mi è capitato di ascoltarlo in concerto l'estate scorsa, mi è piaciuto, ho preso il cd e non so quante volte l'ho ascoltato, spero non si consumi, e ogni volta non annoia un secondo. un concept album come quelli di una volta, e durerà nel tempo, è sicuro. c'è una controindicazione, potreste non staccarvene più, ma ci sono cose peggiori, no? buon ascolto - franz
Uno dei migliori dischi dell’anno. Si dice che il secondo disco sia
sempre più difficile per quelli che ben iniziano. “La macarena su Roma” fu un
caso musicale enorme, il seguito lo ha addirittura superato tanto da far
spolverare paragoni col Battisti più sperimentale. Un concept album di sei
pezzi divisi tra strumentali e cantati dove viene rappresentata una riflessione
sul legame tra l’uomo e gli altri esseri viventi, una rivendicazione culturale che
ragiona sulla fratellanza dei popoli. Un disco bello, solido, inusuale per il
panorama italiano e che è già diventato un classico della musica indipendente
nazionale. Nel lavoro si ergono il pezzo “Stormi” e i suoni sospesi, rarefatti,
come un drone che sorvola la Sardegna, la fotografa e si inserisce nei boschi
dell’interno a coglierne rumori e suoni. Si sentono canti a tenore, la
tradizione isolana che prende possesso dell’elettronica per farne un nuovo
genere, bellissimo.
…Cinque
anni di silenzio pressoché assoluto separano l’esordio diIOSONOUNCANEda questa seconda prova. Cinque anni
che paiono cinquecento, alla luce della diversità midollare dei due dischi:La Macarena Su Roma(recuperatelo:
debutto allucinante), alienato affresco contemporaneo di una società in rovina,
ci aveva fatto conoscere il talento folle diJacopo
Incani, il suo irridente canto strascicato, le invettive al contrario, la
sua elettronica giocattolosa e le chitarre puntute;Diece lo restituisce su un piedistallo
altissimo, creatore – e creato a sua volta – di un monumento rigoglioso e
tentacolare, mistico ma oltremodo terreno. Una sorta di concept (orrida
definizione) sulla vita che va via e su quella che resta, atavica come radice
millenaria, ma puntata verso il cielo. C’è una bellezza violenta in questi
solchi, una specie di grazia deforme che atterrisce e gratifica, attraverso
un’unica lunga suite in sei episodi per trentotto sbalorditivi minuti,
cesellati minuziosamente, curati allo spasimo in ogni singolo frammento,
destrutturati e ricomposti secondo una logica schizoide ma oscenamente lucida…
Manca ancora
qualcosa alla fine di questo 2015 ma c’è un disco che, già in piena estate, si
è imposto come serio candidato a Disco Italiano dell’Anno. Parlo diDie, di Iosonouncane. Non voglio
parlare del panorama musicale contemporaneo, ma dell’ambizioneletterariadel disco. I testi, in poche parole.
Come se fossimo nel 2025 eDiefosse già canonizzato. Non uno
sforzo eccessivo, per quanto mi riguarda.
Prima di
immergermi in un oceano di materiale avrei voluto intervistare Jacopo Incani —
il suo vero nome. Ho preferito però fermarmi prima di scrivergli, perché 1)
Iosonouncane ha rilasciato, e non scherzo, tra le 30 e 40 interviste nel giro
di sei mesi e 2) inevitabilmente, qui sotto, andrò incontro a chiavi di lettura
personali e osservazioni che non possono essere altro che pallidi ritratti di
scontri ad alta quota. Mi affido a Incani stesso,quandosostiene
che
«Ogni
interpretazione e ogni lettura sono legittime e inevitabili. Ho lavorato
proprio in questo senso, creando diversi piani interpretativi. Ci si può
fermare alle melodie o all’impatto sonoro, oppure arrivare a cogliere tutti i
richiami interni fra i brani e le sfumature semantiche di ogni parola
ricorrente. Va bene tutto».
Buono a sapersi.
Le parole diDieincarnano una quantità inaudita di
riferimenti più o meno espliciti: lo stesso Incani (mi piace chiamarlo per
cognome, come se ai testi rispondesse una persona diversa da quella che compone
le tracce) lo cita spesso e volentieri quando interrogato sulle influenze degli
ultimi cinque anni.
«Ho lavorato
anche sulla base delle letture di quel periodo: John Steinbeck, Ernest
Hemingway, Albert Camus e Cesare Pavese, di cui ho letto e riletto in modo
ossessivo il poemettoLa
terra e la morte».
«Ho letto
tantissimo durante la lavorazione dei testi e su quelle letture ho preso
appunti quotidianamente, trascrivendoli decine di volte, asciugandoli,
sintetizzandoli. Di Pavese ho approfondito in maniera particolare il ciclo di
poesieLa terra e la morte».
«Ho lavorato
quotidianamente e per circa tre anni intorno a queste parole, raccogliendo una
marea di appunti, riscrivendo ossessivamente le immagini di cui disponevo,
studiando alcuni autori (Pavese, Camus […])».
(Pavese viene
citato in altre interviste che riproporrò più avanti.)
Non intendo
quindi nemmeno minimamente, lontanamente, vagamente alludere a un plagio o a
qualche idiozia del genere: chiunque si sia cimentato nel leggeremoltoe scriverequalcosasa come certe parole e certi giri di
frase iniziano, inconsciamente, a imprimersi nelle pieghe tenui del cervello.
Il lavoro svolto
sui testi di Incani non è da vedere quindi come una vivisezione ma come un
omaggio, o un riconoscimento non richiesto nei confronti di chi si è dedicato
alla creazione di un lavoro onesto, coeso, originale.
Di cosa parlaDie, in poche parole? Più che
raccontare,Diedipinge paesaggio — molto mare,
lunghe rive, sole alto, terra morta — in cui un LUI e una LEI sono sospesi;
sembrano lontani, LUI lontano nel mare, LEI immobile al sole. A unirli una
disperata paura di non vedersi più. Se c’è qualcosa che il discoraccontaè la sagoma dei pensieri che i due si
trovano a condividere nello stesso istante. Qualche secondo dilatato in una
“suite di 38 minuti circa divisa in sei parti o brani, due corali ad aprire e
chiudere il disco, e quattro centrali scritti in prima persona, due per ogni
protagonista.” SempreIncani. C’è dell’ambizione. Come si chiama
un’ambizione proiettata in qualcosa di effettivo?...
Il 31 gennaio
2016è morto a Roma Astrit Dakli. Questo
suo editoriale sulla morte di migranti a Portopalo, in Sicilia, è stato
pubblicato sul manifesto del 10 agosto 2004.
Ventotto persone – è il conto ufficiale – sono state uccise
nel Mediterraneo nei giorni scorsi, mentre tentavano di raggiungere dall’Africa
le coste europee.
Sono state uccise, assassinate, anche se nessuno ha premuto
il grilletto: dire semplicemente che sono morte – e magari imbellettarsi con la
generosità dei soccorsi prodigati ai superstiti portati all’asciutto in Europa
(sorvolando sul fatto che saranno immediatamente rinchiusi in un lager e poi
rispediti in Africa) significa nascondere la verità e coprire gli assassini.
Che esistono e hanno nomi e cognomi, anche se le leggi vigenti non rendono
facile chiamarli in giudizio.
Inutile far finta di niente: in base alle regole della
democrazia, gli assassini di quelle ventotto persone – nonché di molte altre
che sono state uccise prima di loro e di chissà quante che saranno uccise in
futuro – siamo noi. Noi cittadini europei, noi che abbiamo eletto governanti e
dirigenti politici (italiani in prima fila, ma in buona compagnia) sulla base
di mandati che hanno questi omicidi come conseguenza inevitabile. Sono questi
governanti che hanno via via modificato le regole di comportamento in mare,
trasformando un elementare e tradizionale dovere umanitario – soccorrere chi
rischia di affogare – valido da quando esiste la navigazione, in un temerario
atto quasi delittuoso. Un atto che può portare addirittura in galera (come
spiega bene oggi su queste colonne Elias Bierdel, il responsabile della Cap
Anamur) se compiuto senza rispettare una sempre più complessa e rigida sequenza
di preavvisi e autorizzazioni, senza consultare sempre più numerosi e
burocratici organismi di controllo, senza passare insomma attraverso un
labirinto al cui interno basta l’assenza o la svogliatezza di un funzionario a
fermar tutto – per il tempo necessario a far crepare chi sta annegando.
Un meccanismo costruito apposta per scoraggiare lo spirito
umanitario di chi si trova in mare; e per consentire a chi deve decidere
qualcosa a terra di lavarsene le mani, ributtando su altri la responsabilità:
una capitaneria sull’altra, un comando sull’altro, un governo sull’altro, fino
alle ovvie conseguenze.
E’ la paura che spinge gli animali feroci a uccidere, si sa.
Ed è la paura che ha spinto i cittadini e i governanti dell’Europa a 25 a
rinnegare l’umanità e gli ideali che di quell’Europa dovrebbero essere il
fondamento e a costruire la macchina che ferma i migranti in mare, uccidendoli.
Una paura logica: abbiamo sulle spalle infiniti delitti, guerre e stermini
compiuti contro i popoli da cui provengono i migranti di oggi; e temiamo che ci
si presenti il conto. Non era la paura dei propri passati delitti che spingeva
i leader della defunta Ddr a montare sulle frontiere i famigerati fucili
automatici, che sparavano da soli su chi cercava di oltrepassarle? Ma non era
una buona idea, e non li ha salvati.
qui il sito di Franco
Trincale qui37 canzoni di Franco Trincale
Trincale,
ecco il mandante - Fulvio Abbate
Trincale, il cantastorie Franco Trincale,
abbracciato alla sua immancabile chitarra tutta scarabocchiata, lo ricordo
popolare, quasi un Beatles o il santo patrono, sul finire degli anni Sessanta.
A
Trincale, pensandoci bene, personalmente, devo perfino qualcosa. Certo, gli
devo una bella lezione di stile e di civiltà. E' il 1971: e ci troviamo a
Palermo durante la festa meridionale dell'Unità. Ed eccolo, Trincale, sta in
piedi sotto il palco del comizio, vestito come un autentico blouson noir, o
piuttosto un operaio che sta per tornarsene definitivamente in paradiso. A un
certo punto, un ragazzino gli chiede un autografo. Trincale lo squadra e
sbotta.: "Ma a che ti serve l'autografo?". Non c'è cattiveria, né
falsa modestia nella sua reazione, Trincale sta semplicemente spiegando al
ragazzetto che il tempo dei divi stronzi che se la tirano è per sempre morto
grazie alla nascita di un nuovo tipo d'artista: tipo lui, insomma.
D'altronde,
in quel contesto, Trincale ha tutte le carte in regola per essere trattato
perfino dai piccoli come un protagonista, un beniamino, meglio, come un papa.
Un anno prima, infatti, durante il "Festival di Palermo Pop 70", il
nostro, per il solo fatto di aver cantato la sua ballata sulla guerra del
Vietnam, se l'è vista brutta. I suoi versi contro "Nixon boia" hanno
reso idrofobo il questore che, dapprima gli ha staccato il volume, poi, sempre
più gonfio di livore, ha ringhiato così: "Farò di tutto per dargli delle
noie!".
Trincale
non ci ha fatto caso e, qualche anno dopo, in un libro che documenta tutte le
sue imprese canore e militanti, ha incollato anche il ritaglio de
"L'Ora" dove quella vicenda viene raccontata nei particolari. Il
testo che inviperì il questore? Ah, sì, eccolo: "Per ogni Coca Cola che tu
bevi/un proiettile all'America hai pagato". Il fatto è che la stessa
canzone non piacque a Giancarlo Pajetta, all'epoca direttore del
"L'Unità", che infatti prese carta e penna e gli scrisse: "Mi
pare eccessivo dire a chi beve (del resto molto innocentemente) la Coca Cola o
a chi mangia una banana, che aiuta a pagare una pallottola per uccidere un
vietnamita...". Non è tutto, se infatti sfogli ancora la sua autobiografia
del 1979, Dieci anni in piazza, scopri ancora una storia di militanza che
affastella la Ballata di Pinelli, le lotte, operaie, l'emigrazione, lo scandalo
Lockeed, la vita in famiglia senza molte lire, la sua uscita dal Pci.
Trincale,
il cantastorie Franco Trincale, in questo nostro fiammante 2002, pensavo che
esistesse ormai soltanto nel magazzino irreale del ricordo di certi tempi
politici scaduti, quelli appunto in cui i militanti più fortunati potevano
esibire al dito un prestigioso anello realizzato nel paese di Ho Chi Minh,
grazie al metallo ricavato dai B-52 abbattuti dalla contraerea vietcong. E
invece? Invece, Trincale me lo sono ritrovato pochi giorni fa di nuovo stampato
sul giornale più contemporaneo che mai. E' successo che Trincale, il
cantastorie Franco Trincale, come già era accaduto con quel questore più di
trent'anni prima, stavolta è riuscito a far incazzare addirittura Berlusconi o
piuttosto qualche suo aiutante di campo. In questo modo, Trincale, è proprio il
caso di dirlo, è entrato di diritto nella contemporaneità della seconda
repubblica.
I fatti?
Facciamoceli raccontare da lui stesso, da un Trincale quasi settantenne con
barba bianca natalizia e sito internet www.trincale.com che nel
frattempo canta così: "Vanna Marchi qua e là, Bruno Vespa bla bla
bla...". "Ho bisogno di voi!" denuncia infatti il cantastorie:
"Quello che mi sta accadendo è una cosa che non mi aspettavo. Una cosa
volgare, di basso profilo politico e morale. Berlusconi coinvolge anche me nel
suo contesto di bugie e allarmismo per fare spostare da Milano il processo a
carico suo e di Previti. Il 10 febbraio scorso mentre mi esibivo nei pressi di
piazza Duomo a Milano mi è accaduto un fatto...". Insomma, prosegue
Trincale, "nelle 66 pagine del Dossier-Denuncia, che Berlusconi ha
presentato al Tribunale di Milano, per dimostrare che Milano è una sede
"inquinata" ed influenzata da fatti, tra i quali anche quello di
questo semplice e "povero" cantastorie. Il 10 di febbraio scorso,
mentre cantavo nei pressi di piazza Duomo, tra l'altro una ballata di satira
non su Berlusconi, ma sul matrimonio di Monsignor Milingo, un giovane ed una
giovane del pubblico smorfiavano continuamente ed esageratamente la mia musica,
facendo balletti e rivolgendomi parole offensive, io li ho invitati più volte
ad allontanarsi, perché distraevano il pubblico, ma la loro insistenza ha
richiesto l'intervento della polizia, chiamata da alcuni cittadini, poiché nel
mentre quel giovane che continuava ad offendermi, mi aveva aggredito,
causandomi anche ferite sanguinanti alla fronte, alla gamba destra, e una
contusione al costato sinistro, come appunto hanno potuto constatare i
cittadini presenti e successivamente l'ambulanza e la volante intervenuta".
Il resto
è cosa nota, un uomo poco incline alla commozione come Francesco Merlo, sul
"Corriere della Sera", è addirittura intervenuto in sua difesa, segno
che qualcosa non va proprio per il verso giusto, segno che la preoccupazione di
un cantastorie nato a Militello Val di Catania, che alle elementari fu compagno
di classe di uno che ce l'ha fatta come Pippo Baudo, non sono poi così campate
in aria, se poi tieni conto che gli amici de "Il Giornale" si sono
messi invece lì a dargli addosso perfino su una storia di licenza per cantare
sul suolo pubblico, vuol dire forse che nuove nubi si addensano sul cielo della
repubblica.
Trincale,
alla fine, ne approfitterà per scrivere nuove implacabili ballate da intonare
nella sua Milano. Sempre lì, davanti alla Rinascente. Lo confesso senza nessuno
disagio: mi sono divertito, ho provato gioia e perfino un senso di lugubre
leggerezza ritrovando, come se non fosse trascorso neppure un anno, la sagoma
di Trincale. Dico lugubre perché le sue storie, spesso e volentieri, parlano di
miseria e di calci presi sui denti dai più sfigati, da chi lavora, da chi non
ha neppure una casa che non sia di quelle che vengono occupate nottetempo, ma
parlo anche di leggerezza perché in fondo in fondo i giorni di lotta trascorsi
tutti insieme, magari davanti a un braciere, davanti a una fabbrica altrettanto
occupata danno comunque l'idea dell'esserci al mondo, di stare lì a fare
qualcosa che serva a potersi dire "compagni". Fra le foto, fra i
ritagli, fra i "retablo", ovvero i cartelloni, fra i trafiletti che
Trincale ha tenuto da parte in tutti questi anni ce ne sono alcuni, anzi, molti
che parlano di stragi, di misteri di stato, di cose oscure che nonostante il
tempo, come diceva il suo conterraneo Sciascia, aggiungono "nero su
nero". Storie di ieri, ma anche storie di oggi, se è certo che anche
quest'ultimo delitto oscuro di Bologna assai presto troverà posto nell'infinita
ballata civile di Trincale Francesco, il cantastorie, il mandante.
Beffeggiare il potere
A colloquio con Franco Trincale, il cantastorie che infastidisce Berlusconi
La libertà d'espressione subisce di questi tempi forti attacchi da parte
del potere.
Pubblichiamo in merito un'intervista a Franco Trincale, denunciato da
Berlusconi per la sua attività di cantastorie e l'appello di Indymedia per la
manifestazione del 16 a Roma "Reclaim your media!".
Abbiamo incontrato Franco Trincale, cantastorie siciliano attivo da
quarant'anni, vive a Milano ed è molto conosciuto dai compagni. Silvio
Berlusconi, a causa delle sue canzoni, lo ha citato come elemento di disturbo
per lo svolgimento del processo SME
Per motivi di spazio, abbiamo dovuto sintetizzare la conversazione che
abbiamo avuto con lui.
Tu che sei l'ultimo dei cantastorie, in cosa consiste il tuo ruolo?
Il cantastorie è colui che nelle piccole comunità portava le notizie che
altrimenti non sarebbero giunte: il suo compito era fondamentale. Nel suo
lavoro è più importante il testo che la musica. Io oggi non ho notizie nuove da
raccontare, perché questo è compito di altri tipi di informazione. Allora cosa
faccio? Avendo maturato una coscienza comunista/libertaria, nella notizia colgo
l'essenza critica da rimarcare. Cioè quello che i giornali non dicono.
Berlusconi dice di te: ".... Francesco Trincale che si porta presso la
piazza del Duomo ogni fine settimana per vendere materiale diffamatorio,
altresì arringando i numerosi presenti con ulteriori diffamatorie
prospettazioni....." e ti considera uno dei motivi per cui il suo processo
debba essere spostato da Milano. Tu che ne pensi?
Io credo che se al posto di Berlusconi ci fosse D'Alema le cose non
cambierebbero.
Il cantastorie beffeggia il potere ed io ho fatto sempre questo. Ancora
adesso, come ho fatto con Craxi, D'Alema, beffeggio Berlusconi: se lui ha una
serie di processi in ballo non è certo colpa mia. Io canto le
"berlusconate": nel 1994 ho fatto il "berluschino", cioè il
bambinello apprendista, preso per la manina da Craxi che lo porta nell'orto
della politica.
"Berluschino piccolin,
già attaccato al cadreghin,
già muovevi i primi passi,
attaccato all'orto Craxi....."
Io canto qualsiasi notizia: nel '69 ho cantato la morte di Pinelli ed oggi
canto contro la guerra, canto la morte di Carlo Giuliani a Genova...
Uno dei pericoli è quindi, secondo te, quello di togliere spazi di libertà?
Questo è molto importante: adesso diranno che la zona del Duomo è
"sacra". Già ora vengono i vigili varie volte al giorno a cercare di
farmi smettere o intimidirmi.
L'arte di strada è molto importante: ho ricevuto solidarietà da tutte le
parti del mondo.
Io canto le notizie mentre accadono... Io sono con la classe operaia....e
sono stato dovunque fosse necessario cantare contro il potere: ho cantato
Piazza Fontana, ho cantato per Pinelli sotto la questura, per Ustica.
Per adesso voi siete l'unico giornale che è venuto ad intervistarmi: nessun
altro ha considerato importante venire a parlare con me.
In questo momento io ho bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei
cantastorie, un valore culturale.
Io sono dalla parte della gente che lotta per la libertà, questo vorrei che
fosse chiaro. L'attacco alla mia figura è un attacco alla libertà di
espressione. Questo fatto va chiarito e denunciato perché è un fatto politico
grave.
Io credo che il fatto politico è grave perché si attacca un cantastorie che
è impegnato da sempre ed è, in qualche modo, la cattiva coscienza del potere.
Il tuo modo di esprimerti piace alla gente e questo è pericoloso.
È fondamentale quindi esprimerti in questo momento una forte solidarietà.
Insieme possiamo quindi concludere che la cosa più importante è difendere
tutti gli spazi di libertà, lottare affinché la strada, le piazze siano luoghi
liberi in cui ognuno possa esprimere il proprio pensiero.
Il noto
cantautore sociale, ancora iscritto al P.C.I., contesta la linea del partito e
si dichiara fautore dell’autogestione – Fino a quando Berlinguer & C.
saranno disposti a tollerarlo?
Due grandi A
cerchiate e la scritta “La casa è di chi l’abita” tracciate sul muro, davanti
al quale lui sta in piedi con la sua fida chitarra: questa la copertina
dell’ultimo l.p. di Franco Trincale, intitolato “canti libertari”.
Allora – chiedo
subito a Trincale, venutoci a trovare in redazione – si può ormai parlare di
Franco Trincale anarchico?No,
non si può ancora parlare di me come di un anarchico, e questo per due motivi:
innanzitutto per il fatto che io sono e resto tuttora iscritto al P.C.I. per il
fatto opportunistico (ma questo tipo di “opportunismo” mi sembra giustificato)
che il P.C.I. egemonizza di fatto quegli spazi di espressione culturale che
bene o male ti permettono di sbarcare il lunario. Ma questo è pur sempre un
fatto secondario; ciò che veramente conta per me è la coscienza che il termine
“anarchico” è ancora qualcosa di troppo grande per chi, come me, ha avuto si
una sua maturazione in senso libertario, ma resta pur tuttavia limitato da
tante contraddizioni nella vita pubblica e privata. Sono poi convinto che gli
anarchici pensano – ed io sono d’accordo con loro – che al di là dell’etichetta
conta che quel che si fa sia consono agli interessi delle masse.Una domanda mi sorge spontanea:
allora, perché questa copertina così chiaramente anarchica?Alla base della mia scelta– spiega Trincale –vi è una valutazione dell’attuale
situazione politica italiana. In primo luogo, il P.C.I. si avvia oggi in fretta
verso quel compromesso storico che altro non è se non una pura e semplice
spartizione del potere con socialisti, democristiani, repubblicani, ecc. Di
fronte a questa politica del P.C.I. vi sono continuamente frange che si
staccano dal partito e si organizzano alla sua sinistra, pronte però a
ripercorrerne le tappe di avvicinamento al potere, innanzitutto con l’abbandono
del terreno extra-parlamentare per quello parlamentare. Il che è logico, poiché
sappiamo che il potere inquina. A questo punto io ritengo che l’unica
alternativa a questo ripetersi della storia, che vede i partiti egemoni della
classe operaia tendere continuamente al potere, sia l’autogestione,
autogestione in tutti i campi della società. E poiché sono convinto che anche
all’interno del P.C.I. vi siano tanti compagni di base che sentono le mie
stesse esigenze, considero il mio disco (con la sua copertina) come uno degli
strumenti validi per far crescere anche in loro quella maturità di coscienza
libertaria che io ho, seppur contraddittoriamente, già raggiunto.
È cosa nota che
il centralismo democratico del P.C.I. non ammette che i militanti del partito
sgarrino e si permettano di criticare in pubblico le scelte ufficiali di organi
direttivi. Lo faccio osservare a Trincale, che pure queste cose le sa meglio di
me avendo militato per tanto tempo nel P.C.I. e che, per esperienza, sa quante
volte i burocrati gli hanno censurato o vietato canzoni, perché ritenute
“troppo estremiste”, inopportune, ecc.Io
mi rendo conto che la copertina del mio ultimo disco assume per il P.C.I. un
valore provocatorio: infatti io sono preparato, bene o male, a ricevere
l’espulsione ufficiale dal partito o perlomeno l’emarginazione da quegli spazi
di espressione culturale che, come ho detto prima, sono egemonizzati dal P.C.I.
A questo proposito, permettimi di fare i miei complimenti a quella compagna Claudia
V. per il suo ottimo articolo sull’A.R.C.I.(c.f.r. “A” 44).
A questo punto
il discorso cade sulla validità della musica e del canto quali strumenti di
intervento sociale sulla attuale realtà italiana. Trincale ha una sua opinione
ben precisa, che gli deriva dalla sua ventennale esperienza nel contempo
artistica e sociale. Ha infatti cominciato a cantare fin da ragazzo nella sua
terra di Sicilia, andando in giro per le strade ad interpretare canzoni
tradizionali incentrate sui temi dell’amore, del tradimento, della nostalgia,
ecc. La sua maturazione culturale e sociale, iniziatasi già in quegli anni a
contatto con la cultura delle classi subalterne siciliane (delle quali Trincale
è fiero di essere un componente e, in un certo senso, un interprete), si è
andata consolidando dopo la sua venuta al Nord, con i relativi problemi comuni
a tutti gli immigrati. Impostosi all’attenzione del mondo musicale per le sue
tre vittorie consecutive alla sagra dei cantastorie italiani (a Piacenza),
Trincale si è sempre più buttato sulla tematica sociale, verificata
quotidianamente a contatto con i lavoratori, con il popolo. I suoi “teatri”
sono stati infatti per lo più le strade, le piazze, le fabbriche, le
dimostrazioni; il suo pubblico (ed i suoi critici più validi) sono sempre stati
i lavoratori, gli studenti, tutti coloro che nelle loro lotte lo hanno
ritrovato a fianco della comune battaglia di emancipazione sociale. Le “noie”
con l’autorità giudiziaria non sono mancate: basti qui citare il clamoroso
episodio di Palermo, quando, nel corso del I Festival Pop (1971), il suo
spettacolo fu bruscamente interrotto dall’intervento del vice-questore che
bloccò l’impianto microfonico, trattenne per un’ora Trincale nel suo camerino e
successivamente lo denunciò. La sua grave colpa era stata quella di cantare due
sue canzoni particolarmente sgradite ai signori questurini: “La ballata di
Pinelli” e “L’orologio del dottor Guida” . Un mese fa si è tenuto
il processo e Trincale è stato assolto.
Non c’è che
dire: Trincale è un cantautore sui generis, uno di quelli per cui l’impegno
sociale non è un comodo alibi da esibire nelle discussioni salottiere. Quel è
la sua opinione sulla cosiddetta musica alternativa?Secondo me– risponde Trincale –non si può parlare di “musica
alternativa” o di “alternativa musicale” come se si trattasse di novità: essa è
sempre esistita, infatti, e si identifica con tutta quella musica che il
sistema ha sempre escluso dai suoi canali di diffusione. Pensiamo un attimo a
quando non c’era ancora nemmeno la radio: il padrone si rompeva i coglioni
perché le mondine cantavano le loro canzoni, canzoni di protesta e di lotta, e
cercava già allora di imporre un’altra musica, di “far passare” altre canzoni
(quelle d’amore, tanto per intenderci). Le canzoni delle mondine, in quella
situazione, erano così strumento ed azione di lotta dei lavoratori, non
riuscendo i padroni a monopolizzare il “mondo della canzone”. È il sistema che
ha imposto la credenza secondo la quale per cantare sarebbe necessario
studiare, servirsi di strumenti, ecc., mentre la realtà è che la voce –
strumento umano che ci ha dato madre natura – non abbisogna di niente per
essere utilizzata nel canto. Facendo credere, invece, che c’è bisogno di tutto
un apparato “tecnico”, il sistema non ha voluto far altro che crearsi isuoiinterpreti, al suo
servizio, strozzando così la voce diretta del popolo che è l’unica vera “musica
alternativa”. È proprio per difendere i loro interessi che i padroni hanno
sempre escluso e combattuto la libera espressione delle masse.Il discorso si fa attuale:
Trincale mette in luce l’illusione di quei giovani che credono di “fare” della
musica alternativa solo perché si recano ad ascoltare i nuovi idoli della
musica pop, senza accorgersi della nuova manovra dei grossi discografici che,
fiutando il guadagno, stanno cavalcando la tigre di questa musica
pseudo-alternativa e pseudo-impegnata che, in sostanza, non scalfisce di certo
i loro interessi e non contribuisce a far maturare la coscienza delle masse.
Le ultime
battute del mio colloquio con Trincale riguardano il suo ultimo disco. Gli
faccio osservare che mal si conciliano con il titolo del disco (“Canti
libertari”) almeno due punti: l’inno “Bandiera rossa” (intonato al termine di
una bella canzone sui morti di Reggio Emilia) e soprattutto “Le quattro
bandiere”, che si apre con un perentorio Bandiera nera la vogliamo no!: quale
militante di un gruppo richiamantesi esplicitamente alla “Bandiera nera” e, più
in generale, quale militante del movimento anarchico non posso certo apprezzare
che venga salutata la bandiera rossa dei bolscevichi e venga rifiutata quella
nera di Machno e degli anarchici in genere. È pur vero che la bandiera nera cui
la canzone fa riferimento è quella dei fascisti, ma proprio in disco libertario
andava prolungato quest’odioso equivoco sul quale – ce n’ha fornito
testimonianza lo stesso Trincale – più di una volta hanno speculato i burocrati
comunisti per confonderci con i fascisti? Trincale riconosce la
contraddittorietà dei pezzi citati con il titolo e lo spirito del disco. Una
contraddizione in più, a mio avviso, in questo “compagno libertario” ancora
iscritto al P.C.I.
Siamo
alla vigilia di un’altra guerra contro la Libia, “a guida italiana” questa volta.
Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già in Libia, per
preparare l’arrivo di mille soldati britannici. L’operazione complessiva,
capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere seimila soldati
statunitensi ed europei per bloccare i cinquemila soldati dell’Isis.Il
tutto verrà sdoganato come “un’operazione di peacekeeping e umanitaria”. L’Italia,
dal canto suo, ha già trasferito a Trapani quattro cacciabombardieri AMX pronti
a intervenire.
Il nostro paese-così
sostiene il governo Renzi – attende però per intervenire l’invito del governo
libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray. E altrettanto chiaro
che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa,
Pinotti, premono invece per un rapido intervento.Sarebbe però ora che il popolo italiano-tramite il Parlamento, si
interrogasse, prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia.Infatti,se
c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione
coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici.A
questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la
democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’ oro ‘nero’ di quel paese.
Come conseguenza,abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile,di tutti contro tutti,
dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con
questo passato, abbiamo, noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla
testa di una coalizione militare?
Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli Usa da parte
loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben
presto aspettarci una guerra.Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodogli
Usa stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra.L’Italia
sta infatti ricevendo dagli Stati uniti missili e bombe per armarei droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di
milioni di dollari.
Non dimentichiamo
che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni
usati oggi anche per spiare la Libia.L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante
soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti
islamici come l’Isisi.I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due paesi hanno propiziato la
vendita di armi. Questo in barba alla legge 185 che
proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non
rispettano i diritti umani (come l’Arabia Saudita, leggi Fermate
quelle bombe).
Ma guarda tu, se un blog che tace da
tempo con tanti “purtroppo” che lo rendono ormai muto deve riaprir bocca per
parlar di fascisti.
Di fascisti, quelli di cui nella vita ho sempre provato a non occuparmi a meno
che non era un problema contingente e da risolvere rapidamente: come quando ti
viene la diarrea, ecco.
I fascisti, dicevamo: ma mica quelli brutti e cattivi, neri e violenti che
potete immaginare, sia mai.
Parliamo di una querela per diffamazione, presentata da Gianluca Iannone contro
Paolo Persichetti: una querela vecchia come il cucco per un articolo uscito su
un quotidiano ormai scomparso da tempo l’8 maggio del 2010 (che trovate a
questo link:Più case, meno Pound)Il povero Iannone si è offeso tantissimo,
perchè addirittura il Persichetti si sarebbe azzardato di metter per iscritto
che “lo sfoggio di retorica giovanilista e vitalista con un target studentesco
ben preciso, l’estetismo autocontemplativo, il «siamo belli come il sole», «17
anni tutta la vita», «giovinezza al potere» che rinviano ad una sorta di
impoliticità ormonale, di onanismo ideologico, di acne militante e le canzoni
di Rino Gaetano, non cancellano la lunga lista di aggressioni, iniziative
contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoa.”
Il tutto è un po’ surreale e potete trovare più informazioni sul blog di Paolo
Persichetti, dove verranno pubblicati anche i vari aggiornamenti che questa
storia avrà.
Ma niente di tutto ciò è realmente capace di suscitare il minimo interesse.
La cosa più
interessante, soprattutto alla luce delle aggressioni di queste precedenti ore
a Napoli avvenute a suon di sprangate e martellate (con splendidi vessilli
della Decima Mas) è invece undocumento(protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) della
Direzione centrale della Polizia di prevenzione datato 11 aprile 2015, con sigla
in calce del prefetto Mario Papa, allegato dal legale di CasaPound Italia in
una causa civile che vede coinvolta l’organizzione dei “fascisti del terzo
millennio”, sulla base di una ordinanza emessa dal giudice.
Scoprirete a vostra insaputa che Casa Pound è in realtà quel che desideravate
per i vostri figli, un gruppo di fanciulli dediti alla solidarietà e la tutela
delle fasce deboli, giovincelli capaci di riportare alla luce “gli aspetti
innovativi e di promozione sociale del ventennio”, attenti al sovraffollamento
carcerario e inseriti nelle rappresentanze studentesche.
Due fitte ed empatiche pagine del Ministero
dell’interno, con tanti di timbrini e protocolli, che lascia basiti: non manca
il riferimento alle occupazioni di immobili in disuso effettuate da “Mutuo
Sociale”, peccato che lo stesso ministero che tenta di accusare di
organizzazione sovversiva ed estorsione i movimenti che da anni lottano per il
diritto all’abitare a fianco dei senza casa e delle fasce precarie della
società, le descrive come dei metodi per “la segnalazione dello stato di
degrado di strutture pubbliche per sollecitarne la riqualificazione”.
Veramente dei
ragazzi stupendi, da desiderare nei quartieri e nelle piazzette.
Parola del Ministero dell’Interno!
La deputata del Parlasur incarcerata dal 16 gennaio
con la surreale accusa di “istigazione al delitto”. La leader
dell’organizzazione Tupac Amaru chiedeva giustizia per l’ondata di
licenziamenti dei lavoratori delle cooperative affiliate alla sua associazione.
L’arresto e la detenzione di Milagro Sala
rappresentano subito il volto più duro del macrismo. Leader dell’associazione
Tupac Amaru, una delle organizzazioni sociali più attive nella provincia di
Jujuy, nel nord dell’Argentina, la donna si trova in carcere con la surreale
accusa di “istigazione al delitto”. La sua colpa è quella di aver occupato la
piazza di fronte al palazzo del governatore provinciale Gerardo Morales,
assieme ai movimenti sociali, per protestare contro il licenziamento dei
lavoratori delle cooperative associate alla Tupac Amaru.
Il conflitto sociale che vede opposte le
organizzazioni popolari a Gerardo Morales esemplifica bene a cosa andrà
incontro l’Argentina sotto la presidenza di Mauricio Macri e il governo di Cambiemos,
la sua coalizione. La campagna elettorale che ha condotto Morales fino alla
presa della provincia di Jujuy è stata finanziata dall’ottuagenario Carlos
Pedro Blaquier, uno degli uomini più ricchi del paese, costruttore di
imbarcazioni, yacht e aerei, oltre ad essere collezionista di opere d’arte e
proprietario del redditizio zuccherificio Ledesma. Già vicino al regime
militare negli anni ‘70 e responsabile di aver facilitato il trasferimento di
almeno 400 lavoratori dello zuccherificio direttamente ai centri di detenzione
clandestini durante la cosiddetta noche del apagón, Blaquier non
solo ha sostenuto economicamente gli sforzi di Morales per farlo giungere al
governo della provincia di Jujuy, ma ha ampiamente foraggiato anche Macri.
Entrambi sono espressione di quell’Argentina reazionaria e razzista che odia
Milagro Sala in quanto donna, indigena e militante sociale. Da tempo Gerardo
Morales aveva intenzione di farla pagare a Milagro Sala: la deputata del
ParlaSur è divenuta uno dei simboli della protesta sociale che già divampa in
tutto il paese contro le politiche imposte da Macri e dai suoi uomini, per
questo il nuovo inquilino della Casa Rosada intende metterla a tacere e, al
tempo stesso, farla finita una volta per tutte con le conquiste sociali
raggiunte dal kirchnerismo. Non a caso la Tupac Amaru, sorta a seguito del default economico
del 2001 e con una forte componente indigena, ha collaborato con Néstor e
Cristina Kirchner ricevendo sussidi dal governo per costruire ospedali, scuole,
quartieri e dato vita a centinaia di cooperative. Adesso, proprio a causa delle
politiche economiche di Macri e, a cascata di Gerardo Morales, 66mila cooperativistas rischiano
di rimanere senza lavoro: per questo motivo Milagro Sala aveva partecipato all’acampada di
fronte al palazzo di governo di Morales, nel tentativo di strappare almeno la
possibilità di un colloquio con il governatore. L’acampada si è
ripetuta anche nella storica Plaza de Mayo della capitale Buenos Aires, ma, per
tutta risposta, il potere ha inviato la polizia a filmare i manifestanti e,
soprattutto a Jujuy, si sono viste circolare auto della polizia senza targa e
poliziotti in borghese, come ai tempi del regime militare. Tutto ciò fa il paio
con le minacce contro le Madres de la Plaza de Mayo a seguito della conquista
della Casa Rosada da parte di Macri. Come dire: con l’attuale presidente può
tornare l’impunità di una volta e la ricreazione dell’era kirchnerista è morta
e sepolta. Le accuse contro Milagro Sala sono evidentemente di natura politica
così come è ricattatorio garantire la sua liberazione solo se verranno tolte leacampadas.
La presidentessa di Tupac Amaru è stata arrestata lo scorso 16 gennaio, ma
l’occupazione della piazza a Jujuy andava avanti già da alcune settimane.
Peraltro, il caso di Milagro Sala ha già varcato i confini argentini. Al
presidente Macri, che si trovava a Davos per il forum economico, un giornalista
ha chiesto i motivi per cui Milagro Sala si trova in carcere, sollecitando un
paragone con il venezuelano Leopoldo López, condannato a 13 anni di carcere per
aver promosso le guarimbas che lo scorso febbraio, a Caracas,
hanno causato la morte di 43 persone. Macri, che anche durante la campagna per
le presidenziali aveva speso tempo ed energie a garantire che si sarebbe
battuto per la librazione del leader dell’ultradestra venezuelana nel caso in
cui avesse raggiunto la Casa Rosada, ha risposto testualmente che quest’ultimo,
rispetto alla dirigente di Tupac Amaru, non aveva mai commesso nulla di male.
E, a rincarare la dose, nei confronti di Milagro Sala è stato rispolverato un
odioso editoriale pubblicato nel 2012 dal quotidiano di destra La
Nación in cui si accusa la donna e l’associazione che presiede di aver
speculato e di aver tratto vantaggi personali dai fondi concessi dal
kirchnerismo per opere sociali.
Milagro Sala, per il momento, resta comunque in prigione
e rischia una condanna fino a sei anni di carcere por supuesto tumulto
e instigación a cometer delitos. Questi sono i primi effetti dell’Argentina
macrista, e purtroppo siamo solo all’inizio.
La
famiglia non è sotto attacco eppure qualcuno (pochi) ha deciso di scendere in
piazza in suo sostegno, “a sua difesa”. Una manifestazione dai toni aggressivi
ed escludenti, nascosti dietro immagini amorevoli e smielate di unità
familiare, di moralità e sacra unione.
Queste famiglie sono militanti, scelgono di scendere in piazza, di ostentare un
“guardate chi siamo e quanto siamo belli e giusti”, hanno energie da vendere in
un’era più che apatica.
Qualche centinaio di km più a sud, pochissimi, e in qualche
isoletta di un nostro paese limitrofo, muoiono affogate centinaia di famiglie.
Famiglie eh!?! Proprio quelle che piacciono a loro.
La maggiorparte dei morti affogati (morti affogati, una cosa inenarrabile nella
nostra epoca di tecnologie avanzate e finger food) sono proprio il ritratto
della famiglia che dovrebbe piacere tanto all’armata del Ku Klux Klan scesa
ieri al Circo Massimo.
Un papà, una mamma e tanti tanti figli: famiglie eterosessuali, unite dal sacro
vincolo matrimoniale, famiglie che chiedono aiuto proprio a noi,
e mentre lo chiedono annaspano nell’acqua gelida fino a morire.
Sopravvivono a volte, ma hanno visto i propri figli deglutiti dalla bocca
dell’Europa, gluc, mandati giù in un sol boccone, dissolti nel blu.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia, non
potrebbe sopravvivere inerme davanti all’affogamento della famiglia.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia (cosa cazzo sarà poi mai sta
famiglia) insegnerebbe ai propri figli a difenderla, salvando vite in mare.
Organizzando una vera solidarietà “in difesa della famiglia”.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia, tante donne e tanti uomini
arriverebbero qui con i figli in braccio, su un corridoio umanitario dignitoso
e percorribile.
Ci vorrebbe così poco…