sabato 6 febbraio 2016

Die - Iosonouncane

mi è capitato di ascoltarlo in concerto l'estate scorsa, mi è piaciuto, ho preso il cd e non so quante volte l'ho ascoltato, spero non si consumi, e ogni volta non annoia un secondo.
un concept album come quelli di una volta, e durerà nel tempo, è sicuro.
c'è una controindicazione, potreste non staccarvene più, ma ci sono cose peggiori, no?
buon ascolto - franz


qui l’album completo

Uno dei migliori dischi dell’anno. Si dice che il secondo disco sia sempre più difficile per quelli che ben iniziano. “La macarena su Roma” fu un caso musicale enorme, il seguito lo ha addirittura superato tanto da far spolverare paragoni col Battisti più sperimentale. Un concept album di sei pezzi divisi tra strumentali e cantati dove viene rappresentata una riflessione sul legame tra l’uomo e gli altri esseri viventi, una rivendicazione culturale che ragiona sulla fratellanza dei popoli. Un disco bello, solido, inusuale per il panorama italiano e che è già diventato un classico della musica indipendente nazionale. Nel lavoro si ergono il pezzo “Stormi” e i suoni sospesi, rarefatti, come un drone che sorvola la Sardegna, la fotografa e si inserisce nei boschi dell’interno a coglierne rumori e suoni. Si sentono canti a tenore, la tradizione isolana che prende possesso dell’elettronica per farne un nuovo genere, bellissimo.

…Cinque anni di silenzio pressoché assoluto separano l’esordio di IOSONOUNCANE da questa seconda prova. Cinque anni che paiono cinquecento, alla luce della diversità midollare dei due dischi: La Macarena Su Roma(recuperatelo: debutto allucinante), alienato affresco contemporaneo di una società in rovina, ci aveva fatto conoscere il talento folle di Jacopo Incani, il suo irridente canto strascicato, le invettive al contrario, la sua elettronica giocattolosa e le chitarre puntute; Die ce lo restituisce su un piedistallo altissimo, creatore – e creato a sua volta – di un monumento rigoglioso e tentacolare, mistico ma oltremodo terreno. Una sorta di concept (orrida definizione) sulla vita che va via e su quella che resta, atavica come radice millenaria, ma puntata verso il cielo. C’è una bellezza violenta in questi solchi, una specie di grazia deforme che atterrisce e gratifica, attraverso un’unica lunga suite in sei episodi per trentotto sbalorditivi minuti, cesellati minuziosamente, curati allo spasimo in ogni singolo frammento, destrutturati e ricomposti secondo una logica schizoide ma oscenamente lucida…

Manca ancora qualcosa alla fine di questo 2015 ma c’è un disco che, già in piena estate, si è imposto come serio candidato a Disco Italiano dell’Anno. Parlo di Die, di Iosonouncane. Non voglio parlare del panorama musicale contemporaneo, ma dell’ambizione letteraria del disco. I testi, in poche parole. Come se fossimo nel 2025 e Die fosse già canonizzato. Non uno sforzo eccessivo, per quanto mi riguarda.
Prima di immergermi in un oceano di materiale avrei voluto intervistare Jacopo Incani — il suo vero nome. Ho preferito però fermarmi prima di scrivergli, perché 1) Iosonouncane ha rilasciato, e non scherzo, tra le 30 e 40 interviste nel giro di sei mesi e 2) inevitabilmente, qui sotto, andrò incontro a chiavi di lettura personali e osservazioni che non possono essere altro che pallidi ritratti di scontri ad alta quota. Mi affido a Incani stesso, quando sostiene che
«Ogni interpretazione e ogni lettura sono legittime e inevitabili. Ho lavorato proprio in questo senso, creando diversi piani interpretativi. Ci si può fermare alle melodie o all’impatto sonoro, oppure arrivare a cogliere tutti i richiami interni fra i brani e le sfumature semantiche di ogni parola ricorrente. Va bene tutto».
Buono a sapersi. Le parole di Die incarnano una quantità inaudita di riferimenti più o meno espliciti: lo stesso Incani (mi piace chiamarlo per cognome, come se ai testi rispondesse una persona diversa da quella che compone le tracce) lo cita spesso e volentieri quando interrogato sulle influenze degli ultimi cinque anni.
«Ho lavorato anche sulla base delle letture di quel periodo: John Steinbeck, Ernest Hemingway, Albert Camus e Cesare Pavese, di cui ho letto e riletto in modo ossessivo il poemetto La terra e la morte».
«Ho letto tantissimo durante la lavorazione dei testi e su quelle letture ho preso appunti quotidianamente, trascrivendoli decine di volte, asciugandoli, sintetizzandoli. Di Pavese ho approfondito in maniera particolare il ciclo di poesie La terra e la morte».
«Ho lavorato quotidianamente e per circa tre anni intorno a queste parole, raccogliendo una marea di appunti, riscrivendo ossessivamente le immagini di cui disponevo, studiando alcuni autori (Pavese, Camus […])».
(Pavese viene citato in altre interviste che riproporrò più avanti.)
Non intendo quindi nemmeno minimamente, lontanamente, vagamente alludere a un plagio o a qualche idiozia del genere: chiunque si sia cimentato nel leggere molto e scrivere qualcosa sa come certe parole e certi giri di frase iniziano, inconsciamente, a imprimersi nelle pieghe tenui del cervello.
Il lavoro svolto sui testi di Incani non è da vedere quindi come una vivisezione ma come un omaggio, o un riconoscimento non richiesto nei confronti di chi si è dedicato alla creazione di un lavoro onesto, coeso, originale.
Di cosa parla Die, in poche parole? Più che raccontare, Die dipinge paesaggio — molto mare, lunghe rive, sole alto, terra morta — in cui un LUI e una LEI sono sospesi; sembrano lontani, LUI lontano nel mare, LEI immobile al sole. A unirli una disperata paura di non vedersi più. Se c’è qualcosa che il discoracconta è la sagoma dei pensieri che i due si trovano a condividere nello stesso istante. Qualche secondo dilatato in una “suite di 38 minuti circa divisa in sei parti o brani, due corali ad aprire e chiudere il disco, e quattro centrali scritti in prima persona, due per ogni protagonista.” Sempre Incani. C’è dell’ambizione. Come si chiama un’ambizione proiettata in qualcosa di effettivo?...

un'intervista:





Papageno e Papagena - Emanuele Luzzati

venerdì 5 febbraio 2016

Noi, i killer - Astrit Dakli

Il 31 gennaio 2016 è morto a Roma Astrit Dakli. Questo suo editoriale sulla morte di migranti a Portopalo, in Sicilia, è stato pubblicato sul manifesto del 10 agosto 2004.

Ventotto persone – è il conto ufficiale – sono state uccise nel Mediterraneo nei giorni scorsi, mentre tentavano di raggiungere dall’Africa le coste europee.
Sono state uccise, assassinate, anche se nessuno ha premuto il grilletto: dire semplicemente che sono morte – e magari imbellettarsi con la generosità dei soccorsi prodigati ai superstiti portati all’asciutto in Europa (sorvolando sul fatto che saranno immediatamente rinchiusi in un lager e poi rispediti in Africa) significa nascondere la verità e coprire gli assassini. Che esistono e hanno nomi e cognomi, anche se le leggi vigenti non rendono facile chiamarli in giudizio.
Inutile far finta di niente: in base alle regole della democrazia, gli assassini di quelle ventotto persone – nonché di molte altre che sono state uccise prima di loro e di chissà quante che saranno uccise in futuro – siamo noi. Noi cittadini europei, noi che abbiamo eletto governanti e dirigenti politici (italiani in prima fila, ma in buona compagnia) sulla base di mandati che hanno questi omicidi come conseguenza inevitabile. Sono questi governanti che hanno via via modificato le regole di comportamento in mare, trasformando un elementare e tradizionale dovere umanitario – soccorrere chi rischia di affogare – valido da quando esiste la navigazione, in un temerario atto quasi delittuoso. Un atto che può portare addirittura in galera (come spiega bene oggi su queste colonne Elias Bierdel, il responsabile della Cap Anamur) se compiuto senza rispettare una sempre più complessa e rigida sequenza di preavvisi e autorizzazioni, senza consultare sempre più numerosi e burocratici organismi di controllo, senza passare insomma attraverso un labirinto al cui interno basta l’assenza o la svogliatezza di un funzionario a fermar tutto – per il tempo necessario a far crepare chi sta annegando.
Un meccanismo costruito apposta per scoraggiare lo spirito umanitario di chi si trova in mare; e per consentire a chi deve decidere qualcosa a terra di lavarsene le mani, ributtando su altri la responsabilità: una capitaneria sull’altra, un comando sull’altro, un governo sull’altro, fino alle ovvie conseguenze.
E’ la paura che spinge gli animali feroci a uccidere, si sa. Ed è la paura che ha spinto i cittadini e i governanti dell’Europa a 25 a rinnegare l’umanità e gli ideali che di quell’Europa dovrebbero essere il fondamento e a costruire la macchina che ferma i migranti in mare, uccidendoli. Una paura logica: abbiamo sulle spalle infiniti delitti, guerre e stermini compiuti contro i popoli da cui provengono i migranti di oggi; e temiamo che ci si presenti il conto. Non era la paura dei propri passati delitti che spingeva i leader della defunta Ddr a montare sulle frontiere i famigerati fucili automatici, che sparavano da soli su chi cercava di oltrepassarle? Ma non era una buona idea, e non li ha salvati.

qui un bel ricordo di Tommaso Di Francesco


qui altri ricordi di amici di Astrit Dakli

giovedì 4 febbraio 2016

canta Franco Trincale



qui moltissime canzoni di Franco Trincale

qui il sito di Franco Trincale

qui 37 canzoni di Franco Trincale


Trincale, ecco il mandante - Fulvio Abbate

Trincale, il cantastorie Franco Trincale, abbracciato alla sua immancabile chitarra tutta scarabocchiata, lo ricordo popolare, quasi un Beatles o il santo patrono, sul finire degli anni Sessanta.

A Trincale, pensandoci bene, personalmente, devo perfino qualcosa. Certo, gli devo una bella lezione di stile e di civiltà. E' il 1971: e ci troviamo a Palermo durante la festa meridionale dell'Unità. Ed eccolo, Trincale, sta in piedi sotto il palco del comizio, vestito come un autentico blouson noir, o piuttosto un operaio che sta per tornarsene definitivamente in paradiso. A un certo punto, un ragazzino gli chiede un autografo. Trincale lo squadra e sbotta.: "Ma a che ti serve l'autografo?". Non c'è cattiveria, né falsa modestia nella sua reazione, Trincale sta semplicemente spiegando al ragazzetto che il tempo dei divi stronzi che se la tirano è per sempre morto grazie alla nascita di un nuovo tipo d'artista: tipo lui, insomma.

D'altronde, in quel contesto, Trincale ha tutte le carte in regola per essere trattato perfino dai piccoli come un protagonista, un beniamino, meglio, come un papa. Un anno prima, infatti, durante il "Festival di Palermo Pop 70", il nostro, per il solo fatto di aver cantato la sua ballata sulla guerra del Vietnam, se l'è vista brutta. I suoi versi contro "Nixon boia" hanno reso idrofobo il questore che, dapprima gli ha staccato il volume, poi, sempre più gonfio di livore, ha ringhiato così: "Farò di tutto per dargli delle noie!".

Trincale non ci ha fatto caso e, qualche anno dopo, in un libro che documenta tutte le sue imprese canore e militanti, ha incollato anche il ritaglio de "L'Ora" dove quella vicenda viene raccontata nei particolari. Il testo che inviperì il questore? Ah, sì, eccolo: "Per ogni Coca Cola che tu bevi/un proiettile all'America hai pagato". Il fatto è che la stessa canzone non piacque a Giancarlo Pajetta, all'epoca direttore del "L'Unità", che infatti prese carta e penna e gli scrisse: "Mi pare eccessivo dire a chi beve (del resto molto innocentemente) la Coca Cola o a chi mangia una banana, che aiuta a pagare una pallottola per uccidere un vietnamita...". Non è tutto, se infatti sfogli ancora la sua autobiografia del 1979, Dieci anni in piazza, scopri ancora una storia di militanza che affastella la Ballata di Pinelli, le lotte, operaie, l'emigrazione, lo scandalo Lockeed, la vita in famiglia senza molte lire, la sua uscita dal Pci.

Trincale, il cantastorie Franco Trincale, in questo nostro fiammante 2002, pensavo che esistesse ormai soltanto nel magazzino irreale del ricordo di certi tempi politici scaduti, quelli appunto in cui i militanti più fortunati potevano esibire al dito un prestigioso anello realizzato nel paese di Ho Chi Minh, grazie al metallo ricavato dai B-52 abbattuti dalla contraerea vietcong. E invece? Invece, Trincale me lo sono ritrovato pochi giorni fa di nuovo stampato sul giornale più contemporaneo che mai. E' successo che Trincale, il cantastorie Franco Trincale, come già era accaduto con quel questore più di trent'anni prima, stavolta è riuscito a far incazzare addirittura Berlusconi o piuttosto qualche suo aiutante di campo. In questo modo, Trincale, è proprio il caso di dirlo, è entrato di diritto nella contemporaneità della seconda repubblica.

I fatti? Facciamoceli raccontare da lui stesso, da un Trincale quasi settantenne con barba bianca natalizia e sito internet – www.trincale.com – che nel frattempo canta così: "Vanna Marchi qua e là, Bruno Vespa bla bla bla...". "Ho bisogno di voi!" denuncia infatti il cantastorie: "Quello che mi sta accadendo è una cosa che non mi aspettavo. Una cosa volgare, di basso profilo politico e morale. Berlusconi coinvolge anche me nel suo contesto di bugie e allarmismo per fare spostare da Milano il processo a carico suo e di Previti. Il 10 febbraio scorso mentre mi esibivo nei pressi di piazza Duomo a Milano mi è accaduto un fatto...". Insomma, prosegue Trincale, "nelle 66 pagine del Dossier-Denuncia, che Berlusconi ha presentato al Tribunale di Milano, per dimostrare che Milano è una sede "inquinata" ed influenzata da fatti, tra i quali anche quello di questo semplice e "povero" cantastorie. Il 10 di febbraio scorso, mentre cantavo nei pressi di piazza Duomo, tra l'altro una ballata di satira non su Berlusconi, ma sul matrimonio di Monsignor Milingo, un giovane ed una giovane del pubblico smorfiavano continuamente ed esageratamente la mia musica, facendo balletti e rivolgendomi parole offensive, io li ho invitati più volte ad allontanarsi, perché distraevano il pubblico, ma la loro insistenza ha richiesto l'intervento della polizia, chiamata da alcuni cittadini, poiché nel mentre quel giovane che continuava ad offendermi, mi aveva aggredito, causandomi anche ferite sanguinanti alla fronte, alla gamba destra, e una contusione al costato sinistro, come appunto hanno potuto constatare i cittadini presenti e successivamente l'ambulanza e la volante intervenuta".

Il resto è cosa nota, un uomo poco incline alla commozione come Francesco Merlo, sul "Corriere della Sera", è addirittura intervenuto in sua difesa, segno che qualcosa non va proprio per il verso giusto, segno che la preoccupazione di un cantastorie nato a Militello Val di Catania, che alle elementari fu compagno di classe di uno che ce l'ha fatta come Pippo Baudo, non sono poi così campate in aria, se poi tieni conto che gli amici de "Il Giornale" si sono messi invece lì a dargli addosso perfino su una storia di licenza per cantare sul suolo pubblico, vuol dire forse che nuove nubi si addensano sul cielo della repubblica.

Trincale, alla fine, ne approfitterà per scrivere nuove implacabili ballate da intonare nella sua Milano. Sempre lì, davanti alla Rinascente. Lo confesso senza nessuno disagio: mi sono divertito, ho provato gioia e perfino un senso di lugubre leggerezza ritrovando, come se non fosse trascorso neppure un anno, la sagoma di Trincale. Dico lugubre perché le sue storie, spesso e volentieri, parlano di miseria e di calci presi sui denti dai più sfigati, da chi lavora, da chi non ha neppure una casa che non sia di quelle che vengono occupate nottetempo, ma parlo anche di leggerezza perché in fondo in fondo i giorni di lotta trascorsi tutti insieme, magari davanti a un braciere, davanti a una fabbrica altrettanto occupata danno comunque l'idea dell'esserci al mondo, di stare lì a fare qualcosa che serva a potersi dire "compagni". Fra le foto, fra i ritagli, fra i "retablo", ovvero i cartelloni, fra i trafiletti che Trincale ha tenuto da parte in tutti questi anni ce ne sono alcuni, anzi, molti che parlano di stragi, di misteri di stato, di cose oscure che nonostante il tempo, come diceva il suo conterraneo Sciascia, aggiungono "nero su nero". Storie di ieri, ma anche storie di oggi, se è certo che anche quest'ultimo delitto oscuro di Bologna assai presto troverà posto nell'infinita ballata civile di Trincale Francesco, il cantastorie, il mandante.

Fulvio Abbate – L'UNITA' – 26/03/2002


Da "Umanità Nova" n. 10 del 17 marzo 2002
Beffeggiare il potere
A colloquio con Franco Trincale, il cantastorie che infastidisce Berlusconi
La libertà d'espressione subisce di questi tempi forti attacchi da parte del potere.
Pubblichiamo in merito un'intervista a Franco Trincale, denunciato da Berlusconi per la sua attività di cantastorie e l'appello di Indymedia per la manifestazione del 16 a Roma "Reclaim your media!".
Abbiamo incontrato Franco Trincale, cantastorie siciliano attivo da quarant'anni, vive a Milano ed è molto conosciuto dai compagni. Silvio Berlusconi, a causa delle sue canzoni, lo ha citato come elemento di disturbo per lo svolgimento del processo SME
Per motivi di spazio, abbiamo dovuto sintetizzare la conversazione che abbiamo avuto con lui.
Tu che sei l'ultimo dei cantastorie, in cosa consiste il tuo ruolo?
Il cantastorie è colui che nelle piccole comunità portava le notizie che altrimenti non sarebbero giunte: il suo compito era fondamentale. Nel suo lavoro è più importante il testo che la musica. Io oggi non ho notizie nuove da raccontare, perché questo è compito di altri tipi di informazione. Allora cosa faccio? Avendo maturato una coscienza comunista/libertaria, nella notizia colgo l'essenza critica da rimarcare. Cioè quello che i giornali non dicono.
Berlusconi dice di te: ".... Francesco Trincale che si porta presso la piazza del Duomo ogni fine settimana per vendere materiale diffamatorio, altresì arringando i numerosi presenti con ulteriori diffamatorie prospettazioni....." e ti considera uno dei motivi per cui il suo processo debba essere spostato da Milano. Tu che ne pensi?
Io credo che se al posto di Berlusconi ci fosse D'Alema le cose non cambierebbero.
Il cantastorie beffeggia il potere ed io ho fatto sempre questo. Ancora adesso, come ho fatto con Craxi, D'Alema, beffeggio Berlusconi: se lui ha una serie di processi in ballo non è certo colpa mia. Io canto le "berlusconate": nel 1994 ho fatto il "berluschino", cioè il bambinello apprendista, preso per la manina da Craxi che lo porta nell'orto della politica.
"Berluschino piccolin,
già attaccato al cadreghin,
già muovevi i primi passi,
attaccato all'orto Craxi....."
Io canto qualsiasi notizia: nel '69 ho cantato la morte di Pinelli ed oggi canto contro la guerra, canto la morte di Carlo Giuliani a Genova...
Uno dei pericoli è quindi, secondo te, quello di togliere spazi di libertà?
Questo è molto importante: adesso diranno che la zona del Duomo è "sacra". Già ora vengono i vigili varie volte al giorno a cercare di farmi smettere o intimidirmi.
L'arte di strada è molto importante: ho ricevuto solidarietà da tutte le parti del mondo.
Io canto le notizie mentre accadono... Io sono con la classe operaia....e sono stato dovunque fosse necessario cantare contro il potere: ho cantato Piazza Fontana, ho cantato per Pinelli sotto la questura, per Ustica.
Per adesso voi siete l'unico giornale che è venuto ad intervistarmi: nessun altro ha considerato importante venire a parlare con me.
In questo momento io ho bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei cantastorie, un valore culturale.
Io sono dalla parte della gente che lotta per la libertà, questo vorrei che fosse chiaro. L'attacco alla mia figura è un attacco alla libertà di espressione. Questo fatto va chiarito e denunciato perché è un fatto politico grave.
Io credo che il fatto politico è grave perché si attacca un cantastorie che è impegnato da sempre ed è, in qualche modo, la cattiva coscienza del potere.
Il tuo modo di esprimerti piace alla gente e questo è pericoloso.
È fondamentale quindi esprimerti in questo momento una forte solidarietà.
Insieme possiamo quindi concludere che la cosa più importante è difendere tutti gli spazi di libertà, lottare affinché la strada, le piazze siano luoghi liberi in cui ognuno possa esprimere il proprio pensiero.
Intervista a cura di Antonio e Rosaria


A rivista anarchica n47 Maggio 1976 Aspettando l’espulsione. Intervista con Franco Trincale di P. F.

23 ottobre 2011
Il noto cantautore sociale, ancora iscritto al P.C.I., contesta la linea del partito e si dichiara fautore dell’autogestione – Fino a quando Berlinguer & C. saranno disposti a tollerarlo?
Due grandi A cerchiate e la scritta “La casa è di chi l’abita” tracciate sul muro, davanti al quale lui sta in piedi con la sua fida chitarra: questa la copertina dell’ultimo l.p. di Franco Trincale, intitolato “canti libertari”.
Allora – chiedo subito a Trincale, venutoci a trovare in redazione – si può ormai parlare di Franco Trincale anarchico? No, non si può ancora parlare di me come di un anarchico, e questo per due motivi: innanzitutto per il fatto che io sono e resto tuttora iscritto al P.C.I. per il fatto opportunistico (ma questo tipo di “opportunismo” mi sembra giustificato) che il P.C.I. egemonizza di fatto quegli spazi di espressione culturale che bene o male ti permettono di sbarcare il lunario. Ma questo è pur sempre un fatto secondario; ciò che veramente conta per me è la coscienza che il termine “anarchico” è ancora qualcosa di troppo grande per chi, come me, ha avuto si una sua maturazione in senso libertario, ma resta pur tuttavia limitato da tante contraddizioni nella vita pubblica e privata. Sono poi convinto che gli anarchici pensano – ed io sono d’accordo con loro – che al di là dell’etichetta conta che quel che si fa sia consono agli interessi delle masse. Una domanda mi sorge spontanea: allora, perché questa copertina così chiaramente anarchica? Alla base della mia scelta – spiega Trincale – vi è una valutazione dell’attuale situazione politica italiana. In primo luogo, il P.C.I. si avvia oggi in fretta verso quel compromesso storico che altro non è se non una pura e semplice spartizione del potere con socialisti, democristiani, repubblicani, ecc. Di fronte a questa politica del P.C.I. vi sono continuamente frange che si staccano dal partito e si organizzano alla sua sinistra, pronte però a ripercorrerne le tappe di avvicinamento al potere, innanzitutto con l’abbandono del terreno extra-parlamentare per quello parlamentare. Il che è logico, poiché sappiamo che il potere inquina. A questo punto io ritengo che l’unica alternativa a questo ripetersi della storia, che vede i partiti egemoni della classe operaia tendere continuamente al potere, sia l’autogestione, autogestione in tutti i campi della società. E poiché sono convinto che anche all’interno del P.C.I. vi siano tanti compagni di base che sentono le mie stesse esigenze, considero il mio disco (con la sua copertina) come uno degli strumenti validi per far crescere anche in loro quella maturità di coscienza libertaria che io ho, seppur contraddittoriamente, già raggiunto.
È cosa nota che il centralismo democratico del P.C.I. non ammette che i militanti del partito sgarrino e si permettano di criticare in pubblico le scelte ufficiali di organi direttivi. Lo faccio osservare a Trincale, che pure queste cose le sa meglio di me avendo militato per tanto tempo nel P.C.I. e che, per esperienza, sa quante volte i burocrati gli hanno censurato o vietato canzoni, perché ritenute “troppo estremiste”, inopportune, ecc. Io mi rendo conto che la copertina del mio ultimo disco assume per il P.C.I. un valore provocatorio: infatti io sono preparato, bene o male, a ricevere l’espulsione ufficiale dal partito o perlomeno l’emarginazione da quegli spazi di espressione culturale che, come ho detto prima, sono egemonizzati dal P.C.I. A questo proposito, permettimi di fare i miei complimenti a quella compagna Claudia V. per il suo ottimo articolo sull’A.R.C.I. (c.f.r. “A” 44).
A questo punto il discorso cade sulla validità della musica e del canto quali strumenti di intervento sociale sulla attuale realtà italiana. Trincale ha una sua opinione ben precisa, che gli deriva dalla sua ventennale esperienza nel contempo artistica e sociale. Ha infatti cominciato a cantare fin da ragazzo nella sua terra di Sicilia, andando in giro per le strade ad interpretare canzoni tradizionali incentrate sui temi dell’amore, del tradimento, della nostalgia, ecc. La sua maturazione culturale e sociale, iniziatasi già in quegli anni a contatto con la cultura delle classi subalterne siciliane (delle quali Trincale è fiero di essere un componente e, in un certo senso, un interprete), si è andata consolidando dopo la sua venuta al Nord, con i relativi problemi comuni a tutti gli immigrati. Impostosi all’attenzione del mondo musicale per le sue tre vittorie consecutive alla sagra dei cantastorie italiani (a Piacenza), Trincale si è sempre più buttato sulla tematica sociale, verificata quotidianamente a contatto con i lavoratori, con il popolo. I suoi “teatri” sono stati infatti per lo più le strade, le piazze, le fabbriche, le dimostrazioni; il suo pubblico (ed i suoi critici più validi) sono sempre stati i lavoratori, gli studenti, tutti coloro che nelle loro lotte lo hanno ritrovato a fianco della comune battaglia di emancipazione sociale. Le “noie” con l’autorità giudiziaria non sono mancate: basti qui citare il clamoroso episodio di Palermo, quando, nel corso del I Festival Pop (1971), il suo spettacolo fu bruscamente interrotto dall’intervento del vice-questore che bloccò l’impianto microfonico, trattenne per un’ora Trincale nel suo camerino e successivamente lo denunciò. La sua grave colpa era stata quella di cantare due sue canzoni particolarmente sgradite ai signori questurini: “La ballata di Pinelli” e “L’orologio del dottor Guida” . Un mese fa si è tenuto il processo e Trincale è stato assolto.
Non c’è che dire: Trincale è un cantautore sui generis, uno di quelli per cui l’impegno sociale non è un comodo alibi da esibire nelle discussioni salottiere. Quel è la sua opinione sulla cosiddetta musica alternativa?Secondo me – risponde Trincale – non si può parlare di “musica alternativa” o di “alternativa musicale” come se si trattasse di novità: essa è sempre esistita, infatti, e si identifica con tutta quella musica che il sistema ha sempre escluso dai suoi canali di diffusione. Pensiamo un attimo a quando non c’era ancora nemmeno la radio: il padrone si rompeva i coglioni perché le mondine cantavano le loro canzoni, canzoni di protesta e di lotta, e cercava già allora di imporre un’altra musica, di “far passare” altre canzoni (quelle d’amore, tanto per intenderci). Le canzoni delle mondine, in quella situazione, erano così strumento ed azione di lotta dei lavoratori, non riuscendo i padroni a monopolizzare il “mondo della canzone”. È il sistema che ha imposto la credenza secondo la quale per cantare sarebbe necessario studiare, servirsi di strumenti, ecc., mentre la realtà è che la voce – strumento umano che ci ha dato madre natura – non abbisogna di niente per essere utilizzata nel canto. Facendo credere, invece, che c’è bisogno di tutto un apparato “tecnico”, il sistema non ha voluto far altro che crearsi i suoi interpreti, al suo servizio, strozzando così la voce diretta del popolo che è l’unica vera “musica alternativa”. È proprio per difendere i loro interessi che i padroni hanno sempre escluso e combattuto la libera espressione delle masse. Il discorso si fa attuale: Trincale mette in luce l’illusione di quei giovani che credono di “fare” della musica alternativa solo perché si recano ad ascoltare i nuovi idoli della musica pop, senza accorgersi della nuova manovra dei grossi discografici che, fiutando il guadagno, stanno cavalcando la tigre di questa musica pseudo-alternativa e pseudo-impegnata che, in sostanza, non scalfisce di certo i loro interessi e non contribuisce a far maturare la coscienza delle masse.
Le ultime battute del mio colloquio con Trincale riguardano il suo ultimo disco. Gli faccio osservare che mal si conciliano con il titolo del disco (“Canti libertari”) almeno due punti: l’inno “Bandiera rossa” (intonato al termine di una bella canzone sui morti di Reggio Emilia) e soprattutto “Le quattro bandiere”, che si apre con un perentorio Bandiera nera la vogliamo no!: quale militante di un gruppo richiamantesi esplicitamente alla “Bandiera nera” e, più in generale, quale militante del movimento anarchico non posso certo apprezzare che venga salutata la bandiera rossa dei bolscevichi e venga rifiutata quella nera di Machno e degli anarchici in genere. È pur vero che la bandiera nera cui la canzone fa riferimento è quella dei fascisti, ma proprio in disco libertario andava prolungato quest’odioso equivoco sul quale – ce n’ha fornito testimonianza lo stesso Trincale – più di una volta hanno speculato i burocrati comunisti per confonderci con i fascisti? Trincale riconosce la contraddittorietà dei pezzi citati con il titolo e lo spirito del disco. Una contraddizione in più, a mio avviso, in questo “compagno libertario” ancora iscritto al P.C.I.



mercoledì 3 febbraio 2016

Un’altra guerra - Alex Zanotelli


Siamo alla vigilia di un’altra guerra contro la Libia, “a guida italiana” questa volta. Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già in Libia, per preparare l’arrivo di mille soldati britannici. L’operazione complessiva, capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere seimila soldati statunitensi ed europei per bloccare i cinquemila soldati dell’Isis. Il tutto verrà sdoganato come “un’operazione di peacekeeping e umanitaria”. L’Italia, dal canto suo, ha già trasferito a Trapani quattro cacciabombardieri AMX pronti a intervenire.
Il nostro paese-così sostiene il governo Renzi – attende però per intervenire l’invito del governo libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray. E altrettanto chiaro che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa, Pinotti, premono invece per un rapido intervento. Sarebbe però ora che il popolo italiano-tramite il Parlamento, si interrogasse, prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia. Infatti, se c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici. A questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’ oro ‘nero’ di quel paese. Come conseguenza, abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile, di tutti contro tutti, dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con questo passato, abbiamo, noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla testa di una coalizione militare?

Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli Usa da parte loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben presto aspettarci una guerra. Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodo gli Usa stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra. L’Italia sta infatti ricevendo dagli Stati uniti missili e bombe per armare i droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di milioni di dollari.
Non dimentichiamo che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni usati oggi anche per spiare la Libia. L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti islamici come l’Isisi. I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due paesi hanno propiziato la vendita di armi. Questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani (come l’Arabia Saudita, leggi Fermate quelle bombe).

lunedì 1 febbraio 2016

La sviolinata del Ministero dell’Interno a Casa Pound - baruda

Ma guarda tu, se un blog che tace da tempo con tanti “purtroppo” che lo rendono ormai muto deve riaprir bocca per parlar di fascisti. 
Di fascisti, quelli di cui nella vita ho sempre provato a non occuparmi a meno che non era un problema contingente e da risolvere rapidamente: come quando ti viene la diarrea, ecco.
I fascisti, dicevamo: ma mica quelli brutti e cattivi, neri e violenti che potete immaginare, sia mai.
Parliamo di una querela per diffamazione, presentata da Gianluca Iannone contro Paolo Persichetti: una querela vecchia come il cucco per un articolo uscito su un quotidiano ormai scomparso da tempo l’8 maggio del 2010 (che trovate a questo link: Più case, meno Pound)Il povero Iannone si è offeso tantissimo, perchè addirittura il Persichetti si sarebbe azzardato di metter per iscritto che “lo sfoggio di retorica giovanilista e vitalista con un target studentesco ben preciso, l’estetismo autocontemplativo, il «siamo belli come il sole», «17 anni tutta la vita», «giovinezza al potere» che rinviano ad una sorta di impoliticità ormonale, di onanismo ideologico, di acne militante e le canzoni di Rino Gaetano, non cancellano la lunga lista di aggressioni, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoa.”
Il tutto è un po’ surreale e potete trovare più informazioni sul blog di Paolo Persichetti, dove verranno pubblicati anche i vari aggiornamenti che questa storia avrà.
Ma niente di tutto ciò è realmente capace di suscitare il minimo interesse.
La cosa più interessante, soprattutto alla luce delle aggressioni di queste precedenti ore a Napoli avvenute a suon di sprangate e martellate (con splendidi vessilli della Decima Mas) è invece un documento (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) della Direzione centrale della Polizia di prevenzione datato 11 aprile 2015, con sigla in calce del prefetto Mario Papa, allegato dal legale di CasaPound Italia in una causa civile che vede coinvolta l’organizzione dei “fascisti del terzo millennio”, sulla base di una ordinanza emessa dal giudice.
Scoprirete a vostra insaputa che Casa Pound è in realtà quel che desideravate per i vostri figli, un gruppo di fanciulli dediti alla solidarietà e la tutela delle fasce deboli, giovincelli capaci di riportare alla luce “gli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio”, attenti al sovraffollamento carcerario e inseriti nelle rappresentanze studentesche.
Due fitte  ed empatiche pagine del Ministero dell’interno, con tanti di timbrini e protocolli, che lascia basiti: non manca il riferimento alle occupazioni di immobili in disuso effettuate da “Mutuo Sociale”, peccato che lo stesso ministero che tenta di accusare di organizzazione sovversiva ed estorsione i movimenti che da anni lottano per il diritto all’abitare a fianco dei senza casa e delle fasce precarie della società, le descrive come dei metodi per “la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitarne la riqualificazione”.
Veramente dei ragazzi stupendi, da desiderare nei quartieri e nelle piazzette.
Parola del Ministero dell’Interno!

Argentina: Milagro Sala è la prima prigioniera politica di Macrì – David Lifodi

La deputata del Parlasur incarcerata dal 16 gennaio con la surreale accusa di “istigazione al delitto”. La leader dell’organizzazione Tupac Amaru chiedeva giustizia per l’ondata di licenziamenti dei lavoratori delle cooperative affiliate alla sua associazione.
L’arresto e la detenzione di Milagro Sala rappresentano subito il volto più duro del macrismo. Leader dell’associazione Tupac Amaru, una delle organizzazioni sociali più attive nella provincia di Jujuy, nel nord dell’Argentina, la donna si trova in carcere con la surreale accusa di “istigazione al delitto”. La sua colpa è quella di aver occupato la piazza di fronte al palazzo del governatore provinciale Gerardo Morales, assieme ai movimenti sociali, per protestare contro il licenziamento dei lavoratori delle cooperative associate alla Tupac Amaru.
Il conflitto sociale che vede opposte le organizzazioni popolari a Gerardo Morales esemplifica bene a cosa andrà incontro l’Argentina sotto la presidenza di Mauricio Macri e il governo di Cambiemos, la sua coalizione. La campagna elettorale che ha condotto Morales fino alla presa della provincia di Jujuy è stata finanziata dall’ottuagenario Carlos Pedro Blaquier, uno degli uomini più ricchi del paese, costruttore di imbarcazioni, yacht e aerei, oltre ad essere collezionista di opere d’arte e proprietario del redditizio zuccherificio Ledesma. Già vicino al regime militare negli anni ‘70 e responsabile di aver facilitato il trasferimento di almeno 400 lavoratori dello zuccherificio direttamente ai centri di detenzione clandestini durante la cosiddetta noche del apagón, Blaquier non solo ha sostenuto economicamente gli sforzi di Morales per farlo giungere al governo della provincia di Jujuy, ma ha ampiamente foraggiato anche Macri. Entrambi sono espressione di quell’Argentina reazionaria e razzista che odia Milagro Sala in quanto donna, indigena e militante sociale. Da tempo Gerardo Morales aveva intenzione di farla pagare a Milagro Sala: la deputata del ParlaSur è divenuta uno dei simboli della protesta sociale che già divampa in tutto il paese contro le politiche imposte da Macri e dai suoi uomini, per questo il nuovo inquilino della Casa Rosada intende metterla a tacere e, al tempo stesso, farla finita una volta per tutte con le conquiste sociali raggiunte dal kirchnerismo. Non a caso la Tupac Amaru, sorta a seguito del default economico del 2001 e con una forte componente indigena, ha collaborato con Néstor e Cristina Kirchner ricevendo sussidi dal governo per costruire ospedali, scuole, quartieri e dato vita a centinaia di cooperative. Adesso, proprio a causa delle politiche economiche di Macri e, a cascata di Gerardo Morales, 66mila cooperativistas rischiano di rimanere senza lavoro: per questo motivo Milagro Sala aveva partecipato all’acampada di fronte al palazzo di governo di Morales, nel tentativo di strappare almeno la possibilità di un colloquio con il governatore. L’acampada si è ripetuta anche nella storica Plaza de Mayo della capitale Buenos Aires, ma, per tutta risposta, il potere ha inviato la polizia a filmare i manifestanti e, soprattutto a Jujuy, si sono viste circolare auto della polizia senza targa e poliziotti in borghese, come ai tempi del regime militare. Tutto ciò fa il paio con le minacce contro le Madres de la Plaza de Mayo a seguito della conquista della Casa Rosada da parte di Macri. Come dire: con l’attuale presidente può tornare l’impunità di una volta e la ricreazione dell’era kirchnerista è morta e sepolta. Le accuse contro Milagro Sala sono evidentemente di natura politica così come è ricattatorio garantire la sua liberazione solo se verranno tolte leacampadas. La presidentessa di Tupac Amaru è stata arrestata lo scorso 16 gennaio, ma l’occupazione della piazza a Jujuy andava avanti già da alcune settimane. Peraltro, il caso di Milagro Sala ha già varcato i confini argentini. Al presidente Macri, che si trovava a Davos per il forum economico, un giornalista ha chiesto i motivi per cui Milagro Sala si trova in carcere, sollecitando un paragone con il venezuelano Leopoldo López, condannato a 13 anni di carcere per aver promosso le guarimbas che lo scorso febbraio, a Caracas, hanno causato la morte di 43 persone. Macri, che anche durante la campagna per le presidenziali aveva speso tempo ed energie a garantire che si sarebbe battuto per la librazione del leader dell’ultradestra venezuelana nel caso in cui avesse raggiunto la Casa Rosada, ha risposto testualmente che quest’ultimo, rispetto alla dirigente di Tupac Amaru, non aveva mai commesso nulla di male. E, a rincarare la dose, nei confronti di Milagro Sala è stato rispolverato un odioso editoriale pubblicato nel 2012 dal quotidiano di destra La Nación in cui si accusa la donna e l’associazione che presiede di aver speculato e di aver tratto vantaggi personali dai fondi concessi dal kirchnerismo per opere sociali.
Milagro Sala, per il momento, resta comunque in prigione e rischia una condanna fino a sei anni di carcere por supuesto tumulto e instigación a cometer delitos. Questi sono i primi effetti dell’Argentina macrista, e purtroppo siamo solo all’inizio.
(tratto da www.peacelink.it – 30 gennaio)

Se veramente quella gente difendesse la famiglia… - baruda

La famiglia non è sotto attacco eppure qualcuno (pochi) ha deciso di scendere in piazza in suo sostegno, “a sua difesa”. Una manifestazione dai toni aggressivi ed escludenti, nascosti dietro immagini amorevoli e smielate di unità familiare, di moralità e sacra unione.
Queste famiglie sono militanti, scelgono di scendere in piazza, di ostentare un “guardate chi siamo e quanto siamo belli e giusti”, hanno energie da vendere in un’era più che apatica.
Qualche centinaio di km più a sud, pochissimi, e in qualche isoletta di un nostro paese limitrofo, muoiono affogate centinaia di famiglie.
Famiglie eh!?! Proprio quelle che piacciono a loro.
La maggiorparte dei morti affogati (morti affogati, una cosa inenarrabile nella nostra epoca di tecnologie avanzate e finger food) sono proprio il ritratto della famiglia che dovrebbe piacere tanto all’armata del Ku Klux Klan scesa ieri al Circo Massimo.
Un papà, una mamma e tanti tanti figli: famiglie eterosessuali, unite dal sacro vincolo matrimoniale, famiglie che chiedono aiuto proprio a noi,
e mentre lo chiedono annaspano nell’acqua gelida fino a morire.
Sopravvivono a volte, ma hanno visto i propri figli deglutiti dalla bocca dell’Europa, gluc, mandati giù in un sol boccone, dissolti nel blu.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia, non potrebbe sopravvivere inerme davanti all’affogamento della famiglia.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia (cosa cazzo sarà poi mai sta famiglia) insegnerebbe ai propri figli a difenderla, salvando vite in mare.
Organizzando una vera solidarietà “in difesa della famiglia”.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia, tante donne e tanti uomini arriverebbero qui con i figli in braccio, su un corridoio umanitario dignitoso e percorribile.
Ci vorrebbe così poco…