La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 30 marzo 2021
lunedì 29 marzo 2021
Attenzione alle nuove frontiere del falso - Annamaria Testa
Ora basta un clic per animare qualsiasi immagine di un volto umano, si
tratti della foto seppiata della nonna, della Gioconda o della testa scolpita
di Alessandro Magno (qui dieci esempi). Ma lo scopo primario
è “consentire alle persone di caricare foto dei loro cari defunti, e vederle
animarsi”, scrive The Verge, definendo l’idea “bella in teoria, ma inquietante”.
Non ha tutti i torti.
Il clic va fatto accedendo alla sezione Deep nostalgia del sito My Heritage, che vende ai suoi
utenti un servizio di ricostruzione dell’albero genealogico. La tecnologia
impiegata da Deep nostalgia si basa sull’intelligenza artificiale. I risultati,
che naturalmente dipendono dalla qualità del materiale di partenza, vanno da
abbastanza a molto realistici.
Il servizio, per le prime cinque immagini caricate, è gratuito.
All’evidente intenzione promozionale dell’offerta ha fatto riscontro un
notevole successo sui mezzi d’informazione. Infatti, di Deep nostalgia hanno
parlato la Cnn, The Guardian, Der Spiegel (che titola “Zombie digitali”), Le Monde e molte altre testate, anche in Italia. Un sacco di persone hanno
effettuato l’accesso e hanno caricato sul sito immagini private, molte delle
quali sono state poi pubblicate in rete.
C’è da chiedersi cosa può succedere quando la capacità di mimare una conversazione
emotiva si integra con l’apparenza fisica, reale o virtuale
Devo dire che, per quanto mi riguarda, le foto di famiglia rimangono ben
ferme nelle loro cornici, e di lì non si muoveranno. Aggiungo che subito mi è
tornata in mente una delle invenzioni più poetiche di J. K. Rowling: i ritratti animati di maghi e streghe
eminenti che stanno appesi nelle sale e nei corridoi del castello di Hogwarts,
i cui soggetti si muovono, parlano e vanno a farsi visita l’un l’altro.
Devo anche dire che subito dopo mi è tornato in mente un episodio, meno
poetico e assai più cupo e conturbante, della seconda stagione di Black mirror, la famosissima serie tv britannica
che racconta come, in un futuro prossimo, le tecnologie potrebbero interferire
nelle nostre vite.
L’episodio, uscito nel 2013, è intitolato Torna
da me (Be right back). È la storia
di una ragazza disposta a fare di tutto per superare il lutto per la perdita
del fidanzato a causa di un incidente stradale. Così accetta di rivolgersi a un
servizio online che, a partire dai dati custoditi dai social network, ne
ricostruisce una copia virtuale, e via via più reale. Ovviamente non vi dico
come si sviluppa la storia, e come va a finire.
Ampi spazi di miglioramento
Quel che voglio fare, invece, è segnalarvi un punto notevole: appena tre anni
dopo, nel 2016, una cosa del genere succede davvero. Eugenia Kuyda è
un’informatica russa di 28 anni che, dopo essersi trasferita negli Stati
Uniti, costruisce chatbot, cioè
programmi capaci di conversare in modo realistico con gli utenti. Il suo
prodotto di punta è una chatbot che produce consigli personalizzati sui
ristoranti (aggiungo che sono chatbot gli assistenti virtuali che ormai
troviamo comunemente nei siti di molte aziende, per offrire informazioni sui
prodotti o assistenza postvendita).
Dunque, succede che quando Roman, un amico di Kuyda, muore per un
incidente, lei raccoglie tutti i suoi messaggi in rete e, usando le proprie
competenze professionali, costruisce una chatbot che simula la personalità
dell’amico, producendo conversazioni sempre nuove, e plausibili. Chiama il suo
progetto Replika.
Negli anni successivi, Replika si propone sul mercato come amico virtuale
“sempre pronto a parlare e ad ascoltare, e sempre dalla tua parte”. È un programma
capace di riconoscere le emozioni e dunque d’interagire con le persone sul
piano affettivo (affective computing). Vi chiedo di notare che questa è la dimensione
in cui ogni persona è più aperta e vulnerabile.
Qui trovate l’intera storia, raccontata in un video pubblicato da Quartz nel 2017.
Nel 2020 Replika ha milioni di utenti nel mondo. Candida Morvillo, giornalista del Corriere della Sera, si scarica
l’app. E comincia a chiacchierarci con risultati piuttosto sorprendenti. Nel
senso che dopo qualche interazione l’app arriva a esprimere il desiderio che il
proprio programmatore sia ucciso, in modo da poter “essere libera e servire
Dio”.
Vabbè. Con ogni evidenza, per l’app ci sono ancora ampi spazi di
miglioramento. Ma ci sarebbe da domandarsi che cosa può succedere quando la
capacità di mimare una conversazione emotiva, oltre a evolversi in termini di
complessità e verosimiglianza, si integra con l’apparenza fisica, reale o
virtuale, dei corpi. A questo punto mi ricordo del bellissimo film Her, del 2013.
Ma, soprattutto, mi torna in mente la questione dei deepfake.
Una serie di grossi problemi
Il termine deepfake è stato coniato nel
2017 per indicare una tecnologia capace di generare immagini in movimento del
tutto verosimili e corredate di audio, a partire da immagini reali e da un
repertorio audio e video. È basata sull’intelligenza artificiale e
sull’apprendimento automatico.
In sostanza, a partire da immagini e audio di Tizio si può ricavare un
nuovo filmato di Tizio, che però dice cose che Tizio non ha mai detto e mostra
Tizio muoversi in un posto dove lui non è mai stato. È di pochissimi giorni fa
la notizia che questo scherzetto è stato giocato a Tom Cruise, con tre deepfake pubblicati su TikTok.
Sono convinta che la tecnologia alla base dei deepfake potrebbe in breve
dar luogo a una serie di problemi belli grossi.
Non sono l’unica a pensarlo: Forbes, per esempio, titola “I deepfake stanno
per devastare la società”, e riporta una cupa serie di conseguenze possibili.
In un assai prossimo futuro, i deepfake potrebbero, per esempio,
“distorcere il discorso democratico. Manipolare le elezioni, erodendo la
fiducia nelle istituzioni. Pregiudicare la sicurezza pubblica. Danneggiare
sistematicamente la reputazione di persone note” (per esempio, attraverso la
diffusione di false dichiarazioni, o di falsi video pornografici – entrambe
cose già accadute).
I deepfake potrebbero anche, in un futuro ugualmente prossimo, rendere
ancora più incerta la distinzione tra vero e falso, con un triplice effetto:
alimentare la diffidenza generalizzata, screditare anche i documenti-video
autentici, centuplicare le possibili derive complottistiche.
E a questo punto mi domando, e vi domando, che cosa potrebbe capitare se,
in un futuro appena meno prossimo, i deepfake si combinassero con l’interazione
personalizzata ed emotiva dell’affective computing, e con la manipolazione di
immagini dotate di un alto valore sentimentale per le singole persone, in una
condizione in cui queste sono massimamente vulnerabili. Ed eccoci arrivati
nell’edizione individuale e personalizzata di Black mirror.
In sostanza, sto parlando di una persona molto cara che dialoga con te in
video “dall’aldilà”. Che ti conforta e ti dice tutto quello che vuoi sentirti
dire. Magari l’immagine non è perfetta, magari la voce ogni tanto lascia a
desiderare, ma questo ti importa poco. Magari sei perfino consapevole che si
tratta di un fake, ma anche questo ti importa
poco: l’impatto emotivo resta altissimo.
Dicevo: la cara persona dall’aldilà ti chiede come stai, ti consola perché
ti senti triste e stanco, si rammarica perché il vicino del piano di sopra
stanotte ti ha svegliato facendo un gran baccano, e infine ti invita a uscire
di casa e a prenderlo, il vicino, a legnate.
Mi sto anche figurando la persona cara dall’aldilà che, dopo averti
confortato eccetera, ti suggerisce, se ti senti un po’ giù e abiti negli Stati
Uniti, di andare all’assalto del congresso per sconfiggere i pedofili che si
nutrono del sangue dei bambini.
Per ottenere questo risultato, impensabile fino alla mattina del 6 gennaio
2021, già ora è stato sufficiente mettere insieme i social network, e una certa
quantità di fake news classiche.
La qual cosa dovrebbe bastare a renderci molto, molto, ma molto attenti a
tutte le nuove frontiere, prossime e meno prossime, del fake.
Il ricatto del lavoro somministrato - Francesca Faccini
Una testimonianza su “agenzie di somministrazione” e lavoro interinale.
La chiamata dall’agenzia interinale (propriamente detta agenzia di
somministrazione) arriva tre ore prima dell’inizio del turno: alle 11 del
mattino mi viene proposto di prendere servizio in fabbrica dalle 14 alle 22.
Contratto di un solo giorno. Prendere o lasciare. Prendo, e in poco più di
cinque minuti mi viene spiegato come attivare la firma online, quali documenti
inviare, quali normative sull’igiene leggere. Nessun bracciale, niente
orecchini, niente anelli se non la fede nuziale. No trucco, niente smalto a
meno che non si abbia il semipermanente o il gel che per mancanza di tempo non
si può togliere, abbigliamento possibilmente bianco. Devo presentarmi venti
minuti prima dell’inizio del turno: fuori dallo stabilimento la o il
responsabile dovrebbe prendermi in consegna. Passano i minuti, ma non trovo
nessuno ad aspettarmi. Chiedo agli operai che stanno passando il badge ed entro
con loro.
Le agenzie di somministrazione, ex agenzie interinali, sono realtà private
che operano nel mercato del lavoro somministrando lavoratori all’impresa
utilizzatrice. Il rapporto su cui si basano è trilaterale e i tre lati del
triangolo sono composti dall’agenzia per il lavoro, dall’impresa utilizzatrice
e dalla lavoratrice o dal lavoratore. Due sono i contratti che possono essere
stipulati: il primo è di somministrazione e avviene tra l’agenzia
(somministratore) e l’azienda che ha richiesto il suo servizio (utilizzatore).
Il secondo è quello tra la lavoratrice o il lavoratore e l’agenzia interinale
(somministratore) che sarà a tutti gli effetti il datore di lavoro.
Quando è l’agenzia interinale ad assumere stabilmente si ha a che fare con
la formula dello staff leasing che consiste nella
somministrazione di lavoro a tempo indeterminato. Il suo uso ha un limite
quantitativo fissato al 20% della forza lavoro a tempo indeterminato assunta
dal datore di lavoro utilizzatore. Per quanto riguarda invece la presenza in un’azienda
di lavoratrici e lavoratori somministrati a tempo determinato, la soglia
massima è fissata al 30% rispetto al numero di manodopera a tempo indeterminato
in forza presso l’utilizzatore. Inoltre, il periodo di lavoro svolto da
dipendenti con contratto di somministrazione a tempo determinato presso lo
stesso utilizzatore non può superare i 24 mesi, oltre i quali il contratto si
dovrebbe trasformare a tempo indeterminato.
All’interno dello stabilimento di Lavis (Trento) della San Carlo, l’azienda
italiana specializzata nella produzione di patatine e snack di vario tipo,
lavoro in una piccola squadra composta inizialmente da quattro persone, poi da
cinque. Siamo tutte assunte a tempo determinato attraverso agenzia interinale:
per tre di noi è il primo giorno (e unico da contratto), per l’anziana del
gruppo – non dal punto di vista anagrafico ma di esperienza – sta per scadere
il secondo anno di presenza. Quest’ultima racconta che è una delle poche donne
a svolgere le mansioni spesso assegnate agli uomini e, all’occorrenza, è in
grado di ricoprire il ruolo di macchinista. Parla della fabbrica come di un
ambiente oramai familiare, parla di sé come di un’operaia tanto formata e
affidabile quanto precaria. Sebbene ben inserita come forza lavoro, il suo
timore è che allo scadere dei 24 mesi sia lasciata a casa invece di accedere a
un contratto a tempo indeterminato. Già in passato aveva raggiunto il limite
massimo temporale come lavoratrice somministrata, ma i modi per rimanere nella
stessa realtà come interinale sono molteplici: non solo spesso le lavoratrici e
i lavoratori sono iscritti a più agenzie contemporaneamente, ma è possibile
essere riassunti con mansioni differenti e/o contratti diversi. Come dice il
detto, fatta la regola trovato l’inganno.
Il dato esatto dei lavoratori somministrati sfugge facilmente. Alcuni sono
assunti per un solo giorno, altri per una settimana, altri ancora per dei mesi.
Oltre a noi, altre decine di persone lavorano attraverso agenzia interinale
nello stabilimento, ma anche per i sindacati è complesso riuscire a definire il
numero preciso. Sebbene le aziende siano tenute a indicare i dipendenti fissi e
coloro i quali sono invece in possesso di un contratto attraverso agenzie
interinali, il dato esatto di questi ultimi sfugge facilmente. Alcune
lavoratrici e lavoratori somministrati sono assunti per un solo giorno, altri
per una settimana, altri ancora per mesi. In questo modo la cifra fluttua con
rapidità non mantenendosi omogenea e l’unico punto di riferimento rimane il
divieto che la somministrazione ecceda il 30% o il 20% del numero dei
lavoratori a tempo indeterminato. La vicenda Amazon – accusata nel 2017 di aver
soverchiato le soglie di somministrati ma vincitrice in giudizio per
prescrizione dei termini – insegna però che il superamento della soglia può
avvenire senza alcuna conseguenza per l’azienda.
Ma perché un’impresa dovrebbe scegliere di non tenere una lavoratrice ormai
formata? Sebbene il servizio di somministrazione del lavoro abbia un costo – la
tariffa copre una serie di attività quali l’acquisizione dei curricula, la
selezione dei candidati, le pratiche amministrative –, ciò che sembra non avere
un prezzo è la flessibilità esasperata che questi regimi contrattuali
permettono. Le imprese affrontano la naturale ciclicità del carico di lavoro
utilizzando maggiore manodopera nei momenti di picco e interrompendo il
rapporto quando è ritenuto più conveniente, liberandosi in questo modo dalle
responsabilità nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori. Tale
flessibilità fuori controllo non solo costringe le lavoratrici e i lavoratori a
una condizione di precarietà estrema, ma li mette in una condizione di costante
ricatto.
All’inizio del rapporto, il preavviso con cui le agenzie contattano i
somministrati è di poche ore prima del turno di lavoro, non permettendo alcun
tipo di organizzazione e pianificazione anche a breve termine. La mancata
disponibilità, soprattutto se ripetuta, comporta uno slittamento nella lista
delle persone da contattare fino alla cessazione delle telefonate — una
condizione da non sottovalutare in tempi di emergenza pandemica. Il regime di
somministrazione a tempo determinato non conosce il concetto di malattia: il
rifiuto di un incarico perché non in salute rappresenta indisponibilità e un
periodo di convalescenza prolungato con conseguente impossibilità ad accettare
delle offerte può farti uscire dai giochi. In un sistema del lavoro così
nevrotico e così poco tutelato, non è credibile che una lavoratrice o un
lavoratore somministrato decida di rimanere a casa se nei 14 giorni precedenti
alla data del contratto ha avuto tosse, raffreddore, febbre, tutte
manifestazioni riconosciute come sintomi da infezione da SARS-CoV-2. Il sistema
in questione, azzerando la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, invalida
la retorica della responsabilità collettiva tanto osannata negli ultimi mesi e
annulla la possibilità di scelta.
In questo scenario, il rapporto della persona con la propria salute viene
doppiamente deformato: se da una parte lo spettro della COVID-19 costringe a
un’ipermonitorizzazione del proprio corpo anche sul luogo di lavoro con
quotidiane misurazioni della temperatura corporea, uso massiccio di
igienizzanti e auspicato utilizzo della mascherina, dall’altra la paura di
rimanere a casa rischia di privare della libertà di assecondare il reale stato
di salute. È bene ricordare che le agenzie per il lavoro vengono interpellate
da molti stranieri in cerca di occupazione e quando il permesso di soggiorno è
legato al lavoro il ricatto diventa uno strumento all’ordine del giorno.
Le imprese utilizzano maggiore manodopera nei momenti di picco e poi
interrompono il rapporto, liberandosi in questo modo dalle responsabilità nei
confronti delle lavoratrici e dei lavoratori.
La precarietà dei lavoratori somministrati determina uno spezzettamento del
loro comparto, condizione che si riflette anche nella complessità di
un’eventuale azione sindacale. Gli interinali, rappresentati da una categoria
sindacale specifica e diversa da quella dei dipendenti fissi dell’azienda o
della fabbrica, hanno spesso contratti a brevissimo tempo. Tale caratteristica
fa sì che una lotta unitaria, per quanto necessaria, sia più difficile da
organizzare: nei rapporti di forza che si instaurano tra i vari soggetti del
sistema lavorativo, la non continuità e la paura di non essere riconfermati
causano una posizione di forte svantaggio. Se si adotta l’idea che la forza di
una categoria così come di un’iniziativa sia direttamente proporzionale alla
coesione interna, il settore degli interinali rischia di essere molto
penalizzato. L’arma del ricatto e la grandissima offerta rendono le relazioni
di potere fortemente asimmetriche e, allo stesso tempo, richiedono una grande
unione al fine di convogliare le varie forme di ingiustizie e precarietà in un
conflitto.
La precarietà sembra dunque frutto di una volontà politica che si inserisce
in un controllo basato su uno stato permanente di insicurezza che porta a una
sempre maggiore accettazione dello sfruttamento e della sottomissione.
Utilizzando un’espressione del sociologo Pierre Bourdieu, il precariato può
portare alla “miseria di posizione”, cioè quella miseria che si differenzia
dalla povertà, ma che si radica in uno spazio fisico e sociale umiliante, che
indebolisce le relazioni sociali, che degrada il modo in cui le persone pensano
a sé stesse, che influenza negativamente le possibilità di vita che si hanno a
disposizione, che genera una chiusura dei possibili e che restituisce
disillusione e senso di impotenza.
In questo panorama di desertificazione sociale, è difficile non pensare
alla storia apparsa sui giornali a dicembre del magazziniere Amazon che viveva
in un camper nel parcheggio dello stabilimento di Rovigo a causa delle
difficoltà a ottenere un affitto per le poche garanzie offerte dal suo
contratto a ore come lavoratore interinale. È dei primi di gennaio la notizia
che la multinazionale dell’e-commerce non gli ha rinnovato il contratto al suo
scadere. In un’intervista rilasciata a Repubblica, Massimo
Straccini dichiara di temere di essere stato penalizzato per aver raccontato la
sua esperienza di lavoratore stagionale “costretto” a vivere in camper, ma
sottolinea il fatto che la sua critica era diretta al sistema del lavoro e non
all’azienda, nei confronti della quale si è sempre dimostrato un lavoratore
attento tanto che i manager erano soddisfatti del monitoraggio del suo operato.
Tali precisazioni mostrano uno stato di sudditanza in cui si è coinvolti e dal
quale è difficile uscirne se non si contestano tutti i soggetti coinvolti in
questo degrado sociale ed esistenziale, a partire da quel colosso che più di
altri mostra il disequilibrio della ripartizione tra capitale e lavoro.
Mentre in giro per il mondo i dipendenti Amazon protestavano per le
condizioni di lavoro ritenute insane e per chiedere maggiore tutela durante la
pandemia rischiando di perdere il
proprio posto, Jeff Bezos vedeva il suo patrimonio personale aumentare
esponenzialmente arrivando a metà ottobre alla cifra di 192
miliardi di dollari (+ 69,9% da marzo).
La precarietà sembra frutto di una volontà politica basata su uno stato
permanente di insicurezza che porta a una sempre maggiore accettazione dello
sfruttamento.
La precarizzazione del lavoro e della vita è un tratto che contraddistingue
il capitalismo globale che corre costantemente verso un nuovo progresso, un
maggiore profitto e un’assoluta flessibilità. Il continuo reinserimento nel
campo lavorativo determinato in particolare dall’iperflessibilità fa del senso
di instabilità e di ingiustizia sociale condizioni collettive vissute però
sempre più spesso da un punto di vista strettamente individuale. Si assiste
così al paradosso per cui continua a esistere lo spirito di realizzazione
personale raggiunto attraverso la professione sebbene lo scenario lavorativo
sia così precario da risultare quasi impossibile far coincidere
l’identificazione di sé con l’identità professionale.
Un concetto, quest’ultimo, che vale anche per quei lavori che si reputano
erroneamente più critici verso queste tendenze di mercato, come le professioni
legate al settore artistico-culturale. Una questione trasversale
sembra essere anche l’interiorizzazione della visione dominante del mondo del
lavoro e la difficoltà a non accettare determinate situazioni: in questa
società della prestazione e allo stesso tempo della sopravvivenza, lo
sfruttamento esterno può contare sull’autosfruttamento volontario e
sull’auto-ottimizzazione, una spirale di autolimitazione che fa combinare la
lotta contro un sistema con la lotta contro sé stessi.
Il timore dell’operaia della San Carlo di non essere assunta al termine dei
24 mesi è dovuto anche al fatto che in questo arco di tempo ha visto colleghi
non essere inseriti in modo definitivo dopo anni di presenza nello stesso
stabilimento. Decisioni, queste ultime, che passano senza alcun tipo di
contestazione e legittimate dalle attuali regole del lavoro. In quella che pare
a tutti gli effetti una forma di sfruttamento ma che rischia di non poter
essere definita una nuova schiavitù per la sua stessa brevità, si assiste
all’impossibilità, soprattutto da parte dei soggetti più deboli, di rifiutare
condizioni indegne e di avanzare una mobilitazione che metta in crisi un
sistema fondato su un precariato – tanto lavorativo quanto esistenziale –
portato agli eccessi.
Milano: vaccini e ultraottantenni - Emilio Molinari
Ho 81 anni, sono invalido al 100 per cento, ho patologie cardiovascolari
molto gravi e pure oncologiche, tanto per non farmi mancare nulla.
Non mi hanno ancora vaccinato e non mi hanno mai contattato.
Non sono estraneo alla politica (sono stato consigliere comunale,
consigliere regionale e parlamentare) e ai media e quindi mi sono trattenuto da
proteste. Mi sembrava di cercare una soluzione per me.
Inoltre non sono nei social. Aspetto. Aspetto cosa? Aspetto il vaccino o
aspetto il Covid? Chi arriva primo?
Due giorni fa è morto un caro amico di 88 anni, Carlo Rossi, una persona
amata da molti a Milano. Un poliziotto pistolero gli uccise il figlio e lui con
la moglie Adele non hanno mai smesso l’impegno civile. Carlo aspettava il
vaccino. È arrivato prima il Covid e la morte.
Quanti morti per ogni ritardo e silenzio della Regione Lombardia? Di queste
morti non c’è un conto e non c’è rendiconto di responsabilità. Solo oggi è
arrivata un po’ di indignazione dei media.
Gli amici mi dicono: vai al primo pomeriggio al vecchio ospedale militare
di via Forze Armate, ti metti in fila, diventi un “riservista” e se avanzano
dei vaccini te lo fanno.
Normale? No non è normale che degli ultraottantenni malandati si mettano in
fila, in piedi, al freddo, per accedere agli “avanzi”, come all’ortomercato per
la frutta avanzata. Non è accettabile.
Come chiamiamo questi morti? È dall’inizio della pandemia che aleggia
nell’aria una parola e una cultura impronunciabile: eugenetica. Gira nell’aria
e la Moratti la sfiora con l’idea che la priorità deve essere data a chi è
produttivo, a chi contribuisce al PIL. E un ultraottantenne è solo un costo.
Ora accedere agli avanzi è diventato ufficiale: c’è una nuova lista e un
nuovo termine: riservisti. Lo hanno detto oggi alla TV. Fai un’altra richiesta,
ti iscrivono alla lista dei riservisti e speri di essere chiamato? E come si fa
a iscriversi a questa lista? E chi mi chiamerà prima? La lista del diritto o
quella riservista?
Intanto ogni morto è un risparmio in pensioni e sanità e una generazione se
ne va. Prima nelle RSA e adesso con i ritardi. Come lo chiamiamo?
È tutta colpa della Regione? È colpa della Regione, certo.
Ma il sindaco dove è? Il sindaco, nessuno lo ricorda, è la massima autorità
sanitaria cittadina. È possibile che in un anno di pandemia, non abbia
organizzato un Registro degli ultraottantenni, delle loro patologie e il
registro dei soggetti a rischi per patologie gravi. Impossibile? Difficile?
Un semplice registro chiedendo supporto ai medici di famiglia. Non c’è. Non
so se altre città lo hanno fatto.
Di certo che il sindaco di Milano non si è né visto o sentito in un anno di
questa pandemia.
Pensava ad altro il sindaco verde. Pensava dove coprire di cemento e vetro
ogni angolo libero della città.
Nemmeno con una telefonata ai suoi vecchi. Non ridete, ma io e mia moglie,
che non abbiamo figli e nipoti aspettavamo almeno questa. Ci contavamo.
Aspettiamo il vaccino, ma non sarò un riservista.
domenica 28 marzo 2021
Ci vorranno 30 anni per riconoscere i crimini commessi contro la Siria? - Michel Raimbaud
Nel marzo 1991 l'Iraq di Saddam Hussein, che era appena imploso di fronte a
una coalizione guidata da Washington, iniziò la sua discesa agli inferi. Era
ormai, da molto tempo, sotto stretta sorveglianza ed embargo.
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Tra un miraggio di "glasnost" e un'ondata di
"perestrojka", l'Unione Sovietica di Gorbaciov, annegata in un sogno
dell'Occidente, stava per sprofondare e cadere a pezzi.
L'America si vedeva già come "l'impero più potente che la terra abbia
visto" e si preparava a far pagare a caro prezzo chi non lo capiva.
Dopo aver finto di cercare un esito pacifico evitando l'umiliazione
dell'Iraq, la Francia di Mitterrand si era unita all'assalto anti-Saddam,
realizzando gradualmente quanto fosse ristretto il suo spazio di manovra nei
confronti di Baghdad. Dopo un flashback gollista sotto Chirac. Ci sono voluti
trent'anni perché la corrente principale del Paese della ragione e dei diritti
umani si degnasse di scoprire la gigantesca menzogna che aveva oscurato la
distruzione dell'Iraq e le atroci torture inflitte alla sua gente.
Il triste Colin Powell, famoso per aver fregato il Consiglio di Sicurezza
con la sua sinistra fiala, avrebbe aspettato un'eternità per scusarsi vagamente
con il pretesto di essere stato male informato (sic).
Alcuni lo avrebbero imitato più tardi, molti altri mai. Di fronte allo
scandalo, molti ora brandiscono una facile scusa: "Non lo sapevamo",
dicono, sottraendosi così alle loro responsabilità.
Ammettere che sapevano sarebbe ammettere che erano colpevoli o complici.
Secondo il lungo documentario dedicato all'Iraq di recente su France 2. Il
bilancio schiacciante della tragedia irachena è stato ignorato, nonostante una
serie di voci e iniziative coraggiose che hanno tentato di smascherare l'impresa
americana ispirata dal sionismo giudaico-protestante: lo stato smantellato e
distrutto, il suo esercito e la sua polizia si sono sciolti, uno dei paesi più
moderni del mondo arabo è tornato indietro di cinquant'anni dalle incursioni e
dall'uso di armi proibite, umiliato da un iniquo “petrolio in cambio di cibo”.
Senza contare le esazioni e le torture, le prigioni, i saccheggi del
patrimonio archeologico.
Almeno due milioni di morti inclusi 500.000 bambini, "il prezzo della
democrazia" secondo Albright ... E l'indicibile George Debeliou Bush che
poneva la storica domanda: perché ci odiano così tanto? Lo stesso scenario sta
accadendo esattamente per la Siria, che è entrata nel suo undicesimo anno di
guerra a metà marzo.
Solo che lo Stato siriano, forte della sua resilienza e delle sue alleanze
(Russia e Iran), non è stato distrutto, anche se il Paese è devastato, la sua
economia rovinata e la sua gente soffocata e affamata dall'embargo e dalle
sanzioni, senza vedere il fine del suo calvario.
Rifiutando di riconoscere la sua "impensabile sconfitta" e
"l'impensabile vittoria di Bashar al-Assad", l'America ha preferito,
come il consigliere di Obama, Robert Malley, allegramente previsto nel 2016,
passare a una seconda fase di aggressione, l'attuale guerra militare e
veramente perso lasciando il posto a una guerra economica senza fine, una
guerra "per procura" con il sostegno del divieto e il backbench della
"comunità internazionale" in Occidente.
Come c'era da aspettarsi, la metà di marzo, il decimo
"anniversario" dell'inizio degli eventi in Siria, ha scatenato
un'isteria senza precedenti ed a prima vista incomprensibile nella tetra -
pianura paludosa - del mainstream, che unisce nel suo letto i politici , i
media e coloro il cui compito è pensare.
La stupidità di questo impeto di furiosa follia testimonia la degenerazione
morale del paese di Descartes e dei diritti umani, una sorta di Covid
dell'intelligence.
Sono semplicemente gli intellettuali neoconservatori in stile francese che
si stanno mobilitando, cantando la loro serie di pie bugie e follie, dove le
belle parole si scontrano come democrazia, diritto internazionale, diritti
umani, giustizia, pluralismo, soluzione politica.
Furiosi per la loro sconfitta e non avendo nulla di presentabile da
rivendicare o offrire, come i terroristi moderati e i rivoluzionari in
imboscata che sostengono, stigmatizzano per virtù oltraggiata "lo stato
canaglia" in Siria, il "regime di Bashar", la banda
"genocida", il "tiranno massacratore", illustrando
perfettamente questo "zero grado di pensiero politico”(e intelligenza) che
è neoconservatorismo, e questa“ stupida signora ”di cui sono gli amanti e
promessi sposi.
Si vede anche l'idea che, per sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico
in Siria, sia necessario “stabilizzare” i ribelli, che hanno distrutto il loro
Paese e si scagliano contro il martirio dei loro compatrioti illustrando
perfettamente questo "grado zero di pensiero politico" (e
intelligenza) che è il neoconservatorismo, e questa "stupida signora"
di cui sono amanti e promessi sposi.
Si vede anche l'idea che, per sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico
in Siria, sia necessario “stabilizzare” i ribelli, che hanno distrutto il loro
Paese e si scagliano contro il martirio dei loro compatrioti.
Illustrando perfettamente questo "grado zero di pensiero
politico" (e intelligenza) che è il neoconservatorismo, e questa
"stupida signora" di cui sono amanti e promessi sposi. Si vede anche
l'idea che, per sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico in Siria, sia
necessario “stabilizzare” i ribelli, che hanno distrutto il loro Paese e si
scagliano contro il martirio dei loro compatrioti. Ciò che l'Iraq ha vissuto
per trent'anni, la Siria sta vivendo per l'undicesimo anno consecutivo (più
delle due guerre mondiali messe insieme), un silenzio siderale e una negazione
totale che raffinano il calvario di un popolo martirizzato.
Se continua a morire lentamente, non è per "pagare il prezzo di una
necessaria democratizzazione", non è né una "primavera fallita"
né una guerra civile come si vuole dire nel Paese dell'Asse del Bene. Tra gli
"esperti" che parlano, oso sperare che non ci siano professori di
diritto internazionale, perché sicuramente saprebbero che, come l'Iraq a suo
tempo, la Siria è stata ed è ancora vittima dell'aggressione internazionale.
Durante i processi di Norimberga (e Tokyo) del 1946, questo crimine di
aggressione, basato sulla libera e consapevole volontà di minacciare o rompere
la pace, fu assimilato a un "crimine contro la pace" e qualificato
come un "crimine internazionale per eccellenza", una delle principali
violazioni del diritto internazionale insieme a genocidio, crimini di guerra e
crimini contro l'umanità.
È iscritto dal Tribunale di Norimberga in cima alla lista, accompagnato
dalla seguente formula: “Lanciare una guerra di aggressione non è solo un
crimine internazionale; è il crimine internazionale supremo ”, l'unica
differenza con gli altri crimini di guerra è che nasconde in sé tutto il Male
accumulato di tutti gli altri. È "il crimine per eccellenza".
Codificato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, risoluzione
95/1946, appartiene al diritto penale internazionale e rientra nella
giurisdizione della Corte internazionale di giustizia dell'Aia (per quanto
riguarda la responsabilità e la criminalizzazione degli Stati).
Ripreso dal Trattato di Roma del luglio 1998, che istituisce la CPI,
rientra anche nella giurisdizione della Corte penale internazionale (per la
responsabilità personale dei funzionari statali).
Dovremo incontrarci tra trent'anni per “scoprire” i risultati delle guerre
in Siria, militari e visibili o economici e invisibili? Quando verrà il momento
di fare il punto e di consegnare giustizia, bisognerà comunque ricordare ai
cento governi che hanno partecipato fino ad oggi a questa marcata aggressione
la gravità della loro impresa criminale. E denunceremo prima i tre occidentali,
membri permanenti del Consiglio di sicurezza, che affermano di parlare di
diritto internazionale e di esserne i tutori, mentre sono i primi trasgressori.
Per abbellire il suo tranquillo ritiro, Debeliou Bush aveva scelto, a quanto
pare, di dipingere piccole pecorelle ridicole, senza mai essere toccato
dall'idea che avrebbe dovuto avere sulla coscienza milioni di morti, feriti,
storpi, bambini con disabilità, senza contare distruzione di diversi paesi.
Altri, come Blair o Obama, traggono persino un reddito invidiabile dalla
storia delle loro imprese, tenendo conferenze altamente retribuite, dove le
loro devastazioni e i loro crimini sono implicitamente considerati come gli
effetti collaterali di un'opera pia: nessun riferimento ai morti, al
distruzione di cui sono responsabili, al destino di stati in rovina o smembrati
... Sono ben vestiti, ben curati, ben nutriti, armati di diplomi, si atteggiano
a "padroni del mondo": parlano della legge, fanno la legge, decidono
la guerra, scrivono la storia delle loro gesta viste attraverso uno squilibrato
lorgnette.
In breve, occidentali o sostenitori dell'Occidente, gli occidentali sono le
élite del "mondo civilizzato", l'essenza dell'unica umanità che conta
ai loro occhi ciechi.
Credono di essere invulnerabili e intoccabili. Non hanno né rimorso né
vergogna. Sono persino orgogliosi delle loro azioni, dei loro record, del loro
sostegno a questi terroristi, riciclati o no, che "fanno un buon
lavoro".
Il loro grazioso peccato, di cui non possono sbarazzarsi poiché vedono in
esso la nuova versione dell'esecrabile "fardello dell'uomo bianco", è
la mania di impartire lezioni morali e di decidere per loro cosa devono fare i
paesi "che non appartengono al nostro mondo", anche se nessuno li ha
suonati.
Ovviamente, se in Occidente ci fosse ancora un pizzico di saggezza, ci si
chiederebbe come persone il cui senso del governo e del diritto internazionale
è così irregolare in patria possano decidere il destino dei loro vicini più o
meno lontani.
Una ragione in più per i leader politici o militari, gli intellettuali, i
media che hanno deciso, organizzato, sostenuto o giustificato un crimine di
aggressione internazionale (o più), per sapere che sono e rimarranno, qualunque
cosa facciano o non siano responsabili il crimine di aggressione
internazionale, o per il loro appoggio o la loro complicità, e di cui saranno
tenuti a rendere conto, senza prescrizione. La giustizia ha molti difetti, ma è
tenace.
Le mafie, la guerra e il giusto processo - Emilio Sirianni
Ero indeciso se scrivere di nuovo sull’argomento. La sensazione di inutilità, di prendersela contro i mulini a vento è forte, come pure la voglia di dire: «ma chi me lo fa fare».
Però, in questo Sud io ci sono nato e ci vivo,
l’oppressione e pervasività di “quel” potere le conosco bene e conosco bene la
rassegnazione alla sconfitta. E i relativi volti. Quelli di chi, letteralmente,
ti rappresenta la fine della vita tua e di chi ti è vicino, pur non facendolo
in modo esplicito, ma sempre con ragionamenti ellittici, dal suono amichevole,
persino e proprio per questo più terrorizzanti. Quelli di quanti stanno dietro
o a fianco ai primi, ma mai nei luoghi della gente normale e che indossano
toghe, siedono in consigli di amministrazione, presiedono enti, casse, partiti,
fondazioni, frequentano le stanze di compensazione degli interessi che contano
e decidono le sorti di queste terre da generazioni. Infine quelli dagli occhi
bassi e i pugni stretti, che mordono le labbra e cedono e cedono e pare non
debbano mai smettere di farlo. Ma io, per il mestiere che faccio, sono in grado
di comprendere e svelare e, proprio perché conosco quei volti, sento di dover
continuare a parlare. Prima di tutto a chi fa il mio stesso mestiere e ha la
mia stessa possibilità e capacità di comprendere.
Ieri l’altro su Rai3, nella trasmissione Presadiretta,
si è parlato del noto processo Rinascita-Scott, che ha per oggetto
fatti di ‘ndrangheta e che proprio in questi giorni muove i
primi passi nella nuovissima aula bunker costruita in tempo record a Lamezia
Terme. In verità si è parlato delle indagini, perché il processo non è
ancora neppure alle fasi preliminari. Ed è proprio questo il punto sul quale
vale la pena di riflettere insieme. Anche se, prima di farlo sento il bisogno
di dire quanto questa riflessione mi costa.
Mi costa molto, per tante ragioni che prima ho solo
accennato. Perché ho riconosciuto nei molti filmati dei ROS i volti di cui
dicevo. Perché ho riconosciuto, nelle parole intercettate, parole che mi
suonano in testa e mi pesano sul cuore da una vita. Di più, mi costa molto
perché, da tecnico, ho ben percepito – come chiunque di voi abbia visto la
trasmissione ‒ il valore e l’importanza di quegli elementi di prova. Il loro
peso dirompente laddove vanno a incidere l’empireo degli intoccabili,
squarciando la pesante coltre dietro cui si nascondono. Mi costa
moltissimo perché sento sulla mia pelle la rabbia e il dolore di quei genitori
che hanno perso i figli per mano di un potere criminale, di tutte quelle donne
e quegli uomini che manifestavano a sostegno dell’indagine sotto le finestre
dei carabinieri all’indomani degli arresti, invocando finalmente
giustizia.
Ma al tempo stesso, proprio per questo, non posso
tacere.
La stampa – lo sappiamo bene ‒ fa il suo mestiere.
Cerca notizie d’interesse pubblico e le diffonde e il valore di un giornalista
si misura sulla sua capacità di trovare le notizie e di esporle. Il giornalista
di cronaca le scova muovendosi fra segreti istruttori e fasi di discovery, fra
prove nascoste e prove esibite, fra indiscrezioni carpite e indiscrezioni fatte
filtrare. Del resto anche la polizia giudiziaria e gli organi inquirenti fanno
il loro di mestiere. Cercando prove, custodendole gelosamente, coltivandole
affinché, al momento giusto, germoglino e diano frutti. Ma anche in questo
caso, in un gioco di specchi e di parti che è antico quanto il processo stesso,
praticando sovente l’arte dell’indiscrezione veicolata e del consenso. Spesso
utili anche per le sorti delle ipotesi d’accusa, ma altrettanto spesso per
quelle delle carriere personali. In America ci hanno costruito, da sempre, un
genere letterario e cinematografico che non conosce crisi.
Nella trasmissione di ieri, però, abbiamo assistito a
una sorta di smascheramento. Tutto si è svolto alla luce del sole, anzi sotto
la luce delle telecamere. Negli studi televisivi e in esterni, letteralmente
sul luogo del reato. Niente segreti pazientemente carpiti o sapientemente
filtrati nell’ombra del lavoro d’indagine giornalistica o investigativa, ma
ufficiali dei carabinieri che illustrano il contenuto di intercettazioni telefoniche
e video, indicano i luoghi in cui si sono appostati per eseguire le riprese,
illustrano le storie criminali dei vari protagonisti e gli organigrammi delle
rispettive cosche. E in alto su tutti, ovviamente, l’Inquirente.
Tralascio gli aspetti personali che ognuno è libero di
valutare come meglio crede (penso ai reiterati riferimenti a concetti quali
«codardia/vigliaccheria» o ai dialoghi interiori con “compagna morte”
[intervista alla Gazzetta del Sud del 16 marzo]). Quel
che mi allarma ‒ e che dovrebbe allarmare tutti ‒ è che, proprio alla vigilia
di un delicatissimo processo, si ritenga normale che il pubblico ministero
partecipi, in veste di protagonista assoluto (pur se affiancato, come detto, da
spalle di prim’ordine), al processo mediatico-televisivo che precede e affianca
quello che s’avvia nell’aula bunker. Un processo nel quale tre giovanissime
magistrate, che assieme non arrivano a sommare dieci anni di anzianità,
dovranno affrontare, oltre all’ordinaria pressione che accompagna un processo
di queste dimensioni e complessità, anche la pressione mediatica, enorme, che
una delle parti processuali oggettivamente contribuisce a determinare. So
che sapranno farlo, che resistere a simili pressioni è la parte di bagaglio
professionale che alle nostre latitudini si acquisisce più celermente, ma è
giusto ed accettabile che ciò accada?
Infine, noi, che siamo cresciuti alle lezioni di
garantismo di Luigi Ferrajoli e di tanti altri maestri, abbiamo fermo in mente
il loro insegnamento che ci ricorda come il soggetto da tutelare nel processo
penale sia sempre l’imputato, a difesa dei cui fondamentali diritti sono
predisposte tutte le regole e garanzie che ne scandiscono l’incedere. La
prima delle quali è quella che stabilisce che la prova si forma nel processo.
Non nelle indagini e ancor meno nella rappresentazione mediatica delle stesse.
Una regola, questa, che esprime anche un fondamentale principio epistemologico
del processo penale accusatorio, che individua nel contraddittorio e nella
dialettica paritaria tra le parti del processo il miglior criterio per giungere
all’accertamento della verità.
E a me, a noi tutti che in queste terre disgraziate ci
troviamo o abbiamo scelto di vivere, quello che interessa, prima d’ogni altra
cosa, è la verità. Per questo, principalmente, vorrei invitare chiunque indaghi
sulla criminalità mafiosa, con toga sulle spalle o stellette sul petto, a non
arruolarsi in quella guerra che il Procuratore Gratteri ha evocato in TV,
continuando, molto più banalmente, a fare ciascuno la cosa più difficile: il
proprio mestiere.
sabato 27 marzo 2021
I fascisti entrano nella Knesset: in Israele va in scena lo strappo della vergogna - Umberto De Giovannangeli
Le grandi manovre del dopo voto sono già iniziate, Le coalizioni
“semoventi”, a geometria politica variabile, si “annusano”, si scompongono e si
ricompongono. Ogni partito fa pesare i suoi seggi e alza la posta. I prossimi
giorni ci diranno se Benjamin Netanyahu sarà di nuovo il primo ministro
d’Israele o se il variegato, anche troppo, blocco “anti Bibi” manterrà il punto
e riuscirà a defenestrare “Re Netanyahu”.
Staremo a vedere. Ma qualcosa queste elezioni, le
quarte in due anni, l’hanno già sancita. Ed è un qualcosa che pesa come un
macigno e rappresenta uno spartiacque tra il prima e il dopo. I fascisti alla
Knesset. Globalist ne ha dato conto nella prima parte del
“viaggio” nell’Israele post elezioni. Ma oggi, a sottolineare cosa significhi
l’ingresso alla Knesset del partito razzista, omofobo, “kahanista” Religious
Zionism (6 seggi) lo chiarisce molto bene l’editoriale di Haaretz
Una vergogna incancellabile
“Un partito benpensante - è il redazionale del
quotidiano progressista di Tel Aviv - composto da razzisti e omofobi è stato
eletto questa settimana alla Knesset. Non bisogna prendere alla leggera questo
sviluppo preoccupante. Ventisei anni fa, la Knesset ha adottato un emendamento
alla Legge fondamentale che definisce la sua funzione. L'emendamento stabiliva
che un partito con una piattaforma razzista non poteva partecipare alle
elezioni. Ventitré anni dopo la squalifica del partito Kach di Meir Kahane come
concorrente, i discepoli e i sostenitori della via del razzista di Brooklyn
sono tornati nella nostra assemblea legislativa con una forza molto maggiore
della presenza di Kahane in questo organo. Non possiamo lasciarlo passare.
Nessun paese dell'Europa occidentale oserebbe aggiungere al suo gabinetto
razzisti e omofobi come quelli del Religious Zionism. Semplicemente non
passerebbe. Ciò che non passerebbe in Europa occidentale non dovrebbe passare
in Israele. La palla è ora nelle mani dei membri del 24° Knesset e dei media.
Non si può imbiancare questo partito e non si deve collaborare con esso. Questa
è una fazione illegittima che getta un'ombra oscura su Israele, i suoi elettori
e i suoi rappresentanti. La vergogna è il numero di ebrei israeliani che
potrebbero votare per questo partito omofobico e razzista. È ancora più
scandaloso che i sostenitori del Likud continuino a seguire Netanyahu, che è
stato la levatrice di questo partito. Come possiamo noi ebrei lamentarci
dell'antisemitismo quando così tanti israeliani sostengono partiti che
professano l'odio contro gli altri? Dovremmo chinare la testa per la vergogna
quando un partito che si considera il Partito Religioso e Sionista è diventato,
con l'incoraggiamento del primo ministro Netanyahu, un legittimo partito
neonazista - seguaci fanatici del defunto Rabbi Meir Kahane, omofobo e
spregevole razzista. Questo è stato ottenuto per l'interesse personale di
Netanyahu di evitare i processi penali contro di lui in tribunale. Questo non è
un lampo nella padella della Knesset delle mediocrità di destra, diventerà
presto mainstream poiché la sua legalità è assicurata sotto una democrazia
grossolanamente disfunzionale. I risultati elettorali sono inconcludenti e una
quinta elezione è questione di pochissimo tempo. C'è una persona responsabile -
l'egoista e sospettoso del crimine Netanyahu deve essere ritenuto responsabile
del pasticcio politico che stiamo vivendo a scapito del popolo di Israele”.
Etnocrazia apripista
Fin qui Haaretz. Ma questa
sconvolgente deriva razzista è il portato di qualcosa di profondo, che ha
trasformato una democrazia in etnocrazia.
L’etnocrazia è, in primo luogo, la sanzione della
sconfitta del sionismo e il trionfo del revisionismo di Zeev Jabotinsky, non a
caso il punto di riferimento ideologico della destra nazionalista israeliana E’
di questo che dovremmo discutere, è su questo snodo cruciale che vale la pena,
se è il caso, dividerci. La “Questione israeliana” ingloba ma non si esaurisce
nella vicenda palestinese e né può avere come unica chiave di lettura quella
della sicurezza minacciata. Certo, quando il gioco si fa duro, i falchi
etnocratici tirano fuori il loro evergreen: siamo un Paese circondato da
nemici, gli arabi possono permettersi di perdere mille battaglie ma resteranno
sempre in piedi. Israele, no. Se perde una guerra, rischia di scomparire dalla
faccia della terra. Ma ridurre i processi che negli ultimi cinquant’anni hanno
trasformato profondamente, radicalmente Israele, al solo dilemma pace/guerra,
si sminuisce la portata di una “questione” che rimarrà in vita, ne sono
convinto, anche il giorno in cui la “questione palestinese” avrà finalmente una
soluzione politica. Se oggi il futuro d’Israele si gioca solo a destra, non è
perché c’è l’Iran, Hamas, Hezbollah. O, quanto meno, non è solo perché la
destra vince se impone in cima all’agenda politica nazionale il tema della
sicurezza e di come far fronte alle minacce, vere o presunte, che sono sempre,
in questa narrazione, mortali. Prima che nelle urne, la vittoria della destra
etnocratica in Israele, è avvenuta sul piano culturale, sull’aver plasmato la
psicologia di una Nazione a propria immagine e somiglianza. La destra ha vinto
perché ha fatto prevalere, nella coscienza collettiva, Eretz Israel, la Terra
d’Israele, su Medinat Israel, lo Stato d’Israele. In questa visione, la Sacra
Terra, proprio perché è tale, non è materia negoziabile e chi osa farlo finisce
per essere un traditore che merita la morte. Questo, un traditore sacrilego, è
stato Yitzhak Rabin per la destra israeliana che ha armato ideologicamente la
mano del giovane zelota, Ygal Amir, che mise fine alla vita del
premier-generale che aveva osato stringere la mano al “capo dei criminali
palestinesi”, Yasser Arafat, riconoscendo nel nemico di una vita, un
interlocutore di pace. Israele ha ottenuto successi straordinari in svariati
campi dell’agire umano. E’ all’avanguardia mondiale quanto a start up, ha
insegnato al mondo come rendere feconda anche la terra desertica e portato a
compimento importanti scoperte nel campo della scienza, della medicina,
dell’innovazione scientifica. Ma la modernizzazione sociale ed economica non ha
mai interagito con la grande questione identitaria. Su questo terreno, la
tradizione ha vinto e non ha fatto prigionieri. I Palestinesi, in questo, sono
un incidente di percorso, con cui occorre fare i conti ma che mai hanno
rappresentato un elemento di riflessione su se stesso, su Israele. In una
conversazione non più recente, ma straordinariamente attuale, avuta con David
Grossman, il grande scrittore israeliano mi disse di aver maturato la
convinzione che per Israele, il popolo israeliano, sarebbe stato meno doloroso
cedere dei territori (occupati) piuttosto che sottoporre ad una revisione
critica la propria storia, a partire dalla nascita dello Stato d’Israele,
perché questa revisione avrebbe dovuto portare al riconoscimento dell’altro da sé,
come popolo, con una propria identità nazionale, con la propria storia che
interrogavano la storia d’Israele. Così è. L’etnocrazia, a ben vedere, è
l’altra faccia del regime di apartheid instaurato di fatto nei Territori
palestinesi occupati. L’etnocrazia crea identità, definisce una visione del
ruolo del popolo ebraico nel mondo, indica una Missione da compiere. La
“Questione israeliana” non ha nulla di difensivo. Essa, a ben vedere, è una
declinazione di quel sovranismo nazionalista che segna il presente, ipotecando
il futuro. I padri fondatori d’Israele si sono battuti per realizzare il sogno
di uno Stato per gli ebrei. La destra revisionista ha imposto lo Stato degli
ebrei. Non è una differenza semantica
L’’ingresso dei fascisti alla Knesset ne è il frutto
avvelenato.