venerdì 6 agosto 2021

La morte del padre gesuita Stan Swamy scuote l’India - Marina Forti

 



Il 5 luglio, dopo nove mesi di carcere, è morto l’anziano gesuita Stanislaus Lourduswamy, noto per le sue battaglie a difesa degli oppressi. Le autorità avevano accusato l’84enne di cospirazione. La contestata legge antiterrorismo ha consentito di prolungare la detenzione nonostante la falsità delle prove a suo carico. 

La morte di un anziano gesuita noto per la sua battaglia in difesa dei diritti degli adivasi, i “popoli originari” dell’India, e degli oppressi ha suscitato sgomento in India, dove la sua comunità e molti difensori dei diritti umani parlano di un “omicidio istituzionale”. Padre Stanislaus Lourduswamy, noto come Stan Swamy, aveva compiuto 84 anni in carcere. Era stato arrestato l’8 ottobre 2020 da agenti della National investigation agency (la polizia federale indiana), che lo avevano prelevato in un raid notturno dal suo alloggio nella comunità chiamata Bagaicha che lui stesso aveva fondato vicino a Ranchi, nello stato Nord-occidentale del Jharkhand. Accusato di attentare alla sicurezza dello Stato, era stato tradotto in un carcere di massima sicurezza a Mumbai.

L’anziano gesuita non è mai stato processato e molti sono convinti che le accuse nei suoi confronti non avrebbero retto davanti a un giudice, soprattutto dopo che le “prove incriminanti” erano risultate false. Ma una legge antiterrorismo duramente contestata (“Unlawful acts prevention act”) ha permesso alle autorità di prolungare all’infinito la detenzione preventiva, e le ripetute richieste di libertà provvisoria di padre Stan sono state respinte. Così, ancora prima di considerare le ragioni dell’arresto, resta un senso di sgomento per quei nove mesi di detenzione di un uomo anziano malato di Parkinson, privato di ogni assistenza personale: i magistrati di sorveglianza avrebbero lasciato cadere perfino la richiesta di una tazza con cannuccia, visto che non poteva reggere da solo un bicchiere. Il carcere era di fatto una condanna a morte.

Durante l’ultima udienza per la sua libertà provvisoria davanti all’Alta corte di Mumbai padre Stan aveva dichiarato che non gli restava molto da vivere, e chiedeva di finire i suoi giorni nella sua comunità. Gli è stato negato. Alla fine di maggio, per ordine della Corte suprema, era stato infine ricoverato in un ospedale cattolico di Mumbai, dove gli è stato diagnosticato il Covid-19, contratto in carcere, e dove è morto il 5 luglio 2021.

 

“Questa non è una morte naturale ma l’omicidio istituzionale di un animo gentile commesso da uno stato inumano”, scrivono in un lungo comunicato alcuni attivisti della comunità di Stan Swamy, insieme a compagni e parenti di altre quindici persone tuttora in carcere con le stesse accuse dell’anziano gesuita: avrebbero cospirato per sovvertire lo Stato d’intesa con il partito armato maoista. Si tratta del cosiddetto “caso Bhima Koregaon”, dal nome di un villaggio del Maharashtra (lo Stato che ha per capitale Mumbai) dove nel 2018 una manifestazione per commemorare un’antica rivolta dei dalit (i “fuoricasta”, quelli una volta chiamati intoccabili, lo scalino più basso della scala sociale indiana) si concluse con grandi violenze. Padre Stan Swamy non era là e neppure gli altri quindici attivisti sociali, avvocati del lavoro, difensori dei diritti umani arrestati un anno fa: ma tutti sono stati accusati di aver istigato quelle violenze. I giudici hanno parlato addirittura di un complotto per uccidere il primo ministro indiano Narendra Modi.

Poco prima di essere arrestato, padre Stan Swamy aveva registrato una dichiarazione in cui confutava le accuse contro di lui. La polizia federale aveva già perquisito la sua comunità e sequestrato il suo computer, e stava costruendo un’accusa nei suoi confronti fondata su una montatura, diceva. In quella dichiarazione, padre Stan parlava tra l’altro del suo lavoro per denunciare l’alienazione delle terre e dei diritti dei gram sabha (gli organismi rappresentativi locali), e lo sradicamento degli adivasi. Parlava di arresti indiscriminati di migliaia di giovani nativi, accusati di essere “maoisti” solo perché “mettono in dubbio e resistono all’ingiusta alienazione e sradicamento dalle terra”. Giurista di formazione, nel 2017 l’anziano gesuita aveva avviato un’azione legale in difesa di alcuni adivasi che languivano in carcere da anni senza processo con l’accusa di essere dirigenti maoisti. Questo, diceva Stan Swamy, potrebbe essere il motivo principale per cui è stato messo sotto accusa.

Del resto, l’esistenza stessa della comunità Bagaicha era una sfida: un luogo “aperto ai giovani delle comunità adivasi, ai dalit, ai movimenti popolari in genere”, spiegava padre Stan Swamy quando l’ho visitata nel 2011. Vi ospitava assemblee popolari e incoraggiava i giovani adivasi a mettere per iscritto le loro storie, oltre a fare un attivo lavoro di consulenza legale e di informazione sui diritti delle popolazioni native. Aveva cominciato a documentare come lo sfruttamento di risorse minerarie e altri progetti di sviluppo (“parola usata a vanvera”, diceva) si risolvano nella cacciata delle comunità più povere dalle loro terre: “E chi perde la terra, perde e basta”. Diceva che la Chiesa “non può restare in silenzio” davanti all’ingiustizia.

Che le accuse contro padre Stan Swamy e gli altri detenuti del “caso Bhima Koregaon” fossero una montatura sembra confermato dall’analisi compiuta da un’agenzia di indagini forensi di Boston, Arsenal Consulting, pubblicata lo scorso febbraio dal Washington Post e ripresa anche dai media indiani. Su richiesta della difesa degli imputati, gli esperti avevano esaminato i computer sequestrati a padre Stan e ad altri imputati, e dimostrato che decine di lettere e altri documenti vi erano stati inserito in cartelle nascoste usando un malware, incluse lettere in cui si parlava di come procurare armi, o di uccidere il primo ministro Modi.

“Siamo indignati che padre Stan abbia dovuto pagare con la vita per questa montatura fatta in malafede”, dice il comunicato diffuso da attivisti e amici dopo la morte del gesuita. “Padre Stan non meritava di morire così, imprigionato con false accuse da uno stato vendicativo”. Padre Stanislaus Lourduswamy (era il suo nome completo) era nato a Tiruchirappalli, presso Madras (oggi Chennai), nel 1937, ed è stato per 51 anni in prete che aveva fatto propria la battaglia di adivasi e fuoricasta per “jal, jangal e zameen”. Cioè acqua, foresta e terra. Rifiutava di essere “spettatore silenzioso”.

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giovedì 5 agosto 2021

quando le mele vedono i poliziotti picchiare e sparare, a volte parlano di pochi poliziotti marci

 

Poche mele marce

 

Dopo la ribellione per la morte di George Floyd avvenuta la scorsa estate, è diventata pratica comune dipingere tutti gli agenti di polizia negli Stati Uniti con un’unica pennellata di colore. L'americano medio era solito credere che la maggior parte dei poliziotti stesse facendo solo il proprio lavoro, mentre i mass media si concentravano su poche mele marce che non rappresentano la stragrande maggioranza degli agenti di polizia. Questa visione è ormai diventata obsoleta – ma penso che occorra riportarla in auge. Certo, esistono poliziotti che sono razzisti, sessisti, omofobi, violenti e corrotti. Ma non tutti i poliziotti sono così. Alcuni poliziotti sono intelligenti e sofisticati. Studiano le discipline umanistiche e tentano di capire le cause strutturali dei problemi sociali incontrati sul campo. Questi poliziotti cercano di costruire rapporti di fiducia con le comunità che sorvegliano e dove vanno a lavorare ogni giorno, combattendo per migliorare la percezione pubblica nei confronti della polizia. Sono loro le mele marce.
Il lavoro di un poliziotto è piuttosto semplice. La società americana concentra la stragrande maggioranza della ricchezza, della proprietà e del potere nelle mani di pochi. La maggior parte delle persone possiede quasi nulla ed è costretta a fare qualsiasi lavoro riesca a rimediare – arricchendo in questo modo qualcun altro – solo per assicurarsi cibo e riparo, che deve pagare – di nuovo, arricchendo qualcun altro – a prezzi che divorano in tutto o in parte i loro salari. Molte persone che vorrebbero un lavoro non riescono nemmeno a trovarlo, mentre altre non riescono a veder sviluppata una propria dignità in un mare di impieghi umilianti e senza sbocchi. Questa struttura di classe è una violenta costrizione mascherata da una parvenza di scambio nel libero mercato, poiché i lavoratori sono nominalmente liberi di smettere in qualsiasi momento – trovandosi così liberi di farsi sfrattare per non aver pagato l'affitto o il mutuo, di languire senza una corretta nutrizione o cure mediche, in definitiva liberi di finire morti, senza l’intervento di nessuno. Se la forza di questa costrizione non è sufficiente a produrre lavoratori docili e rispettosi della legge, ci pensano i poliziotti con i loro manganelli, le loro armi e le loro prigioni a minacciarli per renderli più arrendevoli. I poliziotti incarnano la violenza che tiene insieme la nostra società, ed anche quando tale violenza non viene impiegata c’è sempre, comunque presente nel loro lavoro quotidiano. Il ruolo del poliziotto è una via di mezzo tra il custode e il buttafuori, con un guardaroba da abbinare alla bisogna.

La maggior parte dei poliziotti lo capisce. Il loro lavoro non ha nulla a che fare con l'aiutare la gente o garantirla, e la mancanza di rispetto e il disprezzo palese che mostrano verso le persone che si suppone stiano proteggendo lo dimostra in modo chiaro. Dato che la forza lavoro statunitense è sempre stata stratificata in linea con certe definizioni: razza, genere e appartenenza nazionale, non sorprende vedere poliziotti che sostengono la supremazia bianca, il patriarcato e la xenofobia – anche quando i poliziotti sono neri, donne, immigrati… Gli oceani d'inchiostro versati su studi all'insegna dell'ovvietà («l’acqua è bagnata») dimostrano che certe persone – bianchi, maschi, ricchi, conformi al genere, e così via – hanno una vita più facile con la polizia rispetto ad altre che non rientrano in questi parametri. Lungi da «impliciti pregiudizi» o da qualsiasi altra carenza personale risolvibile con l'educazione, il trattamento che ci si può aspettare dai poliziotti è semplicemente l'espressione onesta di chi esercita il potere sugli altri. Comunque si manifestino la violenza, l'umiliazione o la mancanza di rispetto da parte dei poliziotti nei loro rapporti con le persone che sorvegliano, riflettono semplicemente il ruolo a cui ciascuno è assegnato nella società statunitense, e quanto il valore del capitalismo americano conti nella loro vita.

È tutto molto semplice – finché non arrivano le mele marce. Armate di teorie sulla «giustizia sociale» e di luoghi comuni buonisti presi a prestito dalla parte liberale dei movimenti sociali degli Stati Uniti, le mele marce sostengono che la polizia debba essere un organismo che promuove l’uguaglianza e la dignità per le persone che ha l'incarico di tenere al loro miserabile posto. Le mele marce lamentano l'erosione di fiducia nelle comunità più terrorizzate dalla polizia e sostengono che il ripristino di questa fiducia possa migliorare la sicurezza della comunità. Di conseguenza, promuovono il «dialogo» tra sorveglianti e sorvegliati e coltivano collaborazioni con gli emissari storici del capitale, come i proprietari di aziende locali, i proprietari terrieri, il clero e i volontari no-profit, che nominano coadiuvanti del lavoro di polizia. Le mele marce raccontano alle comunità che le cose andrebbero meglio se solo esse collaborassero di più con la polizia, tradendo la fedeltà verso i loro amici e parenti che vivono al di fuori della legge, e allineandosi piuttosto a fianco dei custodi di un ordine sociale progettato per spremerle e buttarle via. I dipartimenti di polizia, sostengono, possono essere migliorati con maggiori investimenti, più risorse e più poliziotti – oltre ad ogni cittadino rispettoso della legge che svolga il lavoro del poliziotto per loro, gratuitamente.

Queste stesse mele marce sono anche coinvolte nel «muro blu del silenzio» dietro il quale i poliziotti americani nascondono la loro slealtà. Nonostante la corruzione e l'abuso copiosi in tutta la polizia negli Stati Uniti, si possono contare su di una mano i poliziotti che negli ultimi anni hanno rivelato quanto stava accadendo. Viceversa, le mele marce restano bene al fianco del resto dei poliziotti, li ascoltano mentre vomitano insulti e raccontano gli abusi commessi e progettati, e tacciono, anno dopo anno, a parte supplicare le persone sorvegliate di confidare che i poliziotti hanno a cuore i loro interessi. Non dicono nulla quando le vittime della violenza della polizia, come George Floyd, Breonna Taylor e Michael Brown, vengono calunniate sulla stampa in quanto avrebbero causato i propri stessi omicidi. Durante la ribellione della scorsa estate, le mele marce si sono messe persino «in ginocchio» con i manifestanti che protestavano, mostrandosi solidali col movimento mentre i loro colleghi si preparavano a far piovere manganellate sulle teste dei manifestanti.


La maggior parte dei poliziotti sta solo facendo il proprio mestiere. Rappresentano la forza bruta dei rapporti sociali capitalisti. Non gliene frega nulla della dignità o dei diritti degli altri, specialmente se non sono ricchi o bianchi. E non sentono il bisogno di fingersi diversi. È ora che smettiamo di lasciare che le mele marce diano alle persone l'idea sbagliata sulla professione onesta della polizia americana.

 

[Hard Crackers, 27 giugno 2021]

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Le forze di polizia tra passato e presente - Riccardo Barbero

 

Il nostro Paese ha appena celebrato i vent’anni dal G8 di Genova ricordando sui siti, sui giornali, sulle riviste e nelle televisioni la morte di Carlo Giuliani, le cariche ingiustificate e violente dei carabinieri e dei poliziotti, gli scontri di quei tre caldissimi giorni di luglio, le torture alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/07/19/ho-visto-genova-due-volte/). I ricordi sono ancora più vivi e presenti oggi, dopo aver visto i video dei pestaggi dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua a Vetere da parte delle guardie carcerarie solo un anno fa (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/07/05/%e2%80%8bla-macelleria-di-santa-maria-capua-vetere-e-le-sue-radici/).

Esplosioni immotivate e imprevedibili di violenza, errori di gestione, deviazioni di poche mele marce? Negli ultimi vent’anni sono stati tanti gli episodi nei quali poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie sono stati coinvolti in atti di violenza soprattutto su migranti, giovani donne, piccoli spacciatori e tossicodipendenti, carcerati per reati minori: in alcuni casi intere caserme di carabinieri, come a Piacenza, si sono trasformate in vere e proprie organizzazioni criminali. Ma anche nei vent’anni precedenti non sono mancati esempi analoghi: basti pensare alla “banda della Uno bianca” che ha ucciso decine di persone e che era formata per buona parte da agenti di pubblica sicurezza in servizio.

Ancora e sempre poche mele marce? In realtà la polizia, l’arma dei carabinieri, la guardia di finanza, le guardie carcerarie sono strutture fortemente gerarchizzate, organizzate militarmente: non è credibile che i livelli inferiori di queste organizzazioni possano prendere delle iniziative senza che queste vengano più o meno esplicitamente autorizzate dai livelli superiori delle gerarchie. E ancora non è possibile che comportamenti violenti e illegali dei singoli e dei gruppi si realizzino, senza essere ispirati da un “cultura” che proviene dai livelli organizzativi più elevati (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/07/19/il-virus-della-violenza-di-stato-la-lezione-di-genova/).

Se dagli anni duemila si torna indietro agli anni ’80 e ’70 del secolo scorso, non si può non ricordare il ruolo dei vertici del Ministero degli interni, dei responsabili delle varie forze di polizia e dei servizi di sicurezza all’interno della “strategia della tensione” e nella conduzione ambigua della lotta alle formazioni terroristiche, sia di destra che di sinistra. Approfondite inchieste giornalistiche, libri documentatissimi, chiare sentenze della magistratura, pur con le grandi ambiguità tipiche del nostro Paese, hanno chiarito questo ruolo: quello cioè di contrasto di tutte le forze politiche e sociali di sinistra che si proponessero un significativo cambiamento dell’organizzazione economica e sociale del nostro paese e della sua collocazione militare all’interno dell’alleanza atlantica. D’altra parte, molti degli uomini che dirigevano negli anni ’70 i vertici di quelle organizzazioni provenivano da un’esplicita collocazione all’interno degli apparati polizieschi del fascismo e della repubblica di Salò: si erano “qualificati” in particolare sul confine orientale ed erano infatti, al termine del conflitto, segnalati come criminali di guerra dalle autorità jugoslave. Invece di essere consegnati alla giustizia furono promossi a compiti superiori e da lì ispirarono la “cultura” antidemocratica e anticostituzionale largamente presente nelle strutture di comando degli apparati di forza della Repubblica.

Negli oltre 70 anni trascorsi da allora, quella “cultura” è rimasta il punto di riferimento di tutti coloro che hanno svolto un ruolo di gestione dei servizi di sicurezza e delle varie polizie; ma come è naturale che sia, essa si è diffusa fino alla base delle diverse organizzazioni. Come stupirsi allora che i poliziotti della Diaz cantassero inni fascisti mentre percuotevano i manifestanti inermi? Come sorprendersi perché poliziotti, carabinieri di vent’anni fa e guardie carcerarie dei giorni d’oggi si siano accaniti come squadre di picchiatori sulle loro vittime indifese? Come interrogarsi sull’incapacità delle forze di polizia di far fronte alle azioni distruttive del “blocco nero” nelle vie di Genova di vent’anni fa, senza ricordarsi il lasciar fare di quelle stesse forze nei confronti delle organizzazioni terroristiche dalla fine degli anni Settanta fino alla metà degli anni Ottanta dello scorso secolo?

In tutte queste occasioni nessuno dei responsabili è mai stato anche solo sanzionato; anzi generalmente si è assistito a una progressione di carriera (per merito?); in tempi più recenti alla carriera si sono aggiunti addirittura cospicui benefici economici attraverso prestigiosi incarichi nell’industria militare nazionale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/03/01/marco-minniti-approda-a-leonardo/).

Forse, dunque, più che di mele marce si dovrebbe parlare di un frutteto di meli marci; le mele buone bisognerebbe cercarle e aiutarle a prendere coraggio. Negli anni Settanta qualcuno ci provò: nacque la sindacalizzazione della polizia e qualche prima forma di rappresentanza democratica anche negli altri apparati; ma la sconfitta del movimento operaio e della sinistra politica non permise di consolidare e sviluppare quei primi passi.

È da lì che bisognerebbe ripartire.

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Come rispondere alle sfide della Cina - Thomas Piketty

 

Mentre il Partito comunista cinese (Pcc) celebra i suoi cento anni di esistenza, i paesi occidentali faticano a definire il loro atteggiamento nei confronti del regime di Pechino. Diciamolo chiaramente: bisognerebbe smetterla con l’arroganza occidentale e promuovere un nuovo orizzonte di emancipazione e di uguaglianza a livello mondiale, attraverso una nuova forma di socialismo democratico e partecipativo, ecologista e postcoloniale. Se invece i paesi occidentali continueranno a sentirsi superiori e a difendere un modello di capitalismo esasperato e fuori dal tempo, avranno difficoltà a rispondere alla sfida cinese.

Il regime di Pechino ha molte fragilità. Secondo il Global Times, quotidiano legato al Pcc, la democrazia in versione cinese sarebbe superiore al supermercato elettorale occidentale perché affida il destino del paese a un’avanguardia motivata e determinata, al tempo stesso selezionata e rappresentativa della società (il Pcc ha 90 milioni di iscritti, il 10 per cento della popolazione), e quindi più impegnata a servire l’interesse generale rispetto all’elettore occidentale, volubile e influenzabile.

Di fatto, però, il regime si avvicina sempre di più a una dittatura digitale, talmente perfetta che nessuno vuole somigliarle. Il modello di governo all’interno del partito è ancora meno convincente visto che non lascia alcuna traccia all’esterno, mentre tutti possono osservare il sistema di sorveglianza generalizzata attivo sui social network, la repressione dei dissidenti e delle minoranze, lo stravolgimento del processo elettorale a Hong Kong e le minacce contro Taiwan.

A tutto questo bisogna aggiungere la forte crescita delle disuguaglianze, e il sentimento d’ingiustizia sociale non potrà essere sempre risolto con qualche eliminazione mirata. Ma, nonostante queste debolezze, Pechino ha dei punti di forza: quando arriveranno le catastrofi climatiche potrà facilmente sottolineare le responsabilità delle vecchie potenze, che rappresentano una parte ridotta della popolazione mondiale ma hanno prodotto quasi l’80 per cento delle emissioni di anidride carbonica accumulata dall’inizio dell’era industriale.

Inoltre la Cina ricorda che si è industrializzata senza fare ricorso allo schiavismo e al colonialismo, di cui ha subìto le conseguenze. Non ha l’eterna arroganza dei paesi occidentali, sempre pronti a dare lezioni al mondo in materia di giustizia e di democrazia ma incapaci di affrontare disuguaglianze e discriminazioni, e disposti a compromessi con gli oligarchi. Dal punto di vista economico e finanziario, lo stato cinese ha risorse considerevoli, molto superiori ai suoi debiti, cosa che gli permette di avere una politica ambiziosa sul piano interno e su quello internazionale, in particolare sugli investimenti nelle infrastrutture e nella transizione energetica.

 

Attualmente il potere pubblico ha il 30 per cento di tutto quello che si può possedere in Cina (controlla il 10 per cento del settore immobiliare e il 50 per cento delle aziende), il che corrisponde a una struttura di economia mista non lontana da quelle viste in occidente durante gli anni del boom economico, tra il 1945 e il 1975. Al contrario è incredibile constatare che i principali stati occidentali si ritrovano oggi con risorse patrimoniali quasi nulle o addirittura in debito. Incapaci di far quadrare i conti pubblici (serviva una maggiore pressione fiscale sui contribuenti più ricchi), questi paesi si sono indebitati sempre di più e hanno messo in vendita una parte crescente delle risorse pubbliche.

Chiariamo un punto: i paesi ricchi sono ricchi nel senso che i patrimoni privati non sono mai stati così grandi, ma gli stati sono poveri. E se continuano così avranno un patrimonio pubblico sempre più ridotto, e i proprietari di titoli pubblici avranno non solo l’equivalente di tutti i beni pubblici (edifici, scuole, ospedali, infrastrutture, eccetera), ma anche il diritto di prelevare una quota crescente delle imposte dei futuri contribuenti. Al contrario si potrebbe fare come è stato fatto nel dopoguerra, ridurre il debito pubblico rapidamente aumentando le imposte sui patrimoni privati più grandi, dando allo stato un certo margine di manovra. Solo a questo prezzo infatti si potrà portare avanti un’ambiziosa politica d’investimento nell’istruzione, nella sanità, nell’ambiente e nello sviluppo.

Inoltre bisogna togliere i diritti di copyright sui vaccini, condividere le entrate delle multinazionali con i paesi del sud del mondo e mettere le piattaforme digitali al servizio dell’interesse generale. Bisogna promuovere un nuovo modello economico fondato sulla condivisione del sapere e del potere a tutti i livelli. Il neoliberismo, lasciando il potere ai più ricchi e indebolendo i poteri pubblici, non ha fatto altro che rafforzare il modello cinese. È tempo di passare a qualcosa di diverso.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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Saman Abbas: una vittima e le nostre sottovalutazioni - Leonardo (Dino) Angelini

 

Il 16 luglio scorso, dopo quasi 70 giorni, sono state sospese le ricerche del corpo della giovane Saman Abbas, verosimilmente uccisa da alcuni familiari: immigrati pakistani che lavoravano nelle campagne intorno a Novellara, cioè solo a qualche decina di chilometri da Reggio Emilia, uno dei luoghi di sperimentazione di quello che fu il welfare italiano dei servizi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/06/11/saman-hina-e-le-altre/).

Sono stato particolarmente colpito da questo efferato femminicidio poiché, al di là delle pesantissime responsabilità penali sulle quali sta indagando la magistratura, fra le sue pieghe – e, ahimè, fra le sue piaghe – è possibile vedere in controluce tutta una serie di elementi che attengono sia il delitto che si è solo concluso qui, a due passi da noi; sia il contesto locale all’interno del quale ci siamo noi e i nostri servizi; sia l’intricatissima rete transnazionale che, così come ha condotto a noi Saman e i suoi parenti, allo stesso modo fa ormai da decenni con milioni di migranti che affrontano quasi sempre in solitudine viaggi per mare e per terra irti di pericoli.

Partiamo da ciò che vediamo come più prossimo a noi: Saman era una immigrata di seconda generazione; era nata in Pakistan, ed è arrivata da noi già grandicella. Cosicché, mentre nella nuova casa, a Novellara, con i suoi genitori continuava il percorso educativo “pakistano” e familiare che la stava conducendo verso l’età adulta, fin da subito aveva cominciato a frequentare la scuola italiana, dove a contatto con i docenti e i suoi pari non aveva imparato solo l’italiano, ma anche le nostre modalità di vita. Intrecciando filiazione e affiliazione, direbbe l’etnoanalista Marie Rose Moro: cioè elementi culturali provenienti sia dall’uno che dall’altro contesto educativo. Cose che normalmente, nel crogiolo interno dei figli di migranti, si agglutinano in maniera personalissima e mai definitiva, esposti come sono ai mille spifferi di natura culturale che continuano a venire da ogni dove, e che diventano vere e proprie tempeste interne nei momenti di passaggio da una fase a un’altra della vita. Specialmente quando si tratta di giovani donne di seconda generazione, sottoposte – come dice la Spivak – a una duplice influenza patriarcale: quella tipica delle loro culture d’origine, e quella più moderna e consumistica oggi imperante nelle metropoli occidentali. È ciò che verosimilmente stava avvenendo dentro Saman, come ci suggeriscono le notizie lette sui giornali e perfino le foto, nelle quali s’intravede una modalità tutta sua di vestirsi, quasi a cercare un sincretismo fra il mondo dal quale proveniva e il nostro.

Su questi sommovimenti interni, e proprio quando Saman, terminato l’iter scolastico, stava definendo un legame, peraltro con un giovane d’origine pakistana, è piombata la decisione familiare di imporle un matrimonio forzato con un parente che vive in Pakistan. Di fronte a questa brusca imposizione Saman si è ribellata e ha chiesto aiuto ai servizi, finché, ritornata a casa, è stata letteralmente screata (1) dai suoi. E verosimilmente non, come è stato scritto sui giornali, per ragioni religiose o “tribali”, ma – come dice il regista pakistano ribelle Wajahat Abbas Kazmi – perché il rifiuto del matrimonio forzato per la comunità patriarcale pakistana è considerato fonte di un delitto d’onore che rientra semplicemente nei doveri di un genitore. «Non parlo solo del padre ma anche della madre che, non solo lo giustifica, ma è sempre complice. Se non hanno loro il coraggio di uccidere la figlia ribelle, spetta ai cugini o agli zii eseguire. Anche i ragazzi sono vittime di questo sistema, ma a pagare con la vita sono quasi sempre solo le donne. Sin da piccole viene costruita attorno a loro una gabbia dalla quale non riescono ad evadere. Come fa una bambina a pensare che la madre e il padre a cui vuole tanto bene, da grande possano ucciderla? Tutta la famiglia diventa una trappola mortale che non lascia scampo alla vittima» (2).

Apparentemente quindi qualcosa di inconsueto, riconducibile a una particolarissima situazione di costrizione. In realtà – come abbiamo avuto modo di constatare nell’ultimo quarto di secolo nella pratica di psicologi proprio qui a Reggio Emilia – qualcosa che, in maniera certo infinitamente meno violenta ma ugualmente capace di incidere sul loro destino, appartiene alla quotidianità di tutti i giovani e di tutte le giovani di seconda generazione. È risaputo infatti, anche se è sottaciuto, che proprio nel momento del passaggio all’età adulta per la maggior parte di loro (e anche per chi risulta a buon diritto particolarmente “capace e meritevole”!) non è data alcuna possibilità di ricevere sostegno nel lavoro di trasformazione del loro sogno adolescenziale in progetto adulto. E ciò proprio in concomitanza con la muta ma eloquentissima richiesta di aiuto che viene in quel momento dalla famiglia d’origine. Richiesta che nella stragrande maggioranza dei casi implica l’acconciarsi a un lavoro qualsiasi che contribuisca ad attenuare l’immane sforzo che la famiglia va facendo per radicarsi qui da noi, e magari per saldare i debiti che la prima generazione ha dovuto contrarre per partire. Da ciò che traspare dalle cronache anche questa era una delle richieste di aiuto che Saman ha fatto in direzione dei servizi sociali, oltre, o forse in connessione, con quella più pressante volta ad essere allontanata dalla famiglia.

E qui un discorso su questi servizi va fatto. Perché mentre la scuola continua ad affrontare adeguatamente, almeno a Reggio e in provincia, i problemi derivanti dalla presenza dei migranti di seconda generazione, i servizi sociali sembrano ormai da tempo aver abbandonato ogni spinta alla sperimentazione. Per cui, proprio quando i giovani di seconda generazione vanno affannosamente cercando una via decente che li conduca all’età adulta e alla piena cittadinanza e, più in generale, mentre la società reggiana è attraversata da mille cambiamenti che richiederebbero una presenza attenta e critica, i servizi sociali risultano spesso costituiti da precari, poco radicati nel territorio e perciò spesso poco capaci di avere una visione attuale dei bisogni e delle nuove urgenze epidemiologiche, poco disposti al confronto con i servizi socio-sanitari limitrofi, e spesso non molto capaci di mantenersi in una posizione contrattuale con le strutture intermedie (per lo più private!) alle quali si rivolgono nel momento del bisogno.

Tutto ciò in un ambito internazionale in cui gli Stati più ricchi da una parte fingono di non volere accogliere i migranti e, in combutta con Stati cuscinetto che svolgono funzioni simili a quelle che furono dei negrieri, ergono barriere per rendere estremamente difficili e costosi i viaggi della speranza. Dall’altra dispongono le cose in modo tale da poterli accogliere privandoli di ogni tutela e costringendoli a vivere e lavorare in uno stato di schiavitù e di perenne incertezza. Mentre i migranti predisponendosi individualmente all’esodo, privi di notizie certe e di approdi sicuri, fin dal momento in cui programmano il viaggio si pongono nelle mani dei moderni negrieri, che operano i loro misfatti all’ombra dei vari Stati-cuscinetto, spesso in combutta con gli Stati di approdo. Tutto ciò istituisce e rafforza sempre più la dimensione “come se” di tutto il tragitto e istituisce un insieme di vere e proprie cerimonie volte a fiaccare i migranti, a costringerli in un percorso violento di disumanizzazione. In una parola a prepararli ad accettare il destino di schiavi che li attende.

Note:

(1) «Così come ti ho fatto, allo stesso modo ti screo», dicevano i padri ai figli considerati degeneri in Puglia, cioè nel mio luogo delle origini.

(2) Cfr: https://www.meltingpot.org/Saman-Abbas-la-casta-l-onore-e-la-piaga-dei-matrimoni.html#.YPQ27y0QNo6

Bibliografia:

– Angelini L., Filiazione e affiliazione. I figli dei migranti fra famiglia e scuola, In: Angelini L., La scuola di Narciso. Analisi, note, progetti, Amazon, 2020

– Moro MR., Bambini di qui venuti da altrove, FrancoAngeli, Milano, 2005

– Spivak Ch. G., Morte di una disciplina, Meltemi, Roma, 2003


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mercoledì 4 agosto 2021

Telefono Giallo: Augias e gli ospiti analizzano le scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori

 

Gli Stati Uniti non sono una democrazia compiuta - Ezra Klein

 

Lo scorso fine settimana i cieli degli Stati Uniti si sono accesi di fuochi d’artificio che celebravano la tradizione di libertà e democrazia del paese in occasione dei festeggiamenti del 4 luglio, il giorno dell’indipendenza. Ma intanto i repubblicani continuano a sconfessare quella tradizione e cercano di sabotare il For the people act, una riforma per ampliare il diritto al voto e limitare i finanziamenti privati alle campagne elettorali. È stato uno strano spettacolo.

È difficile analizzare il proprio paese in maniera oggettiva e così ho chiesto ad alcuni studiosi stranieri un’opinione sul sistema politico statunitense. Per la maggior parte sono state conversazioni sconfortanti. “La democrazia statunitense non è quello che gli americani credono”, mi ha detto David Altman, un politologo cileno. “C’è una dissonanza cognitiva tra quello che i cittadini statunitensi pensano delle loro istituzioni e la realtà”. Staffan Lindberg, direttore del Varieties of democracy institute, un centro di ricerca che ha sede nell’università di Göteborg, ha detto: “La cosa preoccupante è che a tratti quello che succede negli Stati Uniti ricorda alcuni paesi del mondo dove la democrazia ha pagato un prezzo davvero alto e, in molti casi, è morta. Penso all’Ungheria di Orbán, alla Turchia di Erdoğan e all’India di Modi”.

In modo forse perverso, mi sono sentito rinfrancato dalla lista di Lindberg. Gli Stati Uniti si differenziano da questi paesi da molti punti di vista. Quando c’è un collasso della democrazia, di solito un partito usa il suo potere e la sua popolarità per rafforzare il proprio controllo sulla società. Ma negli Stati Uniti la questione è più complessa. I democratici al momento hanno una maggioranza risicata, almeno sul piano nazionale, e si stanno battendo per realizzare una serie di riforme. Perfino la proposta di compromesso sulla legge elettorale del senatore democratico moderato Joe Manchin – per vietare la manipolazione dei collegi elettorali, approvare una registrazione degli elettori automatica e dare la possibilità di votare nei 15 giorni precedenti alla data delle elezioni – rappresenterebbe un miglioramento molto più significativo di qualsiasi provvedimento approvato dagli anni sessanta a oggi.

I commentatori progressisti spesso si concentrano sul rischio che la democrazia faccia dei passi indietro. Ed è un rischio reale. L’organizzazione non profit newyorchese Brennan center for justice fa sapere che tra l’inizio di gennaio e la metà di maggio almeno 14 stati hanno approvato 22 leggi che limitano l’accesso al voto, il che ha messo gli Stati Uniti “sulla buona strada per fare molto peggio di quanto abbiano fatto negli ultimi tempi in tema di soppressione del voto”. Un altro rapporto di tre associazioni che si occupano di diritto di voto ha elencato 24 leggi approvate in 14 stati nel 2021 che permetteranno ai parlamenti statali di “gestire le elezioni in modo criminale”. Ma è vero anche il contrario: il Brennan center ha individuato almeno 28 proposte di legge che aumentano l’accesso al voto, firmate in 14 stati.

L’elemento che contraddistingue la nostra epoca non è la regressione, ma la polarizzazione. “Stiamo diventando una società a due livelli per quanto riguarda il voto”, ha detto di recente Ari Berman, autore del libro Give us the ballot. The modern struggle for voting rights in America (Dateci la scheda elettorale. La lotta per il diritto di voto oggi negli Stati Uniti). “È facile votare in alcuni stati, cioè in quelli più democratici. Ed è difficile, o sta diventando più difficile, votare in uno stato repubblicano”, ha aggiunto.

Gli osservatori stranieri hanno capito che la democrazia multietnica negli Stati Uniti è un fiore che cresce su un terreno fragile. A volte ci vantiamo di essere la più antica democrazia del mondo, ed è vero in senso tecnico. Ma se si usa una più ampia definizione di democrazia, che includa come prerequisito il diritto di voto per le donne e le minoranze, siamo una delle democrazie più giovani del mondo. “È ridicolo dire che gli Stati Uniti sono la più antica democrazia del mondo”, mi ha detto Lindberg. “Sono diventati democratici solo dopo il movimento per i diritti civili degli anni sessanta. In questo senso, sono una democrazia giovane, come il Portogallo o la Spagna”.

La cosa è evidente se si osservano le istituzioni. Una società che dà valore alla democrazia e alla partecipazione politica non avrebbe progettato un sistema come quello statunitense. “Il sistema dei grandi elettori, che serve a scegliere il presidente, è un’istituzione preistorica. Ogni studioso della democrazia nel mondo ne rimane sorpreso”, mi ha detto Altman. E poi mi ha chiesto: “Perché votate di martedì? Non date alle persone il tempo per andare ai seggi. Dovete chiedere al vostro capo il permesso per andare alle urne. È strano”. Riguardo al ruolo dei soldi nei finanziamenti delle campagne elettorali Altman ha aggiunto: “Sembra più simile a una plutocrazia”. Da questo punto di vista, gli attuali sforzi del Partito repubblicano per mettere a tacere certe categorie di elettori non sono un’aberrazione rispetto a un passato luminoso, ma un ritorno alle origini. E questo aumenta le loro possibilità di successo. Secondo Lindberg, “è più comune che siano le democrazie giovani a entrare in crisi piuttosto che quelle vecchie. Se gli Stati Uniti peggiorassero al punto da non poter più essere considerati una democrazia, sarebbe un ritorno al passato: sì ai diritti, ma solo per alcuni”.

Non si tratta di uno scontro sul concetto di democrazia, ma su chi vi può partecipare. “Il punto non è il modo in cui le persone eleggono il loro governo”, mi ha detto Ivan Krastev, un politologo che dirige il Centre for liberal strategies di Sofia. “Il punto fondamentale è il genere di persone che il governo vuole eleggere: a chi verrà data la cittadinanza, a chi il diritto di voto, chi si cercherà di escludere”. La teoria di Krastev, che si rifà alla storia europea e statunitense, è che gli stati democratici spesso hanno due tipi di maggioranza. Una è la maggioranza storica dello stato nazione. In Europa queste maggioranze tendono a essere etniche. Negli Stati Uniti la maggioranza è più strettamente legata all’appartenenza razziale e alla religione. Ma poi esiste una definizione più letterale di maggioranza democratica: la coalizione di elettori che può unirsi per determinare l’esito delle elezioni. A differenza della maggioranza storica, la maggioranza elettorale ogni tanto cambia.

Spesso le due cose convergono: la maggioranza elettorale riflette la maggioranza storica. Ma negli Stati Uniti sono sempre più spesso in conflitto. “In passato sembrava che queste maggioranze vivessero in armonia, ma adesso il punto è quanto le maggioranze elettorali possono trasformare la maggioranza storica”, mi ha detto. Durante le guerre nell’ex Jugoslavia, mi ha spiegato Krastev, c’era un famoso adagio. “Perché dovrei far parte di una minoranza nel tuo paese quanto tu puoi essere una minoranza nel mio?”. A volte questo ragionamento si fa sorprendentemente esplicito, come quando Robin Vos, presidente dell’assemblea statale del Wisconsin, ha dichiarato: “Togliendo Madison e Milwaukee dal calcolo elettorale statale, avremmo una chiara maggioranza”. Secondo Krastev, tuttavia, il commento di Vos esplicita il sottotesto dell’attuale momento storico: “Il grande potere della comunità politica è il potere d’includere ed escludere. Chi decide chi verrà escluso?”.

Non voglio sottovalutare quello che sta facendo il Partito repubblicano per danneggiare le istituzioni. Fa paura vedere uno dei due partiti statunitensi sviluppare l’idea che la democrazia in sé sia il suo problema, oltre a un programma politico con il quale cercare di neutralizzare questa minaccia. L’ho definita “una spirale catastrofica per la democrazia”: un partito che prende il potere mentre perde voti userà il potere che ancora detiene per indebolire elettori ed elezioni che minacciano il suo futuro.

Ma questo non è l’unico esito possibile. È stato confortante vedere che sempre di più i democratici si rendono conto di dover lottare per difendere la democrazia. E semplicemente battendosi contro l’ostruzionismo, l’amministrazione Biden potrebbe approvare leggi che farebbero di più per migliorare le istituzioni elettorali di qualsiasi altra misura approvata dai tempi del Voting rights act di Lyndon B. Johnson del 1965. In questo senso, i repubblicani hanno capito cosa rischiano: di ritrovarsi in un paese democratico, dove la scarsa popolarità delle loro idee li esporrebbe a pesanti conseguenze elettorali. Un paese degno di come lo raccontiamo al mondo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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Il giocattolo rotto delle delocalizzazioni - coniarerivolta

 

Il grido di dolore di Enrico Preziosi, il padrone di Giochi Preziosi, ha commosso tutti: i regali di Natale dei nostri bambini sono a rischio, bloccati nei porti cinesi dalla richiesta di un balzello che il povero imprenditore proprio non si aspettava. Scorrendo l’intervista, sorge però qualche dubbio circa la buona fede del nostro Babbo Natale incagliato in Cina: già, cosa ci fanno in Cina i prodotti di un’azienda italianissima? E perché questo accorato appello rivolto al nostro Governo?

Nella stessa intervista, Preziosi ci informa che il 95% della sua produzione è delocalizzata in Cina. Come la gran parte delle aziende italiane medie e grandi, anche Giochi Preziosi ha dunque delocalizzato la quasi totalità della produzione in un Paese che offriva grandi opportunità di profitto: un costo del lavoro molto basso, tasse e tributi contenuti da una politica di apertura portata avanti dalla Cina in alcune zone del Paese esposte al commercio internazionale, e la garanzia della totale libertà di circolazione delle merci, che consente ai vari Preziosi di tornare poi in Italia, e in Europa tutta, a vendere le proprie merci prodotte altrove.

Il fenomeno delle delocalizzazioni è un mondo meraviglioso, per gli imprenditori. L’altra faccia di questo fenomeno, il costo delle delocalizzazioni, la pagano i lavoratori italiani – che perdono i posti di lavoro spostati in Cina – e l’Italia tutta, che oltre a sperimentare una progressiva desertificazione industriale vede erodere anche la base fiscale di questi colossi industriali il cui baricentro produttivo fuoriesce dal Paese. L’affare delle delocalizzazioni, dunque, lo ha fatto Preziosi, attratto dalle condizioni offerte (in questo caso) dalla Cina, mentre lo Stato italiano ed i lavoratori del nostro Paese ne hanno pagato il costo.

Cosa ha rotto le uova nel paniere di Preziosi? Fondamentalmente due fenomeni relativamente recenti. Da un lato la Cina sta sperimentando un progressivo aumento dei salari medi che non si è arrestato neanche con la pandemia: l’impronta socialista che caratterizza l’organizzazione economica di quel Paese ha garantito, pur con molteplici contraddizioni che non possiamo qui affrontare in maniera esaustiva, un inesorabile miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione. Se migliorano le condizioni di vita del popolo cinese, peggiorano le condizioni di profitto delle imprese straniere (come Giochi Preziosi) che proprio sui bassi salari cinesi puntavano, quando hanno delocalizzato. Ecco il paradosso generato dalle delocalizzazioni in un Paese socialista: mentre, anche per effetto della desertificazione industriale e delle politiche neoliberiste imposte negli ultimi trent’anni, i salari italiani (da cui Preziosi e compagnia rifuggivano) si stanno abbassando progressivamente verso ‘livelli cinesi’, si sarebbe detto un tempo, i salari dei cinesi crescono erodendo quote di profitto delle multinazionali.

Come se non bastasse, un ulteriore fattore compromette la profittabilità delle multinazionali estere impiantante in Cina: i costi di trasporto dei container dalla Cina è aumentato di circa sei volte per il combinato disposto di maggiori tasse imposte dal Governo cinese e maggiori tariffe richieste dai grandi gestori, spesso pubblici, dei porti cinesi. In altre parole, il Governo cinese – dopo aver attratto molte multinazionali estere con condizioni favorevoli – inizia a chiedergli il conto: quello che ogni cittadino vorrebbe veder fare al proprio Stato. Apriti cielo: il povero Preziosi, che in Cina aveva trasferito la produzione proprio per via dei bassi costi, ora è in crisi. E la sua reazione merita una riflessione politica.

Preziosi, infatti, rivolge il suo accorato appello al Governo italiano, chiedendogli di favorire il cosiddetto reshoring, una parola complicata per un concetto molto semplice: ora che i lavoratori italiani sono ridotti alla fame, cioè sono tornati ad essere competitivi a livello internazionale, il dinamico imprenditore vorrebbe riportare la produzione in Italia. Potrebbe farlo in ogni momento, ovviamente, ma lui pretende un aiutino dal Governo. Lui, che ha incassato tutti i profitti della delocalizzazione imponendo all’Italia i costi economici, fiscali e sociali della sua scelta, adesso vorrebbe essere pagato (già, questo chiede: decontribuzioni e sconti fiscali in patria) per tornare a produrre in Italia. L’idea che i padroni possano delocalizzare a piacere la produzione per inseguire il profitto – un’idea che è alla base dell’architettura istituzionale dell’Unione europea, fondata sulla libertà di circolazione di merci e capitali – è già di per sé vergognosa, ma pensare che lo Stato debba non solo lasciarli fare ma anche incentivarli, magari tagliando imposte e diritti dei lavoratori, rendendo sostanzialmente le condizioni dei lavoratori italiani peggiori di quelle cinesi, è grottescamente mostruoso, ma è il vero volto dell’imprenditoria, quello reale e concreto che scandisce la vita economica del Paese. In altri termini, dopo aver delocalizzato la produzione all’estero, i capitalisti come Preziosi vogliono ora ricattare lo Stato chiedendo sgravi fiscali e aiuti di vario genere per tornare a sfruttare il lavoro italiano, reso povero anche dalle loro scelte industriali.

L’appello di Preziosi, che non è certo un caso isolato ma ben rappresenta una parte consistente del capitalismo italiano, ci impone dunque una riflessione politica di carattere generale. Gli sfruttatori non hanno confini: non li hanno quando delocalizzano, e non li hanno quando decidono di tornare in patria a sfruttare il lavoro povero che le loro delocalizzazioni hanno contribuito a creare. I confini, dunque, quegli stessi confini che l’Italia e l’Europa usa contro i lavoratori migranti per costringerli ad entrare come schiavi nella nostra economia, possono essere usati – al contrario – contro quegli sfruttatori. Possono essere usati imponendo, in Italia, un salario minimo che garantisca una vita dignitosa – per evitare che le imprese di tutto il mondo inizino a delocalizzare per sfruttare il nostro lavoro povero ma qualificato; possono essere usati per favorire le imprese pubbliche in settori strategici, creando occupazione e favorendo lo sviluppo industriale del Paese; possono essere usati per limitare la circolazione delle merci e dunque impedire il ricatto al Preziosi di turno, che produce in Cina i giocattoli venduti in Italia. I confini, insomma, sono uno strumento politico: gli sfruttatori li usano per piegare i lavoratori, gli sfruttati possono usarli come argine alla sete di profitto delle multinazionali.

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martedì 3 agosto 2021

Università malata (di neoliberismo), nazione infetta

 


Università e invasione neoliberista - Paolo Mottana

Tanti hanno digerito come se niente fosse la trasformazione dell’università in azienda e degli studenti in clienti. Del resto sempre più spesso ciascuno di noi si considera “capitale umano”. “Ogni volta che produciamo qualcosa per il mercato economico – scrive Paolo Mottana – e non per un intrinseco e appassionato interesse di ricerca o di relazione o seguendo un nostro desiderio, posto che non sia stato già plagiato dalla logica aziendale, stiamo rafforzando il sistema che ci distrugge, che distrugge la vita, le relazioni…”

Dobbiamo stare molto attenti a quello che ci sta succedendo, inconsapevolmente e perciò in modo tanto più incisivo. Lo vedo nei colleghi universitari che in questi anni hanno digerito come se niente fosse la trasformazione dell’università in azienda, il mutamento progressivo del loro linguaggio, l’accettazione supina di un sistema di ricerca totalmente nelle mani di un mercato finanziario e di fondazioni il cui scopo è tutt’altro che pacifico e che corrisponde perlopiù a logiche commerciali.

Hanno accettato che gli studenti fossero considerati clienti la cui soddisfazione e numerosità è diventato l’unico criterio di qualità, hanno accettato il benchmarking tra atenei, l’avvento della parola governance nel nostro mondo come se fosse cosa innocente e non l’avvento sempre più intenso della lingua capitalista neo-liberista e manageriale nel nostro mondo, l’insinuarsi di criteri di concorrenza nella valutazione delle persone a partire dalle loro qualità manageriali o di quelle di accaparrarsi fondi di ricerca piuttosto che nel merito di quello che fanno come docenti e ricercatori. Infine la squalifica, senza battere ciglio, di chiunque non accetti questo sistema di cose.

Che ci sta succedendo? Come abbiamo potuto divenire così ciechi? O forse non abbiamo mai visto? O forse abbiamo visto benissimo (il che sarebbe davvero inquietante)? Ricordo che anni fa, quando facevo presente a una Direttrice di Facoltà (all’epoca si chiamava ancora così) che stavamo muovendoci rapidamente verso la logica aziendale lei mi rispose che era ineluttabile e che “ora si fa così”, la stessa logica dell’ineluttabilità che fa sì che accettiamo il dominio del mercato e del neo-liberismo in ogni attività della nostra vita e che ormai ciascuno di noi si considera “capitale umano” e investimento personale, non diversamente da una quota di azioni, come se nulla fosse.

La stessa logica dell’unico mondo possibile che da anni l’ideologia neo-liberista con i suoi Chicago Boys e l’infiltrazione pervasiva in tutte le grandi istituzioni accademiche e poi statali e poi scolastiche ha fatto sì che tutti fossimo arruolati nel grande esercito dell’autopromozione, dell’autoinvestimento, dell’autosfruttamento e questo solo per rendere ancora più forte un sistema di dominio che non sembra volersi far sfuggire più nulla, facendo del valore economico l’unico e ormai sacro criterio di distinzione qualitativa tra le cose, le persone, le scelte.

Sono sgomento davanti a tutto questo e invito tutti a sorvegliarsi con grande attenzione perché ogni volta che produciamo qualcosa per il mercato economico e non per un intrinseco e appassionato interesse di ricerca o di relazione o seguendo un nostro desiderio (posto che non sia stato già plagiato dalla logica aziendale) stiamo rafforzando il sistema che ci distrugge, che distrugge la vita, le relazioni, quel residuo di qualità umana che stava nel cercare l’armonia con tutto ciò che ci circonda e nel rispetto per ogni altro.

Occorre letteralmente rifiutarsi, fare sciopero bianco, difendere il vecchio valore di un’istituzione che ancora non moltissimi anni fa, pur con i suoi molti difetti, era organizzata per promuovere il libero sapere, la circolazione della cultura (anche di quella critica) e il gusto di tramandare ai più giovani il rispetto per le idee nella loro pluralità ma anche nel loro significato emancipatorio, liberatorio e non succube del potere, se possibile in tutte le sue forme.

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Nessuno è riuscito a fermarle - Cinzia Pennati (Penny)

Le ho ascoltate due volte, al minuto 34. La prima volta da sola, l’altra con mia figlia. Queste tre ragazze Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante, Virginia Grossi, potevano prendersi il loro diploma e chiuderla lì, invece, si sono esposte e non credo l’abbiano fatto a cuor leggero, tanto è vero che la voce, a tratti, tremava (qui il video che ha fatto il giro del web con il discorso delle tre neolaureate durante la consegna diplomi alla Normale di Pisa, ndr).

Era una voce mai arrogante, friabile ma determinata, non c’era nulla in loro “delle donne con le palle”, quelle donne di sistema di cui in Parlamento e fuori ne abbiamo una grande rappresentazione. Non c’era emulazione dell’uomo che comanda, soggetto e oggetto del patriarcato, c’erano tre giovani donne che hanno condiviso un’azione politica e un messaggio fondamentale per tutti e tutte noi.

Da insegnante, mentre queste tre giovani donne parlavano, pensavo che i nostri ragazzi e ragazze hanno diritto a una scuola non performante ma formativa, non competitiva ma in grado di mettere in azione le competenze individuali nell’azione collaborativa. Un sistema scolastico non frontale, io insegno tu galleggi, ma relazionale, il successo dipende anche dal modo in cui stiamo dentro alla relazione di apprendimento-insegnamento.

Inoltre, nel loro discorso, hanno evidenziato come la scuola e la ricerca siano al servizio non della società e del benessere di tutti ma alle logiche di mercato. Quella scuola-azienda che tanto detestiamo perché non libera ma soggetta al potere economico.

Non hanno dimenticato nessuno, hanno ringraziato tutti i lavoratori e le lavoratrici, anche quelli che omettiamo tutti perché non stanno seduti dietro ad una cattedra.

Hanno parlato chiaramente della disparità di genere, del lavoro di cura che ricade sulle donne incompatibile, spesso, con il desiderio di raggiungere i propri traguardi lavorativi.

Hanno parlato del divario tra nord e sud, di chi tra di loro, ragazzi e ragazze, proprio per la competizione e il modello performante a cui sono sottoposti, si è perso per strada.

A un certo punto mentre parlavano hanno usato parole così potenti che mi sono commossa. “Se noi siamo arrivate qui non è grazie a questo sistema, è nonostante questo sistema”.

Ho pensato a tutti quegli insegnanti e genitori che credono che la disciplina, la meritocrazia, la competizione, la performance, fortifichino l’animo e debbano essere il “fulcro” del sistema scolastico. Ecco, quando pensiamo a riformare la scuola, invece di attaccarci all’innovazione digitale come panacea di tutti i mali, dovremmo pensare ad ogni singola parola di questo discorso.

Inoltre, ci terrei a ribadire che Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante, Virginia Grossi, rappresentano per me, quel femminile – che non ricalca il modello maschile – che dovrebbe entrare in politica. Quella capacità di tenere insieme ogni parte, di riconoscere il valore individuale ma, soprattutto, collettivo, di prendersi cura in modo giusto della distribuzione del potere. Quella capacità conciliante, non performante, non discriminante, non patriarcale, capace di non negare la propria friabilità ma di inglobarla e superarla.

Nonostante quella voce tremante, nessuno è riuscito a fermarle, eppure la rappresentazione del potere a cui siamo abituate e abituati, le capacità di leadership che ci hanno imposto, a tratti volgare, presuntuosa, privilegiata, esclude tutte le abilità di cui queste giovani donne si sono fatte portatrici.

Ma quanta forza, potere e determinazione c’era nel loro modo di porsi e nelle loro parole?

A questo punto non c’è migliore conclusione per questo post che quella formulata da loro: “La retorica dell’eccellenza su cui il sistema scolastico e sociale poggiano, non è compatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi”. Eccola la scuola di cui avremmo bisogno.

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Non sono in credito – Claudio Giunta

 

Come altre persone che lavorano nell’università, e soprattutto come altri ex allievi della Scuola Normale di Pisa, ho ascoltato il discorso pronunciato da tre normaliste in occasione della consegna dei diplomi di licenza, discorso molto severo circa il sistema universitario italiano (iniquo, precarizzato, asservito a logiche neoliberiste) e critico con il modo in cui si vive e si studia alla Normale (enorme pressione sugli studenti, carrierismo, scarsa collegialità, maschilismo):

 

L’ho ascoltato, devo dire, con scarsa simpatia, persino con un certo fastidio. Dal momento però che conoscenti e amici di cui ho stima sono rimasti – al contrario – favorevolmente impressionati, vorrei provare a spiegare, anzitutto a me stesso, le ragioni di questa mia insofferenza…

 

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Claudio Giunta e l’apologo della pompa di benzina - Eliseo Martini

 

Breviario in 15 punti per non perdere la fede nell’intelligenza. Una polemica che parte dalla denuncia del neoliberismo da parte di tre normaliste

1

Se fosse soltanto per il livore che esprime e la totale vacuità delle sue argomentazioni, l’articolo di Claudio Giunta che prende posizione su “il Post” contro l’intervento di Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grossi, le tre studentesse della Normale di Pisa, non varrebbe neanche un briciolo dell’attenzione che il suo autore cerca disperatamente. Diverso è invece se quella lunga e paternalistica filippica viene analizzata come artefatto tipico di una intellettualità (ex) di sinistra sepolta nel sistema universitario italiano, tanto da essere diventata muta nel dibattito pubblico ma che è sempre pronta a prendere posizione contro chi ha il coraggio di metterne in discussione i privilegi e l’autorità morale.

Claudio Giunta e il suo intervento bilioso ben rappresentano questa parte del mondo intellettuale che ha assunto il motto thatcheriano “there is no alternative”, ben nascosto dietro la parvenza di una critica corrosiva all’esistente che non risparmia i “luoghi comuni della sinistra” (l’impegno, per citarne uno) e che strizza l’occhio alla moda del “non politicamente corretto”, in un mercato dell’attenzione nel quale l’importante è differenziarsi per godere del proprio quarto d’ora di celebrità.

Insomma, divertimento assicurato.

2

Questo artefatto intitolato un po’ ambiguamente “Non sono in credito” si presenta ai lettori e alle lettrici con una lunga introduzione che – sulla scorta di una citazione – ha lo scopo di fornire una prima argomentazione al fastidio risentito da Claudio Giunta per il consenso suscitato in molti suoi conoscenti (normalisti come lui) dalle parole delle tre studentesse. Ma serve soprattutto a soddisfare il narcisismo del letterato che ne cita un altro e che usa la letteratura come strumento di analisi. L’argomentazione, ridotta all’osso, è ben riassunta dalla frase in cui Giunta esprime la

“poca considerazione che ho per le opinioni dei più giovani quando queste opinioni riguardano aspetti della vita associata della quale per forza di cose essi non hanno ancora un’esperienza sufficientemente ampia e varia.”

Boom.

3

Le critiche politiche e ben argomentate portate nel dibattito dalle tre studentesse della Normale di Pisa (che sono riassunte in un articolo pubblicato sul sito web della rivista “il Mulino”) non sono da prendere in considerazione secondo Claudio Giunta semplicemente perché provengono da esseri umani giovani. In questo caso l’argomento chiude ad ogni contestazione perché si appoggia su una caratteristica biologica che di per sé esclude dal dibattito pubblico una larga fetta della popolazione mondiale. E’ un argomento di autorità e quindi assolutamente non democratico, perché ancorato a una qualche supposta “naturalità”: “sei giovane? E allora che ne vuoi sapere?”. Chiuso il discorso.

Com’è ovvio si tratta di una argomentazione irricevibile per qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso e che dimostra come pure il raggiungimento di una certa età e di una certa esperienza non basta ad evitare di dire un sacco di scemenze. Ma vogliamo forse impedire ai professori universitari maschi, bianchi e di mezz’età di esprimere il loro autorevole parere? E quale sito di informazione, rivista online, sezione culturale di quotidiano se ne priverebbe mai?...

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