martedì 4 maggio 2021

le miniere prime di tutto, anche dell'acqua

 Andalgalá: l'Agua Rica che toglie la vita - Pablo Bruetman               

Qualche giorno fa la polizia di Catamarca ha attuato raid e arresti ad Andangalá, entrando violentemente nelle case di diversi membri dell'Assemblea di El Algarrobo, che si oppongono all'installazione del progetto minerario Agua Rica. Sono stati emessi 25 mandati di cattura e 7 arresti, come reazione alle recenti manifestazioni in cui si è anche verificato l'episodio dell'incendio dell'ufficio della compagnia mineraria di proprietà delle multinazionali Yamana Gold, Glencore e Newmont. 
I membri dell'assemblea dell'Andalgalá
 hanno accusato il governatore Raúl Jalil della persecuzione e affermano con decisione che il popolo di Andalgalá è unito e resiste. “Siamo un popolo che da più di 20 anni dimostra di non volere la distruzione del proprio territorio, di non vendersi davanti all'illusione di un falso progresso che pensa di poter distribuire perline colorate mentre si avvale di infiltrati e violenza per promuovere un modello impraticabile e incompatibile con la vita dei popoli”.

Sulla lotta anti-estrattista e in difesa del proprio territorio che continua con grande tenacia ad Andalgalá, proponiamo la traduzione di un ottimo articolo di Pablo Bruetman uscito recentemente su Revistacitrica.com
(Red. Ecor)


Andalgalá: l'Agua Rica che toglie la vita - Pablo Bruetman               

La città di Catamarca resiste a un nuovo attacco da parte del mega-mining. Le persone difendono l'acqua impedendo il passaggio dei veicoli dell'impresa che di fatto non dovrebbe operare nel territorio.

Rosa è andata in pensione da poco. La sua routine si ripete quotidianamente da due settimane: alle 6:30 del mattino si siede sul ciglio della strada per compiere il suo turno di blocco selettivo dei camion delle miniere che cercano di caricare materiale là sulla montagna. Rosa è la prova vivente che Andalgalá, Catamarca, non molla né mollerà la sua storia in difesa dell'ambiente. Fu nel 2010 quando qui si riuscì, dopo una violenta repressione, a fermare lo sfruttamento del progetto Agua Rica. E oggi si è di nuovo in strada con l'obiettivo di impedire l'attivazione di Agua Rica (mascherata sotto altro nome) nonostante gli elementi legali che ne impediscono l'esplorazione e lo sfruttamento. 

"Siamo un popolo dell'entroterra che non aveva mai vissuto tutto questo, ciò ci ha fatto rendere conto del mostro", dice Rosa. Il mostro ha diverse teste (compagnie minerarie, governi complici, giudici nemici della giustizia) e una fame insaziabile. In Andalgalá lo conoscono bene, perché questa città compierà presto mezzo secolo di resistenza contro il saccheggio minerario. Nella memoria di Rosa e di tant* altr* c'è la grande città che il 22 agosto 1971 si oppose al progetto estrattivista denominato "La mia vita".

Questa pensionata, che ha vissuto con il suo corpo anche la brutale repressione del 2010 che lasciò vari feriti, racconta la lotta che ha attraversato diverse generazioni: "Oggi ero nel blocco con una giovane ragazza, le stavo raccontando quello che era successo. E' una storia triste che ha lasciato un segno nella vita di molti. Molti tacciono sulle sofferenze che subirono in quella repressione così inaspettata". Il mostro è ancora in agguato un decennio dopo, ora con un nome diverso, ma con la stessa violenza.

Resistenze di ieri e di oggi

Le strade comunali per Potrero e Choya, in Andalgalá, sono vietate al transito delle compagnie minerarie, secondo le risoluzioni 208 e 209 del Ministero delle Miniere della provincia. Nei media locali, le uniche informazioni che appaiono su queste strade sono i reclami dei vicini sulle cattive condizioni e sui blocchi stradali. I motivi di fondo non sono spiegati: le società minerarie continuano a utilizzarli, passando sopra la legge e la volontà popolare. 

Lunedì 22 marzo, Giornata mondiale dell'acqua, l'Assemblea di El Algarrobo di Andalgalá avrebbe realizzato una carovana unendosi alle manifestazioni indette dalle organizzazioni socio-ambientali in tutto il paese, ma prima di iniziare la marcia hanno visto diversi mezzi e un furgone in cui erano trasportati lavoratori minerari. I piani cambiarono: decisero di attuare un blocco selettivo e di organizzare un'assemblea permanente sul lato della strada. Sapevano già cosa stava per succedere: la ripresa dello sfruttamento sulle colline. 

Tra le pietre miliari minerarie che vengono ostentate riguardo ad Andalgalá c'è quella di essere stata la sede del primo mega progetto minerario del Paese: Bajo La Alumbrera, che nel 1997 iniziò lo sfruttamento che culminò nel 2019, anche a causa della forte pressione esercitata dai cittadini. Come Esquel, nel sud del paese, Andalgalá è un simbolo di resistenza al mega-mining a cielo aperto. 

C'è una data tristemente famosa nei 50 anni di lotta di questa città: il 15 febbraio 2010. In quel giorno, l'Assemblea di El Algarrobo (riceve quel nome perché il punto d'incontro originale era sotto un carrubo che gli garantiva l'ombra) realizzò un sit-in in mezzo alla strada per evitare l'esplorazione e sfruttamento del progetto Agua Rica, di proprietà della multinazionale canadese Yamana Gold. 

Il procuratore Marta Nieva inviò la polizia locale. E il giudice del controllo delle garanzie, Rodolfo Cecenarro, ordinò alla Polizia, alla Fanteria e alla Divisione Operazioni Speciali "KUNTUR" di reprimere senza esitare: "Cominciarono a picchiare, altri usavano spray al peperoncino, proiettili di gomma, manganelli. Ti sparavano da due metri”. Così raccontarono i partecipanti all'assemblea in un articolo pubblicato all'epoca da 'La Vaca'.

Quella volta non ci furono morti per miracolo. La violenza delle forze di sicurezza è stata condannata dall'intera città in una mobilitazione senza precedenti che ha chiesto il rilascio dei detenuti e il blocco dell'attività ad Agua Rica. I due obiettivi sono stati raggiunti ma la pressione mineraria non si è fermata.

Cambio di nome, stesse intenzioni

I danni ambientali lasciati da Bajo La Alumbrera e le esplorazioni e i tentativi di sfruttamento di altre miniere continuano ancora. Le aziende non solo non se ne vanno dal territorio, ma anzi, si potenziano: Agua Rica e La Alumbrera hanno ora formato il nuovo progetto MARA. Intendono estrarre oro, argento e rame dal progetto che si arenò dopo la repressione del 2010 e inviare i minerali, attraverso una linea di trasporto, alle strutture - oggi teoricamente in disuso - di Bajo La Alumbrera. 

José Martes, dell'Assemblea di El Algarrobo, parla delle assurdità e delle contraddizioni legali e politiche che devono affrontare ad Andalgalá: “La Corte Suprema ha dato luogo nel 2019 a un ricorso che bloccava tutte le attività della miniera Bajo La Alumbrera, fatta eccezione per la manutenzione. Ma nel 2020, il ministero delle Miniere ha dato la concessione per la perforazione di 11 pozzi nel perimetro minerario". 

Sul nuovo sviluppo estrattivista: "il luogo di estrazione è lo stesso. Non hanno fatto altro che integrare. Il danno ambientale e sociale continua latente. Quei pozzi consumano 20 mila litri di acqua al giorno di uno dei fiumi principali, il Minas. Dopo questa autorizzazione, la Provincia ha emesso la Legge di Emergenza Idrica in tutta la Catamarca".

Le due settimane di blocco selettivo delle strade comunali sono trascorse con la consueta "normalità": poliziotti in borghese che scattano foto e filmano video, e commissari che si avvicinano con tono gentile e anche amichevole con l'obiettivo di identificare ogni membro dell'assemblea. Ma questa tranquillità è stata rotta martedì 30 marzo, quando sono stati notati strani movimenti. 

C'era un camion carico di attrezzi a 300 metri dal campeggio comunale, che aspettava i minatori che arrivavano con mezzi privati, senza rispettare le leggi sul lavoro o il protocollo sanitario. Yamana Gold aveva capito come aggirare il blocco selettivo: mandando i suoi lavoratori in taxi. 

Camuffamento e violenza

Alle 8:20 del 30 marzo, un'auto di pattuglia con quattro poliziotti passa per il blocco di El Potrero. Cinque minuti dopo, un taxi che nasconde un dipendente della compagnia mineraria canadese si ferma a 50 metri dall'Assemblea. Quando l'Assemblea ferma l'auto per consegnare un volantino informativo, l'autista dice che sta lavorando e che sta trasportando un passeggero. Allora, quelli del blocco stradale chiedono al passeggero di abbassare il finestrino per dargli l'opuscolo. Non lo abbassa, si nasconde. Indossa l'uniforme della compagnia mineraria. 

All'autista viene chiesto se sa che sta violando le risoluzioni del Ministero delle Miniere, ma il tassista minaccia di chiamare la polizia. Passano le macchine, vengono distribuiti volantini. Appare l'auto di pattuglia che era passata prima. L'autista non la ferma, la lascia passare perché ha già scorto una Fiat Duna grigia con targa AOP 025. Al volante c'è una persona che di solito passa attraverso il blocco dando calci ai cartelli e insultando le persone che stazionano all'Assemblea. Gli viene offerto un volantino e afferma di essere un fornitore della società mineraria di Agua Rica e che ha bisogno del denaro che gli porta la impresa finanziando le sue forniture di pollame. 

Ha anche vestiti con il logo Yamana Gold. Non è consentito passare perché il blocco è anche per i fornitori della compagnia mineraria. Dice che ha fretta e che passerà comunque. E se necessario, investirà chiunque si metta sulla sua strada. Ed è quello che fa: mette la prima, accelera e investe tutto il gruppo che sta realizzando il blocco. 

Per 30 metri trascina sul cofano dell'auto un compagno, che rimane con ematomi, graffi e un ginocchio contuso. Lascia anche una compagna gravemente contusa sulla tibia e sulla caviglia. Di conseguenza all'urto rimane rotto il parabrezza e lui scende per picchiare il compagno ferito. A quel punto appare una nuova auto pattuglia e l'uomo della Fiat Duna inventa la sua versione: che la gente dell'Assemblea l'avevano picchiato e rotto il parabrezza. La Polizia ignora le persone ferite, e si adopera per incoraggiare quest'uomo e il tassista a sporgere denuncia per il blocco della strada e per le presunte aggressioni ricevute. 

Tra i media e la paura

"Qui c'è molta complicità da parte dei media, è persino venuto fuori che questa persona era stata aggredita dai membri dell'assemblea, che lo avevano picchiato e che era sceso dall'auto per difendersi e che era stato colpito con un bastone", riporta José Martes la versione che hanno comunicato i giornali, la Polizia e la compagnia mineraria. L'Assemblea di El Algarrobo, conoscendo già i metodi usati dal potere, ha richiamato un habeas corpus (per "proteggere la nostra integrità fisica mentre esercitiamo il nostro legittimo diritto di protesta"). 

L'appello è stato respinto il 24 marzo dal giudice Cecenarro, lo stesso che aveva ordinato la repressione nel 2010. Il magistrato ha trovato voce sul quotidiano 'El Ancasti', spiegando la sua decisione: "Continuano ancora con vecchie pratiche degli anni Settanta, credendo che a forza di usare la violenza, provocheranno una reazione da parte dello Stato". Così è scritto in un articolo dove si descrive l'Assemblea come violenta e - guarda caso - non appare nessuna dichiarazione di alcun membro dell'assemblea. Il rigetto giudiziario è stato impugnato, per cui la presentazione rimane in vigore fino a quando non si esprimerà la Camera Penale di Appello.

Dall'Assemblea spiegano che chi non rispetta le leggi è la compagnia mineraria Yamana Gold: viola due delibere emanate dalla Segreteria delle Miniere (attuale Ministero delle Miniere) nel 2009, in cui si proibisce il transito minerario attraverso le strade comunitarie di Choya e Potrero; viola la Legge Generale dell'Ambiente, la Legge dei Ghiacciai e degli Ambienti Peri-glaciali, la Legge delle Foreste e anche i Diritti Umani garantiti dalla Costituzione e dagli Accordi internazionali firmati dall'Argentina. 

Inoltre, Andalgalá ha un'ordinanza (029/2016) che vieta qualsiasi attività mineraria nel bacino del fiume Andalgalá. Sebbene sia stato dichiarato incostituzionale dalla Corte di Giustizia di Catamarca nel dicembre 2020 (proprio quando Bajo La Alumbrera e Agua Rica si unirono per formare il progetto MARA), è ancora in vigore in attesa di una risoluzione della Corte Suprema argentina.

Dopo 17 giorni di viaggio, è arrivata la conferma che i timori dell'Assemblea non erano infondati. Lo stesso giorno in cui il presidente Alberto Fernández ha annunciato le restrizioni dovute alla seconda ondata di Covid-19, la compagnia mineraria ha portato le macchine di perforazione sulla collina Nevado del Aconquija. Rosa, la pensionata militante: “È molto frustrante, la nostra lotta è legittima ma ci rendiamo conto di non essere ascoltati e il progetto MARA continua a rafforzarsi con il sostegno della Giunta provinciale e il silenzio del Municipio".

Poveri d'acqua

Se l'attività di Agua Rica viene attivata al 100%, gli agricoltori saranno completamente privati ​​dell'acqua. L'azienda consumerebbe 300 milioni di litri al giorno, sei volte di più dell'intera città di 12.600 abitanti. "Quello che uno protegge è il corso del fiume, la compagnia mineraria è alla sorgente del fiume", spiega Rosa. 

Come continua questa lotta, Rosa? “Continueremo nonostante tutto questo, continuiamo nella convinzione che il nostro popolo debba sapere cosa ci succederà se permettiamo la installazione della compagnia mineraria. Non vogliamo essere sacrificati come gli abitanti di Jáchal. Qui non c'è l'autorizzazione, vorremmo una consultazione popolare o un referendum come è successo a Esquel, ma il giudice di Catamarca ci ha negato questo diritto nel 2011. Siamo sicuri che il No alla miniera vincerebbe e con un gran margine".

Ogni sabato dal 2009, ad Andalgalá si tiene una Marcia per la Vita. 583 sabati senza interruzioni. Con il caldo, con il freddo o con i temporali, sempre si è manifestato. Una lotta pacifica contro la laidezza della lobby mineraria. Dice Rosa: "Alcuni ci accusano di non dialogare, soprattutto i media che non si sono mai avvicinati al blocco o alle nostre manifestazioni e copiano i post di Facebook dei pro-miniere". 

Perché non dialogate, Rosa? "Cosa andiamo a dialogare? Un dialogo si dà quando c'è fiducia e qualche possibilità di trovare soluzioni, ma loro non ci danno mai risposte. Se otteniamo qualcosa è attraverso denunce in ambito legale. Uno sopporta tutto questo, perché non ci sono alternative. Quello che facciamo è rendere visibile la situazione che stiamo vivendo. La situazione già ci ha esasperato e debilitato lo spirito, il sabato torneremo a manifestare, quella di sabato sarà la 584esima volta. E ad agosto compieremo le 600 manifestazioni. È così, non ci fermeremo mai".

Non ci si ferma mai, perché chiuso questo articolo, le macchine perforatrici stavano avanzando, sotto la custodia della forza pubblica, verso il colle Nevado del Aconquija.

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UN COMMENTO

·         ANGELO PANSA


Grazie al coraggioso Pablo Bruetman che mediante La Bottega del Barbieri ci propone una riflessione sul modo di agire delle multinazionali, appoggiate dai vari governanti, mettendo a rischio di sopravvivenza intere popolazioni e l’ambiente (compresa l’acqua). Speriamo che gli Stati importatori dei prodotti minerari e di altri prodotti alimentari (in particolare la carne bovina) si rendano conto di essere conniventi con questi crimini che possono essere considerati ecocidio ed etnocidio. Invito i lettori a far circolare queste notizie e questi commenti. Padre Angelo Pansa.

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“En Andalgalá vivimos una dictadura minera” - Walter Mansilla*

El día anterior a mi detención ya había visto movimientos raros afuera de mi casa. Había dos combis con las ventanillas polarizadas que tenían la inscripción del Gobierno de Catamarca. Yo sé que ese tipo de combis son las que usan en los operativos antidrogas y ya presentía que iba a ser el próximo detenido.

Dejé a propósito las puertas abiertas para que entren sin romper nada. Estaba despierto, mandando mensajes a mi grupo de alumnos porque soy preceptor, les estaba preguntando qué situaciones estaban pasando con la pandemia. Ya no tenía ninguna chance para hacer nada, cuando entraron lo único que hice fue meterme abajo de la cama.

Vi ocho pares de botas alrededor de mi cama. Revolvieron todo, pero no me encontraron y salieron. Cuando salieron del cuarto, traté de mandarle mensajes a mis amigos para avisarles que estaban en mi casa y ahí me encontraron debajo la cama. No me dieron tiempo a nada. La cama la volaron por los aires, la tiraron directamente.

Me tiraron en el piso boca abajo y uno de los policías me pisó los talones con sus pies. Me gritaban que me quede quieto, mientras otro saltaba sobre mi espalda. Otros dos comenzaron a patearme en el suelo. Nunca me resistí a la detención. Lo único que les decía era que paren de pegarme. Yo me cubrí la cara con mis manos porque era donde más me querían patear. Me obligaron a poner las manos para atrás, me agarraron de los brazos, me levantaron y ahí aprovecharon a patearme.

Me torcieron las manos, me precintaron y en ese momento -sin ninguna necesidad- vino otro policía y puso su arrodilla en mi cuello, para asfixiarme de la misma manera que mataron a un hombre en Tucumán, como también lo hicieron en Estados Unidos con George Floyd. Hicieron esas cosas con el único propósito de herirme. Después, me obligaron a pararme. No me podían mover de los golpes que me habían dado. Me levantaron de los pelos, me sacaron al patio de mi casa y me obligaron a estar de rodillas. Me decían que baje la cabeza, cada vez que me daba vuelta o miraba de reojo recibía un golpe. 

Entre esas miradas pude ver alrededor de 30 efectivos dando vuelta toda mi casa. Yo había dejado las puertas abierta para que no tengan que forzar nada, porque además no tenía nada que ocultar, pero igual rompieron todo, los marcos, las puertas todas quebradas. 

Cuando me llevaron a la comisaría estuvimos todos juntos en una sola habitación, al menos ocho compañeros, las mujeres estuvieron separadas. El trato fue muy violento, mucho desprecio. Nos dijeron que teníamos que estar con barbijo, pero la celda estaba toda sucia, el baño tenía larvas y materia fecal, pedimos lavandina y un balde pero no nos dieron nada.

Una  de las noches en la comisaría hubo aprietes. Llegó Infantería, entró a la celda, agarró a uno de nosotros al azar. Lo esposaron y se lo llevaron, al rato hicieron lo mismo con otro y no sabíamos qué pasaba. No teníamos ningún familiar cerca porque era de noche y por las restricciones de la pandemia nadie podía estar afuera de la comisaría. Estábamos absolutamente solos. Fue muy feo ver cómo se llevaron a compañeros. 

A todos los que se llevaron los interrogaron, les mostraron videos y fotos de las caminatas y les pedían nombres de las personas que estaban ahí. A Gabriel, uno de los compañeros, le leyeron todo sobre su vida, lo habían espiado, sabían todo: qué hacía, dónde vivían sus hijas, qué hacía su ex pareja, habían hecho una trabajo de inteligencia para que se quiebre y le decían que si no respondía las preguntas lo iban a golpear, atrás había cuatro tipos. Justo cuando estaban apretando a los compañeros, llegó nuestro abogado defensor, no se lo esperaban y desarticularon toda esa operación que yo creo que iban hacer con todos.

Tuve la suerte de tener una madre muy luchadora. Ella me inició en esta lucha, ya son más de quince años, esto es lo que quiero y sabía que en algún momento esto iba a tener un peso, me tocó ser el buscado esta vez.

En la Asamblea siempre se dijo que no se habla de partidos políticos mentirosos. Creo que llegó el momento de luchar con todos nosotros, no estar solo en las calles, sino también contra los gobiernos. Y ahora que se despertaron muchas asambleas que estaban en el olvido, ahora que sus luchas no se dieron por vencidas y hoy están más fuertes que nunca es el momento de presentar un grito desde ese frente también.

Este tipo de atropellos lo vivimos desde hace muchos años. Esta violencia que vivimos siempre la llamamos la dictadura minera y es muy evidente por la forma en que me llevaron preso y la violencia que ejercieron. Todavía estoy dolorido de los golpes que recibí. Me duele el brazo, la rodilla también. Pero estamos enteros, fuertes y unidos. No hay cabezas, simplemente brazos luchadores. Tenemos toda la fortaleza que uno necesita para seguir adelante y no bajar nunca los brazos.

*Fotógrafo de Andalgalá, una de las 10 personas que fueron detenidas, golpeadas y hostigadas por la policía de Catamarca.

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