militari ONU a essere accusati di nefandezze e violenze sessuali, anche nei confronti di bambini. E poi accuse – rigettate dalle investigazioni interne – di fare affari con gruppi ribelli. Singoli casi certo, che trovano terreno fertile in una società compromessa e senza regole.

Ma cosa accadrebbe se gli oltre 18.000 caschi blu dall’oggi al domani lasciassero quelle zone? Quali altre strade prenderebbe quella che da molti osservatori è stata definita la “Grande Guerra dell’Africa”? Una guerra che ha fatto già sei milioni di vittime, uccise dalle violenze dei gruppi armati, ma anche da malattie e malnutrizione.

Le origini dei conflitti nella RDC risalgono al 1994 e al genocidio del Rwanda. Sì perché una delle caratteristiche del paese è quella di essere circondato da nazioni con forti crisi interne, per fermarci solo alla parte nord-orientale: Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Uganda, Burundi, Rwanda, appunto.

Quando le forze del Fronte patriottico ruandese guidato da Paul Kagame entrarono nel paese ponendo fine a un massacro durato quasi tre mesi, gli hutu genocidari si riversarono in massa oltre i confini. Pensavano che restare nel loro paese, dove avevano fino al giorno prima massacrato a colpi di bastoni e machete i propri vicini tutsi, li avrebbe condannati a morte.

Il Governo congolese non fu in grado da subito di contrastare quelli che - una volta in salvo nel paese confinante – avevano cominciato a costituire gruppi ribelli (e armati) che minacciavano stavolta la popolazione locale. Il più rilevante rimane l’FDLR, Forze democratiche di liberazione del Rwanda. Nel 1996 nella RDC scoppiò il primo grande conflitto (la prima Grande Guerra d’Africa), il secondo durò dal 1998 al 2003.

Nel frattempo, le forze in campo si sono moltiplicate, aggiungendo terrore a terrore. Tra i gruppi armati i più attivi e pericolosi rimangono il CODECO (Cooperativa per lo sviluppo del Congo), l’NDC-R (Nduma difesa del Congo, considerato un alleato non ufficiale dell’esercito congolese), gruppi burundesi ma anche l’ADF (Forze democratiche alleate) ugandese e di matrice jihadista.

Questo è un altro aspetto che ha aggiunto tensione nel paese e sconforto tra gli analisti che non sembrano intravedere una via d’uscita in questo marasma che vede intrecciati violenza e profitto. La Repubblica Democratica del Congo è infatti uno dei paesi più ricchi al mondo. Uno “scandalo geologico” come è stato definito. Nelle sue caverne, nei suoi anfratti si nascondono i minerali di più alto valore: rame, diamanti, oro, piombo, germanio, manganese, argento e il coltan, quel minerale indispensabile per realizzare condensatori per smartphone, laptot e altri dispositivi elettronici. Indispensabile sì, ma anche questo fonte di drammi per quegli schiavi, spesso bambini, che lavorano nelle miniere estrattive. Dietro tutto questo le multinazionali, ma sul fronte caldo uomini armati, spesso mediatori per quotazioni che poi si svolgono in lussuose stanze d’albergo.

Lo scandalo vero è che in questo enorme paese, con una superficie equivalente a quella dell’Europa occidentale, il 72% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Un dato che risale a prima della pandemia che, insieme con l’ebola (2.200 morti in due anni proprio nelle zone del Nord e Sud Kivu e Ituru) sta incidendo sulle condizioni già estremamente precarie di comunità lontane dalla vita politica di Kinshasa, ma al centro di fuochi incrociati delle varie milizie e delle forze governative (FARCD, Forze armate congolesi) che di tanto in tanto riportano qualche successo sul terreno.

Un altro dato può aiutare a capire le condizioni di vita di popolazioni così ai margini: solo il 23% delle famiglie che vivono nelle aree rurali ha accesso a fonti di acqua potabile, e solo il 20% ai servizi sanitari (dati World Bank). In questi contesti di emarginazione e di bisogno la violenza prospera.

Una sintesi accurata delle forze in campo, dei vari gruppi operanti sul terreno e delle forme di conflitto in quello che viene da molti definito come l’epitome di uno Stato al collasso, la fornisce l’UCDP, l’Università svedese di Uppsala, che “contabilizza” le vittime dei conflitti nel mondo. Per tornare all’attività jihadista su territorio congolese, secondo l’archivio di Uppsala sono 6.300 le vittime civili dell’ADF dal 1996, anno di inizio delle attività. Capo storico di questo gruppo era Jamil Mukulu, cattolico ugandese convertitosi all’Islam. Un altro tassello nella complessità della rete dei gruppi criminali operanti nel paese.

Tutto questo non si è placato con l’elezione di Félix Tshisekedi diventato presidente nel gennaio 2019 dopo 18 anni di Governo guidato dal padre-padrone Joseph Kabila. Ecco perché la visita del capo di Stato di qualche settimana fa a Goma, capitale del Nord Kivu, è stata accolta da decine di attivisti che a muso duro gli hanno chiesto di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Perché le cose, a dirla tutta, dall’elezione di Tshisekedi sono rimaste inalterate, anzi se possibile peggiorate, come dimostrano i dati del barometro della sicurezza del Kivu.

A questi dati va aggiunto un Rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nell’agosto 2020 secondo il quale sul territorio congolese il 43% delle violazioni dei diritti umani è stato commesso da agenti dello Stato. Nel mirino non solo vittime civili senza nessuna voce né autorità – quelle che tutti i giorni subiscono atrocità da una parte e dall’altra, atrocità spesso neanche documentate – ma attivisti, avvocati, giornalisti. La denuncia di Human Rights Watch è evidente. Da una serie di interviste condotte tra gennaio 2020 e gennaio 2021 sono emersi almeno 109 casi di arresti arbitrari. E non si contano le intimidazioni, le minacce, gli attacchi fisici. In molti di questi casi responsabile è l’Agenzia nazionale di intelligence. Ricordiamo che nel 2020 il World Press Freedom Index riportava la RDC tra i trenta peggiori paesi al mondo per violazioni dei diritti di informazione e di espressione.

Oggi la Repubblica Democratica del Congo conta 5.5 milioni di sfollati interni, quasi un milione di rifugiati sparsi in almeno 20 nazioni, una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, migliaia di civili uccisi (solo lo scorso anno almeno 2.000 nell’area orientale) migliaia di donne e bambini violentati. Venticinque anni di violenze.

A questo scenario infernale si aggiunge la dolorosa immagine di un ambasciatore e del carabiniere che lo scortava trascinati nella foresta, colpiti a sangue freddo e lasciati morire senza pietà. Intanto la rassegna stampa dei giornali locali, pubblicata su Radio Okapi, la Radio delle Nazioni Unite nata con la Missione MONUSCO, riporta lo shock e lo sconcerto della politica nazionale. Dal ministero dell’Interno il dito accusatorio è puntato sull’FDRL (il Fronte di Liberazione del Rwanda), che dal canto suo smentisce queste accuse e chiede l’apertura di un’inchiesta indipendente sull’accaduto. Ma ciò che colpisce è l’affermazione – riportata da un altro media locale - secondo la quale i servizi di sicurezza interni non sapevano della presenza del convoglio ONU, non potevano garantire nessuna misura specifica, né venire in aiuto del convoglio (ricordiamo che sono stati i guardiani del Virunga a intervenire e mettere in fuga gli assalitori). “Si tratta di una zona instabile, preda dell’attività di gruppi armati ribelli nazionali e stranieri”. Sembra che la resa dei conti tra lo Stato e le decine e decine di gruppi armati ribelli operanti nell’est del paese assomigli, di fatto, a una resa.

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Ambasciatori e droni italiani in Congo- Comidad

 

Una delle scadenze più significative della società “occidentale” è il cosiddetto “dibattito”, a cui ognuno a modo suo sente di dover partecipare; finché forse un giorno non gli si svela l’orribile segreto, e cioè che di quello che dice, o non dice, non gliene frega niente a nessuno. Il “dibattito” è infatti un rituale che ha una sua viziosa circolarità: sembra partire da determinate premesse, procedere e acquisire nuove posizioni, salvo poi ritrovarsi puntualmente di nuovo al punto di partenza. In “democrazia” il finto ascolto e la fittizia apertura alle critiche sono cerimoniali che servono a ribadire le gerarchie comunicative tra i “superiori” e gli “inferiori”. Attraverso un contorto sentiero dialettico, si arriva persino a denunciare le malefatte dei ricchi e dei potenti, per poi alla fine concludere che è sempre colpa dei poveri e dei deboli. Questo inesorabile paradigma comunicativo può essere verificato anche tutte le volte che si parla di Africa.

L’assassinio dell’ambasciatore italiano, del suo carabiniere di scorta e del suo autista nella Repubblica Democratica del Congo ha riportato all’evidenza il paradosso dell’ex Congo belga, uno dei Paesi più ricchi di materie prime al mondo, ma anche uno di quelli economicamente più poveri. Sulla rivista online dell’Aspen Institute italiano, fondata da Giuliano Amato, si trova un articolo che, in alcuni punti, risulta sorprendente, se si considera che l’Aspen è una filiazione del Dipartimento di Stato USA. Si delinea il percorso del saccheggio delle risorse minerarie del Congo Kinshasa, constatando le responsabilità di compagnie come Volkswagen, Apple, Microsoft e Huawei. Non si risparmiano i dettagli crudi, specialmente per ciò che riguarda l’estrazione della materia prima fondamentale per la tecnologia degli ultimi decenni: il cobalto. L’elenco dei crimini comprende lo sfruttamento della manodopera minorile, i numerosi incidenti sul lavoro e le morti bianche. (1)

Nell’articolo si osserva anche che il saccheggio è stato favorito dal Fondo Monetario Internazionale, il quale ha imposto per decenni al governo congolese di applicare una tassa di solo il 2% sul minerale estratto, una quota troppo piccola per favorire una redistribuzione del reddito alla popolazione. Ma ora che l’aliquota  della tassa è stata portata al 10%, la mancata redistribuzione andrebbe addebitata alla corruzione locale. Quindi, se le cose continuano ad andare male, è dovuto al fatto che i Congolesi sono corrotti. (1)

Che i Congolesi siano corrotti è indicato anche dal fatto che pare siano riusciti a corrompere persino l’integerrimo FMI. Per rientrare nelle grazie del FMI, il governo di Kinshasa ha dovuto infatti accordare un ricco contratto alla Baker McKenzie, la società privata di consulenza finanziaria in cui lavorava (guarda la combinazione) Christine Lagarde prima di andare a dirigere il FMI, ed ora la BCE. L’intreccio della gestione pubblica con gli affari privati se riguarda i poveri si chiama corruzione, ma se riguarda i ricchi si chiama “competenza”. Uno degli elementi ideologici più importanti delle attuali gerarchie imperialistiche è proprio l’etichetta di “corrotto” riservata ai Paesi inferiori. La superiorità in termini di potenza materiale si mistifica come gerarchia morale e antropologica: la super-razza dei “competenti” e la sotto-razza dei “corrotti”. (2)

Ora è diventato frequente  mettere in dubbio l’idea che i fallimenti economici dell’Africa siano colpa del colonialismo. Già l’uso della parola “colpa” risulta abbastanza subdolo, dato che spostando la questione sul piano morale, si può dimostrare qualsiasi cosa. La domanda seria sarebbe invece chiedersi se il colonialismo ci sia ancora. In effetti vige tuttora in Africa un dominio coloniale, mediato però da istituzioni sovranazionali ufficialmente “imparziali”. Non c’è solo il FMI, che è già di per sé un’agenzia ONU, ma anche la stessa ONU in prima persona, impegnata in operazioni di “peace keeping”, cioè di occupazione militare del territorio congolese. In questa opera di “pace”, le truppe ONU si servono di aerei droni “Falco”, prodotti dalla ex Finmeccanica, che ora si fa chiamare Leonardo. (3)

Il quotidiano “La Stampa” nel 2015 diede anche una rappresentazione entusiasticamente truculenta sull’uso di questi droni italiani in Congo, narrando di guerriglieri che, pur ammoniti, non si erano lasciati intimidire dalla sorveglianza h24 da parte dei droni “Falco”, pagando così un duro prezzo di sangue. In Congo quindi l’Italia non è solo presente con operazioni umanitarie, ma anche come fornitrice di armi per la repressione interna. (4)

Finmeccanica è organica ai servizi segreti italiani, e la commistione è evidenziata da un sistema di porta girevole, che ha visto avvicendarsi al vertice dell’azienda prima Gianni de Gennaro e poi l’ex direttore dell’AISE, Luciano Carta, tuttora in carica. Persino l’ex ministro Marco Minniti, anche lui proveniente dai servizi, è andato ad occupare una poltrona dirigenziale in una società del gruppo Finmeccanica. (5)

La porta girevole non è corruzione, è “competenza”. Non si tratta  di un comportamento esclusivamente italiano, poiché la osmosi tra aziende produttrici di armi (e non solo di armi) con i servizi segreti e con gli alti gradi militari, riguarda tutto il sistema internazionale.

Ora, possibile che Finmeccanica ed i servizi non si siano resi conto del pericolo a cui esponevano l’ambasciatore italiano? In effetti era logico pensare che il ruolo dell’Italia nella vendita di armi all’ONU, rendesse Luca Attanasio un bersaglio per ritorsioni, sia da parte della guerriglia, sia da parte di eventuali concorrenti nel business degli armamenti.

In questa vicenda le responsabilità di Finmeccanica e dei servizi segreti nostrani sono abbastanza evidenti. I media però preferiscono non toccare gli interessi del grande business e mettono invece sotto accusa il ministero degli Esteri ed il suo attuale occupante, lo zimbello di professione Luigi Di Maio, messo lì apposta per fare da parafulmine in situazioni del genere.

4 marzo 2021

1)  https://aspeniaonline.it/congo-miniere-di-cobalto-e-grandi-interessi-internazionali/

2)  https://zoom-eco.net/a-la-une/rdc-les-trois-evidences-du-partenariat-etat-congolais-baker-mckenzie/

3)  https://www.lastampa.it/esteri/2020/04/15/news/congo-dove-i-predoni-fanno-piu-paura-del-covid-tre-droni-italiani-a-supporto-delle-nazioni-unite-1.38720424

4)  https://www.lastampa.it/esteri/2015/07/17/news/i-droni-di-pace-italiani-che-danno-la-caccia-ai-miliziani-del-congo-1.35242728

 

(*) ripreso da http://www.comidad.org

 

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Marco Minniti approda a “Leonardo” - Salvatore Palidda

 

Come hanno segnalato alcuni quotidiani (https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/02/27/marco-minniti-si-dimette-da-deputato-del-pd-guidera-la-fondazione-di-leonardo/6115573/), l’ex-ministro degli interni Marco Minniti è approdato a capo della una nuova fondazione di Leonardo Med-Or. Il fatto va al di là della mera scelta di un ruolo sicuramente più redditizio e più promettente delle sue chances di carriera politica a breve scadenza. Forse la promozione di Cingolani da dirigente di Leonardo a ministro avrà anche suggerito a Minniti un percorso più conveniente che quello di aspettare tempi migliori nel gioco politico, visto che il PD sembra perdere colpi e lui sembra aver perduto possibilità di ascesa a ruoli più gratificanti di quello a cui era stato ridotto.

Questo approdo è significativo perché è non solo il compimento di un percorso politico ma anche la conferma di un processo che ha portato l’ex-sinistra italiana ad abbracciare la causa degli affari militari e di polizia. Va infatti ricordato che il percorso di Minniti è stato rilevante in quella che in altra occasione (http://effimera.org/appunti-epistemologia-della-conversione-liberista-della-sinistra-salvatore-palidda/) abbiamo chiamato la conversione liberista del PD nel campo degli affari militari e di polizia. Di fatto, si può dire che ha svolto un ruolo importante nel far diventare il PD il principale referente della lobby militare e di polizia, insieme a Luciano Violante, attuale presidente della Fondazione Leonardo (1), e a Massimo D’Alema (2), che hanno dato un contributo decisivo in questo campo. È anche grazie a loro che l’ex-capo della polizia Gianni De Gennaro, celebre per il suo operato in occasione delle violenze e torture durante i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001, è approdato prima a capo dei servizi segreti e poi a presidente di Finmeccanica (ora Leonardo). Ed è particolarmente significativo che nel 2009 Minniti abbia creato con l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga la Fondazione Icsa, dotata di un comitato scientifico composto da militari, agenti dei servizi segreti e alcuni accademici embedded (3). Va inoltre ricordato che Minniti si è distinto come il Ministro degli interni che di fatto, con i suoi decreti sicurezza, ha anticipato e spianato la strada a Salvini, riscuotendo non a caso una popolarità stupefacente nella platea dei militanti del partito della Meloni (4), ed è stato artefice del baratto con la banda libica per proteggere gli impianti e la produzione dell’Eni in nome anche dello stop all’emigrazione verso l’Italia che questa banda avrebbe garantito (5). Non solo, ma Minniti pare essere stato anche decisivo nel promuovere l’attività di vendita di armamenti italiani ben esposti nella fiera internazionale di Abu Dhabi (6) e nell’aver sponsorizzato l’ascesa dell’on. Pinotti a ministra della difesa.

Non sorprende quindi il suo approdo a presidente di Med-Or, la nuova fondazione che vuole fare da ponte «economico, industriale e culturale» tra l’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo, dell’area subsahariana, del Medio e Estremo Oriente. Oltre a Minniti alla guida della fondazione ci saranno rappresentanti del mondo dell’industria, dell’università e della ricerca (e sarà interessante sapere chi sono).

L’approdo di Minniti a Leonardo è in perfetta armonia con lo spirito liberista del governo Draghi: il futuro sta in una netta ibridazione fra pubblico e privato (a favore del secondo) e la più importante multinazionale italiana è Leonardo, che a modo suo copre tutto: dallo sviluppo della produzione di armamenti sempre più sofisticati alle nuove tecnologie fruibili anche in diversi campi, sino al cosiddetto greenwhashing (come del resto pretendono praticare l’Eni, l’Enel e altre grandi imprese). Con la Fondazione Med-Or, Leonardo (più che lo Stato italiano) vuole giocare un ruolo di punta fra Europa, Mediterraneo e Oriente, area da sempre sognata dalle ambizioni italiane, che, peraltro, probabilmente non avranno uno sviluppo in termini di autonomizzazione dall’alleato dominante (gli Stati Uniti) anche perché in questi campi la ricerca e la produzione italiane restano sempre subalterne a quelle statunitensi (notoriamente via joint-venture).

Oggi più che mai i gruppi dominanti e i loro personaggi sono proiettati nella transnazionalizzazione più che nella difesa coerente dell’interesse dello Stato di diritto democratico. Che si tratti di migranti destinati ad essere alla mercé di un’agenzia come Frontex, in sfacciata combutta (peraltro illecita) con i mercanti di armamenti e con la violazione dei diritti umani (7), o che si tratti di difendere le multinazionali “italiane”, i governi di centro-destra o di centro-sinistra e ora di “unità nazionale” non lesinano lo spreco di missioni e spese militari e di polizia che di fatto servono a difendere interessi privati (quali appunto quelli di Leonardo, Eni, Enel ecc.). Ed è difficile sperare in una maggiore trasparenza sull’operato dei servizi segreti e degli intermediari a volte criminali di cui le multinazionali italiane non hanno esitato a chiedere prestazioni, fatti quasi sempre finiti in scandali di effimera durata (8).

NOTE:

(1) https://fondazioneleonardo-cdm.com/it/fondazione/.
(2) È col Governo D’Alema che l’Italia ebbe un ruolo importante nella guerra contro la Serbia (vedi Il governo D’Alema nacque per rispettare gli impegni Nato di Carlo Scognamiglio Pasini, già ministro della Difesa: Il Corriere della Sera, 7 giugno 2001, ripreso da https://www.peacelink.it/storia/a/6575.html). Con tale Governo l’Arma dei Carabinieri fu promossa quarta forza armata, il che si è tradotto nel dare l’egemonia a questa forza rispetto alle altre forze di polizia e in un processo di ri-militarizzazione del comparto sicurezza.
(3) http://www.fondazioneicsa.info/2017/06/23/767/; www.fondazioneicsa.info/consiglio-scientifico/.
(4) https://www.youtube.com/watch?v=9uIt5GHO95A.
(5) Secondo alcune fonti Minniti avrebbe autorizzato agenti dei servizi segreti italiani a dare più di 10 milioni di dollari al capo dei trafficanti (anche di petrolio rubato all’Eni), Ahmed Dabbashi e al fratello, due noti criminali della banda chiamata «milizia 48». Dabbashi avrebbe incontrato gli agenti italiani nell’hôtel Gammarth di Tunisi:  https://www.corriere.it/video-articoli/2017/09/08/migranti-scafisti-cosa-accade-davvero-libia/979f2c26-94a3-11e7-add3-f41914f12640.shtml; https://www.mediapart.fr/journal/international/020917/migrants-en-libye-le-pacte-pourri-entre-rome-les-garde-cotes-et-les-trafiquants; https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/110917/la-sale-affaire-italo-libyenne-sur-le-dos-des-migrants.
(6) Si chiama Isex la fiera internazionale degli armamenti dove accorrono tutti i produttori e commercianti di armi fra cui gli italiani: ultima edizione il 21-25 febbraio 2021 (https://idexuae.ae/wp-content/uploads/2021/02/7.-IDEX-2021_Program-of-Event_Online-Version-2.pdf e https://idexuae.ae/exhibitor/exhibitor-list/). Alla 23ª edizione della fiera Intersec, su “Sicurezza, Cybersecurity, Safety & Fire protection”, a gennaio 2022, saranno presenti 1400 espositori e visitatori di 135 paesi.
(7) Come ha segnalato Le Monde il 5 febbraio 2021, il canale pubblico tedesco ZDF, con la collaborazione dell’ONG Corporate Europe Observatory (CEO), ha svolto un’indagine sui legami tra Frontex e l’industria della sorveglianza e degli armamenti. Decine di documenti dimostrano violazioni delle regole delle istituzioni europee sul lobbismo, una mancanza di trasparenza e una quasi totale assenza di preoccupazione per il rispetto dei diritti umani: https://www.osservatoriorepressione.info/frontex-agenzia-europea-della-guardia-delle-frontiere-associazione-mercenari-la-guerra-alle-migrazioni/.
(8) Fra altri vedi: https://www.africa-express.info/2020/09/12/eni-shell-scandalo-corruzione-pozzo-petrolifero-nigeria-chiede-109-miliardi/; https://www.ildubbio.news/2018/01/09/scandalo-finmeccanica-altro-flop-tutti-assolti/; https://espresso.repubblica.it/attualita/2018/04/06/news/eni-nuovo-scandalo-africano-ecco-chi-sono-gli-italiani-che-controllano-il-giacimento-in-congo-1.320382; https://www.limesonline.com/cartaceo/armi-droga-mafia-la-guerra-come-affare?prv=true; https://www.repubblica.it/esteri/2015/04/10/news/indagavano_su_un_traffico_d_armi_per_conto_della_cia_l_ultima_verita_su_ilaria_e_miran-111572631/; https://www.lastampa.it/cronaca/2019/03/20/news/a-25-anni-dall-omicidio-in-somalia-ilaria-e-miran-la-verita-che-nessuno-puo-scrivere-1.33689124; http://www.ilariaalpi.it.

 

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Non andartene docile in quella buona notte - Dylan Thomas


Non andartene docile in quella buona notte,
i vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
perché dalle loro parole non diramarono fulmini
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I probi, con l'ultima onda, gridando quanto splendide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
s'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
troppo tardi imparando d'averne afflitto il cammino,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
s'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.


(Poesie scelte: DYLAN THOMAS, Poesie (Torino, Einaudi 1965)


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giovedì 4 marzo 2021

LE MONDE: “DRAGHI DICE NO AI VACCINI PER I SANITARI AFRICANI”. PERCHÉ IL GOVERNO NON SMENTISCE ?

“Draghi dice no alla proposta di Francia e Germania di donare 13 milioni di vaccini Covid al personale sanitario africano” titola il quotidiano francese Le Monde del 27 febbraio. La proposta, sarebbe stata avanzata durante il recente summit europeo dalla stessa Commissione Ue con il sostegno del presidente francese Macron e della cancelliera tedesca Merkel. Anche altri Paesi come Belgio, Svezia, Paesi Bassi o Spagna si sarebbero detti in principio favorevoli, anche se avrebbero proposto di procedere alle donazioni una volta ottenute dosi sufficienti per vaccinare la loro popolazione.

Il presidente del consiglio italiano avrebbe invece bocciato in toto l’iniziativa. La notizia, se confermata, ci pare particolarmente grave per due ragioni. La prima riguarda ovviamente il merito di una posizione del tutto contraria non solo ai basilari principi di solidarietà verso i paesi più svantaggiati ma anche alla strategia di cooperazione globale promossa dall’OMS, unica via per contrastare efficacemente questa feroce pandemia. L’altro aspetto, non meno grave, e per certi aspetti più inquietante, è il silenzio pressoché totale dei maggiori mezzi di comunicazione italiani su una notizia così rilevante. Nessuna trasparenza, nessun dibattito su una linea politica che sembra aver sostituito in un assordante silenzio la logica del “siamo tutti sulla stessa barca” con quella del “mors tua, vita mea”.

MEDU ritiene assolutamente necessario che a questo punto il governo italiano chiarisca la sua posizione, auspicando una smentita (seppur tardiva) di quanto riportato da autorevoli testate internazionali.

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Manon Aubry parla chiaro

 

Libro cartaceo o ebook? - Umberto Eco


Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi (il prototipo è l'elenco telefonico, ma si arriva sino ai dizionari e alle enciclopedie) occupano molto posto in casa, son difficili da manovrare, e sono costosi. Essi potranno essere sostituiti da dischi multimediali, così si libererà spazio, in casa e nelle biblioteche pubbliche, per i libri da leggere (che vanno dalla Divina Commedia all'ultimo romanzo giallo).

I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Son fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell'intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancor letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale. Provate a leggervi tutta la Divina Commedia, anche solo un'ora al giorno, su un computer, e poi mi fate sapere.

Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi. Ma per tanto che i designer si diano da fare, modificando qualche particolare, l'essenza del coltello rimane sempre quella. Ci sono macchine che sostituiscono il martello, ma per certe cose sarà sempre necessario qualcosa che assomigli al primo martello mai apparso sulla crosta della terra. Potete inventare un sistema di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quella che è, due ruote, una sella, e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un'altra faccenda.

L'umanità è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso. La forma-libro è determinata dalla nostra anatomia.

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mercoledì 3 marzo 2021

piccola storia ignobile

 

L’eccellenza de’ noantri - Francesco Sylos Labini

 

Sette anni fa, sul sito lavoce.info si è svolto un acceso dibattito tra diversi economisti. Motivo del contendere niente di meno che la fondazione di un nuovo istituto di ricerca, anzi del primo istituto di ricerca finalmente eccellente, in mezzo alla supposta mediocrità nostrana. Alesina e Giavazzi suonarono la carica sostenendo che “riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento…” 

e che l’unico modo per garantire “…rigore, controlli ed incentivi…è muoversi all’esterno dell’università italiana di oggi. Vittorio Grilli ci sta provando con l’IIT: è per questo che cerchiamo di aiutarlo mentre tutti i conservatori lo criticano”. Vittorio Grilli, anche lui economista formatosi alla Bocconi ed in America, è dunque diventato Presidente del nuovo Istituto Italiano di Tecnologia(IIT) nel 2005, carica che ha conservato fino ad oggi, insieme a quella di direttore generale del tesoro al  Ministero dell’Economia da cui l’IIT dipende. L’IIT è stato dunque fondato con una struttura giuridica completamente diversa rispetto agli altri enti di ricerca italiana, così come diversa è la sua dote finanziaria: 100 milioni di euro all’anno dal 2005 al 2014, ovvero una spesa enorme visti gli attuali chiari di Luna. Infatti questa stessa cifra, 100 milioni di euro all’anno, è approssimativamente quanto viene speso, all’anno, per finanziare l’intera ricerca scientifica italiana con i progetti di rilevanza nazionale (PRIN) su tutto lo scibile umano. Come direttore scientifico è stato nominato, nel dicembre 2005, Roberto Cingolani già Direttore del Laboratorio Nazionale di Nanotecnologia (NNL) di Lecce.

Altri economisti hanno avuto delle posizioni meno massimaliste del duo Alesina-Giavazzi. Ad esempio, Jappelli e Pagano hanno proposto che i fondi assegnati per l’IIT fossero invece destinati all’università per assumere nuovi professori sotto il controllo di un comitato scientifico internazionale. Luigi Spaventa scrive: “Prendo nota piuttosto del leit motiv di Alesina e Giavazzi: l’università italiana è irredimibile e deve essere abbandonata al suo destino di squallore; qualsiasi intervento all’interno di essa sarebbe un vano spreco”.

L’effetto di questo dibattito è stato dunque quello di spianare la strada alla fondazione di un nuovo istituto nato con (Legge 326/2003) “lo scopo di promuovere lo sviluppo tecnologico del paese e l’alta formazione tecnologica, favorendo così lo sviluppo del sistema produttivo nazionale”. Belle intenzioni. Tuttavia in questa selva d’articoli non si trova mai una risposta alle seguenti domande:cosa dovrebbe fare il nuovo istituto? Quale ricerca, su quali temi, perché? Perché non c’è stata una selezione nazionale pubblica dei gruppi e delle tematiche di ricerca, in modo da scegliere i migliori? Da chi sono stati decisi i vertici dell’istituto e con quali motivazioni scientifiche? Ci si è concentrati piuttosto nel costituire un istituto di ricerca con un’architettura completamente diversa non solo da quella di altri enti italiani, ma anche della gran parte dei centri di ricerca del mondo compreso il glorioso Massachusetts Institute of Technology (MIT). Ad esempio non c’è l’ingombrante e polveroso personale permanente come invece succede nelle obsolete istituzioni come, appunto, il  MIT. Inoltre si è pensato bene di mettere nel consiglio di amministrazione lo stesso Alberto Alesina e vari rappresentanti del mondo confindustriale, mentre le risorse sono assicurate dallo Stato. Le industrie per il momento non hanno partecipato al suo finanziamento: una situazione piuttosto tipica per il nostro paese, di cui abbiamo già discusso in questo blog.

Che la situazione fosse e sia piuttosto nebulosa è testimoniato da diversi fatti. Ad esempio Marco Cattaneo, Direttore de “Le Scienze”, ha messo in luce vari aspetto poco chiari, dall’impatto scientifico, alla valutazione ed al finanziamento dell’IIT: “E perché lì e soltanto lì si vanno a investire montagne di fondi quando l’Università, il CNR, l’ENEA e tutti gli altri enti di ricerca sono al soffocamento. Perché l’IIT non deve sottostare alle regole di trasparenza e di valutazione che si brandiscono come mannaie all’indirizzo di tutti gli altri?”

In un recente articolo su l’Espresso viene denunciato che la maggior parte del finanziamento accumulato negli anni non è stato speso e che si è formato un bel tesoretto: per i comuni mortali i fondi di ricerca (nazionali ed internazionali) hanno una scadenza oltre la quale, se non sono stati spesi, devono essere restituiti. Ma per le “eccellenze” nostrane le regole sono ovviamente altre. Critiche pesanti sono poi giunte dalla prestigiosa rivista Science che ha recentemente dedicato un ampio articolo all’IIT nel quale vengono riportate le dichiarazioni di alcuni scienziati di prestigio che erano stati chiamati a progettare l’istituto e i cui suggerimenti sono stati completamente ignorati. La loro impressione era quella di essere stati usati come specchietto per le allodole, per coprire scelte arbitrarie. Nell’articolo si parla inoltre di un fantomatico rapporto, commissionato dal ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa, che indicava forti criticità nell’attività dell’IIT. Questo rapporto non è mai stato reso pubblico.

Per questo motivo poco tempo fa i deputati Bachelet, Tocci e Ghizzoni (PD) hanno fatto una interrogazione parlamentare per sapere “quando e con quale modalità si intenda rendere pubblico il rapporto indipendente commissionato nel 2007 dal Ministro dell’economia e delle finanze Tommaso Padoa Schioppa, affinché Parlamento e contribuenti possano autonomamente valutare se la prosecuzione e anzi l’aumento straordinario dei finanziamenti pubblici stabilito con il decreto-legge sia o meno congruo con il contenuto di quel rapporto, allora fresco di stampa“. Un punto chiave nelle discussioni sulla valutazione è che questa sia effettuata da persone competenti e realmente indipendenti. Nell’interrogazione si nota inoltre il conflitto d’interessi che coinvolge sia Grilli, come presidente dell’IIT e direttore generale del Tesoro che alloca le risorse all’IIT, che Cingolani, direttore scientifico IIT e fondatore del laboratorio NNL di Lecce che beneficia di collaborazioni con l’IIT. Ad esempio, quando Cingolani era contemporaneamente direttore scientifico dell’IIT e responsabile del CNR-INFM, l’IIT ha finanziato con 3.5 milioni di euro proprio il laboratorio CNR-INFM NNL di Lecce. Nulla di penalmente rilevante, ma chissà se nell’obsoleto MIT una gestione del genere sarebbe stata accettata senza problemi.

Il Governo non  risponde in maniera soddisfacente a questi appunti. In particolare si scrive che “Con riferimento ai risultati dell’attività svolta dal Comitato di Valutazione 2007, si fa presente  chenon risulta pervenuta copia del relativo rapporto né al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro, né all’istituto in questione”. Giovanni Bachelet, replicando “si dichiara totalmente insoddisfatto. Rileva come l’esistenza del rapporto commissionato nel 2007 dal Ministro pro tempore Padoa Schioppa in materia di valutazione dell’IIT sia stata confermata dagli estensori stessi del rapporto, da lui interpellati, nonché dallo stesso Professor Padoa Schioppa. … Quindi rileva che ci si trova in una situazione paradossale in cui gli estensori dichiarano di averlo consegnato e che solo il Governo ha l’autorità per divulgarlo mentre l’Esecutivo dichiara di non possederlo. Osserva che è difficile capire cosa significhi questa risposta cioè se essa voglia sottolineare che nella burocrazia si perdono documenti rilevanti oppure se si voglia operare una burla nei confronti del deputato interrogante.”

Sui risultati scientifici la situazione ancora non è affatto chiara. A prescindere dal rapporto perduto nei meandri della burocrazia (?) di  tanto in tanto leggiamo qualche articolo su qualche progetto targato IIT (ad esempio il robot I-CUB) in cui non si specifica quale sia il contributo reale ed originale effettivamente svolto dall’istituto (visto che il progetto del robot esisteva anche prima dell’IIT). L’IIT infatti, da qualche tempo, distribuisce una parte dei suoi ingenti fondi (tramite bandi pubblici – progetti SEED) per finanziare progetti universitari o di altri enti di ricerca italiani,  attraverso un processo di valutazione per nulla limpido (molti progetti non hanno ricevuto nessun tipo di giudizio). Ma non era tutta da buttare via la ricerca pubblica? Se alla fine l’IIT agisce come un’agenzia di finanziamento, non si poteva direttamente creare un’agenzia di finanziamento seria, basata su procedure di peer-review trasparenti, senza mischiare la produzione della ricerca con l’assegnazione dei finanziamenti? L’obsoleto MIT non ha un ruolo d’agenzia di finanziamento, che invece negli Stati Uniti è svolto dalla National Science Foundation.

Negli articoli sui quotidiani che decantano le attività dell’IIT ci sono spesso affermazioni inesattesoprattutto rispetto alla situazione di altri enti pubblici. Ad esempio si dichiara che nell’IIT il rapporto tra ricercatori e personale amministrativo è 8 a 2 mentre per il CNR è 1 a 1. Come replicato dal presidente del CNR Luciano Maiani, questa affermazione è falsa in quanto il personale amministrativo costituisce il 12% del totale ed il resto sono ricercatori e tecnologi (figure pertinenti alla ricerca, pari al 60% del totale) e tecnici (28%). Maiani nota anche che il CNR ottiene più del 30% del budget in aggiunta alla dotazione del ministero mentre l’IIT solo il 10%. Infine, nella classifica diScimago delle università e degli istituti di ricerca, che considera i dati per il periodo 2004-2008 (e dunque preliminari per l’IIT), troviamo che l’IIT ha una produzione molto limitata, per lo più incollaborazione esterna, di 216 documenti mentre il CNR ne ha 31,164. Paragonare un grande ente come il CNR all’IIT non ha comunque molto senso: e allora perché si continua a gettare discredito sul CNR per glorificare l’IIT? Forse per giustificare l’intera operazione dell’IIT? L’IIT ha il 10% del personale e solo il 4% delle pubblicazioni del CNR (dati 2009) e finanzia varie attività che proprio al CNR si svolgono. Questa situazione avvalora l’opinione comune che nell’IIT ci sianomolte risorse ma poche idee e che il CNR, sia pur con tutti i suoi limiti, sia molto più produttivo (anche pro capite) dell’IIT.

Insomma l’idea che non funziona è proprio quella di voler fare “il nuovo” a discapito del “vecchio”,  l’“eccellente” lasciando morire tutto il resto. L’obsoleto MIT esiste perché è inserito in un sistema universitario e di ricerca molto articolato e ben strutturato. Non ci si venga comunque a raccontare la favola sul MIT italiano fatto di “rigore, controlli ed incentivi” perché, come anche spesso accade, si unisce al danno la beffa soprattutto verso i tanti che lavorano nelle università e nei centri di ricerca pubblici e che sono stimati e rispettati nel mondo. Comunque è il caso di dirlo e ribadirlo:viva la libertà, viva la California!

(Pubblicato sul Il Fatto Quotidiano online)

da qui

 

Indovina, indovinello, chi ha modificato la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia? - José De Falco

 

No non è stato iCub™ , il robot IIT con la faccia di bambino, a modificare – un po’ maliziosamente – la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia. Ma se lo avete pensato non siete troppo lontani dalla verità. Abbiamo ricevuto una lettera da José De Falco, Capo segreteria della Sen.ce e prof.ssa Elena Cattaneo, il quale ricostruisce nel dettaglio una singolare vicenda, relativa ad alcuni cambiamenti “chirurgici” operati da una certa “Rosetta95” sulla voce enciclopedica della Senatrice a vita. Con un po’ di pazienza, è possibile risalire all’identità di “Rosetta95”, un profilo che, dalla data della sua creazione, ha lavorato solo su due voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto Cingolani”, Direttore scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016, con nove interventi di corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul lemma “Elena Cattaneo”. Ebbene, De Falco ha scoperto che l’utente Rosetta95 non è altri che  …

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

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Mai gli uffici della Prof.ssa e Sen.ce Elena Cattaneo erano intervenuti sulla voce enciclopedica a lei riferita. Si è sempre ritenuto che la “comunità wikipediana” fosse libera di selezionare le informazioni enciclopediche da iscrivervi. Solo a seguito di segnalazioni di colleghi della Prof.ssa si è posta l’attenzione su alcune modifiche proposte da un singolo utente, “Rosetta95”, che – sebbene in via dissimulata – sono tese a screditare la reputazione della stessa tanto in riferimento alla sua attività scientifica e professionale quanto a quella svolta come Senatrice a vita. Si è, infatti, osservata una certa attività di “cherry picking“, apparentemente volta a riportare quanto potesse mettere in cattiva luce la persona descritta nella voce.

L’utente “Rosetta95” interviene sul profilo Wikipedia della Prof.ssa ad esempio per riportare la chiusura di una spin off biotech universitaria da lei fondata nel 2004 [in realtà fu nel 2006, NdA], grazie a “un cospicuo finanziamento seed da parte di Finlombarda (finanziaria della regione Lombardia), a cui seguirono finanziamenti di venture capital”, indicando poi che “la società fu messa in liquidazione nel 2008 senza aver scoperto nulla di innovativo”. Una descrizione che si connota come innegabilmente negativa e che peraltro tace sul tasso di fallimento fisiologico delle start up pari a 9  su 10.

Di tutta l’attività parlamentare svolta dalla Sen.ce Cattaneo nei soli quattro anni dalla sua nomina, l’utente “Rosetta95” cita la sola promozione del Progetto Genomi, premurandosi di chiarire che il bando è andato deserto (*).

Analogamente, nell’intervenire sul profilo Wikipedia della Sen.ce e Prof.ssa Cattaneo, l’utente “Rosetta95” ricorda la circostanza che la Sen.ce “si è fatta promotrice di una campagna contro il progetto scientifico del Governo Renzi Human Technopole”, senza dare conto né della messe di documenti  portati a corredo della critiche, né delle altre voci autorevoli che si sono aggiunte al dibattito, né, infine – aspetto più qualificante -, che l’insieme di quelle motivate critiche espresse nell’interesse del Paese e della ricerca italiana sia stato meritevole di attenzione da parte dello stesso Governo Renzi, il quale nel settembre 2016, con il decreto ministeriale di attuazione, imponeva un drastico cambio nella gestione dell’intera operazione.

Infine, per quanto riguarda l’attività di ricerca della Prof.ssa Cattaneo e del suo laboratorio alla Statale di Milano, dedicata allo studio di una tragica malattia neurodegenerativa, la Corea di Huntington, l’utente “Rosetta95” interviene per segnalare inspiegabilmente e unicamente che la Prof.ssa “nel 2015 si è aggiudicata un PRIN pari a 334.500,00 euro” senza nemmeno riconoscere che tale assegnazione, come tipicamente avviene nei bandi PRIN, si riferisce all’intero progetto coordinato dalla Prof.ssa Cattaneo, che coinvolge altri quattro partner, a loro volta destinatari di una quota di quella cifra totale prevista per lo svolgimento delle attività sperimentali. Ancora di più colpisce che, nel volersi apparentemente diffondere sui progetti competitivi vinti dalla prof.ssa Cattaneo, l’utente “Rosetta95” scelga di citare unicamente l’assegnazione di tale bando PRIN 2015, e taccia sugli altri finanziamenti competitivi, ben più noti e complessi oltre che economicamente più rilevanti, vinti dalla Prof.ssa per progetti da lei proposti ad esempio alla Commissione Europea o a enti americani e che la vedono vincitrice e coordinatrice del progetto europeo Neurostemcell (anni 2008-2013: 12 milioni di Euro, 14 partner europei e uno americano); del progetto Neurostemcellrepair (anni 2013-2017: 6 milioni di Euro, 13 partner europei); oltre che dei progetti europei o americani di cui è partner quali Neuromics, CircProt, CHDI, NeuroNE, EStools, Stem-HD, Model PolyQ per citarne alcuni tra le decine vinti in modo competitivo.

È evidente come, pur essendo ciascun micro-aspetto ricapitolato “sostanzialmente vero”, l’effetto di “attenta selezione” dell’assemblaggio delle informazioni, combinato alla loro incompletezza, mette in cattiva luce il profilo della personalità descritta dal lemma enciclopedico.

MA CHI È “ROSETTA95”?

Dando uno sguardo alle attività del profilo “Rosetta95” su Wikipedia si ricavano alcune informazioni. Infatti, andando sulla pagina dei contributi [https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:Contributi/Rosetta95], appare evidente come il profilo, dalla data della sua creazione, abbia lavorato solo su due voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto Cingolani”, Direttore scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016, con nove interventi di corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul lemma “Elena Cattaneo”.

 

La circostanza (difficilmente ascrivibile al caso, considerate le critiche formulate dalla Prof. Cattaneo in merito alle modalità operative dell’IIT) ha indotto questo ufficio a compiere un ulteriore approfondimento sull’identità dell’utente “Rosetta95”. È Wikipedia stessa ad offrire un chiarimento al riguardo. A questo link di benvenuto dell’utente [https://it.wikipedia.org/wiki/Discussioni_utente:Rosetta95], si apprende che “Rosetta95” è la dott.ssa Valentina Polini, Research Support Administrative Senior – Media Relations and Digital Communication dell’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT), ufficio operativo sotto la direzione del dott. Stefano Amoroso.

 

Peraltro, lo stesso Dott.  Amoroso, lo scorso 5 settembre 2017, nell’ambito di un post pubblico su Facebook di commento a un articolo della Sen.ce Cattaneo [https://www.facebook.com/stefano.amoroso.50/posts/1536818233044922]  in cui afferma che “la Sen.ce Cattaneo utilizza il proprio ruolo istituzionale per screditare l’operato di IIT, Istituto Italiano di Tecnologia agli occhi dell’opinione pubblica …” , risponde al commento di un’utente scrivendo “Da Wikipedia: …” e quindi copia-incollando lo stralcio della voce enciclopedica di Wikipedia della Sen.ce Cattaneo modificata come sopra indicato dalla sua collaboratrice Valentina Polini/Rosetta95, quale “summa” di tutti i limiti e fallimenti (eventuali) della Prof.ssa.

 

Sembra quindi chiarirsi il contesto e le finalità di tali modifiche testuali alla voce enciclopedica della Prof.ssa Cattaneo. Tra le tre e le quattro del giovedì pomeriggio del primo dicembre 2016, una dipendente dell’Istituto italiano di tecnologia, ente di diritto privato largamente finanziato con risorse pubbliche, si presume dal posto di lavoro e non si sa se nell’ambito di attività concordate con l’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne da cui dipende, si attiva per “integrare” con una selezione di informazioni “fior da fiore” la voce Wikipedia di una studiosa che – evidentemente – ha il torto di aver pubblicamente criticato, circostanziandole, attività e performance del suo datore di lavoro. Critiche sempre pubbliche e sempre motivate, raccolte a seguito di oltre un anno di analisi di fatti e numeri non visibili o difficilmente rintracciabili, a cui si aggiunge una messe di segnalazioni parlamentari accumulatesi negli anni e provenienti da più parti del Parlamento circa l’operatività dell’ente in questione, nonché formalizzate dalla Prof.ssa anche in sede istituzionale in un primo “Documento di studio relativo al progetto Human Technopole” depositato agli atti della seduta del Senato della Repubblica del 4 maggio 2016 e con alcuni punti sinteticamente riassunti in articoli pubblicati sulla stampa (Sole24Ore, 15 maggio 2016; Secolo XIX, 2 e 13 giugno 2017).

Wikipedia fornisce ulteriori indicazioni circa quanto rilevato: dato che l’attività della dott.ssa Polini -pur sotto lo pseudonimo di “Rosetta95”-  è, osservate le circostanze, da ritenersi di natura professionale, e considerato che nel suo profilo manca ogni dichiarazione di conflitto d’interesse (come sarebbe invece richiesto dalle stringenti policy di Wikipedia per la contribuzione su commissione[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Avvertenze_sulla_contribuzione_su_commissione#Cosa_fare_se_ti_viene_richiesto_di_modificare_Wikipedia_su_commissione]), essa è da ritenersi eseguita in violazione delle regole che fanno di questo strumento conoscitivo un luogo libero e partecipato di condivisione del sapere.

 

Questo Ufficio tutto quanto osservato e d’intesa con la Sen.ce Cattaneo che ha letto e condivide quanto scritto in ogni sua parte, nel rigoroso rispetto delle regole di condotta adottate da Wikipedia sulla contribuzione su commissione, si è attivato perché fossero eliminate, riformulate o integrate le aggiunte analiticamente segnalate alla Wikimedia Foundation, auspicando – ove sia tecnicamente possibile – che sia “censurata” la condotta realizzata dall’utente Rosetta95/dott.ssa Valentina Polini verosimilmente “per conto” dell’Istituto italiano di tecnologia, evidentemente tendente a contrastare, attraverso il tentativo di offuscarne la reputazione personale, quanto dimostrato pubblicamente dalla Prof.ssa e Sen.ce Cattaneo , sulla stampa e in sede parlamentare, in merito alle performance di produttività scientifica, alla trasparenza, alla governance e all’accountability dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

José De Falco

Capo Segreteria Sen.ce Elena Cattaneo

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(*) Trattasi di un progetto di genomica clinica facente capo al Ministero della Salute, cui la Prof.ssa e Sen.ce, con il sostegno di altri membri del Parlamento, ha dedicato tempo e impegno in un momento di minimo interesse politico per il settore ricerca, affinché il Paese si dotasse di un proprio Progetto Genomi a carattere nazionale che coinvolgesse specialisti e coorti cliniche di tutta Italia, da identificare per via competitiva da una commissione di studiosi esperti, con l’obiettivo di consentire ai centri italiani di strutturarsi in modo integrato per confrontarsi con analoghe (e ben più sostenute) iniziative in altri paesi (La Repubblica, 30 novembre 2015; La Repubblica, 15 dicembre 2015). La legge di Stabilità 2016, che stabiliva la disponibilità di 15 milioni di euro per il Progetto Genomi-Italia, poneva anche il vincolo dell’identificazione, nel giro di soli sei mesi, di almeno un ente co-finanziatore disposto a partecipare al Progetto con una quota non inferiore alle risorse destinate annualmente dallo Stato. Nonostante le manifestazioni pubbliche da parte di enti interessati a co-finanziare (La Repubblica, 4 dicembre 2017), nessuna partnership giunse a concretizzazione, presumibilmente per motivi legati alle obbligazioni di legge o per le tempistiche ristrette di un bando per l’identificazione del co-finanziatore aperto dal Ministero della Salute e chiuso nel giro di 10 giorni. Come previsto dalla legge, il Progetto si è chiuso per assenza di un co-finanziatore (Relazione conclusiva della Commissione, Ministero della Salute). Il Milleproroghe 2017 ha impiegato l’importo originariamente stanziato dal Parlamento per il Progetto Genomi-Italia per la stabilizzazione dei precari dell’Istituto Superiore di Sanità.

da qui

Luci e ombre del reddito di cittadinanza - Pio Russo Krauss

 

Molti credono che i poveri sono quelli che non hanno un lavoro. Ma le cose non stanno così. In Italia il 10% degli operai e l’1% degli impiegati è “in povertà assoluta” (cioè guadagna così poco da non riuscire a soddisfare i suoi bisogni primari: meno di 603 euro al mese per una persona di 18-59 anni che abita a Napoli, meno di 566 euro se abita in un piccolo comune, meno di 980 euro per una coppia di napoletani con un bimbo piccolo [1]). Il 12% di tutti i lavoratori è a rischio povertà [2].


Le persone in povertà assoluta sono 4,6 milioni (di cui 1,4 milioni minorenni) e si trovano soprattutto al Sud: l’8,5% delle famiglie del Meridione si trova in questa situazione, al Nord è il 6% e al Centro il 4,5% [1].

Un altro indicatore di quanto sia diffusa la precarietà economica è il numero di persone che non hanno alcun euro da parte o una quantità davvero misera: in Italia 10 milioni di persone hanno meno di 400 euro di “risparmi”.

Questi dati si riferiscono al 2019, prima della crisi economica determinata dal covid, e dipingono un quadro drammatico. Eppure nel 2019 la situazione è migliorata: dopo quasi 10 anni la povertà per la prima volta diminuisce e in maniera molto significativa. Infatti le persone a rischio di povertà sono diminuite di un milione, quelle in povertà assoluta di circa mezzo milione e chi rimane povero lo è un poco meno [1].

La causa principale di tale miglioramento è l’istituzione del cosiddetto reddito di cittadinanza (in realtà un sostegno al reddito per persone povere o a rischio di povertà). Probabilmente non è l’unica causa (come qualche giornale e qualche politico ha detto). Ciò è vero soprattutto per la riduzione del numero delle persone a rischio di povertà, perché in tutta la UE c’è stata una diminuzione di tale categoria, anche se da noi è stata doppia (-1,7% contro -0,8% della UE [3]).

La povertà è un fenomeno complesso e per giudicare i provvedimenti per contrastarla bisogna cercare di non avere preconcetti, conoscere bene le caratteristiche del provvedimento e cercare verificare tutti gli effetti. Qui cercheremo di analizzare il reddito di cittadinanza (RdC)

Il reddito di cittadinanza si propone tre obiettivi: 1) sostenere economicamente chi è povero; 2) far lavorare i poveri che possono lavorare; 3) recuperare socialmente quelli che non possono lavorare.

Esso è condizionato a determinati requisiti e obblighi. Tra i requisiti: essere cittadino italiano o straniero regolare risiedente in Italia da almeno 10 anni; avere un reddito complessivo ISEE inferiore a 9.360 euro annui (se si è in casa in affitto); non avere depositi bancari/postali superiori a determinate cifre; non avere proprietà immobiliari del valore superiore a 30.000 euro (esclusa la casa dove si abita); non possedere veicoli superiori a un determinato valore ecc.

Per quanto riguarda gli obblighi essi variano a seconda se si viene giudicati idonei a lavorare o bisognosi di un reinserimento sociale. Nel primo caso si è obbligati a svolgere corsi di qualificazione, accettare il lavoro offerto, prestare tra 8 e 16 ore settimanali di lavori socialmente utili organizzati dal Comune ecc. Nel secondo caso a partecipare a un patto personalizzato per l’inclusione sociale, che può prevedere obblighi quali: sottostare a determinate cure (psichiatriche, di disassuefazione da dipendenze ecc.), mandare i figli a scuola ogni giorno, partecipare a colloqui o corsi, accettare l’aiuto di operatori sociali ecc.

L’assegno economico che si riceve varia in base al reddito, al numero di componenti della famiglia, alla presenza di persone disabili ecc. e può andare da 40 euro a oltre i 1.000 euro al mese (per 200mila percettori è inferiore a 200 euro, per 60mila superiore a mille euro, la media è 253 euro per i pensionati e 573 euro per chi non lo è [4]).

Come ogni intervento esso è esposto a due tipi di “errore”: 1) non raggiungere le persone che si prefiggeva di aiutare; 2) reclutare persone che non si voleva aiutare. Dall’analisi dei vari tipi di sostegno al reddito attuati nella UE si sa che circa il 20% dei soggetti bisognosi del sostegno non lo riceve [5]. I motivi possono essere vari: mancata conoscenza di questa opportunità, convinzione che non si è capaci di presentare la domanda, sfiducia, difficoltà di poter fornire i dati richiesti, timore di perdere condizioni che non si vuole perdere (lavoro a nero, altri sussidi), indisponibilità a sottostare agli obblighi richiesti, vergogna a svelarsi come povero, criteri troppo stringenti ecc.

L’altro tipo di “errore” può avere due ordini di cause: la difficoltà di individuare efficaci criteri (e buoni strumenti per certificane il possesso) e i comportamenti illegali (evasione fiscale, lavoro nero, dichiarazioni false, documentazione contraffatta ecc.). In genere più si cerca di evitare uno dei due errori e più aumenta la probabilità di cadere nell’altro. Secondo alcuni autorevoli esperti [5, 6] il reddito di cittadinanza cade soprattutto nell’errore di primo tipo (non riesce a raggiungere il 30% di quelli che ne avrebbero realmente bisogno [5]). Non c’è molto da stupirsi: questa misura di sostegno ai poveri è stata molto avversata e con argomentazioni che facevano riferimento solo al secondo tipo di “errore”: “Soldi ai nullafacenti”, “Così si invoglia la gente a starsene seduta sul divano”, “Lo Stato aiuta i disonesti e non si interessa dei lavoratori”, “No all’assistenzialismo” ecc. Per alcuni opinion leader la possibilità di percettori impropri era un motivo sufficiente per non introdurre una tale misura (come a dire che poiché alcuni non pagano il biglietto sui mezzi pubblici si può anche abolire il servizio). Così sono stati aumentati criteri e obblighi per accedere al sussidio: forse abbiamo avuto meno non aventi diritto che l’hanno percepito, ma abbiamo sicuramente avuto più aventi diritto che non lo hanno avuto. Ci si dovrebbe chiedere se ne è valsa la pena. Soprattutto in considerazione del fatto che i non aventi diritto che ricevono il sussidio sono comunque persone con basso reddito anche se non povere (è difficile che un ricco o un benestante acceda al RdC, ma proprio per questo riceve enorme attenzione dai media). Certo bisogna impedire tali comportamenti delittuosi, ma il problema lo si deve affrontare con attività investigativa (controlli incrociati) e con la certezza della pena. Quanti siano i percettori illeciti del reddito di cittadinanza è impossibile saperlo. Nel 2019 sono state denunciate alla magistratura 709 persone e, spesso, grazie a questi controlli, sono state scoperte aziende in nero. Sarebbe bene che la lotta al lavoro nero fosse molto più incisiva, perché in tal modo diminuirebbe l’evasione fiscale, lo sfruttamento dei lavoratori, l’inquinamento ambientale e anche il fenomeno dei finti “privi di reddito” che percepiscono sussidi.

Malgrado i limiti sopra esposti possiamo dire che il primo obiettivo (sostenere i poveri e le persone a rischio di povertà) è stato abbastanza raggiunto.

Esaminiamo ora il secondo obiettivo (far lavorare i poveri che possono lavorare). Il 55% dei percettori del reddito di cittadinanza non è, al momento, idoneo al lavoro (perché pensionato, malato, responsabile della cura di un minore o di un disabile, disoccupato da troppo tempo ecc.). Il restante 45% (1.369.000 persone) ha sottoscritto il patto per il lavoro ma solo 352mila persone, cioè il 26%, hanno avuto almeno un rapporto di lavoro (il 65% a tempo determinato, il 15,5% a tempo indeterminato) [4]. Tale magro risultato è solo in parte ascrivibile al ritardo col quale sono entrati in servizio i cosiddetti “navigator”. Due sono i motivi principali: 1) l’offerta di lavoro è scarsa; 2) le persone povere, anche se teoricamente adatte a lavorare, non sono quelle che il mercato del lavoro oggi cerca (per esempio il 70% ha solo un titolo di studio inferiore, mentre oggi si vuole personale qualificato [5]).

Pensare che i corsi di formazione e i centri per l’impiego avrebbero potuto risolvere la questione era ingenuo e velleitario. Ancora più fuori dalla realtà è pensare che servano le minacce (togliere il sussidio) o costringere i datori di lavoro a prendere personale non qualificato o non idoneo (si pensi alle proposte della Lega e di Fratelli d’Italia di utilizzare i percettori del reddito di cittadinanza per svolgere i lavori agricoli). Proposte demagogiche che però fanno presa su chi non conosce le situazioni.

Il secondo obiettivo, quindi, in parte è fallito, ma è fallito perché era velleitario. La disoccupazione la si combatte con la politica economica, industriale, del lavoro, agricola, turistica, sanitaria, educativa, con la velocizzazione della giustizia civile ecc. molto più che con una misura come il reddito di cittadinanza.

Per quanto riguarda il terzo obiettivo (il recupero sociale di soggetti problematici) a oggi non vi sono dati sufficienti per dare un giudizio.

Un’altra accusa che è stata fatta al reddito di cittadinanza è di favorire “l’indolenza e la pigrizia” dei poveri (come se la povertà fosse una colpa dei poveri e non un’ingiustizia sociale). In realtà le ricerche effettuate in altri Paesi UE evidenziano che tale fenomeno è del tutto marginale e ciò, molto probabilmente, vale anche per il reddito di cittadinanza, perché utilizza accorgimenti, quale la riduzione scalare dell’assegno in base al numero dei componenti il nucleo familiare, che hanno proprio questo fine [7]).

Un’altra critica che viene mossa è che pochissimi percettori del reddito hanno svolto le 8-16 ore settimanali di lavori socialmente utili, ed è vero (sono solo 7.000 persone). Bisogna però considerare che il decreto attuativo è stato varato a ottobre 2019, dopo il quale i Comuni hanno potuto attivarsi (deliberare i progetti di lavoro ecc.), ma da marzo a luglio a causa del covid si è fermato tutto e quando si è ripartiti c’erano tutte le difficoltà legate alla pandemia. In realtà è molto più complicato di quel che si pensa impiegare i percettori di reddito in lavori socialmente utili. Come ha detto il responsabile per il welfare dell’ANCI: “È un problema di risorse umane e finanziarie. Risorse che i Comuni non hanno. Dietro ai Puc (i lavori socialmente utili, ndr) c’è un gran lavoro: programmazione, raccordi con i nuclei familiari, i Centri per l’impiego e il Terzo settore, predisposizione di bandi, stipula di convenzioni e assicurazioni, formazione, tutoraggio, acquisto dei dispositivi di protezione, predisposizione di schede e via di seguito. Un insieme di attività che richiede personale e fondi, spesso sottratti ad altri compiti” [8]. Tutto ciò scoraggia molti Comuni dal servirsi di questa opportunità.

Una critica che noi facciamo al RdC è la scarsa considerazione per gli stranieri in povertà. Concedere il sussidio solo agli stranieri che da almeno 10 anni risiedono legalmente in Italia è, a nostro giudizio, una scelta ingiusta e sbagliata. Questi lavoratori hanno pagato per 3, 5, 7, 9 anni contributi pensionistici e tasse e a moltissimi di loro l’INPS non verserà mai la pensione (perché avranno lasciato il nostro Paese o perché non avranno raggiunto il minimo): se ora una parte di loro è povera, perché non aiutarla? L’integrazione degli stranieri non passa anche dal venire incontro ai loro bisogni e dal farli sentire parte della nostra società? Meno disuguaglianze non significa anche meno tensioni e conflitti?

Purtroppo per vari esponenti politici e opinion leader dare soldi agli stranieri è una bestemmia e darli ai poveri quasi. Il reddito di cittadinanza è costato 3,8 miliardi nel 2019 e poco meno di 6 miliardi nel 2020 e c’è stato un coro di voci di protesta, come se per colpa di questa manovra l’Italia andasse in bancarotta. L’abolizione dell’IMU costa 4 miliardi all’anno, il superbonus al 110% 10 miliardi (che per il 35% andranno a famiglie ad alto reddito [9]), eppure sono pochissime le voci contrarie a tali provvedimenti. Forse perché i beneficiari non sono i poveri (la maggioranza dei poveri abita in case in affitto e un centinaio di migliaia abita per strada)? Lo Stato regala 8.000 euro a chi compra un’auto elettrica (prezzo da 26.000 a 116.000 euro), 4.500 a chi compra un’auto ibrida (prezzo da 30.000 a 182.000 euro), 260 milioni alle aziende delle acque minerali, 1.316 milioni alle proprietarie di centrali elettriche a combustibili fossili (i principali responsabili del cambiamento climatico) eppure solo qualche associazione ambientalista protesta [10]. Si sono fatti innumerevoli regali ai ricchi (abolizione dell’IVA sui beni di lusso, riduzione delle aliquote IRPEF per i redditi alti, diminuzione delle tasse di successione ecc.) e solo pochi hanno protestato. Insomma in Italia ci si indigna solo quando sono i poveri a essere aiutati. Forse anche perché la maggioranza dei poveri è al Sud e il Sud deve sempre avere meno finanziamenti del Nord e del Centro.

.Da: ki.noblogs.org

Fonte: Associazione Marco Mascagna.

Note: 1) Istat: Report povertà 2019; 2) Per l’Istat le persone “a rischio di povertà” sono quelle che vivono in famiglie con un reddito equivalente inferiore al 60 per cento del reddito equivalente mediano, per una famiglia composta da una sola persona significa guadagnare meno di 1100 euro lorde al mese; 3) Eurostat 2020; 4) INPS: www.inps.it/nuovoportaleinps...; 5) www.eticaeconomia.it/le-crit...; 6) ci riferiamo alle analisi degli economisti Maurizio Franzini e Michele Raitano (docenti alla Sapienza) e Elena Granaglia (doc. a Roma Tre); 7) www.eticaeconomia.it/le-crit...; 8) VITA: reddito di cittadinanza e progetti utili alla collettività; 9) Lo dichiara un documento del Governo Italiano che stima che solo il 10% dei fondi del superbonus avvantaggeranno le persone di basso reddito, mentre per il 35% quelle ad alto reddito. Si veda: Bloomberg: Climate Adaptation Italy Bets on a Low-Tech Plan to Green the Economy and Save Jobs, 29 dicembre 2020; 10) Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili e ambientalmente dannosi, 2020

 

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