mercoledì 5 maggio 2021

Come uscire dalla crisi? Assumere nella pubblica amministrazione


Il totale turn-over nella pubblica amministrazione, assumendo un giovane per ogni dipendente che va in pensione è senz’altro necessario, ma è lungi dall’essere sufficiente. Se si vuole attuare una seria riforma della Pubblica Amministrazione è necessario che l’organico aumenti, e di molto. I nostri studi suggeriscono che un aumento di circa un milione di unità è ragionevole e può essere finanziato agevolmente. Non c’è qui lo spazio per riportare tutti i dati, gli argomenti e le elaborazioni che suffragano questa proposta (già in parte illustrata su queste pagine: https://volerelaluna.it/economie/2018/03/15/una-proposta-per-affrontare-la-crisi-assumere-un-milione-di-addetti-nella-pubblica-amministrazione/); il lettore interessato potrà scaricare un documento più ampio dal sito www.centrostudiargo.it.

Un piano straordinario di assunzioni è necessario in quanto gli occupati nel settore pubblico in Italia sono eccezionalmente pochi se confrontati ai paesi coi quali amiamo confrontarci, come la Francia, la Germania e il Regno Unito; in effetti sono assai più vicini al dato di paesi con cui non amiamo confrontarci, come la Grecia. Consideriamo gli addetti totali, pubblici e privati, nell’insieme dei settori tipicamente pubblici, in cui cioè è prevalente l’occupazione pubblica: la pubblica amministrazione stessa, la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale e la fornitura di gas, acqua ed elettricità. Questi dati sono più significativi di quelli relativi al settore pubblico in senso stretto (che comunque compaiono nel documento citato e danno le stesse indicazioni) in quanto non sono influenzati dai diversi livelli di esternalizzazione. Nel Regno Unito ci sono 155 addetti ogni 1.000 abitanti, in Germania 147, in Francia 134, in Grecia 90 e in Italia 84. Questi dati possono essere letti in modo più drammatico osservando che i tassi di disoccupazione di Francia, Regno Unito e Germania sarebbero molto più alti di quello italiano (che oggi – o meglio, ieri, prima del Covid – è del 10,3%, il più alto fra i quattro) se il rapporto fra numero di abitanti e numero di addetti ai settori tipicamente pubblici fosse lo stesso dell’Italia: il tasso di disoccupazione della Francia passerebbe dall’8,7% al 20,4%, quello del Regno Unito dal 4,8% al 19,1% e quello della Germania dal 3,3% al 15,8%. Il discorso non cambia se si fa riferimento agli addetti amministrativi in senso stretto, quelli troppo spesso ritenuti “travet” poco produttivi. In Germania ce ne sono 35 ogni 1.000 abitanti, in Francia 37 e nel Regno Unito 32; in Italia 20. Appare chiaro allora che il problema della bassa produttività della Pubblica Amministrazione (cioè quanto ciascun addetto “produce”) non è separabile da quello della bassa produzione (cioè quanto la Pubblica Amministrazione nel suo complesso produce).

Che il numero di addetti alla Pubblica Amministrazione sia anormalmente basso è dimostrato anche da altri due dati, molto noti: rispetto alla media dei paesi sviluppati in Italia ci sono pochissimi laureati, ma la percentuale di laureati disoccupati è altissima. Questo paradosso viene di solito disinvoltamente spiegato con l’ipotesi che gli italiani “si laureano nelle materie sbagliate”. Come risulta dai dati, ciò spiega ben poco: il motivo più importante è proprio il sottodimensionamento della Pubblica Amministrazione, che per sua natura in un paese sviluppato occupa un alto numero di laureati, dal momento che è competente per la salute, l’istruzione, l’assistenza sociale e, ovviamente, per l’amministrazione stessa.

Quanto costerebbe assumere un milione di nuovi addetti? Secondo le nostre stime, circa 26,5 miliardi all’anno. Questi possono essere reperiti in vari modi; qui indichiamo quello che a nostro avviso è il più semplice, ed è quello che ha più effetti positivi e meno effetti negativi. Sono comunque plausibili anche altre modalità. La nostra proposta è che si ricorra ad una imposta di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi non sugli immobili). Tale ricchezza è molto elevata (4.445 miliardi, quasi tre volte il PIL di un anno) e molto concentrata, quindi 26,5 miliardi possono essere ottenuti con aliquote molto basse. È importante notare che la trasformazione di 26,5 miliardi di ricchezza (che non fa parte del PIL)in reddito farebbe crescere automaticamente il PIL di circa l’1,7%, e che gli effetti moltiplicativi consentirebbero l’abolizione dell’imposta straordinaria entro pochi anni, probabilmente quattro. Né va dimenticato che l’esborso per i contribuenti sarebbe inferiore al rendimento normale della ricchezza finanziaria, e quindi che lo stock iniziale di capitale non verrebbe ridotto. Infine, questa modalità è anche, a nostro avviso, quella più etica: in un’emergenza è giusto che chi ha di più aiuti chi ha di meno.

Questo per quanto riguarda i benefici. I costi – peraltro molto modesti ‒ sarebbero sopportati quasi esclusivamente dai due decimi più ricchi delle famiglie. Nel nostro scenario-base, quello con aliquota e quota esente più basse (rispettivamente 1% e 100.000€), il 60% meno abbiente della popolazione non pagherebbero nulla, e il settimo e l’ottavo decimo quasi nulla; l’aliquota effettiva, data l’esenzione, sarebbe minore dell’1% anche per il decimo più ricco. Naturalmente operando sulla quota esente e sull’aliquota si possono ottenere diversi scenari: per esempio, con una quota esente di 200.000€ e un’aliquota dell’1,33% sarebbe l’80% delle famiglie a non pagare nulla, e il decimo più ricco pagherebbe poco più dell’1%, mentre, con una quota esente di 300.000€ e un’aliquota dell’1,73% solo il decimo più ricco sarebbe tassato, pagando l’1,16%. La futura disponibilità di dati più aggiornati potrebbe rendere necessario modificare queste cifre, ma solo di molto poco.

Ci sentiamo di affermare che anche molti tra coloro che dovranno sostenere l’onere di questa imposta di solidarietà non sarebbero pregiudizialmente contrari, come risulta da un sondaggio condotto qualche anno fa (scaricabile da https://econpapers.repec.org/paper/ucaucapdv/185.htm) e anche da alcune recenti interviste di qualche arci-miliardario americano. Dopo tutto in tal modo non solo si darebbe un valido contributo alla crescita dell’economia sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, ma si darebbe anche lavoro a un milione di giovani, ora disoccupati o sotto-occupati, e certamente la maggior parte delle famiglie conosce qualcuno di essi. Infine, è bene ricordare che i costi di esazione sarebbero praticamente nulli per lo Stato e del tutto nulli per il contribuente, come già è il caso per l’imposta di bollo.

Dove, come, e chi assumere deve essere oggetto di valutazioni tecniche accurate. Pensiamo però che sia possibile avanzare fin d’ora qualche suggerimento riguardo ai criteri cui ci si dovrebbe attenere. In particolare, bisognerà tenere conto dei costi in aggiunta allo stipendio connessi all’attivazione di un posto di lavoro e dell’offerta potenziale di giovani con qualifiche tali da potere essere facilmente addestrati on the job, e operare su quei settori che offrano le maggiori attivazioni sull’economia nel suo complesso. È evidente che tutto ciò – così come la fissazione dell’aliquota e della quota esente – ha anche un aspetto politico. Tuttavia il nostro è e vuole essere un contributo tecnico. Riteniamo quindi di non doverci occupare di questa problematica.

La proposta qui illustrata è stata elaborata da: Filippo Barbera, Università di Torino; Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale; Giancarlo Cerruti, Università di Torino; Bruno Contini, Università di Torino; Ugo Mattei, Università di Torino; Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale; Francesco Scacciati, Università di Torino; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di Torino; Willem Tousijn, Università di Torino.

da qui

Il dittatore turco. Una guida per il presidente Draghi - Murat Cinar

 

Gentile presidente del Consiglio Mario Draghi,

Qualche giorno fa, durante una conferenza stampa, Lei ha definito “dittatore” il Presidente della Repubblica di Turchia. È stato un momento storico, dato che Lei è stato il primo leader europeo importante a usare questa parola, in questo contesto, pubblicamente. Lo dicevano un po’ dappertutto in realtà da tempo. Nei corridoi e nelle aule dei parlamenti europei, durante le manifestazioni e sui muri della città in cui vivo, Torino. Lo dicono da tempo anche milioni di persone in Turchia. Solo che a differenza di Lei, loro finiscono in carcere, nella meno peggio delle ipotesi.

Rispettabile sig. Draghi, ora quindi possiamo passare ai fatti. Ci faccia vedere come ci si deve comportare nei confronti di un “dittatore”. Quando, la prossima volta, andrà a incontrare i suoi colleghi in Turchia, oppure per fare le vacanze, Le suggerisco di fare visita ad alcune persone.

Nedim Turfent, giornalista curdo di cittadinanza turca, si trova in carcere da circa 1800 giorni, accusato di «appartenere a un’organizzazione terroristica». Le prove? Sono le dichiarazioni di 20 testimoni anonimi. Tuttavia durante lo svolgimento del processo, in aula, 19 di questi hanno deciso di ritirare le loro dichiarazioni specificando che le avrebbero rilasciate sotto tortura. Nonostante questo il giudice ha utilizzato le prime dichiarazioni di questi testimoni per condannare Nedim a 8 anni e 9 mesi di carcere. Eh sì, in Turchia le persone vengono arrestate e condannate anche grazie alle dichiarazioni di testimoni anonimi. Le pare strano? Mi scriva, che Le racconto altri casi analoghi. Il 12 maggio del 2016, Nedim Turfent è stato preso in detenzione provvisoria e il giorno dopo è stato confermato il suo arresto. Nedim ha dovuto aspettare ben 13 mesi per vedere il suo capo d’imputazione. Il 14 maggio 2017, il giorno della sua prima udienza, Nedim si trovava in carcere da 399 giorni. A Nedim è stato negato il diritto di partecipare personalmente alle udienze e la Cassazione ha rigettato il ricorso fatto dai suoi avvocati. Nedim aspetta ancora la pronuncia della Cedu. Una piccola nota: i suoi colleghi e avvocati sostengono che Nedim sia in carcere perché ha diffuso un breve video ripreso in un cantiere edile, nella città di Hakkari nel 2016. I membri delle Squadre delle Operazioni Speciali avevano fatto sdraiare per terra proni diversi operai e li insultavano e minacciavano con delle dichiarazioni razziste. Le ricordo che Nedim Turfent si trova nel Carcere ad Alta Sicurezza di Van. L’indirizzo: Erciş Yolu Üzeri 25. KM Yüksek Güvenlikli Kapalı Ceza İnfaz Kurumu Tuşba / Van. Sul sito del ministero della Giustizia dice che è aperto h. 24.

Nella sua prossima visita potrebbe andare a trovare anche Selahattin Demirtas, l’ex co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), si trova in carcere da circa 5 anni. Tra le accuse rivolte all’ex parlamentare c’è anche quella di «agire per conto di organizzazioni terroristiche». Già, in Turchia il concetto di “terrorismo” è un po’ scivoloso e viene usato parecchio. Mi scriva anche per questo, ho un bel po’ da raccontare. Le prove che ha utilizzato il procuratore per “incastrare” Demirtas sono molto interessanti. Un testimone anonimo di sopranome “Mercek” di cui le dichiarazioni contro Demirtas hanno trovato spazio nelle carte preparate dal procuratore, nonostante secondo il tribunale penale di Ankara questo testimone non sia mai esistito. Demirtas è accusato di aver svolto delle conversazioni telefoniche con alcuni “terroristi”, tuttavia i tabulati dimostrano che si tratta dei parlamentari del suo partito. Ah, tra l’altro si tratta di intercettazioni fatte in maniera illegale. Inoltre per condannare l’ex parlamentare sono stati utilizzati anche i suoi discorsi pubblici e registrati fatti dentro al Parlamento nazionale. Infine Demirtas è accusato di “incitare all’odio” per via di alcuni tweet. Tuttavia, è stato dimostrato che erano scritti da un account Twitter che non gli apparteneva, particolare che al procuratore non interessa. A proposito del procuratore, sono già dieci. Già: dieci procuratori e tutti quanti sono in carcere. Questo governo utilizza le carte prodotte da questi 10 procuratori che dalla magistratura sono stati accusati di «appartenere a un’organizzazione terroristica» e sono stati arrestati. Nonostante la Corte Costituzionale di Turchia, la Corte europea dei diritti dell’uomo e la sua Grande Camera, in tre tempi diversi, abbiano ritenuto puramente “politica” la sua detenzione, Selahattin Demirtas, l’ex co-presidente del secondo partito di opposizione che nell’ultima tornata elettorale ha incassato 6 milioni di voti, si trova tuttora in carcere. Sempre per la Sua prossima visita in Turchia, vorrei segnalare che Demirtas si trova nel Carcere Tipo F di Edirne, l’indirizzo è Umurbey Mah. Büyükdöllük yolu üzeri Ticaret Borsası yanı Merkez/EDİRNE.

Invece, se non volesse entrare nei centri penitenziari, Le proporrei di fare una visita a quei centinaia di professori che protestano da circa 100 giorni dentro il campus dell’università di Bogaziçi. Non so se Lei abbia sentito o meno, ma il presidente della Repubblica, il primo gennaio di quest’anno, ha deciso di nominare, ignorando le elezioni interne, un nuovo rettore. Ovviamente un outsider, iscritto al suo partito, pure candidato per diventare parlamentare. Una figura diventata molto discutibile anche a causa delle sue dichiarazioni dopo essere diventato rettore. Questi accademici con i loro studenti da mesi protestano e vengono bastonati, minacciati, insultati, arrestati, denunciati e maltrattati durante la detenzione. Nei confronti di queste persone è in atto un forte linciaggio mediatico e politico. Ovviamente anche in questo caso sono stati accusati di avere dei «legami con organizzazioni terroristiche», stavolta direttamente dal presidente della Repubblica. Di sicuro la Sua visita sarebbe per loro molto gradita. Il campus si trova nel quartiere di Bebek che appartiene al Municipio di Besiktas. Se chiede a qualche passante Le saprà indicare l’indirizzo esatto.

Infine, caro presidente del Consiglio, Le consiglierei vivamente di andare a trovare anche Berkin Elvan. Durante la rivolta del Parco Gezi, nel 2013, in località Okmeydani a Istanbul, Berkin è stato colpito alla testa da un candelotto sparato dalla polizia. Dopo 269 giorni di coma, il giovane ha perso la vita, aveva 15 anni. In un comizio elettorale, in quel periodo, il presidente della Repubblica era ancora il primo ministro del Paese e aveva pronunciato queste parole in merito al caso di Berkin e all’intervento sproporzionato della polizia: «Si tratta di un ragazzo che faceva parte delle organizzazioni terroristiche. Tutti si chiedono chi fosse a dare l’ordine alla polizia di sparare, sono stato io. La nostra polizia è stata leggendaria». Berkin Elvan dorme nel Cimitero di Ferikoy, si trova nel vecchio quartiere armeno in cui sono nato e cresciuto. Anche in questo caso, basta chiedere a un passante, glielo faranno vedere subito.

Caro presidente, Lei ha fatto un passo importante, ora è il momento di passare ai fatti. Altrimenti potrebbe perdere facilmente la sua credibilità, per un politico non sarebbe una cosa positiva. Facendo queste visite potrebbe dimostrare che in Europa ci sono anche dei leader che non sono solamente “preoccupati” per la situazione in Turchia e occasionalmente bastonano il regime a distanza, mentre quando incontrano “il dittatore”, si allacciano i bottoni delle giacche, firmano ogni accordo possibile e si fanno ricattare e umiliare. Io invece vorrei contare sulla Sua sincerità. Grazie.

Per qualsiasi cosa non esiti a contattarmi.

Distinti saluti

 

https://volerelaluna.it/mondo/2021/04/26/il-dittatore-turco-una-guida-per-il-presidente-draghi/

martedì 4 maggio 2021

La follia di non avere un’imposta patrimoniale - Guido Ortona

1.

Prima della pandemia eravamo sottoposti alle regole del Patto di Stabilità europeo. Senza entrare in dettagli, esso ci imponeva di usare ogni anno il 3% (circa) del PIL per rimborsare il debito pubblico, in aggiunta a un altro 3% (circa) per pagare gli interessi relativi. Dal momento che ciò era impossibile, ogni anno veniva concessa un’esenzione, con varie giustificazioni. Vi ricordate le Clausole di Salvaguardia sull’IVA, che scattavano sempre l’anno prossimo?

A molti economisti, me incluso, sembra chiaro che non si può tornare alle politiche follemente recessive di prima dell’epidemia. Ma se è vero che c’era della follia nel far calare il PIL per far calare il rapporto debito/PIL ‒ essendo il PIL il denominatore ‒ è anche vero che c’era della logica in quella follia, e non poca. Infatti con la nascita dell’euro si era creato un incentivo a emettere debito a dismisura, dato che la solidità cui guardavano i mercati finanziari non era più quella della moneta nazionale ma quella dell’euro, e che l’inflazione attesa era più bassa, essendo scomparso il rischio di svalutazioni competitive; e quindi gli interessi da pagare erano più bassi. C’era il pericolo di una corsa all’emissione di debito che avrebbe danneggiato tutti. La logica del Patto di Stabilità era allora «se un paese vuole espandere la sua spesa, deve ricorrere al debito solo entro certi limiti; e se va oltre questi limiti deve rientrarci, operando sui suoi cittadini. Come, è affar suo». E venivano previste sanzioni in caso di inadempienza. Si può discutere, e molto si è discusso, sul modo (spesso molto balordo) in cui tutto ciò è stato implementato, ma di per sé l’idea era sensata. Il guaio è che un po’ in tutti i paesi, ma soprattutto in Italia (e in Grecia: si legga cosa scrive Varoufakis in Adulti nella stanza, o si guardi il film che ne ha tratto Costa Gavras, che in Italia non è uscito nelle sale), alla frase precedente è stato aggiunto «fermo restando, naturalmente, che non si possono tassare i ricchi».

Personalmente sono convinto che buona parte del debito andrebbe cancellata. Per fare un esempio (ma non è il solo), andrebbero cancellate le varie centinaia di miliardi di debito detenute dalla Banca d’Italia, che sono un debito che i cittadini hanno con sé stessi. Ma non è di questo che voglio parlare. Come dicevo, c’è una logica nel patto di stabilità. Per motivi economici sarebbe giusto cancellare i debiti, ma la logica che sta alla base del Patto di Stabilità è appunto logica, e come tale viene presentata agli elettori di altri paesi, in particolare a quelli tedeschi; ed è sostenuta dai regolamenti europei, per dissennati che siano. È probabile quindi che ci verrà chiesto, sperabilmente in forma attenuata, di contribuire alla riduzione del nostro debito; ed è praticamente certo che dovremo comunque pagare interessi più alti di quelli attuali.

2.

Vengo allora al punto fondamentale. Sarebbe bene che queste spese venissero pagate in accordo con l’art. 53 della Costituzione, anziché in contrasto con esso, come finora è avvenuto. L’art. 53 stabilisce che «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Qualsiasi studente di legge vi potrà dire che la “capacità contributiva” è costituita dal reddito e dalla ricchezza, e qualsiasi studioso di storia del diritto (per esempio Francesco Pallante, nel suo ottimo Elogio delle tasse) vi potrà dire che usando quella espressione i Padri Costituenti intendevano proprio dire che bisogna adottare un mix di imposte sul reddito e sulla ricchezza tale da garantire (secondo comma dell’art. 53) che «il sistema tributario sia informato a criteri di progressività».

I grandi patrimoni finanziari (ma anche immobiliari) si sono formati perlopiù con redditi da capitale, che non sono tassati in modo progressivo ma in modo proporzionale, e con un’aliquota molto inferiore a quella massima dell’imposta sui redditi non da capitale (26% contro 43%). Quindi non c’è nessun motivo per cui i patrimoni dei ricchi non debbano essere tassati. Tassare i ricchi con un’imposta patrimoniale non solo non è ingiusto, è addirittura quanto ci viene chiesto dalla nostra Costituzione.

Ma è sensato dal punto di vista economico? Assolutamente sì. Come dicevo più sopra, è auspicabile che non si debba pagare ogni anno il 6% del Pil come rimborso e servizio del debito. Ma quand’anche si dovesse farlo, quel 6% del PIL equivale all’1% circa ‒ avete letto bene, uno percento ‒ della ricchezza degli italiani, e a poco più del 2% della sola ricchezza finanziaria. Entrambe sono molto concentrate, e quindi il gettito potrebbe essere ottenuto con aliquote appena leggermente più alte di quelle citate per i ricchi e una quota esente, tale da esonerare completamente il 60-70% delle famiglie. Uno dei motivi per cui si è ritenuto di abbassare le imposte sul reddito è che i redditi possono fuggire all’estero, e quindi tassare di più i redditi più elevati sarebbe impossibile. Si può dubitare che sia davvero così; ma comunque la ricchezza finanziaria non può farlo, a meno che non si cambi cittadinanza, e quella immobiliare nemmeno in tal caso.

Il 6% del PIL sono circa 100 miliardi (al 2019). Come abbiamo visto, l’Europa non ci ha obbligati a pagarli. Ci ha solo obbligati a qualcosa di meno grave, ma di più grottesco: fare comunque delle politiche di austerità in modo da potere giustificare l’assenza di sanzioni. Non abbiamo quindi risparmiato 100 miliardi, ma “soltanto” 70-80 circa. Pensate a quante cose si sarebbero potute fare negli anni scorsi con questa somma in più ogni anno. E pensate a quante cose si potranno fare dopo l’epidemia se si deciderà di introdurre un’imposta patrimoniale. Anche solo del 5 per mille: sarebbero già 50 miliardi. Sembra folle che invece di ricorrere a un’imposta patrimoniale, che darebbe un gettito elevato anche esentando la famosa “classe media” e con aliquote molto basse per i più ricchi, si sia preferito ridurre il numero di dipendenti pubblici (che oggi sono scandalosamente pochi), ridurre le spese per il welfare e per l’istruzione eccetera. E sembra ancora più folle pensare che a ciò si tornerà quando l’Europa ci chiederà di pagare qualche conto. Talmente folle che non può trattarsi di un errore. È una follia in cui c’è molta logica.

Quale è questa logica? Ci sono molti fattori implicati. Ma credo che il principale non sia la volontà di non pagare le tasse. Forse Ebenezer Scrooge si rifiuterebbe di pagare lo 0.5% della sua ricchezza finanziaria per avere in cambio servizi migliori per il popolo e in generale un paese più civile, ma non credo che questo sia il caso di Del Vecchio o Ferrero. Penso che i veri ostacoli nascano da chi preferisce che l’economia italiana vada male. Se bisogna usare i soldi per pagare i debiti non ce ne saranno per le scuole e gli ospedali, che “bisognerà” privatizzare ulteriormente. Se l’economia va male i lavoratori sono più ricattabili. Se le imprese sono in difficoltà si aprono praterie per la corruzione e per l’usura.

La conclusione che traggo da tutto ciò è che oggi la questione dell’imposta patrimoniale (che a mio avviso dovrebbe riguardare la sola ricchezza finanziaria, ma questo è un aspetto tecnico) è la vera discriminante fra sinistra e destra. La scusa addotta da molti che si dicono di sinistra per avallare le politiche recessive degli ultimi anni è stata: «i soldi non ci sono, perché ce lo chiede l’Europa». Invece ci sono, basta volerli prendere. Se vogliamo evitare che a furia di dare la colpa all’Europa (che peraltro ne ha molta) Salvini ci porti fuori dalla medesima, bisogna cominciare da qui.

da qui

Livorno: in morte di Fares, piccola storia ignobile

con una lettera di Renata Fontanella (*). In coda link ad altre due storie che i media hanno preferito non vedere

 

“– I livornesi chiedono più sicurezza più controlli poi se un tunisino scappa e affoga nei fossi fanno le manifestazioni. Se era in regola non sarebbe scappato….

– Era già conosciuto alle forze dell’ordine e qui dice tutto…

– Perché stava scappando? Forse aveva qualche problema? Se hai la coscienza pulita non scappi ma affronti.

– Ma che vergogna, questi fino a ieri vivevano nel deserto e mangiavano sabbia, oggi comandano a casa nostra… Che schifo

– A casa vostra e chi vi appoggia con voi

– Ieri mattina nella zona mia c’è ne era uno alle 8 di mattina di domenica che suonava tutti i campanelli”

commenti su Facebook – 25/04/21

 

“Dei proletari non si può avere alcun timore. Lasciati a se stessi, continueranno di generazione in generazione e di secolo in secolo a lavorare, a riprodursi e a morire, non solo senza alcun istinto alla rivolta, ma anche senza la capacità di comprendere che il mondo potrebbe essere diverso da come è… Del tutto irrilevante è stabilire che cosa pensino o non pensino le masse. Abbiano pure tutta la libertà intellettuale: tanto, sono prive d’intelletto.”

George Orwell – 1984

 

“Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare
Così solita e banale come tante
Che non merita nemmeno due colonne su un giornale
O una musica o parole un po’ rimate…”

Francesco Guccini – Piccola storia ignobile

 

Il 24 aprile a Livorno è successo un fatto increscioso quanto grave. Un giovane tunisino di 25 anni, Fares Shgater, muore affogato la sera, dopo il famigerato “coprifuoco”, cadendo nei fossi (il canale che attraversa Livorno). Sulle modalità della caduta, il perché il come e quant’altro, vige la più profonda oscurità. Le indagini sono in corso, e non dubitiamo che si risolveranno in un nulla di fatto. Ma non è questo il punto. Non intendiamo qui alludere a possibili interventi poco ortodossi delle forze dell’ordine, comunque copiose in quel frangente (erano presenti polizia, carabinieri, vigili urbani ed esercito, a quanto ci è dato sapere). Quello che vogliamo qui sottolineare, è la condizione di “braccato” che ha fatto sì che la storia avesse questo tragico epilogo. L’atmosfera pesante, di fatto razzista e classista (come dimostrano le citazioni, poche e scelte a caso fra moltissime prese dai commenti su facebook alla tragedia) che caratterizza la città di Livorno, ma certo non solo quella, lo sguardo sempre torvo verso il diverso che occupa i “nostri spazi vitali” (per usare un linguaggio di altri tempi ma efficace per capire la dimensione in cui viviamo), il clima di “guerra fra poveri” che contraddistingue i periodi di forte crisi come questi, tutto ciò ha contribuito a far sì che la vicenda avesse il terribile esito che ha avuto.

Una piccola storia ignobile, per riprendere la citazione dalla famosa canzone di Guccini, citata in esergo. Tanto ignobile che non ha avuto nemmeno l’onore della menzione su una locandina del famoso quotidiano cittadino, solitamente prodigo di titoli in grassetto quando ci sono eventi succulenti di cronaca nera da buttare in pasto al gossip cittadino.

A noi resta solo il dolore per questo ragazzo, che non crederemo mai meritevole di una fine tanto dura e cattiva. A lui vogliamo dedicare questa bella lettera che ci invia Renata Fontanella, una donna il cui cuore racconta meglio di milioni di stupidi commenti su Facebook il dolore di una vita difficile e la voglia di credere che ci sia ancora una speranza per tutti noi.

* * * *

La nostra accoglienza è finita nei fossi?

di Renata Fontanella

Oggi pomeriggio, immagini via web mi hanno fatto rabbrividire.

Non a causa di una manifestazione pacifica e comprensibilissima, ma per una contromanifestazione figlia di sciacallaggio politico in odore di razzismo.

Veniamo ai fatti.

Sabato notte un giovane è annegato nei fossi di Livorno, caduto per sfuggire ad un inseguimento da parte della Polizia.

Questa è la cronaca, già imponente nella sua drammaticità.

Non voglio additare i colpevoli, anche se penso che il momento che stiamo vivendo, con il coprifuoco notturno, ci trova fragili, timorosi di essere multati perché, pur cittadini liberi, non siamo dentro le nostre case….

Ebbene, per la concitazione del momento, l’inseguimento, il buio… questa giovane vita, purtroppo, è scomparsa in acque scure.

Gli amici, la piccola comunità del giovane, hanno ritenuto giusto chiedere giustizia “per Fares” scendendo in piazza supportati da alcuni cittadini informati del presidio.

Nell’altra piazza, proprio sopra il fosso dove ha perso la vita Fares, è stato subito organizzato un conto-presidio a difesa dell’operato della Polizia.

Strumentalizzazione politica.

Strumentalizzazione di fronte ad una persona deceduta.

Mancanza di rispetto e di etica, non solo da parte dei politici presenti, ma anche di autorità e, peggio ancora, di cittadini che hanno manifestato la propria rabbia per la presenza di stranieri in città, che secondo loro delinquono, spacciano, rubano…

Ora non è il momento per ribadire tutto ciò, ora è davvero il momento del silenzio…

La storica accoglienza livornese verso lo straniero è davvero finita nei fossi?

Concludo, e affermo con grande commozione e affetto: #iostoconfares

(*) ripreso da offline.noblogs.org

 

vedi anche

Livorno, giovane tunisino in fuga dalla polizia … – il manifesto

 

SEGNALIAMO ALTRE DUE VICENDE “OSCURATE”

Padova: Bufera sulla Polizia Locale, quattro agenti fermano un venticinquenne in Bmx in modalità «I can’t breathe» 

L’assessore Bonavina mette le mani avanti ed esclude che ci sia una correlazione tra il colore della pelle del venticinquenne residente a Padova e le modalità del fermo

Gran Ghetto di Rignano: Spari sui migranti. Colpito un giovane maliano 

Tre immigrati erano a bordo di un’auto di ritorno verso l’insediamento di Torretta Antonacci nel Foggiano. Uno è rimasto ferito al volto da un colpo di fucile caricato a pallettoni.

 

da qui

le miniere prime di tutto, anche dell'acqua

 Andalgalá: l'Agua Rica che toglie la vita - Pablo Bruetman               

Qualche giorno fa la polizia di Catamarca ha attuato raid e arresti ad Andangalá, entrando violentemente nelle case di diversi membri dell'Assemblea di El Algarrobo, che si oppongono all'installazione del progetto minerario Agua Rica. Sono stati emessi 25 mandati di cattura e 7 arresti, come reazione alle recenti manifestazioni in cui si è anche verificato l'episodio dell'incendio dell'ufficio della compagnia mineraria di proprietà delle multinazionali Yamana Gold, Glencore e Newmont. 
I membri dell'assemblea dell'Andalgalá
 hanno accusato il governatore Raúl Jalil della persecuzione e affermano con decisione che il popolo di Andalgalá è unito e resiste. “Siamo un popolo che da più di 20 anni dimostra di non volere la distruzione del proprio territorio, di non vendersi davanti all'illusione di un falso progresso che pensa di poter distribuire perline colorate mentre si avvale di infiltrati e violenza per promuovere un modello impraticabile e incompatibile con la vita dei popoli”.

Sulla lotta anti-estrattista e in difesa del proprio territorio che continua con grande tenacia ad Andalgalá, proponiamo la traduzione di un ottimo articolo di Pablo Bruetman uscito recentemente su Revistacitrica.com. 
(Red. Ecor)


Andalgalá: l'Agua Rica che toglie la vita - Pablo Bruetman               

La città di Catamarca resiste a un nuovo attacco da parte del mega-mining. Le persone difendono l'acqua impedendo il passaggio dei veicoli dell'impresa che di fatto non dovrebbe operare nel territorio.

Rosa è andata in pensione da poco. La sua routine si ripete quotidianamente da due settimane: alle 6:30 del mattino si siede sul ciglio della strada per compiere il suo turno di blocco selettivo dei camion delle miniere che cercano di caricare materiale là sulla montagna. Rosa è la prova vivente che Andalgalá, Catamarca, non molla né mollerà la sua storia in difesa dell'ambiente. Fu nel 2010 quando qui si riuscì, dopo una violenta repressione, a fermare lo sfruttamento del progetto Agua Rica. E oggi si è di nuovo in strada con l'obiettivo di impedire l'attivazione di Agua Rica (mascherata sotto altro nome) nonostante gli elementi legali che ne impediscono l'esplorazione e lo sfruttamento. 

"Siamo un popolo dell'entroterra che non aveva mai vissuto tutto questo, ciò ci ha fatto rendere conto del mostro", dice Rosa. Il mostro ha diverse teste (compagnie minerarie, governi complici, giudici nemici della giustizia) e una fame insaziabile. In Andalgalá lo conoscono bene, perché questa città compierà presto mezzo secolo di resistenza contro il saccheggio minerario. Nella memoria di Rosa e di tant* altr* c'è la grande città che il 22 agosto 1971 si oppose al progetto estrattivista denominato "La mia vita".

Questa pensionata, che ha vissuto con il suo corpo anche la brutale repressione del 2010 che lasciò vari feriti, racconta la lotta che ha attraversato diverse generazioni: "Oggi ero nel blocco con una giovane ragazza, le stavo raccontando quello che era successo. E' una storia triste che ha lasciato un segno nella vita di molti. Molti tacciono sulle sofferenze che subirono in quella repressione così inaspettata". Il mostro è ancora in agguato un decennio dopo, ora con un nome diverso, ma con la stessa violenza.

Resistenze di ieri e di oggi

Le strade comunali per Potrero e Choya, in Andalgalá, sono vietate al transito delle compagnie minerarie, secondo le risoluzioni 208 e 209 del Ministero delle Miniere della provincia. Nei media locali, le uniche informazioni che appaiono su queste strade sono i reclami dei vicini sulle cattive condizioni e sui blocchi stradali. I motivi di fondo non sono spiegati: le società minerarie continuano a utilizzarli, passando sopra la legge e la volontà popolare. 

Lunedì 22 marzo, Giornata mondiale dell'acqua, l'Assemblea di El Algarrobo di Andalgalá avrebbe realizzato una carovana unendosi alle manifestazioni indette dalle organizzazioni socio-ambientali in tutto il paese, ma prima di iniziare la marcia hanno visto diversi mezzi e un furgone in cui erano trasportati lavoratori minerari. I piani cambiarono: decisero di attuare un blocco selettivo e di organizzare un'assemblea permanente sul lato della strada. Sapevano già cosa stava per succedere: la ripresa dello sfruttamento sulle colline. 

Tra le pietre miliari minerarie che vengono ostentate riguardo ad Andalgalá c'è quella di essere stata la sede del primo mega progetto minerario del Paese: Bajo La Alumbrera, che nel 1997 iniziò lo sfruttamento che culminò nel 2019, anche a causa della forte pressione esercitata dai cittadini. Come Esquel, nel sud del paese, Andalgalá è un simbolo di resistenza al mega-mining a cielo aperto. 

C'è una data tristemente famosa nei 50 anni di lotta di questa città: il 15 febbraio 2010. In quel giorno, l'Assemblea di El Algarrobo (riceve quel nome perché il punto d'incontro originale era sotto un carrubo che gli garantiva l'ombra) realizzò un sit-in in mezzo alla strada per evitare l'esplorazione e sfruttamento del progetto Agua Rica, di proprietà della multinazionale canadese Yamana Gold. 

Il procuratore Marta Nieva inviò la polizia locale. E il giudice del controllo delle garanzie, Rodolfo Cecenarro, ordinò alla Polizia, alla Fanteria e alla Divisione Operazioni Speciali "KUNTUR" di reprimere senza esitare: "Cominciarono a picchiare, altri usavano spray al peperoncino, proiettili di gomma, manganelli. Ti sparavano da due metri”. Così raccontarono i partecipanti all'assemblea in un articolo pubblicato all'epoca da 'La Vaca'.

Quella volta non ci furono morti per miracolo. La violenza delle forze di sicurezza è stata condannata dall'intera città in una mobilitazione senza precedenti che ha chiesto il rilascio dei detenuti e il blocco dell'attività ad Agua Rica. I due obiettivi sono stati raggiunti ma la pressione mineraria non si è fermata.

Cambio di nome, stesse intenzioni

I danni ambientali lasciati da Bajo La Alumbrera e le esplorazioni e i tentativi di sfruttamento di altre miniere continuano ancora. Le aziende non solo non se ne vanno dal territorio, ma anzi, si potenziano: Agua Rica e La Alumbrera hanno ora formato il nuovo progetto MARA. Intendono estrarre oro, argento e rame dal progetto che si arenò dopo la repressione del 2010 e inviare i minerali, attraverso una linea di trasporto, alle strutture - oggi teoricamente in disuso - di Bajo La Alumbrera. 

José Martes, dell'Assemblea di El Algarrobo, parla delle assurdità e delle contraddizioni legali e politiche che devono affrontare ad Andalgalá: “La Corte Suprema ha dato luogo nel 2019 a un ricorso che bloccava tutte le attività della miniera Bajo La Alumbrera, fatta eccezione per la manutenzione. Ma nel 2020, il ministero delle Miniere ha dato la concessione per la perforazione di 11 pozzi nel perimetro minerario". 

Sul nuovo sviluppo estrattivista: "il luogo di estrazione è lo stesso. Non hanno fatto altro che integrare. Il danno ambientale e sociale continua latente. Quei pozzi consumano 20 mila litri di acqua al giorno di uno dei fiumi principali, il Minas. Dopo questa autorizzazione, la Provincia ha emesso la Legge di Emergenza Idrica in tutta la Catamarca".

Le due settimane di blocco selettivo delle strade comunali sono trascorse con la consueta "normalità": poliziotti in borghese che scattano foto e filmano video, e commissari che si avvicinano con tono gentile e anche amichevole con l'obiettivo di identificare ogni membro dell'assemblea. Ma questa tranquillità è stata rotta martedì 30 marzo, quando sono stati notati strani movimenti. 

C'era un camion carico di attrezzi a 300 metri dal campeggio comunale, che aspettava i minatori che arrivavano con mezzi privati, senza rispettare le leggi sul lavoro o il protocollo sanitario. Yamana Gold aveva capito come aggirare il blocco selettivo: mandando i suoi lavoratori in taxi. 

Camuffamento e violenza

Alle 8:20 del 30 marzo, un'auto di pattuglia con quattro poliziotti passa per il blocco di El Potrero. Cinque minuti dopo, un taxi che nasconde un dipendente della compagnia mineraria canadese si ferma a 50 metri dall'Assemblea. Quando l'Assemblea ferma l'auto per consegnare un volantino informativo, l'autista dice che sta lavorando e che sta trasportando un passeggero. Allora, quelli del blocco stradale chiedono al passeggero di abbassare il finestrino per dargli l'opuscolo. Non lo abbassa, si nasconde. Indossa l'uniforme della compagnia mineraria. 

All'autista viene chiesto se sa che sta violando le risoluzioni del Ministero delle Miniere, ma il tassista minaccia di chiamare la polizia. Passano le macchine, vengono distribuiti volantini. Appare l'auto di pattuglia che era passata prima. L'autista non la ferma, la lascia passare perché ha già scorto una Fiat Duna grigia con targa AOP 025. Al volante c'è una persona che di solito passa attraverso il blocco dando calci ai cartelli e insultando le persone che stazionano all'Assemblea. Gli viene offerto un volantino e afferma di essere un fornitore della società mineraria di Agua Rica e che ha bisogno del denaro che gli porta la impresa finanziando le sue forniture di pollame. 

Ha anche vestiti con il logo Yamana Gold. Non è consentito passare perché il blocco è anche per i fornitori della compagnia mineraria. Dice che ha fretta e che passerà comunque. E se necessario, investirà chiunque si metta sulla sua strada. Ed è quello che fa: mette la prima, accelera e investe tutto il gruppo che sta realizzando il blocco. 

Per 30 metri trascina sul cofano dell'auto un compagno, che rimane con ematomi, graffi e un ginocchio contuso. Lascia anche una compagna gravemente contusa sulla tibia e sulla caviglia. Di conseguenza all'urto rimane rotto il parabrezza e lui scende per picchiare il compagno ferito. A quel punto appare una nuova auto pattuglia e l'uomo della Fiat Duna inventa la sua versione: che la gente dell'Assemblea l'avevano picchiato e rotto il parabrezza. La Polizia ignora le persone ferite, e si adopera per incoraggiare quest'uomo e il tassista a sporgere denuncia per il blocco della strada e per le presunte aggressioni ricevute. 

Tra i media e la paura

"Qui c'è molta complicità da parte dei media, è persino venuto fuori che questa persona era stata aggredita dai membri dell'assemblea, che lo avevano picchiato e che era sceso dall'auto per difendersi e che era stato colpito con un bastone", riporta José Martes la versione che hanno comunicato i giornali, la Polizia e la compagnia mineraria. L'Assemblea di El Algarrobo, conoscendo già i metodi usati dal potere, ha richiamato un habeas corpus (per "proteggere la nostra integrità fisica mentre esercitiamo il nostro legittimo diritto di protesta"). 

L'appello è stato respinto il 24 marzo dal giudice Cecenarro, lo stesso che aveva ordinato la repressione nel 2010. Il magistrato ha trovato voce sul quotidiano 'El Ancasti', spiegando la sua decisione: "Continuano ancora con vecchie pratiche degli anni Settanta, credendo che a forza di usare la violenza, provocheranno una reazione da parte dello Stato". Così è scritto in un articolo dove si descrive l'Assemblea come violenta e - guarda caso - non appare nessuna dichiarazione di alcun membro dell'assemblea. Il rigetto giudiziario è stato impugnato, per cui la presentazione rimane in vigore fino a quando non si esprimerà la Camera Penale di Appello.

Dall'Assemblea spiegano che chi non rispetta le leggi è la compagnia mineraria Yamana Gold: viola due delibere emanate dalla Segreteria delle Miniere (attuale Ministero delle Miniere) nel 2009, in cui si proibisce il transito minerario attraverso le strade comunitarie di Choya e Potrero; viola la Legge Generale dell'Ambiente, la Legge dei Ghiacciai e degli Ambienti Peri-glaciali, la Legge delle Foreste e anche i Diritti Umani garantiti dalla Costituzione e dagli Accordi internazionali firmati dall'Argentina. 

Inoltre, Andalgalá ha un'ordinanza (029/2016) che vieta qualsiasi attività mineraria nel bacino del fiume Andalgalá. Sebbene sia stato dichiarato incostituzionale dalla Corte di Giustizia di Catamarca nel dicembre 2020 (proprio quando Bajo La Alumbrera e Agua Rica si unirono per formare il progetto MARA), è ancora in vigore in attesa di una risoluzione della Corte Suprema argentina.

Dopo 17 giorni di viaggio, è arrivata la conferma che i timori dell'Assemblea non erano infondati. Lo stesso giorno in cui il presidente Alberto Fernández ha annunciato le restrizioni dovute alla seconda ondata di Covid-19, la compagnia mineraria ha portato le macchine di perforazione sulla collina Nevado del Aconquija. Rosa, la pensionata militante: “È molto frustrante, la nostra lotta è legittima ma ci rendiamo conto di non essere ascoltati e il progetto MARA continua a rafforzarsi con il sostegno della Giunta provinciale e il silenzio del Municipio".

Poveri d'acqua

Se l'attività di Agua Rica viene attivata al 100%, gli agricoltori saranno completamente privati ​​dell'acqua. L'azienda consumerebbe 300 milioni di litri al giorno, sei volte di più dell'intera città di 12.600 abitanti. "Quello che uno protegge è il corso del fiume, la compagnia mineraria è alla sorgente del fiume", spiega Rosa. 

Come continua questa lotta, Rosa? “Continueremo nonostante tutto questo, continuiamo nella convinzione che il nostro popolo debba sapere cosa ci succederà se permettiamo la installazione della compagnia mineraria. Non vogliamo essere sacrificati come gli abitanti di Jáchal. Qui non c'è l'autorizzazione, vorremmo una consultazione popolare o un referendum come è successo a Esquel, ma il giudice di Catamarca ci ha negato questo diritto nel 2011. Siamo sicuri che il No alla miniera vincerebbe e con un gran margine".

Ogni sabato dal 2009, ad Andalgalá si tiene una Marcia per la Vita. 583 sabati senza interruzioni. Con il caldo, con il freddo o con i temporali, sempre si è manifestato. Una lotta pacifica contro la laidezza della lobby mineraria. Dice Rosa: "Alcuni ci accusano di non dialogare, soprattutto i media che non si sono mai avvicinati al blocco o alle nostre manifestazioni e copiano i post di Facebook dei pro-miniere". 

Perché non dialogate, Rosa? "Cosa andiamo a dialogare? Un dialogo si dà quando c'è fiducia e qualche possibilità di trovare soluzioni, ma loro non ci danno mai risposte. Se otteniamo qualcosa è attraverso denunce in ambito legale. Uno sopporta tutto questo, perché non ci sono alternative. Quello che facciamo è rendere visibile la situazione che stiamo vivendo. La situazione già ci ha esasperato e debilitato lo spirito, il sabato torneremo a manifestare, quella di sabato sarà la 584esima volta. E ad agosto compieremo le 600 manifestazioni. È così, non ci fermeremo mai".

Non ci si ferma mai, perché chiuso questo articolo, le macchine perforatrici stavano avanzando, sotto la custodia della forza pubblica, verso il colle Nevado del Aconquija.

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UN COMMENTO

·         ANGELO PANSA


Grazie al coraggioso Pablo Bruetman che mediante La Bottega del Barbieri ci propone una riflessione sul modo di agire delle multinazionali, appoggiate dai vari governanti, mettendo a rischio di sopravvivenza intere popolazioni e l’ambiente (compresa l’acqua). Speriamo che gli Stati importatori dei prodotti minerari e di altri prodotti alimentari (in particolare la carne bovina) si rendano conto di essere conniventi con questi crimini che possono essere considerati ecocidio ed etnocidio. Invito i lettori a far circolare queste notizie e questi commenti. Padre Angelo Pansa.

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“En Andalgalá vivimos una dictadura minera” - Walter Mansilla*

El día anterior a mi detención ya había visto movimientos raros afuera de mi casa. Había dos combis con las ventanillas polarizadas que tenían la inscripción del Gobierno de Catamarca. Yo sé que ese tipo de combis son las que usan en los operativos antidrogas y ya presentía que iba a ser el próximo detenido.

Dejé a propósito las puertas abiertas para que entren sin romper nada. Estaba despierto, mandando mensajes a mi grupo de alumnos porque soy preceptor, les estaba preguntando qué situaciones estaban pasando con la pandemia. Ya no tenía ninguna chance para hacer nada, cuando entraron lo único que hice fue meterme abajo de la cama.

Vi ocho pares de botas alrededor de mi cama. Revolvieron todo, pero no me encontraron y salieron. Cuando salieron del cuarto, traté de mandarle mensajes a mis amigos para avisarles que estaban en mi casa y ahí me encontraron debajo la cama. No me dieron tiempo a nada. La cama la volaron por los aires, la tiraron directamente.

Me tiraron en el piso boca abajo y uno de los policías me pisó los talones con sus pies. Me gritaban que me quede quieto, mientras otro saltaba sobre mi espalda. Otros dos comenzaron a patearme en el suelo. Nunca me resistí a la detención. Lo único que les decía era que paren de pegarme. Yo me cubrí la cara con mis manos porque era donde más me querían patear. Me obligaron a poner las manos para atrás, me agarraron de los brazos, me levantaron y ahí aprovecharon a patearme.

Me torcieron las manos, me precintaron y en ese momento -sin ninguna necesidad- vino otro policía y puso su arrodilla en mi cuello, para asfixiarme de la misma manera que mataron a un hombre en Tucumán, como también lo hicieron en Estados Unidos con George Floyd. Hicieron esas cosas con el único propósito de herirme. Después, me obligaron a pararme. No me podían mover de los golpes que me habían dado. Me levantaron de los pelos, me sacaron al patio de mi casa y me obligaron a estar de rodillas. Me decían que baje la cabeza, cada vez que me daba vuelta o miraba de reojo recibía un golpe. 

Entre esas miradas pude ver alrededor de 30 efectivos dando vuelta toda mi casa. Yo había dejado las puertas abierta para que no tengan que forzar nada, porque además no tenía nada que ocultar, pero igual rompieron todo, los marcos, las puertas todas quebradas. 

Cuando me llevaron a la comisaría estuvimos todos juntos en una sola habitación, al menos ocho compañeros, las mujeres estuvieron separadas. El trato fue muy violento, mucho desprecio. Nos dijeron que teníamos que estar con barbijo, pero la celda estaba toda sucia, el baño tenía larvas y materia fecal, pedimos lavandina y un balde pero no nos dieron nada.

Una  de las noches en la comisaría hubo aprietes. Llegó Infantería, entró a la celda, agarró a uno de nosotros al azar. Lo esposaron y se lo llevaron, al rato hicieron lo mismo con otro y no sabíamos qué pasaba. No teníamos ningún familiar cerca porque era de noche y por las restricciones de la pandemia nadie podía estar afuera de la comisaría. Estábamos absolutamente solos. Fue muy feo ver cómo se llevaron a compañeros. 

A todos los que se llevaron los interrogaron, les mostraron videos y fotos de las caminatas y les pedían nombres de las personas que estaban ahí. A Gabriel, uno de los compañeros, le leyeron todo sobre su vida, lo habían espiado, sabían todo: qué hacía, dónde vivían sus hijas, qué hacía su ex pareja, habían hecho una trabajo de inteligencia para que se quiebre y le decían que si no respondía las preguntas lo iban a golpear, atrás había cuatro tipos. Justo cuando estaban apretando a los compañeros, llegó nuestro abogado defensor, no se lo esperaban y desarticularon toda esa operación que yo creo que iban hacer con todos.

Tuve la suerte de tener una madre muy luchadora. Ella me inició en esta lucha, ya son más de quince años, esto es lo que quiero y sabía que en algún momento esto iba a tener un peso, me tocó ser el buscado esta vez.

En la Asamblea siempre se dijo que no se habla de partidos políticos mentirosos. Creo que llegó el momento de luchar con todos nosotros, no estar solo en las calles, sino también contra los gobiernos. Y ahora que se despertaron muchas asambleas que estaban en el olvido, ahora que sus luchas no se dieron por vencidas y hoy están más fuertes que nunca es el momento de presentar un grito desde ese frente también.

Este tipo de atropellos lo vivimos desde hace muchos años. Esta violencia que vivimos siempre la llamamos la dictadura minera y es muy evidente por la forma en que me llevaron preso y la violencia que ejercieron. Todavía estoy dolorido de los golpes que recibí. Me duele el brazo, la rodilla también. Pero estamos enteros, fuertes y unidos. No hay cabezas, simplemente brazos luchadores. Tenemos toda la fortaleza que uno necesita para seguir adelante y no bajar nunca los brazos.

*Fotógrafo de Andalgalá, una de las 10 personas que fueron detenidas, golpeadas y hostigadas por la policía de Catamarca.

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lunedì 3 maggio 2021

Prima base interamente italiana nell’Africa occidentale. Mai discussa in Parlamento - Antonio Mazzeo


L’Italia avrà il suo posto al sole nel deserto del Sahara. A margine dell’incontro con l’omologa francese Florence Parly, il 13 aprile a Roma il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha reso noto che nel quadro della missione bilaterale MISIN in Niger, le forze armate italiane realizzeranno una propria base militare “a partire dal mese di luglio”.

“Lo ritengo un passo molto importante per il rafforzamento della nostra azione nella regione, che in prospettiva andrà a confluire in una sempre maggiore capacità dell’Europa in Sahel e nell’intera fascia sub-sahariana, dal Corno d’Africa al Golfo di Guinea, mettendola a sistema con il contributo alla stabilizzazione della Libia”, ha dichiarato Guerini.

L’annuncio-scoop sulla prima base interamente italiana in Africa occidentale (mai discussa né approvata in Parlamento), giunge un mese dopo l’arrivo in Mali del primo contingente delle forze armate italiane da impiegare nella controversa missione internazionale “Takuba” in Sahel, sotto il comando dello stato maggiore di Parigi.

Una pericolosa escalation nella penetrazione militare in una delle aree più conflittuali del continente nero, in nome della lotta al terrorismo e al contrasto dei flussi migratori “illegali”, ma più probabilmente subalterna agli interessi economici delle transnazionali energetiche, francesi in testa, in una regione ricchissima di idrocarburi e uranio.

Partita in sordina dopo gli accordi stipulati il 26 settembre 2017 tra i ministeri della difesa di Italia e Niger, la missione MISIN fornisce assistenza militare alle forze di sicurezza nigerine per accrescerne le funzioni tecnico-logistiche ed operative.

“Il Governo ha autorizzato la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin) al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, NdA)”, spiega lo Stato maggiore della difesa.

Le attività di assistenza e formazione nella Repubblica africana da parte dei militari italiani sono indirizzate alle forze armate e alle task force “speciali”, alla Gendarmeria e alla Guardia nazionale. “Esse concorrono pure alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea della Repubblica del Niger”, spiega ancora la Difesa italiana.

Rilevante il numero degli uomini e dei mezzi impiegati: secondo la legge di bilancio 2021, MISIN prevede infatti una presenza in Niger e presso il Defence College in Mauritania “fino a un massimo di 295 militari, 160 automezzi leggeri e pesanti e 5 aerei”.

Si tratta in particolare di team specializzati in operazioni di ricognizione, comando e controllo; personale per l’addestramento; team sanitari e del genio per lavori infrastrutturali; una squadra per le rilevazioni contro le minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN); unità per la raccolta di informazioni d’intelligence e la sorveglianza.

Sino ad oggi quasi tutto il personale italiano è ospitato nella base aerea 101 realizzata e controllata dalle forze armate francesi accanto all’aeroporto internazionale “Diori Hamani” della capitale Niamey. Lo scalo è messo a disposizione pure delle unità aviotrasportate di US Africom, il comando statunitense per le operazioni nel continente africano.

I corsi addestrativi e di assistenza delle unità nigerine da parte italiana sono cresciuti progressivamente negli anni in quantità e qualità. In particolare al personale della Brigata “Folgore” sono attribuiti i compiti di formazione del neocostituito battaglione paracadutisti nigerino (programmi di fanteria di base, aviolanci, pianificazione e realizzazione completa di una operazione militare; pattugliamento motorizzato; organizzazione/gestione di check point e combattimento nei centri abitati).

Ancora i parà della Folgore hanno realizzato all’interno di un’installazione di Niamey un’area addestrativa “nella quale sono stati dislocati numerosi artifizi allo scopo di sviluppare le capacità di exploitation e sviluppo dei movimenti sul terreno dei militari nigerini”, come riporta il comunicato emesso dal Comando MISIN in occasione della sua inaugurazione, il 26 gennaio 2021.

Agli addestratori dell’Esercito e dell’Aeronautica militare sono affidati le attività di formazione e consulenza a favore del Groupe d’intervention spécial (GIS), il gruppo di intervento speciale del ministero degli interni nigerino, mentre a una task force del 7º Reggimento Carabinieri “Trentino-Alto Adige” (di stanza a Laives, Bolzano) è assegnato l’addestramento e il monitoring del nuovo reparto d’élite nigerino, il Groupes d’Action Rapides – Surveillance et Intervention au Sahel (GARSI) della Guardia nazionale, impiegato in funzioni di controllo dell’ordine pubblico e anti-terrorismo.

Oltre che in Niger, le unità di pronto intervento GARSI sono state istituite anche in altri paesi del Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Senegal) grazie ad un generoso contributo dell’Unione europea attraverso il Fondo d’emergenza per l’Africa (66 milioni e 600 mila euro).

Mentre la parte meramente addestrativa e di fornitura delle attrezzature militari è affidata alle forze armate dei paesi Ue presenti in Africa occidentale, la programmazione e la gestione del progetto GARSI è di competenza della Fundaciòn Internacional y para Iberoaméricana de Administraciòn y Polìticas Publicas, cioè la fondazione per la cooperazione allo sviluppo del governo spagnolo.

“Il compito istituzionale del GARSI è quello di prevenire e lottare contro il terrorismo internazionale, l’immigrazione illegale, la criminalità transazionale organizzata”, spiega la Commissione Ue. “Il programma contribuisce al rafforzamento delle capacità operative nazionali per assicurare un controllo effettivo del territorio e delle frontiere e lo stato di diritto in tutto il Sahel, grazie a unità di polizia robuste, flessibili, mobili, multidisciplinari e autosufficienti”.

Ancora una volta, replicando le narrazioni main stream delle cancellerie europee e d’oltreoceano, lotta al terrorismo, alla criminalità e al traffico di migranti sono gli obiettivi chiave e unitari del progetto GARSI, implementato dalle unità militari d’eccellenza e dalla moderna “cooperazione allo sviluppo” di casa Ue.

L’ambiguissimo modello di supporto e cooperazione CIMIC (cioè civile-militare) è stato assunto in proprio anche dal Comando operativo di MISIN. Sempre più spesso, infatti, le forze armate italiane sono impegnate nella contestuale consegna di “aiuti”, beni e materiali vari (dai sistemi d’arma ai farmaci, alle attrezzature sanitarie e finanche giocattoli e materiale scolastico e sportivo) alla controparte militare nigerina e alle autorità locali.

Lo scorso anno l’Aeronautica ha ceduto alle forze aeree nigerine “dotazioni” non meglio specificate per la “protezione e la difesa delle istallazioni e del proprio personale nei principali aeroporti attivi del Paese”. Materiale sanitario “a favore della popolazione nigerina” è stato consegnato alle forze armate di Niamey dalle unità del Policlinico Militare “Celio” di Roma e della Scuola di Sanità e Veterinaria Militare dell’Esercito in missione in Niger.

Sempre lo Stato maggiore della difesa fa sapere che lo scorso 25 marzo, il contingente MISIN ha concluso un altro progetto CIMIC “a favore del villaggio di Dara”. Nessun dubbio per i contribuenti italiani sulla sua rilevanza “civile”.

“Si è trattato della donazione di derrate alimentari e dispositivi sanitari che serviranno al personale paracadutista nigerino quale contingenza nel contrastare la pandemia da Sars-CoV2”, spiega la Difesa. “Il supporto alla popolazione è una delle attività MISIN che si affianca a quella principale di assistenza alle Forze di Difesa e Sicurezza, focus primario della missione che viene realizzato sia in maniera diretta, sia facilitando la distribuzione di aiuti umanitari provenienti dalla cooperazione internazionale del Ministero degli Affari esteri”.

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Non sarà il capitalismo a salvarci dal covid - Mariana Mazzucato

 

Boris Johnson ha attribuito il successo della campagna vaccinale del Regno Unito “al capitalismo” e “all’avidità”. Si tratta di commenti di pancia, ma se le parole del primo ministro offrono una qualche indicazione sulla sua idea di come il Regno Unito potrà riprendersi dalla pandemia, le implicazioni per le scelte politiche del paese in patria e all’estero sono preoccupanti. Non è la prima volta che Johnson trae le lezioni economiche sbagliate dalla crisi del covid-19. Pochi mesi fa con lo stesso spirito si era rivolto alle “persone di sinistra, convinte che tutto possa essere finanziato dai soldi dei contribuenti”, dicendo che “arriva il momento in cui lo stato deve fare un passo indietro e lasciare che sia il settore privato a entrare in gioco”.

Johnson non è la prima persona a considerare i vaccini un successo del settore privato. Ma vale la pena di ricordare che il vaccino AstraZeneca è stato creato dagli scienziati dell’università di Oxford, e in seguito sviluppato e distribuito dal gigante farmaceutico anglosvedese. Eppure a essere celebrati pubblicamente sono stati solo i privati.

La verità è che nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione dei vaccini è stata riversata una quantità senza precedenti di fondi pubblici. Si stima che i sei candidati principali abbiano ricevuto 12 miliardi di dollari (circa dieci miliardi di euro) di denaro pubblico e dei contribuenti, di cui 1,7 miliardi di dollari (circa 1,4 miliardi di euro) per il vaccino Oxford-AstraZeneca e 2,5 miliardi di dollari (circa 2,1 miliardi di euro) per quello di Pfizer-Biontech. Questo livello d’investimenti rappresenta un enorme rischio, ma non è l’unico che il settore pubblico ha corso. I governi hanno usato degli “impegni anticipati di mercato” per garantire alle aziende private che sono riuscite a produrre un vaccino contro il covid-19 di essere ampiamente ricompensate con cospicui ordini.

I fondi pubblici spesi per la ricerca e lo sviluppo hanno spesso una natura imprenditoriale, nel senso che i governi investono nelle prime e più rischiose fasi dell’innovazione sanitaria, prima che esista un mercato. Questo è uno dei motivi per cui le aziende sono riuscite a sviluppare un vaccino per il covid-19 in tempi record. Come ha chiarito un recente rapporto dell’Industrial strategy council (Consiglio per la strategia industriale) britannico, la svolta nelle vaccinazioni contro il covid-19 sarebbe stata impensabile senza il coinvolgimento dello stato. Un efficace e “mirato” coordinamento governativo – fatto di politiche industriali d’investimento scientifico, appalti pubblici strategici e collaborazione tra pubblico e privato – è stato fondamentale per il successo della campagna di vaccinazione contro il coronavirus.

Il senno di poi
C’è però da fare un’importante precisazione. Nonostante il governo conosca la forza del Regno Unito nel settore delle scienze biologiche, e voglia sostenerlo con due nuovi accordi di settore, la capacità del paese di produrre dosi sufficienti non è scontata. La storica incapacità britannica di sostenere la sua base produttiva nazionale è evidente nei recenti litigi tra Bruxelles e Londra sulla fornitura del vaccino Oxford-AstraZeneca. Prima della crisi, il Regno Unito non era interessato a investire in una base industriale locale per la produzione di massa di vaccini e altri prodotti scientifici. Se il governo avesse proposto un piano d’investimento in fabbriche di questo genere prima della pandemia, probabilmente sarebbe stato accolto in maniera non proprio entusiastica.

Questo è chiaro con il senno di poi. Ma il senno di poi ci dice anche quanto sia vitale avere una strategia industriale a lungo termine, che investa nella produttività e nella crescita economica, e al tempo stesso abbia obiettivi più ambiziosi, come affrontare la crisi climatica e le future pandemie. Invece di considerare il presente come il momento migliore in cui delineare un simile piano, Johnson sta rinunciando a una strategia industriale sensata. La soppressione, da poco annunciata, dell’Industrial strategy council, un organismo indipendente di consulenza che dà consigli al governo sulla strategia industriale da seguire, fa pensare che non si farà tesoro del prezioso lavoro di questa istituzione. Il governo si è impegnato a raddoppiare la spesa pubblica per la ricerca e lo sviluppo del Regno Unito, portandola a 22 miliardi di sterline all’anno entro il 2024 o il 2025, ma propone anche di tagliare il bilancio dello Uk research and innovation, un dipartimento pubblico che finanzia la ricerca, dimezzando i fondi per i progetti internazionali di sviluppo.

Nel Regno Unito i tagli alla ricerca durante una pandemia lanciano un messaggio preoccupante

Se questo indebolirà l’infrastruttura fondamentale per il successo dei vaccini nel Regno Unito, come sembra probabile, allora l’Agenzia per l’invenzione e la ricerca avanzata (Aria), da poco creata dal governo, rischia di essere una costosa distrazione. Negli Stati Uniti il modello dell’Agenzia per i progetti di ricerca avanzati (Arpa), a cui s’ispira l’Aria, è stato un grande successo perché si muove all’interno di un’infrastruttura vitale e decentralizzata, sostenuta da investimenti pubblici nella scienza, che l’amministrazione Biden prevede di rafforzare ulteriormente.

Il fatto che i tagli alla ricerca britannica avvengano durante una pandemia globale lancia un messaggio preoccupante sulle priorità del primo ministro. Quando ha parlato di avidità, Johnson in realtà ha identificato il problema del sistema, non qualcosa che merita un elogio. Da solo un vaccino non può bastare per ingabbiare il covid-19, e il Regno Unito non sarà al sicuro dal virus finché la maggioranza della popolazione mondiale non sarà vaccinata. È molto difficile capire come l’avidità possa rendere il vaccino disponibile a tutti, in tutti i paesi, e gratuitamente.

Affrontare il monopolio delle case farmaceutiche sulla scienza, sulle competenze tecniche e sulla tecnologia, e condividere questa missione con più paesi possibili, sarà fondamentale per aumentare e decentralizzare la produzione di vaccini in tutto il mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha creato il programma Covid-19 technology access pool- (C-Tap), per permettere ai governi e alle aziende di fare proprio questo. Parallelamente il Sudafrica e l’India hanno inviato all’Oms la proposta, sostenuta da più di cento paesi, di rinunciare temporaneamente ad alcuni vincoli sulla proprietà intellettuale per le tecnologie legate al covid-19. Da un recente sondaggio nel Regno Unito è emerso che il 74 per cento degli intervistati è favorevole a queste posizioni. Per tutta risposta il governo ha ignorato il C-Tap e respinto la sospensione temporanea sulla proprietà intellettuale.

Quando un governo è guidato dalla filosofia dell’avidità, l’apartheid vaccinale è garantito. Il 56 per cento delle oltre 455 milioni di dosi del vaccino contro il covid-19 è già andato a persone in paesi ad alto reddito, e solo lo 0,1 per cento è stato distribuito nei 29 paesi più poveri. È improbabile che il programma Covax dell’Oms, il cui obiettivo è vaccinare fino al 27 per cento della popolazione in 92 tra i paesi più poveri, basti.

Avendo fatto bene con il suo programma vaccinale, il Regno Unito dovrebbe essere ora in buona posizione per contribuire a una campagna di vaccinazione globale. La promessa del governo britannico di donare il surplus di vaccini è un buon inizio, ma non basta. Serve una leadership forte e una speranza. Invece Boris Johnson sembra attaccato all’ idea anacronistica e controproducente che saranno il capitalismo e l’avidità a vaccinare il mondo e a contribuire alla ricostruzione dopo la pandemia.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

 

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