sabato 3 aprile 2021

Patrick e Dana compagni di cella

I reati per cui Patrick si trova in galera, da un tempo lunghissimo, sono "istigazione a proteste e propaganda di terrorismo sul proprio profilo Facebook"

Sono gli stessi reati di Dana Lauriola, in realtà, con l’aggravante, per lei, di aver usato un megafono (https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/05/no-tav-lappello-per-la-scarcerazione-di-dana-lauriola/6123143 e https://www.notav.info/post/la-dichiarazione-di-dana-sui-fatti-del-1-maggio-2019-basta-accanimenti )

 

Amnesty chiede, giustamente, la liberazione di Patrick Zaki, “arrestato solo perché attivista”, scrivono nell’appello.

(https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-patrick/)

Amnesty chiede, giustamente, la liberazione di Dana Lauriola, arrestata solo perché attivista.

(https://www.amnesty.it/arresto-di-dana-lauriola-esprimere-dissenso-pacificamente-non-puo-essere-punito-con-il-carcere/ )

 

Si moltiplicano le iniziative per chiedere la libertà e per dare la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, d’accordo la maggioranza del Parlamento Italiano (leggi qui ), diversi comuni danno la cittadinanza onoraria a Patrick Zaki.

A Dana Lauriola nessuno, in Parlamento, chiede di dare la cittadinanza italiana, visto che ce l’ha già, e gli stessi nessuno non chiedono la liberazione, nessun comune pensa alla cittadinanza onoraria par Dana Lauriola.

 

Chi ha il coraggio di spiegare a Patrick che, quando tornerà in Italia, potrebbe essere un cittadino italiano?

E quindi, se istigasse a proteste e propaganda contro la TAV in Val di Susa, potrebbe essere indagato, come Erri De Luca?

E se magari sostenesse le sue ragioni pubblicamente con un megafono andrebbe in prigione, come Dana?

E chi riuscirebbe a spiegargli che le prigioni italiane sono più belle di quelle egiziane e che i giudici italiani sono brava gente, mica come quelli cattivi egiziani, e che le leggi democratiche italiane sono più civili di quelle della dittatura egiziana?

 


Lettera di Dana: sempre a testa alta, siate saldi!


Carcere delle Vallette, 19 marzo 2021

Car* tutt*,

rieccoci qua dopo un po’ di tempo dall’ultima lettera. Non è mai facile iniziare a scrivervi, molte sono le cose che vorrei condividere e, giorno dopo giorno, si accumulano a tal punto che non so bene come smaltire il grosso. Comunque, ci provo.

Intanto vi rassicuro sulla mia situazione: sto bene, nonostante il passare del tempo e vari accadimenti. Ho passato dei giorni bui a causa della positività da Covid-19 di mia mamma e di mio papà. Mi è stata comunicata tempestivamente e, inevitabilmente, la notizia mi ha provocato angoscia e paura. Per fortuna ad oggi la loro condizione sanitaria appare buona e, nonostante qualche inevitabile strascico, sembrano avviarsi verso la guarigione. Ad altre famiglie, ad altri figli, non è andata così e a tutti loro mi stringo in un sincero è commosso abbraccio…

In questo luogo, dove molte cose non sono concesse, anche il dolore è qualcosa che trova a fatica uno spazio di libertà, per esprimersi.

Più passano i mesi e più mi chiedo come una società che si definisce “civile” possa anche solo tollerare l’esistenza di un’istituzione come quella carceraria. Vorrei davvero essere in grado di trasmettervi la bellezza e la profonda umanità delle mie compagne di detenzione. Vorrei potervi convincere, uno per uno, di quanto meritino la possibilità di vivere una vita diversa, con altri strumenti, essere messe nella condizione di diventare la migliore versione di loro stesse. Il carcere, questo luogo disumano, non ha alcuna utilità e può solo ferire più profondamente di quanto la vita lo abbia già fatto.

A breve si saprà quali saranno le “riforme” messe in campo dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. C’è molta speranza tra la popolazione detenuta che spero, almeno in parte, non venga delusa. So bene che per poter anche solo immaginare un “sistema” equilibrato, bisognerebbe smontare pezzo per pezzo tutto il sistema giudiziario, fare cenere delle sue fondamenta, eliminare le fonti di ingiustizia all’interno della società in cui viviamo e ridefinire collettivamente una serie di priorità e valori. Insomma, per quanto Cartabia abbia, sulla carta, un profilo da costituzionalista di alto livello, non credo sia portatrice di questi ampi interessi e, anche se li avesse, non sarà il Governo Draghi (Governo “acchiappafondi”) a fornire l’opportunità per un reale e profondo cambiamento.

Nonostante questo, qui incrociamo le dita e facciamo lunghi elenchi di possibilità: libertà anticipata di 75 giorni, misure di clemenza, fondi e percorsi per il reinserimento abitativo e lavorativo, tribunale di sorveglianza “obbligati” a concedere misure alternative al carcere laddove ce ne sia la possibilità, ecc…

Qui continuiamo a convivere col Covid, noi come al maschile e in molte altre carceri del Paese.

Per fortuna nessuna di noi si è ammalata troppo seriamente ed anche le “positive”, poco alla volta, recuperano in salute. C’è preoccupazione mista ad un senso di impotenza e per quanto si possa fare “attenzione”, la promiscuità è inevitabile negli spazi ristretti in cui siamo costrette 24 ore su 24.

Mi distacco ora dalla realtà inframuraria per condividere altri pensieri…

Proprio oggi ho letto dell’iniziativa dei giovani del Fridays For Future (che il saluto con affetto!!!) e mi chiedo come sia possibile che i media, impegnati in maratone no stop sulla pandemia da tempo immemore, omettano sistematicamente di dire che gli unici responsabili di questo disastro e dei suoi morti siamo solo noi! Noi che con la violazione degli ecosistemi e lo sfruttamento e la devastazione dei territori abbiamo rotto il patto con la natura, lo stesso che fino ad oggi ci ha permesso di vivere!

In molti si chiedono come tutto questo sia possibile e se finirà mai.

Se la prima risposta sta nel capitalismo verace e sfruttatore, la seconda e sì e che dipende solo da noi! Nessuno però lo dice, il rischio è quello di far passare un messaggio rivoluzionario su scala globale. Spetta a noi, quindi, sostenere i giovani che lottano per un pianeta vivibile e per un futuro che, francamente, per loro, mi sembra nero sotto molti punti di vista!

In quest’ultimo mese si sono susseguiti molti avvenimenti e le lotte, che con fatica si sono manifestate a causa delle restrizioni della pandemia, mi sono giunte forti e chiare: l’8 marzo delle donne e le manifestazioni di studenti ed insegnanti sono solo alcune, senza dimenticare la mia amata Valle a cui dedicherò l’opportuno spazio a fine lettera. Con emozione ricevo queste immagini e ne sono stimolata.

Vorrei ringraziare con tutto il cuore le Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso e i/le compagn* tutt* che ogni giovedì sono una presenza amica sotto al carcere che dà forza a tutte noi.

Mando un altrettanto grosso ringraziamento alle compagne dell’Udi di Palermo e a tutti coloro che si stanno battendo per la mia liberazione e per accendere un faro sulla difficile condizione di noi detenute e detenuti.

Un ringraziamento, perché forse finora non ne ho fatti troppo pochi, a tutte le persone che da oltre sei mesi e da tutto il Paese continuano a scrivermi lettere, cartoline, disegni, e mi inviano, fiori, gatti e farfalle. Mi aprite ogni volta un’inaspettata finestra sul mondo e grazie a voi, per qualche minuto, non vedo sbarre né cemento.

Per concludere, il mio pensiero va là alla mia amata Valle.

In questi giorni state lottando, di nuovo, contro gli incendi. So bene quanto doloroso sia vedere bruciare i nostri boschi e i nostri alberi e non posso che non condividere con voi questo dispiacere. Mentre la valle brucia e lotta contro la pandemia, si vede espropriare manu militari i terreni di nostra proprietà da parte dell’azienda Telt, su mandato dello Stato italiano. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti, credo che la realtà sia sotto gli occhi di tutti!

La lotta No Tav, irriducibile come il suo no alla devastazione della nostra terra e allo sperpero di denaro pubblico, mi insegna ogni giorno il valore della resistenza e della lotta. Se potessi scegliere oggi, dal carcere in cui sono rinchiusa, tra altre mille vite, quella accanto a voi sarebbe per me l’unica desiderabile. I giganti che da decenni ci troviamo a fronteggiare hanno i piedi d’argilla perché sono stati costruiti su menzogne e inganni, prima o poi, se sapremo restare uniti e determinati, li faremo andare giù!

Vorrei ancora, scusate se sono prolissa ma l’aveva anticipato, dedicare un pensiero ai compagni dei Si-Cobas colpiti pochi giorni fa da un’infame inchiesta giudiziaria per la loro attività sindacale di lotta, a loro va tutta la mia solidarietà e l’impegno, per quanto possibile, a dar voce alla loro iniziativa per smascherare questa vergognosa operazione!

Solidarietà anche alle sorelle e ai fratelli del comitato No Grandi Navi di Venezia che, per difendere la laguna dai mostri delle navi da crociera, si trovano ora sotto attacco e a dover sostenere onerose spese legali. Sono sicura che anche in questo caso la solidarietà sarà anche diffusa, io sono sempre con voi! (Anche sui barchini!)

Chiudo, finalmente, confermandovi che il 14 aprile ci sarà la “Camera di Consiglio” presso il Tribunale di Sorveglianza per valutare mie eventuali misure alternative al carcere. Sappiate che comunque vada, io sono serena.

Sono in contatto con me stessa e la mia voglia di lottare per un mondo più giusto, e più vivace che mai. Sono con voi, in ogni momento.

 

Sempre a testa alta, siate saldi!

Avanti No Tav!

Dana

 

Ps. Rispetto alla chiusura indagini e le relative misure cautelari sul Primo Maggio 2019, non posso che restare allibita dalla strumentalità messa in campo da Questura e Pubblico Ministero.

Quella giornata, attraversata da migliaia di persone nello spezzone sociale insieme al movimento No Tav, è stato unicamente un atto di dignità verso chi, non volendoci in piazza, fa da tempo ormai di temi importanti come i diritti sociali e quelli lavorativi discorsi ed azioni al ribasso.

Noi, padroni di niente, ma soprattutto schiavi di nessuno, abbiamo dato voce a chi lotta per un futuro diverso, per i diritti e a difesa della Terra e dell’ambiente. Abbiamo difeso il nostro diritto a manifestare e non ci siamo accontentati di una sfilata fine a se stessa con unico intento quello celebrativo.

Siamo tanti a non accontentarci delle briciole e a non credere alle solite bugie.

Ai compagn* colpit* insieme a me dalle misure cautelari (nel mio caso come il gioco carta-forbice-pietra il carcere in cui già mi trovo vince il banco quindi le firme sono per ora rimandate) va il mio abbraccio più sincero.

Siate saldi!

da qui


La dichiarazione di Dana sui fatti del 1 maggio 2019: basta accanimenti!

 

Condividiamo molto volentieri la dichiarazione spontanea rilasciata da Dana, a nostro avviso doverosa e giusta, durante l’interrogatorio di garanzia in seguito alla denuncia per il Primo Maggio 2019. Questo accanimento deve finire!

 

“Ho appreso dall’ordinanza applicativa, notificatami in carcere, che mi sono addebitati alcuni reati per la giornata del primo maggio 2019.

Sempre della stessa, ho avuto contezza della ricostruzione dei fatti, evidentemente fornita dalla Questura cittadina alla Procura, tale ricostruzione non è sicuramente veritiera.

Vengono omessi importanti elementi che, inseriti nella corretta cronologia dei fatti, avrebbero permesso d’interpretare la giornata e le azioni in essa susseguitisi, sotto un’altra luce, sicuramente non incriminante.

Questa lettura ha comportato l’emissione di misure cautelari a distanza di due anni dai fatti, tempo credo troppo lungo per giustificare una reale esigenza delle cautelari.

In quella giornata, per molte volte e dal principio ossia poco dopo il concentramento in Piazza Vittorio, la parte più numerosa della manifestazione, costituita da migliaia di persone, è stata oggetto di tentativi non solo di rallentamento, ma di una vera e propria espulsione dal corteo.

La negazione del diritto a manifestare e di quello a veicolare in piazza contenuti dall’alto valore ideale e morale è stata per tutta la giornata l’elemento che ha determinato i fatti qui descritti in maniera fuorviante.

Sono stata per tutta la giornata sopra il fugone dello “spezzone sociale”, impegnata nell’attività di speakeraggio. Non ho commesso alcuno dei reati che mi vengono addebitati e, soprattutto, ho esercitato il mio diritto alla “parola” e al libero pensiero, descrivendo ciò che vedevo con i miei occhi.

Pertanto, ritengo che ad essere violati oggi siano i miei diritti costituzionali e che questa misura sia priva di fondamento.”

da qui


Paolo Villaggio. Intervista inedita alla televisione svizzera - 1975

 

venerdì 2 aprile 2021

“DERSU UZALA”, UN LIBRO MERAVIGLIOSO. È ORA DI RIPUBBLICARLO PER IMPEGNARCI ALL’AVVENTURA, DEVOTI ALL’INVISIBILE – Davide Brullo

 

Nella mia mente caustica Dersu Uzala è parente di Fitzcarraldo. Forse perché amo quei due registi – Kurosawa e Werner Herzog – e la personalità al cospetto della foresta. Certo, non esistono personaggi più diversi: Fitzcarraldo sfida l’impossibile, vuole portare l’Opera – emblema della sapienza occidentale – nella giungla latinoamericana; Dersu Uzala sprofonda nella taiga pregando la tigre: riconosce il verbo degli alberi, il gergo delle nuvole, la notorietà delle bestie e del loro andare. Fitzcarraldo è la prepotenza dell’io, l’estro, l’audacia; Dersu Uzala si orienta al vagare del cosmo, onora il regno, gioca a sparire, s’inabissa nel silenzio. Per ragioni opposte – che si congiungono nel golfo del genio – Dersu Uzala e Fitzcarraldo sono i film che preferisco.

*

L’avventura di Dersu Uzala comincia, nella versione filmica, nel 1910, quando l’etnografo ed esploratore russo rievoca la sua avventura sulla tomba di Dersu. Dersu Uzala costituisce una svolta e una pietra miliare nella filmografia di Akira Kurosawa: è il grande film che segue, dopo cinque anni, il grande fallimento di Dodes’ka-den, la depressione del regista, il tentato suicidio. Kurosawa andò a dirigere in Siberia il suo film più delicato, più profondo. Uscito nel 1975, Dersu Uzala vince l’Oscar come miglior film straniero, l’anno dopo. Dersu Uzala, il protagonista, appartiene all’etnia hezhen, che vive lungo le regioni tagliate dall’Ussuri, praticando lo sciamanesimo. Nelle catene del Sichote-Alin’ domina la tigre: il clima, miracoloso, la fa convivere con l’orso e con il lupo. Dersu Uzala, in fondo, è una specie di Mowgli, adulto.

*

Come si sa, il film di Kurosawa si fonda sul libro più noto di Vladimir Arsen’ev. Figlio di un ferroviere, educato nell’esercito russo, Arsen’ev cominciò da ragazzo a compiere escursioni in Estremo Oriente, ai confini dell’impero sovietico: scrisse una sessantina di studi catalogando la flora e la fauna dell’Ussuri, varcando la taiga, fino al Mar del Giappone e a Valdivostok, dove scelse di abitare. Il cacciatore Dersu Uzala permise ad Arsen’ev di compiere spedizioni in luoghi altrimenti inaccessibili: è a lui, dunque, morto nel 1908, che l’esploratore russo dedica il suo libro, un’epica piccola, portatile, bellissima, del 1923. Mentre la Russia era lacerata dalla Rivoluzione e dalla guerra civile, Arsen’ev – che diventò Commissario per le minoranze etniche – preferì sondare la taiga, l’equilibrio che lega fame e rischio, sperimentando la nobiltà arcana della bestia, del salto. Morì a 57 anni, a Vladivostock: era scienziato, Arsen’ev, ma il profilo, fermato dalle fotografie, con occhi da poiana e linee esatte, è quello di un poeta, piuttosto. Una bieca maledizione cadde sui parenti: la moglie di Arsen’ev, Margarita Nikolaevna, fu arrestata nel 1934 e nel 1937, accusata di essere membro di un club di sabotatori fondato dal marito; fu uccisa il 21 agosto del 1938. Qualche mese dopo, in un campo nei pressi di Vladivostok, sarebbe morto Osip Mandel’stam. Priva dei genitori, Natalia, la figlia di Arsen’ev, fu arrestata nel 1941 con l’accusa, topica, di “attività anti-sovietica”. Si fece dieci anni; morì nel 1973, “riabilitata”, come la madre. Nel 1961, nonostante arresti ed esecuzioni sommarie comminate alla famiglia Arsen’ev, l’Unione Sovietica produsse un film tratto da Dersu Uzala: nel poster esplode una magnifica tigre, dall’alto la livrea sembra il libro tibetano dei morti.    

*

Federico Italiano ha dedicato a Dersu Uzala una delle sue poesie più belle – una di quelle che preferisco – inserita in L’invasione dei granchi giganti, libro straordinario, pubblicato da Marietti dieci anni fa. Questa è la prima stanza:

Avrei voluto conoscerlo, Dersu il gol’d, e forse

lo conobbi davvero, nel tempo

in cui una pagina era una mappa, geografia,

rilievo, in cui l’orma sussurrata di una tigre

era al tatto presente, sulle lenzuola,

e le colline, le foreste, i laghi emergevano

dal grigio-verde dei riflessi d’abat-jour.

Seguii Arsen’ev come uno zio, un capitano

di famiglia, amavo la sua indecisione, la delicatezza

del suo pensiero pietroburghese, strofinato

sulle cortecce di betulla e rimescolato

nel tè campestre, tra zanzare e scoiattoli.

*

Dersu Uzala, appunto, anzitutto è un libro. In Italia lo pubblicava Mursia, per la cura di Ezio Savino. È stato editato diverse volte, dal 1979. Ora è scomparso dall’orizzonte librario, perso in una taiga di idiozie. Da tempo mi sono messo in testa di riproporlo, di farlo ritradurre. È un libro magnetico, l’altro lato di Cuore di tenebra, quello luminoso. Arsen’ev non gioca all’Arcadia: sa che il bosco ha zanne e l’uomo ne è espulso. Dersu Uzala non è una sorta di Adamo, tanto meno di Amleto – è un uomo omerico, che conosce il valore dell’ospitalità, il peso del fato, la nitidezza del grazie e la grazia di ammazzare. Ogni generazione, mi dico, ha i suoi libri, i suoi editori, la sua letteratura – questa, attuale, mi è ostile: dov’è il vento, l’avventura, la belva, il salto nell’ignoto, la disposizione a esplorare, a perdersi, a preferire, senza deleghe, l’invisibile e perfino l’insuccesso?

 

 “Bisognava dar da mangiare ai cavalli. Così decisi di approfittare di questa circostanza: mi distesi all’ombra di un cedro e mi addormentai. Dopo un paio d’ore fui svegliato da Olent’ev. Vidi che Dersu aveva tagliato della legna, raccolto della corteccia di betulla e messo tutto insieme nella baracca. Pensavo che volesse bruciarla e cosi cominciai a dissuaderlo dal fare ciò. Ma invece di rispondermi, egli mi chiese un pizzico di sale e un pugno di riso. Mi interessava sapere cosa volesse farne e gli diedi ciò che mi aveva chiesto. Il gol’d avvolse accuratamente nella scorza di betulla alcuni fiammiferi, in un altro cartoccio mise il sale e il riso e appese ogni cosa nella baracca. Aggiustò quindi dall’esterno la corteccia e cominciò a prepararsi.

Pensi di tornare qui?, chiesi al gol’d.

Egli scosse negativamente la testa. Gli chiesi allora per chi avesse lasciato il riso, il sale e i fiammiferi.

Qualche altro venire – rispose Dersu – trovare baracca, trovare legna asciutta, fiammiferi trovare e da mangiare trovare: non morire.

Le sue parole mi colpirono profondamente. Il gol’d si preoccupava di qualcuno che non conosceva, che mai avrebbe visto e che non avrebbe mai saputo chi aveva preparato per lui la legna e il mangiare”.

*

Che libro meraviglioso, Dersu Uzala, andrebbe regalato ai ragazzi come impegno al sogno, insegna ad adorare lo sconosciuto. In effetti, le betulle sembrano fiamme bianche, cartigli su cui artigliare le nostre indicibili intenzioni. 

da qui

ricordo di Enrico Vaime

 

 


 

LA SINDACA DI CREMA SI SCHIERA CON CUBA


Lettera a Draghi

"Dopo un giorno di riflessione, stamane ho mandato questa lettera al nostro Presidente del Consiglio.

La stima, la riconoscenza e l'affetto per i nostri Hermanos de Cuba me lo imponevano.

"Caro Presidente del Consiglio

Prof. Mario Draghi,

chi Le scrive è una sindaca di Provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dovere aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.

Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.

I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l'Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.

In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!

E non appena la pressione sull'ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.

È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.

Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni "atlantiste" del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte ad un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l'impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.

"La nostra Patria è l'umanità", con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema ed io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l'opportunismo e la realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti ed alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.

Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.

Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.

Chiedo a lei, signor Presidente, di fare giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.

Con stima,

Stefania Bonaldi

Sindaca di Crema

giovedì 1 aprile 2021

Francesco Vignarca analizza l'industria delle armi in Italia

Perché l’industria degli armamenti non conviene al Paese - Francesco Vignarca


Lo scrivevamo proprio un anno fa dalle pagine de il manifesto: mentre l’Italia chiudeva per il Covid-19 le fabbriche di armamenti potevano decidere autonomamente se rimanere aperte grazie ad una concessione del governo che arrivava a definirle «apicali». Lo confermano gli elementi portati all’attenzione del grande pubblico dalla puntata di Presa Diretta di questo lunedì: la «dittatura delle armi» riesce a proteggere con qualsiasi governo gli affari militari. E sicuramente non è nei programmi dell’esecutivo di Mario Draghi e del confermato Lorenzo Guerini un cambio di rotta.

Il ministro è stato chiaro nelle sue linee programmatiche presentate al Parlamento: bisogna agire «valorizzando pienamente l’intero potenziale esprimibile dall’Industria della Difesa, di cui è essenziale assicurare lo sviluppo ed il posizionamento sul mercato europeo ed internazionale»,. L’obiettivo sarebbe «impiegare le risorse della Difesa per sviluppare pienamente l’intero potenziale esprimibile dall’Industria di settore, attraverso una rinnovata sinergia», anche e soprattutto in questa fase delicata ritenendo «fondamentale investire nel pieno rilancio dell’industria della Difesa, non solo quale settore trainante dell’economia ma (…) in quanto presidio di sovranità, libertà, sicurezza e prosperità per il futuro del Paese». Tralasciando l’immagine di armi viste come presidio di «libertà e sicurezza» è importante anche domandarsi se sia così vero anche il collegamento con la «prosperità» dato sempre troppo facilmente per scontato. E troppo spesso utilizzato come scusante per giustificare scelte distruttive.

Partiamo dal fatturato. Secondo uno studio del 2018 realizzato da Ambrosetti in collaborazione con Leonardo il comparto italiano di Aerospazio, Difesa e Sicurezza varrebbe nel complesso 13,5 miliardi di euro all’anno. Secondo Aiad (la Confindustria «militare»,) il totale delle aziende di questo settore svilupperebbe un fatturato di 15,5 miliardi. Altre stime arrivano ad una quota di 16,2 miliardi. Dunque, approssimando per eccesso (e non tutte le aziende del comparto si possono considerare esclusivamente militari), si può considerare una produzione totale di 17 miliardi tutta stimata pre-Covid. Se la confrontiamo con il Pil del 2020 (già fortemente impattato dalla pandemia) si arriva di poco a superare la misera quota dell’1%, che in realtà è più verosimilmente uno 0,9% in condizioni normali. Davvero stiamo parlando di un’industria «fondamentale e insostituibile» su cui puntare con investimenti pubblici robusti e per la quale chiudere un occhio (o forse due) dal punto di vista etico e delle norme da rispettare? Lo stesso si può dire per l’export, da sempre magnificato come elemento di valore da parte dell’industria militare ma che alla prova dei dati non è così significativo. Infatti non tutto l’export delle aziende con capitale tricolore è davvero «italiano»: soprattutto le più grandi hanno una parte preponderante della produzione fuori dai confini nazionali (ad esempio Leonardo dice che solo il 16% dei propri ricavi è basato in Italia).

Limitandoci a quello militare abbiamo un dato fissato dai circa 3 miliardi certificati dalla Relazione al Parlamento della legge 185/90, che possiamo arrotondare a 3,5 valutando che non tutte le vendite di armamenti passano per quella strada (e possibili slittamenti temporali, tanto è vero che sempre Leonardo ha dichiarato di aver esportato da sola 2,9 miliardi di prodotti militari nel 2019). Anche in questo caso stiamo parlando di cifre residuali rispetto al totale di circa 480 miliardi di euro di «made in Italy», uscito dalla Penisola: poco più dello 0,7%. Infine i dati sull’occupazione principale forma di «ricatto», – soprattutto in alcune aree del Paese – per costringere la politica ad assecondare l’economia armata. Le varie stime (sempre di fonte industriale) convergono più o meno su 50.000 occupati diretti e 200-230.000 se consideriamo un non meglio precisato «indotto» (sicuramente peraltro non solo militare). Stiamo parlando di «ben» lo 0,21% (o 1% nel caso dell’indotto) di tutta la forza lavoro italiana a fine 2020. Non certo la parte preponderante degli occupati in Italia, che ad esempio per la sola piccola e media impresa ammontano a qualche milione.

E allora perché continuare ad ostinarsi a trovare una «giustificazione economica» per il sostegno incondizionato all’industria delle armi, quando risulta evidente che soprattutto valutando il medio periodo la spesa militare è infruttuosa anche da quel punto di vista? Lo dimostrano studi condotti negli Usa (dove il moltiplicatore è vantaggioso per il militare, visti i budget mostruosi del Pentagono) per cui ogni milione di dollari speso nella difesa porta a meno di 7 occupati, mentre la stessa cifra nell’energia pulita ne produrrebbe poco meno di 10, nell’educazione di base oltre 19, nell’educazione superiore più di 11 e nella cura sanitaria oltre 14. Dunque, a chi giovano gli investimenti armati? Al Paese nel suo complesso sicuramente no.

da qui


Armi, i numeri parlano chiaro: non ci convengono – intervista a Francesco Vignarca

 

(di Alessandro Canella per Radio Città Fujiko)

 

L’industria di armi in Italia non produce particolari vantaggi dal punto di vista economico o lavorativo, ma al contrario viola costantemente l’etica e i diritti umani. Eppure nel nostro Paese (e non solo) rimane un dogma, al punto che i governi forzano, aggirano o trasgrediscono la legge 185 del 1990. A passare dei guai giudiziari, però, non sembrano essere coloro che esportano verso regimi e scenari di conflitto, ma coloro che cercano di fermare i traffici di morte, come sta accadendo ai portuali di Genova, finiti sotto inchiesta addirittura per associazione a delinquere.

A mettere in fila i numeri sull’industria delle armi del nostro Paese, che anche il ministro della Difesa Lorenzo è tornato a difendere sostenendo la necessità di valorizzarla, è Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo in un articolo pubblicato oggi sul Manifesto.
I dati citati da Vignarca sono impietosi. Il fatturato dell’industria delle armi si aggira sui 17 miliardi, meno dell’1% del pil italiano. Una cifra che cala se si considera l’export, per cui l’Italia è al decimo posto nella classifica mondiale. I circa 3,5 miliardi di esportazioni belliche del nostro Paese rappresentano appena lo 0,7% di tutto l’export made in Italy, che ammonta a 480 miliardi.

Non va meglio sotto il versante occupazione, spesso addotto in modo apologetico per soprassedere a questioni etiche. I dipendenti diretti dell’industria di armamenti sono appena 50mila, pari allo 0,21% dell’intera forza lavoro attiva in Italia. Se si considera anche l’indotto, che comunque non coinvolge lavoratori e lavoratrici esclusivamente nel settore, ecco che i 200-230mila occupati rappresentano appena l’1%.
Secondo uno studio statunitense, nel Paese a stelle e strisce per ogni milione di euro investito nell’industria delle armi si creano appena 7 posti di lavoro. Con la stessa cifra, invece, si creerebbero quasi 10 posti di lavoro nelle energie rinnovabili, 19 posti di lavoro nell’educazione di base o 14 posti di lavoro nella cura sanitaria.

E allora perché c’è una difesa così dogmatica di un settore piuttosto residuale? «È marginale per la collettività, ma è un settore molto vantaggioso per i pochi che ne detengono le leve – osserva Vignarca ai nostri microfoni – È vantaggioso dal punto di vista politico perché chi sostiene o favorisce l’industria degli armamenti fa carriera più facilmente, mentre chi cerca di controllarla non la fa». Il portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo sottolinea che quello degli armamenti non è un vero e proprio mercato, perché la produzione e la vendita spesso sono una scelta politica e chi è nel settore non deve nemmeno rendersi particolarmente competitivo a livello industriale.

Sul fronte normativo, invece, le istituzioni stesse o le fabbriche d’armi che aggirano la legge 185 del 1990, che vieta le esportazioni in zone di guerra o verso Paesi che non rispettano i diritti umani, non sembrano subire particolari ripercussioni giudiziarie. Su questo versante è ancora attiva l’inchiesta circa l’utilizzo da parte dell’Arabia Saudita di bombe prodotte in Italia ed utilizzate nel massacro di civili in Yemen. Il caso, che risale al 2016, nacque dal ritrovamento di residui bellici che riconducevano a materiale prodotto nello stabilimento sardo della Rwm Italia, azienda produttrice di ordigni collegata alla tedesca Rheinmetall.

Molto più solerte, invece, è l’azione giudiziaria nei confronti di cinque attivisti del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova, indagati per associazione a delinquere, resistenza e attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti per aver bloccato, nel maggio 2019, la nave cargo battente bandiera dell’Arabia Saudita Bahri Yambu, carica di armi, attraccata a un terminal del porto di Genova. I portuali avevano bloccato l’ingresso degli ormeggiatori del porto, brandendo uno striscione con scritto: «Stop ai traffici di armi, guerra alla guerra». L’intento dello sciopero proclamato per quella giornata era impedire che si caricassero o scaricassero armamenti e strumentazioni accessorie che sarebbero stati impegnati per la guerra in Yemen.

«Nell’inchiesta sulle armi in Yemen – ricorda Vignarca – dovemmo opporci in appello alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero, che tra l’altro aveva condotto le indagini in modo farraginoso. Per fortuna la gip dispose che le indagini andassero avanti. Ma i pochi magistrati che in passato hanno iniziato ad indagare si sono dovuti fermare perché spesso veniva messo il segreto di Stato». Un approccio giudiziario molto diverso, insomma, da quello riservato ai portuali di Genova, per i quali, ironizza Vignarca, si cerca di capire se un fumogeno costituisca o meno l’associazione a delinquere.

da qui


Vignarca: “La potenza della lobby delle armi, chi si oppone non viene rieletto”

 

La “dittatura delle armi” in Italia. Globalist ne parla con Francesco Vignarca, autore di Mil€x, il primo Osservatorio sulle spese militari italiane, ed esponente di primo piano della Rete Italiano Pace e Disarmo.

 

La “dittatura delle armi”. E’ il titolo della puntata di ieri di Presa Diretta, la trasmissione d’inchiesta di Riccardo Iacona.  Come si connota questa “dittatura”?

Le decisioni sugli armamenti negli ultimi dieci anni sono state prese in maniera quasi automatica. Io cito sempre il fatto che alcuni dei sistemi d’arma più costosi che abbiamo poi acquisito, sono stati decisi e votati dal parlamento in poche ore, sempre facendo pochissime rimostranze alla proposta che arrivava dalla Difesa, dagli stati maggiori, ed esercitando raramente un controllo. Solo in alcuni casi c’è stata la volontà di fare delle indagini conoscitive, di esercitare controlli, di cambiare un po’ le regole, ma poi da un lato i parlamentari che si sono spesi per questa cosa sono stati messi fuorigioco, e dall’altro prevale sempre l’inerzia del fatto che su questi temi non si può andare contro la Difesa, non si può cercare di avere una trasparenza e una indipendenza da questo punto di vista, e poi pesa e non poco il fatto che se ci si mette contro questi interessi e queste decisioni si fa poca carriera.

Cambiando sostantivo, si può parlare di una lobby trasversale delle armi?

C’è un pezzo di quello che Eisenhower chiamava il “complesso militare industriale” che porta avanti imperterrito il proprio percorso. In alcuni casi perché ci credono, credono veramente che la capacità dell’Italia di portare avanti i propri interessi dipenda dal dispiegamento militare o delle spese militari; in altri casi, perché capiscono che tutto questo favorisce un pezzo d’industria che lucra su queste cose, non certo a vantaggio del sistema Paese ma a vantaggio solo dei propri interessi. In questo senso sì, c’è una lobby, c’è un pezzo di strutture che va in quella direzione. Io, però, sul terreno parlamentare registro più che altro una mancanza di coraggio. Alla Commissione Difesa storicamente sono sempre andati coloro che non avevano altro dove andare e rimanevano con il bastoncino corto in mano, e quindi erano più facilmente malleabili, non dico manipolabili ma era difficile per loro mettersi contro. Devo dire che nella scorsa legislatura, soprattutto alla Camera dei deputati, la Commissione Difesa ha iniziato a lavorare diversamente, a manifestare un cambio di passo. Ed è una cosa che succede dappertutto. Negli Stati Uniti, il controllo sulle spese militari è forsennato, e non si tratta certo di un Paese pacifista, ma perché vogliono sapere cosa succede. Invece da noi sembra quasi che se tu vuoi andare a controllare, allora sei disfattista, sei contro lo Stato…Invece no. Purtroppo c’è una mancanza di coraggio, tranne per alcuni esponenti che alla fine, proprio per il loro impegno, sono stati messi da parte. La trasmissione di ieri ha fatto vedere il caso di Gian Piero Scanu, ma pensiamo, per restare alla scorsa legislatura, di Giorgio Zanin, sempre del Pd, o a Giulio Marcon: tutti quelli che hanno cercato di muoversi in una certa direzione, chissà come mai non sono più in Parlamento. Perché se hai il coraggio di esporti, di rivendicare e praticare controlli e trasparenza, rimani da solo. E’ questo un po’ il problema. Per cui uno dei nostri tentativi, anche come Rete Italiana Pace e Disarmo è quello di fare una pressione popolare affinché poi chi sta in Parlamento possa sentirsi non più da solo nel cercare di osteggiare questi mega interessi. Ogni tanto funziona.

Qualche esempio?

E’ il caso della revoca degli export di armamenti. Alcuni parlamentari, soprattutto donne, hanno preso in mano la situazione. Parlando delle spese militari, è il caso dei droni che si volevano comperare. Una spesa scandalosa di 800 milioni di euro, fatta per favorire Piaggio Aerospace e certi giri. Il combinato disposto dell’iniziativa dal basso del movimento pacifista e disarmista e l’impegno di parlamentari che hanno avuto il coraggio di esporsi, ha fatto sì che questa operazione sia saltata. Però sono casi rari. Quello che servirebbe è un controllo continuo di trasparenza. Questo non lo dovrebbe volere solo il pacifista disarmista ma qualunque cittadino voglia avere un controllo sugli ingenti fondi che vengono destinati a questo comparto, per sapere come vanno spesi. La gente si indigna per le auto blu, che magari costano 50mila euro, e non s’indigna per le navi blu, o gli aerei blu, o i carri armati blu, che costano molto ma molto di più.

Una vergogna nella vergogna di questa “dittatura” delle armi, riguarda gli affari che in questo settore l’Italia continua ad avere con Paesi retti da regimi autoritari, liberticidi, sanguinari: la Turchia di Erdogan, l’Egitto di al-Sisi, l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, solo per citarne alcuni. Come si spiega questa lucrosa vergogna?

Per due motivi: da un lato, ci sono interessi di alcuni che vengono fatti passare come interessi di tutti e invece non lo sono, perché l’investimento nel settore delle armi produce vantaggi solo per chi ha in mano quelle leve, ma è chiaro, e tutti i dati econometrici lo stanno a dimostrare, che investire in altri comparti, energia pulita, la sanità, l’istruzione, non solo è più sensato ma ci porta maggiori ritorni economici. Dall’altro lato, perché si gioca alla geopolitica, un giochino fatto di luoghi comuni, del tipo “se vogliamo influenzare certi Paesi dobbiamo portarci le armi”. E’ vero il contrario. Ormai siamo in mano ai Paesi che comperano le nostre armi. Lo si è visto nel caso libico, con Turchia ed Egitto che hanno fatto quel che hanno voluto e noi che gli abbiamo fornito le armi più degli altri non abbiamo certo aumentato la nostra incidenza in quel Paese e nell’area del Mediterraneo. Lo si è visto nel caso dello Yemen, che oggi entra nei sei anni dall’inizio di una guerra  devastante, della quale portano  una pesante responsabilità quei  Paesi, tra cui l’Italia, che hanno venduto armi alle parti in conflitto,  in particolare alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Bisogna tornare a ragionare sensatamente. Insisto su questo: non è solo un punto di partenza del pacifista, del disarmista, ma di riflessione, di logica. Per anni ci è stato detto che con la vendita delle armi avremmo potuto recuperare influenza e migliorare le cose. Questo mantra si è rivelato empiricamente errato. Forse proprio perché è sbagliato il concetto di fondo, il modello che si sostiene. Se vuoi la pace, prepara la pace. E quindi ragiona diversamente. Se vuoi i diritti, i diritti li devi rispettare sempre, non li puoi sospendere quando vuoi, quando ti fa comodo. Perché poi c’è qualcuno che potrà sospenderli anche per noi.

da qui

Newroz, la primavera proibita dei curdi: viaggio nella festa che finisce male – Enrico Fovanna

 

Succede il 21 marzo di ogni anno: i 15 milioni di curdi in Turchia e gli altri 12 fuori dai confini celebrano il Newroz. La festa proibita che dà inizio al loro calendario, in omaggio alle loro origini sanscrite e al culto originario di Zoroastro, interrotto dall’islamizzazione forzata del Medio Oriente  dopo l’anno Mille. Una festa vissuta come il fumo negli occhi dal nazionalismo turco, perché sancisce l’identità della più grande Nazione del mondo senza Stato, suddivisa com’è da cinque frontiere. I Curdi in realtà hanno sempre meno da festeggiare: sono l’unico popolo che ha combattuto sul campo e sconfitto Isis, sebbene poi sia stato bersagliato dall’irriconoscenza dell’Occidente. E solo due giorni fa, come ultimo atto di sfregio, la procura di Ankara ha chiesto di mettere al bando il partito filo-curdo Hdp, terza forza nel Parlamento e da sempre spina nel fianco del presidente Recep Tayyip Erdogan. Ma nonostante la repressione e i divieti, il Newroz è una festa che all’inizio di ogni primavera si tiene comunque, soffocata tra arresti, sparizioni, morti e feriti. Questo è il racconto di un viaggio nel Newroz. Molti anni prima di Erdogan. Senza che peraltro, da allora, nulla sia mai cambiato.

 

I guerriglieri decapitati

Nel marzo del ’96 il Guardian pubblicò un reportage con una serie di immagini agghiaccianti: sulla neve dell’Ararat tre soldati turchi alzavano come trofei le teste gocciolanti di alcuni ribelli curdi, appena recise con la baionetta. L’articolo parlava del Newroz (nuovo anno), il nome della festa proibita che sancisce l’inizio del calendario curdo, con l’equinozio di primavera. Decisi di partire e di andare a vedere quell'evento. A Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco, la sera del 19 marzo, ci misi un paio d’ore per uscire dall’aeroporto. I controlli sui bagagli furono interminabili. Migliaia di soldati circondavano la pista e i transiti dei passeggeri e tutto sembrava predisposto per dare l’idea di una città blindata, militarizzata, nella morsa di esercito e aviazione. Il mattino dopo la luce del sole non dava certo un’immagine più riposante della città. Camionette e mezzi corazzati ovunque, elicotteri fermi in volo sopra i vicoli, tute mimetiche ad ogni angolo di strada. All'ingresso della città, una grande scritta sospesa fra due tralicci, a mò di giogo per auto e camion: "Ne Mutlu Turkum Diyene", sono orgoglioso di essere turco.

 

La luce blu del semaforo

Alla vigilia del Newroz, una regia occulta sembrava dunque scoraggiare la festa. La mattina del 20 marzo presi un taxi, per andare in un quartiere periferico, dove mi dissero che stavano preparando dei pneumatici, per allestire un grande fuoco, l’indomani. Al rosso il tassista si fermò, poi ripartì alla luce blu. Credetti di aver visto male, ma quando la scena si ripeté, poco dopo, chiesi all'autista curdo perché i semafori lì fosserno diversi. “Rosso verde e giallo - rispose lui - sono i colori della bandiera curda. Qui l’hanno tolta anche dai semafori”. “Anche la vostra lingua è vietata - provai a insistere - Noi parliamo inglese, ma come fa chi conosce solo il curdo?”. E lui raccontò la storia di un bambino, figlio di una povera famiglia di pastori, i cui genitori erano stati arrestati. Quando il piccolo era andato in carcere a trovarli, sotto il tiro dei mitra, non sapendo parlare in turco, era stato costretto a comunicare con papà e mamma soltanto a gesti.

 

Le celle di tipo F

In dodici anni, scoprii, quella sporca guerra dimenticata aveva già fatto 40mila morti, da una parte e dall’altra. Senza contare gli scomparsi e le persone torturate durante gli interrogatori. I giornali curdi erano stati chiusi e i loro partiti accusati di contiguità con i terroristi. Nelle carceri, migliaia di detenuti si sarebbero lasciati morire per fame, contro la riforma che per i curdi istituiva le celle di isolamento di tipo “F”, in cui è impossibile stare in piedi, ideate per far impazzire anche l’essere più razionale. Non immaginavo cosa avrei visto, in quel viaggio. Ma il Newroz fu un’esperienza indimenticabile. Un'infinità di uomini, donne e bambini col vestito delle grandi occasioni danzavano attorno alle fiamme, al suono del saz e del kaval, lo strumento a corde e il flauto del posto, sfidando i fucili, i blindati e le camionette. Per le strade di Diyarbakir, l'anonima Sarajevo d'Oriente, quel 21 marzo si riversarono quasi due milioni di persone in festa, venute anche dalle montagne vicine. Le manganellate e gli arresti furono continui, ma la gente in manette sorrideva.

 

L'arresto per il gesto della mano

Venni anch'io "arrestato" per una notte, in una bidonville di Diyarbakir, con l’accusa di terrorismo. Un inatteso momento di gloria ma, oggi posso dirlo, anche di terrore. Non credevo alle mie orecchie, ma l’interprete in pochi secondi mi spiegò tutto. Gli otto agenti della Jitem, la polizia politica che ci seguiva, mi avevano visto fare la “V” con le dita della mano sinistra, mentre con la destra fotografavo centinaia di bambini coloratissimi, con i piedi nel fango. Erano stati proprio i piccoli a fare la “V” e io li avevo imitati. Come a dire: “Fermi così, che intanto io scatto”. Ma quella “V”, spiegò l’interprete tremando, era il simbolo del Pkk, il movimento armato di liberazione dei curdi. Il cui leader, Abdullah Ocalan, detto "Apo" (lo zio), sarebbe stato catturato a Nairobi il 15 gennaio 1999 e incarcerato nell'isola di Imrali, unico detenuto  in una sorta di Alcatraz sul Mar Nero, un carcere circondato da cinquemila soldati e altrettante galline. Io non sapevo certo cosa significasse la V, certo non sarei stato così ingenuo da mimare il gesto davanti agli agenti. Ma finì tutto bene, dopo una notte di arresti domiciliari in albergo, gentile concessione al giornalista straniero.

 

Il sit in dei desaparecidos

Dalla capitale del Kurdistan turco me ne andai con un senso di struggimento sconosciuto. Due giorni dopo, a Istanbul, scoprii che i desaparecidos esistevano anche a Est del mondo. Come ogni sabato mattina, davanti al liceo francese nel lussuoso quartiere di Galatasaray, si radunavano le madri degli scomparsi venute dalle province orientali, in un sit-in silenzioso dove, a turno, ognuna si alzava e raccontava la storia del proprio figlio o marito “prelevato” da agenti in borghese e mai tornato a casa. Ogni tanto una donna si alzava e, nel silenzio, mostrava la foto del figlio o del marito rapiti, raccontandone la storia. Tra quelle donne incontrai Evrim, una ragazza che mi raccontò di essere stata violentata in carcere, durante selvaggi interrogatori, dove la costrinsero a raccontare dove si nascondeva in montagna il fidanzato, un giovane guerrigliero del Pkk.

 

L'esilio dello straniero

Ad Evrim non riuscii a trattenere una domanda: “Ma cosa spinge un giovane a entrare nella guerriglia?” “Semplice - rispose lei - Quando ti chiamano al servizio militare, poi ti mandano al tuo villaggio a partecipare ad operazioni contro la tua famiglia, tu cosa fai? La prima notte libera, prendi il fucile e scappi in montagna”. Come accadde anche in molte valli italiane, dopo l'editto del Duce del '44, che arruolava a forza molti giovani nelle milizie nere. Ripensando a quei giorni, al popolo vittima di un’ennesima guerra dimenticata, a quei lunghi controlli all'aeroporto e alla paura, umana certo, che avevo provato all'idea di finire nei guai, non sono più tornato in Turchia per oltre vent’anni. Sperimentando una bizzarra forma di esilio, l’esilio dello straniero. Quello che avrebbe voluto provare volentieri, se solo avesse potuto scegliere, uno come Giulio Regeni. O Enzo Baldoni. E tanti altri, che per avere dato voce ai diritti umani oggi possiamo solo ricordare.


da qui

Una crepa nel muro del silenzio: Papa Francesco scrive ad Assange


Papa Francesco ha inviato una lettera a Julian Assange. La notizia rompe il fronte del silenzio calato sulla vicenda del fondatore di Wikileaks da parte dei governi occidentali, divisi tra l’imbarazzo della strombazzata difesa dei diritti civili quando si tratta di puntare il dito contro paesi politicamente ostili, e il silenzio quando a violare i diritti sono loro in primis, come nel caso di Assange che gli Usa vogliono processare e che il Regno Unito tiene in cella in attesa che si risolva la contesa giudiziaria con Washington.

Ha rivelarlo è stata Stella Moris, compagna di Julian Assange, con un messaggio su twitter:

“Dopo una notte difficile, Julian si è svegliato questa mattina (domenica, ndr) con un messaggio gentile e personale di Papa Francesco consegnato alla porta della sua cella dal prete della prigione. La nostra famiglia desidera esprimere la nostra gratitudine ai molti cattolici e altri cristiani che si battono per la sua libertà”.

A consegnare la lettera di Papa Francesco è stato padre Dan, pastore anglicano cha svolge la missione da cappellano nel carcere londinese di Belmarsh.

Il contenuto del messaggio non è stato rivelato. Ma il gesto del Pontefice non è passato inosservato a Washington, dove il nuovo presidente, il cattolico Joe Biden, nei giorni scorsi ha dato mandato ai legali del governo di presentare ricorso contro la mancata estradizione di Assange dal Regno Unito.

L’impugnazione della mancata estradizione conferma che Joe Biden, al contrario da quanto supposto da qualche anima pia, vuole processare Assange, incriminato negli Usa con 18 capi di accusa per aver collaborato con l’analista della Cia Chelsea Manning e aver divulgato nel 2010 centinaia di migliaia di messaggi diplomatici top secret. Una delle più colossali fughe di notizie della storia.

Per per avere contribuito a svelare file segreti del Pentagono e di altre istituzioni, inclusi i documenti sui crimini di guerra commessi in Iraq e in Afghanistan, Assange rischia negli States una condanna a 175 anni di prigione e l’isolamento a vita.


da qui