lunedì 3 maggio 2021

Ministro Bianchi, stop al curriculum dello studente - Roars

 

Gli Esami di Stato sono alle porte e gli studenti sono alle prese con la compilazione del Curriculum dello Studente, per la prima volta e nonostante il Covid. Dopo essersi registrati ad un’apposita piattaforma ministeriale, dovranno caricare e registrare le loro certificazioni linguistiche e informatiche, la partecipazione ai progetti scolastici extracurricolari, i periodi di studio all’estero o l'”inserimento nell’albo nazionale delle eccellenze“, le “attività professionali” o quelle culturali,  artistiche e musicali, sportive,  le  esperienze di “cittadinanza attiva”. Tutto andrà meticolosamente dichiarato, nella logica della migliore promozione di sé: dal pianoforte all’anno di studio in Inghilterra, dalle certificazioni di lingua alle attività di volontariato o politiche, svolte presso associazioni o sedi di partito. Una sorta di “certificato del cittadino”, un portfolio patinato con cui circa 500mila studenti si presenteranno alle Commissioni d’Esame, all’Università e al mondo del lavoro. Mancano, per adesso, solo le certificazioni INVALSI, che attribuiranno i livelli di competenza in matematica, italiano e inglese, espressi con un numero da 1 a 5.  Temiamo sia solo una tregua, dovuta alla straordinarietà delle circostanze sanitarie. Da un gruppo di insegnanti è partita una petizione che chiede una moratoria per l’immediato e un ripensamento per il futuro.  Alleghiamo di seguito il testo della lettera inviata al Ministro Bianchi, il link per aderire alla petizione e il modello del Curriculum dello studente  previsto dalla Buona Scuola e  introdotto  per la prima volta il 2 Aprile scorso dal ministero.

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“Gentile Ministro,
la Nota ministeriale del 2 aprile scorso ha fornito alle scuole le “Indicazioni operative di massima per la predisposizione e valorizzazione” del Curriculum dello studente.

Sappiamo che tale strumento non è una novità assoluta, ma che era già disposta la sua attivazione per il corrente anno scolastico, come ribadito mediante il Decreto del 6 agosto 2020. Tuttavia molti di noi ipotizzavano un ulteriore slittamento della sua attivazione, vista la complessità organizzativa e professionale di una didattica scossa dalla seconda e dalla terza ondata di un evento pandemico assolutamente eccezionale. Si considerino inoltre gli ulteriori oneri che sono derivati dall’organizzazione dell’Educazione civica come insegnamento trasversale, e da alcune novità introdotte in vista del prossimo Esame di Stato.

In questo quadro, apparirebbe quanto mai auspicabile un rinvio dell’applicazione del Curriculum dello studente; si possono portare a supporto di tale richiesta una lunga serie di argomentazioni. In primo luogo, negli ultimi 14 mesi una gran parte delle attività extra-curriculari proposte dalle scuole non sono state attivate per ragioni legate alla pandemia e – fatta eccezione per chi ha potuto privatamente accedere a progetti extra-scolastici, anche nel periodo estivo – per molti studenti potrebbe apparire quanto meno frustrante trovarsi privi della possibilità di compilare quanto richiesto dalla piattaforma. Inoltre, sul sito istituzionale si dichiara che “in prima applicazione, nell’a.s. 2020/21, il Curriculum è valorizzato esclusivamente nell’ambito dell’esame di Stato del secondo ciclo”. Si dispone, infatti – norma alla mano – che il colloquio d’esame possa essere articolato tenendo conto dei percorsi personali degli studenti. Tuttavia, come Lei sa, per quest’anno la Commissione sarà composta solo da membri interni, che ben conoscono i propri allievi, e non si ravvisa dunque l’urgenza di sovrapporre la supervisione del macchinoso processo di compilazione del Curriculum ai già numerosi oneri che coinvolgono i docenti delle classi quinte, a soli due mesi dall’Esame di Stato. Ci sono poi delle difficoltà tecniche. Se il personale scolastico e gli studenti avessero avuto più tempo per familiarizzare con l’applicazione, sarebbe stato possibile predisporre adeguatamente la documentazione richiesta. Ma il rischio di errori – in questa fase dell’anno – non è da sottovalutare.

Ci permettiamo inoltre di suggerirLe un rinvio dell’applicazione di tale strumento, anche in ragione di un possibile ripensamento.

Signor Ministro, noi crediamo che qualche considerazione di maggiore respiro sul Curriculum dello studente andrebbe sviluppata in un dibattito pubblico più consapevole. Ad esempio, si evince dalla stessa piattaforma ministeriale che lo strumento non è predisposto solo in vista dell’Esame di Stato, ma che è stato pensato “per presentare al meglio chi sei – si scrive rivolgendosi allo studente – un documento che racconta te stesso e la tua storia”. Su queste parole si potrebbe scrivere un trattato di sociologia. Ma davvero vogliamo far passare l’idea che la persona e la sua identità siano costituite dalla somma dei suoi certificati linguistici e informatici? Riteniamo sul serio che un curriculum possa costituire un “racconto” biografico?

In fondo non importa granché cosa pensiamo noi, ma ciò che trasmettiamo ai nostri studenti. È davvero questo che ci si chiede di insegnare loro? E dunque coloro i quali, privi di mezzi, saranno riusciti a costruire un curriculum meno ricco di titoli o esperienze, dovranno forse stimare di possedere un’identità personale scarna o una biografia misera? Credo che su questo aspetto una riflessione andrebbe aperta. Perché se qualcuno quelle parole le ha scritte, evidentemente ci sono dei nodi culturali profondi da chiarire.

Crediamo che spesso si faccia confusione tra l’attenzione positiva al vissuto personale, che deve caratterizzare la sensibilità didattica di ogni docente (e che giustamente il Suo ministero tende a valorizzare proprio in occasione degli esami in un anno così complesso, invitando i docenti a valutare solo ciò che è stato realmente possibile apprendere per ciascun singolo studente), con quella che rischia invece di diventare una forma narcisistica di accumulazione di titoli, che prelude al superamento del valore legale del titolo di studio, e non rende giustizia allo spirito più autentico della scuola repubblicana, che aspira – come ammoniva Guido Calogero – a neutralizzare gli effetti delle diseguaglianze economiche, e non a legittimarli, esaltarli e ratificarli.”

da qui

domenica 2 maggio 2021

Della difficoltà di essere sindacato - Giovanni Iozzoli

Parlare di “crisi della CGIL” è un po’ come parlare della crisi del PD – il racconto di una criticità eterna, estenuante, che ti costringe a rimestare argomenti triti e antichi. La Cgil, per definizione, è sempre “in crisi” (come il PD): e le diverse manifestazioni di questo malessere endemico – strategiche, programmatiche, di insediamento, di immagine e rapporto con i lavoratori – si riproducono fase dopo fase, in uno smottamento costante e mai definitivo.

Raccontare della crisi della CGIL vuol dire misurarsi con le colossali trasformazioni negli ultimi 30 anni della società italiana e del suo capitalismo sempre più asfittico: le privatizzazioni e lo spezzatino delle eccellenze industriali, il nanismo d’impresa, il decalage degli investimenti pubblici e privati. Come in ogni grande naufragio, anche quello della CGIL presenta un elemento oggettivo – la famosa “crisi dei corpi intermedi”, tipica delle società tardo liberali – e un elemento di responsabilità soggettiva: l’inadeguatezza di una classe dirigente cresciuta negli anni d’oro della concertazione e incapace di adeguarsi a scenari mutati.

Inadeguatezza, quindi, non intelligenza col nemico. Questo punto è essenziale: è sbagliato dare dei “venduti” a questi dirigenti, non lo sono; si sono trovati ad agire in una fase storica di epocale sterilizzazione del conflitto, accompagnata da un aumento artificioso del ruolo “politico” del sindacato, a cui ha fatto seguito una repentina stagione di disintermediazione; il tutto sullo sfondo di una mutazione potente della composizione sociale delle  classi che dovrebbero rappresentare. La confusione e la paura hanno prevalso in questa generazione di dirigenti – quella formatasi nel corso degli anni 90 – incapaci di una lettura sistemica di questi fenomeni contraddittori. Salvare le strutture, i bilanci, il tesseramento, salvare le apparenze in termini di rappresentatività formale (il livello di quella reale è ben noto anche a loro): fare sindacato è diventata un’attività di sopravvivenza, gioco forza condizionata sempre più dai meccanismi simoniaci della bilateralità, della gestione dei servizi, dei fondi negoziali. Le risorse finanziarie che arrivano da questi dispositivi – estranei e nemici di ogni pratica rivendicativa – sono una droga ottundente che da dipendenza e paralizza. Nessuna partita importante si può condurre in queste condizioni, si gioca sempre per lo zero a zero. Salvare la pelle e tirare su la saracinesca ogni mattina: questa è diventata la priorità in casa CGIL.

L’elezione a segretario di Maurizio Landini, avvenuta nel gennaio 2019 dopo un congresso fintamente unitario, in cui lo scontro tra pezzi di apparato trovò una sua mediazione e si risolse appunto con l’elezione dell’ex metalmeccanico, è stata solo la conferma della crisi di prospettiva della confederazione. La scelta degli apparati ha rappresentato il tentativo di cavalcare il residuo appeal mediatico di Landini per surrogare al drammatico vuoto politico e culturale di una stagione: l’equivalente della scarica elettrica applicata alle anguille, che certi pescivendoli napoletani un tempo usavano per offrire un illusione di vitalità alla merce esposta. L’arrivo di Landini in via del Corso, non ha rappresentato in alcun modo una svolta o un’uscita dallo stallo, anzi ha accentuato la tendenza al vivacchiamento spacciato per “tenuta”, alla politica del giorno per giorno, all’invenzione estemporanea a mezzo intervista, all’impaludamento unitario che ucciderebbe qualsiasi buona intenzione programmatica.

Che le speranze sinistroidi su Landini fossero malriposte, lo confermava tutta la sua storia dal 2010 in avanti – che è stata essenzialmente la storia del percorso di normalizzazione dell’anomalia Fiom, che pure una funzione aveva avuto nel dibattito pubblico italiano negli anni dell’offensiva Fiat. Del resto il viatico per avanzare la sua candidatura a segretario, fu la firma apposta nel 2016 al peggior contratto della storia dei metalmeccanici, un obbrobrio in cui gli aumenti in paga base risultavano quasi azzerati; quella firma rappresentò quell’“atto di responsabilità” che rendeva Landini potabile anche agli occhi dei pezzi di burocrazia che lo avevano osteggiato negli anni dell’effimero protagonismo Fiom. Della serie: nel mondo alla rovescia dei vertici CGIL vieni premiato se hai il coraggio di firmare delle schifezze e rinnegare la storia da cui provieni. Il senso di responsabilità è il male storico della sinistra italiana.

Oggi il governo Draghi, in questa fase balordissima di “unità nazionale” , ha bisogno di esibire un qualche revival concertativo – per completare in santa pace (sociale) l’apparecchiata del Recovery Fund. Il passaggio dalla disintermediazione ostentata dagli ultimi governi, a questa nuova visibilità mediatica – tavoli, consultazioni, conferenze stampa – ha lusingato e confuso ancora di più i gruppi dirigenti Cgil, persi nell’illusione di essere tornati in qualche modo in pista. Anche a livello regionale fioccano intese e protocolli di cui, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno.

Correre dietro alle “nuove identità del lavoro” – iperprecari o riders – inventandosi strumenti di intervento, è doveroso ma nella situazione attuale non può servire a molto. Il calo delle tessere dei “produttivi “ è irreversibile – i mutamenti in atto nella vecchia base industriale saranno, nella fase post Covid, pesantissimi. Sarebbe necessaria una trasformazione in senso sociale delle Camere del Lavoro, che dovrebbero ridiventare epicentri di conflitto e organizzazione sui territori, stravolgendo filtri e prassi ormai ossificati, rimettendo in moto energie e strutture; provando a investire in progetti vertenziali nel nodo non lavoro/reddito intorno a cui si giocheranno molte partite del futuro. Ma con quale personale politico, con che elaborazione? Sono scenari impossibili anche solo da immaginare , visto che la concezione “proprietaria” dei gruppi dirigenti negli anni si è ulteriormente incarognita (la “roba” – risorse, sedi, strumenti, distacchi – appartiene a chi comanda, non ai lavoratori).

Peccato perché nel disastro civile e antropologico della società italiana, il volume di fuoco di cui dispone la Cgil è ancora robusto: non tanto per il numero di iscritti (dato ormai poco indicativo), quanto per la disponibilità gratuita, di migliaia di delegati, piantati in ogni ambito della produzione e della riproduzione sociale; una enorme ricchezza che nessuna organizzazione sociale italiana può vantare, che nessuno coltiva e che continua a stagnare e deperire, nell’assenza di conflitto e protagonismo. Con un simile patrimonio organizzativo (pensiamo alla presenza nella sanità pubblica e privata) un’altra CGIL avrebbe potuto esercitare un ruolo di governo dal basso, nella gestione schizofrenica della crisi pandemica. Invece non è riuscita a portare a casa neanche qualche soldo in più per gli “eroi” dell’emergenza. Il basso profilo è diventato una condizione, non una scelta.

La Cgil ha visto essiccare la sua area di influenza sociale sui posti di lavoro, soprattutto dentro l’industria – e soprattutto dopo il 2008. Nel gorgo della crisi generale, paure ed egoismi hanno prevalso nel corpo centrale di classe; le liste nere si sono moltiplicate ovunque – Marchionne ne fece addirittura esibito strumento di governance aziendale. L’impegno sindacale di fabbrica viene oggi considerato rischioso o non utile; lo slabbramento e lo sfilacciamento delle catene di produzione, finanche dentro i medesimi perimetri aziendali, ha spezzettato tragicamente le figure di classe ben oltre la tradizionale distinzione tra impiegati e produttivi: con un esercito di interinali, stagisti, contratti a termine e appalti interni, l’iniziativa sindacale la tieni solo se hai un profilo politico alto, intrepido, in grado di spaventare gli avversari e produrre egemonia nelle sfere di prossimità in cui operi.

Ovviamente, parlare della crisi della Cgil, significa parlare della crisi generale dell'”agire sindacale”, delle sue pratiche, dei suoi obiettivi, soprattutto della sua efficacia dentro un mondo del lavoro globalizzato e liquido, con milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela contrattuale e la giornata lavorativa sociale in piena destrutturazione. In Italia ormai si è sedimentata da trent’anni un’area di sindacalismo di base, coraggiosa, orgogliosa, eppure restia a fare un bilancio della sua storia. Forse perché sarebbe un bilancio complicato e non lusinghiero. E questo non solo per la nota frammentazione settaria delle sigle, quanto per un ritardo complessivo, lungo l’arco di questo trentennio, in termini di crescita, maturazione e influenza di tali aree: la crisi del confederalismo corre più veloce della capacità di queste forme sindacali di intercettarne gli esiti; le tessere non rinnovate alla Cgil spesso defluiscono nel qualunquismo aziendalista, non si trasformano in consenso a sinistra.

Naturalmente non si possono ignorare gli sforzi neo-confederali dell’USB o l’eroismo del Si Cobas, che nella logistica ha raggiunto risultati straordinari – e che, bando alle chiacchiere, rappresenta l’unica novità reale dell’ultimo decennio, in termini di organizzazione operaia. Ma è necessario interrogarsi sulla limitatezza e la rigida perimetrazione di questi insediamenti: la logistica è strategica, lo dicono tutti, ma perchè questo nuovo sindacalismo non riesce a penetrare nei settori di classe più “tradizionali”? Si rischia la ghettizzazione settoriale degli insediamenti. La possibilità che il nuovo sindacalismo si “adatti” alla struttura castale del mercato del lavoro, accontentandosi di presidiare questo o quel segmento lasciato libero dall’insipienza confederale, anziché puntare alla ricomposizione di classe. Che significa: tenere insieme quello che l’organizzazione capitalistica del lavoro divide. Non sarebbe male riprendere in mano alcune elaborazioni della stagione dell’autorganizzazione, tra il 1987 e i primissimi ani 90, quando la forma dei Comitati di Base veniva ipotizzata non come matrice di una pletora di neo-sindacati, ma come nuova organizzazione di massa – aperta e trasversale – del protagonismo operaio, con suggestioni persino neo-soviettiste. Un’altra epoca, un altro mondo – la storia ha preso una diversa direzione. Ma solo tenendo aperta la discussione, il ragno della nostra confusione sarà cavato dal buco in cui ci siamo cacciati.

Stesso discorso per la piccola e residuale sacca di opposizione interna alla CGIL. Attenzione: parliamo dell’Opposizione non delle “sinistre sindacali” – che storicamente sono state solo cordate di poltronisti e buoni a nulla. L’Opposizione CGIL esiste da circa vent’anni e si è definita in una discontinuità radicale rispetto alla storia del sindacato confederale post 92, sempre sul filo di lama che divide l’eresia dall’apostasia. Una presenza urticante, mai alla ricerca dello strapuntino del ”diritto di tribuna”. Tutte le condizioni della fase storica in cui questa esperienza nacque, sono oggi profondamente mutate, a partire dal terreno di gioco – la CGIL stessa. Varrebbe la pena anche qui aprire un dibattito coraggioso su questo impegno duro, snervante, fatto di espulsioni ed ostracismi, che pure così poco ha sedimentato nel tempo: per capire come valorizzare quel che resta di questi anni di sforzi e coerenza (anziché sfibrarsi in microscissioni o fingere continuità, rispetto ad una stagione ormai chiusa).

All’inizio dicevamo che è sbagliato e fuorviante parlare di “sindacalisti venduti”, espressioni che generano polemiche volgari e rischiano di offendere impunemente migliaia di quadri e delegati onesti e puliti; sono argomenti che non fanno crescere politicamente il dibattito tra lavoratori e ci condannano ad una eterna pantomima populista tra “onesti e corrotti” che già tanto male ha fatto alla sinistra. Questo, però, non ci esime dall’usare un’altra categoria, quella del tradimento: non come faccenduola morale, ma come grande fenomeno storico, il tradimento di classe di cui tutte le espressioni organizzate  del movimento operaio europeo si sono macchiate a partire dagli anni 90 (ne parlava Hobsbawm anni fa, quando furoreggiavano le terze vie). Questa categoria del tradimento ci torna in mente, leggendo l’esposto “all’illustrissimo sig. Prefetto e all’Ill.imo sig. Questore” presentato dalla Filt Cgil di Piacenza  il 4 febbraio del 2021. In esso si denunciava il fatto che un picchetto sindacale organizzato dal Si Cobas impediva l’ingresso e l’uscita delle merci ai cancelli del grande magazzino Tnt Fedex, dov’era in corso una durissima vertenza. Nella sostanza la dinamica era: driver organizzati dalla CGIL che reclamavano la “libertà del lavoro” (come un qualsiasi sindacatino giallo) contro il loro colleghi facchini iscritti maggioritariamente ai Cobas. Si era nel pieno della lotta contro la chiusura di quell’impianto e il segretario della categoria Cgil più importante del territorio, chiamava le forze di polizia a rimuovere un picchetto sindacale.

Naturalmente è andata a finire che la TNT-Fedex ha portato a compimento lo smantellamento di quel centro di distribuzione e 300 famiglie sono rimaste per strada. Senza addentrarci nei meandri di una vertenza complicata – per l’intreccio di appalti e società coinvolte e per la ridda di accuse e contraccuse tra sindacati – fa impressione vedere un gruppo dirigente Cgil invocare la polizia contro le iniziative di sciopero in difesa dei posti di lavoro organizzate da un altro sindacato. Non una lotta per l’egemonia: ma il più sbrigativo ricorso alla celere. Sarà sulla base di quell’esposto, oltre che di uno parallelo dell’azienda, che la Procura di Piacenza avvierà la nota inchiesta [QUI] finita con arresti e denunce – quella in cui una PM ha candidamente detto in conferenza stampa che i Cobas non sono un sindacato e che le loro rivendicazioni erano pretestuose perché in quei magazzini , “acquisiti agli atti le buste paga”, la Procura giudicava ingiustificati simili eccessi rivendicativi! In questo grumo collusivo tra strategie aziendali, corporativismo sindacale, intervento giudiziario e questurino, c’è un crudo e impietoso ritratto d’epoca. Qui non si tratta di essere “venduti” (nessuno realisticamente pensa questo) quanto di tradimento storico delle ragioni sociali che difendi: e, di sicuro, tradimento di ogni statuto o Carta dei valori o di qualsiasi altra documento identitario o valoriale stia nella storia del sindacato di Giuseppe Di Vittorio; e non è un fatto morale, è una grave questione maledettamente politica, che racconta molto della crisi di identità della CGIL.

Un vecchio sindacalista ormai in pensione, che aveva visto gli anni d’oro del protagonismo consiliare, e le grandi sconfitte, tra il 1980 e il 1984, ha detto: “l’attività sindacale, in ogni epoca, anche nei periodi straordinari, è fatta al 90% di tante piccole cose, microvertenze, tutele individuali, rotture di maroni quotidiani; però nei decenni passati, tutti, ma proprio tutti quelli che lavoravano in CGIL, erano convinti di incarnare una qualche verità storica, una marcia di emancipazione collettiva; ognuno a suo modo – chi pensando alla Costituzione, chi al socialismo – ma ognuno sentiva di stare dentro questo orizzonte di emancipazione, dentro una funzione storica, un progresso. Oggi, smarrito quell’orizzonte collettivo, restano le piccolezze quotidiane della pratica sindacale e ti trasformi in un impiegato che deve arrivare a sera e chiudere le sue pratiche.” E questa è oggi la CGIL: un corpaccione sfibrato e disilluso che non evoca alcuna suggestione né tra i lavoratori né tra i suoi dipendenti; nessun lavoratore conta più su quell’affiliazione per migliorare la propria condizione; nessun iscritto conosce le parole d’ordine della Confederazione; al sindacato ci si rivolge quando le cose cominciano ad andare male e si sente puzza di esuberi o di chiusure, allora i lavoratori si indirizzano alla struttura come ad un ufficio parastatale o ai servizi sociali: gli esperti degli ammortizzatori sociali che dovranno “ammortizzare” gli effetti della crisi.

C’è una “specificità italiana” nella crisi dell’agire sindacale? Siamo dentro l’onda lunga di una nemesi storica che ci condanna in un virtù di un passato glorioso – il partito comunista più forte dell’occidente e anche il laboratorio rivoluzionario più avanzato nel decennio 68-78? O la nostra crisi è lo specchio fedele di quella che attanaglia l’intero movimento sindacale in Europa e negli Usa? Una buona domanda da porci, in questo primo maggio delle piazze vuote.

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Intervista a Karl Marx (1871) – R. Landor

 

Landor, corrispondente del The World, intervista Marx a Londra il 3 luglio 1871. Soltanto un paio di mesi prima, la Comune di Parigi era stata soffocata nel sangue. Il testo venne pubblicato il seguente 18 luglio

 

Londra, 3 luglio 1871. Mi avete chiesto di raccogliere informazioni sull’Associazione Internazionale e io ho cercato di farlo. Attualmente, si tratta di un’ardua impresa. Londra è indiscutibilmente il quartier generale dell’Associazione, ma gli inglesi sono spaventati e sentono odor d’Internazionale dappertutto, come re Giacomo sentiva odor di polvere da sparo dopo la famosa congiura. Naturalmente, il livello di consapevolezza dei membri dell’Associazione è aumentato con la sospettosità del pubblico e se gli uomini che la dirigono hanno un segreto da custodire, il loro stampo è tale da custodirlo bene. Ho fatto visita a due dei suoi esponenti più in vista; con uno di essi ho parlato liberamente e qui di seguito riferisco il succo della nostra conversazione. Mi sono personalmente accertato di una cosa, e cioè che si tratta di un’associazione di veri lavoratori, ma che questi lavoratori sono guidati da teorici politici e sociali appartenenti a un’altra classe. Uno degli uomini che ho visto, fra i massimi dirigenti del Consiglio, si è fatto intervistare seduto al suo banco da lavoro, e a tratti smetteva di parlare con me per ascoltare le lamentele espresse in tono tutt’altro che cortese da uno dei tanti padroncini del quartiere che gli davano da lavorare. Ho sentito quello stesso uomo pronunciare in pubblico discorsi eloquenti, animati in ogni loro passo dalla forza dell’odio verso le classi che si autodefiniscono governanti. Ho capito quei discorsi dopo aver assistito a uno squarcio della vita domestica dell’oratore. Egli deve essere consapevole di possedere abbastanza cervello da organizzare un governo funzionante ma di essere costretto a dedicare la sua vita alla più estenuante routine di un lavoro puramente meccanico.

Pur essendo un uomo orgoglioso e sensibile, era continuamente costretto a rispondere a un grugnito con un inchino, e con un sorriso a un ordine che sulla scala dell’urbanità si collocava più o meno allo stesso livello del richiamo che il cacciatore lancia al suo cane. Costui mi ha consentito di scorgere un aspetto della natura dell’Internazionale, la rivolta del lavoro contro il capitale, dell’operaio che produce contro il borghese che gode. Quella è la mano che colpirà duro quando giungerà il momento, e quanto alla mente che progetta, credo di aver veduto anche quella, nella mia intervista con il dottor Karl Marx.

 

Un appartamento borghese

Karl Marx è dottore in filosofia, tedesco di nascita, e possiede le vaste conoscenze che sono tipiche del tedesco, ricavate sia dall’osservazione del mondo vivente che dai libri. Dovrei concludere che egli non è mai stato un lavoratore nel senso comune del termine. L’ambiente in cui vive e il suo aspetto sono quelli di un uomo benestante della borghesia. Il salotto in cui sono stato fatto accomodare la sera dell’intervista sarebbe potuto appartenere alla confortevole dimora di un prospero agente di borsa il quale, dopo avere acquisito le sue competenze, stesse facendo la sua fortuna. Era la comodità personificata, l’appartamento di un uomo di gusto e di larghi mezzi, ma privo di qualsiasi riferimento personale al suo proprietario.

Tuttavia, un bell’album di vedute del Reno posto sul tavolo costituiva un indizio della sua nazionalità. Ho sbirciato con cautela nel vaso posto sul tavolinetto per vedere se contenesse una bomba. Ho annusato l’aria per sentire se sapesse di petrolio, ma l’unico odore era quello delle rose. Furtivamente, mi sono riseduto al mio posto, e con animo cupo ho atteso il peggio.

 

Sono al cospetto di una forza formidabile: un sognatore che pensa, un pensatore che sogna

Egli è entrato e mi ha salutato cordialmente, poi si è seduto di fronte a me. Ebbene sì, mi trovo faccia a faccia con la rivoluzione in carne e ossa, con l’autentico fondatore e ispiratore dell’Associazione Internazionale, con l’autore della frase in cui si dice al capitale che, se muoverà guerra al lavoro, dovrà aspettarsi di vedersi bruciare la casa sotto i piedi; in una parola, con l’apologeta della Comune di Parigi. Ricordate il busto di Socrate, l’uomo che preferì morire piuttosto che professare la fede negli dei dell’epoca, l’uomo con quel bel profilo in cui la fronte termina bruscamente con un piccolo naso camuso e arricciato all’insù che rassomiglia a un gancio a due punte? Ecco, tenete quel busto dinnanzi agli occhi della mente, colorate la barba di nero, punteggiandola qui e là di grigio; piantate la testa così composta sul corpo di un uomo abbastanza prestante di mezza età, e avrete davanti a voi il dottore. Gettate un velo sulla parte alta del viso e vi ritroverete in compagnia di un perfetto sacrestano. Svelate il tratto essenziale – la fronte sconfinata – e saprete subito che siete al cospetto della più formidabile di tutte le forze composite: un sognatore che pensa, un pensatore che sogna. Il dottor Marx era in compagnia di un altro signore, anch’egli tedesco, credo, quantunque non possa esserne certo vista la sua grande familiarità con la nostra lingua. Era lì per fare da testimone al dottore? Penso di sì. Il Consiglio, venuto a sapere dell’intervista, avrebbe potuto chiamarlo a renderne conto, perché la Rivoluzione nutre sospetti soprattutto sui suoi stessi agenti. Quella era dunque una prova a carico. Sono passato subito al motivo della mia visita. Il mondo, ho detto, sembrava essere all’oscuro delle finalità dell’Internazionale, che odiava profondamente ma senza saper dire chiaramente che cosa di essa odiasse. Alcuni, che sostenevano di aver spinto lo sguardo nelle tenebre più in là dei loro simili, dichiaravano di aver scorto una sorta di figura simile a Giano, con un bel sorriso onesto da lavoratore su una delle facce e sull’altra un cipiglio assassino da cospiratore. Voleva fare un po’ di luce sul mistero della sua teoria? Il professore ha riso, con un certo compiacimento, mi è sembrato, al pensiero che noi avessimo tanta paura di lui. «Non c’è nessun mistero da chiarire, caro signore», ha esordito in una versione molto raffinata del dialetto di Hans Breitmann, «tranne forse il mistero della stupidità umana di coloro che continuano a ignorare il fatto che la nostra è un’Associazione pubblica e che i resoconti integrali dei suoi lavori vengono pubblicati per chiunque abbia voglia di leggerli. Il nostro regolamento è in vendita al costo di un penny, e spendendo uno scellino si compra un opuscolo che le spiegherà sul nostro conto tanto quanto ne sappiamo noi stessi».

Sì, forse è così; ma non può forse darsi che proprio quel qualcosa che io non verrò a sapere costituisca la riserva decisiva? Per essere del tutto sincero con lei, e per mettere la questione nel modo in cui la vede un osservatore esterno, questa generale deprecazione nei vostri confronti deve significare qualcosa di più della sola ignoranza della moltitudine. Ora, è ancora pertinente, dopo quanto lei mi ha detto, domandarle in che cosa consiste l’Associazione Internazionale? Basta guardare le persone da cui è composta: lavoratori. Sì, ma il soldato non è necessariamente un esponente dello Stato che lo arma. Io conosco alcuni membri della sua Associazione e posso credere che non abbiano la stoffa dei cospiratori. Per giunta, un segreto noto a un milione di uomini non potrebbe essere un segreto. Ma potrebbe darsi che questi fossero soltanto gli strumenti in mano a un gruppetto di persone audaci e – aggiungo, sperando che lei mi perdoni – senza molti scrupoli. Non vi è nulla che lo dimostri. E la recente insurrezione di Parigi? Prima esigo la prova che vi sia stata cospirazione, che sia accaduto qualcosa che non fosse l’effetto legittimo delle circostanze del momento; oppure, ammettendo la cospirazione, chiedo le prove che l’Associazione Internazionale vi abbia partecipato. La presenza nell’assemblea comunale di tanti membri dell’Associazione. Ma allora è stato anche un complotto dei massoni, perché la parte che hanno preso all’opera in quanto individui è stata tutt’altro che piccola. Anzi non mi sorprenderei se il Papa attribuisse a loro l’insurrezione. Ma tentiamo un’altra spiegazione. L’insurrezione di Parigi è stata fatta dai lavoratori di Parigi. I suoi capi e organizzatori devono essere stati per forza i lavoratori più capaci; ma si dà il caso che i lavoratori più capaci facciano parte dell’Associazione Internazionale. Tuttavia, l’Associazione in quanto tale può non essere affatto responsabile delle loro azioni. Ma il mondo continuerà a pensare che le cose stiano altrimenti. La gente parla di ordini segreti da Londra e persino di finanziamenti. Si può affermare che il tanto sbandierato carattere pubblico dei lavori dell’Associazione impedisca qualsiasi comunicazione segreta? È mai esistita un’associazione che svolgesse il suo lavoro senza bisogno di agenti sia privati che pubblici? Ma parlare di ordini segreti da Londra, come se fossero ordini in materia di fede e di morale emanati da un centro di dominio e di intrigo papale, significa fraintendere completamente la natura dell’Internazionale. Ciò comporterebbe che l’Internazionale fosse dotata di un governo centralizzato, mentre la forma che è stata espressamente scelta è quella che lascia il più ampio margine alle energie locali e indipendenti. In effetti, è inesatto affermare che l’Internazionale rappresenta un organo di governo della classe operaia. È un patto associativo, piuttosto che un potere politico. Un’associazione con quale finalità? L’emancipazione economica della classe operaia tramite la conquista del potere politico. L’uso di questo potere politico per il raggiungimento di scopi sociali. È necessario che i nostri obiettivi siano tanto vasti da includere ogni forma di attività da parte della classe operaia. Essersi dati obiettivi particolari avrebbe significato adattarli alle esigenze di un solo settore, di una sola nazione di lavoratori. Ma come si può chiedere a tutti gli uomini di associarsi per promuovere le finalità di pochi? Per farlo, l’Associazione avrebbe dovuto rinunciare alla sua qualifica di Internazionale. L’Associazione non impone la forma dei movimenti politici, si limita a richiedere un impegno in vista dei loro scopi. Si tratta di una rete di società affiliate che abbraccia l’intero mondo del lavoro.

Le classi lavoratrici devono trasformare la società per prendere in mano il proprio destino. In ogni parte del mondo si presenta un aspetto speciale del problema, e gli operai che vi abitano affrontano il problema a modo loro. Le associazioni di lavoratori non possono essere assolutamente identiche nel dettaglio a Newcastle e Barcellona, a Londra e Berlino. In Inghilterra, ad esempio, la via per conquistare un potere politico è aperta alla classe operaia. L’insurrezione sarebbe una follia là dove un’agitazione pacifica raggiungerebbe lo scopo in modo rapido e sicuro. In Francia, un centinaio di leggi repressive e un antagonismo morale fra classi sembrano rendere necessaria la soluzione violenta di una guerra sociale. La scelta di una simile soluzione spetta alla classe operaia di quel paese. L’Internazionale non pretende certo di dettare il da farsi in merito, e neppure di dare consigli. Ma accorda in ogni momento la sua simpatia e il suo aiuto entro i limiti fissati dal suo stesso regolamento.

E di che natura è questo aiuto? Per darle un esempio, una delle forme più comuni del movimento per l’emancipazione è costituita dallo sciopero. Prima, quando si effettuava uno sciopero in un dato paese, esso veniva sconfitto importando lavoratori da un altro. L’Internazionale ha quasi posto fine a tutto questo. Non appena viene avvisata dello sciopero in programma, dirama l’informazione fra i suoi aderenti, i quali fanno subito in modo di trasformare la sede dell’agitazione in terreno proibito. I padroni vengono così lasciati a fare i conti da soli con i loro operai. Nella maggioranza dei casi, questi ultimi non hanno bisogno di altro aiuto. Essi utilizzano i fondi provenienti dai loro stessi versamenti o da quelli delle società cui sono più immediatamente affiliati, ma se l’onere cui sono sottoposti dovesse farsi troppo gravoso, o nel caso in cui lo sciopero fosse approvato dall’Associazione, alle loro necessità si provvederà con la cassa comune. Con questi mezzi, l’altro giorno uno sciopero delle sigaraie di Barcellona si è concluso vittoriosamente. Ma l’associazione non ha alcun interesse agli scioperi, sebbene li appoggi a certe condizioni. Non può assolutamente trarne vantaggi pecuniari, mentre può facilmente esserne danneggiata. Cerchiamo di riassumere. Le classi lavoratrici rimangono povere davanti all’aumento della ricchezza, restano diseredate nonostante il diffondersi del lusso. Le loro privazioni materiali ne riducono la statura morale, oltre che fisica. Per porre rimedio a questa situazione non possono fare affidamento su altri. Quindi, per loro prendere in mano il proprio destino è diventato un imperativo. Devono riesaminare i rapporti al loro interno e fra loro e i capitalisti e i proprietari terrieri, e ciò significa che devono trasformare la società. Questo è lo scopo generale di ogni organizzazione di lavoratori che si conosca: leghe della terra e del lavoro, sindacati e società di mutuo soccorso, negozi cooperativi e produzione cooperativa non sono che mezzi per quel fine. Scopo dell’Associazione Internazionale è creare una solidarietà perfetta fra queste organizzazioni. E la sua influenza comincia a farsi sentire dovunque. Due giornali hanno diffuso le sue finalità in Spagna, tre in Germania, altrettanti in Austria e in Olanda, sei in Belgio e sei in Svizzera. E adesso che le ho detto che cos’è l’Internazionale, lei sarà forse in grado di farsi un’opinione in merito ai suoi presunti complotti.

Non la capisco… Non vede forse che la vecchia società, mancando della forza necessaria per affrontarla con le sue armi – quelle della discussione e della concertazione – è costretta a fare ricorso alla frode di affibbiarle l’accusa di cospirazione? Ma la polizia francese sostiene di essere in grado di dimostrare la sua complicità nella recente vicenda, per non parlare dei fatti precedenti. Tuttavia, se non le spiace spenderemo qualche parola su quei fatti, perché servono a mettere alla prova la gravità di tutte le accuse di cospirazione mosse all’Internazionale. Lei ricorderà il penultimo «complotto». Era stato annunciato un plebiscito. Si sapeva che molti elettori erano indecisi. In loro, il sentimento del valore del dominio imperiale non era più vivo, poiché avevano smesso di credere ai minacciati pericoli della società da cui, si sosteneva, l’impero li aveva salvati. Occorreva un nuovo spauracchio. La polizia si è messa a cercarlo. Odiando tutte le associazioni di lavoratori, era naturale che volessero giocare un brutto scherzo all’Internazionale. Li ha ispirati un’idea felice: scegliere come spauracchio l’Internazionale e così facendo screditarla e al tempo stesso far proseliti per la causa dell’impero. Da quella felice idea è scaturita la ridicola «congiura» contro la vita dell’imperatore, come se noi avessimo intenzione di uccidere quel povero disgraziato. A quel punto la polizia ha arrestato gli esponenti più in vista dell’Internazionale.

Ha falsificato le prove. Ha istruito il processo e nel frattempo si è tenuto il plebiscito. Ma quella che doveva essere una commedia era troppo palesemente solo una volgare e palese farsa. L’Europa intelligente, che ha assistito allo spettacolo, non si è lasciata ingannare neanche per un istante sulla sua natura, e soltanto gli elettori contadini di Francia ci sono cascati. I vostri giornali inglesi hanno riferito dell’inizio della squallida vicenda. I giudici francesi, ammessa l’esistenza della congiura per pura deferenza verso l’autorità, sono stati costretti a dichiarare che mancavano prove della complicità dell’Internazionale.

Mi creda, il secondo complotto è come il primo. Il funzionario francese è di nuovo all’opera. È chiamato a render conto del più vasto movimento di cittadini cui il mondo abbia mai assistito. Innumerevoli segni dei tempi dovrebbero suggerire la spiegazione giusta: il diffondersi della consapevolezza fra i lavoratori, quello del lusso e dell’incompetenza fra chi li governa, il processo storico, attualmente in corso, del passaggio definitivo del potere da una classe a tutto il popolo, l’evidente idoneità del momento, del luogo e delle circostanze del grande movimento di emancipazione. Ma per aver capito questo il funzionario dovrebbe essere stato un filosofo, e invece è soltanto un mouchard, uno sbirro. In base alle leggi che regolano la sua esistenza, pertanto, ha fatto ricorso alla spiegazione del mouchard: «Complotto». La sua vecchia cartella di documenti falsi gli fornirà le prove e questa volta l’Europa, nel suo terrore, crederà alla favola. L’Europa può fare ben poco, vedendo che tutti i giornali francesi pubblicano la notizia.

Tutti i giornali francesi! Guardi, ne prenda uno [sceglie «La Situation»] e giudichi da solo il valore effettivo delle loro prove. [Legge] «Il dottor Karl Marx, dell’Internazionale, è stato arrestato in Belgio mentre tentava di passare in Francia. La polizia londinese tiene d’occhio da tempo l’associazione cui egli è legato, e sta prendendo misure attive per la sua soppressione». Due frasi e due menzogne. Può verificarne la consistenza con i suoi occhi. Come vede, infatti, anziché trovarmi in prigione in Belgio sono a casa mia in Inghilterra. Inoltre, lei saprà che la polizia inglese ha tanto potere di intervenire nelle attività dell’Internazionale quanto quest’ultima ne ha di intervenire nelle sue. Eppure, la cosa più normale in tutto questo è che questa notizia farà il giro della stampa europea senza venire smentita e potrebbe continuare a farlo anche se io stessi seduto qui a mandare comunicati a tutti i giornali d’Europa.

Lei ha tentato di smentire molte di queste false notizie? L’ho fatto fino a quando questa impresa non mi ha stancato. Per dimostrare la grossolana sbadataggine con cui esse vengono falsificate, posso accennare solo che in una Félix Pyat era citato come membro dell’Internazionale.

E invece non lo è? L’associazione non avrebbe mai potuto dare spazio a un tale sconsiderato. Una volta, ha avuto la presunzione di emanare un incauto proclama a nostro nome, ma è stato smentito all’istante, anche se la stampa, tanto per renderle giustizia, ha ignorato la smentita. E Mazzini, fa parte della vostra associazione?

[Ridendo] Oh, no. Avremmo fatto ben pochi progressi, se non fossimo andati oltre le sue idee. Lei mi sorprende. Credevo proprio che rappresentasse le vedute più avanzate. Non rappresenta nulla di meglio che la vecchia idea di una repubblica borghese. Noi non vogliamo aver nulla a che fare con la borghesia. Mazzini fa ormai parte della retroguardia del movimento moderno insieme ai professori tedeschi, che tuttavia in Europa sono ancora considerati gli apostoli del democratismo colto del futuro. Lo erano un tempo: prima del ’48, forse, quando la borghesia tedesca – nel senso in cui usiamo il termine in Inghilterra – aveva appena raggiunto il suo pieno sviluppo. Ma adesso sono passati armi e bagagli alla reazione, e il proletariato non li conosce più.

 

L’Associazione Internazionale è un potere con il quale il mondo dovrà prima o poi fare i conti

Alcuni hanno creduto di scorgere segni di un certo positivismo nella vostra organizzazione.

Nient’affatto. Fra di noi vi sono dei positivisti e altri, non della nostra organizzazione, che lavorano altrettanto bene. Ma questo non in virtù della loro filosofia, che nulla ha a che vedere con il governo del popolo come lo intendiamo noi e che si propone soltanto di sostituire la vecchia gerarchia con una nuova. Mi sembra, allora, che i dirigenti del nuovo movimento internazionale debbano essersi creati una filosofia, oltre che un’associazione. Esattamente. Ad esempio, è assai improbabile che noi possiamo sperare di vincere la nostra guerra contro il capitale se prendiamo la nostra tattica, che so, dall’economia politica di Mill. Questi ha individuato un tipo di rapporto fra lavoro e capitale. Noi speriamo che sia possibile stabilirne uno diverso. E per quanto riguarda la religione? Su questo punto non posso parlare a nome della società. Per quanto mi riguarda, sono ateo. Indubbiamente, è sorprendente sentire una confessione del genere in Inghilterra, ma conforta il pensiero che in Germania e in Francia non è necessario abbassare la voce per dirlo. Eppure, lei ha il suo quartier generale in questo paese. Per evidenti motivi, qui il diritto di associazione è ormai affermato. Certo, esiste anche in Germania, ma è circondato da innumerevoli difficoltà; in Francia, per molti anni non è esistito affatto. E negli Stati Uniti? Per il momento, i centri principali della nostra attività si trovano nelle vecchie società europee. Negli Stati Uniti, molte circostanze hanno finora impedito che il problema del lavoro assumesse un’importanza primaria. Ma esse stanno scomparendo rapidamente, e questo problema si fa strada velocemente in quel paese con la crescita – come in Europa – di una classe lavoratrice distinta dal resto della società e contrapposta al capitale. Sembra di capire che in questo paese la soluzione sperata – quale che sia – verrà raggiunta senza i mezzi violenti della rivoluzione. Il sistema inglese di agitazione per mezzo dei documenti programmatici e della stampa, finché la minoranza si trasforma in maggioranza, rappresenta un segnale di speranza. Su questo punto non condivido il suo ottimismo. La borghesia inglese si è sempre dimostrata abbastanza disponibile ad accettare il verdetto della maggioranza fintantoché poteva godere del monopolio del diritto di voto. Ma stia bene attento a ciò che le dico: non appena andrà in minoranza alle elezioni su questioni che considera vitali, in questo paese assisteremo a una nuova guerra fra mercanti di schiavi.

Ho riferito come meglio potevo quanto ricordo dei punti principali della mia conversazione con quest’uomo notevole. Lascio a voi il compito di trarre le vostre conclusioni. Qualunque cosa si dica a favore o contro l’idea che l’Associazione Internazionale sia complice con il movimento della Comune di Parigi, possiamo stare certi che con essa il mondo civile ha nel suo seno un nuovo potere con cui prima o poi dovrà fare i conti, nel bene o nel male.


(Traduzione a cura di Giulia Page)

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E se la facessimo finita con gli eventi? - Emanuele Zinato


Il linguaggio non è neutro né innocente: è sempre saturo di ideologia. Le parole egemoni veicolano la visione del mondo dominante in modo tanto più pervasivo quanto meno riconosciuto dai parlanti. Per questo si può dire che siamo tanto più “parlati” dalle forme del dominio quanto più queste ultime si danno linguisticamente come naturali. Tutti noi usiamo supinamente termini come governance, webinar, implementare, spalmare, risorsa, competenze, eccellenza, merito, spendibilità. Ogni volta che li impieghiamo si accende nella nostra mente una spia rossa, sempre più debole, con cui dovremmo viceversa illuminare di più il nostro dizionario e i nostri archivi.

Soprattutto chi insegna dovrebbe operare una costante verifica delle parole, specie di quelle più pervasive o “virali” (sic).

Fra questi moltissimi termini-concetti finto-neutrali vi è anche il lemma eventi, percepito per lo più come allusione all’ambito del creativo e del conviviale. A titolo di esempio, prendiamo una sola frase del tutto condivisa dal senso comune: 

“Speriamo che presto tornino possibili tutti gli eventi sospesi per la pandemia: concerti, mostre, festival letterari, teatri, cinema”.  

Qualche anno fa uno degli organizzatori più intelligenti del Festival di Mantova mi diceva che stava cercando di arginare la passiva moltiplicazione del termine evento sulle locandine del festival a proposito degli incontri con gli autori, a favore di concetti più vicini a un’idea di sedimentazione dell’esperienza e meno implicati con i consumi culturali. Credo fosse, da parte sua, un chiaro segno di consapevolezza politico-culturale, non un eccesso “purista” o cruscante.

Si tratta in sostanza di opporre profondità e memoria a superficie e immediatezza. E, del resto, a far luce sul concetto ci aiuta la fisica, disciplina per la quale con evento si intende un punto nello spazio-tempo. Sulla non oggettività del termine ci aiuta invece l’economia aziendale: e in specie il comparto dell’organizzazione degli eventi, divenuto nel nuovo millennio una delle leve strategiche della comunicazione integrata. Sia che si tratti di una grande cerimonia sportiva che di una piccola colazione di lavoro, il comparto gestisce l’estensione della logica della società dello spettacolo (Debord) a ogni brand, istituzione, associazione al fine di creare “visibilità” e “emozione”. Nel mondo dell’azienda (che da vent’anni sembra essere diventato il mondo intero) l’organizzazione di eventi, infine, è promossa anche dall’ambito delle risorse umane, perché considerata uno strumento motivazionale che migliora le performance di uno staff.

All’evento culturale inteso come momento strategico di organizzazione del marketing è connessa insomma una piccola, agguerrita,  galassia terminologica in grado a sua volta  di colonizzare il discorso della vita quotidiana e il nostro l’ambito  specifico dell’insegnamento, dell’educazione e della formazione e di abitare il nostro stesso linguaggio, con la protervia  arrogante e seducente che contrassegna chi salta sul carro dei vincitori: i concept, la location, la logistica, il target e il budget.

Nel fare una lezione, organizzare un incontro con un autore, o una discussione su un libro, o nel portare gli studenti a teatro o al cinema, è necessario guardare viceversa alla questione in termini di lunga durata. L’espressione longue durée è dello storico Fernand Braudel e nasce in ambito storiografico per indicare un concetto che si oppone radicalmente a quello di evento.[1] Quest’ultimo, per gli storici delle “Annales”, è il tempo della breve durata, della storia evenemenziale fatta di oscillazioni rapide e instabili. La lunga durata, invece, è il tempo delle permanenze, dei ritmi lenti, delle grandi cesure e dei movimenti di ampio respiro. Riportiamo questo tempo, lento e profondo, al centro dell’esperienza dopo la pandemia: per un’ecologia della mente capace di guardare alle sfide che ci stanno di fronte. Basta, insomma, con la narcisistica celebrazione dell’effimero e della superficialità degli eventi.

[1] Fernand Braudel, Histoire et Sciences sociales: La longue durée, «Annales. Economies, sociétés, civilisations», 4, 1958, p. 750.

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sabato 1 maggio 2021

L’infrastruttura più importante è quella umana - Bernie Sanders

 

Quella pubblicata di seguito è una lettera indirizzata da Bernie Sanders ai suoi sostenitori. Il messaggio riguarda, evidentemente, gli Stati Uniti d’America ma, per contenuti e per stile di comunicazione, è un riferimento importante per qualunque Paese, soprattutto nel momento in cui è aperto il dibattito su come uscire dalla crisi provocata (o aggravata) dalla pandemia.


È in corso un acceso dibattito al Congresso sul modo in cui definiamo la parola “infrastruttura“, dibattito che determinerà la futura direzione del nostro Paese.

Dobbiamo ricostruire la nostra fatiscente infrastruttura fisica: strade, ponti, ferrovie, sistemi idrici e impianti di depurazione per poter creare milioni di posti di lavoro ben retribuiti. È anche sempre più ovvio che dobbiamo trasformare il nostro sistema energetico dai combustibili fossili all’efficienza energetica e all’energia rinnovabile allo scopo di salvare il pianeta dalle devastazioni del cambiamento climatico. Questo investimento produrrà milioni di posti di lavoro ben retribuiti.

Questo è il Paese più ricco nella storia del mondo. Non dobbiamo continuare a sostenere un’economia macroscopicamente ingiusta in cui i più ricchi diventano molto più ricchi, mentre milioni di famiglie lavoratrici lottano per acquisire le più basilari necessità di vita. Non possiamo continuare a rimanere sempre più indietro rispetto agli altri principali paesi industrializzati nella fornitura di assistenza sanitaria, nutrizione, istruzione, assistenza all’infanzia, sicurezza pensionistica, alloggio e altri bisogni fondamentali se vogliamo poter garantire dignità e sicurezza alle persone.

L’American Rescue Plan è stato un importante passo avanti nell’affrontare le situazioni di emergenza che il nostro Paese deve affrontare a causa della pandemia. Ora dobbiamo affrontare le crisi strutturali a lungo termine: la nostra infrastruttura umana. Mentre il Congresso inizia a lavorare su un secondo importante atto legislativo per contrastare la crisi senza precedenti che affligge il nostro Paese, io, in qualità di Presidente della Commissione bilancio del Senato, lavorerò non solo per garantire la fornitura delle risorse necessarie per ricostruire la nostra infrastruttura fisica, ma altresì quella umana, a lungo trascurata. Chiediamo al Congresso che qualsiasi legislazione sulle infrastrutture includa investimenti nelle infrastrutture umane della nostra nazione. È tempo che questo nostro Paese funzioni per tutti, e non solo per una manciata di miliardari.

Quindi lasciatemi essere chiaro.

1.      Infrastruttura significa assicurarsi che le famiglie a basso reddito che lavorano, abbiano gli alloggi sicuri e adeguati di cui hanno bisogno. Ciò significa costruire e ammodernare milioni di unità abitative.

2.      Infrastruttura significa che quando madre e padre vanno a lavorare, i figli ricevano un’assistenza all’infanzia di alta qualità a un costo economicamente sopportabile. Ciò significa passare all’istruzione prescolare universale.

3.      Infrastruttura significa che in un’economia globale competitiva dobbiamo avere la forza lavoro più istruita del mondo e che tutti i nostri giovani, indipendentemente dal loro reddito, hanno diritto a un’istruzione superiore. Questo si traduce in college e università pubbliche senza tasse scolastiche ponendo fine all’indebitamento degli studenti.

4.      Infrastruttura significa che negli Stati Uniti, quando ti ammali, hai il diritto di andare da un medico e ottenere i farmaci da prescrizione di cui hai bisogno. Non possiamo continuare a far morire 68.000 persone all’anno inutilmente perché queste non possono permettersi l’assistenza sanitaria nel Paese più ricco della terra, ora collocato al 39° posto per aspettativa di vita. Passare all’assistenza sanitaria universale significa comprendere che le cure mediche sono un diritto umano, non un privilegio.

5.      Infrastrutture significa che non possiamo più essere l’unico grande paese al mondo a non farsi carico del congedo familiare e medico. È inconcepibile che all’indomani di una pandemia, si insista ancora sul fatto che le persone vadano a lavorare ammalate senza avere la capacità di prendersi cura delle loro famiglie in difficoltà.

6.      Infrastruttura significa rispettare i nostri anziani, la generazione che ci ha cresciuto. È inaccettabile che molti milioni di americani in età avanzata, oggi abbiano seri problemi odontoiatrici, oculistici e di udito. Questo è il motivo per cui dobbiamo espandere Medicare per coprire cure dentistiche, apparecchi acustici, occhiali e abbassare l’età minima di ammissione al programma a Medicare a 55 anni.

Ricostruire la nostra infrastruttura fisica e umana e creare milioni di posti di lavoro ben retribuiti è una proposta costosa. Ma, mentre ricostruiamo l’America, in un momento di enorme e crescente disuguaglianza di ricchezza e reddito e di un sistema fiscale federale regressivo e ingiusto, dobbiamo chiedere che le ricche società redditizie inizino a pagare la loro giusta quota di tasse. Dobbiamo anche porre fine alle centinaia di miliardi che forniamo al welfare aziendale. Ecco solo alcune idee che possono raccogliere trilioni di nuove entrate senza chiedere alla classe media o alle famiglie lavoratrici di pagare un centesimo in più in tasse federali.

Primo. Non possiamo più tollerare che l’industria farmaceutica dissangui i contribuenti statunitensi, gli anziani e i malati facendo pagare i prezzi più alti del mondo per farmaci da prescrizione. È ormai tempo che Medicare e il Governo federale facciano ciò che fanno tutti i principali paesi della terra: negoziare con le aziende farmaceutiche per abbassare il prezzo scandalosamente alto dei medicinali da prescrizione. Così si risparmierebbero almeno 500miliardi di dollari nel prossimo decennio e si ridurrebbe per tutti il costo di tali farmaci.

In secondo luogo, dobbiamo porre fine ai paradossali comportamenti fiscali di grandi società come Nike, Federal Express e Dish Network che realizzano miliardi di profitti, ma non pagano nulla in tasse federali sul reddito. Dobbiamo abrogare le agevolazioni fiscali di Trump per le grandi società, ripristinare l’aliquota dell’imposta sulle società al 35%, reprimere i paradisi fiscali offshore e chiudere le scappatoie fiscali sulle società, il che genererebbe almeno $ 2,3 trilioni di entrate.

Terzo. Dobbiamo assicurarci che le persone più ricche d’America che ereditano enormi fortune, paghino la loro giusta quota di tasse. Applicare un’aliquota d’imposta progressiva sulla proprietà a partire dal 45% sulla ricchezza ereditata di oltre 3,5 milioni di dollari potrebbe raccogliere più di un trilione di dollari in nuove entrate dalle famiglie di soli 657 miliardari, mentre le tasse del 99,5% degli americani non aumenterebbero di un centesimo.

Quarto. In un momento in cui le più grandi banche americane stanno realizzando profitti da record, dobbiamo stabilire una tassa sugli speculatori di Wall Street, coloro che hanno quasi distrutto l’economia nel 2008. Una modesta tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe aumentare le entrate fino a $ 2,4 trilioni.

Quinto. Se vogliamo assicurarci che il nostro pianeta sia sano e abitabile per le generazioni future, non possiamo continuare a distribuire sostegni all’industria dei combustibili fossili. Abolendo dozzine di scappatoie fiscali, sussidi e altre regalie a grandi compagnie petrolifere, del carbone e del gas, potremo risparmiare sui contribuenti fino a 150 miliardi di dollari nel prossimo decennio.

Ora è il momento per noi di pensare in grande, non in piccolo, ma la verità è che il percorso da seguire non sarà facile. Sfideremo i poteri forti di questo Paese, motivo per cui è importante dimostrare di essere uniti su questo tema. È ora di ricostruire non solo le nostre fatiscenti infrastrutture nazionali, ma anche la nostra infrastruttura umana.

Grazie per tutto quello che verrà fatto per continuare la nostra lotta collettiva per la giustizia.

In solidarietà.

da qui

Da Johnson a Draghi – Il trionfo dell'”Avidità” - Marco Revelli


“Greed is good!”

 Ricordate l’esclamazione di Michael Douglas alias Gordon Gekko in quel grande film di Oliver Stone, Wall Street, sul “denaro che non dorme mai”? “L’avidità è buona!” Ebbene, è tornata a risuonare in questi giorni, in una videoconferenza riservata ai parlamentari inglesi, per bocca di Boris Johnson che a un certo punto si è lasciato andare a proclamare che la vittoria sul Covid, ottenuta col vaccino, la si deve a “capitalismo e avidità” [testualmente : “The reason we have the vaccine success is because of capitalism, because of greed my friends”]. Non ha detto, il premier inglese, che a quella stessa avidità è dovuto il record di morti da lui collezionato in Europa nella fase precedente in cui il virus era stato lasciato correre a briglia sciolta pur di non sacrificare il business. E poi ha anche dovuto invocare la cancellazione di quella voce dal sen fuggita, quando gli hanno fatto notare che l’Europa avrebbe potuto prenderla male, imputando appunto all’avidità britannica il proprio deficit di Astra Zeneca, che pure aveva finanziato abbondantemente (pare per il 95%) e che si è vista accaparrare dall’avidità d’oltremanica. E tuttavia, falsificante sulla questione della vittoria sul virus, l’avidità la dice lunga piuttosto sull’ideologia dei ceti dirigenti attuali, anche di quelli che se ne vergognano a nominarla.

Mors tua vita mea…

Di avidità parla in realtà tutta la vicenda del pessimo andamento della campagna vaccinale europea. Avidità dei signori di Big Pharma, che lautamente finanziati dai poteri pubblici privatizzano spudoratamente i profitti riservando dosi ai migliori offerenti anche a borsa nera, e tradiscono impunemente impegni contrattuali selezionando ad arbitrio i sommersi e i salvati. Avidità degli stati più forti (ci ha provato anche la Germania) nel tentativo di avviare trattative separate con i fornitori a scapito degli altri. E poi – allargando il campo – avidità dei Paesi ricchi, Europa in testa (che al WTO si è macchiata dell’imperdonabile crimine di votare contro la proposta dei paesi svantaggiati di sospendere il copyright dei farmaci antivirus) nei confronti di quelli poveri. Basta guardare la graduatoria globale delle coperture vaccinali, con in testa Stati Uniti e Gran Bretagna (con circa il 60% di popolazione vaccinata almeno con una dose) e al fondo la Nabibia (con lo 0,1%) e lo Zambia (con lo 0 netto per cento). Eppure tutti gli epidemiologi con un po’ di sale in zucca dicono che se non si eradica il virus in tutto il mondo, non si sarà mai sicuri, rischiando che le varianti prosperino nelle periferie del globo. Ma come si sa l’avidità è cattiva consigliera, sorella gemella del masochismo.

Né si può dimenticare, infine, l’avidità dei Signori della terra, dei privati che pesano di più e agiscono anche peggio degli Stati: quello sparuto gruppetto di miliardari che mentre buona parte della popolazione mondiale arretrava, hanno continuato ad arricchirsi a dismisura. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam dedicato a Il virus della diseguaglianza, dal marzo 2020 la ricchezza dei 36 miliardari italiani classificati come tali è cresciuta di oltre 45,7 miliardi di euro (mentre l’intero monte salari crollava di 39 miliardi. E quella dei miliardari mondiali ha raggiunto il record storico di 11.950 miliardi. Sempre secondo l’Agenzia i 540 miliardi accumulati dai primi 10 super-ricchi nel mondo nell’anno della pandemia sarebbero sufficienti a “garantire un accesso universale al vaccino e assicurare che nessuno cada in povertà a causa del virus”.

L’azzardo mal ragionato di Draghi

Se poi dal campo largo del pianeta si scende alla scala minore di casa nostra, la musica non cambia. Non solo e non tanto per l’indecente spettacolo dell’arlecchinata regionale, ogni Governatore a sgomitare per contendersi i favori del generale logistico. Ma anche, più recente, per l’assoluto azzardo di Mario Draghi in persona e dietro a lui, chi più chi meno recalcitrante, di tutto il suo governo di giocare la carta coperta delle riaperture precoci e generalizzate, di quello che suona a tutti gli orecchi tesi degli operatori del business come un “liberi tutti”, concessione sconsiderata al “partito dell’ avidità”, di cui il bulimico Salvini è senza dubbio capitano assoluto, ma di cui anche l’altro Matteo è degno capofila, e sconfessione deliberata del “fronte della sicurezza”. L’ha definito un rischio “ben ragionato” anche se di ragione qui se ne vede poca dal momento che ogni scienziato degno di questo nome non manca mai di sottolineare che senza il superamento da parte delle vaccinazione di un elevato livello di sicurezza non si può, anzi non si deve, riaprire. E se chiunque ha gli occhi per vedere o comunque per leggere sa che la Germania di Merkel, praticamente con gli stessi numeri di contagi e con cifre molto più basse di numeri, ha assunto la decisione esattamente opposta di richiudere quanto era stato frettolosamente aperto. Mentre il caso di Madrid sta lì a mostrare il disastro dell’avidità applicata alla vita delle persone e gli sciagurati effetti di quelle aperture generalizzate che ora l’Italia vorrebbe emulare. Seguendo le alcinesche seduzioni dell’avidità, ampiamente radicata nei sentimenti immorali della nazione ma anche ben presente nei fondamenti ideologici dell’ex governatore della Bce e nel suo retroterra nella finanza predatrice globale, ora egli scegli apertamente di sacrificare il principio di precauzione al principio di prestazione, il guadagno alla vita, gli imperativi dell’economia a quelli della biologia, preferendo qualche morto in più per covid alla necessità di investire qualche miliardo di euro in più in sostegni e ristori alle categorie in difficoltà. Una sorta di “via brasiliana” all’italiana, che spiega il tripudio con cui tutte le destre economiche e politiche del nostro Paese hanno salutato il cambio della guardia a Palazzo Chigi.


Per chi suona la campana del Recovery plan


Ma poi c’è l’altra questione, quella grossa – la madre di tutte le battaglie per il governo – che dell’avidità è simbolo incarnato. E cioè la vicenda del Recovery Plan o, come si dice in politichese, del PNRR, ovvero di quel “Piano Nazionale” che nell’ostentare nella propria denominazione, oltre alla “Ripresa”, anche il tema della “Resilienza” (ovvero del ritorno di un oggetto contuso alla sua precedente forma) non promette niente di buono quanto a cambio di paradigma e di rimedio ai tanti precedenti errori che disseminano la vicenda del trionfo della logica d’impresa applicata al bene pubblico. Vicenda grottesca nella sua opacità, se ancora oggi, a dieci giorni dalla scadenza, si sa poco o nulla dei suoi contenuti, sigillati nelle stanze di Palazzo Chigi e nei cassetti del ministro Franco, dopo che si era crocifisso il povero Giuseppe Conte perché non condivideva, quattro mesi fa, urbi et orbi, il proprio “plan”. E dopo che l’unico materiale fornito al Parlamento (che l’opposizione di ieri, oggi in maggioranza, intimava di coinvolgere nella discussione) sono le schede elaborate da quell’ Esecutivo dinamitato con l’accusa di reticenza sui progetti, mentre resteranno bene o male un paio di giorni per discutere i nuovi contenuti (supposto che escano dal segreto). Bene, a guardare dentro quella scatola nera ben custodita dai fedelissimi di Draghi, o meglio a tentare di interpretare i flebili messaggi che ne fuoriescono, s’intuisce che anche qui l’avidità abbia una parte dominante. Che quel “tesoretto” per assicurarsi il quale la Confindustria di Bonomi e tutto l’esercito dei vecchi e nuovi depredatori del Paese aveva scatenato da subito la guerriglia contro il governo giallo-rosso, sembra ora molto, ma molto a loro portata di mano. Vorrà dire qualcosa il fatto che il primo atto, fulmineo, sia stato l’avvio di 57 grandi opere con annessi Commissari speciali, che sono lo strumento madre di tutte le speculazioni (qui si tratta di 83 miliardi) e di molte devastazioni del territorio (noi in Valle Susa ne sappiamo qualcosa). O che si parli di revisione delle procedure d’appalto. O che ancora si attivi la retorica degli “investimenti” in contrapposizione con i sussidi e o sostegni (unica forma per garantire la sopravvivenza alla galassia molecolare dei piccoli falcidiati da un anno di quaresima).

Vedremo cosa ne viene fuori quando l’uomo della provvidenza aprirà il suo tabernacolo. Ma che ne esca fuori un qualche spirito santo è lecito dubitare.

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Con il ministro Bianchi a scuola si premia chi è più ricco - Tomaso Montanari

  

“Da qualche giorno, informa ilare il sito del ministero dell’Istruzione, è disponibile “la piattaforma per la compilazione del Curriculum dello Studente: il nuovo documento debutta quest’anno all’esame di Stato del secondo ciclo di istruzione”. Il curriculum che mezzo milione di maturandi dovranno compilare è diviso in tre parti: Istruzione e Formazione, Certificazioni, Attività Extrascolastiche. In quest’ultima parte i ragazzi sono invitati a inserire “informazioni sulle attività svolte in ambito extrascolastico e sulle certificazioni che possiedono, con particolare attenzione a quelle che possono essere valorizzate nell’elaborato e nello svolgimento del colloquio”. E “al termine dell’esame, il Curriculum sarà allegato al diploma e messo a disposizione di studentesse e studenti all’interno della piattaforma”.

Non è un’idea del ministro Patrizio Bianchi, era una delle “innovazioni” contenute nella Buona Scuola di Renzi: per fortuna finora lasciata inattuata da ministri con un residuo di consapevolezza della missione della scuola della Repubblica e della Costituzione. Ma l’economista ferrarese a cui Mario Draghi ha affidato la scuola ha rotto gli indugi, varando il Curriculum. Si tratta di una delle decisioni che chiariscono meglio la natura di questo governo: un gabinetto paleoliberista di destra, guidato dalle idee di Giavazzi e dell’istituto Bruno Leoni.

Il curriculum mette tra parentesi il diploma a cui è allegato: perché al mercato non basta il valore legale del titolo di studio, e nemmeno il voto. Il mercato vuole sapere cosa sta comprando. E così il ministero glielo dice: rendendo ben chiaro che la scuola deve servire non a formare cittadini, e prima persone umane, ma a piazzare capitale umano sul mercato del lavoro. E questo curriculum serve egregiamente a far capire che tipo di “pezzo di ricambio” è il ragazzo a cui sta attaccato – proprio come un cartellino sta su un pezzo di carne, sul bancone del supermercato. Ma il peggio deve venire, ed è legato alle Attività Extrascolastiche. Le commissioni della maturità si troveranno a interrogare e a valutare anche in base a un esplicito documento dell’abisso di diseguaglianza economica, sociale e culturale che divide e inghiotte i ragazzi della nostra scuola. Perché è chiaro a tutti che soggiorni all’estero, viaggi, sport, corsi di lingua, di teatro, di fotografia, di danza, di informatica, di musica… che i ragazzi inseriranno tra le Attività Extrascolastiche certificheranno solo una cosa: la ricchezza e la povertà delle rispettive famiglie. Dalla scuola in grembiule, solennemente egualitaria, siamo passati a un’esibizione della ricchezza autorizzata, anzi sollecitata, dal superiore ministero.

Così il governo dell’oligarchia ci spiega cosa sia, per lui, la meritocrazia: esattamente ciò che il diritto divino era per l’aristocrazia dell’antico regime, cioè la rassicurante certezza che chi sta sopra ci sta perché se lo merita, perché Dio vuole così. E che nulla, ma proprio nulla, arriverà mai a sovvertire questa immutabile scala sociale. Papa Francesco non si stanca di ripetere che da questa pandemia non si esce come prima: ma solo migliori, o peggiori. Che dopo due anni scolastici all’insegna della più turpe diseguaglianza (perché è questa, e non già l’ignoranza, la più grave conseguenza della didattica a distanza), il ministero della (già Pubblica, ora sempre più privata) Istruzione se ne esca con una simile nefandezza, lascia pensare che ne usciremo certamente peggiori.

In un suo recente, ottimo libro (La meritocrazia, Futura 2020) lo storico delle dottrine politiche Salvatore Cingari nota come “questi processi svuotino la scuola della sua funzione etica proprio nella misura in cui cercano di valorizzare il merito in una prospettiva competitiva che divide docenti e studenti in vincenti e perdenti, anziché come incomparabile potenzialità di ognuno. È proprio la coniugazione con la competizione che sottrae il merito alla sfera della libera realizzazione della propria individuale differenza, dell’espressione dei talenti nella più vasta accezione possibile della messa in comune della diversità, facendolo diventare parola chiave della diseguaglianza e della omologazione”. Che il merito così inteso non possa essere altro che la manifestazione dello status economico della famiglia degli studenti è ovvio: ma se si arriva a far considerare alle commissioni della maturità le “attività extrascolastiche” (che per un diciassettenne-diciottenne non possono che essere quelle assicurategli dalla famiglia), significa che ormai questa ratifica della diseguaglianza per censo non è un effetto collaterale, ma proprio il fine ultimo assegnato alla scuola. Nella sua strepitosa imitazione, Maurizio Crozza ritrae il ministro Bianchi a giocare a carte col morto: e il morto è la scuola. Ci stiamo andando pericolosamente vicini.”

 

Articolo apparso su Il fatto Quotidiano  del 16 aprile 2021

 

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