lunedì 24 aprile 2023

Do you remember Lehman Brothers? Il fallimento della banca dell’innovazione e l’enigma delle grandi dimissioni – Christian Marazzi

 

Il recente fallimento della Silicon Valley Bank, la «banca dell’economia globale dell’innovazione», squaderna questioni e domande decisive. In questa nuova puntata del «Diario della crisi», Christian Marazzi spiega in modo illuminante che cosa sta accadendo e la posta in palio, analizzando il ruolo della banca centrale, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Titoli di Stato, il possibile precipitare degli investimenti delle start-up di tecnologia climatica legati alla Svb. In un contesto in cui, negli ultimi anni, i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti, l’autore spiega come il problema di fondo della politica della Fed sia il suo essere monetarista, tutta incentrata cioè sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Sotto le politiche della Fed, dunque, sembra riaffacciarsi l’enigmatico spettro dei comportamenti del lavoro vivo e delle «grandi dimissioni».

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Non solo start-up

A un primo livello d’analisi, il fallimento della Silicon Valley Bank (la «banca dell’economia globale dell’innovazione») appare come una tipica crisi da bank run, da corsa agli sportelli causata dal panico dei depositanti, per lo più «startupper» nel settore digitale, per recuperare quanta più possibile liquidità da una banca, la loro, sull’orlo del crac. «Per capire – scrive Paolo Mastrolilli su «la Repubblica» di domenica 12 marzo, riassumendo la narrazione generale – bisogna partire dall’origine della crisi. Prima del Covid, alla fine del 2019, i depositi presso la Svb erano triplicati, da 62 a 189 miliardi di dollari, grazie all’esplosione delle start-up tecnologiche. La banca aveva investito larga parte di questi fondi in obbligazioni del Tesoro, che fruttavano in media l’1,79%. Quando nel marzo scorso la Federal Reserve aveva iniziato ad alzare i tassi per frenare l’inflazione, aveva provocato due effetti molto negativi: primo, il valore dei bond nel portafoglio di Svb era sceso, creando significative perdite sulla carta; secondo, le compagnie tecnologiche che costituivano il grosso della sua clientela si erano trovate in difficoltà, iniziando i prelievi». Durante i giorni che precedono il venerdì nero (10 marzo), si è tentato un salvataggio coinvolgendo la Goldman Sachs, che consisteva nel cercare di colmare la differenza tra la liquidità raccolta dalla vendita dei Buoni del Tesoro detenuti dalla banca e la domanda di liquidità dei depositanti. «Il salvataggio però non è stato gestito bene, si è sparsa la voce del buco, le compagnie di venture capital hanno consigliato ai clienti di ritirare i fondi e solo giovedì la banca ha dovuto fronteggiare richieste per 42 miliardi»[1].

Già a questo livello, si possono enucleare alcune questioni che andranno approfondite in seguito.

In primo luogo, il ruolo della banca centrale, con la sua politica monetaria anti-inflativa, in particolare la rapidità con la quale lo scorso anno ha perseguito l’aumento dei tassi di interesse. Come ricorda Kenneth Rogoff, i rialzi dei tassi d’interesse «agiscono in due modi. Sono una manna per le banche (e i loro profitti) perché permettono di alzare i tassi sui prestiti. Ma sono una disgrazia perché le aziende investono meno e il flusso di denaro rallenta»[2]. Cosa rendeva la Svb particolarmente vulnerabile? Secondo Peter Coy, del «New York Times», «uno dei motivi è che molti dei suoi prestiti sono nel settore tecnologico che, come sappiamo da qualche mese, sta andando male. Un’altra ragione, forse più importante, è che si basa fortemente su depositi di istituzioni piuttosto che sui depositi di individui. Le persone che gestiscono aziende high tech, fondi di investimento, hedge funds o società di criptovalute[3], sono sempre alla ricerca del rendimento più alto che possono guadagnare; quindi sono veloci a togliere denaro da una banca e metterlo, ad esempio, in un fondo del mercato monetario. Inoltre, le istituzioni si affretteranno a ritirare i loro soldi da una banca se pensano che potrebbe fallire, o perché temono che altri tirino fuori i loro soldi»[4]. C’è inerzia nel reagire quando i depositanti sono individui, mentre uno degli effetti della digitalizzazione è che accelera la velocità di disintermediazione da parte delle aziende che (re)agiscono in tempo reale alle minime oscillazioni finanziarie.

In secondo luogo, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Treasury bonds, i Titoli di Stato acquistati dalle banche e detenuti «in pancia» come riserve sicure («massimamente liquide») per effettuare le operazioni di credito e di investimento ben oltre il volume di depositi. Essendo a reddito fisso, quando i rendimenti sui Buoni del Tesoro aumentano, necessariamente il loro valore diminuisce[5]. Così, quando li si vende per procurarsi liquidità, si incassa un bel po’ meno di quanto erano costati in origine[6].

Come ha scritto Paul Krugman, la Svb ha parcheggiato gran parte dei suoi enormi depositi «in attività estremamente sicure, principalmente obbligazioni a lungo termine emesse dal governo degli Stati Uniti e da agenzie sostenute dal governo. Per un po’ ha fatto soldi perché, in un mondo a bassi tassi d’interesse le obbligazioni a lungo termine pagano tassi di interesse più elevati rispetto alle attività a breve termine, compresi i depositi bancari». Però, quando i tassi di interessi a breve termine sono aumentati, addirittura oltre quelli a lungo termine[7], lo spread da cui dipendevano i profitti di Svb sono scomparsi, oltretutto trascinando verso il basso il valore delle obbligazioni, il che ha causato grandi perdite di capitale. «E questo, ovviamente, è esattamente ciò che è successo quando la Fed ha alzato i tassi di interesse per combattere l’inflazione»[8].

Si noti che il 96% dei depositi di Svb non è coperto dalla garanzia di rimborso della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), che assicura depositi fino a 250 mila dollari. Il ministro del Tesoro, Janet Yellen, si è affrettata a rassicurare i mercati dicendo che (per evitare un’altra Lehman Brothers) stanno cercando una soluzione per raccogliere fondi con cui rimborsare anche i depositi non assicurati. Non si tratta, così si sostiene, di un salvataggio della banca e dei suoi azionisti con i soldi dei contribuenti (come fu nel 2008), ma del salvataggio dei depositanti che, un po’ ingenuamente, hanno messo tutti i loro soldi in una sola banca e ora, da buoni liberisti libertari, si aspettano di essere salvati dallo Stato (secondo il «Wall Street Journal», ma anche secondo altri analisti, si tratta comunque di un «de facto bailout»[9]). Definire l’intervento dello Stato non è una questione di poco conto, è in gioco la soglia di «azzardo morale» (moral hazard) che legittimerà il prossimo ciclo speculativo e, anche, la soglia di sopportabilità sociale e civile di un sistema politico-finanziario che mentre si inalbera contro l’indebitamento «troppo elevato» degli studenti, per dire, rivendica la protezione pubblica degli interessi finanziari privati. Vale sempre il vecchio adagio: «privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite».

A partire da lunedì 13 tutti i depositi, assicurati e no, sono disponibili. Inoltre, la banca centrale mette a disposizione uno sportello di liquidità per aiutare le banche, in particolare le banche regionali, a rispondere alle richieste dei clienti in caso di fuga. Nel frattempo, in Inghilterra, la Svb Uk è stata acquistata (per una sterlina) dalla Hsbc.

In terzo luogo, benché la Svb sia una banca focalizzata prevalentemente sul settore digitale, le condizioni esterne che hanno contribuito a portarla al fallimento valgono per molti altri settori. Nel maggio del 2018 Trump, anche su pressione di banche come la stessa Svb, aveva alzato da 50 a 250 miliardi di attivo il tetto per le banche considerate troppo grandi per fallire (too big to fail), tornando indietro rispetto al Dodd Frank Act emanato dopo la grande crisi del 2008. In questo modo la stragrande maggioranza delle banche Usa ha potuto operare senza grandi controlli da parte della Fed e il fallimento della Svb è il risultato di questa politica di eccessiva deregulation[10]. Il calo in borsa tra il 20 e il 70% di First Republic e Western Alliance, il fallimento della Signature Bank, dopo la chiusura di Silvergate (entrambe società di criptovalute), sono solo esempi degli effetti collaterali della deregulation liberista trumpiana. La stessa politica monetaria restrittiva della Fed sta mettendo sotto pressione molti altri settori, come ad esempio l’edilizia commerciale dove sono in circolazione 60 miliardi di prestiti a tasso fisso che andranno rifinanziati a breve a condizioni più costose, e 140 miliardi di mutui a tassi variabili che maturano tra due anni[11].

Un aspetto per il momento poco commentato è che la Svb negli ultimi anni ha lavorato con 1.550 aziende tecnologiche che stanno sviluppando progetti di energia solare, di idrogeno e stoccaggio di batterie. «La Silicon Valley Bank era per molti versi una banca climatica», ha dichiarato Kiran Bhatraju, amministratore delegato di Arcadia, una delle più grandi comunità d’energia solare del paese. I progetti solari comunitari sembrano essere particolarmente colpiti dalla crisi. La Svb aveva diretto o partecipato al 62% degli accordi di finanziamento per progetti solari comunitari, che sono progetti su piccola scala che servono aree residenziali a basso reddito. Il crollo della Svb minaccia di far deragliare quella che era una parte in rapida crescita del settore del capitale di rischio (venture capital). Più di 28 miliardi di dollari sono stati investiti in start-up di tecnologia climatica nel 2022, in forte aumento rispetto all’anno precedente. Molte delle aziende che con la crisi della Svb stanno ridimensionando le loro operazioni, se non semplicemente chiudendo, erano pronte a sfruttare i crediti d’imposta inclusi nell’Inflation Reduction Act, la legislazione federale sul clima firmata da Biden lo scorso anno[12].

 

La Fed contro la classe operaia

Il fallimento della Svb, se da una parte si iscrive nella crisi del settore dell’high tech digitale con l’ondata di licenziamenti che da mesi ormai attraversa l’intero settore (vedi il «Diario» di gennaio); se, d’altra parte, si spiega per alcune specificità della banca stessa (monocoltura, il suo essere prevalentemente una banca di gestione e investimento dei depositi dei suoi clienti); se, ancora, sconta le conseguenze della deregolamentazione eccessiva di trumpiana memoria, che ha abbassato non poco il livello di guardia delle autorità di vigilanza; se, infine, non sembra paragonabile alla crisi sistemica della Lehman Brothers del 2008 e ai suoi effetti macroeconomici globali, nondimeno evidenzia un serio problema per quanto attiene la strategia monetaria della Fed come di tutte le banche centrali.

La reazione dei mercati tra lunedì 13 e martedì 14 non permette di capire la portata della crisi, la sua profondità e estensione. Per questo occorreranno ancora alcuni giorni. Di sicuro la paura del contagio, così come le rassicurazioni delle autorità monetarie e politiche, contribuiscono ad acuire la volatilità dei mercati, peraltro già alquanto volatili prima dello scoppio della crisi.

Una cosa è però apparsa chiara sin da subito: i mercati e gli investitori dimostrano di volere che la banca centrale freni, addirittura congeli la sua politica restrittiva basata sugli aumenti dei tassi già previsti per i prossimi mesi, ribaditi con fermezza da Joe Powell solo cinque giorni prima del crack della Svb. Si dava per certo un prossimo aumento dei tassi dello 0,5%, ma la corsa degli investitori agli acquisti dei Buoni del Tesoro a due anni ha fatto precipitare il rendimento sotto il 4% in un solo giorno (avevano superato il 5% esattamente una settimana fa, lasciando presagire una recessione imminente), un calo record mai visto dal 1987.

Nei mesi scorsi, i mercati finanziari auspicavano che l’economia entrasse in recessione, perché in tal caso le autorità monetarie abbassano i tassi di interesse per frenarne gli effetti e la durata. La riduzione dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, per i mercati finanziari significa la ripresa degli investimenti speculativi, e quindi delle rendite finanziarie.

Il fatto è che la recessione non è scoppiata, c’è stato anzi un forte aumento dell’occupazione, un aumento medio del potere d’acquisto e della capacità di indebitamento dei consumatori americani[13], il tutto accompagnato da un processo disinflazionistico (pare che Powell abbia pronunciato la parola disinflazione ben undici volte nella sua conferenza stampa d’inizio febbraio)[14].

Per i mercati questi dati sono la prova che la spinta espansiva convive con un’inflazione in declino, e quindi c’è margine per una riduzione dei tassi d’interesse. Per la Fed, invece, gli stessi dati positivi sono la dimostrazione di una possibile rincorsa salari-prezzi che compromette la battaglia contro l’inflazione. Pochi giorni dopo aver parlato di disinflazione, ecco cosa dice lo stesso Powell: «Dovremo fare più aumenti dei tassi e poi dovremo guardarci attorno a vedere se ne abbiamo fatti abbastanza» (Economic Club, Washington, 7 febbraio).

Ora, come è stato dimostrato da più parti, non solo la crescita dei salari è rallentata, ma laddove vi è stato un aumento è perché sono aumentate le ore settimanali di lavoro (un chiaro aumento del plusvalore assoluto)[15]. Negli ultimi due anni i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti. Secondo il «Washington Post», la quota attuale dei redditi da lavoro sul Pil, scesa al 56%, è tornata al livello del 2014.

Bisogna quindi escludere categoricamente il rischio di una «spirale prezzi-salari» in stile anni Settanta, mentre bisognerebbe parlare di una «spirale prezzo-prezzo», «in cui i prezzi finali sono aumentati più degli aumenti dei prezzi dei fattori di produzione». A dirlo è Lael Brainard, già vice presidente della Fed, ora nominata da Biden a capo del National Economic Council (inflazione da profitti, insomma: vedi il «Diario» di dicembre 2022).

C’è quindi da chiedersi perché la Fed non abbia dato segni di cedimento con la sua politica monetaria anti-inflativa, perlomeno fino alla crisi della Silicon Valley Bank dello scorso 10 marzo. Nel momento in cui scrivo la Fed non si è espressa su cosa farà con i tassi di interesse nei prossimi mesi. È possibile che, per calmare («stabilizzare») i mercati, decida di aumentarli di un solo 0,25%, piuttosto che di mezzo punto percentuale come era programmato. Vedremo.

Si può sostenere che il problema di fondo della politica della Fed è che è monetarista, tutta incentrata sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Si può aggiungere che si tratta di una politica basata su modelli econometrici che si ispirano alla «curva di Phillips», secondo cui esiste una relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione, e quindi, dato che oggi la disoccupazione è ai suoi minimi storici, i prezzi non possono che crescere. Tutto vero, salvo che la Fed, perlomeno dai tempi in cui Janet Yellen era presidente, si è dotata di una rete di sensori sul territorio che le permette di «avere il polso» del paese reale, molto più di quanto si creda.

Forse la risposta sta nel fatto che nell’ultimo anno (2022) vi è stato un forte aumento del numero di scioperi e di interruzioni del lavoro. «L’anno scorso ha visto un aumento del 52% del numero di interruzioni del lavoro rispetto all’anno precedente, con il 60% in più di lavoratori che hanno partecipato alle interruzioni». Se confrontato con la statistica delle lotte nel periodo fordista, si può avanzare l’ipotesi che nel 2022 si sia innescato un ciclo di lotte operaie che sembrava definitivamente irripetibile a partire dagli anni Ottanta[16], gli anni della controrivoluzione liberista.

Si aggiunga che per la Fed gli oltre dieci milioni di posizioni aperte delle aziende (vacancies), che non trovano i dipendenti per riempirle, è la prova che il mercato del lavoro è troppo stretto e preme sui costi delle imprese[17]. Le «grandi dimissioni» sono un fenomeno che sfugge a tutti i modelli econometrici della Fed (e non solo), un «enigma» che, come le lotte operaie per migliori condizioni di vita, va combattuto, estirpato. Anche a costo di andare contro il capitale.

 

NOTE

[1] Per una ricostruzione dettagliata del processo che ha portato al fallimento della Svb, vedi il «Financial Times» del 13 marzo: «Problems at tech sector lender built for years before collapse. SVB absorbed big risk with only modest potential pay-off so as to boost short-term profit». Vedi anche Alessandro Graziani, Svb, il crack che Vigilanza e agenzie di rating non hanno visto arrivare, «Il Sole 24 Ore», 13 marzo 2023.

[2] Kenneth Rogoff, Il panico si è già diffuso. Altri fallimenti non sono esclusi, «la Repubblica», 13 marzo 2023.

[3] Solo la Circle aveva qualcosa come 3,3 miliardi di depositi presso la Svb.

[4] Peter Coy, How to Understand the Problems at Silicon Valley Bank, «NYT», 10 marzo 2023. Si veda anche Huw van Steenis, History can instruct us on the fallout from SVB’s collapse, «FT», 13 marzo 2023.

[5] Se un’obbligazione del Tesoro vale 100 e assicura un reddito di 5, il rendimento sarà pari al 5%. Se la stessa obbligazione perde valore e da 100 scende a 90, per continuare a garantire un reddito di 5 il tasso di rendimento aumenterà al 5,5%. Infatti, 5.55% di 90 da un reddito pari 5.

[6] Le minusvalenze implicite nel portafoglio titoli avevano praticamente azzerato il capitale di Svb già a fine 2022, ma né le Autorità di Vigilanza né le agenzie di rating, che hanno mantenuto il giudizio di investment grade fino al giorno del default, hanno visto arrivare il fallimento della sedicesima banca americana. La storia si ripete.

[7] Si noti che quando Jay Powell, presidente della Fed, martedì 7 se ne è uscito dicendo che la Fed avrebbe continuato a tenere alti i tassi di interesse per combattere l’inflazione, i rendimenti (i tassi) sui Treasury a breve (due anni) sono balzati oltre il 5%, mentre i rendimenti sui Treasury a lungo termine (10 anni) non si sono praticamente mossi. L’inversione della curva dei rendimenti (così si dice quando i rendimenti a breve termine superano quelli a lungo), in cui costa di più prendere a prestito nel breve termine che non nel lungo, di solito significa che nel prossimo anno o due si entrerà in recessione. Dal 1900 ci sono stati 28 casi di inversione della curva dei rendimenti e 22 di questi episodi sono stati seguiti da una recessione (vedi Gillian Tett, The markets go down the rabbit hole, «FT», 10 marzo 2023).

[8] P. Krugman, Silicon Valley Bank is not Lehman, «NYT», 13 marzo 2023.

[9] Vedi Jeanna Smialek – Alan Rapperport, Was This a Bailout? Skeptics Descend on Silicon Valley Response, «NYT», 1 13 marzo 2023. Si veda anche Branko Marcetic, Silicon Valley Bank’s collapse shows little has changed for big banks since 2008, «Jacobin», 13 marzo 2023.

[10] Vedi Davide Serra, Start-up e cripto torneranno con i piedi per terra, «la Repubblica», 13 marzo 2023.

[11] Si veda a questo proposito Paolo Mastrolilli, La crisi di Blackstone la grande bolla immobiliare e i fantasmi del 2008, «la Repubblica A&F», 13 marzo 2023, p. 7.

[12] Vedi David Gelles, Silicon Valley Bank Collapse Threatens Climate Start-Ups, «FT», 12 marzo 2023.

[13] Quando si parla di crescita dei consumi occorre sempre distinguere tra consumi produttivi (salari) e improduttivi (rendite parassitarie, profitti e sovraprofitti). Negli ultimi due anni sono soprattutto questi ultimi che sono particolarmente cresciuti.

[14] Riprendo qui di seguito un articolo molto documentato di Nicola Capelluto, Enigma inflazione, apparso su «Lotta comunista» nel mese di febbraio 2023.

[15] L’aumento degli affitti pesa per metà dell’inflazione totale degli ultimi mesi e assorbe buona parte degli incrementi salariali.

[16] Vedi Alex N. Press, Strikes were up significantly last year, «Jacobin», 2 febbraio 2023. I numeri esatti: 272 interruzioni del lavoro nel 2021 sono cresciute a 424 nel 2022. Quel numero consiste di 417 scioperi e sette serrate. Mentre circa 140.000 lavoratori hanno preso parte a un’interruzione del lavoro nel 2021, 224.000 lavoratori hanno fatto lo stesso l’anno scorso. Gli anni Cinquanta hanno avuto una media di 352 grandi interruzioni di lavoro all’anno che coinvolgono 1,6 milioni di lavoratori. Incredibilmente, l’intero periodo di tempo dal 1950 al 1970 ha avuto in media oltre 300 grandi interruzioni di lavoro all’anno (quasi una al giorno!) che coinvolgono oltre 1,4 milioni di lavoratori all’anno. Tuttavia, gli anni 2010 avevano solo una media di circa 15 all’anno che coinvolgeva 150.000 lavoratori. L’enorme calo nel 1980 è avvenuto nell’era del fallito sciopero Patco [Professional Air Traffic Controllers Organization], che ha portato al termine «Sindrome Patco», che descrive la paura dei sindacati di scioperare e perdere.

[17] Salvo poi disperarsi quando mezzo milione di salariati è assorbito in un mese, perché questo per la Fed significa un aumento della pressione sui consumi.

da qui

domenica 23 aprile 2023

I PIACERI SEGRETI DELL’AMBIENTALISMO CAPITALISTA - Andrea Zhok

  

Capita che nel ridente percorso del capoluogo ambrosiano che conduce alla stazione ferroviaria sia da tempo impossibile sottrarsi alla pubblicità più invasiva. La forma più intrusiva in assoluto è rappresentata dagli schermi onnipresenti che sganciano h24 le loro bombe a grappolo pubblicitarie, a volte in guisa diretta, altre volte travestita da “informazione”.


L’intruso molesto che si affacciava oggi dagli schermi era una nota archistar che decantava, con la seria professionalità che caratterizza il ceto, l’imprescindibilità odierna della “sostenibilità”. La “sostenibilità” oggi – diceva – è un dovere morale cui nessuno può sottrarsi. Sullo sfondo dell’intervista-spot si poteva notare il bellissimo porticato della Statale di Milano che come ogni anno, in occasione del Salone del Mobile, è invaso da policrome e imponenti installazioni. Chi abbia la fortuna di aggirarsi negli spazi universitari, oramai sempre più refrattari ad intristirsi nelle faccenduole della conoscenza, può ammirare ogni anno una grande varietà di installazioni, alcune oggettivamente spettacolari. Il tema di quest’anno, e invero più o meno di tutte le ultime edizioni, è l’AMBIENTE. Su una colossale catasta di container creativi, piantati a ridosso dei bassorilievi secolari, quest’anno campeggia la scritta “Save the Planet”.


Il sito del Fuori Salone 2023 dice, e non abbiamo ragione di non credergli, che Milano è allietata in questi giorni da ben 946 eventi in varie parti della città. Ciascuno di questi eventi è preparato da settimane di lavoro manifesto (spesso veri e propri cantieri) e da mesi di lavoro progettuale.


Come chiunque può verificare, ogni anno questi eventi sono preceduti da una quindicina di giorni di lavoro dedicati alla costruzione di queste creativissime istallazioni, seguiti, al termine della kermesse, da una buona settimana di distruzione delle medesime istallazioni, destinate poi alla discarica.


Ecco. Ora permettetemi questa sommessa riflessione.


Quando parliamo di “sostenibilità”, se ci siamo posti il problema del significato della parola, dovremmo sapere che parliamo di una questione squisitamente di LIMITI. Nello specifico, tutte le attività che svolgiamo sono, naturalmente, produttrici in varia forma di entropia. Consumiamo risorse e produciamo disordine, scarti, inquinamento, sottoprodotti. Il pianeta che ci chiamano coralmente a salvare è un sistema in equilibrio che ha fortunatamente certe capacità di metabolizzare gli scarti e di rimpinguare le proprie risorse (essenzialmente grazie al contributo dell’irraggiamento solare). Ma ciò che sappiamo almeno dagli studi di Herman Daly degli anni ’70 è che un sistema a crescita infinita come quello dell’economia contemporanea entra in rotta di collisione fatale con sistemi finiti in equilibrio come gli ecosistemi (e i singoli organismi in essi). Da qui trae origine il problema della sostenibilità ambientale.


Il problema non è in nessun modo aggirabile. La “sostenibilità” al di fuori delle chiacchiere significa e può significare solo una cosa, ovvero l’accettazione di limiti. Non limiti allo sviluppo sociale e culturale, ma sicuramente limiti alla crescita del consumo e della produzione di scarti. Il cosiddetto tema del “riscaldamento climatico”, per coloro ai quali ciò è caro, rappresenta soltanto una delle possibili eventuali implicazioni di questa contraddizione strutturale, ma tutti i numerosi, accertati (e, diversamente dal “global warming”, taciuti) problemi di squilibrio ambientale nel mondo contemporaneo dipendono da questo stesso meccanismo.


Bene. Ora torniamo per un momento alla nostra archistar e alle sue parole sulla inderogabilità della sostenibilità. Se parliamo di sostenibilità parliamo, come abbiamo detto, di limiti. La questione centrale, l’unica di cui dovremmo seriamente appassionarci è: quali limiti?


Nel nome di una lettura totalmente unilaterale dell’ambientalismo, oggi a noi plebei viene spiegata continuamente la necessità di contrarre i consumi, di chiudere i termosifoni, spegnere la luce, rottamare la vecchia auto per acquistare (col bonus!) automobili elettriche dal costo quadruplo, di nutrirci di carne sintetica e farina d’insetti, di smettere di fare i barbecue, di tappezzare la casa di famiglia di certificazioni energetiche, ecc. E simultaneamente, in maniera appena appena dissimulata, siamo circondati dalle più varie forme di moral suasion rivolte a smettere di riprodurci, ad accogliere col sorriso ogni compressione salariale, e infine a semplificare le pratiche di ritiro anticipato da questa valle di lacrime. Il messaggio di fondo da cui siamo bombardati è: “Sei un vivente pernicioso, vergognati, cerca di produrre tanto, consumare poco e crepare presto.”


E d’altra parte cosa non si farebbe per salvare il pianeta.


Insomma, la nostra cara archistar, dall’alto della sua superiore consapevolezza del supremo bene del pianeta ci sta spiegando, con una sfumatura di disprezzo, che la dovremmo smettere di fare festa, come evidentemente abbiamo fatto ininterrottamente fino ad oggi, perché, giusto cielo, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è ora di finirla. Dunque, se ho capito bene, sta cercando di spiegarci che robe come quel mostruoso potlatch da cui intratteneva il pubblico in mondovisione va sotto la voce “sostenibilità” (infatti c’è scritto sopra). Questa fiera dell’effimero, questi colossali spottoni pubblicitari destinati al macero nel giro di una settimana sono il volto progressivo della “sostenibilità”, e sei tu a non capire.


Questo grande falò ciclico fatto a maggior gloria delle vendite naturalmente non è un privilegio dei poveri mobilieri. Figuriamoci. Quel falò è in costante compagnia di un brulicare globale di roghi sacrificali con le stesse finalità pubblicitarie, trasmesse coattivamente da milioni di schermi nei luoghi pubblici. E siccome la pubblicità è un bene posizionale, che dipende dal suo rapporto con i concorrenti, non c’è nessun limite a quante risorse vengano messe nel sollecitare i consumatori al consumo (ma consumo virtuoso, verde, sostenibile!)


E quali sono i consumi verdi? Beh, com’è noto, da anni l’unico settore che continua ad avere consumi (e ricavi) in crescita è il settore del lusso. Che naturalmente è tecnologicamente all’ultimo grido, e dunque è verde, verdissimo, mica come quel puzzone del tuo barbecue domenicale, mica come quella fottuta carretta che ti avevano garantito dieci anni fa come ecologica?


Perché casomai non lo aveste capito, bruciare il 20% di risorse industriali globali in fuffa cromata, in spottoni creativi, in balle mercenarie per guadagnare una fetta di mercato, questo è “ecofriendly”. Comprare il terzo yacht o la decima Ferrari è ecologicissimo e profuma l'alito. Anche bruciare 130 miliardi in spese militari per conto terzi è sostenibilissimo.

Basta che voi la smettiate di bere, mangiare, riprodurvi, rompere i coglioni per la TAC e produrre flatulenze (che sono gas serra).

E poi andremo d’accordo e il pianeta sarà salvo.

Nota a margine sul tema dell'ambientalismo.


Pochi temi, anche vista l'intensità del bombardamento mediatico, sono così propensi a perdersi in una miriade di rivoli e distinguo, sono così inclini a suscitare accuse reciproche e sospetti.

 

C'è chi drizza le orecchie sospettoso non appena si parla di limiti alla crescita e tira fuori dalla cantina qualche impolverata critica a Malthus,c'è chi aggrotta la fronte irritato quando non ci si prosterna all'agenda green del global warming, tirando fuori l'ultimo pamphlet sull'apocalisse alle porte.


Proviamo perciò a metterla giù semplice, in termini di operatività politica, senza perdersi in troppi sottoproblemi che fanno perdere di vista gli obiettivi.


Come si fa a distinguere i soggetti sinceri dai farabutti, le strategie oneste da quelle telecomandate, le istanze costruttive da quelle a libro paga?


E' semplice.


Si può usare come cartina tornasole l'ORDINE DEL GIORNO con cui si propone che i temi vengano affrontati.


Un ordine del giorno serio che discuta dei problemi della sostenibilità deve partire da due punti.


1) In primo luogo deve far piazza pulita dell'idea, cara al capitalismo, per cui ai problemi ecologici si può porre rimedio con soluzioni di mercato.

Quest'idea è il cardine di tutte le odierne operazioni di greenwashing. Si immagina che con qualche tassa sui consumi, con qualche incentivo ben piazzato, e poi lasciando fare alla creatività umana e alla libera competizione, per ogni problema ecologico si produrrà magicamente una soluzione tecnologica smart, facendo felici tutti: gli utenti e i detentori di capitale.


Questa però è una stupidaggine ipocrita e pericolosa.


In un sistema ad alta innovatività come quello della concorrenza capitalistica, riuscire ad identificare la causa di un problema ambientale, ecologico, organico, è l'eccezione, non la regola. Nel tempo in cui riusciamo ad identificare una causa e ad escogitare una soluzione, cento altri problemi sono all'opera senza che noi si abbia la più pallida idea di cause e soluzioni.


Ogni soluzione di mercato, anche quando fosse reale ed efficiente (cosa che raramente è possibile garantire per problemi di carattere sistemico) è sempre strutturalmente in immenso ritardo rispetto ai mille mutamenti turbolenti e scoordinati che il sistema genera costantemente.


Prendiamo un esempio di relativamente facile identificabilità. Noi sappiamo con certezza che epidemiologicamente condizioni patologiche gravi come l'autismo, i tumori, le malattie autommuni, ecc. ecc. sono da tempo in fase di diffusione esplosiva. Per ciascuno di questi problemi potremmo facilmente creare condizioni per una campagna emergenziale. Per ciascuno di questi problemi non abbiamo però nessuna chiara catena di imputazione causale, e forse non l'avremo mai o per decenni. Dunque visto che non ci sono prodotti sul mercato da fornire, queste emergenze non partono (e anzi, neppure le ricerche epidemiologiche che ne esaminano la dinamica sulla popolazione sono particolarmente curate). E questi problemi di salute, quasi certamente di origine ambientale, sono solo la punta dell'iceberg degli importanti problemi ambientali di cui potremmo occuparci.


Curiosamente oggi stiamo invece identificando come unico urgentissimo, inderogabile problema il "climate change", in cui le difficoltà di imputazione causale sono enormi e le capacità di verificare l'efficacia delle soluzioni sono minime (dunque i margini di arbitrio sono massimi).


Qui ogni inizio di discussione seria deve mettere in crisi il modello di crescita obbligata che sta al cuore del capitalismo; se non lo fa il resto è fuffa.


2) Il secondo punto da cui deve partire una politica della sostenibilità ambientale seria è la consapevolezza che le differenze economiche massive nel mondo moderno sono, senza se e senza ma, differenze di POTERE.


Un cittadino ricco rispetto ad un cittadino che stenta ad arrivare a fine mese (o che non ci arriva proprio senza aiuti) non sono in un rapporto di potere affine, per quanto questo sia
statuito dalla legge. Se litigano e il primo fa una causa per quanto temeraria al secondo, il secondo è finito.

 

Il primo può utilizzare il proprio reddito in innumerevoli forme di influenza mediata, può lusingare, promettere, assoldare, amplificando indefinitamente le proprie opinioni e volontà.


Il secondo è ricattabile in ogni istante.

 

Questo tipo di asimmetrie esistono tra individui all'interno di uno stesso stato così come esistono tra stati.


Finché il denaro è POTERE e le differenze di capitalizzazione sono abissali qualunque intervento che tocchi la parte bassa della catena alimentare capitalistica verrà, giustamente, rifiutato. E se all'interno di uno stato si può pensare di utilizzare la coercizione, all'esterno questo è sostanzialmente impossibile.


Dunque se qualcuno vuole prendere sul serio il tema della sostenibilità in termini di contrazione dei consumi o di limitazione delle ambizioni, il punto di partenza è uno e uno solo: la drastica riduzione delle differenze di potere economico (tra individui e tra stati).


Volete ridurre consumi e limitare la spinta acquisitiva della parte bassa della classifica? Benissimo, la prima cosa da fare, proprio solo per cominciare, è l'eliminazione di ogni "consumo vistoso" nei ceti affluenti. Finché ci saranno signori che si recheranno con il jet privato, chessoio, a Davos a predicare l'austerità per il bene del pianeta, l'unica risposta civile che possono ricevere è un garbato vaffanculo. E questo non è populismo, questo è realismo e senso di preservazione.


Se l'uomo con l'arsenale pensa che troppe armi nel mondo siano un problema, non può cominciare col chiedere all'inerme di consegnare il temperino. Certo potrà provare a costringerlo con l'arsenale, ma si aspetti di veder volare parecchi temperini.

 

Dunque, in sintesi, se qualcuno dei magnifici esemplari delle elite benpensanti vuole portare avanti seriamente la sua agenda per la sostenibilità e il bene del pianeta, va benissimo. Per valutarne la serietà bisogna vederne le priorità.


Se la priorità che porta avanti è la rinuncia alle "soluzioni ecologiche di mercato" e la drastica riduzione della forbice reddituale tra nazioni e tra cittadini all'interno della propra nazione, ha i titoli per essere preso su serio.


Se sbamba di miracoli tecnologici, risposte di mercato e ascetismo dei poveri, sappiate che avete davanti un cacciapalle.

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Carcere per gli occupanti di casa e sfrattati. L’ignobile proposta di legge di Fratelli d’Italia - Federico Giusti

 

Un disegno di legge presentato da Fratelli d’Italia prevede l’arresto immediato, una condanna penale tra i cinque e i nove anni di carcere, nonché una sanzione di 25.000 euro per gli occupanti di casa, inserendo velatamente persino gli sfrattati tra gli occupanti

 

La presentazione della proposta di Legge merita particolare attenzione, dopo i Pacchetti sicurezza  degli anni scorsi arriva ora un’ ulteriore, feroce e criminale, atto contro i bisogni sociali.

Le occupazioni abusive hanno raggiunto dimensioni sconcertanti? La domanda da porci è altra ossia che fine abbiano fatto i soldi versati per tanti anni dai lavoratori per l’edilizia popolare, i fondi gescal, per quale ragione tante case siano oggi sfitte senza che lo Stato e gli amministratori locali abbiano mai preso in considerazione l’ipotesi di accrescere la tassazione per chi sceglie di non affittare gli immobili.

Le occupazioni sono cresciute?

Intanto le statistiche ci dicono che ad aumentare sono gli sfratti eseguiti con la forza pubblica, stesso discorso vale per i picchetti antisfratto sui quali pendono denunce e processi. I costi degli affitti sono schizzati alle stelle, la percentuale di reddito destinata agli affitti o ai mutui, all’acquisto di generi di prima necessità è sempre piu’ grande e oggi anche in presenza di un lavoro stabile a tempo indeterminato non si fronteggia la erosione del potere di acquisto.

I provvedimenti della Magistratura di rilascio degli immobili colpiscono molte famiglie che non arrivano a fine mese, parliamo della morosità incolpevole di famiglie che oggi non riescono a pagare un affitto.

Questa proposta di legge passa alla criminalizzazione degli occupanti e dei picchetti antisfratto prevedendo non solo pene severissime ma anche una tutela giudiziale a senso unico, ossia a favore dei proprietari. Vogliono riscrivere il codice penale criminalizzando a livello mediatico gli occupanti di casa come già hanno fatto per i lavoratori della logistica.

E riscrivendo i codici si prospetta anche l’ulteriore militarizzazione della società come premessa per la repressione del dissenso e dei bisogni sociali rafforzando il ricorso alla forza pubblica in caso di sfratti, invocando il problema dell’ordine e della sicurezza pubblica nei territori o il rischio per l’incolumità e la salute pubblica a tutela del diritto di proprietà,

Eloquente un passaggio della presentazione di questa ignobile proposta di Legge

appare con chiarezza l’incapacità dello Stato di tutelare uno dei diritti fondamentali della persona, la proprietà privata, anche a causa di un impianto normativo e sanzionatorio del tutto inadeguati. Non sfugge quindi che lo Stato non può più rimanere inerme davanti a una sistematica quanto territorialmente estesa violazione delle sue norme, e che il legislatore ha il precipuo compito di difendere i proprietari di immobili.

Pertanto, la presente proposta di legge introduce disposizioni volte a rendere più efficace la tutela dei proprietari di immobili e il contrasto alle occupazioni abusive.

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sabato 22 aprile 2023

La tempesta bancaria negli Stati Uniti e in Europa, e la lotta di classe - Tendenza internazionalista rivoluzionaria

  

Per favorire la lettura e la comprensione di questo testo che deve, inevitabilmente, trattare questioni ostiche e usare termini tecnici, è stata aggiunta, alla fine, una legenda. (Red.)

Non si era ancora placata la tempesta Credit Suisse, che si è aperta un’altra voragine, protagonista il colosso del credito tedesco e mondiale Deutsche Bank. La crisi di quest’ultima è indubbiamente legata alle modalità con le quali è avvenuta l’incorporazione di CS in UBS, su cui diremo qualcosa nel corso di questo scritto.

In ogni caso, al momento, il bank run, la corsa affannosa agli sportelli delle banche per ritirare i propri soldi prima che venga giù il diluvio, sembra essersi placata.

Negli USA, un intervento deciso e tempestivo del Tesoro, della FED e della FIDC (l’Ente che ha il compito di garantire i depositi bancari fino a 250.000 dollari) ha costruito un cordone sanitario attorno a SVB, Signature e First Republic Bank, che sembra reggere.

Nel vecchio continente, la caduta rovinosa di Credit Suisse, neutralizzata con un’operazione straordinaria dalle molte implicazioni, non ha trascinato, per adesso, altri istituti. Le Borse hanno così ripreso fiato, recuperando in parte quanto avevano perduto nei giorni del panico.

Tutto a posto, dunque? Hanno ragione coloro che, al di là dell’Atlantico, vantano la tenuta delle norme “post Lehman Brothers”? E, in Europa, coloro che, Lagarde in testa, sottolineano il controllo più stringente della vigilanza bancaria nell’UE, la forte “resilienza” degli istituti di credito europei, la loro solidità patrimoniale, il “modello differente di business” che li contraddistinguerebbe da quelli USA? In altre parole, sono giustificate le dichiarazioni ufficiali improntate allo scampato pericolo, alla capacità mostrata di soffocare per tempo ogni contagio, a dispetto delle preoccupazioni che, qua e là, trapelano fra coloro che non hanno responsabilità diretta nella gestione economica?

Le condizioni del sistema finanziario internazionale

Ci sono molte ragioni per dubitarne e per ritenere che il sistema finanziario internazionale, lungi dall’essere in buona salute, si trovi invece in una condizione di estrema fragilità. L’equilibrio è talmente precario che anche un evento, sulla carta relativamente modesto, come il dissesto di una banca fino a ieri considerata “non sistemica” come SVB è in grado di innescare una valanga di enormi proporzioni. Come hanno notato svariati addetti ai lavori, oltre al “too big to fail” (troppo grande perché possa fallire) si deve ora fare i conti anche con il “too small to fail” (troppo piccolo per poter fallire).

Certamente, nel fallimento di SVB vi sono anche cause specifiche, come sempre avviene in simili casi. Ma le ragioni di fondo che generano sistematicamente difficoltà e crisi fino ai default sono di carattere strutturale e globale e riguardano i livelli di indebitamento delle corporations, finanziarie e industriali, il viluppo inestricabile fra istituti di credito e sistema bancario ombra, la stretta interconnessione fra i diversi segmenti del mercato capitalistico, le politiche monetarie delle Banche Centrali e così via. Per quanto riguarda queste ultime, poi, l’alternarsi di allentamenti monetari e strette creditizie avviene in un contesto generale che lascia inevitabilmente immutata la pervasività del capitale speculativo, rendendo problematico, anche nei momenti più acuti di crisi, il sostegno diretto all’accumulazione, se non mediato da una mastodontica quanto sofisticata sovrastruttura finanziaria.

L’innalzamento dei tassi di interesse


Nell’attuale fase, fra le cause generali, il detonatore è stato l’aumento dei tassi di interesse da parte della FED e, a ruota, della BCE, così come delle altre Banche Centrali. Dopo quindici anni di tassi a zero o addirittura negativi1, l’aumento dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione ha affossato il valore di mercato delle obbligazioni (il cui prezzo di borsa non può che scendere, essendo la capitalizzazione di un medesimo rendimento ad un tasso di interesse divenuto più elevato), a cominciare dai titoli di Stato di cui SVB, come tutte le altre banche, traboccava. Tuttavia, la gran parte dei Treasury Bonds, così come del debito pubblico detenuto dalle banche europee, è collocato nei bilanci degli istituti alla voce “held to maturity”. Questo significa che la banca dichiara di voler tenere i titoli in bilancio fino alla loro scadenza naturale, quando verranno rimborsati al loro valore nominale. In questo modo, la banca non deve contabilizzare alcuna perdita anche se il valore di mercato dei titoli in portafoglio scende. I coefficienti patrimoniali rimangono apparentemente solidi finché l’innalzamento dei tassi, che aumenta il costo dei finanziamenti, e il rallentamento dell’attività economica, spingono le aziende a ridurre il capitale monetario parcheggiato nelle banche. Anche le accresciute necessità di denaro liquido da parte dei privati che hanno i propri risparmi sui conto correnti premono nella stessa direzione costringendo le banche a liquidare i capitali immobilizzati nei titoli per far fronte ai crescenti prelievi. A questo punto, la finzione giuridica delle obbligazioni held to maturity (tenuti fino alla scadenza) non può che crollare e le perdite da virtuali si trasformano in reali. E’ quello che è successo a SVB in un arco di tempo brevissimo, portando la banca al fallimento.

Ma la condizione in cui è venuta a trovarsi SVB è una peculiarità di quell’istituto o è lo specchio di una condizione generalizzata in cui si trova il sistema bancario nel suo complesso?

Le condizioni del sistema bancario negli USA

Un recentissimo studio di un pool di economisti di alcune università americane, fra cui la Columbia e la Stanford University, ha preso in esame la situazione di ben 4800 banche, uno spaccato attendibile, quindi, dell’intero sistema bancario USA, a partire dai problemi evidenziati dal fallimento della SVB. Esso giunge alla seguenti conclusioni: “…Il valore di mercato delle attività del sistema bancario statunitense è inferiore di 2 trilioni di dollari rispetto a quanto suggerito dal valore contabile delle attività che rappresentano i portafogli di prestiti detenuti fino alla scadenza. Le attività bancarie mark-to-market (cioè i valori di mercato – n.n.) sono diminuite in media del 10% in tutte le banche, con il 5° percentile inferiore che ha registrato un calo del 20%”. E ancora: “Il 10% delle banche ha perdite non riconosciute maggiori di quelle della SVB. Né SVB era la banca con la capitalizzazione peggiore, con il 10% delle banche con una capitalizzazione inferiore rispetto a SVB (s.n.)”. La lapidaria conclusione è che “…Anche se solo la metà dei depositanti non assicurati decidesse di ritirarsi, quasi 190 banche sono a rischio potenziale di indebolimento dei depositanti assicurati… (s.n.)”.

Lo studio, pubblicato su Social Science Research, è stato ripreso da Il Sole 24 Ore del 21 marzo, che vi aggiunge alcuni dati significativi, come la stima della banca d’affari JP Morgan, la quale ritiene plausibile una fuga di depositi dalle banche USA attorno ai 550 miliardi di dollari solo nella settimana precedente (!). Un altro studio, che elabora dati della Fdci, mettendoli in relazione all’intero comparto bancario, calcola che i bond detenuti dagli istituti di credito formalmente “fino alla scadenza” (allo scopo di non contabilizzarne il calo del valore di mercato) possa ammontare a 2.000 miliardi di dollari. Anche trascurando il fatto che circa un quarto dei depositi presso gli istituti di credito non sono assicurati, perché eccedenti i 250.000 dollari coperti dall’assicurazione Fdci (i primi a rischio fuga dalle banche), rimane il fatto che il semplice innalzamento dei tassi d’interesse spinge i depositi, qualora non debbano sostenere la liquidità del depositante, a migrare verso impieghi con remunerazioni maggiori. Sempre il Sole 24 Ore ci ricorda che in USA un conto corrente ha rendimento vicino allo zero, mentre un semplice titolo di Stato a 3 mesi (quindi con un tempo di immobilizzazione del capitale molto ridotto) dà un interesse del 4,58%.

I derivati servono davvero ad abbassare i rischi?

Dopo aver lanciato il grido d’allarme, il giornale della Confindustria si affretta a ricordare che, per una stima reale, sarebbe necessario conoscere quanti derivati di copertura dal rischio tassi sono stati stipulati. E’ un’affermazione che, pur segnalando il pericolo, lascia intendere che esso potrebbe essere ridimensionato con un accorto utilizzo dei derivati. La teoria dominante, infatti, attribuisce a questi strumenti finanziari la funzione di “assicurazione” dai rischi legati alle variazioni imprevedibili dei più svariati parametri economici. Essa trascura, non a caso, la natura altamente speculativa di futures, warrant, swap e via di seguito, una caratteristica ineliminabile di tali strumenti. Si tratta, infatti, di contratti che vengono sempre stipulati fra due controparti, che si assoggettano a determinati obblighi. Se per uno dei contraenti esso può coprire un rischio reale, per la controparte esso è sempre una scommessa speculativa, che mette capo a un credito/debito non calcolabile a priori, con un meccanismo di leva finanziaria che è un multiplo del capitale effettivamente utilizzato (basti pensare che ogni contratto future permette di scommettere su un capitale nozionale sottostante pari a dieci o più volte il denaro investito). Certamente, nel caso che stiamo analizzando (la banca che stipula un derivato per cautelarsi dal rischio di variazioni del tasso di interesse), le eventuali perdite non sarebbero dell’istituto di credito ma della sua controparte. Tuttavia, la vastità del mercato dei derivati, il carattere aleatorio dei potenziali debiti che esso genera, il rischio generale di insolvenza, l’intreccio metastatico che si è da tempo generato fra istituti di credito, hedge funds, mercati cosiddetti over the counter, ecc., alimentato dai fiumi di liquidità che le Banche Centrali di tutti i paesi hanno continuato ad iniettare nel sistema, hanno reso ormai permanente questa massa gigantesca di capitale fittizio che si sposta da un segmento all’altro del mercato e da un continente all’altro con la velocità della luce e che per dimensione sovrasta di gran lunga il PIL mondiale.

Se anche, per ipotesi, le banche fossero adeguatamente coperte dal rischio tassi attraverso i derivati, calcolando la massa enorme dei bond detenuti, il problema si sposterebbe solo dal default delle banche al collasso del mercato dei derivati (per ritornare alle banche un attimo dopo…), cioè delle società di intermediazioni mobiliare, degli istituti finanziari specializzati nelle cartolarizzazioni, delle società-veicolo costituite dalle banche appositamente per gestire quelle operazioni, come è successo nella crisi del 2007-2008. Allora, l’esplosione del bubbone dei mutui subprime diede l’avvio ad una catena di insolvenze che risalì in un batter d’occhio la piramide debitoria costruita su una base reale inconsistente, fino a determinare il fallimento di Lehman Brothers, la quarta banca d’affari del mondo, portando al collasso il sistema finanziario internazionale.

In un caso o nell’altro, cambia il punto di innesco della crisi: ieri, i mutui-ninja cartolarizzati, impacchettati nei CDO e venduti attraverso società-veicolo che li tenevano formalmente fuori dal bilancio delle banche; oggi, l’inversione della politica monetaria degli istituti di emissione, suscettibile di far collassare le banche tramite la svalorizzazione del debito pubblico iscritto nei loro bilanci. Cambia la causa occasionale, l’innesco, ma i problemi e la dinamica rimangono gli stessi.

E ancora una volta, i “rimedi” hanno la stessa natura dei guai a cui cercano di ovviare, finendo alla lunga per aggravarli.

1987: tornano di scena le crisi di Borsa


Grosso modo è all’inizio degli anni ’80 che comincia a manifestarsi un progressivo sviluppo del capitale fittizio, il cui luogo di elezione sono i mercati di Borsa di tutto il mondo, ma che presto sarebbe dilagato in tutte le sfere dell’economia, saturandone i pori all’eccesso e diventando, in un breve arco di tempo, qualcosa di ben diverso, dal punto di vista qualitativo, di una semplice escrescenza parassitaria.

Il punto di partenza di questa ipertrofia finanziaria, ciò che l’ha innescata, è la difficoltà di valorizzazione del capitale nella sfera produttiva, l’unica, lo sottolineiamo ancora un volta, che, attraverso lo sfruttamento del lavoro dei proletari, crea effettivamente valore ex-novo, invece di trasferirlo da un soggetto all’altro, come avviene in Borsa e in tutte le attività speculative.

La crescita del capitale speculativo, nelle sue molteplici forme, prende infatti le mosse dalla crisi che investe l’economia capitalistica all’inizio del decennio precedente, una crisi che decreta la fine dello sviluppo straordinario dell’accumulazione seguito alla seconda guerra mondiale. Con la crisi torna a farsi valere la sovraccumulazione di capitale, la caduta del saggio di profitto, la scarsità di plusvalore, non in via assoluta ma in relazione al capitale anticipato, si acutizza il disordine monetario a scala internazionale (nell’estate del ’71, l’amministrazione Nixon dichiara l’inconvertibilità del dollaro, mettendo così la parola fine al sistema monetario di Bretton Woods), inflazione e stagflazione fanno la loro comparsa in tutti i paesi imperialisti. La caduta di redditività che affligge gli investimenti determina rilevanti mutamenti dello scenario economico complessivo lungo due direttrici. La prima di queste è lo sforzo, che prenderà corpo nella seconda metà degli anni ’70, di innalzare il saggio del plusvalore; la seconda, che si avvierà successivamente, in concomitanza con altri elementi che qui sarebbe troppo lungo richiamare, è appunto lo spostamento di una frazione crescente del capitale dalla sfera produttiva a quella speculativa.

Per quanto attiene a quest’ultima, il rigonfiamento delle Borse non costituisce un mero “parcheggio” del capitale monetario inattivo, ma svolge anche una funzione di acceleratore della centralizzazione dei capitali. L’aumento della produttività, che pure gioca un ruolo essenziale nel risollevare il saggio di profitto, ha però il fiato corto. Esso permette alle imprese più efficienti capitalisticamente di realizzare un sovrapprofitto relativo rispetto ai concorrenti meno agguerriti o più lenti ad adeguarsi, che tuttavia viene presto neutralizzato dall’adozione generalizzata delle stesse misure. Le difficoltà, perciò, si ripresentano puntualmente in un mercato mondiale in cui aumenta la concorrenza e cresce la sovracapacità produttiva. E’ un quadro di crisi che inesorabilmente si ripresenta, nonostante le ristrutturazioni degli apparati produttivi e la crescita sia del plusvalore relativo che di quello assoluto – aumento dei ritmi, maggiore sforzo lavorativo, riduzione della “porosità” del tempo di lavoro: in una parola, aumento della tensione della forza lavorativa. E nonostante che dopo il 1987 sia avvenuto un enorme ampliamento del processo di produzione di valore e plusvalore alla scala mondiale (tema che resta qui sullo sfondo, e a cui dedicheremo un successivo approfondimento).

La difficoltà di impiegare nello sfruttamento diretto dei proletari la totalità del capitale e, al contempo, la necessità di procedere ad un accelerato processo di centralizzazione finanziaria danno impulso ai mercati di Borsa. Si registra quindi un’ascesa delle quotazioni che in breve diventa un polo d’attrazione dei capitali dispersi di tutti gli strati sociali borghesi e piccolo borghesi e, in parte, anche del salario differito e dei risparmi degli strati superiori del proletariato, soprattutto attraverso lo sviluppo dei fondi comuni di investimento. Larghe fasce di ceto medio, in particolare, vedono nella rivitalizzazione del mercato azionario un’alternativa all’investimento nei titoli di Stato o al mantenimento del proprio denaro sui poco remunerati conto correnti delle banche.

I processi di fusione e/o acquisizione, la necessità di tenere aperto il “canale di sfogo” della finanza per l’eccedenza di capitale che si è creata sul mercato, l’attrazione per la speculazione esercitata da un mercato valutario che, a causa della fine del sistema dei cambi fissi, offre nuove e allettanti possibilità di “arbitraggi” per lucrare profitti sfruttando l’asimmetria delle quotazioni delle principali monete nelle diverse aree, tutto ciò si sposa con il progressivo superamento della distinzione fra banche commerciali (credito a breve) e banche d’affari (investimento industriale), così come, di fatto anche se non di diritto, fra istituti di credito e assicurazioni.

Questi processi si saldano sinergicamente, creando non una semplice “bolla speculativa”, ma i fondamenti di un nuovo assetto finanziario del capitalismo. Il cerchio si chiude definitivamente dopo lo spettacolare crollo di borsa del 1987. Quando questo si verifica, la cura delle “autorità monetarie”, attente a non ripetere gli errori del ’29 (una stretta creditizia che acuì la crisi anziché smorzarla), inaugura una nuova fase: la concessione di liquidità in abbondanza per impedire la propagazione dei crolli in Borsa e “sostenere” l’economia. Da allora, la creazione di massa monetaria da parte degli istituti di emissione, ha avuto come destinatario il mondo finanziario, sostituendo all’inflazione dei prezzi delle merci l’inflazione degli asset, un continuo lievitare delle quotazioni delle azioni e dei titoli trattati in Borsa, alimentati sia dalla trasformazione in capitale fittizio di quote sempre più rilevanti dei profitti aziendali, sia dalle continue iniezioni di liquidità delle Banche Centrali.

Da tempo, tale processo è diventato irreversibile. Non si tratta più della “sovraspeculazione” di cui parla Marx, che precede il crollo e la ripresa “normale” del ciclo degli affari, ripristinando condizioni di investimento più adeguate dopo l’eliminazione degli eccessi febbrili. E questo per almeno due ragioni. La prima è che la crisi degli anni ’70 non è stata una semplice recessione dopo un periodo di espansione, bensì l’esaurimento della più lunga fase di sviluppo della storia capitalistica, la fine di un’onda lunga dell’economia. La seconda, forse più rilevante, è che il successivo sviluppo del capitale speculativo ha trovato come sua propria base un assetto capitalistico già da tempo profondamente trasformato dall’intervento dello Stato nell’economia, dalla creazione di moneta fiduciaria, dalla sistematica “gestione dell’economia” attraverso la spesa in deficit, in altre parole da tutta l’eredità della crisi del ’29 e degli eventi successivi.

Analogamente a quanto avvenuto agli inizi del novecento, quando la concentrazione e la centralizzazione del capitale, la nascita dei monopoli e l’espansione coloniale diedero vita al capitale finanziario come fusione del capitale industriale e di quello bancario, che divenne parte costitutiva del modo di produzione capitalistico, così la finanziarizzazione dell’economia, che prende le mosse negli anni ’80, da semplice fenomeno ciclico com’era nel passato, diventa presto irreversibile.

Ad ogni nuova crisi, si alzano strepiti sul fatto che il “denaro facile” fatalmente stimola il moral hazard (espressione che, nel linguaggio felpato di economisti e agenti del capitale, indica le avventure degli squali dell’alta finanza, attratti dal rischio-zero) e un attimo dopo si interviene aumentando la massa di liquidità che viene trasferita al capitale speculativo per puntellare il sistema. Si tratta di un circolo vizioso che non può più essere spezzato senza svalorizzare una massa di capitale gigantesca, uno shock a cui il sistema economico nel suo insieme non potrebbe reggere, se non aprendo le porte a sconquassi di tale portata da mettere in dubbio la tenuta non solo dell’economia ma dell’intero modo di produzione capitalistico.

La spirale capitalistica e i limiti storici del modo di produzione borghese


Ad ogni crisi, il baratro che si spalanca di fronte al capitale è il medesimo. Gli strumenti finanziari per intervenire, gestiti da governi e Banche Centrali, vengono potenziati, messi in campo con sempre maggiore tempestività e protratti sempre più a lungo. Per circoscrivere la crisi del 2007-2008 (nata anch’essa “in sordina”, come un piccolo problema di mutui immobiliari di scarsa qualità), gli istituti di emissione di tutti gli Stati e le aree economiche che contano hanno dovuto inaugurare una stagione di creazione di moneta di proporzioni gigantesche e di tassi d’interesse negativi, avventurandosi in terreni di intervento fino a quel momento sconosciuti. E tale politica non è stata un intervento di emergenza, di qualche settimana, ma è durata un quindicennio, vale a dire metà dei “gloriosi trent’anni” di iper-sviluppo dell’accumulazione di capitale che avevano seguito la fine della seconda guerra mondiale e che il modo di produzione capitalistico non ha più conosciuto.

Quale dimostrazione migliore che l’esistenza del capitalismo non è solo e tanto un ripetersi sempre uguale a sé stesso di cicli di espansione e contrazione della produzione e degli affari, ma invece un potente movimento a spirale che ad ogni recessione e ad ogni ripresa dell’accumulazione di profitti (accumulazione che è proseguita, pur se in modi e quantità diverse nelle varie aree del pianeta) ripresenta, su un piano qualitativamente più alto e complesso, la crisi come manifestazione del carattere storicamente superato del modo di produzione capitalistico? Si tratta, in fondo, dell’inverarsi del giudizio marxiano secondo cui la borghesia supera le crisi con strumenti che preparano crisi ancora maggiori e riducono, al tempo stesso, le possibilità di continuare a prevenirle.

Ancora su SVB e Credit Suisse

Anche nei dettagli dell’intervento per sterilizzare la crisi di SVB e di Credit Suisse vi sono provvedimenti che, necessari nell’immediato per evitare il peggio, aprono tuttavia scenari ancor più contraddittori per la tenuta del sistema finanziario. Un primo elemento è la decisione del governo USA di salvaguardare tutti i depositi SVB, compresi quelli superiori ai 250.000 dollari. Questa decisione è dettata dalla volontà esplicita di proteggere imprese high tech e società di venture capital che in quella banca avevano consistenti depositi. Allo stesso tempo, l’amministrazione Biden ha affermato che questa decisione era da considerare un’eccezione non replicabile ma poi, nel timore di altre fughe di depositi “importanti”, è stata costretta a rimangiarsi le sue affermazioni, non escludendo che anche in altri casi questa potrebbe essere la linea d’intervento del governo. Che ciò rappresenti potenzialmente un ulteriore fattore di incertezza e fragilità è difficile negarlo. Quanto a Credit Suisse, invece, il carattere eterodosso dell’intervento che ha portato al suo assorbimento in UBS è rappresentato dall’azzeramento delle obbligazioni subordinate denominate Additional Tier 1 (At1), per un controvalore di 16,3 miliardi di franchi (circa 17 miliardi di euro). A sollevare interrogativi (e probabili cause legali) non è la cancellazione di queste obbligazioni (evento previsto dalle condizioni di collocazione di questi titoli), ma il fatto che si siano salvaguardati, almeno in parte, gli azionisti, sovvertendo del tutto le modalità di intervento in caso di insolvenza. Come se non bastasse, l’incorporazione in UBS è avvenuta senza alcuna delibera dell’assemblea degli azionisti. Dietro tali risvolti, ovviamente, si intravvede una lotta particolarmente feroce fra la Saudi National Bank e il Fondo del Qatar (che avevano rifiutato la ricapitalizzazione, aggravando la crisi dell’istituto), da una parte, e gli interessi costituiti in UBS dall’altra. Con l’attiva mediazione dell’autorità svizzera, l’accordo è stato trovato a spese degli obbligazionisti. Ovviamente, se questi fossero solo piccoli “risparmiatori” (categoria per altro piuttosto vaga), il provvedimento sarebbe solo un aspetto della periodica espropriazione dei piccoli capitali monetari ad opera del grande capitale. Il fatto è che anche importantissime società finanziarie possedevano bond At1, una per tutti BlackRock, il più grande fondo d’investimento del mondo, con sede negli USA. Ed è difficile non leggere la decisione di UBS, che aveva ovviamente un insuperabile potere contrattuale nella trattativa, di trovare un accordo con la finanza saudita a scapito di quella americana. Ma, al di là delle alleanze e degli scontri, la decisione di modificare così radicalmente il modus operandi in caso di fallimenti o insolvenze, getta potenzialmente nel caos un mercato di quasi 300 miliardi di euro, quello appunto delle obbligazioni subordinate. Non a caso, la successiva crisi Deutsche Bank si collega a questo aspetto, dal momento che, a dispetto di tutte le assicurazioni di Lagarde, la decisione di due banche minori tedesche di non rimborsare le loro obbligazioni subordinate (trasformandole in perpetue) è stato interpretato come il segnale che anche nell’UE tali manovre erano possibili. La speculazione sui CDS su Deutsche Bank e, paradossalmente, la decisione del colosso tedesco di rimborsare anticipatamente una tranche di obbligazioni subordinate ha fatto il resto, rafforzando i timori e facendo crollare in titolo in Borsa.

La “regolazione” dell’economia e della speculazione

La vicenda Deutsche Bank, tra l’altro, ci riporta alla questione dei CDS (Credit Default Swap), anch’essi considerati strumenti di “protezione dal rischio”, in questo caso il rischio di fallimento. Ma, come abbiamo già detto, serve a poco invocare, come ha fatto il Corriere della Sera, che la facoltà di sottoscriverli sia data solo a chi già possiede azioni del titolo dal cui fallimento ci si vuole cautelare, il tutto al fine di evitare “speculazioni”. Resta il fatto che chi teme per il proprio investimento e sottoscrive un CDS lo fa con una controparte che intende speculare e, in caso di default, non c’è alcuna garanzia che essa sia solvente. Non a caso, nella crisi del 2007-2008 le insolvenze di possessori di CDS ebbero un ruolo importante nell’amplificare il disastro. La “regolamentazione” dei mercati OTC dei derivati, l’introduzione di regole per controllare la solvibilità dei soggetti coinvolti, ecc. non sono altro che palliativi che non possono aggredire alla radice il problema: la massa enorme di capitale fittizio, di titoli di ogni genere che accampa il diritto alla propria remunerazione in un modo o nell’altro, che è parte costitutiva dei circuiti finanziari internazionali a cui è inestricabilmente connessa la massa del capitale “produttivo”, quello che sfrutta direttamente i proletari e accresce con ciò il capitale reale che alimenta a sua volta l’enorme sovrastruttura finanziaria che guida il capitalismo contemporaneo.

La crisi bancaria di queste settimane, che sia bloccata sul nascere o vada avanti, pone dunque interrogativi che vanno alla radice di questo sistema sociale sempre più parassitario e foriero di disastri per l’intera umanità.

Letture della crisi e azione di classe

Vi è chi, nella situazione attuale, vede ancora una volta la mancanza di un’adeguata e sufficiente pianificazione della politica economica, degli strumenti finanziari (derivati, vigilanza bancaria, ecc.), delle “scelte” delle autorità e così via. Tali posizioni non sono solo appannaggio delle forze dichiaratamente capitalistiche, rappresentate in Parlamento da entrambi gli schieramenti borghesi, di sinistra come di destra. Sono ampiamente presenti anche dentro “i movimenti”, rivestite coi panni del radicalismo, della critica al “neo-liberismo” e rimpiangono tutte, in modo più o meno mascherato, il bel tempo che fu, quando un “movimento operaio” del tutto interno alle dinamiche del capitale aveva però margini per rivendicare, nelle pieghe del progresso dell’accumulazione, qualche briciola per gli sfruttati. In Italia, il togliattismo e la fine ingloriosa del PCI hanno lasciato molti orfani che si ripropongono anch’essi di raccogliere le bandiere lasciate cadere dalla borghesia, magari pretendendo di insegnare alle classi dominanti a “fare veramente” il loro mestiere.

Per costoro, il “keynesismo”, l’intervento dello Stato nell’economia, con una pretesa funzione “regolatrice”, resta l’orizzonte strategico irrinunciabile in cui inserire la propria politica. Lo Stato (borghese, no?) come perno di ogni azione “riformatrice” (anche se opportunamente dipinta con i colori della “rivolta”), lo Stato (borghese) come soggetto al di sopra delle classi che, a determinate condizioni, potrebbe diventare “lo Stato di tutti”, ritornando alla sua funzione dispensatrice di progresso sociale – ecco la ricetta di base. Si tratti di vantare le doti “rivoluzionarie” dello sfondamento del deficit imposto dall’Europa, o l’uscita dall’euro e la riconquista della “nostra” sovranità monetaria, di contrapporre come strumento contro l’inflazione la regolazione dei prezzi delle merci anziché l’aumento dei tassi di interesse, tutto è ridotto ad un problema di “scelta” fra modelli capitalistici differenti.

In questa prospettiva, spariscono le leggi di funzionamento del modo di produzione capitalistico che, nei loro tratti fondamentali, sono invece immodificabili, e si sostituisce la critica dell’economia politica con una modellistica la quale ha oggettivamente il solo scopo di ricondurre le spinte alla lotta e alla rivolta nell’alveo di un’azione istituzionale per riformare il sistema.

All’altro capo, troviamo coloro che leggono la crisi in modo oggettivistico, come la registrazione del progressivo disfacimento del capitalismo, della sua economia, delle sue istituzioni, senza scorgere il lato soggettivo di questo processo, la dislocazione dell’azione, obbligata, delle classi sociali e la necessità per il proletariato e le masse sfruttate di costruire uno schieramento capace di opporsi alle classi dominanti e alla loro azione volta a subordinare completamente i proletari alle esigenze di salvaguardia del sistema stesso per lo scopo, per loro supremo, di prolungare, costi quel che costi, la sopravvivenza del capitalismo.

Abbiamo detto poco prima che la dinamica dell’economia capitalistica non è un susseguirsi di fasi di boom e recessione sempre uguale a se stesso, bensì un processo che ha una sua storia e che ad ogni giro di boa avvicina il modo di produzione capitalistico ai suoi limiti storici. Questo implica una lettura delle crisi e del loro temporaneo superamento non solo come un processo che ripristina le condizioni della profittabilità capitalistica, ma anche come una ridefinizione degli assetti economici volta ad eliminare quegli elementi di “organizzazione” dell’economia del capitale che non sono più tollerabili o funzionali.

Così, dopo la prima grossa crisi in Borsa del 1987, ha preso forma ed accelerazione quel processo di deregulation che l’ha fatta da protagonista in tutta la fase successiva. Rientra in questa dinamica, ad esempio, l’ingigantimento del capitale speculativo e del mercato dei derivati o il progressivo superamento della distinzione fra banche commerciali e banche d’investimento, sancito negli Stati Uniti dall’abolizione del Glass-Steagall Act del 1933 e, più in generale, il superamento di tutti gli argini che contribuirono, nel passato, ad impedire che una crisi scoppiata in un punto del sistema potesse dilagare liberamente nell’insieme dell’economia.

L’ideologia “neo-liberista”, che giustifica tali decisioni come frutto della volontà di non porre limiti al movimento dei capitali, alla loro possibilità di espandersi a piacimento in tutti i campi, attribuendo a tale libertà il potere taumaturgico di assicurare il benessere collettivo, non fa che tradurre in chiave soggettiva l’esigenza delle classi dominanti di contrastare la crisi della valorizzazione, il calo dei profitti in relazione al capitale già operante, aumentandone il raggio d’azione e assecondando la tendenza a mantenerne quote crescenti nel campo del “capitale da interesse”, nelle forme ultrasofisticate e sempre mutevoli che l’esperienza degli ultimi decenni ci ha fatto conoscere.

La continua immissione di liquidità da parte delle Banche Centrali si rapporta a questa esigenza e, al contempo, fotografa l’impossibilità del modo di produzione capitalistico di trovare una strada di uscita, che permetta una nuova fase di sviluppo complessivo del capitalismo. Non si tratta affatto di vedere un’economia in crisi continua e sempre “ad un passo dal crollo”, ma di riconoscere che la ripresa ciclica dell’accumulazione e dei profitti non è più in grado da tempo di rilanciare il sistema capitalistico nel suo complesso. L’accumulazione infatti non è un processo “autonomo”, che ha che fare incidentalmente e in modo marginale con la finanza e i processi speculativi che in essa avvengono, ma è intrecciata ad essa in modo indissolubile. D’altra parte, ad un secolo dall’entrata del capitalismo nella fase imperialistica, la “nascita” del capitale finanziario sotto forma di fusione del capitale industriale e del capitale bancario non poteva non aver fatto passi da gigante in avanti.

La traiettoria del capitale finanziario

Se già nel novecento l’esportazione di capitale prevaleva su quella delle merci e le banche e le società per azioni avevano acquisito un’importanza fondamentale nella vita economica, è del tutto normale che, a cent’anni di distanza, il predominio della sfera finanziaria e “speculativa” sia cresciuto al massimo livello. Ma il sistema capitalistico non può emanciparsi dalla produzione di merci e dallo sfruttamento del lavoro perché solo da lì ricava nuovo plusvalore, solo consumando la forza-lavoro di miliardi di proletari, spremendo fino alla morte le masse povere delle aree periferiche e rapinandone in ogni modo le risorse naturali per “metterle a valore” il capitale può sperare di proseguire la sua corsa per creare profitto. Lo sfruttamento del lavoro salariato rimane il fondamento della valorizzazione capitalistica (beninteso: anche negli stessi paesi imperialisti da più di un secolo), ma il modo di produzione assegna da tempo alla sovrastruttura finanziaria il predominio e la governance complessiva del sistema.

Anche da questo angolo di visuale, quindi, il capitalismo si conferma come la contraddizione in processo: da un lato è costretto a spingere sempre più a fondo lo sfruttamento dei lavoratori, dall’altro questa discesa agli inferi della condizione proletaria periodicamente viene vanificata da crisi sempre più “sistemiche”. La crescita del plusvalore relativo e assoluto, la risalita della profittabilità appaiono sempre più come fenomeni temporanei, e sempre più carichi di violenza, capaci di rianimare l’accumulazione fra uno sconquasso e l’altro. Volendo rappresentare la dinamica capitalistica su un piano cartesiano, essa può essere disegnata come una sinusoide costituita dagli alti e bassi del ciclo degli affari, che tuttavia poggia su un piano inclinato verso il basso.

Lavorare nella classe per la rivoluzione anticapitalistica

Per questo, quanto più il sistema capitalistico si dimostra incapace di invertire la propria tendenza di fondo, con tanta maggiore durezza cresce il suo attacco alle condizioni dei lavoratori. Dalla fine degli anni ’70, questa è stata la regola generale, in specie nei paesi storicamente centrali nel processo dell’accumulazione di capitale, e non vi è stata “riforma”, provvedimento di legge, politica monetaria, intervento sul mercato del lavoro, ecc. che non sia andata nella direzione dello smantellamento progressivo di ogni “garanzia” e “diritto” dei proletari.

Proprio perché le crisi dell’economia capitalistica riproducono le contraddizioni del sistema ad un livello progressivamente più alto, esse tendono a spostarsi dal terreno economico a quello politico e militare, dalla concorrenza commerciale allo scontro fra Stati e alla guerra tout-court. E proprio per questo è del tutto disfattista ogni ipotesi che faccia perno su un crollo spontaneo del sistema, una lettura anch’essa presente nel milieu rivoluzionario, anzi spesso diffusa proprio fra coloro che sono più avvertiti delle contraddizioni profonde in cui si dibatte il sistema capitalistico.

Al contrario, non esistono strade senza uscite per le classi dominanti. Più cresce il caos economico, lo scontro sui mercati internazionali, il disordine finanziario, la ri-costruzione di barriere doganali e di interdizioni reciproche agli investimenti e alla presenza economica nelle rispettive sfere d’influenza, più tutto ciò si accompagna ad una crescita furiosa del nazionalismo, degli sforzi della borghesia per attizzare i contrasti interni alle classi sfruttate e additare nell’unione sacra contro il nemico esterno l’unica strada che i proletari avrebbero a disposizione per difendere la loro stessa possibilità di esistenza.

Il capitalismo non crollerà mai da solo,
 nonostante le contraddizioni insanabili di cui è preda. E la rivoluzione per mettere fine a questo sistema sociale infame non sarà un semplice colpo di grazia assestato ad un malato terminale, bensì un processo lungo e complesso che può iniziare solo mettendo al centro l’attività dei settori d’avanguardia della classe per arrivare a coinvolgerne gli strati più ampi – un’azione che parte oggi dalla capacità di promuovere e legare le lotte di resistenza dei lavoratori contro gli attacchi delle classi dominanti, il carovita, l’economia di guerra, alla prospettiva del disfattismo politico contro i governi della borghesia e la loro azione in campo interno e internazionale, fino a porre la questione del loro rovesciamento e di una completa trasformazione dei rapporti sociali di produzione e riproduzione della vita della specie. In sintesi: la borghesia serra le fila in vista di nuovi sconquassi, i rivoluzionari facciano altrettanto!


1 Ricordiamo che, durante la pandemia, il tasso d’interesse applicato dalla BCE ai rifinanziamenti delle banche ordinarie tramite TLTRO – destinati ad aziende non finanziarie e famiglie, con l’esclusione dei mutui immobiliari – passò da zero a -0,75%

Legenda

Additional Tier 1 – Si tratta di obbligazioni particolari, che rendono di più ma sono assai più rischiose, perché, più delle obbligazioni ordinarie, soggette a possibile svalutazione parziale o totale in caso di difficoltà e/o fallimento della banca che le ha emesse. Rientrano nel campo delle cosiddette “obbligazioni subordinate”.

Arbitraggi – Si chiamano così quelle operazioni che sfruttano differenze fra le quotazioni di un bene o di un’attività finanziaria su mercati diversi. Ad es., in un certo momento l’euro è quotato sul dollaro in modo diverso sui mercati europei rispetto a quelli asiatici. Questo permette di lucrare un profitto con un “arbitraggio”, comprando una delle due valute dove è meno cara per venderla subito dopo nel mercato in cui è quotata ad un livello superiore.

Capitale fittizio – E’ un capitale che non corrisponde ad una somma di denaro realmente investita e operante, ma la cui entità si ricava indirettamente attraverso la “capitalizzazione”, un’operazione con la quale, essendo noto un determinato profitto (vero o ipotizzato) e conoscendo il tasso di interesse vigente al momento, si risale al capitale teorico (“fittizio”, appunto) che lo potrebbe produrre. Se un titolo (ad es. l’azione di una società industriale) si pensa possa fornire un certo dividendo, conoscendo il tasso di interesse è possibile ricavare, con un semplice calcolo, il prezzo di quell’azione, cioè la sua quotazione in Borsa, il prezzo attorno al quale oscillerà il suo prezzo di vendita. Tale prezzo è quindi del tutto distinto dal valore nominale della medesima azione, che esprime invece il capitale originariamente investito nell’impresa (in macchinari, materie prime, salari, ecc.) diviso per il numero di azioni emesse.

Coefficienti patrimoniali – Sono indicatori che calcolano il rapporto fra le varie voci del bilancio di una banca (ad es., il rapporto fra il capitale proprio della banca e i suoi impieghi, cioè i prestiti concessi alla clientela). Servono a verificare la solidità di un istituto di credito, cioè la sua solvibilità, la capacità di far fronte ad esigenze anche impreviste (aumento dei prelievi da parte dei correntisti, emergere di crediti che non possono essere riscossi, ecc.).

Derivati – Si chiamano così tutti i titoli il cui prezzo è stabilito con riferimento ad un cosiddetto “sottostante”, che a sua volta può essere un titolo (ad es., un’azione o un’obbligazione), un bene fisico (petrolio, grano, ecc.) oppure un parametro economico (un tasso di interesse, il rapporto di cambio fra due monete, ecc.). Futures, warrant, swap, ecc. sono tutti derivati, con diversi meccanismi di funzionamento, ma tutti rischiosi e speculativi. Come si dice nel testo, una somma di denaro di grandezza “x” investita in futures, opzioni, ecc. permette ad esempio di speculare sulle oscillazioni di prezzo di una massa di azioni il cui ammontare possiede un controvalore di 10 o 15 volte il capitale investito. Quindi, oscillazioni anche modeste dei titoli oggetto del contratto, produrranno effetti amplificati in rapporto al capitale investito.

Fondi comuni di investimento –
 Società che investono in Borsa (obbligazioni e/o azioni) raccogliendo il denaro da un ampio numero di sottoscrittori, i quali comprano “quote” del Fondo il cui valore cresce sommando al capitale raccolto gli utili realizzati.

Hedge Funds –
 Fondi di investimento specializzati nelle operazioni più rischiosa (derivati, ecc.).

Mercati OTC (Over the counter) – Costituiscono il cosiddetto sistema bancario-ombra, formalmente esterno a quello ufficiale e quasi del tutto privo di “regolazione”.

Moneta fiduciaria –
 La moneta emessa dalle Banche Centrali a corso forzoso (obbligo di utilizzo e accettazione da parte di tutti i soggetti economici operanti nello Stato), non “convertibile”, cioè senza diritto ad ottenere un quantitativo prefissato di oro. Fino alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (in realtà già da un po’ prima), chi possedeva dollari aveva diritto ad ottenere, dietro richiesta, un quantitativo di oro prefissato, pari ad un’oncia ogni 35 dollari.

Held to maturity –
 Letteralmente, “tenuti fino alla scadenza”.

Mercato obbligazionario – 
E’ una parte del mercato di Borsa, quella che tratta appunto l’acquisto e la vendita delle obbligazioni (“bond”), cioè dei prestiti che uno Stato o una società privata chiede agli investitori. Il prezzo delle obbligazioni sul mercato si muove in modo inversamente proporzionale al tasso di interesse. Se il tasso di interesse generale raddoppia, il prezzo delle obbligazioni, a parità di altre condizioni, si dimezza. Se ad es. si sottoscrive un BOT o un BTP, si sa già che alla scadenza esso verrà rimborsato al valore nominale (il prezzo pagato al momento della sottoscrizione), più una somma a titolo di interesse. Il rapporto fra queste due grandezze (interesse/capitale investito) determina il tasso di interesse che frutta quel titolo. Ma se il possessore del titolo deve venderlo in Borsa prima della scadenza (perché ha necessità di rientrare in possesso del denaro liquido) e, nel frattempo, il tasso di interesse corrente è raddoppiato, chi compra quel titolo lo pagherà ad un prezzo più basso del valore nominale, stante un tasso di interesse raddoppiato, un capitale dimezzato rispetto all’originale sarà sufficiente a fornire l’ammontare di denaro che lo Stato pagherà come interesse alla scadenza. Es. pratico: BOT di 1000 €, tasso di interesse 5%, interesse corrisposto alla scadenza 50 €. Se il tasso corrente di interesse sale dal 5% al 10%, 50 € saranno il 10% di 500 € e non più di 1000. Nessuno pagherebbe 1000 € per un titolo che ne frutterà 50 se, per avere quel guadagno, ora basta investire 500 €.

Società-veicolo –
 Società finanziarie costituite dalle banche, ma “autonome”, che si incaricano di specifiche operazioni. Nella crisi del 2007-2008, ad esempio, erano balzate agli onori della cronaca per aver confezionato particolari titoli denominati CDO (collateralized debt obligations), che poi avevano venduto sul mercato spacciandoli per titoli sicuri in quanto “collateralizzati” (cioè garantiti) dai mutui immobiliari, a loro volta ad alto rischio insolvenza.

Stagflazione – 
Compresenza di inflazione (aumento dei prezzi) e stagnazione (rallentamento e crisi dell’economia).

Stretta creditizia – Situazione determinata dall’aumento del tasso di interesse da parte delle Banche Centrali. Salendo il tasso di interesse, chi chiede soldi in prestito sopporta un costo maggiore perché deve pagare interessi più elevati. Questa circostanza fa diminuire la richiesta di capitale a prestito e ha quindi l’effetto di rallentare l’attività economica.

TLTRO – La sigla sta per “Targeted longer-term refinancing operations”, cioè operazioni “mirate” di rifinanziamento. Si tratta dei finanziamenti che la BCE mette a disposizione delle banche ordinarie affinché li prendano in prestito e li usino per finanziare la cosiddetta “economia reale” (le imprese e i privati). Si chiamano “targeted” cioè “mirate” perché escludono esplicitamente società finanziarie e privati che intendono contrarre un mutuo immobiliare. Un interesse negativo (come si ricorda nel testo) significa che le Banche che li utilizzavano non solo non pagavano interessi, ma addirittura ricevevano un premio.

Treasury Bonds –
 Titoli di Stato emessi dal governo degli Stati Uniti.

Venture Capital – Capitale specializzato nel finanziamento di attività industriali con prospettive di sviluppo potenzialmente elevate ma incerte (rischio fallimento).


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