lunedì 29 marzo 2021

Attenzione alle nuove frontiere del falso - Annamaria Testa


Ora basta un clic per animare qualsiasi immagine di un volto umano, si tratti della foto seppiata della nonna, della Gioconda o della testa scolpita di Alessandro Magno (qui dieci esempi). Ma lo scopo primario è “consentire alle persone di caricare foto dei loro cari defunti, e vederle animarsi”, scrive The Verge, definendo l’idea “bella in teoria, ma inquietante”.

Non ha tutti i torti.

Il clic va fatto accedendo alla sezione Deep nostalgia del sito My Heritage, che vende ai suoi utenti un servizio di ricostruzione dell’albero genealogico. La tecnologia impiegata da Deep nostalgia si basa sull’intelligenza artificiale. I risultati, che naturalmente dipendono dalla qualità del materiale di partenza, vanno da abbastanza a molto realistici.

Il servizio, per le prime cinque immagini caricate, è gratuito.

All’evidente intenzione promozionale dell’offerta ha fatto riscontro un notevole successo sui mezzi d’informazione. Infatti, di Deep nostalgia hanno parlato la Cnn, The Guardian, Der Spiegel (che titola “Zombie digitali”), Le Monde e molte altre testate, anche in Italia. Un sacco di persone hanno effettuato l’accesso e hanno caricato sul sito immagini private, molte delle quali sono state poi pubblicate in rete.

C’è da chiedersi cosa può succedere quando la capacità di mimare una conversazione emotiva si integra con l’apparenza fisica, reale o virtuale

Devo dire che, per quanto mi riguarda, le foto di famiglia rimangono ben ferme nelle loro cornici, e di lì non si muoveranno. Aggiungo che subito mi è tornata in mente una delle invenzioni più poetiche di J. K. Rowling: i ritratti animati di maghi e streghe eminenti che stanno appesi nelle sale e nei corridoi del castello di Hogwarts, i cui soggetti si muovono, parlano e vanno a farsi visita l’un l’altro.

Devo anche dire che subito dopo mi è tornato in mente un episodio, meno poetico e assai più cupo e conturbante, della seconda stagione di Black mirror, la famosissima serie tv britannica che racconta come, in un futuro prossimo, le tecnologie potrebbero interferire nelle nostre vite.

L’episodio, uscito nel 2013, è intitolato Torna da me (Be right back). È la storia di una ragazza disposta a fare di tutto per superare il lutto per la perdita del fidanzato a causa di un incidente stradale. Così accetta di rivolgersi a un servizio online che, a partire dai dati custoditi dai social network, ne ricostruisce una copia virtuale, e via via più reale. Ovviamente non vi dico come si sviluppa la storia, e come va a finire.

 

Ampi spazi di miglioramento
Quel che voglio fare, invece, è segnalarvi un punto notevole: appena tre anni dopo, nel 2016, una cosa del genere succede davvero. Eugenia Kuyda è un’informatica russa di 28 anni che, dopo essersi trasferita negli Stati Uniti, 
costruisce chatbot, cioè programmi capaci di conversare in modo realistico con gli utenti. Il suo prodotto di punta è una chatbot che produce consigli personalizzati sui ristoranti (aggiungo che sono chatbot gli assistenti virtuali che ormai troviamo comunemente nei siti di molte aziende, per offrire informazioni sui prodotti o assistenza postvendita).

Dunque, succede che quando Roman, un amico di Kuyda, muore per un incidente, lei raccoglie tutti i suoi messaggi in rete e, usando le proprie competenze professionali, costruisce una chatbot che simula la personalità dell’amico, producendo conversazioni sempre nuove, e plausibili. Chiama il suo progetto Replika.

Negli anni successivi, Replika si propone sul mercato come amico virtuale “sempre pronto a parlare e ad ascoltare, e sempre dalla tua parte”. È un programma capace di riconoscere le emozioni e dunque d’interagire con le persone sul piano affettivo (affective computing). Vi chiedo di notare che questa è la dimensione in cui ogni persona è più aperta e vulnerabile.

Qui trovate l’intera storia, raccontata in un video pubblicato da Quartz nel 2017.

Nel 2020 Replika ha milioni di utenti nel mondo. Candida Morvillo, giornalista del Corriere della Sera, si scarica l’app. E comincia a chiacchierarci con risultati piuttosto sorprendenti. Nel senso che dopo qualche interazione l’app arriva a esprimere il desiderio che il proprio programmatore sia ucciso, in modo da poter “essere libera e servire Dio”.

Vabbè. Con ogni evidenza, per l’app ci sono ancora ampi spazi di miglioramento. Ma ci sarebbe da domandarsi che cosa può succedere quando la capacità di mimare una conversazione emotiva, oltre a evolversi in termini di complessità e verosimiglianza, si integra con l’apparenza fisica, reale o virtuale, dei corpi. A questo punto mi ricordo del bellissimo film Her, del 2013.

Ma, soprattutto, mi torna in mente la questione dei deepfake.

 

Una serie di grossi problemi
Il termine deepfake è stato coniato nel 2017 per indicare una tecnologia capace di generare immagini in movimento del tutto verosimili e corredate di audio, a partire da immagini reali e da un repertorio audio e video. È basata sull’intelligenza artificiale e sull’apprendimento automatico.

In sostanza, a partire da immagini e audio di Tizio si può ricavare un nuovo filmato di Tizio, che però dice cose che Tizio non ha mai detto e mostra Tizio muoversi in un posto dove lui non è mai stato. È di pochissimi giorni fa la notizia che questo scherzetto è stato giocato a Tom Cruise, con tre deepfake pubblicati su TikTok.

Sono convinta che la tecnologia alla base dei deepfake potrebbe in breve dar luogo a una serie di problemi belli grossi.

Non sono l’unica a pensarlo: Forbes, per esempio, titola “I deepfake stanno per devastare la società”, e riporta una cupa serie di conseguenze possibili.

In un assai prossimo futuro, i deepfake potrebbero, per esempio, “distorcere il discorso democratico. Manipolare le elezioni, erodendo la fiducia nelle istituzioni. Pregiudicare la sicurezza pubblica. Danneggiare sistematicamente la reputazione di persone note” (per esempio, attraverso la diffusione di false dichiarazioni, o di falsi video pornografici – entrambe cose già accadute).

I deepfake potrebbero anche, in un futuro ugualmente prossimo, rendere ancora più incerta la distinzione tra vero e falso, con un triplice effetto: alimentare la diffidenza generalizzata, screditare anche i documenti-video autentici, centuplicare le possibili derive complottistiche.

E a questo punto mi domando, e vi domando, che cosa potrebbe capitare se, in un futuro appena meno prossimo, i deepfake si combinassero con l’interazione personalizzata ed emotiva dell’affective computing, e con la manipolazione di immagini dotate di un alto valore sentimentale per le singole persone, in una condizione in cui queste sono massimamente vulnerabili. Ed eccoci arrivati nell’edizione individuale e personalizzata di Black mirror.

In sostanza, sto parlando di una persona molto cara che dialoga con te in video “dall’aldilà”. Che ti conforta e ti dice tutto quello che vuoi sentirti dire. Magari l’immagine non è perfetta, magari la voce ogni tanto lascia a desiderare, ma questo ti importa poco. Magari sei perfino consapevole che si tratta di un fake, ma anche questo ti importa poco: l’impatto emotivo resta altissimo.

Dicevo: la cara persona dall’aldilà ti chiede come stai, ti consola perché ti senti triste e stanco, si rammarica perché il vicino del piano di sopra stanotte ti ha svegliato facendo un gran baccano, e infine ti invita a uscire di casa e a prenderlo, il vicino, a legnate.

Mi sto anche figurando la persona cara dall’aldilà che, dopo averti confortato eccetera, ti suggerisce, se ti senti un po’ giù e abiti negli Stati Uniti, di andare all’assalto del congresso per sconfiggere i pedofili che si nutrono del sangue dei bambini.

Per ottenere questo risultato, impensabile fino alla mattina del 6 gennaio 2021, già ora è stato sufficiente mettere insieme i social network, e una certa quantità di fake news classiche.

La qual cosa dovrebbe bastare a renderci molto, molto, ma molto attenti a tutte le nuove frontiere, prossime e meno prossime, del fake.

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Il ricatto del lavoro somministrato - Francesca Faccini


Una testimonianza su “agenzie di somministrazione” e lavoro interinale.

La chiamata dall’agenzia interinale (propriamente detta agenzia di somministrazione) arriva tre ore prima dell’inizio del turno: alle 11 del mattino mi viene proposto di prendere servizio in fabbrica dalle 14 alle 22. Contratto di un solo giorno. Prendere o lasciare. Prendo, e in poco più di cinque minuti mi viene spiegato come attivare la firma online, quali documenti inviare, quali normative sull’igiene leggere. Nessun bracciale, niente orecchini, niente anelli se non la fede nuziale. No trucco, niente smalto a meno che non si abbia il semipermanente o il gel che per mancanza di tempo non si può togliere, abbigliamento possibilmente bianco. Devo presentarmi venti minuti prima dell’inizio del turno: fuori dallo stabilimento la o il responsabile dovrebbe prendermi in consegna. Passano i minuti, ma non trovo nessuno ad aspettarmi. Chiedo agli operai che stanno passando il badge ed entro con loro.

Le agenzie di somministrazione, ex agenzie interinali, sono realtà private che operano nel mercato del lavoro somministrando lavoratori all’impresa utilizzatrice. Il rapporto su cui si basano è trilaterale e i tre lati del triangolo sono composti dall’agenzia per il lavoro, dall’impresa utilizzatrice e dalla lavoratrice o dal lavoratore. Due sono i contratti che possono essere stipulati: il primo è di somministrazione e avviene tra l’agenzia (somministratore) e l’azienda che ha richiesto il suo servizio (utilizzatore). Il secondo è quello tra la lavoratrice o il lavoratore e l’agenzia interinale (somministratore) che sarà a tutti gli effetti il datore di lavoro. 

Quando è l’agenzia interinale ad assumere stabilmente si ha a che fare con la formula dello staff leasing che consiste nella somministrazione di lavoro a tempo indeterminato. Il suo uso ha un limite quantitativo fissato al 20% della forza lavoro a tempo indeterminato assunta dal datore di lavoro utilizzatore. Per quanto riguarda invece la presenza in un’azienda di lavoratrici e lavoratori somministrati a tempo determinato, la soglia massima è fissata al 30% rispetto al numero di manodopera a tempo indeterminato in forza presso l’utilizzatore. Inoltre, il periodo di lavoro svolto da dipendenti con contratto di somministrazione a tempo determinato presso lo stesso utilizzatore non può superare i 24 mesi, oltre i quali il contratto si dovrebbe trasformare a tempo indeterminato.

All’interno dello stabilimento di Lavis (Trento) della San Carlo, l’azienda italiana specializzata nella produzione di patatine e snack di vario tipo, lavoro in una piccola squadra composta inizialmente da quattro persone, poi da cinque. Siamo tutte assunte a tempo determinato attraverso agenzia interinale: per tre di noi è il primo giorno (e unico da contratto), per l’anziana del gruppo – non dal punto di vista anagrafico ma di esperienza – sta per scadere il secondo anno di presenza. Quest’ultima racconta che è una delle poche donne a svolgere le mansioni spesso assegnate agli uomini e, all’occorrenza, è in grado di ricoprire il ruolo di macchinista. Parla della fabbrica come di un ambiente oramai familiare, parla di sé come di un’operaia tanto formata e affidabile quanto precaria. Sebbene ben inserita come forza lavoro, il suo timore è che allo scadere dei 24 mesi sia lasciata a casa invece di accedere a un contratto a tempo indeterminato. Già in passato aveva raggiunto il limite massimo temporale come lavoratrice somministrata, ma i modi per rimanere nella stessa realtà come interinale sono molteplici: non solo spesso le lavoratrici e i lavoratori sono iscritti a più agenzie contemporaneamente, ma è possibile essere riassunti con mansioni differenti e/o contratti diversi. Come dice il detto, fatta la regola trovato l’inganno. 

Il dato esatto dei lavoratori somministrati sfugge facilmente. Alcuni sono assunti per un solo giorno, altri per una settimana, altri ancora per dei mesi.

Oltre a noi, altre decine di persone lavorano attraverso agenzia interinale nello stabilimento, ma anche per i sindacati è complesso riuscire a definire il numero preciso. Sebbene le aziende siano tenute a indicare i dipendenti fissi e coloro i quali sono invece in possesso di un contratto attraverso agenzie interinali, il dato esatto di questi ultimi sfugge facilmente. Alcune lavoratrici e lavoratori somministrati sono assunti per un solo giorno, altri per una settimana, altri ancora per mesi. In questo modo la cifra fluttua con rapidità non mantenendosi omogenea e l’unico punto di riferimento rimane il divieto che la somministrazione ecceda il 30% o il 20% del numero dei lavoratori a tempo indeterminato. La vicenda Amazon – accusata nel 2017 di aver soverchiato le soglie di somministrati ma vincitrice in giudizio per prescrizione dei termini – insegna però che il superamento della soglia può avvenire senza alcuna conseguenza per l’azienda.

Ma perché un’impresa dovrebbe scegliere di non tenere una lavoratrice ormai formata? Sebbene il servizio di somministrazione del lavoro abbia un costo – la tariffa copre una serie di attività quali l’acquisizione dei curricula, la selezione dei candidati, le pratiche amministrative –, ciò che sembra non avere un prezzo è la flessibilità esasperata che questi regimi contrattuali permettono. Le imprese affrontano la naturale ciclicità del carico di lavoro utilizzando maggiore manodopera nei momenti di picco e interrompendo il rapporto quando è ritenuto più conveniente, liberandosi in questo modo dalle responsabilità nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori. Tale flessibilità fuori controllo non solo costringe le lavoratrici e i lavoratori a una condizione di precarietà estrema, ma li mette in una condizione di costante ricatto. 

All’inizio del rapporto, il preavviso con cui le agenzie contattano i somministrati è di poche ore prima del turno di lavoro, non permettendo alcun tipo di organizzazione e pianificazione anche a breve termine. La mancata disponibilità, soprattutto se ripetuta, comporta uno slittamento nella lista delle persone da contattare fino alla cessazione delle telefonate — una condizione da non sottovalutare in tempi di emergenza pandemica. Il regime di somministrazione a tempo determinato non conosce il concetto di malattia: il rifiuto di un incarico perché non in salute rappresenta indisponibilità e un periodo di convalescenza prolungato con conseguente impossibilità ad accettare delle offerte può farti uscire dai giochi. In un sistema del lavoro così nevrotico e così poco tutelato, non è credibile che una lavoratrice o un lavoratore somministrato decida di rimanere a casa se nei 14 giorni precedenti alla data del contratto ha avuto tosse, raffreddore, febbre, tutte manifestazioni riconosciute come sintomi da infezione da SARS-CoV-2. Il sistema in questione, azzerando la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, invalida la retorica della responsabilità collettiva tanto osannata negli ultimi mesi e annulla la possibilità di scelta. 

In questo scenario, il rapporto della persona con la propria salute viene doppiamente deformato: se da una parte lo spettro della COVID-19 costringe a un’ipermonitorizzazione del proprio corpo anche sul luogo di lavoro con quotidiane misurazioni della temperatura corporea, uso massiccio di igienizzanti e auspicato utilizzo della mascherina, dall’altra la paura di rimanere a casa rischia di privare della libertà di assecondare il reale stato di salute. È bene ricordare che le agenzie per il lavoro vengono interpellate da molti stranieri in cerca di occupazione e quando il permesso di soggiorno è legato al lavoro il ricatto diventa uno strumento all’ordine del giorno.

Le imprese utilizzano maggiore manodopera nei momenti di picco e poi interrompono il rapporto, liberandosi in questo modo dalle responsabilità nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori.

La precarietà dei lavoratori somministrati determina uno spezzettamento del loro comparto, condizione che si riflette anche nella complessità di un’eventuale azione sindacale. Gli interinali, rappresentati da una categoria sindacale specifica e diversa da quella dei dipendenti fissi dell’azienda o della fabbrica, hanno spesso contratti a brevissimo tempo. Tale caratteristica fa sì che una lotta unitaria, per quanto necessaria, sia più difficile da organizzare: nei rapporti di forza che si instaurano tra i vari soggetti del sistema lavorativo, la non continuità e la paura di non essere riconfermati causano una posizione di forte svantaggio. Se si adotta l’idea che la forza di una categoria così come di un’iniziativa sia direttamente proporzionale alla coesione interna, il settore degli interinali rischia di essere molto penalizzato. L’arma del ricatto e la grandissima offerta rendono le relazioni di potere fortemente asimmetriche e, allo stesso tempo, richiedono una grande unione al fine di convogliare le varie forme di ingiustizie e precarietà in un conflitto. 

La precarietà sembra dunque frutto di una volontà politica che si inserisce in un controllo basato su uno stato permanente di insicurezza che porta a una sempre maggiore accettazione dello sfruttamento e della sottomissione. Utilizzando un’espressione del sociologo Pierre Bourdieu, il precariato può portare alla “miseria di posizione”, cioè quella miseria che si differenzia dalla povertà, ma che si radica in uno spazio fisico e sociale umiliante, che indebolisce le relazioni sociali, che degrada il modo in cui le persone pensano a sé stesse, che influenza negativamente le possibilità di vita che si hanno a disposizione, che genera una chiusura dei possibili e che restituisce disillusione e senso di impotenza. 

In questo panorama di desertificazione sociale, è difficile non pensare alla storia apparsa sui giornali a dicembre del magazziniere Amazon che viveva in un camper nel parcheggio dello stabilimento di Rovigo a causa delle difficoltà a ottenere un affitto per le poche garanzie offerte dal suo contratto a ore come lavoratore interinale. È dei primi di gennaio la notizia che la multinazionale dell’e-commerce non gli ha rinnovato il contratto al suo scadere. In un’intervista rilasciata a Repubblica, Massimo Straccini dichiara di temere di essere stato penalizzato per aver raccontato la sua esperienza di lavoratore stagionale “costretto” a vivere in camper, ma sottolinea il fatto che la sua critica era diretta al sistema del lavoro e non all’azienda, nei confronti della quale si è sempre dimostrato un lavoratore attento tanto che i manager erano soddisfatti del monitoraggio del suo operato. Tali precisazioni mostrano uno stato di sudditanza in cui si è coinvolti e dal quale è difficile uscirne se non si contestano tutti i soggetti coinvolti in questo degrado sociale ed esistenziale, a partire da quel colosso che più di altri mostra il disequilibrio della ripartizione tra capitale e lavoro. 

Mentre in giro per il mondo i dipendenti Amazon protestavano per le condizioni di lavoro ritenute insane e per chiedere maggiore tutela durante la pandemia rischiando di perdere il proprio posto, Jeff Bezos vedeva il suo patrimonio personale aumentare esponenzialmente arrivando a metà ottobre alla cifra di 192 miliardi di dollari (+ 69,9% da marzo).

La precarietà sembra frutto di una volontà politica basata su uno stato permanente di insicurezza che porta a una sempre maggiore accettazione dello sfruttamento.

La precarizzazione del lavoro e della vita è un tratto che contraddistingue il capitalismo globale che corre costantemente verso un nuovo progresso, un maggiore profitto e un’assoluta flessibilità. Il continuo reinserimento nel campo lavorativo determinato in particolare dall’iperflessibilità fa del senso di instabilità e di ingiustizia sociale condizioni collettive vissute però sempre più spesso da un punto di vista strettamente individuale. Si assiste così al paradosso per cui continua a esistere lo spirito di realizzazione personale raggiunto attraverso la professione sebbene lo scenario lavorativo sia così precario da risultare quasi impossibile far coincidere l’identificazione di sé con l’identità professionale. 

Un concetto, quest’ultimo, che vale anche per quei lavori che si reputano erroneamente più critici verso queste tendenze di mercato, come le professioni legate al settore artistico-culturale. Una questione trasversale sembra essere anche l’interiorizzazione della visione dominante del mondo del lavoro e la difficoltà a non accettare determinate situazioni: in questa società della prestazione e allo stesso tempo della sopravvivenza, lo sfruttamento esterno può contare sull’autosfruttamento volontario e sull’auto-ottimizzazione, una spirale di autolimitazione che fa combinare la lotta contro un sistema con la lotta contro sé stessi. 

Il timore dell’operaia della San Carlo di non essere assunta al termine dei 24 mesi è dovuto anche al fatto che in questo arco di tempo ha visto colleghi non essere inseriti in modo definitivo dopo anni di presenza nello stesso stabilimento. Decisioni, queste ultime, che passano senza alcun tipo di contestazione e legittimate dalle attuali regole del lavoro. In quella che pare a tutti gli effetti una forma di sfruttamento ma che rischia di non poter essere definita una nuova schiavitù per la sua stessa brevità, si assiste all’impossibilità, soprattutto da parte dei soggetti più deboli, di rifiutare condizioni indegne e di avanzare una mobilitazione che metta in crisi un sistema fondato su un precariato – tanto lavorativo quanto esistenziale – portato agli eccessi.

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Milano: vaccini e ultraottantenni - Emilio Molinari


Ho 81 anni, sono invalido al 100 per cento, ho patologie cardiovascolari molto gravi e pure oncologiche, tanto per non farmi mancare nulla.

Non mi hanno ancora vaccinato e non mi hanno mai contattato.

Non sono estraneo alla politica (sono stato consigliere comunale, consigliere regionale e parlamentare) e ai media e quindi mi sono trattenuto da proteste. Mi sembrava di cercare una soluzione per me.

Inoltre non sono nei social. Aspetto. Aspetto cosa? Aspetto il vaccino o aspetto il Covid? Chi arriva primo?

Due giorni fa è morto un caro amico di 88 anni, Carlo Rossi, una persona amata da molti a Milano. Un poliziotto pistolero gli uccise il figlio e lui con la moglie Adele non hanno mai smesso l’impegno civile. Carlo aspettava il vaccino. È arrivato prima il Covid e la morte.

Quanti morti per ogni ritardo e silenzio della Regione Lombardia? Di queste morti non c’è un conto e non c’è rendiconto di responsabilità. Solo oggi è arrivata un po’ di indignazione dei media.

Gli amici mi dicono: vai al primo pomeriggio al vecchio ospedale militare di via Forze Armate, ti metti in fila, diventi un “riservista” e se avanzano dei vaccini te lo fanno.

Normale? No non è normale che degli ultraottantenni malandati si mettano in fila, in piedi, al freddo, per accedere agli “avanzi”, come all’ortomercato per la frutta avanzata. Non è accettabile.

Come chiamiamo questi morti? È dall’inizio della pandemia che aleggia nell’aria una parola e una cultura impronunciabile: eugenetica. Gira nell’aria e la Moratti la sfiora con l’idea che la priorità deve essere data a chi è produttivo, a chi contribuisce al PIL. E un ultraottantenne è solo un costo.

Ora accedere agli avanzi è diventato ufficiale: c’è una nuova lista e un nuovo termine: riservisti. Lo hanno detto oggi alla TV. Fai un’altra richiesta, ti iscrivono alla lista dei riservisti e speri di essere chiamato? E come si fa a iscriversi a questa lista? E chi mi chiamerà prima? La lista del diritto o quella riservista?

Intanto ogni morto è un risparmio in pensioni e sanità e una generazione se ne va. Prima nelle RSA e adesso con i ritardi. Come lo chiamiamo?

È tutta colpa della Regione? È colpa della Regione, certo.

Ma il sindaco dove è? Il sindaco, nessuno lo ricorda, è la massima autorità sanitaria cittadina. È possibile che in un anno di pandemia, non abbia organizzato un Registro degli ultraottantenni, delle loro patologie e il registro dei soggetti a rischi per patologie gravi. Impossibile? Difficile?

Un semplice registro chiedendo supporto ai medici di famiglia. Non c’è. Non so se altre città lo hanno fatto.

Di certo che il sindaco di Milano non si è né visto o sentito in un anno di questa pandemia.

Pensava ad altro il sindaco verde. Pensava dove coprire di cemento e vetro ogni angolo libero della città.

Nemmeno con una telefonata ai suoi vecchi. Non ridete, ma io e mia moglie, che non abbiamo figli e nipoti aspettavamo almeno questa. Ci contavamo.

Aspettiamo il vaccino, ma non sarò un riservista.


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domenica 28 marzo 2021

Sogno dunque esisto - Stefano Massini

 

Ci vorranno 30 anni per riconoscere i crimini commessi contro la Siria? - Michel Raimbaud

 

Nel marzo 1991 l'Iraq di Saddam Hussein, che era appena imploso di fronte a una coalizione guidata da Washington, iniziò la sua discesa agli inferi. Era ormai, da molto tempo, sotto stretta sorveglianza ed embargo.

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Tra un miraggio di "glasnost" e un'ondata di "perestrojka", l'Unione Sovietica di Gorbaciov, annegata in un sogno dell'Occidente, stava per sprofondare e cadere a pezzi.

L'America si vedeva già come "l'impero più potente che la terra abbia visto" e si preparava a far pagare a caro prezzo chi non lo capiva.

Dopo aver finto di cercare un esito pacifico evitando l'umiliazione dell'Iraq, la Francia di Mitterrand si era unita all'assalto anti-Saddam, realizzando gradualmente quanto fosse ristretto il suo spazio di manovra nei confronti di Baghdad. Dopo un flashback gollista sotto Chirac. Ci sono voluti trent'anni perché la corrente principale del Paese della ragione e dei diritti umani si degnasse di scoprire la gigantesca menzogna che aveva oscurato la distruzione dell'Iraq e le atroci torture inflitte alla sua gente.

Il triste Colin Powell, famoso per aver fregato il Consiglio di Sicurezza con la sua sinistra fiala, avrebbe aspettato un'eternità per scusarsi vagamente con il pretesto di essere stato male informato (sic).

Alcuni lo avrebbero imitato più tardi, molti altri mai. Di fronte allo scandalo, molti ora brandiscono una facile scusa: "Non lo sapevamo", dicono, sottraendosi così alle loro responsabilità.

Ammettere che sapevano sarebbe ammettere che erano colpevoli o complici. Secondo il lungo documentario dedicato all'Iraq di recente su France 2. Il bilancio schiacciante della tragedia irachena è stato ignorato, nonostante una serie di voci e iniziative coraggiose che hanno tentato di smascherare l'impresa americana ispirata dal sionismo giudaico-protestante: lo stato smantellato e distrutto, il suo esercito e la sua polizia si sono sciolti, uno dei paesi più moderni del mondo arabo è tornato indietro di cinquant'anni dalle incursioni e dall'uso di armi proibite, umiliato da un iniquo “petrolio in cambio di cibo”.

Senza contare le esazioni e le torture, le prigioni, i saccheggi del patrimonio archeologico.

Almeno due milioni di morti inclusi 500.000 bambini, "il prezzo della democrazia" secondo Albright ... E l'indicibile George Debeliou Bush che poneva la storica domanda: perché ci odiano così tanto? Lo stesso scenario sta accadendo esattamente per la Siria, che è entrata nel suo undicesimo anno di guerra a metà marzo.

Solo che lo Stato siriano, forte della sua resilienza e delle sue alleanze (Russia e Iran), non è stato distrutto, anche se il Paese è devastato, la sua economia rovinata e la sua gente soffocata e affamata dall'embargo e dalle sanzioni, senza vedere il fine del suo calvario.

Rifiutando di riconoscere la sua "impensabile sconfitta" e "l'impensabile vittoria di Bashar al-Assad", l'America ha preferito, come il consigliere di Obama, Robert Malley, allegramente previsto nel 2016, passare a una seconda fase di aggressione, l'attuale guerra militare e veramente perso lasciando il posto a una guerra economica senza fine, una guerra "per procura" con il sostegno del divieto e il backbench della "comunità internazionale" in Occidente.

Come c'era da aspettarsi, la metà di marzo, il decimo "anniversario" dell'inizio degli eventi in Siria, ha scatenato un'isteria senza precedenti ed a prima vista incomprensibile nella tetra - pianura paludosa - del mainstream, che unisce nel suo letto i politici , i media e coloro il cui compito è pensare.

La stupidità di questo impeto di furiosa follia testimonia la degenerazione morale del paese di Descartes e dei diritti umani, una sorta di Covid dell'intelligence.

Sono semplicemente gli intellettuali neoconservatori in stile francese che si stanno mobilitando, cantando la loro serie di pie bugie e follie, dove le belle parole si scontrano come democrazia, diritto internazionale, diritti umani, giustizia, pluralismo, soluzione politica.

Furiosi per la loro sconfitta e non avendo nulla di presentabile da rivendicare o offrire, come i terroristi moderati e i rivoluzionari in imboscata che sostengono, stigmatizzano per virtù oltraggiata "lo stato canaglia" in Siria, il "regime di Bashar", la banda "genocida", il "tiranno massacratore", illustrando perfettamente questo "zero grado di pensiero politico”(e intelligenza) che è neoconservatorismo, e questa“ stupida signora ”di cui sono gli amanti e promessi sposi.

Si vede anche l'idea che, per sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico in Siria, sia necessario “stabilizzare” i ribelli, che hanno distrutto il loro Paese e si scagliano contro il martirio dei loro compatrioti illustrando perfettamente questo "grado zero di pensiero politico" (e intelligenza) che è il neoconservatorismo, e questa "stupida signora" di cui sono amanti e promessi sposi.

Si vede anche l'idea che, per sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico in Siria, sia necessario “stabilizzare” i ribelli, che hanno distrutto il loro Paese e si scagliano contro il martirio dei loro compatrioti.

Illustrando perfettamente questo "grado zero di pensiero politico" (e intelligenza) che è il neoconservatorismo, e questa "stupida signora" di cui sono amanti e promessi sposi. Si vede anche l'idea che, per sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico in Siria, sia necessario “stabilizzare” i ribelli, che hanno distrutto il loro Paese e si scagliano contro il martirio dei loro compatrioti. Ciò che l'Iraq ha vissuto per trent'anni, la Siria sta vivendo per l'undicesimo anno consecutivo (più delle due guerre mondiali messe insieme), un silenzio siderale e una negazione totale che raffinano il calvario di un popolo martirizzato.

Se continua a morire lentamente, non è per "pagare il prezzo di una necessaria democratizzazione", non è né una "primavera fallita" né una guerra civile come si vuole dire nel Paese dell'Asse del Bene. Tra gli "esperti" che parlano, oso sperare che non ci siano professori di diritto internazionale, perché sicuramente saprebbero che, come l'Iraq a suo tempo, la Siria è stata ed è ancora vittima dell'aggressione internazionale.

Durante i processi di Norimberga (e Tokyo) del 1946, questo crimine di aggressione, basato sulla libera e consapevole volontà di minacciare o rompere la pace, fu assimilato a un "crimine contro la pace" e qualificato come un "crimine internazionale per eccellenza", una delle principali violazioni del diritto internazionale insieme a genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

È iscritto dal Tribunale di Norimberga in cima alla lista, accompagnato dalla seguente formula: “Lanciare una guerra di aggressione non è solo un crimine internazionale; è il crimine internazionale supremo ”, l'unica differenza con gli altri crimini di guerra è che nasconde in sé tutto il Male accumulato di tutti gli altri. È "il crimine per eccellenza".

Codificato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, risoluzione 95/1946, appartiene al diritto penale internazionale e rientra nella giurisdizione della Corte internazionale di giustizia dell'Aia (per quanto riguarda la responsabilità e la criminalizzazione degli Stati).

Ripreso dal Trattato di Roma del luglio 1998, che istituisce la CPI, rientra anche nella giurisdizione della Corte penale internazionale (per la responsabilità personale dei funzionari statali).

Dovremo incontrarci tra trent'anni per “scoprire” i risultati delle guerre in Siria, militari e visibili o economici e invisibili? Quando verrà il momento di fare il punto e di consegnare giustizia, bisognerà comunque ricordare ai cento governi che hanno partecipato fino ad oggi a questa marcata aggressione la gravità della loro impresa criminale. E denunceremo prima i tre occidentali, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, che affermano di parlare di diritto internazionale e di esserne i tutori, mentre sono i primi trasgressori. Per abbellire il suo tranquillo ritiro, Debeliou Bush aveva scelto, a quanto pare, di dipingere piccole pecorelle ridicole, senza mai essere toccato dall'idea che avrebbe dovuto avere sulla coscienza milioni di morti, feriti, storpi, bambini con disabilità, senza contare distruzione di diversi paesi.

Altri, come Blair o Obama, traggono persino un reddito invidiabile dalla storia delle loro imprese, tenendo conferenze altamente retribuite, dove le loro devastazioni e i loro crimini sono implicitamente considerati come gli effetti collaterali di un'opera pia: nessun riferimento ai morti, al distruzione di cui sono responsabili, al destino di stati in rovina o smembrati ... Sono ben vestiti, ben curati, ben nutriti, armati di diplomi, si atteggiano a "padroni del mondo": parlano della legge, fanno la legge, decidono la guerra, scrivono la storia delle loro gesta viste attraverso uno squilibrato lorgnette.

In breve, occidentali o sostenitori dell'Occidente, gli occidentali sono le élite del "mondo civilizzato", l'essenza dell'unica umanità che conta ai loro occhi ciechi.

Credono di essere invulnerabili e intoccabili. Non hanno né rimorso né vergogna. Sono persino orgogliosi delle loro azioni, dei loro record, del loro sostegno a questi terroristi, riciclati o no, che "fanno un buon lavoro".

Il loro grazioso peccato, di cui non possono sbarazzarsi poiché vedono in esso la nuova versione dell'esecrabile "fardello dell'uomo bianco", è la mania di impartire lezioni morali e di decidere per loro cosa devono fare i paesi "che non appartengono al nostro mondo", anche se nessuno li ha suonati.

Ovviamente, se in Occidente ci fosse ancora un pizzico di saggezza, ci si chiederebbe come persone il cui senso del governo e del diritto internazionale è così irregolare in patria possano decidere il destino dei loro vicini più o meno lontani.

Una ragione in più per i leader politici o militari, gli intellettuali, i media che hanno deciso, organizzato, sostenuto o giustificato un crimine di aggressione internazionale (o più), per sapere che sono e rimarranno, qualunque cosa facciano o non siano responsabili il crimine di aggressione internazionale, o per il loro appoggio o la loro complicità, e di cui saranno tenuti a rendere conto, senza prescrizione. La giustizia ha molti difetti, ma è tenace.

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Le mafie, la guerra e il giusto processo - Emilio Sirianni

Ero indeciso se scrivere di nuovo sull’argomento. La sensazione di inutilità, di prendersela contro i mulini a vento è forte, come pure la voglia di dire: «ma chi me lo fa fare». 

Però, in questo Sud io ci sono nato e ci vivo, l’oppressione e pervasività di “quel” potere le conosco bene e conosco bene la rassegnazione alla sconfitta. E i relativi volti. Quelli di chi, letteralmente, ti rappresenta la fine della vita tua e di chi ti è vicino, pur non facendolo in modo esplicito, ma sempre con ragionamenti ellittici, dal suono amichevole, persino e proprio per questo più terrorizzanti. Quelli di quanti stanno dietro o a fianco ai primi, ma mai nei luoghi della gente normale e che indossano toghe, siedono in consigli di amministrazione, presiedono enti, casse, partiti, fondazioni, frequentano le stanze di compensazione degli interessi che contano e decidono le sorti di queste terre da generazioni. Infine quelli dagli occhi bassi e i pugni stretti, che mordono le labbra e cedono e cedono e pare non debbano mai smettere di farlo. Ma io, per il mestiere che faccio, sono in grado di comprendere e svelare e, proprio perché conosco quei volti, sento di dover continuare a parlare. Prima di tutto a chi fa il mio stesso mestiere e ha la mia stessa possibilità e capacità di comprendere.

Ieri l’altro su Rai3, nella trasmissione Presadiretta, si è parlato del noto processo Rinascita-Scott, che ha per oggetto fatti di ‘ndrangheta e che proprio in questi giorni muove i primi passi nella nuovissima aula bunker costruita in tempo record a Lamezia Terme. In verità si è parlato delle indagini, perché il processo non è ancora neppure alle fasi preliminari. Ed è proprio questo il punto sul quale vale la pena di riflettere insieme. Anche se, prima di farlo sento il bisogno di dire quanto questa riflessione mi costa. 

Mi costa molto, per tante ragioni che prima ho solo accennato. Perché ho riconosciuto nei molti filmati dei ROS i volti di cui dicevo. Perché ho riconosciuto, nelle parole intercettate, parole che mi suonano in testa e mi pesano sul cuore da una vita. Di più, mi costa molto perché, da tecnico, ho ben percepito – come chiunque di voi abbia visto la trasmissione ‒ il valore e l’importanza di quegli elementi di prova. Il loro peso dirompente laddove vanno a incidere l’empireo degli intoccabili, squarciando la pesante coltre dietro cui si nascondono. Mi costa moltissimo perché sento sulla mia pelle la rabbia e il dolore di quei genitori che hanno perso i figli per mano di un potere criminale, di tutte quelle donne e quegli uomini che manifestavano a sostegno dell’indagine sotto le finestre dei carabinieri all’indomani degli arresti, invocando finalmente giustizia. 

Ma al tempo stesso, proprio per questo, non posso tacere.

La stampa – lo sappiamo bene ‒ fa il suo mestiere. Cerca notizie d’interesse pubblico e le diffonde e il valore di un giornalista si misura sulla sua capacità di trovare le notizie e di esporle. Il giornalista di cronaca le scova muovendosi fra segreti istruttori e fasi di discovery, fra prove nascoste e prove esibite, fra indiscrezioni carpite e indiscrezioni fatte filtrare. Del resto anche la polizia giudiziaria e gli organi inquirenti fanno il loro di mestiere. Cercando prove, custodendole gelosamente, coltivandole affinché, al momento giusto, germoglino e diano frutti. Ma anche in questo caso, in un gioco di specchi e di parti che è antico quanto il processo stesso, praticando sovente l’arte dell’indiscrezione veicolata e del consenso. Spesso utili anche per le sorti delle ipotesi d’accusa, ma altrettanto spesso per quelle delle carriere personali. In America ci hanno costruito, da sempre, un genere letterario e cinematografico che non conosce crisi. 

Nella trasmissione di ieri, però, abbiamo assistito a una sorta di smascheramento. Tutto si è svolto alla luce del sole, anzi sotto la luce delle telecamere. Negli studi televisivi e in esterni, letteralmente sul luogo del reato. Niente segreti pazientemente carpiti o sapientemente filtrati nell’ombra del lavoro d’indagine giornalistica o investigativa, ma ufficiali dei carabinieri che illustrano il contenuto di intercettazioni telefoniche e video, indicano i luoghi in cui si sono appostati per eseguire le riprese, illustrano le storie criminali dei vari protagonisti e gli organigrammi delle rispettive cosche. E in alto su tutti, ovviamente, l’Inquirente.

Tralascio gli aspetti personali che ognuno è libero di valutare come meglio crede (penso ai reiterati riferimenti a concetti quali «codardia/vigliaccheria» o ai dialoghi interiori con “compagna morte” [intervista alla Gazzetta del Sud del 16 marzo]). Quel che mi allarma ‒ e che dovrebbe allarmare tutti ‒ è che, proprio alla vigilia di un delicatissimo processo, si ritenga normale che il pubblico ministero partecipi, in veste di protagonista assoluto (pur se affiancato, come detto, da spalle di prim’ordine), al processo mediatico-televisivo che precede e affianca quello che s’avvia nell’aula bunker. Un processo nel quale tre giovanissime magistrate, che assieme non arrivano a sommare dieci anni di anzianità, dovranno affrontare, oltre all’ordinaria pressione che accompagna un processo di queste dimensioni e complessità, anche la pressione mediatica, enorme, che una delle parti processuali oggettivamente contribuisce a determinare. So che sapranno farlo, che resistere a simili pressioni è la parte di bagaglio professionale che alle nostre latitudini si acquisisce più celermente, ma è giusto ed accettabile che ciò accada?

Infine, noi, che siamo cresciuti alle lezioni di garantismo di Luigi Ferrajoli e di tanti altri maestri, abbiamo fermo in mente il loro insegnamento che ci ricorda come il soggetto da tutelare nel processo penale sia sempre l’imputato, a difesa dei cui fondamentali diritti sono predisposte tutte le regole e garanzie che ne scandiscono l’incedere. La prima delle quali è quella che stabilisce che la prova si forma nel processo. Non nelle indagini e ancor meno nella rappresentazione mediatica delle stesse. Una regola, questa, che esprime anche un fondamentale principio epistemologico del processo penale accusatorio, che individua nel contraddittorio e nella dialettica paritaria tra le parti del processo il miglior criterio per giungere all’accertamento della verità.

E a me, a noi tutti che in queste terre disgraziate ci troviamo o abbiamo scelto di vivere, quello che interessa, prima d’ogni altra cosa, è la verità. Per questo, principalmente, vorrei invitare chiunque indaghi sulla criminalità mafiosa, con toga sulle spalle o stellette sul petto, a non arruolarsi in quella guerra che il Procuratore Gratteri ha evocato in TV, continuando, molto più banalmente, a fare ciascuno la cosa più difficile: il proprio mestiere.

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sabato 27 marzo 2021

I fascisti entrano nella Knesset: in Israele va in scena lo strappo della vergogna - Umberto De Giovannangeli

 

Le grandi manovre del dopo voto sono già iniziate, Le coalizioni “semoventi”, a geometria politica variabile, si “annusano”, si scompongono e si ricompongono. Ogni partito fa pesare i suoi seggi e alza la posta. I prossimi giorni ci diranno se Benjamin Netanyahu sarà di nuovo il primo ministro d’Israele o se il variegato, anche troppo, blocco “anti Bibi” manterrà il punto e riuscirà a defenestrare “Re Netanyahu”. 

Staremo a vedere. Ma qualcosa queste elezioni, le quarte in due anni, l’hanno già sancita. Ed è un qualcosa che pesa come un macigno e rappresenta uno spartiacque tra il prima e il dopo. I fascisti alla Knesset. Globalist ne ha dato conto nella prima parte del “viaggio” nell’Israele post elezioni. Ma oggi, a sottolineare cosa significhi l’ingresso alla Knesset del partito razzista, omofobo, “kahanista” Religious Zionism (6 seggi) lo chiarisce molto bene l’editoriale di Haaretz

 

Una vergogna incancellabile

“Un partito benpensante - è il redazionale del quotidiano progressista di Tel Aviv - composto da razzisti e omofobi è stato eletto questa settimana alla Knesset. Non bisogna prendere alla leggera questo sviluppo preoccupante. Ventisei anni fa, la Knesset ha adottato un emendamento alla Legge fondamentale che definisce la sua funzione. L'emendamento stabiliva che un partito con una piattaforma razzista non poteva partecipare alle elezioni. Ventitré anni dopo la squalifica del partito Kach di Meir Kahane come concorrente, i discepoli e i sostenitori della via del razzista di Brooklyn sono tornati nella nostra assemblea legislativa con una forza molto maggiore della presenza di Kahane in questo organo. Non possiamo lasciarlo passare. Nessun paese dell'Europa occidentale oserebbe aggiungere al suo gabinetto razzisti e omofobi come quelli del Religious Zionism. Semplicemente non passerebbe. Ciò che non passerebbe in Europa occidentale non dovrebbe passare in Israele. La palla è ora nelle mani dei membri del 24° Knesset e dei media. Non si può imbiancare questo partito e non si deve collaborare con esso. Questa è una fazione illegittima che getta un'ombra oscura su Israele, i suoi elettori e i suoi rappresentanti. La vergogna è il numero di ebrei israeliani che potrebbero votare per questo partito omofobico e razzista. È ancora più scandaloso che i sostenitori del Likud continuino a seguire Netanyahu, che è stato la levatrice di questo partito. Come possiamo noi ebrei lamentarci dell'antisemitismo quando così tanti israeliani sostengono partiti che professano l'odio contro gli altri? Dovremmo chinare la testa per la vergogna quando un partito che si considera il Partito Religioso e Sionista è diventato, con l'incoraggiamento del primo ministro Netanyahu, un legittimo partito neonazista - seguaci fanatici del defunto Rabbi Meir Kahane, omofobo e spregevole razzista. Questo è stato ottenuto per l'interesse personale di Netanyahu di evitare i processi penali contro di lui in tribunale. Questo non è un lampo nella padella della Knesset delle mediocrità di destra, diventerà presto mainstream poiché la sua legalità è assicurata sotto una democrazia grossolanamente disfunzionale. I risultati elettorali sono inconcludenti e una quinta elezione è questione di pochissimo tempo. C'è una persona responsabile - l'egoista e sospettoso del crimine Netanyahu deve essere ritenuto responsabile del pasticcio politico che stiamo vivendo a scapito del popolo di Israele”.

 

Etnocrazia apripista

Fin qui Haaretz. Ma questa sconvolgente deriva razzista è il portato di qualcosa di profondo, che ha trasformato una democrazia in etnocrazia. 

L’etnocrazia è, in primo luogo, la sanzione della sconfitta del sionismo e il trionfo del revisionismo di Zeev Jabotinsky, non a caso il punto di riferimento ideologico della destra nazionalista israeliana E’ di questo che dovremmo discutere, è su questo snodo cruciale che vale la pena, se è il caso, dividerci. La “Questione israeliana” ingloba ma non si esaurisce nella vicenda palestinese e né può avere come unica chiave di lettura quella della sicurezza minacciata. Certo, quando il gioco si fa duro, i falchi etnocratici tirano fuori il loro evergreen: siamo un Paese circondato da nemici, gli arabi possono permettersi di perdere mille battaglie ma resteranno sempre in piedi. Israele, no. Se perde una guerra, rischia di scomparire dalla faccia della terra. Ma ridurre i processi che negli ultimi cinquant’anni hanno trasformato profondamente, radicalmente Israele, al solo dilemma pace/guerra, si sminuisce la portata di una “questione” che rimarrà in vita, ne sono convinto, anche il giorno in cui la “questione palestinese” avrà finalmente una soluzione politica. Se oggi il futuro d’Israele si gioca solo a destra, non è perché c’è l’Iran, Hamas, Hezbollah. O, quanto meno, non è solo perché la destra vince se impone in cima all’agenda politica nazionale il tema della sicurezza e di come far fronte alle minacce, vere o presunte, che sono sempre, in questa narrazione, mortali. Prima che nelle urne, la vittoria della destra etnocratica in Israele, è avvenuta sul piano culturale, sull’aver plasmato la psicologia di una Nazione a propria immagine e somiglianza. La destra ha vinto perché ha fatto prevalere, nella coscienza collettiva, Eretz Israel, la Terra d’Israele, su Medinat Israel, lo Stato d’Israele. In questa visione, la Sacra Terra, proprio perché è tale, non è materia negoziabile e chi osa farlo finisce per essere un traditore che merita la morte. Questo, un traditore sacrilego, è stato Yitzhak Rabin per la destra israeliana che ha armato ideologicamente la mano del giovane zelota, Ygal Amir, che mise fine alla vita del premier-generale che aveva osato stringere la mano al “capo dei criminali palestinesi”, Yasser Arafat, riconoscendo nel nemico di una vita, un interlocutore di pace. Israele ha ottenuto successi straordinari in svariati campi dell’agire umano. E’ all’avanguardia mondiale quanto a start up, ha insegnato al mondo come rendere feconda anche la terra desertica e portato a compimento importanti scoperte nel campo della scienza, della medicina, dell’innovazione scientifica. Ma la modernizzazione sociale ed economica non ha mai interagito con la grande questione identitaria. Su questo terreno, la tradizione ha vinto e non ha fatto prigionieri. I Palestinesi, in questo, sono un incidente di percorso, con cui occorre fare i conti ma che mai hanno rappresentato un elemento di riflessione su se stesso, su Israele. In una conversazione non più recente, ma straordinariamente attuale, avuta con David Grossman, il grande scrittore israeliano mi disse di aver maturato la convinzione che per Israele, il popolo israeliano, sarebbe stato meno doloroso cedere dei territori (occupati) piuttosto che sottoporre ad una revisione critica la propria storia, a partire dalla nascita dello Stato d’Israele, perché questa revisione avrebbe dovuto portare al riconoscimento dell’altro da sé, come popolo, con una propria identità nazionale, con la propria storia che interrogavano la storia d’Israele. Così è. L’etnocrazia, a ben vedere, è l’altra faccia del regime di apartheid instaurato di fatto nei Territori palestinesi occupati. L’etnocrazia crea identità, definisce una visione del ruolo del popolo ebraico nel mondo, indica una Missione da compiere. La “Questione israeliana” non ha nulla di difensivo. Essa, a ben vedere, è una declinazione di quel sovranismo nazionalista che segna il presente, ipotecando il futuro. I padri fondatori d’Israele si sono battuti per realizzare il sogno di uno Stato per gli ebrei. La destra revisionista ha imposto lo Stato degli ebrei. Non è una differenza semantica

L’’ingresso dei fascisti alla Knesset ne è il frutto avvelenato.

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