domenica 5 ottobre 2025

San Francesco: la festa del paradosso nazionale - Gianluca Cicinelli

Che tempismo invidiabile: mentre l’Alleanza contro la povertà ci ricorda che in Italia 2,2 milioni di famiglie e un italiano su dieci vivono in povertà, la politica si appresta a riportare il 4 ottobre, giorno di San Francesco tra le feste nazionali. Il santo che predicava la povertà, celebrato con un giorno libero. È come onorare un maratoneta con un abbonamento al divano.

In libreria arriva anche l’ultimo lavoro di Alessandro Barbero su Francesco d’Assisi: uno scavo storico che toglie gli orpelli agiografici e rimette al centro l’uomo che si spogliò — letteralmente — del superfluo. Barbero ci ricorda che Francesco non è un soprammobile spirituale: è una rottura. Rinuncia, essenzialità, scelta radicale. Altro che gadget.

Intanto, su Diogene Notizie passano ogni giorno i volti della povertà reale: mense piene, frigoriferi vuoti, stipendi che non reggono l’inflazione, case troppo care per salari troppo bassi. È la geografia dell’Italia normale, quella che non fa notizia finché non la guardi da vicino — e quando la guardi capisci che non è un’emergenza, è la nuova normalità.

Ora, la trovata: trasformare il 4 ottobre in festa “vera”. Idea suggestiva, per carità. Ma che cosa festeggiamo, esattamente? La rinuncia di Francesco con la nostra voglia di ponte? La sobrietà con le vetrine aperte? La fraternità con i conti pubblici che risparmiano miliardi proprio su chi resta indietro? Negli stessi mesi in cui si chiedono 2 miliardi in più l’anno per altre voci di bilancio, alle persone in povertà si dice: «Tornate domani, oggi è chiuso: è San Francesco».

Il punto non è essere contro una festa. È essere contro la scorciatoia simbolica che sostituisce le politiche. Se proprio vogliamo onorarlo, San Francesco, potremmo farlo alla lettera: aprendo gli sportelli sociali proprio il 4 ottobre; annunciando un piano stabile per i contributi affitto e gli alloggi sociali; allargando l’accesso alle misure di sostegno in base al reddito, non all’etichetta familiare; indicizzando davvero i benefici all’inflazione. Sarebbe un bel miracolo laico: meno parole, più pane.

Francesco non chiedeva di festeggiarlo: chiedeva di imitare un pezzo della sua radicalità. E qui sta l’ironia (amara): abbiamo preso il santo della povertà scelta per metterci a posto la coscienza davanti alla povertà subita. Un giorno all’anno per passare in rassegna il sacro, e gli altri trecentosessantaquattro per passare oltre.

Se proprio serve una ricorrenza, scegliamone una che costi a noi quel minimo di scomodità che dia senso al rito: niente bonus immagine, niente proclami. Qualche miliardo in più dove serve, qualche procedura in meno dove blocca, qualche porta aperta quando tutto il resto è chiuso. Sarebbe il modo più serio — e, concediamoci l’ossimoro, più francescano — di trasformare una festa in giustizia.

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sabato 4 ottobre 2025

Pensavo che l’umanità fosse finita a Gaza, poi qualcosa è accaduto – Marco Aime

 

Lo ammetto, fino a qualche giorno fa mi ero convinto che dopo Gaza non avremmo più dovuto né potuto usare la parola “umanità”, in nessuna delle sue accezioni. Al di là del mero dato scientifico biologico, che ci assegna alla stessa specie, il genere umano (“il complesso di tutti gli uomini viventi sulla terra”, dice la Treccani); non avremmo più potuto affermare di appartenere a una stessa comunità “umana”. Non ne avremmo più avuto il diritto. Una comunità si fonda, innanzitutto dell’altro come nostro simile. Come qualcuno con cui si ha qualcosa da condividere e questo oggi non sta accadendo. Non siamo stati capaci di condividere questo senso di appartenenza e fino a poco fa non ne saremmo neppure più stati degni.

Lo stesso valeva per l’altra accezione: “Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini”. Umanità racchiude un insieme di valori che si contrappongono alla brutalità, all’egoismo, alla cattiveria, alla brutalità. Anche qui sembrava avessimo fallito. Fallito per menefreghismo, indifferenza, disattenzione, cose ancora peggiori della violenza esercitata dalle truppe israeliane.

Invece, qualcosa è accaduto. Mi sono tornati in mente i versi di Francesco De Gregori “E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia) / quando si tratta di scegliere e di andare / te la ritrovi tutta con gli occhi aperti / che sanno benissimo cosa fare”. Sì, nelle strade, nelle piazze abbiamo dimostrato che sappiamo cosa si deve fare e se chi governa finge che nulla sia accaduto, significa che la parola “democrazia” si sta svuotando dei suoi valori. Sì, perché non basta andare a votare ogni 4-5 anni per essere democratici, se non si ascoltano le istanze di decine di migliaia di donne e uomini che sono scesi a manifestare il loro sdegno non solo per il genocidio in corso, ma per l’indifferenza del governo, per non dire della sua complicità.

Democrazia non significa dittatura della maggioranza, perché un simile atteggiamento conduce a una forma di fondamentalismo democratico, che è tutt’altra cosa, vedi Trump e la sua accolita. Peraltro, di fronte a una così imponente mobilitazione spontanea, nata senza il supporto di partiti o sindacati, non può essere liquidata con la scusa di qualche episodio fuori dal coro. Lasciando perdere l’attribuzione della violenza alla sola sinistra, da parte di chi continua a negare le peggiori stragi che hanno colpito il nostro Paese, è meschino e dilettantesco tentare di sviare l’attenzione con trucchetti di bassa lega. Sì ci sono stati episodi deprecabili, ma non si ha il diritto di definire violenza qualche vetro rotto, dopo mesi di silenzio su migliaia di vite spezzate. No.

Un governo sanamente democratico dovrebbe prendere atto che una buona fetta della popolazione, generazioni diverse, appartenenze diverse, ha voluto esprimere solidarietà alle vittime del genocidio in corso per mano del governo israeliano, ma anche lo sdegno per l’indifferenza manifestata dai vertici dello Stato, asservito a interessi politici ed economici. Quelle piazze gremite hanno urlato che ci sono altri valori da difendere al di là delle alleanze di convenienza, che il dolore di quelle donne, uomini e bambini massacrati ogni giorno è e deve anche essere in nostro dolore.

Che la parola “umanità” ha ancora un senso. Forse non ce l’ha per chi commenta con toni sprezzanti certe dichiarazioni considerate “buoniste”, non ce l’ha chi irride chi vuole la pace.
Non ci aspettavamo di meglio da loro, anche se in fondo lo avremmo sperato. Quello che conta è che da quelle piazze è partito un grido forte, che risuona in tutto il Paese. Continuiamo a urlarlo, che risuoni per altre piazze, in altre strade. Servirà.

La storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

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La missione della Flotilla

 



Le violazioni di Israele coperte dagli Stati - Micaela Frulli

(dal Manifesto del 2/10/25)

Ogni analisi relativa alla Global Sumud Flottiglia (Gsf) deve partire dalla situazione giuridica delle acque in cui le imbarcazioni che la compongono stanno navigando. Si trovano in acque internazionali, dove il diritto internazionale non consente a Israele né a nessun altro Stato di intercettarle: vige la libertà di navigazione ai sensi dell’art. 87 della Convenzione Onu sul diritto del mare (Cdm), che ha codificato una consuetudine preesistente e vigente anche per gli Stati che non sono parti della Cdm, come Israele. Il diritto considera il mare internazionale come uno spazio comune utilizzabile esclusivamente a scopi pacifici e che non può essere sottoposto alla sovranità di alcuno Stato (artt. 88 e 89 della Cdm). Obiettivo della Gsf è raggiungere le acque antistanti Gaza, che non possono in alcun modo essere considerate acque territoriali israeliane. Israele non ha titolo di sovranità su di esse, come non ne ha sul territorio di Gaza e sullo spazio aereo e mantiene su tali spazi un’occupazione che la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha definito illegale a tutti gli effetti. Solo la Palestina ha diritti sovrani al largo della Striscia, in base all’art. 2 della Cdm, cui ha aderito nel 2015, notificando l’estensione del proprio mare territoriale fino a 12 miglia nautiche dalla costa, come previsto dal trattato. Sul mare territoriale vige il diritto di passaggio inoffensivo delle navi che non recano pregiudizio al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero.

Al quadro di base delineato dal diritto del mare, deve aggiungersi che Israele, oltre ad occupare illegalmente il territorio di Gaza, ha imposto un blocco navale da lungo tempo uscito dai confini del diritto internazionale umanitario, poiché arreca danni eccessivi alla popolazione civile rispetto al vantaggio militare concreto e diretto derivante dal blocco stesso (par. 102 del Manuale di San Remo sul diritto applicabile ai conflitti armati in mare, che codifica il diritto consuetudinario in materia). Il diritto umanitario stabilisce inoltre che, se la popolazione civile del territorio sottoposto al blocco non può avere accesso al cibo e altri beni di prima necessità, la parte che impone il blocco deve consentire il libero passaggio degli aiuti umanitari (parr. 103-104 Manuale di San Remo).

È chiaro dunque che in base al diritto internazionale le imbarcazioni della Gsf non stanno violando alcuna regola di diritto internazionale, ma agiscono nel pieno rispetto del diritto del mare e del diritto internazionale umanitario, facendosi carico dell’attuazione di obblighi che gli Stati, Israele in primo luogo e gli altri a seguire, non stanno rispettando.

C’è da chiedersi perché gli Stati e le organizzazioni internazionali, quasi all’unanimità, facciano appello al rispetto da parte della Gsf di un blocco navale che ha superato qualsiasi confine di legalità. C’è da chiedersi perché non si fa invece pressione su Israele per porre fine al blocco illegale e per garantire l’arrivo degli aiuti umanitari alla popolazione civile, come prevede il diritto. Gli Stati, soprattutto quelli di cui le navi della Gsf battono bandiera, hanno l’obbligo di fare tutto quanto è possibile per proteggere una missione umanitaria che agisce nel pieno rispetto delle regole per raggiungere obiettivi tutelati dal diritto internazionale.

Stupisce ancor più questo atteggiamento se si considera che Israele sta agendo anche in violazione delle ordinanze cautelari emesse dalla Cig nel 2024 nell’ambito del procedimento intentato dal Sudafrica contro Israele per violazione della Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Tali ordinanze impongono a Israele di adottare misure immediate ed effettive per garantire l’assistenza umanitaria a Gaza e impedire che la Gsf giunga a destinazione viola anche questi obblighi.

Qualcuno evoca la presunta legalità del blocco navale in base al rapporto della Commissione d’inchiesta nominata nel 2010 dal segretario generale Onu sul raid israeliano a danno della nave Mavi Marmara (Rapporto Palmer). Quel rapporto, in condizioni assai diverse da quelle odierne, stabilì che il blocco navale israeliano era lecito, pur condannando l’uso sproporzionato della forza da parte delle forze israeliane nell’abbordaggio della nave, che provocò dieci morti e molti feriti fra gli attivisti a bordo. Il Rapporto Palmer, però, già allora fu criticato da più parti e contraddetto dal Rapporto della Commissione d’inchiesta del Consiglio diritti umani dell’Onu (2010), che si espresse nel senso di una totale illiceità del blocco navale, qualificandolo come una forma di punizione collettiva in violazione dell’art. 33 della IV Convezione di Ginevra.

Uno scenario di grave illegalità si configura nel momento in cui le imbarcazioni della Gsf sono state intercettate e attaccate, illegalità non certo attribuibile a chi porta avanti le ragioni del diritto (e dell’umanità) su quelle barche.

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La missione della Flotilla mi ha fatto riflettere sul concetto di martirio – Luciano Casolari

Global Sumud Flotilla evoca in me più o meno coscientemente, ma con forti riverberi inconsci, il concetto di martirio. Quando parlo di inconscio intendo una parte della mente che opera al di fuori della coscienza che però fornisce alla parte mentale che conosciamo spunti emotivi, sensitivi e brandelli di ragionamento sfuggenti.

Cosa è il martirio? Si tratta di una parola spesso usata a sproposito ma nella sua vera essenza, derivante dal greco, trae il significato dai termini testimone e testimonianza. Chi si sottopone al martirio lo fa per testimoniare una verità. I punti cruciali che risultano necessari sono: 1. Che la persona o le persone siano consapevoli del fatto che attraverso la loro testimonianza esiste il rischio o la certezza della morte, 2. Che accettino questo rischio e anzi rifiutino ogni possibilità di evitarlo se questo significa rinunciare alla propria verità, 3. Che effettivamente inducano gli aggressori a ucciderli perdendo in questo modo, attraverso questa aggressione, la loro forza morale. Il martire non si suicida ma si mette nelle mani del possibile carnefice per indurlo a mostrare il suo volto brutale e disumano. I martiri fanno molta paura ai potenti perché, smascherandoli, offrono al popolo la loro vera immagine. Spesso avviene che il popolo, in qualche modo, segua la bandiera issata dal martire per togliere il potere al potente che lo ha martirizzato.

Il martirio per eccellenza nella nostra cultura è quello di Gesù di Nazaret che conosce perfettamente il suo destino, rifiuta le scappatoie che Ponzio Pilato gli offre per cercare una via di fuga e, in questo modo, si impone come bandiera contro la cattiveria degli uomini per portare la sua testimonianza.

 

Nelle parole del capo dello Stato italiano e di molti commentatori mi è parso di udire di nuovo esortazioni ragionevoli di moderni Pilato che chiedono al possibile martire: “Ma chi te lo fa fare? Troviamo una mediazione, un qualche tipo di soluzione”. Purtroppo a questo punto della vicenda una qualsivoglia ragionevole mediazione tipo fornire gli aiuti al vescovo cattolico significherebbe perdere il valore di testimonianza. I detrattori sono pronti a schernire, ad affermare “Vedete i grandi valori dove approdano? Di fronte alla fermezza di Israele si sono squagliati”. E invece io ho timore per gli uomini e le donne intercettati su quelle imbarcazioni.

Mi rendo conto che dal mio studio, al sicuro, è facile discettare di martirio, di testimonianza e di verità. Molto arduo essere stati su quelle navi con i timori, le angosce e i dubbi che hanno attanagliato i partecipanti.

Non so come andrà a finire questa vicenda ma sento, anche qui come percezione non del tutto cosciente, che la situazione è complessa come quando il giovane sconosciuto definito successivamente “Tank man” sfidò in camicia bianca un carro armato in piazza Tienanmen nel 1989. In quel caso lui non venne travolto ma nei giorni successivi migliaia di manifestanti, fra cui forse anche lui, furono uccisi.

Quando in ballo non c’è più solo la nostra vita ma una bandiera, una testimonianza di verità, diventa difficile trovare una soluzione per cui ognuno di noi può solo chiudersi in preghiera. La preghiera sarà diversa a seconda che vi sia una fede o un anelito di verità ma mi pare l’unica speranza umana in un momento come questo in cui la follia pare prevalere. La preghiera non è un atto sterile di richiesta ma una fonte concreta di cambiamento del nostro animo che ci induce come collettività a prendere delle posizioni che possono mutare il corso della storia.

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Gaza: il punto in cui siamo - Tomaso Montanari

«Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto» (Antonio Tajani, ministro degli esteri della Repubblica italiana, primo ottobre 2025). Qual è, questo «certo punto»?

È un punto sulla carta geografica: quello in cui la Marina militare israeliana assalta le navi disarmate e civili della Global Sumud Flotilla, che portano aiuti a una popolazione sottoposta a genocidio e sterminata con l’arma della fame. È un punto: un punto delle acque internazionali in cui i banditi si fanno polizia, e tolgono beni e libertà a naviganti incolpevoli.

Ed è il punto di una inversione: quello in cui chi viola la legge e usa la violenza è presentato come il garante dell’ordine, e chi rispetta scrupolosamente la legge e usa la nonviolenza è presentato come un eversore dell’ordineIl punto in cui i criminali sequestrano gli onesti. E poi chiedono loro di firmare confessioni in cui affermano di aver compiuto un crimine contro il legittimo blocco navale israeliano. Confessioni estorte sotto minaccia e in detenzione illegale: lo ha fatto per secoli l’Inquisizione contro gli ebrei. Oggi lo fa Israele alle donne e agli uomini della Flotilla.

È il punto in cui, in televisione, gli opinionisti dicono che quelle sono «acque israeliane»: mentendo per la gola.

È il punto in cui Sergio Mattarella invita la Flotilla a lasciare gli aiuti a Cipro, cioè a non entrare nelle acque, internazionali o palestinesi, in cui Israele avrebbe potuto «porre a rischio l’incolumità di ogni persona». Che sarebbe come dire a cittadini di una città siciliana di non manifestare in un quartiere controllato da Cosa Nostra: perché quelli sparano. È il punto in cui Giorgia Meloni, come sempre con la bava alla bocca, si scaglia contro le vittime e si schiera con gli assassini. Il punto in cui la propaganda israeliana accusa la Flotilla di dipendere da Hamas, e i giornali di propaganda della destra fascista italiana rilanciano questa immondizia.

È il punto in cui inizia a vigere la legge della forza, il diritto di terminare lo sporco lavoro. Il diritto di Israele di finire in pace un genocidio. È il punto nel quale sono i bianchi a uccidere i non bianchi: e dunque tutto va bene. È il punto in cui i palestinesi non sono degni nemmeno di sedere al tavolo delle trattative: perché subumani, terroristi, colpevoli.

È il punto in cui si progetta un protettorato coloniale retto da criminali di guerra, e si chiama «piano di pace». È il punto in cui, se non si accetta questo piano, Israele può portare a termine il lavoro: finché non ne rimanga nessuno, di palestinesi.

È il punto in cui un popolo insorge in pace, e chi lo governa prova a proibire lo sciopero generale, spera negli incidenti di piazza, spinge la polizia agli scontri.

È il punto in cui siamo. Il punto in cui la maschera della civiltà e del diritto cadono, e si mostra il volto mostruoso dell’Occidente. Il punto in cui sono sempre più vere le parole scritte da Omar el Akkad sul genocidio di Gaza: «Considerando anche lo spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al capitalismo, e hanno detto. Non voglio averci più niente a che fare». Ecco qual è il punto in cui «il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto».

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venerdì 3 ottobre 2025

Avranno pensato a Blair perché Satana non era disponibile

Blair prende i soldi pure dal più grande finanziatore dell’esercito israeliano - Sabrina Provenzano

Quando è stato reso noto che Tony Blair avrebbe avuto un ruolo nella ricostruzione di Gaza, la commentatrice di sinistra Ash Sharkar ha affermato in diretta sulla Bbc: “Avranno pensato a lui perché Satana non era disponibile”. Un’iperbole, ma non lontana dal sentimento popolare diffuso, almeno fra chi ricorda le menzogne sull’esistenza di armi di distruzione di massa irachene con cui l’allora primo ministro convinse il parlamento a votare per la disastrosa invasione in Iraq. Di certo quella decisione segnò la fine della carriera politica dell’inventore del New Labour: ma il parlamento censurò ogni tentativo di inchiodarlo alle sue responsabilità. Blair non subì nessuna ripercussione legale o formale, e se la cavò scusandosi per i suoi errori, e ha sempre dichiarato di non aver mentito deliberatamente.

Quell’ombra, che lo segue sempre anche fra gli elettori laburisti, non gli ha impedito di rifarsi una verginità prima come mediatore internazionale, poi come consulente e lobbista. Ma lo ha seguito anche la disinvoltura etica, diciamo post-ideologica, che aveva segnato il suo successo ai tempi del New Labour: va bene tutto, purché funzioni. La lista dei suoi potenziali conflitti di interesse non ha fatto che crescere da quando si è ritirato dalla politica attiva. Blair, che dopo Downing Street ha accumulato circa 20 milioni di sterline annue, consulenze, ha intrattenuto rapporti e fornito consulenze ai peggiori autocrati del mondo. La sua posizione filo-Israele è nota.

Da primo ministro, dal 1997 al 2007, coltiva alleanze con Israele: visite a Sharon e Olmert, sostiene il “diritto di Israele all’autodifesa” durante la Seconda Intifada e vota contro risoluzioni Onu anti-israeliane. Come inviato del Quartetto, tentativo di mediazione che univa Russia, Usa, Russia e Onu, dal 2007 al 2015 lavora ai negoziati fra Israele e Palestina ma ne approfitta per fare da lobbista per progetti economici in Cisgiordania, fra cui un contratto con Wataniya Telecom, società cliente della Banca JP Morgan, che lo pagava 2 milioni l’anno per una consulenza. Spinge per il gasdotto Gaza Marine, un progetto di British Gas sempre legato a JP Morgan, ma qui il conflitto di interessi e l’assenza di trasparenza sono così clamorosi che gli costano il posto. Per i detrattori, queste pressioni hanno favorito investitori stranieri a scapito delle priorità palestinesi.

Il passaggio a Tony Blair Associates trasforma il lobbying in un meccanismo rodato. Nel 2011, la società fa pubbliche relazioni per il dittatore kazako Nursultan Nazarbayev: ammorbidisce le critiche sui diritti umani in nome di “riforme progressive”, in cambio di compensi destinati a opere benefiche. Colleziona clienti accusati di orribili e sistematiche violazioni dei diritti umani, da Gheddafi agli emiri kuwaitiani, che lo pagano milioni per costruirgli una credibilità internazionale: una cambiale che oggi appare in riscossione.

Nel 2016, Tba si fonde nel Tony Blair Institute for Global Change (Tbi): un’organizzazione non profit con 800 collaboratori in 45 paesi e un fatturato annuo di 145 milioni di sterline. Il suo maggiore finanziatore è Larry Ellison, cofondatore ebreo americano del colosso informatico Oracle, che dal 2021 gli dona oltre 200 milioni di sterline. Sionista convinto, Ellison è anche il principale donatore privato alle Idf, tramite l’organizzazione di supporto Friends of Idf; amico stretto di Benjamin Netanyahu, ha manifestato solidarietà pubblica durante la guerra di Gaza e influenza la politica americana pro-israeliana tramite una serie di think tank. Oracle opera in centri a Tel Aviv e Herzliya focalizzati sull’intelligenza artificiale e sul cloud per la sicurezza nazionale israeliana, contestati dal movimento Bbs per presunta complicità in violazioni dei diritti umani. In perfetto allineamento con il suo principale benefattore, Tbi spinge, anche sul governo laburista britannico, per l’implementazione di carte di identità digitali e di una governance basata su Ai, mentre da alcuni critici è vista come “promotore” per le vendite di Oracle a governi mondiali.

E consiglia il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman sulle riforme di Vision 2030, nonostante Salman sia riconosciuto come mandante del barbaro omicidio del giornalista di opposizione Jamal Khashoggi.

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giovedì 2 ottobre 2025

La UE guerrafondaia e MicroMega - Enrico Grazzini

 

L’Unione Europea e la Nato si armano contro la Russia per nascondere i loro fallimenti

Perché l’Europa corre verso il riarmo? La risposta della Nato e dell’Unione Europea, e anche purtroppo di gran parte della sinistra storica, è questa: l’Europa deve riarmarsi per potere contrastare la Russia che ha invaso l’Ucraina e che vuole attaccare tutta l’Europa. Ma il tiranno Vladimir Putin è veramente l’unico colpevole dell’attacco all’Ucraina? La Nato è una colombella innocente? Washington in Ucraina ha difeso i suoi interessi imperiali oppure la libertà degli ucraini? La Nato è davvero un’organizzazione che difende la democrazia? o è invece una macchina militare che non ha avuto scrupoli nell’attaccare illegalmente la Serbia, storicamente uno Stato amico della Russia, e di creare con le sue bombe il Kosovo, ovvero un nuovo Stato dentro l’Europa dove, tra l’altro, ha insediato una sua base militare? Se la Nato è un’organizzazione militare che difende l’Europa, perché ha attaccato l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia provocando decine di migliaia di morti innocenti, per lasciare poi terra bruciata? Perché la Nato, guidata dall’ex presidente americano Joe Biden, ha promesso all’Ucraina di poterne farne parte se i governi ucraini e gli oligarchi di Kiev erano da tutti considerati corrotti e fuori dalla democrazia? Putin è davvero così pazzo da scontrarsi con la Nato per invadere anche tutta l’Europa? Infine: riarmarsi è la risposta giusta per dare più sicurezza all’Europa? Solamente se si risponde a queste domande si riesce a comprendere quali potrebbero essere realmente le difficili vie della pace.

In tutta Europa si diffonde una cagnara ridicola, ma pericolosissima, su come i paesi della Nato e dell’Unione Europea dovrebbero difendersi dall’imminente invasione russa e su come prepararsi alla guerra con la Russia. Secondo i piani attuali della Nato e della UE, sua fedelissima sorellastra minore, la guerra in Ucraina non dovrebbe finire mai: l’Ucraina, anche dopo la fine del conflitto, dovrebbe iperarmarsi, diventare una spina nel fianco, un “porcospino” (come afferma ripetutamente la guerriera valchiria Ursula von der Leyen) ovvero una minaccia permanente per la sicurezza russa. In tale maniera la guerra con la Russia diventerebbe ovviamente quasi certa. Il piano folle e bellicista dell’Unione Europea – spinta soprattutto dai governi della Polonia (38 milioni di abitanti) e dai paesi baltici (circa 6 milioni), paesi che insieme non rappresentano neppure un decimo della popolazione della U, e che sono ultranazionalisti e storicamente nemici giurati della Russia – è di armare l’Ucraina fino ai denti e metterci dentro truppe e missili europei mirati su Mosca. Così Bruxelles getta l’Europa nella più completa insicurezza; si inasprirà lo scontro con la Russia e questo potrà avere esiti catastrofici. Kaja Kallas, attuale Alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, ha già dichiarato senza pudore che la guerra in Ucraina dovrebbe concludersi con la disintegrazione della Russia e la sua divisione in Stati più piccoli. Secondo questa fanatica la Russia è composta da molte nazioni diverse e la sua rottura in Stati separati “non sarebbe una cattiva idea”.1

La verità è che la Russia di Putin non vuole invadere l’Europa, non ne ha né l’interesse (che se ne fa dell’Europa il paese più grande e meno densamente popolato del mondo?) né le forze per conquistarla: la Nato è militarmente molto più potente2. La Russia cerca invece dall’Europa e dall’America di Trump una garanzia di sicurezza che Bruxelles – sede dei quartieri generali della UE e della Nato – non vuole darle. Perché allora l’Unione Europea spinge per la corsa alle armi e alla guerra? La verità è che ormai i gruppi di potere che dominano la UE hanno fallito su tutti i fronti. La verità è che le elite dominanti di Francia e Germania, in gravissima difficoltà politica e economica, stanno pompando il nemico russo per nascondere i disastri che hanno provocato. La verità è che l’Ucraina è stata usata dalla Nato per provocare uno scontro con la Russia sulla pelle degli ucraini. La verità è che la Nato ha provocato la guerra in Ucraina e è colpevole dell’illegale invasione russa come e forse più di Putin. La verità è che se i popoli non manifesteranno con forza la loro volontà di pace e se continuerà l’escalation bellicista, purtroppo si avvicinerà la guerra atomica.

Le guerre illegali della Nato

La sinistra storica scambia la Nato – promossa dagli Stati Uniti all’inizio della Guerra Fredda per legare gli Stati europei alla lotta contro l’URSS comunista prima, e poi contro la Russia post-sovietica – per un’associazione puramente difensiva che promuove i sacri valori occidentali della democrazia e dello Stato di diritto e che ci difende per amore della Libertà da “l’orco russo”, come il presidente francese ha definito Putin! Niente di più falso. La sinistra tradizionale europea e italiana si dimentica che la Nato non è un’associazione di boy-scout. È un’organizzazione diretta dagli americani che ha condotto guerre illegali, di attacco (e non di difesa) in Serbia, in Afghanistan, in Iraq e in Libia, guerre di aggressione per le quali anche gli europei, anche gli italiani hanno versato il sangue dei loro soldati. La Nato ha sempre perso queste guerre che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime innocenti e che hanno diffuso il terrorismo in Europa e nel mondo. In Ucraina la UE ha seguito la politica della Nato: ma provocare la Russia ai suoi confini è stata un’idea rovinosa non solo per l’Ucraina ma anche per il vecchio continente. Attualmente i russi stanno vincendo la guerra e avanzano conquistando sempre più territori. Trump si sgancia dalla guerra mentre Germania, Francia, Gran Bretagna e Polonia vogliono prendere il posto degli americani per armare l’Ucraina contro la Russia. Dalla padella alla brace!

La sinistra europea vuole l’escalation in Ucraina? Schlein e il caso MicroMega

Il paradosso è che la sinistra europea e italiana hanno scambiato gli amici con i nemici e viceversa. La Nato non è amica dell’Europa ma dell’America. Washington da decenni, fin dal crollo dell’URSS, fin dalla nascita dell’Ucraina nel 1991, ha pianificato l’incorporazione dell’Ucraina nella Nato. L’obiettivo di Washington non era certo di difendere il popolo ucraino dai russi: l’obiettivo degli americani – peraltro dichiarato esplicitamente, basta sapere leggere l’inglese! – è sempre stato fin dall’inizio quello di inglobare Kiev nel suo sistema bellico per contrastare e umiliare la Federazione russa e per focalizzarsi in Asia sul nemico principale: la Cina. L’Ucraina, lusingata con false e vigliacche promesse di incorporazione nella Nato, è stata sacrificata dagli americani nella lotta contro la Russia per tentare di indebolire e sconfiggere Mosca! La guerra dell’America contro la Russia è stata anche, e forse soprattutto, una guerra contro l’Europa, in particolare per impedire la saldatura tra la florida economia industriale tedesca e la potenza energetica e mineraria della Russia. Gli americani in Ucraina hanno manovrato non solo contro la Russia ma soprattutto contro l’Unione Europea e la Germania, forte delle forniture energetiche di Mosca. Non a caso uno dei primi atti di guerra è stato il sabotaggio del gasdotto North Stream2 a opera dei servizi ucraini e magari di altri servizi alleati. La guerra americana in Ucraina e le controproducenti sanzioni contro Putin hanno provocato una grave crisi energetica e il blocco dell’economia europea; inoltre la guerra americana ha fatto precipitare la crisi economica e politica della Germania e della Francia e di molti altri paesi europei, e ha sollevato un’ondata di proteste sfruttate soprattutto dalla destra estrema. Con la guerra in Ucraina l’Europa è diventata una quasi colonia americana. La guerra ha posto l’Europa in una posizione di quasi completa sudditanza energetica, commerciale, finanziaria, tecnologica, geopolitica e militare verso gli USA e ha provocato la crisi profonda della democrazia. Un disastro politico di prima grandezza per l’Europa. Grazie alla von der Leyen e alla sue bellicose politiche – ma anche grazie alla sinistra europea e italiana che non sa sganciarsi e opporsi alla Nato e a Ursula – oggi l’Europa è sull’orlo dell’abisso di una guerra che potrebbe diventare rapidamente atomica.

E’ la Nato che dirige oggi l’Europa, mentre la UE è in preda a una crisi comatosa. Oggi il vero collante dell’Unione Europea è la Nato guidata da Trump anche se, paradossalmente, Trump sembra attualmente più amico di Putin che della von der Leyen! Trump è ondivago e inaffidabile: ma sembra che abbia rovesciato la politica del suo predecessore Biden e, poiché i russi stanno vincendo in Ucraina e non vuole uno scontro frontale con la prima o seconda potenza atomica del mondo, si disimpegna dal conflitto e lascia il cerino acceso nelle mani degli europei. Che, invece di spegnere le fiamme e cercare di portare a casa il salvabile, assurdamente gettano benzina sul fuoco. Un folle strano caso di suicidio geopolitico! La UE di Ursula segue come una fedele e vecchia domestica la Nato del segretario olandese Mark Rutte e il cancelliere tedesco Friedrich Merz nello scontro frontale con la Russia di Putin, anche se questi fino a tre anni fa era il più stretto partner economico dell’Europa! Ursula von der Leyen rappresenta più gli interessi di Washington, di Berlino e di Varsavia che dei popoli europei. Questa è la cruda realtà, e con questa occorre fare i conti.

Il problema politico principale è che la sinistra storica italiana e europea non comprende, o non vuole comprendere, che cosa è effettivamente la Nato. Il Partito Democratico, i media, come Repubblica e Micromega, e gli intellettuali che pretendono di essere di sinistra, progressisti e illuministi, promuovono la falsa idea che la Nato sia una generosa e cavalleresca associazione che difende la libertà e aiuta i paesi più deboli a difendersi. Ma questo è un rovesciamento della realtà storica. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha dichiarato a proposito dell’Ucraina «Ho avuto una posizione molto dubbiosa sull’invio delle armi all’Ucraina perché ho compagne e compagni che hanno votato a favore nel Parlamento. Secondo me non è con le armi che risolveremo il conflitto con una potenza nucleare, e da federalista europea convinta – quindi con nessun dubbio sulla mia collocazione europea e atlantica – vorrei vedere un ruolo più forte dell’Unione europea nel cercare una via per porre fine alla guerra».3 Schlein conferma dunque di essere allineata all’atlantismo e al dogma europeista e, nello stesso tempo, si dichiara pacifista e rispettosa dell’articolo 11 della Costituzione e ripudia la guerra. Una posizione quanto meno contraddittoria. Occorre però sottolineare che la segretaria del PD è più a sinistra del suo partito: sull’Ucraina – come anche sulla guerra di annientamento che Israele sta conducendo contro il popolo palestinese – il PD è molto più a destra della Schlein, e è completamente filo-Nato. Il risultato è che la sinistra tradizionale, che storicamente è sempre stata a favore della pace, è invece oggi a favore della guerra. Infatti volere una “pace giusta” in Ucraina significa non volere la pace, perché la pace possibile è dettata dal vincitore e non dalla dea Giustizia, e in Ucraina è la Russia che sta vincendo.

Insieme al PD, anche la maggioranza degli intellettuali di sinistra è schierata a favore delle politiche della Nato in Ucraina e del riarmo europeo contro la Russia: un esempio clamoroso di questa distorsione a favore dell’impegno occidentale in Ucraina – volontaria o involontaria che sia – sono gli scritti della direttrice di Micromega Cinzia Sciuto che difende a spada tratta, in nome della libertà e della democrazia, il diritto dell’Ucraina di abbandonare la decennale politica di neutralità militare e di chiedere l’ingresso nella Nato. La filosofa Sciuto difende così di fatto il diritto della Nato di installare le sue basi militari in Ucraina contro la Russia. Nel suo articolo “Diritto o barbarie” sul numero 4 del 2025 di Micromega Sciuto scrive che: “Molti, in nome dell’antimperialismo, hanno rifiutato di condannare l’aggressione russa, sostenendo che si trattasse di una risposta legittima all’espansione della NATO, e hanno interpretato la resistenza ucraina all’invasione come una guerra per procura degli USA alla Russia, ignorando i fermenti democratici che hanno attraversato l’Ucraina fin dall’Euromajdan. Un clamoroso tradimento da parte della sinistra”.

E’ vero che le manifestazioni di piazza Maidan del 2014 per la democrazia erano partecipate da migliaia di manifestanti che volevano veramente che il loro paese “entrasse in Europa”, fuggisse dalla morsa degli oligarchi del loro paese e diventasse più ricco, prospero e “occidentale”; ma è certamente altrettanto vero che durante gli scontri armati di EuroMaidan erano attivi squadroni di estrema destra addestrati dalla CIA per ribaltare il governo democraticamente eletto del presidente filorusso Viktor Janukovyč. La Sciuto, che pure dirige una rivista che si proclama illuminista e di sinistra, nel suo articolo ignora del tutto il decennale intervento americano per sovvertire il potere in Ucraina in modo da fare diventare questo paese un’arma puntata contro la Russia. Solo i filosofi che credono a Babbo Natale e a Cappuccetto Rosso possono credere che il colpo di stato in Ucraina che costrinse alla fuga Janukovyč sia stato accidentale e prodotto dalle “spontanee manifestazioni democratiche”. Nel 2008 in una visita a Kiev, il presidente americano George W. Bush junior proclamò che “Aiutare l’Ucraina a procedere verso l’adesione alla NATO è nell’interesse di ogni membro dell’alleanza e questo contribuirà a promuovere la sicurezza e la libertà in questa regione e nel mondo”4. Sciuto è d’accordo con George Bush? Che ha invaso l’Iraq per combattere inesistenti “armi di distruzione di massa”? Il problema della Sciuto – e della sinistra tradizionale – è niente di meno quello di dimenticare, sottovalutare o ignorare il ruolo dell’America e della Nato, e di fraintendere completamente che cosa è e che cosa ha fatto la Nato, la stessa Nato che è strettissima alleata di Israele e del governo Netanyahu che pure la Sciuto contrasta. Due pesi e due misure?

Il diritto internazionale è sicuramente stato violato dall’invasione illegale della Russia in Ucraina, come denuncia Sciuto. Ma questa invasione non cade dal cielo, non è la decisione notturna di Putin in preda a un delirio di onnipotenza: l’aggressione russa non è stata il primo ma l’ultimo atto di uno scontro che è durato circa 30 anni, che è cominciato già nel 1991 quando l’Ucraina è diventata indipendente dopo il crollo dell’URSS. E’ la Nato americana che, nonostante la fine della Guerra Fredda, o proprio a causa della fine della Guerra Fredda, ha approfittato subito della tremenda crisi russa per iniziare a spostare i suoi cannoni vicino alle frontiere dell’ex URSS.

1Naapuriseuran Sanomat Estonian Prime Minister proposes breaking up Russia into “small states” 25.5.2024

2LaFionda.it |Enrico Grazzini La retorica della minaccia russa come alibi per il riarmo europeo 26 Ago , 2025

3Pagella Politica Carlo Canepa Che cosa pensa Schlein sulle armi all’Ucraina 01 marzo 2023

4The Guardian Bush-Putin row grows as pact pushes east Luke Harding a Mosca, Julian Borger a Bucarest e Angelique Chrisafis a Parigi 2 aprile 2008

da qui

mercoledì 1 ottobre 2025

I COLONIZZATORI PROPONGONO IL PIANO DI “PACE” AI COLONIZZATI - Gianni Lixi

 

Il cosidetto piano Trump 2,3,4…(non si capisce a che numero siamo arrivati) piace a tutti, quasi tutti…tutti (come direbbe Jannacci). Piace ad Israele (che lo ha scritto a Trump), alla Francia, alla Germania, all’ UK, all’Italia, piace all’Europa di UVL (e figuriamoci), ma anche a tutti i vassalli degli USA: Arabia Saudita, Giordania, UAE, Egitto, Turchia, Pakistan e sorprendentemente anche all’Indonesia.

Un piano dove non c’è una sola garanzia che i palestinesi potranno vivere liberi nella propria terra. Anzi c’è il germe della nuova colonizzazione. A testimonianza di questo la risibile chiamata di Tony Blair, che dovrebbe essere trattato come criminale di guerra per i milioni di morti in Iraq, inglese, appartenente al paese che con la dichiarazione di Balfour ha messo le basi per il genocidio in corso. Blair che da PM dal 2008 al 2015 non ha mai mosso un dito per impedire l’occupazione di terre e l’estensione delle colonie da parte dei coloni israeliani.

Ai Palestinesi è lasciata solo la scelta di abbandonare la lotta e consegnare i prigionieri. Solo così il genocidio potrà finire. Il GENOCIDIO! Cioè lo sterminio di un popolo. Si sfrutta l’orrore e lo si mette sul tavolo delle trattative. Solo questo basterebbe a considerqre questo piano come uno spregiudicato piano di guerra altro che pace! Nessuna garaznzia che israele si ritiri da Gaza. Anzi la certezza che ci rimarrà secondo le stesse dichiarazioni di Netanyhau. Nessuna garanzia che smettano di occupare, che israele si ritiri dai territori occupati, che cessi l’apartheid. Nessuna garanzia all’autodeterminazione.

Il sangue di 66000 palestinesi lavato da altro orrore, quello di usare lo stop al genocidio con la resa. Tutti questi morti non sono morti per questo. Tutti questi morti sono morti per ottenere quello che si è ottenuto, l’isolamento di israele.

E d’altra parte questo piano è la prova provata del fallimento di israele: non è riuscito nella pulizia etnica di Gaza dove sarebbe dovuta sorgere la “Gaza Riviera”, non è riuscita a liberare gli ostaggi con la forza come aveva detto, non è riuscita ad annientare la resistenza palestinese come ripetutamente detto dai generali israeliani.

E dire che è tutto scritto! Israele deve rispettare le leggi internazionali. Tutti gli altri paesi devono obbligare israele a rispettarle.

Quando la resistenza Palestinese dirà no a questa proposta io sarò molto triste per il tanto, troppo sangue palestinese che ancora scorrerà, l’unico conforto sarà la convinzione che sarà la scelta giusta per una Palestina veramente libera.

da qui

Ucraina, Moni Ovadia: "ecco perché ammiro Putin, è un grandissimo statista"

 

La legalità della Global Sumud Flotilla e gli obblighi di protezione dell’Italia

L’azione della Global Sumud Flotilla è legittima. Con questo documento come ASGIGIURISTI DEMOCRATICI e Comma 2–Lavoro è Dignità vogliamo fornire chiarezza sulle norme del diritto internazionale applicabili e sulle responsabilità derivanti dalla loro violazione, anche alla luce di affermazioni contrarie al diritto internazionale espresse da esponenti del Governo italiano.

Mentre la Global Sumud Flotilla ha ripreso la navigazione per portare viveri e medicinali indispensabili a Gaza, dopo essersi dovuta fermare per riparare i danni causati dall’attacco israeliano subito in acque internazionali, che ha messo a repentaglio la sicurezza della navigazione e degli equipaggi, le Associazioni ASGI,  GIURISTI DEMOCRATICI e Comma 2–Lavoro è Dignità ritengono indispensabile dare il proprio contributo facendo chiarezza sulle norme del diritto internazionale applicabili, e sulle responsabilità di chi quelle norme viola. E ciò soprattutto alla luce di una serie di affermazioni contrarie al diritto internazionale espresse anche da esponenti del Governo italiano.

Innanzitutto, è necessario ribadire che l’azione della Global Sumud Flotilla è perfettamente conforme al diritto internazionale e non sta violando alcuna norma. E ciò né con riferimento all’attuale navigazione in acque internazionali, né nel prosieguo della propria rotta fino alle coste di Gaza.

Costituiscono invece palese violazione del diritto internazionale l’attacco armato alle imbarcazioni della Sumud Flotilla, il blocco navale israeliano al largo di Gaza con l’isolamento della striscia e la conseguente carestia che ha colpito la popolazione civile, il considerare come israeliane le acque antistanti la costa di Gaza.

Con riferimento alla qualificazione giuridica delle acque antistanti Gaza va infatti ribadito che i limiti di quelle acque non segnano i confini di Israele né acque territoriali israeliane, bensì palestinesi, e ciò indipendentemente dalla scelta politica di riconoscere o meno lo Stato di Palestina.

Il diritto internazionale impone, infatti, che non si possano riconoscere effetti giuridici ad annessioni territoriali illecite, di conseguenza è illecito qualsiasi riconoscimento di sovranità territoriale israeliana sul mare antistante Gaza.

L’occupazione e l’annessione di territori palestinesi da parte di Israele è illecita, come da ultimo affermato dalla Corte internazionale di giustizia (International Court of Justice, Legal Consequences arising from the Policies and Practices of Israel in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, Avisory Opinion, 19 July 2024), che ha ribadito come «Israele non abbia diritto alla sovranità su alcuna parte del Territorio palestinese occupato e non possa esercitarvi poteri sovrani in virtù della sua occupazione» (§ 254). In conseguenza di ciò la Corte non solo ha affermato l’obbligo di Israele di «mettere fine alla sua presenza illecita nel più breve tempo possibile» (§ 267), ma ha anche affermato per tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, e quindi ovviamente anche per lo Stato Italiano, l’obbligo di non riconoscere in alcun modo la presenza illecita di Israele nei Territori Palestinesi e di non attribuire alcuna conseguenza giuridica alla situazione creata da Israele con l’occupazione illecita; inoltre tutti gli Stati devono «vigilare affinché sia posto fine a ogni ostacolo all’esercizio del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione derivante dalla presenza illecita di Israele nel Territorio palestinese occupato» (§§ 278, 279). Facendo seguito a tali conclusioni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con Risoluzione del 13 settembre 2024 (A/ES-10/L.31/Rev.1) ha imposto ad Israele un termine massimo di 12 mesi (scaduti quindi il 13 settembre 2025) per cessare l’occupazione illecita, ribadendo il divieto per tutti gli Stati di riconoscere effetti legali all’occupazione.

Ne consegue che come non è territorio israeliano Gaza, non sono israeliane le acque antistanti le sue coste, e qualsiasi affermazione di segno diverso da parte dei rappresentanti dello Stato italiano costituisce violazione dell’obbligo di non riconoscimento della situazione.

ASGI, GIURISTI DEMOCRATICI e COMMA 2 ricordano, peraltro, che la definizione dei confini degli spazi marini e la disciplina dell’esercizio di poteri sovrani in mare è contenuta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), ratificata sia dall’Italia sia dallo Stato di Palestina e che quindi vincola entrambe le parti.

Con riferimento all’intenzione dichiarata dalla Global Sumud Flotilla di portare gli aiuti fino a Gaza nonostante il blocco navale istituito da Israele sin dal 2009, va precisato che anche in questo caso l’azione della Flotila risulta conforme al diritto internazionale, e quindi perfettamente lecita, mentre costituisce violazione del diritto internazionale e illecito uso della forza ogni attacco alle navi della Flotilla messo in atto dallo Stato di Israele. Anche senza voler indagare sulla illegittimità sin dall’inizio di questo blocco navale, il blocco infatti è sicuramente illecito e non può essere forzatamente mantenuto nei confronti di navi che portino aiuti umanitari nella situazione in cui versa attualmente la popolazione di Gaza. Il diritto internazionale umanitario impone infatti alle parti in conflitto di garantire un adeguato approvvigionamento di viveri e altri beni necessari per popolazione civile di territori occupati (si vedano gli artt. 23 e 55 della Quarta Convenzione di Ginevra sulla protezione della popolazione civile nei conflitti armati, e, per quanto riguarda l’esistenza di una norma consuetudinaria di eguale contenuto anche con riferimento ai conflitti armati non internazionali l’ampio e universalmente riconosciuto studio pubblicato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa). È quindi palesemente illegittimo un blocco navale la cui finalità, o anche solo il cui effetto, sia privare di cibo e altri beni di prima necessità una popolazione civile non adeguatamente approvvigionata in altro modo.

Tanto più illegittimo risulta ovviamente un blocco che, come quello di cui qui si tratta, costituisce strumento di una generalizzata campagna volta a colpire la popolazione civile e che costituisce crimine contro l’umanità e crimine di guerra, fino ad essere strumento della attuale campagna genocidaria.

ASGI, GIURISTI DEMOCRATICI e COMMA 2 ricordano che tutte le ordinanze sulle misure provvisorie emanata dalla Corte Internazionale di Giustizia nell’ambito della controversia relativa all’Applicazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio nella Striscia di Gaza (International Court of Justice, Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide in the Gaza Strip (South Africa v. Israel)ordinanza del 26 gennaio 2024ordinanza del 28 marzo 2024ordinanza del 24 maggio 2024) impongono ad Israele precise misure di prevenzione del genocidio, tra cui l’assicurare l’arrivo di beni di prima necessità per la popolazione di Gaza. Il contino aggravarsi della situazione e le esplicite dichiarazioni di rappresentanti dello Stato di Israele provano la palese volontà dello Stato di non dare alcun seguito alle ordinanze, in violazione non solo del diritto internazionale sostanziale ad esse sotteso ma anche degli obblighi derivanti dall’accettazione della giurisdizione della Corte.

Alla luce di quanto precede ASGI, GIURISTI DEMOCRATICI e COMMA 2 ribadiscono l’illiceità di qualsiasi attacco alle navi della Global Sumud Flotilla e la legittimità internazionale di azioni in protezione messe in atto da navi militari italiane poste a salvaguardia delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla battenti bandiera italiana. Anche qualora tali azioni comportassero l’uso della forza, come per esempio abbattere i droni preposti all’attacco, l’uso della forza necessario a proteggere le imbarcazioni italiane e i membri degli equipaggi sarebbe internazionalmente lecito. Tali azioni di protezione risultano inoltre doverose in considerazione del fatto che tutte le persone a bordo di navi battenti bandiera italiana sono sottoposte alla giurisdizione italiana ai sensi dei trattati sui diritti umani ratificati dall’Italia e che impongono allo Stato di adottare, con dovuta diligenza, tutte le misure necessarie per proteggere la vita umana. Uno spogliarsi dell’obbligo di protezione da parte dello Stato italiano, a fronte dell’evidente estremo pericolo nel quale sarebbero poste in caso di un attacco in mare, lo renderebbe quindi responsabile della violazione di tali convenzioni.

Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione

Giuristi Democratici

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