mercoledì 28 luglio 2021

povera Elena Mukhina

 

Il salto maledetto di Elena Mukhina - Giuseppe Ottomano

 

“Elena Mukhina sarà la prossima campionessa olimpica. Ha i nervi d’acciaio e la grazia di un’amazzone.”
(Nadia Comaneci, a margine dei Campionati Mondiali di Ginnastica di Strasburgo, Ottobre 1978)

 


Il salto Thomas è probabilmente la più spettacolare acrobazia nella disciplina ginnica del corpo libero, e consiste in una rotazione aerea di 540 gradi. In parole più povere, è un salto mortale e mezzo all’indietro. La sua denominazione trae origine dal ginnasta statunitense Kurt Thomas, che lo ha effettuato per la prima volta in una competizione ufficiale nel 1978, durante i campionati mondiali di Strasburgo.

E ancora oggi si può ammirare questo funambolismo durante le gare di ginnastica maschili, mentre da quelle femminili è stato bandito sin dai primi anni ottanta per la sua intrinseca pericolosità. Infatti, per le atlete donne, dotate naturalmente di una  maggiore flessibilità articolare, che rende i loro movimenti più plastici ed eleganti, ma prive della potenza muscolare necessaria, questo può trasformarsi in una trappola micidiale.

Proprio il salto Thomas doveva essere l’asso nella manica di Elena Mukhina per conquistare una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980. E di una vittoria immortale Elena Mukhina, chiamata più amichevolmente Lena, aveva tutte le ragioni per sentirne il bisogno.

Sarebbe stata innanzitutto un’occasione di riscatto per un’esistenza che non era cominciata sotto il segno della fortuna. Nata a Mosca nel 1960, ad appena tre anni aveva smarrito ogni traccia del padre, che se ne era andato via di casa per formarsi una nuova famiglia. E, solo due anni dopo, aveva perso anche la madre, morta nell’incendio del proprio appartamento. Scampata quasi miracolosamente, la piccola Lena era stata cresciuta dalla nonna materna, Anna.

Costituzionalmente predisposta verso lo sport, durante i primi anni di scuola si impegna soprattutto nel pattinaggio su ghiaccio e nella ginnastica, entrambi popolarissimi tra le ragazze dell’Unione Sovietica (le giovani iscritte alla sola federazione nazionale di ginnastica erano 700mila negli anni settanta). Ma la vera svolta nella sua vita arriva nel 1972, quando una delle numerose cacciatrici di talenti sportivi, che battevano in lungo e in largo l’intero paese, si presenta alla sua scuola durante la lezione di educazione fisica.

 

La dodicenne Lena riesce a fare un’ottima impressione sulla selezionatrice, e viene immediatamente ingaggiata dalla Dinamo di Mosca. E, quando nel 1974 il suo istuttore, Alexander Eglit, si trasferisce alla CSKA di Mosca (la rappresentativa dell’Armata Rossa), la porta con sé, per affidarla poi ad uno dei più blasonati esperti di ginnastica artistica dell’URSS, Mikhail Klimenko, fratello del campione olimpico di Monaco 1972, Viktor.

Klimenko, che in anni recenti diventerà noto in Italia come il preparatore dell’olimpionico di Atene 2004 Igor Cassina, fino a quel momento aveva allenato solamente gli atleti delle squadre maschili. E, nonostante con la sensibilissima Lena adotti spesso delle maniere da caserma, crede con convinzione nelle sue capacità. Si dedica così alla sua carriera, mettendo da parte i ginnasti uomini. E, dopo averla sottoposta scientificamente a cicli di esercizi di circa otto ore quotidiane per sei giorni alla settimana, tanto che il circolo sportivo della CSKA diventerà di fatto la nuova casa di Lena, in meno di due anni la trasforma in un’atleta di livello nazionale.

Ma contemporaneamente ai progressi atletici, arrivano a grappolo anche i primi infortuni. Durante il proprio esercizio di corpo libero alle Spartachiadi del 1975 a Leningrado, Lena cade malamente di testa. Viene portata in ospedale, dove le radiografie rileveranno una piccola lesione alle vertebre cervicali. Però, nonostante le venga prescritta una lunga convalescenza, la sua attività sportiva non viene interrotta. E tutti i giorni riceve la visita di Klimenko, che dopo averle fatto togliere il collare ortopedico, la accompagna alla palestra dell’ospedale, per farla allenare fino a sera. Lena è incondizionatamente succube del carattere autoritario del proprio allenatore, e cerca di dare sempre il meglio di sé, anche in condizioni proibitive. Dolorante per l’incidente, non riesce a muovere completamente il collo, e le sue articolazioni sono indolenzite. Ma per non sentire il dolore, annusa dell’ammoniaca, e si ributta a capofitto negli esercizi.

Le Olimpiadi di Montreal 1976 si avvicinano. Ma nonostante quell’anno Elena Mukhina avesse conquistato il titolo sovietico juniores, non verrà selezionata nella squadra olimpica. Infatti, secondo i dirigenti di ginnastica, benché sedici anni non siano più un’età giovanissima per il suo sport, difetta ancora di mancanza di esperienza.

I suoi trionfi, comunque, sono appena rimandati. Nell’estate del 1977 debutta in campo internazionale al meeting di Parigi. E già  nell’agosto dello stesso anno, dopo essere entrata in gara come riserva, conquista tre titoli ai Campionati Europei di Praga: alle parallele asimmetriche, alla trave e al corpo libero. I giornalisti delle principali testate sportive del mondo si interessano a lei. I suoi enormi occhi e la sua corporatura minuta (è alta 152 cm per 41 kg)  la fanno assomigliare più a una bambina che ad una adolescente quale è. E per la sua timidezza e l’espressione malinconica, con cui accompagna le proprie prime esibizioni, gli stessi giornalisti la soprannominano “la ragazza dal viso ghiacciato“. Infatti, il suo volto si apre raramente ad un sorriso, e per ovviare a questo inconveniente, dovrà ricorrere all’ausilio di una insegnante di balletto per assumere una maggiore espressività artistica.

Il 1978 è il suo vero anno di grazia. Sbaraglia prima tutte le avversarie ai campionati nazionali. E durante i Campionati Mondiali di Clermont Ferrand oscura le stelle di Nadia Comaneci e della sua connazionale Nelli Kim, le reginette della ginnastica femminile di quel periodo. Malgrado un altro fastidioso infortunio, questa volta alla caviglia, con la sua plasticità, la sua grazia, e la spettacolarità dei suoi movimenti, conquista il pubblico e la giuria, aggiudicandosi sia il titolo assoluto, che quello nel corpo libero. Alla sua altra specialità delle parallele asimmetriche, invece, deve accontentarsi della medaglia d’argento. Ma, dietro l’ispirazione dell’omnipresente Klimenko, inventa una rotazione acrobatica, che sarà intitolata a suo nome.


Lena comincia a sognare le Olimpiadi di Mosca, per le quali viene data come favorita per la vittoria finale. Ma il 1979 le porta una battuta d’arresto. Infatti, dopo essere stata estromessa dal podio alle Spartachiadi di Mosca, subisce un infortunio più serio del solito durante una tournée autunnale in Gran Bretagna, fratturandosi la caviglia. Per questo, sarà costretta a rinunciare ai campionati del mondo di Forth Worth, negli Stati Uniti, in dicembre. I medici le consigliano di abbandonare lo sport. Ma il suo allenatore non vuole sentire nemmeno pronuciare la parola ritiro. Elena Mukhina è l’unica atleta della CSKA in grado di ambire ad una medaglia olimpica, e come tale, non la si può lasciare andar via. Così, si lascerà convincere a proseguire, e osserverà un severissimo programma di recupero per ritornare in forma prima delle olimpiadi del 1980.

Quando però arriva l’estate olimpica, non è ancora al massimo della condizione, e la frattura alla caviglia non si è ancora perfettamente cicatrizzata. I dirigenti sovietici di ginnastica sono indecisi se convocarla o lasciarla a casa. E Mikhail Klimenko si precipita a Mosca a perorare la sua causa.

Nel frattempo Lena continua ad allenarsi insieme alle altre ginnaste dello squadrone sovietico nel ritiro di Minsk. Il suo umore non è dei migliori, e, come confiderà nel 1990 al quotidiano Sovetsky Sport:

In quei giorni mi sentivo terribilmente stanca. Le interminabili sessioni di allenamento mi estenuavano, e non mi sentivo convinta di partecipare ai Giochi. Il mio allenatore però non tollerava incertezze. E per qualche attimo ho pensato che, se mi fossi infortunata, almeno, tutti quei sacrifici sarebbero finiti.

Ma esteriormente la sua volontà sembra inattaccabile. E il 3 luglio 1980, appena due settimane prima dell’inizio delle Olimpiadi, nel Palazzo dello Sport di Minsk, senza pubblico, senza giornalisti e senza fotografi, come prevedeva il rigido protocollo delle sessioni di allenamento in Unione Sovietica, prova l’esecuzione del Salto Thomas.

 

 

Ma la sua caviglia, non ancora ristabilita, non le permette di staccare con la dinamicità necessaria ad un salto mortale e mezzo all’indietro. La rotazione del corpo a 540 gradi non si completa, e Lena cade rovinosamente con il mento sul tappeto della pedana. Un medico presente interviene immediatamente, e le misura la pressione del sangue. Ma la lancetta dello sfigmomanometro rimane inchiodata sullo zero.

Anni dopo Lena Mukhina ricorderà che prima di perdere conoscenza, aveva sentito un dolore terribile:

Avrei voluto alzarmi e passarmi una mano sulla testa, ma non riuscivo. Avrei voluto gridare, ma non avevo più voce. In quel momento ho pensato che fosse la fine.

Viene portata d’urgenza in ospedale, prima a Minsk e poi all’ospedale militare di Mosca. Ma è il mese di luglio, e tutti i chirurghi sono in ferie. E soltanto tre giorni dopo potrà essere eseguita l’operazione che le salverà la vita. La diagnosi, però, è peggio di una sentenza: frattura del rachide cervicale, ovvero la paralisi dal collo in giù.

Come anche in altre occasioni, lo sclerotico sistema sovietico non fornisce nessuna notizia del suo incidente. Ma in occidente trapela ugualmente qualche confusa informazione. La televisione danese riporta la morte di Elena Mukhina in seguito ad una caduta dalle parallele asimmetriche. E il perseverante silenzio della stampa d’oltrecortina sembra accreditare questa ipotesi, finché, intervistato da una televisione statunitense, il 20 luglio 1980 l’allenatore della squadra sovietica di ginnastica, Yuri Titov, plurimedagliato di Melbourne 1956 e Roma 1960, provvede alla smentita:

Anche se quest’incidente non le permetterà di partecipare alle Olimpiadi,  Elena Mukhina si riprenderà di certo in breve tempo. Proprio questa mattina l’ho chiamata per telefono all’ospedale, e lei mi ha detto di mandare i suoi auguri alle compagne di squadra. Tutte le indiscrezioni di stampa sulla gravità del suo infortunio non sono per niente vere. Infatti lei è viva, e in questi giorni guarda spesso i programmi di sport alla televisione.

Le dichiarazioni di Titov inaugurano una lunga sequenza di bugie e mezze verità sullo stato di salute di Lena, che si trascineranno per un paio d’anni ancora. In realtà Lena non puo parlare al telefono, dato che soltanto un anno dopo recupererà l’uso della parola. E mentre nell’aprile 1981 l’agenzia Tass riferisce di una sua “ripresa quasi miracolosa“, solo un mese dopo, a maggio, il nuovo allenatore della squadra femminile sovietica di ginnastica, Amad Shahijasov, messo alle strette da un giornalista di El Mundo Deportivo, si lascia scappare che l’ex campionessa “è relegata su una sedia a rotelle“.

 Ma neppure la “gaffe” del tecnico (sempre che dire la verità si possa definire una ”gaffe“) riesce a fermare i comunicati sibillini della Tass, che nel luglio 1981, riporta:

Dopo tre mesi di convalescenza in un sanatorio in Crimea, Elena Mukhina, le cui condizioni sono notevolmente migliorate, è ritornata a Mosca, dove sta frequentando l’Istituto Superiore di Educazione Fisica.

Probabilmente gli organi di stampa sovietici avrebbero potuto andare avanti con questo tragico gioco a nascondino fino all’arrivo della Perestrojka, se non fosse stato per il presidente del Cio, Juan Antonio Samaranch, che aveva espresso il desiderio di fare visita ad Elena Mukhina, per consegnarle la medaglia d’argento al merito olimpico. E il 20 dicembre 1982, in presenza di una piccola troupe di giornalisti e fotografi, il velo di omertà sulle sue condizioni viene drammaticamente squarciato. Lena è faticosamente seduta su una sedia a rotelle, ed il suo corpo è completamente immobile, fatta eccezione per un debole soffio di vita che passa ancora attraverso i suoi gomiti. La forzata permanenza a letto la ha fatta crescere innaturalmente di sette centimetri, ed anche il suo viso non dimostra più che una pallida somiglianza con quello della graziosissima campionessa di ginnastica di soli due anni prima.

Ma Lena non si perde d’animo. E continua a sperare di recuperare almeno una parte delle proprie funzioni. Dopo essere riuscita a laurearsi in Educazione Fisica, grazie ad un impegno sovrumano ed all’aiuto degli insegnanti, venuti a darle lezioni a domicilio, a metà degli anni ottanta si affida alle cure di Valentin Dikul, un ex artista circense, diventato poi fisioterapista di discussa fama mondiale. Il sistema Dikul si basava su un lungo ciclo di allenamenti con l’appoggio di pesi sugli sparuti muscoli ancora funzionanti, e una riattivazione graduale di quelli inattivi, mediante una stimolazione continua.

Lena coltiva una grande speranza in questa nuova terapia. Ma pochi anni dopo sarà costretta ad interromperla, in quanto si rivelerà gravemente dannosa nei confronti dei suoi reni. Eppure, nemmeno questa sconfitta le farà perdere la voglia di vivere. E durante i ventisei anni di immobilità (è morta alla fine del 2006, per un attacco cardiaco, conseguente alla propria condizione di tetraplegica), dal proprio nuovo grande appartamento di Mosca, concessole dallo stato, probabilmente gravido di sensi di colpa per la sua situazione, riesce a continuare a vivere un’esistenza relativamente attiva.

Ancora accudita dalla affezionatissima e sempre più anziana nonna Anna, e negli ultimi anni anche dalla sua ex compagna di squadra, Elena Gurina, ha dettato articoli in veste di giornalista esperta di ginnastica; ha condotto, per quanto possibile, una vita sociale, ricevendo pochi, ma fedelissimi amici; si è occupata di parapsicologia, filosofia e astrologia. E poco prima di morire, si è avvicinata anche alla fede religiosa, forse aspettando sempre un miracolo che non sarebbe mai arrivato.

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Per aspera (nostra) ad astra (sua) - Rostrum

 

Ieri, poco dopo le 15 ora italiana, il noto imprenditore e sovrano dell’impero di Amazon, Jeff Bezos, a bordo della navicella New Shepard della Blue Origin, è asceso fin quasi agli spazi siderali per vivere l’inebriante avventura della percezione di assenza di gravità determinata dal volo in caduta libera. A detta di molti gazzettieri, tutto ciò è bello, è grandioso, è sublime.

Che dire? È confortante constatare che, nello squallore di una modernità priva di slanci ideali, l’eroismo e lo spirito pionieristico non sono completamente estinti. Al contrario, ci viene ripetuto, a dire il vero con grande insistenza, che questi nobili sentimenti oggi vivono nelle poderose imprese dei coraggiosi capitani d’industria, degli avventurosi intraprenditori, degli spiriti creatori, dei produttori di ricchezza, dei managers e degli AD. Questi titani dell’economia mondiale, moderni rappresentanti della sana razza dei Carnegie, dei Morgan, dei Rockefeller, dei Jay Gould, dei Vanderbilt e dei Ford, hanno, con tutta evidenza, le migliori qualità che la specie umana sia stata in grado di sviluppare in circa duecentomila anni di evoluzione: intelligenza, competenza, cultura, amore del bello, creatività, intraprendenza, dedizione, coraggio, generosità.

E queste sono solo alcune delle pregevoli qualità che possono affermare a buon diritto di possedere, dal momento che le hanno acquistate pagandole, come ritengono, al loro “giusto prezzo” con il lavoro abilmente estorto a milioni di lavoratori. L’intelligenza e la competenza degli ingegneri, degli scienziati, dei tecnici che hanno il privilegio di lavorare per loro; la cultura a cui hanno attinto dalle vette – inaccessibili ai più – dei migliori colleges e delle migliori università del mondo; lo squisito gusto estetico dei migliori esperti d’arte a cui commissionano l’acquisto di impareggiabili capolavori di tutte le epoche, da conservare nelle loro collezioni private; la creatività e l’intraprendenza di tutta una gioventù ambiziosa, pronta a piegare le proprie facoltà psico-fisiche alla ricerca appassionata e infaticabile di nuove e vincenti strategie di mercato; la dedizione di milioni di dipendenti in ogni angolo del pianeta, impegnati in un quotidiano sforzo produttivo; il coraggio di chi viene retribuito per difendere, con ogni mezzo, da mani rapaci le legittime pertinenze di questi moderni feudi della superiorità spirituale; la generosità, questa spesa di rappresentanza mai a fondo perduto, questo titolo ad alto rendimento di immagine che è possibile acquistare con relativamente modeste, filantropiche donazioni, fortunatamente detraibili dalle tasse.

Immenso, ineguagliabile potere del denaro. Il potere di avere ciò che non abbiamo o di averne più di quanto la natura, a volte avara, ci conceda. Il potere di assorbire, introiettare, assimilare dagli altri ciò di cui gli altri, senza di esso, non possono adeguatamente fruire a proprio vantaggio. Il potere supremo, il potere di essere tutto perché il denaro può avere tutto. Quella di fare denaro non è in fondo la capacità assoluta, l’unica capacità? La capacità che trasforma tutte le altre capacità in incapacità, se non sono capaci di produrre denaro, e tutte le incapacità in capacità, a patto di produrne. Cosa c’è di più sublime? Di più giusto? Di più razionale?

Jeff Bezos è un prime mover, un motore primario della società, un ingegnere sociale, un imprenditore, un filosofo, un genio se vogliamo. Alto, dalla plastica e agile corporatura che sollecita inevitabilmente al paragone con la perfezione classica delle antiche statue greche, dalla testa levigata e aerodinamica, dallo sguardo che promana sicurezza e soggezione, dalla prominente e volitiva mascella quadrata. Anche anatomicamente, la sua divina bellezza marca la distanza antropologica che lo divide dalle masse malnutrite e deformate – nel fisico come nello spirito – dalla condanna del lavoro. È un individuo completo, il ricco frutto della migliore istruzione e un punteggio al test del quoziente intellettivo pari solo al palmares delle vittorie in tutti i nobili sport in cui eccelle senza sforzo. L’universale uomo rinascimentale fuso in una sola persona con la belva superumana di Nietzsche. Il miglior pedigree genetico unito alle più scrupolose attenzioni riservate all’allevamento di razza.

Stando a quanto leggiamo in data odierna sul sito tech.fanpage.it, nella conferenza stampa successiva al suo ritorno su questo povero, insufficiente, deludente pianeta abitato da miseri subumani, Jeff – certamente non si risentirà se lo chiamiamo confidenzialmente per nome – indossando il suo cappello da allevatore di bovini delle praterie nordamericane, ha voluto esprimere un pensiero gentile: “Voglio ringraziare ogni dipendente di Amazon e ogni cliente di Amazon, perché voi avete pagato tutto questo”.

Qualcuno ha detto che si è trattato di una gaffe, di una inopportuna battuta di spirito. Probabilmente in rapporto a quella lunga storia di sfruttamento dei lavoratori con ritmi estenuanti – che lo scorso marzo a Las Vegas hanno portato un dipendente di 48 anni, Paul Vilscek, al suicidio; a quella lunga storia di negazione di garanzie contrattuali e di agibilità sindacali che contraddistingue l’azienda di cui Jeff è fondatore e attualmente presidente esecutivo del consiglio di amministrazione.

Ora, non vogliamo metterci a fare i conti in tasca a Jeff, ad un “eroe del nostro tempo”, ma se volessimo esaminare la vicenda più da vicino ci accorgeremmo che, “a naso”, i milioni di dollari “impiegati” per trasportare per 11 minuti le augustee terga del magnate di Albuquerque a oltre 100 km nello spazio suborbitale a vedere da un oblò la curvatura del pianeta, emanano cattivo odore. Precisamente l’odore dell’urina delle centinaia di migliaia di operai della Amazon, costretti a mingere in bottigliette di plastica per non indulgere in pause fisiologiche che aumenterebbero i tempi di consegna, ridurrebbero la produttività e condurrebbero il lavoratore alla velocità di quel razzo intergalattico chiamato “licenziamento” sull’inospitale pianeta “disoccupazione”. I milioni di minuti risparmiati dai lavoratori al prezzo delle loro vesciche gonfiate si sono condensati negli 11 minuti in cui una vescica gonfiata ha galleggiato nello spazio. Sublime.

Intendiamoci, quello che molti non capiscono è che la possibilità di utilizzare il plusvalore estorto alla classe operaia in favore di quest’ultima non è, e non sarà mai, argomento sufficiente a fare sì che la classe dei capitalisti possa anche solo lontanamente ritenere degna di riflessione la prospettiva di una limitazione del proprio piacere di accumulare o di accumulare piaceri, sollazzi, avventure mozzafiato. Non illudiamoci al riguardo. Quello che possiamo fare – e nel dirlo siamo tanto impudenti da credere di interpretare l’interesse di classe di tutti i dipendenti di Mister Amazon e del proletariato in generale – è impegnarci, a partire da subito, nel creare almeno una piccola parte delle premesse che renderanno possibile il giorno – ci auguriamo non molto lontano – in cui il controllo dei lavoratori sulle proprie condizioni di vita e di produzione permetta di sollevare dalle proprie estenuanti fatiche gli appartenenti alla classe dei capitalisti, di affrancarli dal peso della corona e, perché no – nel caso non debbano sentirsi troppo a loro agio in un mondo che si è accorto di poter fare a meno dei loro preziosi servigi – fornirli di un servizio navicella verso gli immensi spazi interplanetari. Con un biglietto di sola andata.

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United States of Alzheimer – Alberto Capece

 


Ecco in che mani siamo, quelle che non si capisce come possano rassicurare qualcuno, fosse anche il più cieco. Occorre assolutamente guardare questa intervista fatta a Biden dalla Cnn perché dopo averla vista tutto sarà molto, ma molto più chiaro e non solo riguardo alla pandemia. La domanda fatta all’inquilino della Casa Bianca è “perché dovremmo vaccinare i bambini sotto i 12 anni? 

Risposta di Biden:“Questo è in arrivo, come con l’altra domanda [parola incomprensibile], ho sentito che ne parli, forse non sono [parola incomprensibile], sei sempre diretto in quello che stai facendo, e la domanda è se dovremmo essere in la posizione in cui ti trovi – perché non possono gli… gli … gli esperti dicono: sappiamo che questo virus, infatti… sarà… o… scusami – sappiamo perché tutti  i farmaci non sono solo approvati per un periodo di tempo limitato, ma sono approvati su base permanente. Anche questo è in arrivo. Mi aspetto che accada presto”.

L’unica frase comprensibile è una bugia, perché anche negli USA i vaccini di cui stiamo parlando non sono farmaci in quanto tali e hanno solo un’approvazione di emergenza. Come è possibile pensare seriamente che Joe Biden sia anche lontanamente all’altezza del ruolo di presidente? Come è possibile che la sorte dei bambini possa essere affidata a un individuo in queste condizioni? E come è possibile evitare di pensare che egli faccia parte integrante della commedia pandemica che in realtà si estende ben al di là della vicenda sanitaria? Questo eloquio stentato e surreale, in cui le uniche parole comprensibili sono quelle portatrici di menzogna fanno immediatamente pensare all’irrealtà del contesto generale in cui quest’uomo è stato “eletto” alla Casa Bianca. E di fatto dopo la pandemia Joe Biden è la maggiore sfida della macchina politico – mediatica per accreditare come presidente, un uomo ormai palesemente dimidiato che mai e poi mai avrebbe potuto prevale in un confronto democratico, anche trovandosi di fronte un avversario come Trump che non è proprio fulmine di guerra o un illuminato statista. Ma prima o poi anche lui si rivelerà un disastro per chi ha voluto mettere al vertice un personaggio in preda a un irreparabile decadimento senile per poter avere mano libera nella nuova ingegneria sociale.

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martedì 27 luglio 2021

Tribù indiane, capitale, proletari nella storia del Nord America - Giorgio Stern

Prima di tutto Giorgio Stern ci ricorda che non c’è mai stata “la scoperta dell’America”, ma “l’invasione europea delle Americhe”, e le parole sono importanti, importantissime.

 

Bartolomè de Las Casas parlava, nel 1543, di 15 milioni di nativi assassinati; nel Messico centrale, da 25 milioni di abitanti nel 1519 ne era rimasto un milione alla fine del secolo, mentre in quel territorio chiamato ora Usa i nativi (quelli che sono stati chiamati indiani, per il destino strano e ignorante per il quale se quel continente era l’India, allora gli abitanti erano indiani) passarono in trecento anni (dal 1500 all’inizio del 1800) da 16 milioni a seicentomila. (p.20).

 

E, siccome le parole sono importanti, a questi numeri possiamo dare a quei numeri il nome di incidenti di percorso nella convivenza dei “selvaggi” americani con i “civili” europei, oppure sistematico sterminio, genocidio, olocausto (a scelta).

 

La differenza fondamentale fra i “selvaggi” americani e i “civili” europei era in sostanza economica, per i “selvaggi” tutto il territorio e le sue risorse erano beni comuni, che non si potevano comprare e vendere, per i “civili” europei tutto era da accatastare, da rubare, da uccidere (quello che non si poteva rubare), lo sterminio dei bisonti, perseguito scientemente, era un modo per sottrarre ai nativi le risorse vitali per la sopravvivenza, insieme al furto delle terre.

 

In tutte le grandi crescite economiche, l’accumulazione originaria* (ne parla un certo Karl Marx, che di economia e di storia dell’economia un po’ ne sapeva) aveva bisogno di grandi spazi e di manodopera a prezzi stracciati.

Le grandi compagnie ferroviarie si appropriavano degli spazi necessari, chiunque li abitasse e li vivesse, e anche le miniere (si parla quelle di carbone, non dei cercatori d’oro) avevano bisogno, come le ferrovie, di manodopera obbediente**. Per questo nel libro (come indica il titolo) appaiono insieme indiani e lavoratori, e i soldati che combattevano nativi e lavoratori erano gli stessi (assassini in uniforme, sicari di mandanti intoccabili).


Quello che noi sappiamo di indiani e minatori (tutta brutta gente, antiamericani di sicuro) ce lo ha raccontato il cinema, veicolo di propaganda (e di conoscenza, falsa) principe del secolo breve. Tutti hanno conosciuto le cose, e solo quelle, che la propaganda del cinema faceva passare (per esempio che lo scalpo è una terribile pratica degli indiani***), fino a quando qualcuno ha cominciato a usare (anche) il cinema per cambiare la narrazione. Ed è sempre il Potere che ha la narrazione, è difficile cambiarla, anche al cinema. E quando il tarlo della verità arriva al grande pubblico, prima ignorante e manipolato, gli stermini sono stati già compiuti.

 

Giorgio Stern fa poi il paragone con la Palestina, senza parole, bastano le carte geografiche (a p.162), c’è una continua sottrazione di territori, ci sono i coloni, in entrambi i casi i media, embedded o solo pigri (e quindi disonesti), hanno parlato sempre di guerra, fra i nativi americani e palestinesi, e i coloni e i loro rappresentanti politici, quando in realtà i nativi sono stati e ancora sono costretti a una lotta di Resistenza, che si paga troppo spesso con la galera.

 

Naturalmente nel libro leggerete, tra l’altro, di Custer, di Little Bighorn, di Leonard Peltier, di Wounded Knee, dell’American Indian Movement, e dei trattati troppo spesso truffaldini.


(“Nel 1973 portai a Trieste Vernon Bellecourt, esponente di punta dell’American Indian Movement. Assieme a il manifesto e Lotta Continua organizzammo, un lunedì 28 maggio, una manifestazione che si rivelò al calor bianco. Il libro appena uscito per le edizioni Zambon è dedicato a questo militante combattente antimperialista”, scrive Giorgio Stern)

Buona, imperdibile, lettura

 

 

* da qui

** obbedienti non lo erano, i nativi, lo sfruttamento schiavistico era impossibile, lo sterminio fu la scelta.

***  a proposito degli scalpi: https://it.abcdef.wiki/wiki/Scalping


 

Ps: 

Il “selvaggio west” del popolo dalla pelle rossa è stato così descritto da un esponente Sioux, Standing Bear, nel 1890: “Noi non abbiamo mai considerato le grandi pianure, la distesa delle colline e i tumultuosi torrenti fiancheggiati da folti cespugli, come qualcosa di “selvaggio”. Solo per l’uomo bianco la natura era un “mondo selvaggio”, e solo per lui la terra era “infestata” da animali selvaggi e da gente “selvaggia”: Per noi tutto era famigliare e domestico. La terra ci ricopriva di doni ed eravamo circondati dalle benedizioni del Grande Mistero. Solo quando l’uomo peloso venuto dall’est con la sua brutale frenesia rovesciò ingiustizie, su di noi e sulle cose che amavamo, questo mondo divenne “selvaggio”. Quando gli stessi animali della foresta cominciarono a fuggire davanti ai suoi passi, ebbe inizio per noi l’epoca del “Selvaggio West”.

da qui

 

 

scrive Giorgio Stern:

Nel 1976 ero ospite nella “riserva” degli Cheyenne del Nord, nel Montana, per assistere al pow wow annuale della tribù, quando un violento temporale abbatté la mia minuscola tendina da campeggio ed un indiano mi ospitò nel suo tipii. Davanti al fuoco che asciugava l’umidità gli raccontavo di aver visitato al mattino un chiosco di creazioni artigianali dove un’anziana della tribù aveva insistito nel mostrarmi un libro, e siccome io non parlavo la sua lingua e lei non parlava inglese, quando me lo mise in mano mi accorsi che era una “bibbia” tradotta in cheyenne. Ero molto sorpreso perché fino a qualche anno prima gli indiani avevano le “lingue tagliate”, era loro proibito adoperare o esprimersi pubblicamente nel loro idioma, mentre ora, dieci anni dopo, c’era una “bibbia”, o una sua sintesi, tradotta in cheyenne. L’uomo aspettò che finissi poi, sorridendo, rispose, …vedi è sempre stato così, prima noi avevamo la terra e loro la bibbia, poi loro hanno preso la terra e a noi hanno lasciato la bibbia. Un libro da leggere per riuscire a comprendere la storia dal punto di vista degli “altri”, per vincere i nostri pregiudizi e distruggere alcune delle nostre certezze “hollywoodiane” più radicate. Lo sapevate che la barbara usanza del “taglio dello scalpo” è stata introdotta dalle autorità nordamericane che, prima di pagare il “giusto compenso” pretendevano la prova dell’avvenuta eliminazione fisica dei “selvaggi”?

da qui

 

 

Viaggiando negli sconfinati territori nordamericani si va per regioni disabitate dove un tempo erano popoli dalla secolare esistenza ed è difficile capire perché quella gente ne sia stata scacciata e sterminata. Seppur nella perversa logica di aprire il loro spazi vitali, l’invasione dei bianchi ha edificato la sua nazione con centri e città sulle due opposte coste di quel paese scrivendone la controversa storia, ma rimane incomprensibile lo sterminio di quei popoli dalle foreste del nord ovest alle grandi pianure e i deserti meridionali ove di quella pretesa nuova civiltà si trova poco. Eppure in un pugno di decenni sono stati sterminati confinando i sopravvissuti in anguste e miserabili riserve solo per cacciarne i bisonti e commerciarne le pelli mentre per quella gente erano vita, tracciare piste di coloni e poi ferrovie verso l’ovest, inseguire l’effimero miraggio di corse all’ oro e invadere terre nell’ epopea dei pionieri celebrati nel il mito del Far West che per gli indiani fu solo sangue e lacrime. Dal nord alle Grandi Pianure fino agli aridi territori meridionali cercarono di resistere valorosamente all’ incontenibile, devastante e sanguinaria avanzata di pionieri, coloni e avventurieri d’ ogni risma protetti dall’ esercito della grande democrazia statunitense decisa a farne genocidio. Quella stessa che ha fondato parte la sua storia con gli orrori della Schiavitù dei neri e ha scritto il suo più nefando capitolo nei territori di quel Far West che ha celebrato come mito mentre ne ha consumato lo spaventoso Genocidio indiano…

https://www.travelgeo.org/genocidio-indiani-d-america/

 

 

…Questa politica delle concessioni simboliche è la norma tra le élite progressiste: quante volte avete visto avvertenze con le quali una particolare istituzione o individuo ammette di trovarsi su un territorio “non concesso” dai popoli autoctoni, cioè sottratto? Eppure quanti sarebbero disposti a rinunciare a quel terreno o ai redditi derivanti dalle istituzioni che occupano quella terra?

La realtà è che raddrizzare un’ingiustizia storica come quella affrontata dai popoli indigeni del Canada è un argomento complesso, e non ci sono risposte facili. Ed è altrettanto vero che, se ogni terreno rivendicato fosse effettivamente restituito, il Canada come lo conosciamo cesserebbe di esistere. È il caso di tutti i paesi del mondo in cui i coloni invadono e poi si impadroniscono della terra dei popoli nativi, i quali finiscono per diventare una piccola sottoclasse emarginata.

Gli indigeni canadesi rappresentano solo il 5 per cento della popolazione. La cruda verità è che non hanno un peso elettorale, a differenza di altri gruppi minoritari. Ecco perché Trudeau o chi dovesse sostituirlo può accontentarsi di una politica di concessioni simboliche, sapendo bene che, semplicemente, non esiste la pressione politica necessaria ad affrontare in modo significativo la situazione.

https://www.internazionale.it/opinione/rupa-subramanya/2021/06/10/canada-indigeni-discriminazioni

 

 

si può tracciare un filo rosso, che lega i nativi americani al Congo del serial killer belga Leopoldo, che pagava gli assassini dei nativi alla consegna, non dello scalpo, ma delle mani.

 

https://it.aleteia.org/2017/07/27/violenza-europei-congo-colonialismo/

https://www.peacelink.it/kimbau/a/10354.html

https://www.storicang.it/a/tragedia-congo-belga_14624

 

o anche ad Haiti, che i civili francesi, quelli della “Liberté, Égalité, Fraternité”, costrinsero alla fame tutti gli haitiani, per secoli, per l’offesa di non voler essere più colonia della Francia rivoluzionaria.

 

https://www.vocidallastrada.org/2017/11/haiti-dalla-tratta-al-debito.html

http://znetitaly.altervista.org/art/23652

https://www.kenyavacanze.org/africa-ultime-notizie/le-stragi-del-colonialismo-in-africa/


Alcuni versi di Fabio Pusterla:


Sono andati di fretta
nessuno li ha salutati
nessuno li rammenta
nessuno li ha guardati.
Adesso sono scomparsi
persi nel nulla estinti.
Le stelle si sono spente
nel cielo dei vinti.

da qui


Legittima difesa dall’illegittima difesa - Alessandro Ghebreigziabiher

 

(Storie e Notizie N. 1929)

Diciamoci la verità, vi va? Non che si stia qui a raccontar balle, tutte le altre volte, ma la tacita premessa che è alla base di ogni informazione che in questo immenso oceano di bit possiamo rigettare, assimilare, condividere, ammirare e adorare, ma anche rifiutare, insultare e affossare, è sempre la stessa: la realtà che carezza o brucia sul serio non è qui. È là fuori, oltre i confini di una finestra possibilmente aperta o di un muro fin troppo spesso.

È alle nostre spalle, ahi noi, ovvero ad attenderci all’orizzonte, il più roseo degli scenari. Nel bene o nel male. Perché la vita è tale solo se è reale.

Detto ciò, giochiamo pure. Facciamolo insieme, ancora una volta, con il più affascinante e potente passatempo che l’umanità possa aver concepito.

Vi sfido tutti a singolare tenzone, con questa pagina come scudo e la mia tastiera come spada. Giammai sotto forma di qualsivoglia arma da fuoco. Non sia mai che parta un colpo per errore. O, a dirla tutta, per illegittima difesa, dalla quale intendo difendermi con questa mia.

Tuttavia, come vorrei aver potuto difendere il prossimo nel momento in cui avrebbe fatto la differenza…

Il massimo che mi è concesso, a posteriori, è questo gioco delle parti, tra chi scrive e chi legge. E allora, d’incanto sono qualcun altro, in altro tempo e luogo vissuto. Vivo o defunto.

Mi chiamo Youns e mi hanno ucciso. Mi hanno assassinato a sangue freddo sulla pubblica piazza e la cosa ci riguarda tutti. È il mio nome, ancora prima che la mia fine, a reclamarlo. Giacché nell’universo alternativo e il più delle volte alienante in cui ci troviamo Youns è un modo rapido e semplificato per dire You guys, you all. Ovvero, voi ragazzi, voi tutti.

Noi altri. Noi che abbiam bisogno di essere difesi e di difenderci tra noi. Poiché vi è un urgente bisogno di umana protezione da chi pretende di giustificare l’incessante aggressione che quotidianamente si compie ai danni del prossimo nel suddetto mondo reale. Ma tu leggi pure come dove la gente soffre e muore sul serio, non viene mica bannata dal social o semplicemente espulsa dalla chat.

Invoco quindi la legittima difesa.

Legittima difesa da coloro i quali dovrebbero farsi garanti della sicurezza di tutti e invece sono pericoli viventi per ciascuno di noi.

Legittima difesa per chi continua a perdere la vita o parte di essa e in cambio ottiene solo giornate commemorative e tanti attestati di solidarietà virtuale.

Legittima difesa da chi persiste impunemente a incassare finanziamenti per l’editoria per diffondere fake news e caos nella vita della gente.

Legittima difesa da chi non ha ancora capito che ciò che sta accadendo nel mondo non è soltanto il pretesto per pubblicare un video virale sulle proprie pagine e aumentare così gli introiti pubblicitari, ma l'ennesimo avvertimento di un pianeta ai suoi più indegni abitanti.

Legittima difesa da chi continua a incensare il passato senza far menzione delle vergognose crepe che in esso continuano ad allargarsi.

Perché se oggi non fai i giusti conti con ieri, arriverà il giorno in cui domani sarà troppo tardi.

Ecco, ho finito. Il gioco termina qui.

Arrivederci, spero, magari là fuori.

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Piazze malate (quando la “cultura del sospetto” si fa Pop) - Marco Revelli

 

A volte i popoli impazziscono. O impazziscono piccole porzioni di popolo, come quelle che si sono ritrovate nelle piazze in questi giorni, segno di tempi deragliati. Indecifrabili nella loro composizione scomposta, con i leghisti e i fascisti mescolati ai bene-comunisti, ai dentisti e agli apprendisti o ai giuristi d’assalto, incarnazione di un’eterogeneità sociale accomunata solo dall’assurdità di una pretesa irricevibile: dalla rivolta contro un provvedimento-simbolo come il Green Pass che in tempi di pandemia mortale appare mera proposta di buon senso e senza dubbio male minore, e che invece viene identificato come attentato a una libertà confusa con l’affermazione dell’assoluto diritto al proprio personale capriccio. Espressione, a sua volta, della rottura di ogni principio di responsabilità nei confronti degli altri, del loro ben più sostanziale (e costituzionalmente sancito) diritto alla salute e alla sopravvivenza, come se l’affermazione che “la mia libertà si arresta dove comincia quella del mio vicino” avesse perso di significato, e ognuno si ergesse nella propria solitudine sovrana al di fuori e al di sopra di ogni legame sociale. E come se tutta la libertà (perduta in gran parte delle questioni sostanziali) fosse oggi rifluita nella questione del si o del no a un temporaneo lasciapassare.

Sono, dobbiamo dircelo, piazze foriere di sciagura, gravide di presagi inquietanti e di ombre nere, con un pesante retrogusto fascistoide. Personalmente mi ha colpito il cartello levato in Piazza Castello a Torino con su scritto “Meglio morire da liberi che vivere da schiavi”, perché ricorda il “Meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecore” di mussoliniana memoria. Così come mi si drizzano i capelli quando sento i fascisti di Meloni o di Forza nuova levare il proprio inno alla libertà, perché so che la loro libertà è la pretesa degli autoproclamati Signori di vessare gli altri ridotti a Servi. Ma quelle piazze non sono riducibili solo a quell’anima nera, sono molto più eterogenee, trasversali, articolate, coacervo di sentimenti contraddittori, e per questo tanto più preoccupanti, perché parlano di una “crisi della  ragione” più vasta. Di un disorientamento più diffuso, se in tanti sentono di doversi mobilitare per danneggiare se e gli altri, credendo di difendere giustizia e libertà.

 

Per questo tento disperatamente di seguire l’amletico motto che ci dice che, nonostante tutto, “c’è della logica in questa follia”. O quantomeno bisogna cercarla. E il primo pezzo del dispositivo logico che sta dietro questo sconquasso si chiama “cultura del sospetto”. O meglio il ribaltamento di essa da raffinato strumento filosofico in “fenomeno Pop”. Con quell’espressione – la formulazione originaria era “la Scuola del sospetto” – il grande fenomenologo francese Paul Ricoeur aveva indicato il pensiero di “maestri” come Marx, Nietzsche, Freud, oltre a Schopenhauer che avevano insegnato, per vie diverse e divaricate, a non confondere le immagini di superficie con la verità, e a cercare “sotto” e “oltre” le narrazioni ufficiali (a lacerare, appunto, il “velo di Maya”). Quell’approccio – la motivata denuncia della “verità come menzogna” o, se si preferisce, della “falsa coscienza” coltivata a proprio vantaggio dal potere – aveva alimentato il pensiero critico delle minoranze ribelli novecentesche, delle avanguardie culturali e rivoluzionarie. Poi invece, nel nuovo passaggio di secolo, era diventato atteggiamento di massa, senso comune popolarizzato e aizzato dal web: diffidenza sistematica e disprezzo delle élites. Non senza ragioni (per spiegarlo): le menzogne del potere, delle sue classi dominanti, dei suoi mezzi di comunicazione, diventate totalizzanti negli ultimi decenni, sono sotto gli occhi di tutti. Ma senza l’uso della ragione per selezionare il vero e il falso. E per orientare i comportamenti di risposta che sono stati, appunto, quelli che vanno sotto il nome di populismo, orientati a una sorta di rozzo “fai da te” informativo e da una passiva dipendenza operativa dal demagogo di turno.

Le persone che riempivano quelle piazze erano state oggetto, per anni, per decenni, di false narrazioni da parte di detentori del potere (di  ogni potere, privato e pubblico) che presentavano come progresso il regresso, come paradiso il deserto delle anime, come benessere il loro business. Per anni erano state vittime dei raggiri e delle malversazioni di Big Pharma (lo possiamo negare? Abbiamo dimenticato la grande truffa vaccinale sull’ “aviaria”, 62 morti accertati nel mondo, e la speculazione miliardaria sul Paraflu?). Per anni opere inutili e costose erano state spacciate come indispensabili. Per decenni crimini di stato erano stati occultati da apparentemente inappuntabili funzionari pubblici… Ma nello stesso tempo, nella struttura materiale delle loro vite (flessibili, destrutturate e sempre più liquide), nelle forme essenziali della loro esistenza, erano state private degli strumenti indispensabili per ragionarci sopra, per praticare l’arte difficile della separazione tra gli elementi di un fenomeno, cosicché oggi non ci possiamo stupire se non riescono più a distinguere tra la truffa sugli antidepressivi e la risorsa salvifica di un vaccino. Tra la farmacologia come business e quella come cura. O, più in generale, tra la vocazione a mentire del potere così come praticata sistematicamente in questi decenni, e la necessità di alcune (rare) decisioni razionali di quello stesso potere, a cui sarebbe autodistruttivo sottrarsi.


Intendiamoci, non si tratta (necessariamente) di ignoranza o di ottusità. Certo gli imbecilli evocati da Eco e appunto messi all’onor del mondo su scala allargata da internet erano tanti in quelle piazze. Ma accanto a loro c’era una miriade di alfabetizzati, a loro modo “informati”, anzi portatori di un’eccedenza di mobilitazione informativa, di accanimento cognitivo, ognuno convinto di una verità autoprodotta e refrattaria alla validazione oggettiva perché strutturalmente privati del concetto stesso di oggettività in un universo esistenziale in cui la soggettività individualizzata è rimasta l’ultimo e solo protagonista in terra.

Non sono un’enclave arretrata, una minoranza prodotta da un incidente di percorso dell’ipermodernità tecnicizzata. Sono al contrario il tipo umano più proprio dell’epoca della tecnica fattasi assoluta. Di un mondo in cui “non sappiamo più cos’è ‘il bello’, cos’ è ‘il buono’, cos’è ‘il giusto’, cos’è ‘il virtuoso’, cos’è ‘il santo’ cos’è il vero'” – per usare una citazione di Umberto Galimberti – perché l’unica misura di tutto è diventata solo e soltanto ‘l’utile’. E all’occhio di quella misura tutto è sottoposto. La sottomissione come la critica. L’adesione da servi contenti come l’opposizione da “chi non la beve” perché sa “cosa c’è dietro”.

In quell’opera capitale, degli anni ’50, che è L’uomo è antiquato, Gűnter Anders aveva descritto il trionfo del “fare” (che è l’operare secondo standard) sull’”agire” (che implica invece una rilevanza dei fini rispetto ai mezzi) nel mondo della tecnica; e soprattutto aveva denunciato l’ “asincronizzazione tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, la distanza che si fa ogni giorno più grande” e per questo rende impossibile l’assunzione di responsabilità per il proprio operato (il farsi carico moralmente del rapporto tra mezzi e fini) e, insieme, impedisce quell’”adaequatio rei et intellectus” che permetteva in passato di approdare a una qualche idea di verità. Walter Benjamin, a sua volta aveva segnalato quell’ “indigenza di nuova specie” che è la perdita della capacità di far davvero esperienza in cui si rivela “una nuova forma di barbarie” nella modernità. E in forza della quale – proprio per la separazione che si compie tra l’esistenza e quella relazione riflessiva col mondo che è l’”esperienza” – il circuito ermeneutico si avvita irrimediabilmente su se stesso nella fuga infinita delle interpretazioni, senza riuscire alla fine ad approdare a null’altro che al solipsismo del soggetto vuoto come solitario testimone del (proprio) vero. Per non parlare di quel fondamentale concetto introdotto da Theodor Adorno col temine tedesco “Verblendungszusammenhang”, che letteralmente significa “contesto delirante” ma che in questo caso viene tradotto come “nesso d’accecamento”: il processo sistematico di “rimozione” dalla coscienza universale dei tratti più propri del modello di vita contemporaneo ovvero della sua sostanziale insostenibilità e della sua insopportabile crudeltà (verso il pianeta e l’umanità), che è appunto la forma estrema della condizione alienata nell’epoca della sua piena generalizzazione, e insieme l’ostacolo primo a un autentico processo conoscitivo.

Ora, messe tutte insieme queste linee di riflessione, convergono nella descrizione di una condizione mentale massificata (per lo meno nell’Occidente sviluppato) segnata dalla “disperazione culturale” (quel “cultural despair” segnalato come centrale nelle crisi degli anni Trenta in Europa) e dall’incapacità d’immaginare un qualche oltrepassamento del proprio “cattivo presente”: gli ingredienti più tipici di un tempo in cui l’alienazione (intesa in senso marxiano) ha compito per intero il suo giro, e si è posta come stato assoluto. In questa luce, l’impazzimento dei popoli a cui assistiamo (non solo nelle piazze No Pass, ma nei deliri da vittoria calcistica, nelle movide selvagge in stato pandemico, nell’accanimento consumistico in tempi di conclamata insostenibilità, ecc. ecc.), cessa di stupire per rivelare la sua “logica”. E non è che un ultimo, tragico paradosso, il fatto che chi più accanitamente rappresenta se stesso come antidoto a quell’alienazione (refrattario al “pensiero unico”, ultimo residuo di resistenza all’omologazione voluta dal potere), ovvero gli sconsiderati protagonisti delle piazze No Pass siano in realtà i più estremi rappresentanti di una condizione tanto alienata da non riuscire a cogliere la minaccia mortale al proprio bios da parte del virus. E non saper più distinguere tra la difesa di una libertà sostanziale (in primo luogo quella di vivere) e l’accanimento su un feticcio.

Per tutto questo – perché la cosa è dura e tetra, le sue radici profonde e di improbo rimedio – non dissolveremo le nuvole minacciose che salgono da quelle piazze con gli esorcismi o le deprecazioni. Tantomeno confondendoci con quelle figure istituzionali che hanno enormi responsabilità nell’aver scavato l’abisso che oggi le separa da pezzi consistenti di società sfarinata. Se un luogo c’è, per quelli come noi, per lavorare, è al livello del suolo, dove le vite si compiono o si perdono, e dove solo il ricupero di esperienze autentiche di relazione e di lavoro può frenare la caduta.

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lunedì 26 luglio 2021

Le nuove voci palestinesi - Catherine Cornet

 

La lotta degli abitanti del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme contro gli sgomberi forzati operati dalle forze israeliane ha creato un momentum: è tempo di ascoltare queste nuove voci palestinesi in cerca di unità e dignità, che parlano con un tono molto libero e rifiutano le affiliazioni politiche.

A Gaza, il bombardamento israeliano della torre residenziale Al Jalaa, che ospitava le redazioni dell’Associated Press e di Al Jazeera, preceduto due giorni prima dal bombardamento della torre Al Shorouq, che ospitava altri sette mezzi d’informazione locali e internazionali, ha portato a un totale di 23 sedi giornalistiche distrutte nel giro di una settimana dall’esercito israeliano, denuncia Reporters sans frontières.

Con meno di tre ore di elettricità al giorno e la maggior parte delle infrastrutture dei provider di internet distrutta, Gaza – e i suoi due milioni di abitanti – ha perso la voce, scrive l’attivista per i diritti umani Mustafa Ibrahim nella sua lettera da Gaza, pubblicata dal sito Daraj. Ibrahim descrive il suo terrore durante i bombardamenti, scusandosi per l’editing del suo testo mentre il suo computer si spegne per mancanza di elettricità.

Gli abitanti della Striscia, i gazawi, si sono così impossessati, per quanto possibile, dei social network per raccontare l’inferno che stanno vivendo tra i bombardamenti e la pandemia. I sopravvissuti raccontano gli ultimi minuti con i loro cari: un ragazzo voleva chiedere la sua fidanzata Shaima in matrimonio poche ore prima di perderla nel bombardamento; un padre di famiglia filma la stanza da letto mentre i bambini si svegliano per il rumore delle bombe.

Molti utilizzano i social network per consegnare le loro ultime parole, come riporta il sito +972 Magazine: un ragazzo di Gaza chiede perdono per le offese fatte, un altro dice di azzerare i conti dei suoi debitori. Altri fanno le liste dei morti con nomi e cognomi, nell’ultimo tentativo di umanizzare i defunti: si leggono i necrologi di medici, del più importante specialista di covid di Gaza e di almeno 48 bambini.

Ma se gli abitanti di Gaza provano nell’emergenza a rendere leggibile dall’esterno la loro esistenza, le parole sono usate anche per creare un “nuovo dizionario che racconti il trauma mentale ed emotivo che viviamo, la distruzione che ci circonda”, spiega Abier al Masri, ricercatrice di Human rights watch residente a Gaza. Questo nuovo vocabolario si sta facendo strada in una nuova narrativa di palestinesi che lottano per i loro diritti a Gerusalemme e in Cisgiordania.

La terribile guerra di Gaza non deve tuttavia nascondere il ruolo centrale che riveste Gerusalemme per questo nuovo movimento di protesta pacifico che cerca l’unità di tutti i palestinesi – palestinesi d’Israele, residenti dei territori occupati, rifugiati in Giordania o in Libano, nonché la diaspora sparsa per il mondo – dando luce a nuovi input intellettuali e politici, come testimoniano lo sciopero generale del 18 maggio in tutte le città della Cisgiordania e le grandi manifestazioni pacifiche a sostegno della Palestina nel mondo.

La chiave del futuro
Il contrattacco palestinese si rivela prima di tutto nella presenza di attivisti e intellettuali nelle tv statunitensi. Intervistati dalla Cnn e dalla Cbs rifiutano di piegarsi all’esercizio della “simmetria”, cioè alla condanna che equipara le due parti del conflitto. La loro strategia ricorda molto quella del movimento Black lives matter. Sulla Cnn, Mohamed al Kurd, un giovane poeta palestinese che appartiene a una delle quattro famiglie che resistono agli sgomberi forzati nel quartiere di Sheikh Jarrah, si è rifiutato di condannare le proteste di chi sostiene le famiglie palestinesi. 
Mohamed risponde chiedendo all’intervistatrice: “E lei condanna lo sgombero violento della mia famiglia da casa nostra?”. Silenzio imbarazzato della giornalista. La notte successiva all’intervista, Mohamed al Kurd è stato arrestato in casa dalle forze di sicurezza israeliane.

Questa nuova generazione tra diaspora e Cisgiordania parla benissimo l’inglese, padroneggia i codici culturali occidentali e sta tentando di cambiare la narrativa dei mezzi di comunicazione occidentali e soprattutto statunitensi, perché l’appoggio statunitense alla politica di Benjamin Netanyahu è la chiave del loro futuro. Pochissima attenzione, giustamente, dedicano alla silenziosa Europa.

È anche una nuova generazione di palestinesi che sa di dover combattere da sola, spiega il ricercatore Mouin Rabbani: abbandonati dalla comunità internazionale che rinnega, quando si tratta di Palestina, anche i princìpi basilari del diritto umanitario e internazionale, recentemente abbandonati anche dai paesi arabi che hanno accettato la normalizzazione del piano Trump, ora hanno conquistato una certa libertà di azione e di espressione.

Mariam Barghouti, ricercatrice palestinese, una delle voci più ascoltate di questa nuova generazione, spiega la forza di questo movimento anche con la consapevolezza di non avere più niente da perdere: “Questa generazione non vuole solo criticare la copertura mediatica, intende rovesciare decenni di negazioni: apartheid, colonialismo, occupazione, repressione militare. Non riusciamo più a respirare, e l’ultima cosa che ci è rimasta è che il mondo ci accetti per quel che siamo”.

Recuperare la narrativa storica
Questa nuova narrazione palestinese esiste da decenni, ma gli eventi di Sheikh Jarrah creano le condizioni per sentirla nella sua complessità.

Innanzitutto, ricorda il sito di approfondimento Raseef22, questo periodo corrisponde all’anniversario della nakba del 1948, quando 250mila palestinesi – la metà della popolazione della Palestina storica – furono sgomberati dalle loro case. Se il mondo ha dimenticato, il trauma è ancora molto presente nella psiche palestinese, e anche nel mondo digitale si stanno organizzando per ricordarlo, scrive Saeed Amouri: “I palestinesi che nel 1948 sono stati cancellati dalla carta geografica, ora si stanno organizzando per digitalizzare la loro storia e, in un certo modo, scriverla”. Dopo la nakba, lo stato israeliano ha costruito la sua storia sulla narrativa del sionismo, che unisce tutti gli ebrei israeliani, mentre “finora i palestinesi non erano ancora riusciti a produrre una storia unita del loro popolo. Questo sta cambiando”.

Diversi progetti storici ambiziosi come il Palestine digital activism aorum del 7amleh Center o ancora il sito Untold Palestine hanno cominciato a digitalizzare la memoria palestinese, per poterla raccontare, ma anche creare un legame tra “i palestinesi di Gerusalemme, Cisgiordania, Gaza e l’importante diaspora palestinese”. Salim Abu Zahir, direttore del progetto Palestinian museum digital archive presso il Palestinian museum, a Bir Zeit, ha digitalizzato quasi duecentomila documenti dal 2018, per “creare una nuova prospettiva che rafforzi un’identità nazionale inclusiva”.

Suicidio morale
Su un altro sito di approfondimento, Arabi 48, Gad Qadan, un dottorando palestinese all’università di Tel Aviv, spiega quanto sia importante riuscire a rovesciare la narrazione odierna sul conflitto, anche per gli stessi israeliani: “Quello che sta accadendo in Palestina oggi mostra quanto l’occupazione abbia un prezzo morale molto alto che non lascia indenne la società occupante. Questa mentalità patologica è evidente nelle strade e nei mezzi di comunicazione israeliani. La chiamerei ‘isteria di massa’, un movimento in cui un consistente gruppo di persone perde il contatto con la realtà e vive secondo la propria logica di illogicità totale”.

“I gruppi che non conoscono la loro storia si somigliano”, continua Qadan. “Se i gruppi dell’estrema destra israeliana avessero più cultura storica, si vergognerebbero della strana similitudine tra le loro azioni attuali e ciò che i loro antenati hanno affrontato nella Germania nazista durante la notte dei cristalli. La scena di cento ebrei che tentano il linciaggio di un arabo a Bat Yam solo perché arabo è orribile, e spiega come la costruzione del nemico sotto l’occupazione finisca per far dimenticare la sua umanità”.

L’uso dei social network non è sempre facile per i palestinesi. Molti account degli attivisti di Sheikh Jarrah sono stati chiusi mentre erano in diretta streaming. La presa di posizione di Bella Hadid – la modella statunitense di origine palestinese che ha postato sul suo account Instagram seguito da 42 milioni di persone le foto della sua partecipazione alla manifestazione per la Palestina – è stata accompagnata da molte critiche. È invece essenziale ricordare l’importanza dell’attivismo delle donne palestinesi e la creatività digitale dei giovani manifestanti, che hanno saputo replicare e distribuire su diverse piattaforme – con meme o video su TikTok – le proprie rivendicazioni.

Negli Stati Uniti, dalle tv nazionali ai think tank di Washington, dall’aula del congresso alle proteste di strada a Boston, Chicago, New York, Los Angeles, Washington e perfino Miami, Porto Rico, Cleveland e Oklahoma, “il dibattito sta cambiando”, spiega il sito americano Prospect. “Lontano dalle difese del ‘diritto di Israele a esistere’, dalle accuse di ‘terrorismo’ e ‘antisemitismo’ si fa strada un nuovo riconoscimento dei diritti dei palestinesi”.

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