mercoledì 3 marzo 2021

Fellini disperatamente anarchico - Goffredo Fofi

 

Dei tre artisti che sono stati, io credo, i più «anarchici» nella storia della nostra cultura almeno nella seconda metà del Novecento e dei primi lustri del Duemila – Fellini, Pasolini e Bene – solo il terzo si dichiarò più di una volta pienamente anarchico; gli altri due furono più cauti nelle loro dichiarazioni di idealità politiche, ma la radicalità della loro ispirazione, messa a confronto con i vari conformismi del loro tempo, ce li fa considerare tali almeno in alcune fasi e opere della loro creazione.

Pasolini tentò quasi ossessivamente un dialogo con la società in cui viveva e con il proprio tempo, da provocatore-educatore, soffrendo delle reazioni che ne risultavano e finendo, io credo, per cercare la morte, per tirarsi fuori dalla società, dalla storia, dalla vita.

Bene guardò le cose dall’alto di un’eccezionale diversità, seguendo fino in fondo la propria vocazione, e fu il più genialmente diverso di tutti.

Fellini, infine, mediò per il possibile tra le sue convinzioni e acquisizioni e il mondo dello spettacolo, lo spettacolo della società. Fu il più «mobile» dei tre, nonostante l’apparente chiusura al confronto Rimini-Roma, e cioè provincia-città, passato-presente, realtà-visione, normalità-eccezionalità e in definitiva io-tutti, io-tutto.

Formidabile affascinatore di masse (di intellettuali e di popolo), Fellini espresse una diversità esplosiva che poteva conquistare la curiosità l’attenzione il rispetto dei pubblici più diversi e più lontani. Fu simile in questo, in cinema, ai più grandi, ai Buñuel, Kurosawa, Bergman ma più di tutti a Kubrick, per la grandiosità e libertà della sua invenzione. Mentre Pasolini e Bene, pur grandissimi, si rivelarono o meno astuti di lui nella loro ricerca di una fascinazione «di massa», o (Bene) più radicalmente altro e profondo, o (Pasolini) più accanitamente alla ricerca di un dialogo, di un confronto.

Se Bene fu coscientemente anarchico (individualista), Pasolini lo fu senza averne piena coscienza, per disillusione nei confronti di una collettività che tradiva le speranze di una generazione e i valori di una tradizione, e Fellini progressivamente, via via che il suo confronto con la Storia del suo tempo gli imponeva una visione meno ironica della realtà (e cioè distanziata, da grande umorista quale anche era). Più di Bene – che si contentava di un pubblico elitario e fedele – e più di Pasolini – che si voleva in fin dei conti poeta-vate come quelli del tardo Ottocento – Fellini, come Kubrick, voleva piacere al colto e al semplice, all’alto e al basso; e prese presto gusto a un cinema «for the millions», che era tra i pochi a saper praticare, con una diversità che era insieme stupefacente e profonda, comprensibile e libera.

Dopo l’iniziale adesione ai valori di un umanesimo che possiamo ben dire anarcoide (soprattutto La strada [1954]), è di fronte all’euforico disordine del boom e più ancora alla cinica reazione del potere alle prospettive di cambiamento cercate da una minoranza (spesso superficiale nelle analisi e nei valori) e al crollo dell’illusione in un diverso controllo della storia in una chiave diciamo pure socialdemocratica e progressista, che Fellini si disincanta e che gli si fa chiaro un quadro sociale, nazionale e internazionale, nuovo e terribile, non diversamente da quanto hanno vissuto e considerato altri, da quello che altri grandi hanno sofferto e su cui hanno ragionato, anche diversissimi da Fellini, e su cui infine è stato Christopher Lasch a scrivere le pagine più lucide in La cultura del narcisismo.

Dire Fellini anarchico è una forzatura? Forse lo è pensando ai film degli anni di splendore – ideologicamente incerti nonostante la solidità e la forza del quadro sociale affrontato, la loro immaginifica ricchezza, la loro formidabile vitalità, la crudeltà profonda dell’insieme anche se superficialmente colorata – ma lo è sempre di meno via via che Fellini ha sentito l’urgenza di spingersi più a fondo, l’insoddisfazione del presente, il bisogno di scavarne il senso e la paura delle conclusioni a cui tutto questo avrebbe potuto portarlo e lo ha infine portato.

Il giudizio si fa più profondo e insieme più amaro, ma si fa anche più limpido. Più amaro e perfino più tragico. È sul fallimento di una civiltà che infine Fellini ragiona negli ultimi film: dell’umanesimo, della democrazia. Ed è qui che sentiamo Fellini più vicino, amaro della nostra stessa amarezza. Fino alla jacovittiana «sagra dello gnocco» che è il quadro più spietato dell’imbecillità che ci sovrasta – la società del consumo e, più tardi, del coronavirus… Due poveri sbandati e sciocchi, marginali per condizione ma anche per scelta, sono gli unici a volere e sapere ascoltare ancora, leopardianamente, «la voce della luna». Il giro è chiuso, e sì, Fellini è arrivato a convinzioni che sono ormai pienamente e saldamente anarchiche. Disperatamente anarchiche. «Una forma di disperazione creativa» definì l’anarchia Colin Ward, il più chiaro dei suoi teorici. A questo Fellini era ormai giunto, ed è a questo punto che la sua parabola si è conclusa.

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martedì 2 marzo 2021

BlackRock First

BlackRock, come il capitale finanziario controlla la politica in USA e UE -  Giacomo Marchetti

 

In calce un articolo di Werner Rügemer da Workers World

 

Quando guardiamo alla realtà materiale che sta alla base del sistema economico finanziario in Occidente, e la sua sempre maggiore pervasività nella capacità di orientare complessivamente la politica, ci accorgiamo di come la parola democrazia sia un vecchio arnese inservibile per le élites che governano il mondo occidentale.

Inutile, quindi, fare un “test di democraticità” come criterio di interpretazione delle dinamiche politiche del mondo in cui viviamo.

Certo il suo valore evocativo è utile nella costruzione di “narrazioni” da vendere al popolino, soprattutto quando la comunicazione politica costringe a spacciare un ipotetico “nuovo prodotto” da piazzare sul mercato, rappresentandolo nella veste di “migliore soluzione” per una crisi di governance che porta le forme della democrazia ad un impasse.

Questo blocco è in realtà solo l’espressione fenomenica delle convulsioni di una più profonda crisi sistemica. cui le classi davvero “dirigenti” vorrebbero dare un output preciso, diverso dalla loro radicale rimozione da parte dei subalterni ed alla costruzione di un sistema sociale alternativo.

“Hanno fallito, che se ne vadano!”. Od in termini più caustici: “Andiamo a bruciargli la casa!”, come ci ha suggerito la rivolta dei Ciompi a Firenze diversi secoli fa.

Il marketing politico pro-Draghi, come quello pro-Biden per gli Stati Uniti – al netto del disgustoso servilismo del giornalismo nostrano e dell’altrettanto deprecabile opportunismo della classe politica tutta, da Fratelli d’Italia a Leu – nel nostro ridotto nazionale è l’esempio più lampante di questa tendenza ad incensare “la democrazia” proprio quando smette di esistere.

Negli Usa, certo, tutto è in un ordine di grandezza più grande, anche nelle tecniche di storytelling per narrare la pretesa “rottura” con il recente passato.

Parole appunto come “rappresentanza”, “sovranità”, “democrazia”, “sviluppo”, in bocca agli esponenti delle élite, hanno la stessa credibilità delle promesse d’amore di un marinaio, tanto è distante il significato concreto da quello che dovrebbero rappresentare e che hanno storicamente – in parte – incarnato sotto pressione di un movimento operaio organizzato, dotato di una prospettiva strategica concreta.

Chiacchiere sulla democrazia a parte, chi tiene in mano le redini del sistema è un numero sempre più ridotto di imprese economico-finanziarie che – in termini un po’ vetusti nella forma, ma attualissimi nel contenuto – potremmo chiamare senza orpelli: dittatura del capitale monopolistico.

Gli Stati imperialisti, o i poli imperialisti in formazione, in diverso grado, ne diventano conseguentemente un’espressione piegando il pubblico agli interessi del privato (e non il contrario. E non importa se le fragilità di tale modello impediscono strutturalmente di affrontare i nodi inaggirabili che pone la fase stortica, iperbolizzati dall’acuirsi della crisi pandemica.

Gli uomini e le donne di queste corporations vengono chiamati come consulenti dagli stessi attori statali – dalla Federal Reserve negli USA alla Commissione Europea nella UE, per non citarne che due – per orientare scelte strategiche.

I loro dirigenti siedono nei board sia delle imprese di dimensioni mondialmente rilevanti, sia in quello di chi le finanzia. Alcune di queste hanno in mano gli hub della tecnologica che di fatto orientano i mercati stessi e conferiscono un profilo un po’ vintage a quello che erano le “piazze borsistiche”, che dovrebbero determinare il valore fluttuante delle azioni quotate secondo “il principio della domanda e dell’offerta”, come centro pulsante del mercati finanziari.

È il caso della piattaforma privata Aladdin, che controlla un flusso mostruoso di informazioni e di dati economici sensibili, che orientano le scelte di investimento di chi se ne serve, cioè i maggiori investitori internazionali – più di 900 clienti in una sessantina di Paesi -, divenuta insieme alle altre, di fatto, una sorta di sistema nervoso centrale dell’economia finanziaria mondiale.

Una “scatola nera” in grado di monitorare in tempo reale la finanza che viaggia sui bit. Un vantaggio strategico per chi la usa, a discapito degli altri…

I membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.

Un novum, per certi versi, nella storia politico-economica del capitalismo, che dà la cifra di ciò di cui stiamo parlando è certamente BlackRock, di cui si occupa l’articolo tradotto e pubblicato qui di seguito, in particolare per ciò che concerne la sua rilevanza nella politica nord-americana.

Si tratta del più grande gestore di fondi di investimento mondiale – anche per conto di fondi pensionistici privati, a cominciare da quello giapponese, è il più imponente – che possiede tra l’altro la maggiore o la seconda quota di proprietà in 13 delle 15 prime banche europee (Santander, HSBC, Credit Suisse, ecc), in grado dunque di determinare le scelte di indirizzo degli istituti bancari. BlackRock detiene un portafoglio di centinaia di miliardi di dollari, investiti dalle tre big della tecnologia statunitense (Apple, Goggle, Microsoft), che controllano tra l’altro il tessuto connettivo ed i big data della “nostra comunicazione” digitale e, come stanno dimostrando fatti recenti, la possibilità o meno di comunicare (anche se sei il Presidente Usa!).

Per non citare che un aneddoto, BlackRock – in un palese conflitto di interessi – ha ricevuto da parte della Commissione Europea l’incarico di consulente per le scelte finanziarie rispetto alla sostenibilità ecologica degli investimenti.

Il più acceso sostenitore di questa scelta, di fronte ai suoi critici, è stato il Capo della Commissione Finanziaria della UE, Valdis Dombrovskis, per intenderci…

Ripetiamo: BlackRock orienta il processo di finanziamento della “transizione ecologica” dell’economia della UE, che ha assunto un ruolo chiave nel rilancio economico continentale in toto e nell’articolazione dei Paesi Membri, attraverso quelli che saranno i singoli “recovery plan” nazionali, vincolati alle decisioni UE su due aspetti in particolare: economia green e sviluppo digitale.

Ricordate: gestisce gli investimenti delle tre big della tecnologia, e per esempio è il terzo azionista di Apple, nel cui board siede Sue Wagner, di BlackRock…

Questo gigante è uno degli attori economici cresciuto di più nella pandemia: valeva 7,8 mila miliardi di dollari, nel terzo trimestre dell’anno scorso, 8,68 nell’ultimo trimestre, e le sue azioni sono aumentate del più del 20% durante l’ultimo anno. Mentre milioni di persone morivano a causa delle politiche disastrose prese dall’Occidente per affrontare la pandemia, aumentava la povertà e la vulnerabilità sociale, BlackRock cresceva e ha continuato a crescere.

Insieme ai rivali ETF e Vanguard, controllava già un quinto del totale delle azioni quotate a Wall Street nel 2017 – erano poco più del 5% nel 1998. In questi tre anni sono aumentate, e uno studio di Harvard citato dal Financial Times mostra questa stupefacente progressione prevedendo che potrebbero controllare il 40% tra nel 2040!

Tre corporations divenute un Leviatano finanziario!

In questo tripudio di miliardi di dollari guadagnati e fatti guadagnare ai propri clienti, Lawrence Fink, Wally Adeyemo, Michael Pyle, tre uomini di BlackRock, sono stati scelti per ruoli chiavi nella nuova amministrazione Biden, che con la la sua famiglia è parte integrante del più grande “paradiso fiscale mondiale”, cioè il piccolo Stato del Delaware.

“Il Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti, ma il più grande paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori idonei”, scrive Rügemer, scrittore prolifico ed autore tra l’altro di un studio fondamentale per comprendere il capitalismo del XXI secolo e l’ascesa dei nuovi attori finanziari tra cui BlackRock.

Come sempre è meglio affidarsi al vecchio adagio follow the money, piuttosto che ingurgitare le “auto.narrazioni” edificanti del nemico di classe.

Buona lettura.

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Il fondo BlackRock lavora con repubblicani e democratici - Werner Rügemer

 

Non appena è stato chiaro che Joe Biden avrebbe vinto le elezioni presidenziali americane, si è portato a bordo Brian Deese, capo del dipartimento per gli investimenti sostenibili globali della società d’investimento americana BlackRock, e che ricoprerà il ruolo di capo economista del presidente neo eletto.

Il CEO di BlackRock – Lawrence Fink – è sostanzialmente il portavoce del capitale mondiale occidentale per la “sostenibilità”. E la “sostenibilità” sarà il segno distintivo della nuova amministrazione.

BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo con sede a New York e gestisce un patrimonio totale di quasi 8.000 miliardi di dollari, di cui un terzo in Europa.

Segue la seconda nomina per Wally Adeyemo, consigliere principale del presidente Obama per le relazioni economiche internazionali e successivamente passato a BlackRock come capo dell’ufficio legale di Fink e dal 2014 è stato presidente della Fondazione Obama. Ora, sotto Biden, diventerà vice segretario del Tesoro.

Poi è arrivata la terza nomina per Michael Pyle, responsabile delle relazioni finanziarie internazionali al Dipartimento del Tesoro sotto Obama, diventato poi capo della strategia di investimento globale presso la BlackRock e a breve ricoprirà il ruolo di capo economista della vicepresidentessa Kamala Harris.

Ecco come funziona la porta girevole della democrazia capitalista statunitense: da BlackRock al governo, dal governo a BlackRock e così a ripetere.

 

Biden: lobbista per il più grande paradiso fiscale sulla terra

Biden è stato senatore dello stato del Delaware per ben 35 anni, dal 1973 al 2009, dove iniziò una fitta campagna politica quando era ancora un giovane avvocato d’affari di 29 anni.

Il Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti ma il più grande paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori idonei. E quasi tutte le maggiori compagnie e banche degli Stati Uniti – o le loro filiali – hanno qui la loro sede legale e fiscale.

Decine di migliaia di società e banche di tutto il mondo, dall’Ucraina al Messico, passando per la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, hanno il loro domicilio legale nel Delaware [uno stato che fu del resto creato dalla Dupont Chemical Company!].

La lista delle partecipazioni della sola Deutsche Bank mostra diverse decine di società di comodo a Wilmington, la piccola capitale del piccolo “Lussemburgo degli Stati Uniti”, come viene spesso chiamato il Delaware.

Nel mini-stato del Lussemburgo – così centrale per l’Unione europea – regna Sua Altezza Reale il Granduca Henri, della dinastia Lussemburgo-Nassau. Nel Delaware il clan Biden governa con a capo il senatore [ora presidente] Biden.

Il figlio Beau Biden è diventato procuratore generale dello Stato senza fare una minima gavetta politica ed il figlio Hunter Biden è un attivo speculatore finanziario in Ucraina.

Joe Biden ha recentemente ricevuto donazioni per le sue campagne elettorali da grandi aziende digitali come Alphabet/Google, Microsoft, Amazon, Apple, Facebook e Netflix, così come JPMorgan Chase, Blackstone e Walmart. Ma anche le aziende del Delaware hanno promosso il loro influente senatore, tra cui la società di carte di credito MBNA e John Hynansky, un businessman statunitense di origini ucraine che domina l’esportazione di SUV premium in Ucraina.

Biden, come senatore a Washington, ha sempre votato con i repubblicani sulle principali deregolamentazioni del settore finanziario e, con lui, il DelawarI membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.e si è espanso fino a diventare il più grande paradiso finanziario del mondo. Ciò implica che abbia anche una propria costituzione aziendale volta al “libero mercato” ed un sistema giudiziario che va nella stessa direzione politica.

E naturalmente anche la BlackRock – che co-governa a Washington – ha la sua sede legale a Wilmington, in Delaware.

 

“(America) BlackRock First”

La BlackRock è un importante società azionista in circa 18.000 aziende, banche e società di servizi finanziari negli Stati Uniti, UE, Gran Bretagna, Asia e America Latina. In tre decenni la BlackRock è cresciuta fino a diventare il più grande organizzatore di capitali nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti, principalmente raccogliendo e investendo il capitale dei super-ricchi.

Possono diventarne clienti solo le più grandi famiglie d’affari o i top manager con un capitale di almeno 50 milioni di dollari. Un investitore come BlackRock promette profitti più alti di quelli che possono essere guadagnati nelle normali operazioni finanziarie, diversificando le proprie pratiche capitalistiche.

·         BlackRock non impiega cassieri agli sportelli, né offre un servizio clienti pubblico. I super-ricchi trasferiscono il loro denaro direttamente. Ecco perché l’apparato di gestione di BlackRock ha solo 16.000 impiegati per gli 8.000 miliardi di dollari di capitale che gestisce – mentre Deutsche Bank deve mantenere 87.000 impiegati per meno di un centesimo del capitale totale.

·         BlackRock è anche il più grande organizzatore di società di comodo. Il capitale dei super-ricchi viene investito per ognuno di loro in una speciale società di comodo in un paradiso finanziario tra Delaware, Isole Cayman e Lussemburgo. Allo stesso tempo, questi investitori sono resi anonimi e invisibili al pubblico, alle autorità fiscali e ai regolatori finanziari.

Così, il 5% circa delle azioni della società di lignite RWE sono distribuite tra 154 società “letterbox” in una dozzina di paradisi finanziari, sotto nomi come BlackRock Holdco 4 LLC, BlackRock Holdco 6 LLC, e simili. Naturalmente, BlackRock non commette essa stessa evasione fiscale, ma offre l’opportunità di farlo (detto in altre parole: Favoreggiamento).

·         Inoltre BlackRock gestisce ALADDIN, la più grande struttura robotica per la raccolta e lo sfruttamento di dati finanziari ed economici. Nell’arco di nanosecondi i valori e le performance di tutte le azioni e altri titoli delle borse del mondo vengono catturati e utilizzati speculativamente per la compravendita.I membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.

BlackRock è co-proprietario di 18.000 aziende – in Germania ad es. di Wirecard – comprese tutte le corporazioni digitali come Amazon, Google, Apple, Microsoft e Facebook, ed è anche co-proprietario delle due maggiori agenzie di rating, Standard & Poor’s e Moody’s. In quanto più grande insider del globo, BlackRock può accedere ad importanti dati in modo velocissimo e prima di altri co-speculatori.

Inoltre, è principale gestore finanziario dei super-ricchi occidentali e dunque ignora completamente i possibili danni alle economie nazionali e l’impoverimento degli Stati attraverso la continua evasione fiscale organizzata, tanto che persino l’Unione Europea rimane impotente contro questo colosso e il suo meccanismo, oppure ne diventa complice.

Inoltre, le aziende che BlackRock acquista e di cui diventa co-proprietario – come, per esempio in Germania, tutte le maggiori società tedesche che negoziano alla Borsa di Francoforte – sono proficuamente “ristrutturate”, rimpicciolite, parzialmente vendute (come è attualmente il caso della ThyssenKrupp), fuse (come nel caso di Bayer-Monsanto), accompagnate da tagli di posti di lavoro, outsourcing, delocalizzazioni e simili.

Come principale azionista di Amazon, per esempio, il predicatore della sostenibilità Fink non ha mai detto nulla contro gli attacchi antisindacali (compresi di minacce e licenziamenti) all’interno dei magazzini del colosso della logistica, o dei bassi salari sui quali si arricchisce Jeff Bezos.

Viene spesso sostenuto, non solo dai lobbisti di BlackRock come Friedrich Merz, ma anche dalla sinistra, che con le quote del 5% BlackRock, come in RWE – sicuramente non può far passare nessuna decisione! E invece sì, è possibile, perché con BlackRock di solito ci sono sempre, in composizione variabile, una dozzina di organizzatori di capitale a lei simili, che allo stesso tempo sono anche azionisti, per esempio Vanguard, State Street, Amundi, Norges, Wellington, Fidelity, Capital Group – e si accordano tra loro.

Il governo degli Stati Uniti sotto Biden sta dimostrando di essere il governo che persegue gli interessi sia dei vecchi che dei nuovi super-ricchi. Si tratta di una minoranza capitalista ed egoista che rappresenta forse l’1,5% della popolazione di tutti gli Stati Uniti.

Tuttavia BlackRock rappresenta anche gli interessi di minoranze ricchissime in altri importanti paesi come la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Svezia, la Spagna, il Messico: tutti con il loro capitale discrezionale investito in BlackRock & Co.

 

Obama, Trump, Biden: tutti con BlackRock

Nel 2008, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama incaricò BlackRock di gestire la crisi finanziaria e decidere quali banche, quali compagnie di assicurazioni, quali società sarebbero state salvate.

BlackRock intascò un compenso di 3 milioni di dollari per questo – ma ancora più importante fu la benedizione ufficiale dello Stato. Questa includeva la nomina come consigliere della più grande banca centrale del mondo occidentale, la Federal Reserve Bank. Quello fu il colpo di partenza per la salita finale nell’aumento annuale del 10% del capitale raccolto e distribuito fino agli ormai 8.000 miliardi di dollari.

Oltre ad aver conferito a BlackRock la nomina come consigliere della Banca Centrale Europea (BCE) e, più recentemente, nel 2020, come consigliere della Commissione Europea a Bruxelles per la nuova formula di rinnovamento capitalista ESG: Environment, Social, Government.

Anche sotto Trump, BlackRock non è affatto scomparsa dalla scena economico-politica. Dal marzo 2020, e come consulente della Federal Reserve, BlackRock ha gestito il programma di salvataggio Covid19, molto simile al “Corona Recovery Program” dell’UE da 750 miliardi (qui noto come Recovery Fund, ndt).

Il CEO di BlackRock – Fink – era in corsa per diventare il segretario al Tesoro di Hillary Clinton. Ma quando il vincitore delle elezioni Trump ha tagliato le tasse sulle società, l’agile Fink lo ha lodato, dicendo: “Trump è un bene per l’America“.

BlackRock è parte attiva di “America First“, indipendentemente da quale dei due partiti monopolistici statunitensi sia al potere.

 

(L’articolo è stato tradotto dall’inglese da Gaia Sartori Pallotta https://www.workers.org/2021/01/54092/)

 

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Perquisizioni a tappeto a carico di Mediterranea Saving Humans

 

Questa mattina all’alba è scattata una vasta operazione di polizia contro Mediterranea Saving Humans. La Procura della Repubblica di Ragusa ha coordinato perquisizioni effettuate da decine e decine di agenti in tutta Italia, in abitazioni, sedi sociali, e sulla nave Mare Jonio. Le accuse sono pesanti, ma in realtà puntano a colpire la pratica del soccorso civile in mare che Mediterranea promuove dal 2018, attraverso la sua compagnia armatoriale, Idra social shipping, che fornisce all’associazione la nave di ricerca e soccorso e cura la gestione degli equipaggi.

Il Procuratore di Ragusa, ha più volte esternato pubblicamente la sua crociata contro le Ong arrivando a sostenere che “bisogna che non passi l’idea che sottrarre i migranti dalle mani dei libici possa essere una cosa consentita”. Quello di oggi è un vero e proprio “teorema giudiziario”, in cui si ipotizza che le attività di soccorso e salvataggio siano preordinate allo scopo di lucro. La “macchinazione” ipotizzata è talmente surreale da rendere evidente quale sia il primo e vero obiettivo di questa operazione: creare quella “macchina del fango” che tante volte abbiamo visto in azione nel nostro paese, dal caso di Mimmo Lucano alle inchieste di questi giorni contro chi pratica la solidarietà ai migranti che attraversano la rotta balcanica, e sparare ad alzo zero contro chi come noi non si rassegna al fatto che da inizio gennaio ad oggi siano già centinaia le donne, uomini e bambini lasciati morire nel Mediterraneo, e si contino già a migliaia i catturati in mare e deportati nei campi di concentramento libici, finanziati con i soldi dell’Unione Europea e dell’Italia. Le perquisizioni cercano “prove” perché in realtà l’accusa, nonostante migliaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, si fonda solo su congetture che si scioglieranno presto come neve al sole.

La vicenda in esame riguarda il soccorso prestato ai 27 naufraghi della Maersk Etienne che da 38 giorni erano abbandonati in mezzo al mare tra Malta e Lampedusa, a bordo della portacontainer che li aveva tratti in salvo. Fu definito la “vergogna d’Europa” quel disumano abbandono, il più lungo stand – off che si ricordi per dei naufraghi che in teoria, secondo ciò che impongono le Convenzioni Internazionali, avrebbero dovuto raggiungere “tempestivamente” un porto sicuro. Idra social shipping non ha mai fatto nulla di illegale e lo dimostrerà presto nelle sedi competenti. E Mediterranea non si fermerà a causa di questo attacco, triste e prevedibile, e continuerà ad essere in mare, lì dove i crimini che vengono commessi e sono quelli di strage, tortura, stupri, sevizie.

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Lucio Fontana: Concetto spaziale – attesa - Cristina Cenciarelli

 

Allora figlia, mi chiedi di spiegarti questo quadro perché non ci capisci niente. Stai tranquilla, non sei l’unica.

L’arte è difficile da capire e da spiegare. A volte anche da accettare. Ma forse il bello è proprio questo continuo chiedersi cosa è, gli infiniti dubbi che ti regala, che sono molti di più delle assolute certezze.

Sì, perché l’unica cosa sicura per noi fruitori… va bene, dopo ti spiego anche cosa significa fruitori. Voglio dire, l’unica risposta che si può dare guardando l’arte è: mi piace/non mi piace. Anzi, meglio ancora: mi emoziona/non mi emoziona. A capirla ci vuole tempo e non sempre è necessario.

Perché l’Arte, quella con la A maiuscola, non è fatta solo per essere appesa al muro, ma per lasciare dentro di te “qualcosa”. E quel qualcosa, ascolta bene, non deve essere per forza una sensazione di benessere, perché a volte è esattamente il contrario: rabbia, delusione, disgusto… Lo so, è tutto molto confuso ma, ti giuro, ci hanno provato in tanti a spiegare l’arte senza riuscirci.

Allora, questo quadro si chiama «Concetto spaziale – attesa» ed è di Lucio Fontana, che era di papà italiano e di mamma argentina. Te lo dico perché qualche volta i genitori degli artisti si sentono importanti.

Non è bello? Ho scelto questo quadro perché tu da grande vuoi fare l’astronauta anzi, come hai detto un giorno, l’esploratrice degli spazi. Bene, qui Fontana ha voluto mostrare che tempo e spazio non esistono, creando così la sua visione di infinito. Complicato? Allora, ti ricordi di Peter Pan e dell’isola che non esiste? Il concetto è un po’ quello. Chiaro che adesso ti chiederai: se non esiste come fa ad esserci? E se è infinito come fa a non esistere? Ma la grandezza di un artista è proprio mostrarci, in una forma del tutto personale, quello che noi non siamo capaci di vedere: una realtà diversa.

Invece di pitturare un paesaggio perfetto, bello come una fotografia, un artista ti mostra quello che lui sente dentro, un sogno, una visione; attraverso un’opera che va oltre un’immagine comune ti dà una finestra da aprire per respirare altro ossigeno. Difficile da accettare all’inizio, lo so, ma qui torniamo a quello che ti ho già detto: la cosa importante dell’Arte, quella con la A maiuscola, è soprattutto farti emozionare.

Per esempio, pensa alla forza dell’artista, non parlo della mano che taglia la tela, ma alla potenza per arrivare a quel gesto e farlo diventare arte. Una tela, che per le persone normali è un luogo destinato a raffigurare ritratti somiglianti e incantevoli paesaggi, riceve invece un taglio fatto con un coltellino qualsiasi. Sai, una volta ho sentito dire: «Eh, ma un’opera così la possono fare tutti, anche un bambino!». Forse, ma solo Fontana l’ha pensato e ne ha fatto una cosa unica, preziosa. E il riferimento a un bambino non è sbagliato, sai, perché è importante per un artista essere un po’ bambino, proprio come te: curiosa, indipendente, libera.

E lo so, lo so che quando tu rompi o tagli qualcosa la mamma ti sgrida. Ma lo sai che noi grandi pensiamo in maniera diversa da voi.

Perché? Beh, gli adulti a volte sono troppo rigidi, troppo compressi dalle responsabilità e, se proprio vuoi saperla tutta, a volte facciamo cose che non vorremmo, sembriamo quello che non siamo, ci mascheriamo da persone di successo, dinamiche, ricche, quando invece ci piacerebbe tanto andare al parco a mangiare un gelato e sporcarci anche un po’.

Pensa a quanto sarebbe bello prendere una tela, un pennello, i colori e lasciarsi andare a gesti naturali, istintivi, buttare pittura dove capita. Vuoi saperlo? L’hanno fatto e, indovina, si sono scandalizzati tutti!

Si chiedevano: perché il passero, la donna, il sole sono stati disegnati così? Allora te la faccio io una domanda: perché no?

Pensa che magia riuscire a fare Arte con un semplice taglio. E immagina che meraviglia emozionarsi soltanto guardando quella spaccatura, sentire smuovere qualcosa dentro lo stomaco, a volte rabbrividire e ricordarsi di quell’opera per tutta la vita.

Lo so, sono concetti strani, ma la vita è più bella quando non è ordinaria, quando l’immaginazione ci trasporta chissà dove, quando qualcosa è dentro di noi, ancora non sappiamo neanche cosa, ma vogliamo tirarla fuori, non importa come. È un po’ come quando tu cominci a mettere insieme i mattoncini del Lego: già sai dove andrai a finire? Credo di no, perché la tua fantasia di bambina è illimitata.

Il grande artista è quello che crea una bellezza che altri non riuscirebbero neanche a sognare, un incantesimo magico fuori dagli schemi. E ogni secolo ha avuto uomini e donne che hanno osato, sempre un passo avanti agli altri. Come sarai tu, esploratrice degli spazi.

Va bene, per oggi basta. Cosa vuoi fare? No, non credo che a mamma piacerebbe un taglio sulla tua maglietta. Perché? Lo sai perché, dai. Vuoi davvero provare? Però dopo a mamma glielo spieghi tu cos’è l’Arte, va bene?

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lunedì 1 marzo 2021

Corridoi militari. Ecco perchè non si ferma il Tav - Fabrizio Salmoni

 

Chissà quante volte ci siamo chiesti cosa ancora occorresse per fermare la Torino-Lione dopo che tutte le fonti indipendenti e le Corti dei Conti francese e europea ne hanno decretato l’insostenibilità economica e ambientale. Dopo la sbrigativa formula decisionale snocciolata a suo tempo da Conte (“Costa più non farla che farla”) che pure si suppone avesse letto la relazione del prof. Ponti e avesse considerato la sproporzione degli impegni economici tra Italia e Francia. A chi non suonò falsa,  imbarazzata e decisamente insufficiente a giustificare la prosecuzione del progetto?

Non potevano essere stati solo i vuoti slogan dei proponenti sui vantaggi ambientali, commerciali, efficientistici,  o le pressioni delle madamine sponsorizzate dall’Unione Industriale torinese e quella pletora di personaggi impresentabili che hanno cavalcato il tema Tav per opportunità personale o politica. E neanche le pressioni degli industriali, e della folta schiera di clientes che ogni partito alimenta a soldoni per consolidare il proprio sistema di potere.

Ora, grazie a Presidio Europa e all’intraprendenza di alcuni attivisti No Tav di Potere al Popolo, forse capiamo di più. Capiamo la caparbietà, l’arroganza, le tante irregolarità, le difficoltà legali-amministrative, superate da Telt sempre con stupefacente facilità, i ricorsi sempre respinti, le sentenze sempre favorevoli, le delibere dei Comuni sempre ignorate, le richieste di riesame dei dati forniti dai tecnici della Comunità Montana mai considerate o sbrigativamente licenziate, le falsità dei media, la durezza della presenza poliziesca. Capiamo perchè sono cosi sicuri che quella “promessa” di soccorso economico europeo lievitato al 55% dei costi si concretizzerà, e perchè, malgrado i ritardi certificati che avrebbero dovuto sottrarre contributi europei, non ci sia mai stata una seria conseguenza.

La verità dirimente sta nei documenti e nei verbali dell’Unione Europea che presentano una visione chiara di come i famigerati corridoi TEN-T rappresentino un elemento fondamentale per i passaggi necessari verso la costruzione di una Difesa europea comune, autonoma dalla stessa Nato.

Nel 2016 la Ue si rende promotrice di un’iniziativa senza precedenti: l’istituzione di un fondo europeo per la Difesa (European Defence Fund) con il discorso annuale del Presidente Junker che invita a “riflettere sulla necessità di assumersi le responsabilità di proteggere gli interessi e il modo di vivere dei cittadini europei, nel loro territorio e all’estero, senza delegare la loro tutela alle potenze militari altrui”. L’Edf , destinato a sostenere progetti industriali militari, avvia la cooperazione permanente tra eserciti europei per una serie di passaggi sulla mobilità militare e diventa realtà il 7 giugno 2017.

Segue a ruota Violeta Bulc, Commissario per i Trasporti e appassionata sentinella europea della lobby del Tav, che spiega cosi il progetto: “Il nostro obiettivo consiste nell’impiegare al meglio la nostra rete di trasporti, per garantire che si tenga conto delle esigenze militari in sede di pianificazione dei progetti infrastrutturali. Ne derivano un uso più efficace del denaro pubblico e una rete di trasporto meglio equipaggiata, in grado di garantire una mobilità rapida e senza ostacoli in tutto il continente. È una questione di sicurezza collettiva”. (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_18_2521).

In un’audizione alla Camera nel 2019, il Gen. Claudio Graziano, presidente del Comitato Militare dell’Ue, riferisce“La Commissione e l’Alta rappresentante hanno presentato il 10 novembre 2017 una comunicazione congiunta sul miglioramento della mobilità militare e il 28 marzo 2018 un piano d’azione per la mobilità militare all’interno e all’esterno dell’Unione europea. Il piano d’azione è volto in particolare ad individuare i requisiti militari, gli eventuali potenziamenti delle infrastrutture di trasporto e le opzioni… di allineamento della normativa sul trasporto di merci pericolose atti a garantire la mobilità militare. Il 3 giugno 2019 la Commissione europea e l’Alta Rappresentante hanno presentato una relazione sull’attuazione del piano d’azione sulla mobilità militare (JOIN(2019)11).   Si ricorda che nell’ambito della proposta di regolamento relativo al meccanismo per collegare l’Europa (COM(2018) 438), alle reti di trasporto, energia e infrastrutture digitali, è previsto uno stanziamento di 6,5 miliardi di euro per il finanziamento di infrastrutture di trasporto a duplice uso civile e militare nell’ambito del quadro finanziario 2021- 2027, che tenendo conto del tasso di cofinanziamento del 50%, potrebbe mobilitare uno stanziamento complessivo di almeno 13 miliardi di euro per tali progetti.” (http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/AU019.pdf?_1580894703083).

In altra audizione alla camera,  il raggio degli obiettivi si amplia ai programmi spaziali, si danno istruzioni perentorie e si fissano delle scadenze: “…Entro il 2019 la Commissione individuerà le porzioni della rete transeuropea dei trasporti utilizzabili per il trasporto militare. Sarà stilato un elenco di progetti prioritari, con una stima del volume totale degli investimenti necessari per esigenze militari sulla rete transeuropea dei trasporti; entro il 2020 la Commissione valuterà la necessità di adeguare il regolamento relativo alla rete transeuropea dei trasporti al fine di un aggiornamento dei requisiti tecnici per i requisiti militari; entro la fine del 2019 la Commissione determinerà la possibilità di interconnettere le banche dati militari e civili (TENtec); la Commissione continuerà a rafforzare sinergie tra la rete transeuropea dei trasporti e i 3 pertinenti programmi spaziali (per es. EGNOS/Galileo). Gli Stati membri dell’UE sono invitati a: stabilire al più presto un unico punto di contatto per informazioni sull’accesso alle infrastrutture di trasporto per scopi militari; tenere sistematicamente conto delle esigenze militari nella costruzione di infrastrutture di trasporto“.  Abbiamo quindi delle date che richiederebbero conferme ufficiali e un interessante collegamento da chiarire con i progetti spaziali.

Nella stessa occasione, si fa riferimento all’esperimento realizzato nei paesi del corridoio Mare del Nord-Mar Baltico nel 2017 per  testare la capacità delle reti specificando che “L’operazione pilota ha anche individuato importanti opportunità per un duplice uso civile-militare delle infrastrutture, tra queste l’uso delle piattaforme multimodali che consentono di trasferire rapidamente risorse da porti e aeroporti a ferrovie e strade, il miglioramento della capacità dei terminal terrestri e sagome limite adeguate nelle linee ferroviarie merci. La rete transeuropea dei trasporti (TEN-T) consiste in una rete globale che garantisce l’accessibilità a tutte le regioni dell’UE, da ultimarsi nel 2050, e in una rete centrale, – ritroviamo date familiari – le cui parti strategicamente più importanti devono essere completate nel 2030. La rete TEN-T comprende porti, aeroporti, ferrovie, strade e vie navigabili interne. Per facilitare il completamento delle parti principali della rete centrale sono stati stabiliti nove corridoi multimodali principali. Tale sistema si è già dimostrato molto utile ai fini della mobilità militare in quanto ha permesso di convertire i dati geografici identificati nei requisiti militari in un formato visivo e di creare un visualizzatore interattivo di mappe della mobilità militare TENtec”. (http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/ES008.pdf).

E si arriva cosi al 10 dicembre 2020 quando è portata all’attenzione del parlamento europeo la relazione della Commissione trasporti e turismo che conferma definitivamente: “La politica in materia di infrastrutture di trasporto offre una chiara opportunità per potenziare le sinergie tra le esigenze di difesa e la rete TEN-T, con l’obiettivo generale di migliorare la mobilità militare in tutta l’Unione, affinché le infrastrutture di trasporto nell’ambito delle tratte transeuropee della rete giudicate idonee siano adattate rigorosamente in linea con il principio del “duplice uso”, onde soddisfare le esigenze civili e di difesa. Il Parlamento europeo invita la Commissione a mantenere la sua proposta originaria per il finanziamento della mobilità militare nel quadro del QFP 2021-2027.” (http://www.presidioeuropa.net/blog/wp-content/uploads/2021/01/Revisione-degli-orientamenti-relativi-alla-rete-transeuropea-di-trasporto-20201210-A-9-2020-0251_IT-con-NOTE1.pdf)

Bene, ora sappiamo di più, e forse non ancora tutto, ma già abbastanza per aggiungere alle criticità economiche e ambientali da sempre denunciate il tema dell’antimilitarismo al contrasto della Grande Opera. Sarà sufficiente per scuotere anche quelle anime belle che espongono alla finestra  la bandiera della Pace come massimo impegno? La resistenza ventennale della Val Susa assume oggi ancora più valore, dopo aver messo in luce l’intreccio perverso di interessi che stanno dietro al progettone. Quali forze si faranno avanti per la nuova sfida? (F.S. 25.2.2021)

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Perché si parla di genocidio del popolo guaraní - Riccardo Bottazzo

Yvy è malata. Yvy, che nella lingua guaraní significa la “Nostra Terra”, soffre per la crudeltà e la mancanza di rispetto degli uomini che la abitano, così come un corpo soffre se è attaccato da un virus. Ñande Ru Guasu, il Nostro Grande Padre, creatore del cielo, della foresta e dei corsi d’acqua, prima di ritirarsi in un luogo sperduto, inaccessibile anche alla stessa fantasia dei suoi figli, aveva affidato Yvy al popolo guaraní e ai suoi Paí, gli sciamani, affinché si prendessero cura di lei. La terra donava la vita ai suoi figli. I suoi figli, rispettando il Teko Porã, il corretto modo di vivere, amavano e restituivano vita alla terra. Così è stato per tanto tempo. Poi è arrivato l’uomo bianco.

Il genocidio che si sta compiendo verso il popolo guaraní è cominciato con il furto della loro terra in nome di quel processo chiamato “sviluppo economico capitalista” i cui nefasti effetti, non ultimi i cambiamenti climatici, li stiamo soffrendo anche noi che viviamo dall’altra parte del globo. Comprare, recintare, devastare, mercificare la terra, l’acqua, l’aria, il vivente per un indigeno guaraní, più che una ingiustizia o una bestemmia, è un’assurdità. “Sappiamo che vogliono la nostra terra. Sappiamo che sono pronti ad ucciderci per questo – ha spiegato in una intervista il cacique Ladio Veron –. Non capiamo però lo scopo. Se la terra muore, moriranno tutti gli uomini e quindi anche loro. È il demone del male che guida le loro azioni. Perché non se ne rendono conto?”

Siamo nel sud del Brasile, nello Stato del Mato Grosso, ai confini col Paraguay. All’arrivo dei primi colonizzatori, il popolo guaraní fu uno dei pochi dell’Amazzonia a non sottomettersi a spagnoli e portoghesi e a rifiutare gli insegnamenti dei gesuiti al loro seguito. I guaraní kaiowa, uno dei tre sottogruppi linguistici in cui si dividono, decisero di ritirarsi nella foresta. Fu la decisione giusta. Degli altri gruppi indigeni che scelsero di venire a patti con i cosiddetti conquistadores – ma sarebbe più corretto chiamali “invasori” – oggi non è rimasto neppure un vocabolario.

E per qualche secolo, la grande foresta amazzonica offrì rifugio al popolo guaraní. Quelle terre difficili non solo da coltivare o da vivere ma anche da attraversare, all’inizio, non erano appetibili per l’uomo bianco. Ma lo “sviluppo economico” è una bestia che non è mai sazia. La terra ancestrale, da disboscare per monetizzare il legname e poi da adibire a culture intensive, faceva sempre più gola agli uomini bianchi che si stringevano ai confini delle riserve. I guaraní furono relegati in spazi sempre più stretti. Le grandi foreste venivano abbattute per favorire le monoculture della canna da zucchero e dell’etanolo che regalavano immense ricchezze a pochi latifondisti, sfruttamento e umiliazioni ai lavoratori, fame, miseria e disperazione a tutti gli indigeni.

Nel 2010, una legge dello Stato brasiliano deportò definitivamente i guaraní in sorte di “riserve indigene” che altro non erano che delle vere e proprie baraccopoli. Lo scopo dichiarato era quello di “preservare la popolazione indigena e la sua cultura” ma il vero obiettivo era quello di rubare loro anche le ultime terre mercificabili dai latifondisti o dalle multinazionali dell’estrattivismo, il nuovo business, che avevano individuato nell’Amazzonia gli ultimi giacimenti fossili di un pianeta oramai quasi prosciugato di ogni sua risorsa.

I guaraní furono allontanati a forza dai loro villaggi e rinchiusi in favelas senza accesso all’acqua potabile, senza assistenza medica, senza l’istruzione dei bianchi e privati anche dei luoghi sacri in cui veniva tramandata la tradizione indigena. Il popolo guaraní non aveva più una Yvy con la quale vivere e rapportarsi.

L’esodo del 2010 era stato accuratamente preparato da un decennio di inaudite violenze commesse nei loro confronti da milizie private, e talvolta anche militari, pagate dai latifondisti con l’appoggio incondizionato dei partiti di destra e senza troppo opposizione da quelli di sinistra. Stupri, torture, sparizioni forzate, rapimenti di bambini, omicidi di oppositori, incendi di interi villaggi, distruzione dei luoghi e dei beni sacri con i quali gli sciamani guaraní tramandavano la cultura indigenza.

 

Marcos Veron, padre del sopracitato Ladio Veron, e tantissimi altri rappresentanti del popolo guaraní che avevano avuto il coraggio di denunciare al mondo l’assalto dei latifondisti al suo popolo furono uccisi barbaramente. E dove non arrivava la violenza, arrivava l’alcol. I lavoratori guaraní venivano pagati, sino a che riuscivano a lavorare, con bottiglie di rum di scarsa qualità creando una dipendenza che non aveva cura. Secondo la denuncia di associazioni internazionali per i diritti umani, i latifondisti arrivarono anche a distribuire, con la connivenza del governo federale, giocattoli contaminati da virus influenzali, morbillo e vaiolo, infettando così volutamente interi villaggi. E aids attraverso prostitute infette non indigene (Cataleta, La violenza genocidaria oltre la dimensione culturale. Il caso dei guaraní kaiowà in Maniscalco e Pellizzari, Deliri culturali, L’Harmattan italia, 2016).

Secondo un rapporto del Cimi, il Conselho Indigenista Missionário, tra il 2003 ed il 2013 più di 300 leader indigeni furono assassinati. Altri rapporti di organizzazioni non governative puntano il dito sulla polizia federale e la polizia di Stato che in più occasioni si sono messe al servizio dei proprietari terrieri, i quali avrebbero anche corrotto membri del governo e della Corte suprema federale. Quasi tutti i procedimenti penali infatti, sono stati archiviati e le inchieste volte alla individuazione dei responsabili delle violenze non hanno mai portato a nulla.

Era la prova generale di uno sterminio annunciato. Uno sterminio che il mondo intero sta rimanendo, muto, a guardare.

A ben vedere, quando nel 2019 arrivò al potere Jair Messias Bolsonaro, la porta per il genocidio era già spalancata. Il nuovo presidente del Brasile ci mise del suo e, con buona volontà, si fece carico di mantener tutto quello che aveva promesso in campagna elettorale: smantellò ogni forma di assistenza alle popolazioni indigene, coprì ed incoraggiò le violenze delle milizie, supportandole con l’impiego di forze militari federali, legalizzò le attività illecite che le multinazionali dell’estrattivismo avevano già avviato in aree protette, abrogò le leggi che tutelavano i popoli nativi, incrementò la deforestazione, ignorò semplicemente la Dichiarazione di Brasilia che protegge le minoranze indigene.

Senza timore di essere tacciato di razzismo, Bolsonaro ha più volte alluso alla presunta inferiorità dei popoli indigeni perché osano opporsi al dio dello “sviluppo economico”. Se i brasiliani sono poveri, spiega l’ineffabile Bolsonaro, la colpa è tutta degli indigeni che impediscono di monetizzare le ricchezze dell’Amazzonia. Il nuovo ordine mondiale, la bufala dei cambiamenti climatici, le potentissime lobby internazionali per i diritti dell’uomo… tutto complotta a favore dei guaraní. Nel 2005, il futuro presidente del Brasile affermò: “Gli indigeni non parlano la nostra lingua, non hanno denaro né cultura. Sono soltanto popoli nativi. Come hanno fatto a ottenere il 13 per cento del nostro territorio nazionale?” Una prospettiva che fa eco a quanto sottolineò nell’aprile del 1998, da parlamentare: “È davvero un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente quanto quella americana nello sterminare gli indigeni”.

Greenpeace e le altre organizzazioni che difendono l’ambiente e il diritto alla terra dei popoli originari, sono testualmente bollate come “porcheria e spazzatura” e accusate di appiccare incendi solo per il piacere di affibbiare la colpa a lui ed ai suoi amici che, al contrario, si impegnano per il bene dei brasiliani. Quelli veri.

Possiamo parlare di un vero e proprio genocidio nei confronti del popolo guaraní? Lo abbiamo chiesto all’avvocata Maria Stefania Cataleta, impegnata nella difesa dei diritti umani e ammessa al patrocinio innanzi alle giurisdizioni penali internazionali come la Corte Penale Internazionale. La domanda non è retorica. Secondo la Convenzione di New York del 1948, il riconoscimento di un genocidio in atto implica l’obbligo di intervenire a livello internazionale perché si tratta di un crimine sottoposto alla Legge delle Nazioni che esula dalla competenza delle giurisdizioni interne.

“Il genocidio è essenzialmente un crimine di Stato perché viene perpetrato dagli stessi vertici politici e militari della nazione che, in primis, dovrebbe giudicarli e condannarli – spiega l’avvocata Cataleta –. Simili circostanze assottigliano notevolmente la sfera di punibilità dei responsabili di genocidio e rende difficile un intervento esterno. Alla base del genocidio c’è sempre uno Stato totalitario che innesca lo sterminio di massa sulla base di parametri oramai consolidati e studiati. Il regime attualmente in vigore in Brasile sembra sfuggire a parametri democratici e per questo favorisce politiche di emarginazione ed estinzione dei popoli indigeni dell’Amazzonia. La mia opinione è quindi che si possa parlare senza mezzi termini di genocidio nei confronti del popolo guaraní”.

 

Quali sono questi parametri che ritroviamo in tutti i genocidi accaduti su questa Terra?

“La disumanizzazione, in primis. Vale a dire la negazione all’altro nella classificazione di umano; tale è il meccanismo psicologico che facilita la rimozione di ogni barriera simbolica e agevola l’azione distruttrice. Il processo di disumanizzazione separa l’essere umano dall’altro, visto come estraneo e temibile, e giustifica l’omicidio di massa. Ma il processo genocidario non si arresta qui poiché necessita di un supporto probatorio atto a corroborare l’intento distruttivo. Mi spiego: alla base di un genocidio c’è sempre un meccanismo di proiezione che vede nell’altro il responsabile delle debolezze del carnefice e la sua messa in pericolo. Il genocidio diventa allora una sorta di legittima difesa. Si innesta una teoria del complotto, che è una costante di tutti i regimi totalitari, che considerare una minoranza come l’origine di tutti i suoi mali in una sorta di messianismo delirante”.

Una descrizione che combacia in pieno con le farneticazioni di Bolsonaro.

“Già. Confinati nella foresta amazzonica, lontani dal mondo così detto ‘civilizzato’, i popoli indigeni sono considerati incapaci non solo di integrarsi e di partecipare allo sviluppo sociale, ma addirittura accusati di ostacolarlo. Ecco il meccanismo attraverso il quale se ne giustifica l’eliminazione. L’uso offensivo di pesticidi, battericidi, medicamenti e veleni, che sta uccidendo l’Amazzonia e i suoi popoli originari, si colloca esattamente in quest’ottica purificatrice. La vittima è vista come un essere malato da ‘guarire’ a tutti i costi o come animale infimo e disgustoso, come il ratto nella retorica nazista o la blatta in quella del genocidio ruandese. Quello che sta accadendo ai guaraní, lo abbiamo già visto molte volte nella storia”.

E non abbiamo imparato niente.

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Non avrai nulla e sarai felice - Gustavo Esteva

Non ci sarà “normalità”. Né nuova né vecchia. E sappiamo poco di quello che sarà. Prima di tutto, resistiamo a quello che ci viene imposto invece di cercare di tornare a quel che c’era. Morire è l’unica cosa del tutto prevedibile nella nostra vita. L’arte di morire è parte centrale dell’arte di vivere. È inaccettabile venire privati della capacità di morire con dignità, come si fa oggi con coloro che muoiono negli ospedali. È altrettanto inaccettabile vietare i funerali. È inaccettabile e non lo accettiamo. Un numero crescente di persone con il virus si rifiuta di andare in ospedale… e, in generale, sta andando bene. Si svolgono riti e celebrazioni per accompagnare i propri cari fino alla tomba. A volte si deve farlo sfidando apertamente le autorità, proprio come in tante altre cose.

Però la resistenza non è sufficiente; dobbiamo reinventarci. Le strade di ieri non portano più da nessuna parte. Non ha senso continuare a cercare lavori che non esistono più e non esisteranno, oppure bussare alle porte che un tempo soddisfacevano richieste. Non ha senso nemmeno fare affidamento sulle promesse di un futuro sempre rinviato. Oggi, per sopravvivere, la prima cosa è rendersi conto appieno della radicale novità della situazione attuale.

Per scrutare l’orizzonte, ad esempio, è utile tener conto di ciò che i signori di Davos hanno annunciato a fine gennaio nel loro Forum Economico Mondiale, il luogo da dove ogni anno dettano la direzione delle politiche globali. Quelli che rappresentano e ostentano i principali poteri economici e politici del mondo hanno deciso di togliersi le maschere e annunciare, con incredibile cinismo, cosa intendono fare. Accelereranno bruscamente Il Grande Reset che avevano anticipato e programmato per il 2030. Il Covid ha accelerato il processo. È per oggi.

Uno degli slogan che hanno lanciato tre anni fa è stato aggiornato e ha acquistato pieno significato: “Non avrai nulla e sarai felice“. Risistemare tutti i pezzi, come stanno facendo e cercheranno di fare sempre di più, significa che vogliono portare la loro rapina alle sue ultime conseguenze. Per decenni ci hanno tolto diritti, libertà, posti di lavoro, salari, pensioni, terre, territori, foreste, acqua, piante, semi, tutto ciò che potevano strapparci, spesso con
immensa violenza. Vogliono continuare a farlo finché non avremo più niente.

Hanno anche annunciato come potranno farlo: con dispositivi che consentano alle persone di accettare docilmente questo destino e persino di gradirlo, di sentirsi “felici” per quello che lasciano, per poter restare incollati a uno schermo, per trasformare la propria casa in ufficio, per ricevere qualche soldo o per sottomettersi alla società della sorveglianza nella quale ogni gesto, atteggiamento e comportamento delle persone sarà controllato.

Klaus Schwab, il fondatore del Forum di Davos e principale portavoce del Grande Reset lo ha detto: “Un aspetto positivo della pandemia è che ci ha insegnato che possiamo introdurre cambiamenti radicali nel nostro stile di vita molto rapidamente. I cittadini hanno dimostrato di essere disposti a fare sacrifici per favorire l’assistenza sanitaria”. Schwab pensa che i cittadini,
così come hanno docilmente accettato il confinamento e altre misure, siano “già pronti” per affrontare quello che li si costringerà a fare.

I signori di Davos non si mordono la lingua quando riconoscono che “il capitalismo… è morto…”. Sono consapevoli del fatto che “la loro ossessione di massimizzare i profitti degli azionisti ha portato a orribili disuguaglianze”. Il loro ospite d’onore è stato, questa volta, Xi Jinping, il presidente della Cina, che ha pronunciato un discorso trionfalista e ha descritto le istruzioni che detterà. Ma il Forum non ha adottato il “socialismo moderno” che Xi afferma di star realizzando.

Il Grande Reset riscatterà la parola capitalismo dalla tomba degli orrori in cui si trova, lo farà cancellando le libertà ed eseguendo innumerevoli esercizi autoritari o realizzando megaprogetti come il treno Maya o il Corridoio Transoceanico. Il nuovo regime sarà “includente” ed egualitario, come la 4T [La Quarta Trasformazione del paese promessa dal presidente del Messico, López Obrador, ndt]. Tutte le “parti interessate” parteciperanno all’operazione, in modo che non ci sia alcuna opposizione al nuovo mondo felice che si starebbe creando, ad esempio, nel sud-est del Messico.

Vale la pena di fare un’attenta analisi dell’agenda del Grande Reset. I suoi promotori non traducono questa espressione come faccio io: per loro quella sarebbe la grande ripartenza oppure il grande ricettario (sic), formule meno forti di quella inglese. È raccapricciante vedere il progetto completo, ma è anche molto illuminante. Permette di capire meglio cosa sta succedendo… e precisa ciò che bisogna invece fare.

 

Ricordiamo ancora una volta la frase zapatista: “Ci hanno tolto così tanto che ci hanno tolto perfino la paura“. Senza paura alcuna, iniziamo a far crescere speranze e trasformiamo la resistenza in liberazione. Per costruire il mondo nuovo e fondare possibilità reali di condivisione e convivialità su nuove relazioni sociali reali, ci stiamo collegando, unendoci ad altre e altri che a loro volta combattono questa lotta decisiva. Cominciamo così a imparare dalle altre e dagli altri, a offrirci solidarietà e a praticare insieme un’azione politica che si basa soprattutto sull’ascolto. Che è poi, tra l’altro, quello che stanno per fare in Europa, insieme con gli zapatisti, il Congresso Nazionale Indigeno e il Consiglio Indigeno di Governo.

Fonte: “El gran reacomodo (The Great Reset)”, in La Jornada.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

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