lunedì 25 gennaio 2016

Economisti basta ingannarci - Francesco Gesualdi (lettera agli economisti)

Caro economista,
il compito che ci attende è immane, serve il contributo di tutti, compreso il tuo. Per
questo mi rivolgo a te con un appello scusandomi se le mie parole potranno sembrarti
irriverenti, ma il momento è grave, non c’è più spazio per le etichette.
Le macerie sociali e ambientali affiorano ovunque. Disoccupazione e povertà non
accennano a diminuire, le disuguaglianze hanno raggiunto picchi mai visti nella storia
dell’umanità, i processi naturali sono talmente sovvertiti da mettere a rischio la nostra
stessa sopravvivenza. Ma tu continui a dirci che ci troviamo nel migliore dei mondi
possibili. Addirittura che non esiste altro sistema all’infuori di questo.
Perciò mi rivolgo a te con una preghiera, addirittura una supplica. Ti chiedo di
smettere di ingannarci. A partire dalla tua funzione.
A te piace presentarti come un ricercatore, uno scienziato asettico del sistema
economico. Ti piace paragonarti al naturalista che studia i formicai. Ma mentre il
naturalista si limita a osservare, tu pretendi di costruire leggi. Perciò ti sei trasformato
da scienziato in ideologo.
La tua presunzione più grave è stata quella di aver voluto equiparare l’economia
alla natura. Ovviamente non mi riferisco a te come persona, ma come categoria. So
bene che certi passaggi sono stati realizzati secoli or sono dai tuoi predecessori, ma tu
conservi la responsabilità di perpetrarli. Constatato che in natura vigono leggi
predeterminate, hai stabilito che ogni altro aspetto del vivere umano, economia
compresa, è regolato da leggi incontrovertibili. E ti sei messo a definirle con pretesa
di scientificità.
L’economia è come il galateo: è un’invenzione umana. Per alcuni ruttare è
mancanza di rispetto, per altri è indice di gradimento del pasto consumato. Questione
opinabile. Ma se scrivi tomi su tomi per descrivere il punto di espansione ideale dello
stomaco per sparare un bel rutto, più che un’operazione scientifica fai un’operazione
culturale. Non solo dichiari da che parte stai, ma induci la collettività a pensare che
ruttare sia bello. Risultato garantito soprattutto se nessun altro scrive il contrario e
anzi l’inno al rutto è propagandato in tutti i modi possibili.
Fuor di metafora, di economie possibili ne esistono tante, ma tu ti sei concentrato
solo su una. E non quella che ti convinceva di più, ma quella che ti conveniva di più.
Ti sei soffermato sull’economia del vincitore perché non è arruolandoti nelle fila
degli oppositori che puoi riempire la borsa, ma suonando alla corte dei dominatori.
I vincitori del nostro tempo sono i mercanti. Non per conquista improvvisa, ma per
ascesa lenta a partire dal Duecento. All’inizio quasi clandestini, negozianti di stoffe e
denaro fuoriusciti dal castello feudale. Poi sempre più potenti e più ricchi, fino ad
avere la meglio sulla vecchia classe nobiliare. E raggiunto il pieno controllo dei tre
poteri capitali, l’economico, il politico e il militare, il loro problema è diventato il
consenso.
Come tutti i prìncipi, anche i mercanti sanno che l’obbedienza si ottiene per
coercizione o per convinzione e come tutti i prìncipi anche i mercanti hanno usato
entrambi le vie. La storia del capitalismo è lastricata di morti, principalmente
lavoratori, caduti per mano di polizie col mandato di reprimere senza pietà ogni
forma di opposizione.
Ma la sudditanza basata sulla violenza è insostenibile. Nessun potere può reggersi
sulla repressione permanente. Dopo un po’ o fa scattare il consenso o è finito. Per
questo tutti i poteri si organizzano per attuare la peggiore delle violenze: il dominio
delle menti. E il sistema dei mercanti non ha fatto eccezione, anzi è diventato un caso
di scuola.
Le tecniche di plagio collettivo sono ormai consolidate e ruotano attorno a tre
fondamenti: il sovvertimento dei valori, il rimodellamento degli stili di vita, la
manipolazione dell’informazione. Il sovvertimento dei valori per modificare le
convinzioni profonde che stanno alla base del modo di concepire i rapporti umani e
sociali. Il rimodellamento degli stili di vita per far assorbire un’altra mentalità in
forza dell’abitudine. La manipolazione dell’informazione per far passare una
percezione della realtà utile ai disegni del potere.
Il sistema (il padrone avremmo detto in altri tempi) ti ha chiesto di metterti a
disposizione per ognuno di questi passaggi. E tu prontamente lo hai fatto, perché a
ben guardare il primo plagiato sei tu. A forza di studiare le stesse teorie, di guardare
la realtà sempre dalla stessa angolatura, sei diventato un fanatico privo di ogni
capacità critica. Le sole parole che capisci sono quelle del mercante: denaro, mercato,
concorrenza, costi, ricavi, profitti. Le persone viste solo come costi da comprimere.
La natura solo come merci da vendere. Un mondo a senso unico dal quale sono stati
estromessi serenità, soddisfazione, affettività, salute. In una parola, tutti gli aspetti
che fanno la felicità delle persone.
E a chi cerca di farti notare l’assurdità di una simile impostazione, contrapponi il
muro. Tu, unico depositario della verità; tutti gli altri, pericolosi sovversivi da
annientare in ogni modo possibile. Così da preteso scienziato ti sei trasformato in
custode, addirittura gendarme, dell’ordine mercantile. Basta guardare le posizioni
difese dagli organismi internazionali posti a fondamento del sistema economico
mondiale: Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Organizzazione
mondiale del commercio. Istituzioni alloggiate in palazzi immensi affollati da
migliaia di funzionari, apparentemente economisti, in realtà gelidi kapò, che in nome
del mercato non si fanno scrupolo a imporre regole che derubano lavoratori, cittadini
e comunità a vantaggio di multinazionali, banche e fondi speculativi.
È sempre più evidente che all’interno di questo sistema, dichiaratamente contro le
persone e l’ambiente, non troveremo più le risposte ai nostri problemi. La
socialdemocrazia se n’è andata per sempre, e anche senza rimpianto, visto che era
costruita sullo sfruttamento del Sud del mondo. Per permettere a tutti di vivere
dignitosamente, nel rispetto dei limiti del pianeta e della piena inclusione lavorativa,
bisogna ripensare totalmente il sistema economico. Prima che negli aspetti
organizzativi, nei princìpi fondanti, perché le economie sono il risultato dell’interesse
dominante. Nel mondo dei marinai tutto è impostato attorno alle navi, ai remi, alle
reti. In quello degli agricoltori è impostato attorno ai carri, agli aratri, ai magazzini.
Nel contesto marino gli agricoltori sono in difficoltà e viceversa perché perfino le
narrazioni seguono tracce diverse.
Se la savana è organizzata per il leone, sarà ben difficile che le gazzelle possano
trovare soluzione ai propri problemi. Gli unici spazi possibili saranno quelli stabiliti
dai leoni, che però non li definiranno per il bene delle gazzelle, ma di loro stessi. Per
le gazzelle si aprirà una prospettiva solo se si ridurrà il potere dei leoni e se la savana
sarà riorganizzata per la sopravvivenza di tutti gli animali. Fuori di metafora, noi,
comuni cittadini nullatenenti, troveremo la soluzione ai nostri problemi, quello
dell’abitare, dello studiare, del curarci, del provvedere a noi stessi, solo se usciremo
dal sistema dei mercanti e ne costruiremo un altro al servizio delle persone.
Una prospettiva possibile, ma che ha bisogno del contributo di tutti. Anche del tuo.
Se non come sostenitore, almeno come non belligerante. Non solo smettendo di
ingannarci sulla scientificità e la neutralità di questo sistema. Ma smettendo di
difenderlo a tutti i costi e cominciando, al contrario, a denunciarne i suoi limiti e le
sue storture nell’ottica del bene comune.
In altre parole ti chiedo di smettere di difendere l’indifendibile. E te lo chiedo non
solo per agevolare l’avvento di un’altra forma di economia, finalmente al servizio di
tutti. Lo chiedo anche per te. Affinché tu salti giù dal treno prima che precipiti
definitivamente nel baratro. Perché è certo che questo sistema si distruggerà con le
sue stesse mani. E non sarà certo un onore per te passare alla storia come chi non ha
saputo aprire gli occhi neanche quando le crepe stavano diventando crepacci. Ti
conviene rifletterci prima che sia troppo tardi.
(Testo pubblicato su “Risorsa umana” di Francesco Gesualdi, Edizioni Sanpaolo
2015)

domenica 24 gennaio 2016

Si naviga a vista e l’ottimismo non basta - Andrea Baranes

«L’Italia sta veramente ripartendo»; «questa è davvero la volta buona»; con Juncker nessun problema, solo un suo «infortunio verbale»; sulla bad bank Padoan sta «facendo miracoli». Sono alcuni passaggi della lunga intervista rilasciata ieri dal presidente del consiglio Matteo Renzi al Sole24Ore. Se possibile ancora più ottimismo del solito.
Lo stesso che sembra trapelare da Davos, malgrado l’annuale Forum dell’Economia mondiale si sia aperto su una situazione a dire poco intricata. Il nostro Paese in particolare sembra trovarsi in una vera e propria tempesta perfetta, alla quale contribuiscono una serie di fattori.
Si tratta di sette principali punti di crisi.
1) Il crollo delle borse, partito dalla Cina, ha poi contagiato l’Asia e via via le altre piazze finanziarie. Un crollo iniziato alcuni mesi fa, dopo tre anni consecutivi di crescita vertiginosa, con aumenti ben superiori al 100% in un anno e decine di milioni di nuove posizioni aperte nella sola primavera 2015. Non era così difficile immaginare che si trattava di una bolla, e che, come tutte le bolle, prima o poi sarebbe scoppiata.
2) Lo scoppio e il contagio alle altre piazze finanziarie sono però rapidissimi per una finanza che ragiona in millesimi di secondo, nell’esasperato tentativo di anticipare gli andamenti dell’economia. Somme gigantesche si spostano sulla base di voci e di supposizioni amplificando, sia in positivo sia in negativo, i cicli e gli andamenti economici. Cresce l’instabilità nelle Borse mondiali, dove una buona notizia diventa un’irrefrenabile euforia, ma una cattiva si trasforma in un inarrestabile crollo. Meccanismi cavalcati da una speculazione che guadagna sulle oscillazioni dei prezzi e si nutre ed esaspera l’ instabilità dei mercati.
3) Il rallentamento dell’economia cinese e una crescita del Pil inferiore alle aspettative è un problema anche, se non soprattutto, per l’Europa, dove la ripresa stenta e dove la politica economica ha puntato tutto sull’export. Austerità e crescenti diseguaglianze deprimono la domanda interna, mentre la competitività diventa fine a se stessa nella gara globale per chi produce al prezzo più basso. Con il Quantitative Easing inondiamo il mondo di euro, svalutando la nostra moneta per rendere più convenienti le esportazioni. Il problema è che se l’Europa, che nel suo insieme già oggi ha il maggior surplus commerciale del pianeta, punta tutto su esportare sempre di più, un rallentamento del principale mercato di sbocco, i paesi asiatici e le economie emergenti, rischia di bloccare l’intera economia mondiale.
4) Su questo si innesta il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime. Un segnale doppiamente preoccupante. Da un lato è un sintomo del rallentamento della produzione industriale e della crescita economica, il che innesca ulteriore sfiducia. Dall’altro, si ripete il discorso fatto al punto precedente. Se il greggio continua a scendere, sono problemi per i paesi produttori, ma anche per quelli che basavano la loro economia sulle esportazioni, quindi per l’Europa. L’Italia importa petrolio, ma deve sperare che il prezzo non scenda troppo. Logico, no?
5) Problemi internazionali e decisioni economiche europee a cui si sommano questioni interne al nostro paese. Una disoccupazione che rimane intollerabile, diseguaglianze crescenti, l’inflazione più bassa da mezzo secolo a questa parte, una fiducia non esattamente ai massimi malgrado i continui proclami. Vari fattori che contribuiscono a deprimere domanda e consumi. Se però l’economia interna non riparte, le esportazioni si fermano, parlare di investimenti pubblici è un affronto al dio dell’austerità, chi dovrebbe trainare la famigerata ripresa?
6) Secondo il dogma neoliberista per cui la finanza pubblica è un problema e quella privata la soluzione, a trainarla dovrebbero essere mercati finanziari e banche. Di mercati finanziari in questi giorni è meglio non parlare, ma non è che le banche se la passino tanto meglio, anzi. Le sofferenze – i crediti che non vengono restituiti – superano il 10%. Per liberare le nostre banche da questa zavorra e rilanciare il credito e quindi l’economia servirebbe la bad bank. L’Ue non vuole però sentire parlare di aiuti di stato, e i piccoli «infortuni verbali» tra Juncker e Renzi rischiano di non semplificare le cose. Così come non le semplificano le lettere indirizzate dalla Bce alle nostre banche per informazioni su queste stesse sofferenze.
7) Se per le nostre banche questi problemi non fossero sufficienti, di nuovo l’Europa ci mette un carico non da poco, con l’entrata in vigore del bail-in, in assenza però di un meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie su scala continentale. Per l’ennesima volta una Ue in mezzo al guado, che impone regole uniche ma lascia poi i paesi più deboli a sbrigarsela da soli. Con l’attuale sfiducia è facile presumere il rischio di un bank run, ovvero che alla prima difficoltà i piccoli risparmiatori scappino a gambe levate dagli investimenti in azioni e obbligazioni bancarie.
Riassumendo. Le Borse calano; la finanza è rimasta il gigantesco casinò dell’epoca dei subprime; l’economia internazionale va male; quella italiana peggio; le diseguaglianze crescono; le politiche economiche sono pessime; l’Europa è un disastro; la sfiducia nelle banche ai massimi. Per fortuna che, alla faccia dei gufi, «l’Italia sta veramente ripartendo». L’unico problema è capire in quale direzione.
(pubblicato su il manifesto • 22 Gen 16)

Le tasse sono il lusso dei poveri - Giorgio Cremaschi


La propaganda di regime presenta come un grande successo del governo il fatto che la Apple si sia accordata con il fisco italiano per pagare una parte delle tasse finora eluse. Vediamo i conti.
Con il trucco della sede fiscale all'estero, pare in Irlanda, la casa della mela morsa non ha pagato allo stato italiano 880 milioni di euro.
Ora l'accordo raggiunto prevede il saldo di 318 milioni di euro. Cioè la Apple risparmia definitivamente 562 milioni di euro di tasse dovute che non pagherà mai... Sono una montagna di soldi con cui si potrebbero sostenere un bel po' di servizi pubblici che invece dovranno subire altri tagli.
Quello della Apple non è un caso isolato, la FCA di Marchionne ha trasferito sede fiscale in Gran Bretagna, anche se promette di pagare le tasse in Italia per la produzione locale. Tutte le imprese multinazionali produttive e finanziarie fanno così e sia chiaro che l'evasione fiscale in Europa non avviene trasferendo le sedi alle Isole Cayman, ma giocando tra i paesi della stessa Unione.
L'Ikea, con un semplice meccanismo di sedi legali e scatole cinesi tra le sue società tutte dentro la UE, è riuscita a pagare su alcuni miliardi di profitti lo 0,08 % di tasse. Il presidente della commissione UE Juncker è stato capo del governo in quel Lussemburgo sotto inchiesta per la colossale evasione multinazionale che ha fatto del Granducato la sua patria.
Insomma il grande capitale non paga le tasse, e quando proprio gli tocca, lo fa sempre a condizioni di favore. Come del resto succede a tutti i ricchi evasori che portano i soldi a Montecarlo o in Svizzera e che, se scoperti o se si pentono e decidono di tornare alla legalità, se la cavano come la Apple versando un terzo del dovuto.
Pensiamo ora invece a Giuseppe Pintossi, operaio metalmeccanico a cui per varie ragioni Equitalia abbia inviato una cartella con la richiesta di 880 euro di tasse arretrate e non pagate. Pintossi vorrebbe anche lui fare come la Apple e quindi vorrebbe chiedere all'agenzia di chiuderla con 318 euro. Anche perché quei 562 euro di tasse risparmiate, alla sua famiglia servirebbero proprio per vivere.
Invece sappiamo benissimo come andrà a finire. L'operaio metalmeccanico se fortunato se la caverà pagando 1000 euro di tasse e multe. Se poi dovesse ostinarsi a tirarla in lungo, finirebbe per pagare molto, molto di più delle tasse che gli vengono contestate.
Il nostro fisco oggi opera secondo un regime di classe brutale, che ha lo stesso metro di misura dello sceriffo di Nottingham. L'Unione Europea, contrariamente a quanto afferma la propaganda di regime, ha accentuato, razionalizzato e generalizzato quella regola: rubare ai poveri per donare ai ricchi. E così le tasse diventano sempre di più il costosissimo lusso imposto a chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese.
 (8 gennaio 2016)

Famiglia, menzogne e mistificazioni - Ernesto Balducci*

 

(…) Parlando da cristiano (…), ci tengo a dire che il momento che stiamo vivendo è proprio il momento in cui dobbiamo abbattere (noi ne siamo i primi responsabili) quella che chiamerei l’ideologia cattolica, come ideologia di copertura del mondo borghese, il quale mondo borghese trova vantaggio nel coprire i suoi obiettivi di conservazione sociale con dei valori cosiddetti cristiani che hanno ancora una grandissima forza di suggestione nelle coscienze.
La difesa della famiglia cristiana è un aspetto dell’ideologia cattolica che, molto di più di quanto potremmo pensare, nasconde la volontà di conservare un certo tipo di società e un certo tipo di sistema di rapportidi proprietà. Alzare quindi questo velo è in un sol momento recuperare la possibilità di un rapporto più vivace, più liberatorio col Vangelo e smascherare le reali intenzioni della classe dominante. (…)
Non esiste un modello cristiano di famiglia
Che cosa si nasconde, però, dietro questo cosiddetto modello cristiano della famiglia? È lecito attribuire al messaggio cristiano un modello di famiglia quale quello che abbiamo ereditato dal passato e che ancora sopravvive? Ecco, la risposta è subito no. Si tratta appunto di una menzogna, non di quelle architettate da chi sa quale mal intenzionato, ma di quelle menzogne che nascono per una specie di escrescenza storica progressiva, sulla spinta di altre ragioni che non sono di tipo ideale, ma pratico.
Non esiste la “famiglia cristiana”, essa è appunto un falso valore. Io vorrei mostrarvi come liberandoci da questa falsificazione, ricercando anche le ragioni per cui essa è nata e si è fatta valere e riferendoci con coscienza liberata alle esigenze evangeliche, noi ci mettiamo in movimento tra le forze che mirano a far crescere la nostra società e liberarla anche da altre schiavitù.
Che cosa intendiamo quando si parla di modello cristiano della famiglia? Noi possiamo riferirci o al particolare ordinamento giuridico della famiglia, quello che è stato elaborato lungo i secoli dalla Chiesa cattolica, oppure ad un particolare concetto etico, morale della famiglia, che, anche indipendentemente dall’ordinamento giuridico-canonico, si è fatto valere da parte della società italiana. Per cui si dice che la famiglia tipica italiana è una famiglia di formazione cristiana.
(…) I primi cattolici non avevano un ordinamento giuridico proprio della famiglia. Essi vivevano la vita di famiglia, ed anche diremmo istitutivi, secondo il costume del tempo. Non c’era, per dir così, il matrimonio in chiesa; non c’era una anagrafe o un tribunale ecclesiastico per i matrimoni, non c’era il prete, al matrimonio. I cattolici si sposavano come tutti gli altri. Non sentivano alcun bisogno di dare al loro matrimonio un ordinamento giuridico particolare all’interno del generale ordinamento giuridico della società in cui vivevano, specialmente in quella romana.
Ad esempio, là dove erano le famiglie a stabilire il matrimonio dei figli, i primi cristiani facevano come gli altri: il padre di famiglia destinava alla figlia un dato marito, d’accordo con la famiglia del promesso sposo, senza che i due interessati potessero aggiungere nulla, perché questo era il costume.
Inutile quindi andare a cercare nei primi cristiani un modello di “famiglia cristiana”. Così, per quanto riguarda il modello etico della famiglia, non esiste un concetto etico specificamente cristiano, nei primi secoli. C’è una visione, se vogliamo, di fede, teologale, cioè legata al riferimento a Cristo. Non esiste peròun ideale di famiglia con particolari contenuti morali. La prassi familiare si modellava sul costume morale del tempo. Anche se è chiaro che il cristianesimo impose un rigore morale, un rifiuto di certe forme di depravazione, una condanna di certe degenerazioni; però non disse cose diverse da quelle che poteva dire l’etica degli stoici o dei pitagorici. Quindi il cristianesimo non si presenta con una sua etica familiare formulata nei primi tempi.
Come nasce il modello cristiano della famiglia
Solo quando la Chiesa, dopo Costantino, e precisamente con Giustiniano, acquista una responsabilità di tipo sociale, per cui tutti i momenti della vita sociale vengono gestiti dal clero, incomincia a formarsi un ordinamento matrimoniale cristiano che, come vedremo, si è poi accresciuto, si è arricchito, si è accreditato in ogni modo fino a trovare il suo sigillo nel Concilio di Trento e a diventare anche un modello di ispirazione per molti ordinamenti giuridici civili. Il codice napoleonico fu in gran parte tributario di questa tradizione giuridica della Chiesa medioevale.
Tuttavia ci domandiamo se il matrimonio cosiddetto cristiano ha veramente obbedito alle esigenze evangeliche o non piuttosto alle esigenze della società del tempo. La risposta è chiara: la cosiddetta famiglia cristiana, con tutti i connotati giuridici ritrovabili nel codice canonico, con tutti i connotati etici ritrovabili nel costume esemplare, è un prodotto storico e, come tale, relativo.
Per cui io non riesco a capire, proprio dal punto di vista diremo dell’individuazione culturale, che significhi difendere in una società pluralistica un modello cristiano di famiglia, perché non so quale sia questo modello, perché non si dà un modello proprio del cristiano.
La famiglia cristiana, se noi la conserviamo come prodotto storico ereditario, nasconde invece in sé particolari pregiudizi, particolari difformazioni, particolari rapporti sociali legati allo sfruttamento che sono tutti da rifiutare.
Caratteristiche superate della famiglia cristiana
Quali sono queste caratteristiche storiche da considerare superate? Innanzitutto è chiaro che l’unità della famiglia cristiana usufruiva di un dato economico, era l’unità patrimoniale. Il padre di famiglia era l’unico responsabile del patrimonio familiare, era lui l’unica figura economica della famiglia. E quindi l’unità della famiglia, anziché essere il prodotto della scelta cosciente dei coniugi, era un portato fatale dell’indivisibile unità patrimoniale. Che cosa avrebbe potuto fare una buona donna cristiana, si fa per dire, di ceto povero, se avesse avuto mille motivi per lasciare il marito: andare a morire di fame o essere rifiutata dalla società abbiente come donna deplorevole, di cattivi costumi, ecc. La donna era legata a questo giogo dell’indissolubile monarchia economica del padre di famiglia.
A reggere l’indissolubilità della famiglia, oltre a questa ragione economica, esisteva un ambiente cosiddetto monoculturale, cioè a cultura unica, per cuitutti gli elementi culturali dell’ambiente spingevano a ricercare la propria identità nella famiglia di appartenenza. Una donna non aveva un suo mondo culturale. I figli non avevano un mondo culturale autonomo. Non c’erano spazi diversi per l’esperienza di vita. La famiglia rappresentava il luogo normale e continuativo dell’esperienza culturale. L’unità quindi si manteneva perché mancavano forze centrifughe, aperture di orizzonti diversi per i componenti della famiglia. Pensate, ad esempio, al legame quasi fatale fra il lavoro del padre e del figlio.
In terzo luogo c’era la subordinazione della donna all’autorità maritale, che era una norma assoluta. L’attività pastorale della Chiesa ha in questo una specifica responsabilità, perché il modello che si forniva alla donna era un modello di subordinazione al marito. La “donna cristiana” è quella che dice sempre di sì al marito, che non ha in nessun campo iniziativa propria, le cui virtù sono tutte una garanzia alla tirannide maschile e i cui compensi mistificanti sono l’essere l’angelo del focolare. Perfino san Paolo porta riflessi della condizione sociale della donna dei suoi tempi, quando dice che la donna deve essere sottoposta al marito, o deve coprirsi il capo quando entra in assemblea perché il capo della donna è l’uomo. San Paolo non rivela niente che abbia rapporto con la liberazione portata da Gesù Cristo. Assume norme di comportamento proprie della società ebraica. (…)
Il matrimonio è per i figli. In realtà, pensate che nel passato, anche in quel passato che certi nostalgici rimpiangono, il consenso libero della donna al matrimonio era una circostanza neanche presa in considerazione. La donna aveva così radicalmente accettato il modello impostole dalla società e dalla Chiesa che aveva perfino vergogna a dire che desiderava prender marito; magari lo desiderava con tutta se stessa, ma tale desiderio rimaneva inibito. Doveva esser lei, la donna cercata. Doveva essere senza iniziative e con un’etica del comportamento femminile che voi conoscete bene.
La stessa definizione della donna era di tipo biologico. La donna si definiva in rapporto alla sua biologia: era vergine o madre. Non persona, come l’uomo, capace di decidere della propria vita indipendentemente dalla condizione biologica; ma legata strettamente a questa, con delle sfere di mortificazione terribili, come la donna che non ha sposato, la zitella, considerata una donna fallita.
Oggi ci troviamo nella situazione in cui lo sviluppo della società ha messo in crisi le componenti di struttura che sorreggevano un certo tipo di famiglia cosiddetta cristiana. Abbiamo una crisi della famiglia che per molti è la crisi della famiglia cristiana, ma che invece è la crisi della famiglia tradizionale e niente altro.
(…) Ora, secondo me, il Vangelo non ci dà nessun esempio di famiglia precisa. Anche la sacra famiglia è un’invenzione posteriore, borghese, perché la famiglia di Nazareth non è un modello di famiglia, per il semplice fatto che, almeno nelle convinzioni di fede, Maria e Giuseppe non erano autenticamente marito e moglie. Quindi, presentare come modello di famiglia un modello in cui proprio l’aspetto principale non era integro, significa fare una mistificazione.

Indicazioni evangeliche
Occorre domandarsi piuttosto in che senso il Vangelo si apre a questa esperienza particolare della vita che è l’amore nella famiglia, nella linea della liberazione (…). A me pare che ci siano dei punti fermi, questa volta autenticamente fermi, a cui fare riferimento in questo tentativo di recupero del significato evangelico che può avere la vita nell’amore, la vita familiare. Innanzi tutto, è sicuramente un’affermazione di fondo del Vangelo che dinanzi a Cristo non c’è nessuna differenza fra l’uomo e la donna, dinanzi a Cristo non c’è né maschio né femmina. Quelle discriminazione desunte dalla realtà sociologica, che hanno un riflesso nella sacra scrittura, devono essere subordinate a questa che è l’autentica rivelazione in rapporto alla resurrezione: in Gesù Cristo la disparità tra l’uomo e la donna è abolita. Certo noi sappiamo che la parola del Vangelo non si presta a diventare – guai del se lo facessimo – un fondamento per nuovi ordinamenti giuridici; perché la parola del Vangelo, come si suol dire, è parola profetica, cioè una parola che indica certe linee di crescita, le quali sboccano in una totale liberazione cristiana. In secondo luogo, secondo il Vangelo, la fedeltà non è il risultato di una legge esterna che costringe, ma è un’espressione dell’amore.
Un’altra esigenza interna allo spirito evangelico è il rifiuto della strumentalizzazione, del rendere l’altro uno strumento di se. Espressioni bibliche quali “la persona umana è fatta a immagine di Dio”, “amate i vostri mariti come la Chiesa ama Cristo”, “amate le vostre mogli come Cristo ama la Chiesa”, per un credente sono un invito decisivo a rifiutare di fare dell’altra persona uno strumento di sé, si tratti dei rapporti fra coniugi, si tratti di rapporti familiari. Questo rispetto della persona significa garanzia del rapporto veramente comunitario, perché tra rapporto comunitario e rapporto di società stabilito dalla legge c’è una differenza di qualità: il rapporto comunitario in tanto è, in tanto vive, in quanto trova la sua sorgente nel libero consenso e nel rispetto spontaneo della coscienza verso l’altro; i rapporti societari invece sono quelli che si stabiliscono per forza di legge.
La famiglia, istituzione legata alle condizioni storiche
Siamo all’ultimo punto: non dobbiamo cadere in un così ingenuo evangelismo da credere che la famiglia non interessi la società, che debba essere riferita soltanto all’esperienza spirituale. Ogni espressione dell’uomo, ma la famiglia in particolar modo, in quanto si innesta nei rapporti sociali generali, ha bisogno di istituzionalizzarsi. La istituzionalizzazione è un momento di serietà umana, il momento in cui si traduce in norma esterna la responsabilità di fronte alla società intera. Però, non è con questo momento istituzionale che si definisce la famiglia. Il momento istituzionale è quello in cui l’esperienza della famiglia assume rapporti e responsabilità con l’insieme della realtà sociale. E la società, come tale, ha bisogno di tutelare la famiglia, di farsene garante in qualche modo, di proteggerne e favorirne lo sviluppo. Ma questo momento, lo ripeto, è del tutto legato alle condizioni storiche e varia a seconda del mutare delle condizioni storiche; perciò oggi c’è bisogno di una nuova istituzionalizzazione della famiglia.
La famiglia è una creazione continua. Nella Bibbia c’è la poligamia, poi si è acquisito il concetto della famiglia monogamica, che forse è un concetto irrinunciabile. Però non si deve dire che è la natura che l’ha voluto, perché questo significa attribuire alla natura astratta delle conquiste storiche che sono invece relative anch’esse.
Forse la famiglia dovrà cambiare ancora forma, dovrà cambiare struttura. Il concetto del diritto naturale è un concetto dell’immobilismo borghese, con cui si sono voluti rendere eterni e immutabili alcuni rapporti che erano funzionali alla società borghese. E qual è il criterio con cui la famiglia deve cambiare struttura? È quel di più di libertà che l’uomo deve avere. Quando diciamo libertà non parliamo della libertà soggettivistica identica al libero arbitrio, ma di una libertà in cui veramente l’esistenza dell’uno sia garanzia e condizione della libertà di tutti gli altri.
Questa crescita della famiglia presuppone un nuovo diritto familiare in cui dovrà essere anche previsto il caso nel quale la fedeltà reciproca di indissolubilità non è più possibile. (…) E naturalmente, quando si fa questa battaglia per un nuovo tipo di famiglia, si deve fare anche una battaglia per un nuovo tipo di società, perché se i rapporti economici rimangono quelli che sono poco vale il modificare i rapporti giuridici. Al più avremmo un aggiornamento neo-capitalistico della famiglia. (…)

* Questo intervento che Ernesto Balducci fece in occasione del referendum sul “divorzio” del 1974 è apparso su “Ernesto Balducci e il dissenso creativo” (libro curato di Enzo Mazzi ed edito da manifestolibri nel 2002) e sul settimanale Adista.
** Figlio di un minatore dell’Amiata, Ernesto Balducci è nato a Santa Fiora (Grosseto) nel 1922 ed è morto a seguito di un incidente stradale nel 1992. Sacerdote, insegnante, scrittore, organizzatore culturale, promotore di numerose iniziative contro la guerra, è stato tra i fondatori della rivista Testimonianze nel 1958 e delle Edizioni Cultura della Pace nel 1986. Tra i suoi libri: Il terzo millennio (Bompiani), La pace. Realismo di un’utopia (Principato), L’uomo planetario (Camunia, poi Ecp) e la raccolta postuma di scritti autobiografici Il sogno di una cosa (Ecp). Da segnalare anche il manuale di storia della filosofia, Storia del pensiero umano (Cremonese). Un’ottima rassegna bibliografica preceduta da una precisa introduzione biografica dedicata a Balducci è il libro di Andrea Cecconi, Ernesto Balducci: cinquant’anni di attività, Libreria Chiari, Firenze 1996.

sabato 23 gennaio 2016

Proposta ai colleghi insegnanti "contrastivi" - Pietro Ratto

Gentili Colleghi,
la cosiddetta BuonaScuola ha sottratto a noi insegnanti ogni facoltà decisionale, riducendo Collegi, Consigli e Dipartimenti a contesti in cui i docenti si limitano a ratificare decisioni che, ormai, spettano soltanto ai Dirigenti e ad Enti e individui privati esterni, di fatto estranei al contesto scolastico. Nonostante le solite promesse che, puntualmente, ogni governo recita circa la sua intenzione di“restituire dignità agli insegnanti”, in nessun altro ambito lavorativo un Professionista è tenuto in una così bassa considerazione.
Alla luce di ciò, a chi non si riconosce in questa BuonaDittatura delle BuoneAziende che manipolano i BuoniGoverni che si servono dei loro BuoniDirigenti, propongo di ASTENERSI D’ORA IN POI DA QUALSIASI VOTAZIONE, eventualmente motivando: “Sono un Insegnante. Intendo occuparmi soltanto della mia Disciplina e dei miei Studenti”.
Tutto sommato, la vita è breve. Meglio morire al momento giusto.

prof. Pietro Ratto

Decreto salvabanche e suicidi economici, quanta ipocrisia! - Giorgio Cremaschi


Immaginiamo che in una città siano stati tolti i limiti di velocità per le automobili, che siano stati aboliti gli Stop agli incroci e messi sul giallo tutto i semafori e che, in nome della velocità di scorrimento del traffico, si diano premi agli automobilisti che corrono di più. In un tale ambiente di pazzi suonerebbe un poco ipocrita il compianto per le vittime degli inevitabili catastrofici incidenti stradali. È ipocrita allo stesso modo il compianto ufficiale per il povero pensionato che si è suicidato, perché derubato dei propri risparmi investiti in obbligazioni subordinate cancellate dal decreto salvabanche.
L'ipocrisia per questo suicidio è doppia. In primo luogo perché sembra ignorare le centinaia di piccoli imprenditori, lavoratori, debitori che si sono uccisi in questi anni di crisi e di politiche di austerità. In Italia abbiamo statistiche per tutto, ma pare manchi un dato sulla strage per crisi economica e non è un caso. Si vuole far passare il massacro di persone che non hanno retto al disastro economico e alla precarizzazione delle loro vite e di quelle dei loro cari come una serie di casi individuali. Invece la strage per suicidio economico è un evento collettivo, è il prodotto di una politica frutto di precise scelte e responsabilità, che ne dovrebbero sopportare tutto il peso criminale.
In secondo luogo è ipocrita far credere che il povero pensionato sia stato travolto da una scheggia impazzita del sistema. No, è tutto il sistema che è impazzito come la città folle di cui abbiamo scritto all'inizio.
Pochi giorni fa il ministro Poletti ha spiegato che sarebbe ora di farla finita con gli orari di lavoro e che sarebbe giusto retribuire i dipendenti a prestazione. Il suo ragionamento, applicato a chi lavora per un istituto di credito, vorrebbe dire che un impiegato per mangiare dovrebbe vendere più obbligazioni insicure che può. E in realtà il sistema sta proprio andando in quella direzione.
In questi anni i dipendenti degli istituti di credito son stati sottoposti alla cura della competitività estrema. Molti son stati licenziati e sostituiti con giovani precari e sottopagati. Il Jobs Act ha oliato tutto il nuovo meccanismo. Nelle retribuzione si riduce sempre più la paga fissa, quella che con 16 mensilità faceva del bancario il dipendente più invidiato, mentre si estende quella a cottimo. Cioè prendi i soldi se la tua banca fa tanti contratti speculativi e tu contribuisci con la tua opera al suo successo. Consiglio di leggere cosa scrive un lavoratore bancario, anonimo perché a dire la verità si rischia il posto, sul sito di clashcityworkers.
I dipendenti delle banche sono soldati della guerra per il profitto e guai a loro se perdono un affare, se un risparmiatore viene preso dai dubbi e rinuncia ad investire i suoi soldi. E anche sui risparmiatori la pressione non è certo piccola. Avete visto le ultime pubblicità delle banche? Su Radio24 addirittura sono i soldi che parlano e protestano con il loro proprietario perché li tiene congelati in un cassetto, versione neo liberale della parabola dei talenti. Cosa volete che faccia il pensionato quando un sorridente impiegato gli sottopone un contratto di 50 pagine in più copie scritte in piccolo piccolo. Si pensa che dica come nei film americani: fermi tutti voglio il mio avvocato? No il sistema funziona sulla sottomissione di dipendenti e risparmiatori. E il sistema bancario impone ai dipendenti di vendere prodotti a rischio ai risparmiatori e ai risparmiatori di acquistarli.
Le banche sono diventate parte del casinò globale della finanza speculativa, son già passati oltre vent'anni da quando il presidente Clinton cancellò la legge Glass Seagal che separava le banche d'affari dai normali istituti di credito. Oggi i risparmi dei cittadini servono alle banche per partecipare alla speculazione finanziaria globale e quindi i risparmiatori son sempre più destinati a finire come il parco buoi della Borsa. Se va bene a tutti, forse va bene anche a loro, se va male, va male solo a loro. Il sistema funziona così.
In Europa 4000 miliardi di euro di danaro pubblico son stati spesi per salvare le banche, che hanno ricominciato a speculare su derivati e porcherie varie come e più di prima. Ora un legge bancaria europea, testata come altre iniquità con i memorandum imposti alla Grecia, impone che i salvataggi delle banche avvengano anche con i soldi dei risparmiatori che di quelle banche si sono fidati. Gli unici che non debbono mai pagare nulla sono i banchieri, ai quali anzi deve essere garantita la possibilità di tornare agli affari come e più di prima. Così i poveri risparmiatori, come i primi cassaintegrati di Pomigliano, finiscono in una società programmaticamente definita "bad company". Cioè un cattiva compagnia senza futuro dove finiscono i poveri ed i perdenti. Mentre i vincenti, cioè i banchieri e i loro protetti e protettori, van tutti nella nuova società per ricominciare ad attrarre risparmio. Con gli stessi scopi di prima.
Immaginatevi se sui contratti di investimento fosse stampato in caratteri giganti:Nuoce gravemente alla salute dei tuoi soldi.
Immaginatevi se i dipendenti delle banche non ricevessero più bonus o premi di risultato, ma solo il vecchio salario fisso e soprattutto immaginativi se non rischiassero più il posto per insufficiente vendita di contratti.
Immaginatevi poi il controllo o addirittura la proprietà pubblici sul sistema bancario e la separazione degli istituti che giocano al casinò finanziario da quelli ove si mettono i risparmi di una vita e si ricevono i prestiti per la casa.
Immaginate insomma un sistema con limiti, controlli divieti veri. Non sentireste subito urlare che si attenta alla libertà dei mercati, che si limita la corsa alla prosperità e si colpisce l'Europa, che si vuole tornare allo statalismo o peggio ancora al socialismo?
Così, dopo il pianto per l'ultima, il sistema riprende a macinare vittime come e più di prima, al massimo concedendosi le riflessioni sofferte di qualche banchiere temporaneamente riluttante.
Ps. Non ho voluto parlare delle famiglie Boschi e Renzi, non perché non pensi grave il loro conflitto d'interessi, ma perché considero anche questo un prodotto (scadente) del sistema impazzito.
 (14 dicembre 2015)

2016. La Nato che verrà… - Antonio Mazzeo


Aggressiva, dissuasiva e preventiva; onnicomprensiva, globale e multilaterale; cyber-nucleare, superarmata e iperdronizzata; antirussa, anticinese, antimigrante e anche un po’ islamofoba. Strateghi di morte e mister Stranamore vogliono così la NATO del XXI secolo: alleanza politico-economica-militare di chiara matrice neoliberista che sia allo stesso tempo flessibile e inossidabile, pronta ad intervenire rapidamente e simultaneamente ad Est come a Sud, ovunque e comunque.
La prova generale della NATO che verrà… si è svolta dal 3 ottobre al 6 novembre 2015 tra lʼItalia, la Spagna, il Portogallo e il Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri, grandi velivoli cargo e per il rifornimento in volo e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Presenti le forze armate di 30 paesi, sette dei quali extra-NATO o in procinto di fare ingresso formalmente nell’Alleanza (Australia, Austria, Bosnia Herzegovina, Finlandia, Macedonia, Svezia e Ucraina). In qualità di “osservatori”, inoltre, gli addetti militari di Afghanistan, Algeria, Azerbaijan, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Kyrgyzistan, Libia, Marocco, Mauritania, Messico, Montenegro, Russia, Serbia, Svizzera e Tunisia. Ai war games pure i delegati di importanti organizzazioni governative internazionali come l’Unione Europea, l’Unione Africana, la Lega Araba e l’OSCE, di alcune agenzie delle Nazioni Unite (OCAH - Coordinamento degli affari umanitari; PNUD  - Programma per lo Sviluppo; UNDSS - Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA - Programma Mondiale di Alimentazione; OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e perfino di diverse organizzazioni non governative (ONG) o sedicenti tali. “Abbiamo la necessità che attori militari e non-militari lavorino insieme, cercando di vincere la pace”, ha affermato il generale NATO Hans-Lothar Domröse alla vigilia di Trident Juncture 2015. “L’obiettivo di ottenere la partecipazione di organizzazioni internazionali/ONG/Organizzazioni Governative serve a migliorare la capacità della NATO di interagire con i principali attori civili”, riportava invece la brochure ufficiale dell’esercitazione. In precedenza, era stato pure diffuso un elenco delle istituzioni civili che si erano dichiarate disponibili a presenziare alle manovre NATO, poi misteriosamente sparito dal sito web dell’Alleanza. Nella special list comparivano il Comitato internazionale della Croce Rossa, le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision e le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.
Per la prima volta nella storia delle grandi esercitazioni NATO per Trident Juncture si sono mobilitati infine anche i manager delle maggiori industrie internazionali della difesa, “nell’ottica di un proficuo confronto di punti di vista, prospettive ed opinioni su possibili nuove soluzioni tecnologiche e sull’importanza dell’innovazione e della creatività nello sviluppo tecnologico militare”, come ha spiegato il sottosegretario alla difesa italiano, Gioacchino Alfano. Così l’esercitazione è stata la ghiotta occasione per testare e commercializzare nuovi e più sofisticati sistemi d’arma e i centri di comando e controllo delle future guerre ipertecnologizzate, quelle con i droni e i sistemi d’arma del tutto automatizzati e le armi nucleari appositamente ammodernate (missili intercontinentali e le testate come le B-61 presenti nelle basi italiane di Aviano e Ghedi, destinate ai cacciabombardieri di ultima generazione come i costosissimi F-35). 

Dal continente nero alla Russia con furore 
“L’esercitazione Trident Juncture ha evidenziato che la NATO può andare dove e quando è necessario che vada, per svolgere il lavoro che le viene richiesto”, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg.  “Essa è stata finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità degli assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali NATO, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata”. Sempre secondo i massimi vertici atlantici, l’esercitazione ha consentito di simulare “uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e ha rappresentato, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”. 
L’esigenza di poter disporre di forze militari prontamente schierabili in qualsivoglia scacchiere di crisi e caratterizzate da un’alta capacità d’integrazione e interoperabilità  è stata sottolineata dal generale Petr Pavel, presidente del Comitato militare della NATO. “L’interoperabilità è divenuta ancora più importante dopo che l’Alleanza Atlantica ha accresciuto le proprie operazioni out-of-area nei primi anni ’90”, ha dichiarato Pavel. “Essa è stata migliorata grazie alla cooperazione tra i paesi membri della NATO e i suoi maggiori partner internazionali, con attività addestrative comuni e costanti e lo scambio di buone pratiche. Ci sono molte sfide che siamo chiamati ad affrontare in questo mondo sempre più instabile, come il terrorismo, la pirateria, l’aggressione di uno Stato e la guerra ibrida. L’interoperabilità esercitata durante Trident Juncture 15 ha consentito alle truppe di sviluppare la prontezza e la capacità di contrastare ogni minaccia”. 
Lo scenario pianificato per l’esercitazione dal Joint Task Force Command (JFC) di Brunssum, Olanda si è basato su un intervento della NATO al di fuori di quanto contemplato dall’articolo 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza, “su mandato delle Nazioni Unite”. Nello specifico, è stata predisposta una mis­sione di assi­stenza e appog­gio militare a favore di un piccolo paese (Lakuta), invaso da un paese aggressore (Kamon) che contestualmente minacciava un terzo stato confinante (Tytan). Gli eventi si sono susseguiti nell’immaginaria Cera­sia dell’Est, corrispondente - secondo la NATO - all’area geografica compresa tra il Corno d’Africa e il Sudan, contraddistinta da “conflitti etnico-religiosi, dispute per l’accaparrramento di risorse energetiche e idriche, presenza di gruppi insorgenti e terroristici e da masse di rifugiati” e contestulamente colpita “dall’insorgenza di pandemie e malattie infettive”. Se è vero che da tempo il continente africano è al centro degli interessi geostrategici di USA e NATO, gli interventi ipotizzati da Trident Juncture 2015 possono essere facilmente immaginati anche per altri importanti scenari di crisi. “L’esercitazione è stata una prova reale di guerra sul fronte orientale”, ha rilevato l’analista Manlio Dinucci de Il Manifesto. “Non ci vuole infatti molta immaginazione per capire che la Cera­sia dell’Est è l’Europa dell’Est e il paese inva­sore è la Rus­sia, accu­sata dalla NATO di aver invaso l’Ucraina e di minac­ciare altri Stati dell’Est”. 
L’esplicita conferma della rinnovata vocazione anti-Mosca dell’Alleanza Atlantica è giunta per voce del generale Petr Pavel. “Negli ultimi dieci anni la NATO si è concentrata soprattutto su esercitazioni di livello inferiore e operazioni di gestione come quelle in Afghanistan, perché durante questo periodo regnava un’atmosfera di collaborazione in Europa, Russia compresa”, ha dichiarato il presidente del Comitato militare NATO alla testata internet Vice News. “Tuttavia, con la crescente situazione di insicurezza dovuta all’annessione della Crimea da parte della Russia e le imponenti esercitazioni organizzate da Putin - molte delle quali non sono nemmeno comunicate all’esterno – c’è bisogno che la NATO metta a punto esercitazioni di portata superiore per essere pronti a qualsiasi evenienza”. 
Dello stesso avviso l’ambasciatore Alexander Vershbow, vicesegretario generale della NATO. “La situazione geopolitica è oggi considerevolmente più instabile così come accadeva durante la Guerra fredda”, ha spiegato Vershbow in occasione della presentazione di Trident Juncture 2015. “La comunità politica a Bruxelles è abbastanza preoccupata per la concentrazione militare russa nell’area mediterranea, il sostegno ai separatisti dell’Ucraina orientale e gli attacchi contro i ribelli moderati in Siria. Adesso dobbiamo decidere cosa è necessario, creare deterrenti con la Russia perché non abbia intenzioni aggressive verso la NATO”. Per il vicesegretario NATO, l’Alleanza dovrà essere capace di operare e interscambiare intelligence con i maggiori partner internazionali per poter intervenire nel nuovo arco di crisi che dal Mediterraneo e il Corno d’Africa si estende al Medio Oriente e al Caucaso. “Lo scopo primario della NATO è la difesa collettiva, ma noi dobbiamo guardare aldilà dei nostri confini, gestire le crisi e aiutare i nostri partner a difendersi”, ha dichiarato a fine ottobre Alexander Vershbow. “Non si tratta però di un lavoro che la NATO può fare da sola. Ogni sfida che affrontiamo, a est o a sud, richiede l’energia e gli sforzi di tutta la comunità internazionale, principalmente da parte dei paesi colpiti direttamente e delle organizzazioni come l’Unione Europea, l’ONU, la Lega Araba e l’Unione Africana. Il nostro sostegno agli altri paesi ha nomi diversi – Resolute Support, Defence Capacity Building, Partnerships – ma serve sempre a riformare i loro settori di sicurezza, professionalizzare le forze armate e stabilizzare i confini. Per questo forniamo supporto concreto all’Ucraina, attraverso cinque Trust Funds in aree come il comando e il controllo, la cyber defence e la riabilitazione medica. Abbiamo programmi di formazione militare con la Georgia e la Moldavia e a sud con Giordania e Iraq. In passato abbiamo lavorato con le forze armate egiziane nel campo della protezione anti-mine e con quelle del Marocco per migliorarne l’interoperabilità con la NATO. Stiamo aiutando la Tunisia a modernizzare le sue istituzioni militari, comprese le forze operative speciali. In Mauritania, chiave di volta tra il Maghreb e il Sahel, un Trust Fund NATO ha contribuito a realizzare depositi munizioni, distruggere gli arsenali obsoleti e favorire il ritorno del personale militare alla vita civile”. 

Truppe d’élite e forze di pronto intervento per il Terzo Millennio
Grazie a Trident Juncture, la NATO ha simulato gli interventi maggiormente richiesti nelle guerre moderne, come l’abbordaggio di unità navali, la ricerca, il riconoscimento e l’individuazione degli obiettivi, le operazioni d’infiltrazione ed esfiltrazione, ecc.. “Trident Juncture ha dato forte enfasi alle forze operative speciali”, ha spiegato l’ammiraglio statunitense Erick A. Peterson, capo dello Special Operations Component Command (SOCC). “Più di un  migliaio di uomini delle forze operative speciali hanno preso parte alle operazioni aeree. Essi provenivano da Belgio, Canada, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna e Stati Uniti d’America e da un paese partner NATO come la Finlandia”. La mega-esercitazione ha inoltre consentito di certificare la piena operativa delle nuove forze di pronto intervento NATO, capaci di mobilitarsi e intervenire in qualsiasi scacchiere mondiale. Nello specifico, Trident Juncture ha permesso di sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della NRF (la forza di pronto intervento NATO), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). La VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO. “Essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”. 
In vista della creazione della nuova task force, la NATO ha riorganizzato quartier generali e comandi operativi: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando congiunto per il Sud Europa di Napoli - Lago Patria. Attualmente la NRF dispone di una brigata multinazionale con 30.000 militari, supportata da altre due brigate pre-designate all’impiego, due gruppi navali (lo Standing Nato Maritime Group SNMG e lo Standing Nato Mine Countermeasures Group SNMCG), una componente aerea e un’unità CBRN (Chemical, Biological, Radiological, Nuclear). I documenti alleati prevedono a breve un ulteriore rafforzamento della NRF con una brigata da combattimento di 2.500-3.000 uomini (con tre battaglioni di fanteria leggera, motorizzata o aeromobile, più alcuni battaglioni pesanti dotati di artiglieria, del genio, per la “difesa” nucleare, batteriologica e chimica); un gruppo aereo composto da una quarantina tra velivoli da combattimento, di trasporto ed elicotteri “in grado di realizzare sino a 200 sortite al giorno”; una task force navale formata da un gruppo guidato da una portaerei, un gruppo anfibio e un gruppo d’azione di superficie, per un totale di 10–12 navi. A settembre sono stati attivati in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania sei piccoli quartier generali per le unità integrate nella forza di pronto intervento NATO (NFIU - Force Integration Units) “che consentiranno maggiore velocità ed efficacia nel caso di un loro dislocamento sul fronte orientale”; altre due unità NFIU entreranno in funzione a breve anche in Ungheria e Slovacchia. Il primo dicembre è stato invece inaugurato a Bucarest il quartier generale multinazionale per le operazioni delle forze di pronto intervento sul fronte sud-orientale con 280 uomini. Allo smisurato potere offensivo della NATO Response Force contribuirà dal prossimo anno pure il sofisticato sistema di telerilevamento ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance) che sarà attivato nella base siciliana di Sigonella con l’acquisizione di alcuni velivoli senza pilota “Global Hawk” di ultima generazione. 

La penisola trampolino di guerra 
La parte più imponente delle esercitazioni di Trident Juncture 2015 si è svolta in territorio spagnolo: qui la NATO ha schierato oltre 20.000 militari nei poligoni di San Gregorio (Zaragoza), Chinchilla (Albacete), Álvarez de Sotomayor (Almería) e Sierra del Retín (Cadice) e nelle grandi basi di Albacete, Son San Joan (Palma de Mallorca), Torrejón (Madrid) e Zaragoza. Le manovre terrestri hanno riguardato in particolare il combattimento in ambito urbano (con il cosiddetto “Battaglione baltico” attivato da Estonia, Lettonia e Lituania), la “decontaminazione” chimica, biologica, radiologica e nucleare (effettuata da un battaglione attivato da nove paesi), l’addestramento delle artiglierie e il lancio di truppe aviotrasportate (con paracadutisti provenienti da Spagna, Italia, Canada e dall’82^ Divisione aviotrasportata Usa con sede a Fort Bragg, North Carolina). Alle attività in Spagna hanno partecipato anche una task-force del 41° Reggimento “Cordenons” di Sora (Frosinone), specializzato nella raccolta d’informazioni grazie all’utilizzo di piccoli droni ad ala fissa “Raven” e “Bramor” e un reggimento della Brigata “Folgore” per il potenziamento della mobilità strategica delle truppe NATO. Contemporaneamente e in stretto collegamento con Trident Juncture, sempre la “Folgore” è stata impegnata in Italia nell’esercitazione Mangusta insieme a 120 uomini della 173^ Brigata aviotrasportata dell’esercito USA di stanza a Vicenza. Oggetto dell’addestramento “la pianificazione e la conduzione delle operazioni aeree” e la “penetrazione in un teatro operativo ostile popolato da forze avversarie”. 
Diciannove i paesi NATO che hanno contribuito alle operazioni aeronavali e di guerra ai sottomarini di Trident Juncture a largo delle coste di Portogallo e Spagna e nel Mediterraneo centrale. Oltre 3.000 militari, provenienti in parte dal corpo dei Marines Usa e della Marina reale britannica hanno partecipato alle simulazioni di sbarco anfibio, tenutesi nel poligono di Capo Teulada in Sardegna. Sempre a Capo Teulada si sono esercitati pure un migliaia di uomini della brigata meccanizzata “Sassari” e più di 500 militari di Albania, Stati Uniti, Ungheria, Germania e Spagna. Nella vicina base di Decimomannu sono stati rischierati invece gli elicotteri HH139 e HH212 del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi, del 15° Stormo di Cervia (Ravenna) e del 9° Stormo di Grazzanise (Caserta) per svolgere congiuntamente ad alcuni elicotteri sloveni, missioni di infiltrazione/esfiltrazione ed evacuazione medica. 
Che le basi militari italiane abbiano ormai assunto un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra NATO è confermato pure dalla scelta dell’Alleanza di svolgere la prima fase “simulata” di Trident Juncture 2015 presso la sede del Comando Operazione Aeree (COA) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara. Qui sono stati trasferiti 400 uomini dell’Aeronautica italiana e di 15 Paesi dell’Alleanza per assumere il comando e il controllo di tutte le forze aeree impiegate e certificare l’acquisizione della piena capacità operativa dell’Italian Joint Force Air Component (ITA-JFAC), il Comando integrato della componente aerea che dal 2016 sarà messo a disposizione dell’Alleanza Atlantica per gli interventi della NRF. Lo scorso 17 giugno, a Poggio Renatico è stato attivato il primo sito ACCS (Air Command and Control System) che fornisce alla NATO un sistema C2 di comando e controllo unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea. Altri siti ACCS diverranno operativi in altri paesi dell’Alleanza tra la fine del 2015 e il 2016. “Una volta completata l’installazione del nuovo sistema, la NATO si assicurerà una copertura dello spazio aereo di più di 10 milioni di km quadrati, mettendo in rete una ventina di grandi centri militari e ampliando enormemente l’efficienza e lo spettro delle proprie attività aeree”, riporta il comando generale dell’Alleanza. Il sistema ACCS sarà pure in grado di rispondere alle richieste operative del nuovo programma di “difesa” aerea e missilistica integrata della NATO (Integrated Air and Missile Defence). “Nelle nostre intenzioni, il primo sito contro i missili balistici diverrà operativo il prossimo anno in Romania e una seconda base sarà pronta in Polonia nel 2018”, ha dichiarato il generale Bernhard Fürst, vicepresidente del NATO Air and Missile Defence Committee. L’ACCS supporterà inoltre il cosiddetto Readiness Action Plan (RAP) approvato il 5 settembre 2014 dal Summit NATO in Galles, per “rispondere velocemente e con fermezza alle nuove emergenze, ovunque esse si presentino”. 
Buona parte dei velivoli destinati ai combattimenti aeronavali “simulati” sono decollati invece dallo scalo militare siciliano di Trapani Birgi. Per Trident Juncture 2015, la sede operativa del 37° Stormo dell’Aeronautica ha ospitato 700 militari (500 italiani e 200 stranieri), mentre per le missioni sono stati impiegati 10 cacciabombardieri “Eurofighter Typhoon 2000” (provenienti dal 4° Stormo Ami di Grosseto, dal 36° di Gioia del Colle, Bari e dal 37° di Birgi), 7 caccia “Tornado” in versione MRCA ed ECR (trasferiti in Sicilia dal 6° Stormo di Ghedi-Brescia e dal 50° di Piacenza) e 4 caccia AMX del 51° Stormo di Istrana, Udine. Da Birgi hanno operato pure un aereo per il rifornimento in volo KC130 AAR del 435th Transport and Rescue Squadron di Manitoba (Canada), alcuni cacciabombardieri F-16 “Lockheed Martin” del 347th Squadron di Nea Anchialos (Grecia), un velivolo da trasporto tattico CASA 295 M del 32nd Tactical Air Base di Lask (Polonia) e tre aerei radar E3D-A Awacs della NATO Airborne Early Warning & Control Force con sede a Geilenkirchen (Germania), con funzioni di comando e controllo dal cielo. 
Per dirigere le operazioni aeree, la NATO si è avvalsa infine del 22° Gruppo Radar (Gr.A.M.) di Licola, Napoli e dell’Italian DARS (Deployable Air Control Centre, Recognised Air Picture Production Centre and Sensor Fusion Post), il Centro con capacità di comunicazione, sorveglianza, comando e controllo tattico delle operazioni aeree, rischiarato appositamente a Trapani Birgi dal Reparto Mobile di Comando e Controllo (R.M.C.C.) di Bari Palese. Sempre a Birgi, il 3° Stormo con base a Villafranca (Verona) ha trasferito una tendostruttura polifunzionale di grandi dimensioni. Gli altri reparti dell’Aeronautica che hanno partecipato a Trident Juncture 2015 sono stati il 14° Stormo di Pratica di Mare con i velivoli KC-767° per il rifornimento in volo degli aviogetti italiani ed alleati e il 32° Stormo di Amendola (Foggia) con i velivoli a controllo remoto “Predator” MQ-1C e MQ-9A per le operazioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Decurtando salari e la spesa sociale, l’Italia si è trasformata in un’infernale macchina di distruzione a servizio della NATO e del capitale finanziario transnazionale.