giovedì 11 febbraio 2016

Il lavoro ai tempi di Facebook - Davide Lamanna

Con i suoi 3 miliardi di utenti, in crescita annua galoppante (dal più 454,20 per cento in Europa, al più 6599 per cento in Africa), internet si consolida rapidamente come principale mezzo di comunicazione di massa che connette persone, oggetti, macchine, reti. Ormai lungi dall’essere quello spazio libero che i suoi sviluppatori ambivano a creare, la rete delle reti è dominata da giganti egemonizzatori, che sono gradualmente diventati i suoi padroni di fatto.
Google fattura 70 miliardi di euro l’anno, Amazon 80, Microsoft 90. Per fare un paragone significativo, questi mostri divoratori di informazioni fatturano come Fiat, che nel 2013 si è fermata a 86,81, con un utile di 1,95 miliardi, una “bazzeccola” se paragonato ai circa 20 miliardi di utile che ha portato a casa Google con un fatturato persino inferiore a Fiat. C’è poi da considerare che Google ha 50.000 dipendenti, pari ad appena un quinto di quelli di Fiat.
Vengono allora alla mente le parole di Karl Marx, che nel cosiddetto “Frammento sulle macchine” dei Grundrisse immagina un’economia in cui il ruolo principale delle macchine è produrre e il ruolo principale dell’uomo è tenerle sotto controllo. In modo decisamente soprendente per i suoi tempi, Marx afferma che tale evoluzione dell’economia porterà l’organizzazione e la conoscenza a fornire un contributo maggiore alla capacità produttiva rispetto al lavoro necessario per costruire e far funzionare le macchine. Questo sta già succedendo. Prendiamo Facebook, che con appena 6.000 dipendenti fattura più di 12 miliardi l’anno. Come fa? Grazie ai suoi utenti, felici di lavorare gratis ogni giorno al popolamento della nota piattaforma di Social Network con un patrimonio di informazioni e conoscenza.

E cosa è Facebook se non una macchina che ci portiamo dietro fin dentro casa e a cui badiamo per alcune ore al giorno? C’è solo un piccolo dettaglio: dove finiscono le ricchezze che genera? Nelle nostre tasche ne arrivano zero. Dunque gli utenti Facebook sono, tecnicamente, degli schiavi che lavorano senza compensi, senza frustate e senza catena.
È arrivato il momento di avanzare vertenze di nuovo tipo, facendo crescere il conflitto capitale-conoscenza, almeno altrettanto importante del conflitto capitale-lavoro. L’efficienza spaventosa introdotta dalle nuove tecnologie deve tradursi in una drastica riduzione dell’orario di lavoro per tutti i lavoratori e le lavoratrici. I margini stratosferici che provengono dalle nostre informazioni e dalla nostra conoscenza devono rendere possibile il reddito minimo di esistenza per tutti e tutte.

La gioia di scrivere – Wisława Szymborska


Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola «bosco».
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

(Traduzione di Pietro Marchesani)
da “Uno spasso” (1967), Libri Scheiwiller, 2009


Per una goccia Stefano perse il lavoro - Daniela Pia

Ci sono giorni, in questa scuola 2.0 in cui maestri e maestre, professori e professoresse, sempre più avanti con l’età, debbono fare i conti con la finitezza dei propri bisogni fisiologici: la pipì che scappa.
Lasciare incustodita la classe, per espletare un bisogno fisiologico impellente e improcrastinabile è impensabile, equiparabile addirittura ad una Schettinaggine.
A volte i bagni sono chiusi a chiave e la si deve chiedere al collaboratore scolastico, se lo si rintraccia subito.
Se non c’è si  stringono le ginocchia improvvisando un balletto e recitando a memoria versi dell’Inferno per tacitare la vescica.
Quando poi la chiave si manifesta fra le mani si corre lentamente e con una certa ricercata dignità sino a conquistare la porta del cesso. Si cesso. Che di cessi trattasi. Privi di carta igienica, di sapone, di asciugamani. Momenti in cui spesso si desidera disperatamente un cespuglio. Si sogna una piazzola lungo la statale. Una stradina di campagna ove liberarsi con molto più decoro .
Da oggi questi sogni proibiti sono però pericolosissimi e, se si sono realizzati,  potrebbero trasformarsi in un’arma letale, di quelle di “d’istruzione” di massa con cui la solerte giustizia italiana si diletta. Mettiamo che una sera di queste estati, mentre si partecipava alla sagra dello Scilipoti gradasso o del Razzi balbuziente, si sia bevuta qualche birra. Poniamo poi  che scappi impellente la pisciatina. Immaginiamo che non vi siano gabinetti nel raggio di mezzo chilometro. Alzi la mano chi non ha sollevato la gonna protetta da un cespuglio di rose, se femmina romantica, o da un cespuglio di mirto se  maschio rude. Chi non l’ha fatto lanci la prima pietra. Chi l’ha fatta cominci a temere gli strali della potente giustizia italiana, capace di far tremar le vene e i polsi al temerario pisciator campestre, privandolo persino del lavoro.
Così è capitato a Stefano Rho, stimato professore di filosofia,  persona onesta, inconsapevole di essersi bagnato la fedina penale  una sera di settembre del 2005 licenziato per non aver segnalato, all’atto della sua assunzione, il terrificante delitto compiuto undici anni prima: aver fatto pipì dietro un cespuglio.
Un bel quadro di pubblica ottusità: i gendarmi che gli fecero la multa, il solerte giudice che comminò la pena, il dirigente che la rese effettiva.
Un bellissimo quadro di solidarietà quella manifestatagli da studenti, colleghi e genitori, a loro il professore ha risposto: “Grazie mille a tutti per il sostegno e l’affetto. Grazie soprattutto a voi studenti. Grazie per la lezione di civiltà che avete dato oggi. Grazie per aver ricordato una volta di più al mondo che siete di gran lunga migliori di quanto spesso vi si dipinga. La scuola è per voi, la scuola siete innanzitutto voi, uno per uno. Quello che state facendo non è solo per me. State ricordando a noi tutti il valore della scuola. State manifestando l’esigenza di una giustizia che sia di sostanza e non solo di forma. Oggi siete molto più che studenti: siete cittadini. Continuate ad esserlo. Continuiamo a sostenere tutti insieme una scuola democratica per una società democratica. Con immenso affetto, profe Rho”.
Questo conta che i suoi studenti, cittadini consapevoli anche grazie a lui, siano stati in grado di comprendere che ad averla fatta fuori dal vaso questa volta non è stato certo il loro professore.
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qui una petizione per il reintegro di Stefano Rho nel posto di lavoro

Il mondo dopo il mercato - Francesco Gesualdi

Ho letto su Comune l’articolo di Franco Berardi Bifo, Slump. La crescita non tornerà mai più (molto letto, condiviso e discusso in rete, ndr), e ne condivido tutte le considerazioni, in particolare che il tempo della crescita è finito e che di occupazione, intesa alla sua maniera, questo sistema non ne crescerà più. Nel contempo, però, dobbiamo stare attenti a non convalidare questo sistema né dare l’impressione che anche noi ci aggiungiamo all’esercito di Tina, There is no alternative. L’alternativa, invece c’è e la dobbiamo rivendicare cominciando a denunciare tutti i fallimenti e i rovesci di questo sistema. Un’operazione che deve necessariamente partire dal linguaggio.
Questo sistema è in crisi e questo tutti lo sanno. Il problema è capire perché.Per autoassolversi il sistema parla di eccesso di produzione, quasi si trattasse di in un errore di calcolo nella valutazione dei bisogni. Ed anche noi, senza chiederci se l’affermazione sia vera o falsa, ripetiamo a pappagallo la stessa spiegazione. Ora va detto chiaro e tondo che a questo sistema dei bisogni della gente non importa un fico secco. Gli interessano solo le vendite per i guadagni che può procurare ai mercanti. Per cui la realtà la interpreta solo con gli occhi dei mercanti che quando si accorgono che di non riuscire a vendere tutto ciò che producono parlano di eccesso di merce. Poi magari andando a vedere come sta veramente la gente potremmo scoprire che molti vivono in una tale miseria da richiedere non solo ciò che è avanzato nei magazzini, ma molto di più. Una situazione non dissimile da quella che viviamo oggi: mentre il sistema dice di essere in crisi da sovrapproduzione, le Nazioni unite ci informano che un miliardo di persone soffre di denutrizione, che tre miliardi di persone non dispongono di servizi igienici, che ottocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. E la lista potrebbe continuare con gli analfabeti, i senza tetto, i senza cure eccetera, eccetera.

Il termine giusto per descrivere la crisi del sistema, intesa come malfunzionamento, è mala distribuzione. Mentre il termine giusto per descrivere il suo fallimento, inteso come disastro sociale e ambientale, è mala impostazione. Da un punto di vista funzionale la crisi del sistema è dovuta a una distribuzione della ricchezza sempre più iniqua che ha ridotto a tal punto la massa salariale mondiale da aver avuto come effetto finale una riduzione dei consumi. Basti dire che fra il 1975 e il 2015 la quota di prodotto mondiale tolta ai salari a vantaggio dei profitti è stata dell’ordine del 10 per cento. Se aggiungiamo le risorse sottratte agli Stati sotto forma di evasione fiscale (tramite i paradisi fiscali) e sotto forma di interessi pagati sul debito pubblico, otteniamo uno spostamento enorme di ricchezza a vantaggio dei capitalisti, che non potendo espandere i propri consumi all’infinito, hanno provocato una caduta degli acquisti.
Potremmo proseguire dicendo che per tamponare la situazione il sistema ha cercato di garantirsi un’alta domanda incoraggiando il debito. Ma a forza di accumulare debiti, poi arriva il momento in cui non si possono più pagare e tutto viene giù provocando non solo l’arresto del sistema economico con conseguente caduta di tutti i prezzi compresi quelli di risorse scarse comepetrolio e minerali, ma anche la caduta delle banche, delle borse e dei bilanci pubblici. Capitomboli che alimentano ulteriormente la crisi. Esattamente come sta succedendo ai nostri giorni, prima con una crisi che avuto come epicentro gli Stati, poi con una crisi che ha avuto come epicentro la Cina. In ambedue i casi per il tentativo di fare correre il cavallo economico sotto la frusta del debito, che poi si è avvolta attorno al collo del cavallo strozzandolo.

Ben più grave il fallimento del sistema da mala impostazione. Al di là delle fanfare, questo sistema è organizzato solo per garantire affari alle grandi imprese sempre più orientate alla produzione di beni ad alta tecnologia.Una scelta di per se escludente perché coinvolge solo la parte di umanità con redditi medio alti, lasciando tutti gli altri alla deriva. Così abbiamo prodotto un pianeta con una minoranza che gozzoviglia e una maggioranza che non ha ancora conosciuto il gusto della dignità umana. Preso complessivamente questo pianeta non ha più spazi di crescita, anzi deve diminuire come mostrano i dati sull’impronta ecologica e sull’accumulo di anidride carbonica. Ma analizzando le singole situazioni, scopriamo chel’obbligo di decrescere vale solo per la parte di umanità in sovrappeso.
Quanto agli scheletrici hanno diritto ad avere di più, ma potranno farlo solo se i grassoni accettano di sottoporsi a cura dimagrante e solo se tutti insieme cambiamo impostazione economica. Non più produzione per il mercato lasciato al libero arbitrio delle imprese, ma produzione per i bisogni primari di tutti da parte di una comunità che programma. In una condizione di risorse scarse e di ambiente fortemente compromesso, la nostra pretesa libertà di produrre di tutto di più lasciando al portafoglio di ognuno di stabilire cosa comprare non funziona più. Nell’economia del limite la giustizia si garantisce fissando le priorità, che vuol dire programmazione, e predisponendo forme di produzione e distribuzione che garantiscono i bisogni fondamentali a tutti, che significaproduzione di comunità con godimento gratuito da parte di tutti.
Un numero crescente di persone comincia a capire che per garantirci un futuro dobbiamo ripensare cosa produrre, per chi produrre, come produrre. Ma pochi hanno messo a fuoco che la vera scelta è fra mercato individualista e comunità solidale. Su questo, però, è bene saperlo, si gioca il nostro avvenire e la nostra civiltà.
da qui

mercoledì 10 febbraio 2016

Professore turco citato a giudizio per una domanda in un esame sul leader curdo del PKK Öcalan

Un professore turco sta per essere processato per “propaganda terroristica” per una domanda in un esame sul capo dei ribelli curdi incarcerato,lo ha riportato martedì il quotidiano turco Hurriyet  fra crescenti preoccupazioni per la libertà di espressione in Turchia.
Alla fine del corso sulle poitiche e le istituzioni turche,il professore dell’Università di Ankara Resat Baris Unlu ha impostato ai suoi studenti una domanda comparando due documenti scritti dal fondatore del fuorilegge partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che sta attualmente scontando l’ergastolo in carcere.
Il documento chiede agli studenti di comparare il manifesto di Abdullah Ocalan del 1978 intitolato ‘La via della rivoluzione del Kurdistan”ed una articolo che egli aveva scritto nel 2012 chiamato”La modernità democratica come costruzione del sistema locale in Medio Oriente”.
I procuratori di Ankara hanno sequestrato la domanda decidendo che il suo intento era di “legittimare (Ocalan) le opinioni e imprimere agli (i suoi studenti) l’idea che era un leader politico.”Nonostante gli sforzi di intervento da parte del preside della facoltà in nome della “libertà accademica”.,il procuratore ha ordinato al professore di presentarsi in tribunale raccomandando che sia condannato alla condanna di sette anni di prigione.
Il quotidiano ha affermato che l’udienza è stata fissata per mercoledì.
I pubblici ministeri turchi hanno aperto una indagine criminale lo scorso mese su di un popolare talk show televisivo sul sospetto che aveva trasmesso “propaganda terrorista” quando un telespettatore aveva telefonato sollevando allarme sul costo umano del giro di vite militare sui ribelli curdi nel Kurdistan turco,la regione curda nel sudest del paese.
Lo scorso mese il Vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva criticato la Turchia per aver fallito nel fissare il giusto “esempio” di libertà di espressione dopo la detenzione di tre maggiori giornalisti e una importante indagine nei confronti di più di 1200 accademici che avevano firmato una petizione che criticava l’offensiva militare.
L’esercito sta conducendo una grande campagna contro i ribelli del PKK con l’obiettivo dichiarato di stanare i militanti, ma gli attivisti dicono l’operazione è solo costata decine di vite civili.
da qui

Al congresso annuale dei sicari

Siamo riuniti ancora una volta per il congresso annuale dei sicari dell’economia.
Rendiamo lode alla signora Thatcher, sempre sia lodata.
Ringraziamo i sicari delle Poste e delle Ferrovie, il lavoro duro paga, i nostri colleghi sono riusciti a Prosciugare, Ridurre, Spolpare le Ferrovie e le Poste per rendere necessario l’intervento di privati che poi si mangeranno le aziende.
Adesso saranno messe sul mercato e passeranno di mano,il Pubblico è inefficiente, solo il Mercato e solo il settore Privato funzionano, la Concorrenza è il nostro dio.

Apriamo la sessione dei sicari della Scuola, mi complimento per l’ottimo lavoro che avete fatto e state facendo giorno per giorno.
Provo adesso a ricordare gli obiettivi che vi avevamo dato, e verifichiamo punto per punto se sono stati raggiunti.
Inizierei col primo grande obiettivo, scrivere una legge che cancelli tutto l’esistente, e ci traghetti verso il futuro.
Vi abbiamo mandato dentro il Ministero di viale Trastevere, dove, com’è noto, non capiscono niente di scuola. È stata la vostra palestra e con quella legge approvata con voto di fiducia (quelli non si fidano fra loro, noi non ci fidiamo di loro, meno male che ci siete voi, sicari di prima classe) abbiamo raggiunto il nostro primo obiettivo, quello di cambiare la scuola, non c’era riuscito nessuno, grazie a noi è stato fatto.
Vorrei ringraziare anche i sicari delle Parole, quella più bella e più utile l’hanno trovata loro, è il Potenziamento, non vuol dire niente, e si può fare tutto, chi dirà di essere contro il potenziamento? Nell’immaginario è una parola positiva, foriera di crescita.
E poi passare da delibera a elabora, per il collegio e il PTOF, è davvero da leccarsi i baffi.
E anche la formazione di un comitato di valutazione eletto da tutti, che dà criteri, ma non conta un cazzo, perché è il dirigente che decide, senza appello, è stato un bel colpo.
Complimenti per il PTOF (Piano Triennale dell'Offerta Formativa), lo sanno tutti che non vuol dire niente, tanto che si può riscrivere ogni anno, pieno di numeri senza senso.
I miei capi temevano che tutti si sarebbero messi a ridere, per una schifezza del genere, e avrebbe inficiato l'intera legge, io ho garantito per voi, e abbiamo avuto ragione. So che qualcuno aveva proposto il piano quinquennale, sarebbe stato un azzardo, avete fatto bene a fermarvi al triennio, ma sarebbe passato lo stesso, la maggior parte degli insegnanti sono dei polli perfetti.

Un altro obiettivo è quello di completare il processo iniziato con l’autonomia, ogni insegnante si deve sentire solo, insicuro, precario, un IO, mai più un NOI, uno che esisterà fino a che qualcuno lo farà esistere.
Con la nuova legge ogni insegnante dipenderà dai dirigenti scolastici, non esisteranno più sindacati e ministero a cui appoggiarsi, mancano un paio di norme e il docente sarà inoffensivo
Baciare la mano che chiama a lavorare, ecco una tradizione che si era dimenticata negli ultimi 60-70 anni, occorrono rispetto, devozione e sottomissione, ci siamo quasi.

Intanto la selezione dei dirigenti scolastici sarà gestita dal preside Vitous Gambrinus, ecco cosa dice nella presentazione del suo libro di testo, unico e obbligatorio per tutti gli aspiranti dirigenti scolastici:
“Non per vantarmi, scrive il preside con orgoglio, ma il nostro è un corpo (insegnante) selezionato con cura, quanto di più spiacevole e scostante offra il mercato. Non un solo corpo simpatico, tutti corpi pedagogici, e le poche volte che mi trovo ad assumere un insegnante giovane, faccio sempre in modo che abbia una caratteristica repellente.
I nostri insegnanti sono i migliori cervelli della capitale, non ce n’è uno che abbia un’idea sua. Se solo a qualcuno dovesse venirgliene una, ci penserei io a far sloggiare l’ideatore. Sono nullità innocue, solo quello che c’è nei programmi scolastici! Nessun pericolo che gli venga un’idea originale.
Non c’è nulla di peggio di un insegnante simpatico, specie poi se provvisto di opinioni personali. Solo un professore veramente noioso è capace di instillare negli allievi una bella immaturità, quella simpatica inefficienza e inettitudine, quell’insipienza della vita tipica della gioventù, in modo che noi, veri pedagoghi per vocazione, possiamo farne il nostro campo d’azione. Solo con l’aiuto di un personale veramente adeguato possiamo riuscire a purificare il mondo.”

Vorrei anche complimentarmi con voi che avete creato le fasce per le assunzioni, soprattutto la fase B e la fase C. Con nuova legge siamo riusciti a differenziare tutti i docenti, e varrà anche per assunzioni, trasferimenti e chiamate del dirigente, saranno totalmente arbitrarie.
Ancora, vedo che siete avanti nella eliminazione del CCNL della scuola, meglio, nello svuotamento. Anche i sindacati diventeranno uffici per le pratiche burocratiche, il Miur come l’abbiamo conosciuto sparirà, solo coordinerà il lavoro delle sedi sindacali, patronati e fondi pensione. Ormai, e sempre più, li terremo per le palle.
Grazie, ancora, a voi e ai sicari delle Parole spariranno le parole Lotta e Conflitto, non politicamente corrette.
Chi le usasse sarebbe obsoleto, diranno i dizionari, una sacca residuale che ci sarà utile, per spaventare tutti gli altri.

Ancora un obiettivo centrato: nessun insegnante alzerà più la testa, e se l’alza non troverà niente. Il suo nemico non saranno più l’Europa, lo Stato, il Miur, gli uffici scolastici regionali e provinciali, destinati a dimagrire sempre più. Il potere dato ai dirigenti sul personale diventerà sempre più ampio, e con l’intromissione delle famiglie nel giudizio degli insegnanti il percorso sarà completo.
Il suo nemico saranno i suoi colleghi, cioè se stesso, e forse il Dirigente Scolastico, bisognerà intervenire con una norma che li liberi da qualsiasi responsabilità.
Manca l’ultimo capitolo: i finanziamenti; già oggi lo Stato interviene sempre di meno, tranne che le scuole paritarie e le scuole private. Oggi le scuole riescono ad andare avanti con i contributi delle famiglie, non tasse, no, una colletta come in chiesa, ogni famiglia, se vuole e se può, getta qualcosa in un cestino, senza sapere quanto mettono gli altri. Chiamala, se vuoi trasparenza, potrebbe essere il titolo di una canzone che canteremo alla riunione dl prossimo anno.
Piano piano sopravviveranno le scuole adatte, come Darwin insegna, le altre diventeranno differenziali, avviamento al lavoro, ritorno al futuro. insomma, e non dimenticate per il futuro lo strumento della Affondazioni, daranno un contributo decisivo al nostro e al vostro lavoro.


Buon lavoro a tutti i sicari!

La produzione della lentezza – Pietro Reitano

Nel Cinquecento, le fortezze venivano costruite a scopo difensivo, per "produrre lentezza", dilatare il tempo. Oggi le immagini delle fortificazioni e dell'assedio sono richiamate nel descrivere il sistema economico, dalle dinamiche che guidano le migrazioni a quelle ambientali, fino alle guerre, ma dovremmo prendere atto che non è possibile rallentare il cambiamento

Nella seconda metà del ‘500, l’ingegnere militare fiorentino Bonaiuto Lorini scrisse un saggio sulle fortificazioni; un passaggio del testo recita: “Fabbricare il corpo della fortezza con quei membri e quelle proporzioni militari che a tale architettura si richiede per difendere non solo un esercito da un altro assai maggiore, ma la città e i regni, è il nostro fine; prevalendoci della forma e della materia dei siti con ordine tale che i pochi difensori si possano difendere da numero assai maggiore, col fargli perdere tempo”. Il corsivo è dello scrittore romano Daniele Del Giudice, che nel commentare Lorini scrive: “La vera arma della fortezza era dunque il ritardo, il produrre lentezza, il dilatare il tempo fino a renderlo inoffensivo”.
A farci caso, le immagini delle fortificazioni e dell’assedio sono spesso richiamate nel descrivere il sistema economico. E infatti le pratiche, le dinamiche e le politiche economiche sembrano far di tutto per farci perdere tempo, e rimandare il più possibile una transizione necessaria e urgente. Ma tempo ne abbiamo poco.
È facile lavorare per analogie: nella fortezza risiede quell’1% della popolazione che -da solo- ha oltre la metà delle ricchezze del Pianeta; e i forzieri sono i paradisi fiscali. Fuori, il 99% degli abitanti del Pianeta, e tra questi gli oltre 3,6 miliardi che dispone di redditi pari a quelli dei 62 miliardari più facoltosi del globo, come ha svelato l’ong Oxfam.
Non è difficile pensare che quell’1% non abbia alcuna fretta di contribuire a un mondo meno diseguale, ma che al contrario cerchi di ritardare il più possibile il momento in cui tale condizione dovesse iniziare a realizzarsi. A giudicare da come stanno le cose, ci stanno riuscendo piuttosto bene.
L’assedio è un termine che si usa con frequenza anche trattando di migrazioni. E anche in questo caso, le politiche migratorie attuate dai Paesi più ricchi danno l’idea di volere “contenere” un fenomeno, più che gestirlo. Con conseguenze nefaste. Un recente rapporto di Medici Senza Frontiere ha denunciato ad esempio il catastrofico fallimento dell’Unione europea (la “Fortezza Europa”) nel rispondere ai bisogni umanitari di rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel 2015. Il report di MSF descrive gli ostacoli che l’Europa e i governi europei hanno imposto lungo il percorso di oltre un milione di persone, la maggior parte in fuga da guerre e persecuzioni: mancanza di alternative alle pericolose traversate del mare, recinzioni di filo spinato sui confini, continui cambiamenti nelle procedure burocratiche fino a veri e propri atti di violenza. Tutto allo scopo di rallentare l’affermazione dei diritti di quelle persone: “Un approccio atroce e inaccettable” conclude MSF.
Anche la transizione da un sistema energetico basato su fonti fossili a uno “rinnovabile” è continuamente rallentato. L’organizzazione Friends Of The Earth ha calcolato che le ricchezze delle 782 persone più facoltose della Terra sono equivalenti a quelle necessarie per convertire al “100% rinnovabile” i sistemi energetici di Africa, America Latina e gran parte dell’Asia, ovvero di circa metà della popolazione mondiale. Per l’Africa basterebbero i primi 32.

Sarebbe molto utile, data l’urgenza -ecco ancora apparire il fattore tempo- imposta anche solo dai cambiamenti climatici, ma l’economia mondiale -e anche quella locale- non riesce a togliere gli occhi dal petrolio. E per questo quegli occhi li chiude quando proprio i Paesi produttori di petrolio muovono guerre crudeli. Il conflitto in Yemen è relegato nel girone dei dimenticati della politica internazionale, e dell’opinione pubblica. Secondo l’Unhcr circa l’80% della popolazione del Paese (il più povero dell’area) necessita di assistenza umanitaria. Gli scontri sono costati la vita a oltre 6mila persone, in particolare civili (tra questi 10 bambini uccisi a Taiz, mentre tornavano a casa da scuola, il 19 gennaio 2016) mentre sono oltre 2,3 milioni gli sfollati interni. La guerra si è acuita dopo l’intervento di Arabia Saudita e Iran a sostegno delle fazioni contrapposte, con lo scopo dichiarato di tutelare la filiera del petrolio (molto del quale diretto in Europa). Le bombe saudite sganciate in Yemen sono partite anche dall’Italia, dall’aeroporto di Cagliari. Di notte, in tutta fretta, perché nessuno se ne accorgesse.

martedì 9 febbraio 2016

Quante volte dovrà ancora essere ucciso Giulio Regeni? - Sandro Moiso


Ce lo porteremo dentro con il ricordo di un volto giovane, bello, simpatico ed intelligente. Un volto come quello di tantissimi giovani che sono morti negli ultimi decenni a causa della violenza terroristica promossa dagli Stati e dai loro tutori del disordine.
Perché Giulio Regeni non è morto soltanto in qualche squallida stanza usata dai servizi segreti di Al Sisi per torturare, seviziare ed uccidere gli oppositori di un regime autoritario, sanguinario, corrotto e bugiardo.
Giulio è morto nell’indifferenza italiana verso le reali condizioni di vita e di lavoro in un paese alleato di cui l’Italia è il primo partner commerciale europeo.1 Giulio è morto per le sue idee e per la sua volontà di capire ed informare sulla realtà di quelle “primavere arabe” di cui si è parlato molto a vanvera, ma senza mai distinguere tra area e area, paese e paese, economia ed economia. Giulio è morto così come muore la ricerca, quella vera. Quella che il capitale ed il potere, a ogni latitudine, cercano di soffocare e vietare. Quella in cui il concetto di “classe” esiste ancora e non è stato rimosso con artifici mediatici ed ideologici.
Giulio è morto per la scienza, quella sociale, e per la passione, quella per la giustizia. Che stanno alla base di ogni ricerca della verità. Che è tipica dell’entusiasmo giovanile e che non appartiene ai gazzettieri che declamano che Giulio potrebbe essere stato arrestato “per sbaglio” oppure perché ritenuto “una spia”. E che non appartiene a tutti coloro che trovano stupido ed insulso occuparsi degli “affari altrui” a meno che questi ultimi non siano rigidamente relegati a livello di gossip.
Giulio è morto con le centinaia di attivisti egiziani scomparsi, di cui cinquecento soltanto nello scorso anno,2 e di cui non è più stato ritrovato né corpo né traccia. E sui quali è stato mantenuto il silenzio della stampa occidentale, fino ad oggi, in nome di una sacra alleanza che è servita non a combattere l’Isis e i suoi mandanti, ma soltanto ad impedire la formazione e lo sviluppo di una reale alternativa di classe.
Giulio ha cominciato a morire ancora prima di nascere, nell’Argentina della tripla A e dei generali golpisti che hanno fatto sparire un’intera generazione nel disinteresse nazionale ed internazionale e di quel PCI che, dopo aver liquidato le stragi cilene con la bella trovata del “compromesso storico”, ignorò quegli avvenimenti in nome della lotta al terrorismo; così come il PD di oggi vorrebbe poter fare per mandare avanti i propri affari interni ed internazionali. E poi è morto in Messico con gli studenti, le donne e i giornalisti massacrati dai narcos e dal governo.
Giulio è morto a Genova a fianco di Carlo Giuliani. Giulio è stato torturato nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, i cui responsabili sono ancora impuniti perché in Italia non esiste il reato di tortura. Il corpo di Giulio ha riportato lividi, contusioni, fratture, sevizie come quelli di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e molti, troppi altri, vittime della violenza di Stato e dell’indifferenza. Vittime di un conformismo generalizzato che, fidandosi per viltà delle parole di leader tutti altrettanto corrotti, differenzia la democrazia dai regimi tirannici soltanto sul presupposto, mai dimostrato, che i governi occidentali siano i migliori.
Giulio è morto al Bataclan e nelle banlieue parigine dove i giovani della stessa età finiscono con l’imboccare strade diverse ed assassine nel vuoto di una proposta politica e morale che lascia spazio soltanto all’estremismo reazionario, all’integralismo religioso in ogni sua variante, giudaico-cristiana o islamica, oppure all’indifferenza esistenziale. Giulio è morto nella recente proposta fatta alle Nazioni Unite dal segretario Ban Ki Moon per un piano globale di azione contro il terrorismo e l’estremismo;3 il cui vero obiettivo sembra essere quello di rafforzare e rendere più efficaci le istituzioni nella loro azione di repressione nei confronti di qualsiasi dissenso che potrebbe essere, da ora in poi e come spesso in passato, equiparato al terrorismo.
Giulio è morto sotto le manganellate in Val di Susa e nella repressione di ogni lotta in difesa della specie e dell’ambiente. Giulio è morto nelle parole e sulla bocca di tutti i politici italiani ipocriti e corrotti che oggi fingono dolore per la sua morte e per la sorte di milioni di giovani disoccupati. Giulio è morto al family day e nelle parole di odio e disprezzo pronunciate contro ogni tipo di diversità . Giulio ha subito le ingiurie subite dagli omosessuali aggrediti per strada e nelle aggressioni subite dalle donne ovunque.
Giulio è morto con i bambini affogati nel Mar Egeo e in tutto il Mediterraneo. Giulio è crollato insieme ai migranti fermati ai confini d’Europa o rinchiusi nei campi profughi turchi. E’ morto con i Palestinesi condannati ad un inverno di freddo nella striscia di Gaza e con i Curdi aggrediti dai Turchi e dall’Isis nel Rojava e nel sud-est della Turchia. Giulio è morto con i finanziamenti e la fiducia rinnovati ad un presidente-dittatore come Erdogan e nell’alleanza con gli stati più retrivi ed oppressivi del Golfo.
E’ morto per una materia prima, il petrolio, che non vale più un cazzo 4 e il cui modello di sviluppo è stato sempre e soltanto motivo di guerre, di inquinamento e di morte. Giulio è morto ammazzato.
Ma quante volte dovrà ancora morire? Quanti, giovani e no, saranno ancora uccisi per difendere, con la violenza giustificata dalla ragione di Stato, un modo di produzione fallimentare e distruttivo al quale cercano ancora coraggiosamente di opporsi?
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Note:
1.      http://www.infomercatiesteri.it/bilancia_commerciale.php?id_paesi=101
2.      http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/06/news/egitto_desaparecidos-132828753/?ref=HRER1-1
3.     Ban Ki Moon, Un piano globale contro il terrorismo e l’estremismo violento, Corriere della sera , 3 febbraio 2016

4. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/02/06/news/arabia_saudita_crolla_petrolio_costretta_a_chiedere_un_prestito-132809487/