Settin' in the house with everything on my mind
Settin' in the house with everything on my mind
Lookin' at the clock and can't even tell the time
Walkin' to my window, an' lookin' out of my door
Walkin' to my window, an' lookin' out of my door
Wishin' that my man would come home once more
Can't eat, can't sleep, so weak I can't walk my floor
Can't eat, can't sleep, so weak I can't walk my floor
Feel like hollerin' murder, let the Police Squad get me once
more
They woke me before day with trouble on my mind
They woke me before day with trouble on my mind
Wringin' my hands and screamin', walkin' the floor hollerin'
and cryin'
Catch 'em, don't let them blues in here
Catch 'em, don't let them blues in here
They shakes me in my bed, can't set down in my chair
Oh, the blues has got me on the go
Oh, they've got me on the go
They runs around my house, in and out of my front door
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
venerdì 28 agosto 2020
In The House Blues - Bessie Smith
2058 - Paolo Cacciari
Caro mio nipotino, ti scrivo una letterina che vorrei tu leggessi nel 2058, scadenza entro la quale i debiti dello storico Recovery Fund europeo da 270 miliardi di euro dovranno essere rimborsati. Allora io non ci sarò più. Tu invece avrai quarant’anni e sarai in piena attività e carico delle esigenze che la vita richiede. Stando alle previsioni scientifiche più attendibili e realistiche, il mondo attorno a te avrà seri problemi: la temperatura media globale sarà superiore di un altro grado centigrado, il manto ghiacciato artico, gran parte del permafrost e delle foreste primarie saranno scomparsi, un miliardo e mezzo di esseri umani si troverà ad abitare in aree la cui vita è impossibile, la distruzione degli habitat delle specie selvatiche avranno creato le condizioni per nuove epidemie di agenti patogeni. Altre crisi ecologiche minacceranno la “rete della vita” e, con essa, le stesse condizioni per una convivenza pacifica dell’umanità. Ti chiederai allora come tutto ciò – ampiamente pronosticato – sia potuto accadere senza che venissero prese misure efficaci di contrasto.
Mi preme quindi metterti in guardia da alcune possibili falsità che le
autorità politiche del tuo tempo potrebbero raccontare a proposito della
disastrosa pandemia che ha investito il mondo nel 2020, considerato l’anno
della storica svolta nelle politiche economiche, transitate da un rozzo
monetarismo di stampo neoliberista ad un “ambizioso” piano di spesa pubblica in
deficit di stampo keynesiano. Il piano fu chiamato “Next Generartion Eu” a
sancire enfaticamente l’intenzione di agire in nome, per conto e per il
benessere delle future generazioni, cioè tuo. Un piano che avrebbe dovuto
facilitare una “transizione verde e giusta” del sistema economico, causa prima
dei disastri ecologici e sanitari in atto.
L’iniziativa però non avrebbe potuto funzionare, principalmente, per due
ragioni. Perché i finanziamenti pubblici, le agevolazioni, gli incentivi, le
defiscalizzazioni… vennero usati per espandere un consumo di merci e la
costruzione di infrastrutture prive di autentica utilità, spesso dannose
per la salute e pesantemente impattanti sull’ambiente. Le “condizionalità
green” (non parliamo nemmeno del rispetto dei diritti civili e umani, non
pervenuti) richieste dalla Ue agli stati per accedere ai finanziamenti sono
rimaste evanescenti, buone tutt’al più per il marketing aziendale
dell’automobile, dell’agroindustria, degli smartphone, della moda, persino
degli armamenti. Secondo, perché i finanziamenti pubblici sono stati reperiti
ricorrendo ai mercati dei capitali con l’emissione di bond europei a “tripla
A”, super garantiti dalle Banche centrali per fare la felicità
e la fortuna degli “investitori” che durante la lunga austerity avevano
accumulato liquidità enormi (da rendite e da profitti) che non sapevano più
come “mettere a profitto” in un mercato saturo. Per contro, non venne
realizzata nessuna vera politica fiscale e patrimoniale redistributiva e nessun
serio divieto all’uso esclusivo di risorse naturali limitate e non rinnovabili
come il suolo, l’acqua, l’atmosfera, l’etere, i semi… e dei beni comuni
cognitivi, storici e culturali. Più che alle nuove generazioni e all’ambiente
naturale, il Recovery Fund è servito a rianimare i consumi meccanismi
produttivi espansivi e le vecchie logiche di valorizzazione dei capitali
finanziari privati, procrastinando l’agonia di un sistema economico in crisi
permanente che trascina con sé la distruzione dei cicli vitali naturali e
depriva l’umanità.
Tuo nonno Paolo, agosto 2020
Nota. Confesso di essere molto invidioso di Keynes che scriveva ai suoi
nipoti – avrei potuto essere uno di loro – in modo del tutto diverso dal mio.
Sir John Maynard nelle sue profezie e esortazioni prospettava un futuro
radioso, in cui le magnifiche sorti del capitalismo avrebbero soddisfatto ogni
bisogno materiale dei popoli della Terra e ridotto di molto ed equamente il
tempo di lavoro necessario alla sussistenza. Una tragica illusione, in una
logica di sistema perversa, dell’economia del debito globalizzato, in cui la
ricerca della massimizzazione della crescita del valore monetario dei beni e
dei servizi non può che condurre alla crescita dello sfruttamento dei suoi
“fattori produttivi”: le risorse naturali e il lavoro vivo umano.
giovedì 27 agosto 2020
Come Israele fa la guerra alla storia palestinese - Jonathan Cook
Quando l'attore palestinese Mohammed Bakri ha
realizzato un documentario su Jenin nel 2002 - le riprese furono fatte subito
dopo che l'esercito israeliano aveva terminato il feroce assalto alla città
della Cisgiordania, lasciando una scia di morte e distruzione - ha scelto un
narratore insolito per la scena di apertura: un giovane palestinese muto.
Jenin era stata isolata dal mondo per quasi tre
settimane mentre l'esercito israeliano radeva al suolo il vicino campo profughi
e terrorizzava la sua popolazione.
Il film di Bakri Jenin, Jenin mostra il giovane che si
affretta silenziosamente tra gli edifici distrutti, usando il suo corpo nervoso
per illustrare dove i soldati israeliani hanno sparato ai palestinesi e dove i
bulldozer hanno fatto crollare le case, a volte sui loro abitanti.
Non è difficile dedurre il significato più ampio
che Bakri vuole dare: quando si tratta della loro stessa storia, ai
palestinesi viene negata la voce. Sono testimoni silenziosi delle sofferenze e
degli abusi fatti su di loro e sulla loro gente.
L'ironia è che Bakri ha affrontato un destino simile
da quando Jenin, Jenin è uscito 18 anni fa. Oggi, poco si ricorda del suo film,
o dei crimini efferati di cui parlava, a parte le infinite battaglie legali per
tenerlo fuori dagli schermi.
Da allora Bakri è stato rinchiuso nei tribunali
israeliani, accusato di diffamare i soldati che hanno effettuato l'attacco. Ha
pagato un alto prezzo personale. Minacce di morte, perdita del lavoro e
infinite fatture legali che lo hanno quasi mandato in bancarotta. Nelle
prossime settimane è atteso un verdetto sull'ultima causa contro di lui -
questa volta appoggiata dal procuratore generale israeliano -.
Bakri è una vittima particolarmente importante della
lunga guerra di Israele contro la storia palestinese. Ma ci sono innumerevoli
altri esempi.
Per decenni molte centinaia di residenti palestinesi
nella Cisgiordania meridionale si sono opposti alla propria espulsione poiché i
funzionari israeliani li definiscono "abusivi". Secondo Israele, i
palestinesi sono nomadi che hanno sconsideratamente costruito case su
terreni sequestrati all'interno di una zona di tiro dell'esercito.
Le contro-affermazioni degli abitanti del villaggio
sono state ignorate fino a quando la verità non è stata recentemente portata alla
luce negli archivi di Israele.
Queste comunità palestinesi sono, infatti, segnate su
mappe precedenti a Israele. I documenti ufficiali israeliani presentati in
tribunale il mese scorso mostrano che Ariel Sharon, un generale diventato
politico, ha ideato una politica per stabilire zone di tiro nei territori
occupati per giustificare gli sfratti di massa dei palestinesi come queste
comunità sulle colline di Hebron.
I residenti sono fortunati poiché le loro affermazioni
siano state ufficialmente verificate, anche se dipendono ancora dall'incerta
giustizia di un tribunale degli occupanti israeliani.
Gli archivi israeliani vengono sigillati in fretta
proprio per prevenire ogni pericolo che i documenti possano confermare la
storia palestinese a lungo messa da parte e non considerata.
Il mese scorso Israel’s state comptroller , un
organismo di controllo di Israele, ha rivelato che più di un milione di
documenti archiviati erano ancora inaccessibili, anche se avevano superato la
data di desecretazione. Tuttavia, alcuni sono caduti attraverso la rete.
Gli archivi, ad esempio, hanno confermato alcuni dei
massacri su larga scala di civili palestinesi compiuti nel 1948, l'anno in cui
Israele fu fondato espropriando i palestinesi della loro patria.
In uno di questi massacri a Dawaymeh, vicino a dove i
palestinesi stanno combattendo oggi contro la loro espulsione dalla zona di
tiro, centinaia sono stati giustiziati, anche se non hanno offerto resistenza,
per incoraggiare la maggioranza della popolazione a fuggire.
Altri file hanno confermato le affermazioni
palestinesi secondo cui Israele ha distrutto nello stesso anno più di 500
villaggi palestinesi in un'ondata di espulsioni di massa fatte per
dissuadere i rifugiati dal tentare di tornare.
Anche i documenti ufficiali hanno smentito
l'affermazione di Israele di aver chiesto ai 750.000 profughi palestinesi di
tornare a casa. In effetti, come rivelano gli archivi, Israele ha oscurato il
suo ruolo nella pulizia etnica del 1948 inventando una storia di copertura
secondo cui erano stati i leader arabi a comandare ai palestinesi di andarsene.
La battaglia per sradicare la storia palestinese non
si svolge solo nei tribunali e negli archivi. Inizia nelle scuole israeliane.
Un nuovo studio di Avner Ben-Amos, professore di
storia all'Università di Tel Aviv, mostra che gli alunni israeliani non
imparano quasi nulla di vero sull'occupazione, anche se molti presto la
imporranno come soldati di un presunto esercito "morale" che governa
i palestinesi.
Le mappe nei libri di testo di geografia eliminano la
cosiddetta "Linea Verde" - i confini che delimitano i territori
occupati - per presentare un Grande Israele a lungo desiderato dai coloni. Le
lezioni di storia e educazione civica evitano ogni discussione
sull'occupazione, le violazioni dei diritti umani, il ruolo del diritto
internazionale o le leggi locali simili all'apartheid che trattano i
palestinesi in modo diverso dai coloni ebrei che vivono illegalmente
nella porta accanto.
Invece, la Cisgiordania è conosciuta con i nomi
biblici di "Giudea e Samaria", e la sua occupazione nel 1967 viene
definita "liberazione".
Purtroppo, la cancellazione da parte di Israele dei
palestinesi e della loro storia è ripresa all'esterno da colossi digitali come
Google e Apple.
Gli attivisti della solidarietà palestinese hanno
passato anni a lottare per far sì che entrambe le piattaforme includessero
centinaia di comunità palestinesi in Cisgiordania escluse dalle loro mappe, con
l'hashtag #HeresMyVillage. Gli insediamenti ebraici illegali, nel frattempo, hanno
la priorità su queste mappe digitali.
Un'altra campagna, #ShowTheWall, ha esercitato
pressioni sui giganti della tecnologia affinché segnassero sulle loro mappe il
percorso della barriera di acciaio e cemento di 700 chilometri di Israele,
effettivamente utilizzata da Israele per annettere i territori palestinesi
occupati in violazione del diritto internazionale.
E il mese scorso i gruppi palestinesi hanno lanciato
un'altra campagna, #GoogleMapsPalestine, chiedendo che i territori occupati
fossero etichettati "Palestina", non solo Cisgiordania e Gaza. Le
Nazioni Unite hanno riconosciuto lo stato di Palestina nel 2012, ma Google e
Apple hanno rifiutato di seguire l'esempio.
I palestinesi sostengono giustamente che queste
aziende stanno replicando il tipo di scomparsa dei palestinesi reso loro
familiare dai libri di testo israeliani e che sostengono la "mappatura
della segregazione" che rispecchia le leggi apartheid israeliane nei
territori occupati.
I crimini sull’occupazione attuali - demolizioni di
case, arresti di attivisti e bambini, violenza da parte dei soldati, espansione
degli insediamenti - sono stati documentati da Israele, proprio come lo erano i
suoi crimini precedenti.
Gli storici del futuro potrebbero un giorno portare
alla luce quei documenti dagli archivi israeliani e conoscere la verità. Che le
politiche israeliane non erano guidate, come ora afferma Israele, da
preoccupazioni per la sicurezza, ma da un desiderio coloniale di distruggere la
società palestinese e fare pressione sui palestinesi perché lasciassero la loro
patria, per essere sostituiti da ebrei.
Le lezioni per i futuri ricercatori non saranno
diverse dalle lezioni apprese dai loro predecessori, che hanno scoperto i
documenti del 1948.
Ma in verità, non abbiamo bisogno di aspettare da qui
a tutti questi anni. Possiamo capire cosa sta succedendo ai palestinesi in
questo momento, semplicemente rifiutandoci di cospirare per farli tacere. È ora
di ascoltare.
(Una versione di questo articolo è apparsa per la
prima volta sul National, Abu Dhabi. L'autore l'ha pubblicata su The Palestine
Chronicle.)
- Jonathan Cook ha vinto il Martha Gellhorn Special
Prize for Journalism. Fra I suoi libri "Israel and the Clash of
Civilizations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East" (Pluto
Press) e "Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human
Despair" (Zed Books).
Visita il suo sito web www.jonathan-cook.net
https://www.palestinechronicle.com/how-israel-wages-war-on-palestinian-history/
Traduzione: Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org
La prammatica della fantasia - Stefano Bartezzaghi
La casa editrice Einaudi è nata nel 1933: nel 1983 festeggiò il suo anniversario con varie iniziative, fra cui la pubblicazione del suo catalogo storico. Il volume uscì con il titolo Cinquant’anni di un editore nella collana Pbe ed era dotato di un apparato iconografico, che riproduceva le immagini di una mostra allestita per la ricorrenza. Erano copertine di libri, documenti storici (come l’informativa che la polizia torinese mandò a Mussolini già il 3 marzo del 1934 in merito alla nuova, e certamente antifascista, casa editrice), ritratti fotografici di autori (da Leone a Carlo Ginzburg, e fra Wittgenstein, Gadda, Benjamin, Beckett anche un indimenticabile Giorgio Manganelli, che esce dalla tenda a strisce di una salumeria di Dogliani, tenendo in mano un goloso pacchettino).
A testimonianza del fatto che gli autori Einaudi non erano tutti crucciati
professori o profondi letterati, era esposta anche la riproduzione di una
lettera di Gianni Rodari a Giulio Einaudi, scritta con una calligrafia minuta
ed esatta su carta intestata del quotidiano Paese Sera,
favolosamente (ed enigmisticamente) datata “6-1-61”: befane e sciarade, come
per un presagio.
L’occasione della lettera è l’uscita del primo libro einaudiano di Rodari,
le Filastrocche in cielo e in terra (L’ago di Garda:
C’era una volta un lago, e uno scolaro / un po’ somaro, un po’
mago, /con un piccolo apostrofo / lo trasformò in un ago...).
Rodari la celebra con una certa deferenza, progressivamente volta al
comico:
...ho ricevuto le “filastrocche” e tocco il cielo con tutte e dieci le
dita. Devo proprio dirle grazie dell’edizione bellissima, molto più bella di
come potevo aspettarmela. Il libro rallegra piccoli e grandi solo a sfogliarlo
e ispira una gran simpatia, credo di poterlo dire come se si trattasse del
libro di un altro. In famiglia mi guardano e trattano con accresciuto rispetto,
e per la prima volta posso chiudere la porta del mio studio (anche se ci vado a
leggere un libro). Insomma, ho ricevuto i calzoni lunghi: se ha dei nemici,
disponga di me.
Al momento dell’allestimento della mostra probabilmente non ci si lambiccò
molto sulla scelta di questa lettera come esempio di una comunicazione
“d’autore” con la casa editrice. Forse è stata una scelta pressoché casuale;
certamente è stata una scelta felice.
Già da questa lettera (che è fra le prime, nel tempo) si stabilisce infatti
uno dei toni che saranno poi costanti nell’epistolario rodariano con l’Einaudi
(la casa con cui Rodari avrebbe pubblicato tutti i suoi libri più importanti),
per sfumarsi un poco, ma non del tutto, negli ultimi e più disincantati anni. È
il tono autoironico dell’autore di filastrocche inopinatamente accolto in un
olimpo editoriale, che se ne propizia la principale divinità esibendo la
propria devozione. È tutta una finta, naturalmente: questo tono non fa che
prolungare l’opera letteraria dello stesso autore, come un peritesto che
rifletta le smorfie e le delizie del testo.
Nelle fantasie di Rodari, il favoloso non è un altro mondo ma è una piega
inedita del quotidiano, una piega che la serietà e la compunzione dei
cosiddetti adulti usa stirare ed eliminare come fosse una semplice
stropicciatura, e che si può al contrario additare, evidenziare e approfondire
usando gli strumenti della filastrocca, della rima, dell’associazione casuale,
dell’errore linguistico: e allora rivelerà la sua natura profonda di crepaccio.
In questo crepaccio il bambino rodariano (rodariano è l’esatto contrario di
rotariano, naturalmente) non vorrà precipitare, come accadeva ad Alice. Ci si
lascerà scivolare e volerà, perché il crepaccio del favoloso mette in
comunicazione non con il basso ma con l’alto. In Rodari, oltre a mongolfiere e
arcobaleni, volano treni, torte, automobili a cui si accende il semaforo blu.
La fantasia diventa l’inconscio dell’ideologico: un inconscio aereo, libero
di spaziare ma sempre soggetto alla gravitazione. Un inconscio la cui funzione
è rivelatoria, e investe i rapporti fra persone e persone e fra persone e
istituzioni: ivi comprese la lingua nazionale ed eventualmente la propria casa
editrice.
Specialmente nei primi tempi della sua attività di scrittore per
l’infanzia, il rapporto con le istituzioni, e i suoi riflessi politici e
ideologici, è un problema molto sentito da Rodari. Come responsabile del
giornale per ragazzi Il pioniere (l’alternativa Pci ai
giornalini cattolici o commerciali) doveva fronteggiare abitudini pedagogiche
sempre in odor di catechismo e comunque molto tradizionali. Come membro del Pci
doveva scontare diffidenze e deficit culturali enormi. Nella sua biografia (Gianni
Rodari, Einaudi 1990), Marcello Argilli ricorda un dibattito con Nilde
Jotti, sulle pagine di Rinascita, in merito ai fumetti. Era il
1951: “Decadenza, corruzione, delinquenza dei giovani e dilagare del fumetto
sono dunque fatti collegati. ... È logico che il fumetto sia stato lanciato da
Hearst, imperialista cinico e fascista”, aveva sentenziato Nilde Jotti. Rodari
intervenne difendendo i fumetti fra mille distinguo e prudenze e auspicando
“essenzialmente la nascita di una nuova letteratura per l’infanzia, capace
anche con i suoi mezzi organizzativi di condurre una lotta efficace”. La
sintesi spettò a Palmiro Togliatti. “Non ci sentiamo di condividere la
posizione del Rodari... non metteremo in fumetti la storia del nostro partito o
della rivoluzione”. Secondo Togliatti bisognava piuttosto elaborare narrazioni
figurate ispirate alle stampe cinesi: “A questo compito dunque ci si cimenti,
invece di correre dietro alle forme più corruttrici dell’americanismo”.
Nell’anno successivo, il 1952, Rodari scrisse la prima lettera alla casa
editrice Einaudi. Proponeva a Italo Calvino un commento a Pinocchio, il cui
“segreto formale” è la “fusione perfetta di realtà e fantasia”, da studiare con
“occhio critico esercitato, diciamolo pure, dal marxismo – anche senza metterlo
in causa, che sarebbe eccessivo”.
Attraversati gli anni Cinquanta, la preoccupazione ideologica di Rodari si
libererà sostanzialmente dal rapporto con un apparato partitico, anche se si
ripeteranno occasionalmente certe frasi sintomatiche, come la descrizione del
regista Dal Fra: “bravissimo (e anche un bravo compagno)”. Ma non diventerà
meno acuta: sarà proprio Calvino, in un bellissimo articolo indetto per un
convegno sull’opera di Rodari, che era già morto, a ricordare come Rodari era
sempre attento a cogliere le implicazioni ideologiche dei giochi di parole e
del linguaggio in genere.
Dopo la prima lettera a Calvino, quando Rodari sarà diventato un autore
della casa editrice, incomincerà il flusso di lettere che perlopiù, si può dirlo
anche senza fare troppi calcoli statistici, saranno dedicate a questioni
editoriali e amministrative: proposte di libri e richieste di danaro.
Retrobottega e conti della serva? Nel caso di Rodari non può essere detto mai:
nella selezione delle lettere per la presente pubblicazione a volte una lettera
stava per essere scartata perché puramente funzionale ma ecco che nel congedo o
in una nota laterale un guizzo rodariano la salva dalla routine.
Più in generale, dobbiamo interrogarci. Cosa chiediamo a un epistolario? Ci
sono epistolari che sono come opere liriche, con arie e recitativi: una
divisione netta fra la comunicazione spicciola e la zona alta, memorabile della
scrittura confidenziale. Nelle lettere di Rodari al suo editore e ai suoi
editor in molti casi è evidente l’amicizia e la comunanza che il mittente
sentiva verso interlocutori come Daniele Ponchiroli o Roberto Cerati o lo
stesso Giulio Einaudi (in quest’ultimo caso però con una deferenza non solo
mimetica). Ma a volte Rodari non sapeva neanche bene a chi stava scrivendo:
aveva sicuramente notato che a una lettera mandata a Einaudi aveva risposto
Ponchiroli, della questione sollevata con Guido Davico Bonino si era poi
occupato Paolo Fossati. Lui era Rodari, un autore; loro erano persone colte e
spiritose ma nel complesso formavano uno staff professionale. L’epistolario
doveva tenere assieme la capra della comunicazione personalizzata con i cavoli
della comunicazione funzionale e così si impose nella maggior parte delle
lettere un andamento quasi da “recitar cantando”, in cui la parte didascalica
(copertine, illustrazioni, composizione di un indice, proposizione di un
titolo, richiesta di invio di copie a stampa e amici, affari economici) si
trovava il più inestricabilmente possibile innervata dal genio personale
dell’autore delle lettere. Si accavallano di continuo minute faccende
editoriali, progetti solenni, clownerie epistolari.
L’interazione fra autore e editore avviene perciò en travesti:
scrivendo a lui in persona o ai suoi collaboratori Rodari si riferisce a Giulio
Einaudi chiamandolo “sire”, “eccellenza”, “don”, “monsignore”, “Sua Eminenza”,
“cardinale”, “comandante”, “padrone”, e si propone come fedele seguace e a
volte, buffonescamente, come scherano e spia editoriale. Una mascherata che ha
svariate funzioni: non ultima quella che permette a Rodari di celare il senso
di imbarazzo (e alleviare quello di eccessiva franchezza) delle sue continue
richieste di pagamento. Non è facile infatti arrivare alle questioni di denaro
con la gente dell’editoria, che ha sempre l’aria di stupirsi quando un autore
batte cassa invece che parlare per esempio di Proust. Ma nella mascherata i
ruoli possono improvvisamente ribaltarsi: la strategia del tapino in soggezione
di fronte all’austera istituzione editoriale diventa un modo per raccontarsi e
Rodari finisce per trattare i lettori delle sue lettere (adulti funzionari
editoriali, spesso scrittori in proprio) come se fossero i piccoli lettori dei
suoi libri, bambini, da blandire e divertire, enfatizzando comicamente la
propria indigenza e la propria disgrazia:
«è possibile ricevere un secondo assegno, compilato in ogni sua parte
(anche con un maggior impegno del primo) ?»
«se mi viene un colpo non posso lasciare a mia figlia un accordo verbale»
«non per il principio, bada, ma per i due soldi»
«guardate che l’enciclica vietava l’uso della pillola, non degli assegni»
Qui Rodari applica una tecnica che avrebbe poi teorizzato nella Grammatica
della Fantasia: l’accostamento fra due elementi incongrui, il binomio
composto da pillola e assegni.
Un altro espediente era quello di parlare in una parodia del linguaggio
ufficiale e burocratico:
«apprendo con vivo dolore che mi siete debitori della somma di lire
1.706.388. Non ci si può distrarre un momento, o un paio d’anni, e subito vi
mettete a far debiti»
Un altro esempio paradossale:
«ho un fratello cassiere in banca e forse, lavorandolo opportunamente,
potrei convincerlo a scappare con la cassa. Prima di appigliarmi “al peggio”,
faccio, come si usa, il giro degli amici»
La fuga con la cassa è anche il tema di una microfavoletta
successiva:
Un cassiere di banca rubò la cassa, fuggì all'estero e visse felice e
contento fino a tarda età. Un altro cassiere scappò con un'altra cassa: fu
subito preso e messo in prigione. Fuggire non è ancora niente: bisogna anche
saper fuggire « in fuori », invece che « in dentro ».
Cosa vuol dire questa favola? È molto bella la costruzione di una
spazialità di tipo politico-favoloso: dentro è la prigione del
proprio Paese, il massimo della costrizione; fuori è la libertà assoluta.
Ma la morale della favola ricorda altri paradossi. Per esempio quello di
Alphonse Allais, l’umorista francese che disse: «la logica porta a tutto. A
condizione di uscirne». Nel 1961 nasceva il gruppo dell’Oulipo, che lavorava su
certi giochi e certe costrizioni letterarie. Si definivano così: «topi che
devono costruire il labirinto da cui si propongono di uscire».
Dentro e fuori: una dimensione primaria che nella vicenda di Rodari si
rivelerà sempre pertinente. Grammatica e fantasia continuano a celebrare il
loro incontro: nei rapporti di Rodari con l’istituzione scolastica (incominciò
come maestro elementare), a quelli con l’ortodossia comunista, a quelli con la
lingua italiana, con le sue regole e i luoghi comuni, con la pedagogia e
l’ideologia, con il giornalismo, con l’editoria, con la sua stessa scrittura.
Dentro e fuori: quasi mai Rodari, quando scrive, sta soltanto scrivendo.
Quasi sempre Rodari, quando scrive, sta scrivendo e sta contemporaneamente
giocando a scrivere: e non è proprio la stessa cosa.
I giochi epistolari di Rodari sono innumerevoli. Molti gli equivoci:
Eccellenza,
io trasecolo – anzi, se me lo permette, esorbito. Ella mi chiede, in
caratteri dattilografici di stupefacente nitidezza e perfetta marginatura,
notizie dei miei racconti: i quali, viceversa, giacciono tuttora inevasi presso
codesta Santa Sede, affidate alle cure di un Capitale sociale di L. 400.000.000
e di più telefoni, nonché alla lettura di Italo Giulio Bollati Calvino –
persone di Sua e di Mia totale fiducia...:
Alle loro decisioni trepidante mi attengo.
Alla loro attenzione nella mia trepidazione mi sostengo.
A coloro che sottrarranno la mia vecchia al Beato Cottolengo.
Della lettura campionissimi più che del pedale Costante Girardengo.
Poi abbiamo giochi sulle date, parodie della carta intestata dell’Einaudi,
semplici giochi di parole come “Sua Schifenza” in cui si incrociano schifo e
Eccellenza, intestazioni deliranti, rimette estemporanee che sbucano come
ramarri da un muro, varianti nel nome dell’interlocutore (soprattutto Daniele
Ponchiroli, che diventa Ponchiriele, Danieroli, Daniello, Ponchi-cerati in
abbinamento con Roberto Cerati), balzi nel registro aulico, disegni a margine.
Quando Rodari è contento dei suoi interlocutori manda in casa editrice fogli
con disegni veri e propri, come premio. Attorno a un ritaglio di giornale in
cui si annuncia la laurea di suor Lanfranca delle Orsoline di Verona, con una
tesi su “Gianni Rodari, scrittore per l’infanzia”, lo stesso Rodari disegna la
tonaca di una suora a passeggio in un chiostro. Per ragioni oggi inesplicabili
allega a una lettera un cartoncino che invitava a un incontro con Argan e altri
su “Pittura tardoromana” con commenti autografi a margine: “Hanno parlato, chi
sa che cosa hanno detto... / io ci ho l’alibi: a quell’ora me ne stavo al
gabinetto” (con rimando, parrebbe, all’Armando di Enzo Iannacci).
Dato che l’incontro si teneva alla libreria Feltrinelli di via del Babuino 39 /
40, a Roma, Rodari aggiunge: “Non sta bene, amici cari / star con un piede nel
dispari e un piede nel pari”.
Di tutti questi giochi il più curioso è forse quello che incomincia con una
lettera a Giulio Einaudi, così datata
11-4-1964
4 – 11 – 1964
19 – 64 – 411
(a scelta)
Una nota di mano dell’autore, in alto a sinistra, dice: “Si prega di citare
Adorno nella risposta”.
Rodari scrive in occasione dell’uscita del Libro degli errori,
e finge di esserne un lettore ammirato:
Caro e gentile amico,
ho ricevuto e letto con vivo interesse “Il libro degli errori”, da Lei
pubblicato con un coraggio che onora le patriottiche tradizioni del Piemonte.
Trovo in questo Rodari (a proposito, chi è?) un’autentica vena filosofica
[...]. Gli ambienti politici hanno subito afferrato le allusioni ai recenti
fatti di Mosca e corre voce che nella federazione comunista di Avellino sia già
sorto un movimento per “la via sbagliata al socialismo”. [...]
Perché non gli affida [a Rodari, ndr], prima che si faccia furbo, la
stesura di un “Manuale di fantastica”, ovvero l’arte di inventarsi storie, con
cinquanta ricette ad uso delle persone colte? [...].
La lettera si chiude con una nota: Allegato: Nulla; e con la
firma di Gianni Rodari, sotto la quale aggiunse l’indicazione manoscritta:
Capitale interamente sperperato (parodiando l’uso delle aziende di dichiarare
nella loro carta intestata il capitale sociale).
Giulio Einaudi evidenziò la parola “sperperato” e aggiunse di suo pugno:
“Deve avere soldi?” (evidentemente un’indicazione per la segreteria
editoriale). Dopo di che rispose a Rodari, in data 11 novembre 1964 (la data
della lettera di Rodari va intesa come 4 novembre, come diremo ancora),
adempiendo spiritosamente all’obbligo di citazione adorniana:
caro Rodari,
grazie della tua lettera pluridatata, che chiarisce tante cose del tuo
ultimo libro. Una deformazione professionale (accentuata credo dalla lettura di
Adorno) mi spinge a prendere sul serio la tua proposta di un “Manuale di
fantastica” e a chiedertene notizie dettagliate...
Il manuale di “Fantastica” (di cui Rodari aveva già incominciato a parlare
in una lettera a Giulio Bollati del 23 febbraio 1962) è ovviamente quello che
uscirà quasi nove anni dopo, con il titolo di Grammatica della fantasia.
Quando il libro sarà pronto, in data 27 novembre 1973, Rodari rimanderà a
Einaudi una copia della lettera di quest’ultimo, la decorerà con un disegno
autografato (“Cometa del 27 – 11– 73 seguita da un orologio volante),
evidenzierà le righe che riguardano il manuale di Fantastica e scriverà in
margine al suo corrispondente:
Caro Einaudi, non ho risposto subito a questa lettera perché avevo da fare.
Ora la “Grammatica della fantasia” esiste e la risposta non serve più. Ovvero,
non ogni risposta viaggia per posta...
Un ping pong di nove anni, sulla fantasia e i libri, alla presenza
fantomatica di Adorno. Rodari si divertiva così: e certamente anche Einaudi.
Ma anche al di là del gioco è notevole che tale ping pong finisca per
mettere assieme due libri che sono tra i capolavori dell’intera opera di
Rodari, e ne rappresentano due poli: Il libro degli errori e La
grammatica della fantasia.
Anche nel titolo la grammatica della fantasia nasce dalle
suggestioni dello strutturalismo che in quegli anni veniva proponendo saggi
intitolati: Morfologia della fiaba, Sistema della moda, Fenomenologia
di Mike Bongiorno. Tutte espressioni composte da un termine scientifico o
filosofico e astratto e da un termine invece comune e popolare. Sotto i suoi
microscopi l’analista non mette più ali di farfalle o frammenti di roccia
vulcanica ma principi azzurri, tailleur e telequiz.
Senza preoccupazioni di rigore scientifico, ma temperando il proprio
istinto con buone letture di approfondimento, Rodari aggiunge a questa serie
ideale addirittura una grammatica della fantasia, come idea di libro che
ricostruisca in un laboratorio i possibili modelli di funzionamento della fiaba.
Un laboratorio: ma non nell’accezione scientifica (o alchemica), con camici
bianchi e provette e vapori, bensì nell’accezione pedagogica, di stanza
attrezzata per laboriose creazioni infantili.
Per questo non si può opporre il Libro degli errori alla Grammatica
della fantasia: i due libri compiono lo stesso tragitto, sia pure andando
in senso reciprocamente inverso. Uno insegna, l’altro mette in pratica un
insegnamento: l’insegnamento che la norma non è mai rigida, ma la sua
deviazione non è mai immotivata.
Il punto in cui si incontrano i due libri è appunto il gioco: l’eterna
oscillazione fra la grammatica dell’istituzione e la tendenziale anarchia della
pratica. Ma non si evoca quasi mai invano la potenza dell’errore.
L’ultima lettera del presente epistolario, indirizzata da Rodari a Carlo
Carena nel gennaio del 1980, annuncia: “oggi ho accompagnato mia moglie in
clinica per un’operazione – quando uscirà lei dovrò entrarci io, per colpa di
un’arteria occlusa – vede che non ho lo spirito adatto per rifare la prefazione
alle Favole al telefono”. Il recitativo di esordio si increspa alla
frase successiva: “La programmerò [la prefazione, ndr] per l’edizione
tredicesima, anche se doveste interrogarmi con i tavolini”. Poi la lettera
prosegue piana, con l’indicazione di alcune modifiche puntuali. Fra queste e il
congedo, un’ultima rimetta: “Altro di me non vi saprei narrare / e la
flebografia mi vado a fare”.
L’esame clinico che Rodari annunciava a Carena non ebbe un esito fortunato,
poiché fece programmare un intervento di media entità. Solo in sala operatoria
il chirurgo si accorse di un ulteriore problema fino ad allora inavvertito, la
cui rimozione prolungò l’intervento fino a sette ore, tre ore in più di quelle
previste. Già provato nel fisico Rodari non riuscì più a ristabilirsi: morì tre
giorni dopo l’operazione.
Conosciamo questa vicenda grazie alla documentata biografia di Argilli, il
quale scrive letteralmente: “... un grosso aneurisma nella zona iliaca, che per
la sua collocazione l’ortografia non poteva rilevare".
L’ortografia?
Quasi sicuramente l’autore voleva scrivere aortografia,
probabilmente lo ha anche scritto e un refuso (come chiamarlo banale?) è
sfuggito a tutti i giri di bozze.
La grammatica della fantasia, la faccia autoironica della dea Ortografia,
aveva acceso il semaforo blu, e aveva liberato nei cieli della favola l’ultimo
errore, salutando così con uno scherzo (come lui stesso usava nelle lettere
agli amici einaudiani) la memorabile vicenda umana di Gianni Rodari.
Questo testo costituisce la prefazione a Gianni Rodari, Lettere a
don Julio Einaudi, Hidalgo editorial e ad altri queridos amigos, a cura di
Stefano Bartezzaghi, Einaudi, 2008. Ringraziamo l’editore per averci concesso
di pubblicarlo.
mercoledì 26 agosto 2020
La sicurezza di chi? - Giorgio Beretta
L’Italia non è mai stata così
sicura negli spazi della vita pubblica. Ma è sempre più pericolosa nella sfera
privata e familiare, soprattutto per le donne. Il “Dossier
Viminale”, presentato a Milano in occasione della tradizionale riunione di
Ferragosto del “Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica”
presieduto dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, sconfessa innanzitutto, dati alla mano,
“l’allarme sicurezza” costantemente agitato dalle forze politiche di destra e
dai gruppi di informazione che li spalleggiano. Ed offre
informazioni preziose per porre maggior attenzione ad alcuni fenomeni che
stanno emergendo, spesso sottovalutati.
I dati, innanzitutto. Nell’ultimo
anno (agosto 2019-luglio 2020) sono calati tutti i delitti in generale
(-18,2%), tranne le frodi informatiche (+12,4%), e principalmente i furti
(-26,6%), le rapine (-21,1%) e le truffe (-11,3%), cioè tutti quei reati che
più preoccupano i cittadini. Attenzione: il calo dei reati non è dovuto
all’emergenza Covid-19: anzi, nei tre mesi (9 marzo – 3 giugno) di
lockdown l’incidenza dei furti e delle rapine risulta maggiore rispetto alla
media annuale.
Nell’ultimo anno sono diminuiti
soprattutto gli omicidi (-16,8%): i 278 omicidi volontari commessi tra agosto
2019 e luglio 2020 rappresentano il minimo storico mai registrato in Italia
dagli anni Cinquanta. Sono diminuiti, ma solo di poco (tre casi),
anche gli omicidi nella sfera familiare e affettiva che però si conferma
l’ambito di maggior pericolosità. Oggi, infatti, più della metà (il 53,6%) degli omicidi in Italia avviene nel contesto
familiare-affettivo: su un totale di 278 omicidi sono ben 149 gli omicidi
familiari. Di questi ben 58 omicidi, cioè quasi quattro omicidi familiari su
dieci, si sono verificati proprio nel trimestre di lockdown a dimostrazione
della forte rischiosità degli spazi ristretti della vita privata in particolare
per le donne: 44 donne, a fronte di 14 uomini, sono state uccise in
famiglia durante il lockdown.
Che la famiglia sia sempre più pericolosa per le donne è confermato da un altro
dato: gli ammonimenti dei Questori per violenza domestica sono diminuiti
nell’ultimo anno (1.068), ma tre anni fa erano stati solo 667 e, soprattutto, è
aumentato il numero degli allontanamenti (398) di cui 156 durante il lockdown.
Sono diminuite invece le denunce per stalking (13.579) di cui sono vittime in
tre casi su quattro le donne.
Calano ormai da anni gli omicidi della
criminalità comune e soprattutto della criminalità organizzata (solo 19
nell’ultimo anno), ma – come detto – rimangono invece pressoché invariati
quelli in ambito familiare dove però aumentano gli omicidi che hanno come
vittime le donne: erano stati 92 tra il 2018-19 mentre sono stati 104 tra
agosto 2019 e luglio 2020.
Proprio questo dato dovrebbe portare ad una maggior attenzione agli omicidi che
avvengono nell’ambito familiare e affettivo. Se, da un lato, va contrastata la cultura patriarcale che ne
è all’origine e perpetua l’immagine della donna come una proprietà, si rendono
sempre più necessarie, oltre ai provvedimenti di allontanamento, efficaci
misure di sostegno alle donne. Ma occorrerebbe porre attenzione anche ad
altri dati. L’Osservatorio OPAL di Brescia da alcuni anni pubblica un database
degli omicidi con armi detenute da legali detentori di armi: nel periodo tra
agosto 2019 e luglio 2020 a fronte di 104 omicidi di donne rilevati dal
Viminale, ben 27 sono stati commessi con armi legalmente detenute. Ciò
significa che più di un omicidio
su quattro in ambito familiare-affettivo è commesso con armi in possesso di
legali detentori.
E’ un dato già riscontrato l’anno scorso che manifesta ormai una
tendenza: le armi detenute con
licenza nelle case degli italiani solo raramente, infatti, servono a scopi
difensivi, mentre sempre più spesso vengono utilizzate per
ammazzare la moglie, la ex compagna, un vicino e per suicidarsi. Sarebbe pertanto necessario che il Viminale, nel prossimo
rapporto, dedicasse una specifica attenzione all’incidenza delle armi
regolarmente detenute sugli omicidi, specie quelli familiari: sono
informazioni indispensabili per valutare l’efficacia delle norme in vigore e la
necessità di maggiori controlli sui legali detentori di armi.
* Analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche
di sicurezza e difesa (OPAL)
Articolo pubblicato anche dal manifesto