giovedì 25 settembre 2025

Perché la Silicon Valley sostiene Trump - Giacomo Gestaldi

 

Nei racconti della Silicon Valley scritti da sé medesima, tutti disponibili in rete o in libreria, si legge di un capitalismo eccezionale, guidato da uomini fuori dal comune. E di un ambiente di lavoro magnifico, dove l’alienazione è pregata di accomodarsi fuori della porta. Ma i volti sempre sorridenti, gli spazi condivisi e gli edifici a emissione zero nascondono due zone d’ombra. La prima è l’estrattivismo nei confronti di persone e territori. Nel 2023 in Kenya, per fare solo uno dei tanti esempi possibili, OpenAI fa ripulire i suoi modelli d’intelligenza artificiale a migliaia di “schiavi del clic”, impiegati in turni massacranti a meno di due dollari l’ora. L’estrazione forzosa di risorse opera anche sull’ambiente. Mentre enormi quantità d’acqua ed energia vengono consumate nei centri di calcolo necessari all’intelligenza artificiale, le cryptomonete, oggetto dell’amore maniacale dei tecno-capitalisti, bruciano nel solo 2023 tanta energia quanto l’intera Australia nello stesso periodo di tempo. La seconda zona oscura è la composizione demografica della dirigenza. Le donne rappresentano il 50,9% della popolazione totale degli Stati Uniti, gli ispanici il 19,5% e gli afroamericani il 13%. Nella Silicon Valley i tre gruppi occupano, rispettivamente, l’8,8%, l’1,6% e meno dell’1% di tutte le posizioni direttive.

La Silicon Valley non è solo un posto dove persone, tecnologia e ricchezza sono straordinarie. È anche il luogo dove questa eccezionalità viene trasformata in buona novella. Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, è il tecno-capitalista più impegnato nel diffondere il Vangelo che sale dalla valle. Lo fa con esemplare chiarezza in un saggio del 2009, The Education of a Libertarian, in cui rivendica per sé, in quanto capitalista, una libertà assoluta. Essere liberi è la precondizione per raggiungere obiettivi più alti: sfuggire agli apparati fiscali, sconfiggere il collettivismo, battere l’ideologia dell’inevitabilità della morte. Ma Thiel aggiunge: “Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili”. Non sopporta, in altri termini, che in democrazia esistano regole valide per tutti, poveri cristi o ricchi a palate che siano.

L’ideologia della libertà assoluta del capitalista si accorda alla perfezione con il secondo punto dell’ideologia di Thiel, il capitalismo come sistema che non conosce limiti. Il nemico numero uno del capitale senza confini è l’ambientalismo, più pericoloso perfino della Sharia e del comunismo. Il simbolo di un possibile futuro autoritario diventa così Greta Thunberg, secondo Thiel l’Anticristo del nostro tempo. È l’idea stessa di bene comune, su cui si basa l’ambientalismo, a farne il primo nemico del capitalismo. Quest’ultimo non può tollerare l’esistenza di ricchezze che non appartengono agli individui ma alle comunità che vivono sui territori. Nel caso dell’aria che respiriamo e dell’acqua dei mari e dei fiumi, è la collettività di tutte e tutti noi abitanti della Terra ad esserne proprietaria. Nel suo odio per l’ambientalismo, Thiel si muove nel solco di Ayn Rand (1905-1982), teorica del capitalismo assoluto: il legame sociale è schiavitù perché l’unico rapporto possibile fra l’individuo e il mondo è la proprietà. Ma se possono esistere solo proprietari isolati, il principio dell’ambiente come casa comune, che nessun privato ha il diritto di possedere, non può che innervosire gli ideologi della libertà totale del capitalismo.

Nel contesto appena delineato, la Silicon Valley fa propria l’auto-rappresentazione dei capitalisti come la migliore classe dirigente possibile, perché frutto di una selezione naturale. È un’idea con una tradizione lunga oltre un secolo. Andrew Carnegie, il più importante industriale dell’acciaio negli Stati Uniti di fine Ottocento, la spiega così: “Anche se la legge [della competizione] può a volte risultare dura per l’individuo, rappresenta la cosa migliore per la razza perché assicura la sopravvivenza dei migliori in ogni settore”. I dirigenti prodotti dal capitalismo sono i più capaci perché escono vincenti dalla corsa al possesso di beni e denaro: il migliore non è Van Gogh, ma il mercante che riesce a venderne i quadri. In quanto superiori a tutti nell’accumulare ricchezza, i capitalisti non ne sbagliano una. A sentire Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, “Se qualcuno fa un sacco di soldi con qualcosa, allora deve aver ragione”.

Posizioni come quelle appena descritte spiegano il sostegno a Donald Trump da parte di Silicon Valley in occasione delle elezioni presidenziali dello scorso novembre. Il passaggio al trumpismo dei tecno-capitalisti consente la pratica del capitalismo alla Thiel, libero da qualsiasi limite. Se la crescita del capitale oggi si scontra col riscaldamento del pianeta, Silicon Valley non può che riconoscersi con entusiasmo nel negazionismo climatico della presente amministrazione repubblicana. In secondo luogo, schierandosi con Trump, Silicon Valley salda il suo elitismo, fondato sul dominio della tecnologia, con quello basato sul genere e/o il colore della pelle, con il sessismo e il razzismo, in perfetta coerenza con la composizione demografica della sua dirigenza. Il tecno-capitalismo si arruola così nel conflitto del secolo, la guerra del Nord contro il Sud, combattuta nelle banlieux parigine come nei campi di concentramento per immigrati, nei quartieri ispanici delle metropoli statunitensi come nelle strade di Gaza.

Un’oligarchia di ultraricchi cafoni, quella che noleggia Venezia per un matrimonio, pretende di dominare il mondo. Ma non può agire da classe dirigente perché è incapace di affrontare i problemi della collettività. Salta allora sul carro del fascismo.

Starà alla nostra Resistenza impedire che il presente stato delle cose si cristallizzi in un mondo neofeudale, con un’aristocrazia di tecno-miliardari esenti dal fisco al comando, un clero di informatici a gestire il sapere e una massa di servi a tenere in piedi la baracca.

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Come difendersi dai droni - Alessandro Ghebreigziabiher

 

I droni si sono impadroniti dei conflitti armati. La difesa da questi terrificanti oggetti tecnologici carichi di pulsione di morte che possono essere controllati a distanza non passa per strategie militari o per buone pratiche di intelligenza artificiale. Per proteggerci in profondità dalla cultura di guerra e dagli algoritmi di distruzione umanizzata occorre riempire la vita di ogni giorno di relazioni vere con persone in carne e ossa, riportare l’umanità ovunque, immaginare e praticare modi diversi di vivere

 

I droni hanno ormai preso possesso delle notizie dei giornali. Viene considerato un successo il loro abbattimento, vedi i 221 droni ucraini neutralizzati dai russi, sono utilizzati in modo a dir poco incosciente per avvicinare ulteriormente la fiamma alla miccia della temuta fase di non ritorno nel conflitto mondiale, come è accaduto di recente in Polonia, sfruttati per un vile atto terroristico ai danni di iniziative del tutto pacifiche come quella della Global Sumud Flotilla, o addirittura esaltati per le loro potenzialità in tema di consegne rapide e precise. In ogni caso, a quanto si leggei droni si sono impadroniti dei conflitti per alcune semplici ragioni: costano decisamente di meno rispetto ai tradizionali velivoli da combattimento, hanno un peso altrettanto inferiore e, soprattutto, si dimostrano letalmente efficaci.

Dal punto di vista storico, i primi veicoli senza pilota furono sviluppati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti durante la prima guerra mondiale. Il prototipo britannico, un piccolo aereo radiocomandato, fu testato per la prima volta nel marzo del 1917, mentre il modello statunitense in pratica era un siluro, noto come Kettering Bug, e volò per la prima volta nell’ottobre del 1918. Anche se entrambi mostrarono risultati promettenti nei test di volo, nessuno dei due fu utilizzato operativamente durante la guerra.

Considerando l’esponenziale e, a mio modesto parere, in parte inquietante diffusione di tali ordigni e la loro micidiale pericolosità qualora azionati con intenzioni ostili, mi sorge la seguente domanda: come difendersi dai droni? Da cui, il logico quanto interrogativo corollario: come ci si difende da ciò che non si conosce?

Ebbene, facciamo un po’ di chiarezza, a cominciare dalla mia testa: cosa sono i droni? Sono per definizione dei velivoli senza pilota, formalmente noti come veicoli aerei senza equipaggio (dall’acronimo UAV, Unmanned Aerial Vehicle) o anche sistemi di aeromobili senza equipaggio (UAS, Unmanned Aerial System), che possono essere controllati a distanza o volare autonomamente utilizzando piani di volo guidati da software e sensori di bordo. Ora, aprendo una conversazione più approfondita su come proteggerci, o in generale controllare, gestire e contenere qualsiasi innovazione tecnologica, gli studi universitari e i testi letti nel tempo, suggeriscono – oltre che di acquisire consapevolezza dello strumento in sé – di ragionare sul significato più ampio della funzione che essa svolge. Mi riferisco in particolare all’approccio generale che in molti casi indirizza a vario titolo il progresso tecnico, industriale e ovviamente economico, e in seconda battuta quello sociale, e finanche ideologico e politico.

Alla luce di ciò – divenuta parte quindi di un disegno assai più vasto – ripeto a me stesso la domanda: cosa sono davvero i droni? Ebbene, credo siano in sintesi macchine, come detto nell’incipit, economiche, leggere e mortali che possono essere azionate a distanza tramite un programma informatico da qualcuno che non vedi e che ignori, che a sua volta sarà in grado di arrecare sofferenza o addirittura causare la morte di qualcun altro che al contrario vede e conosce alla perfezione. O anche no, ed è quest’ultimo a mio umile avviso uno degli aspetti più inquietanti. Anche perché, tenendo conto della velocità, e al contempo l’assenza di un effettivo controllo da parte nostra, con cui l’intelligenza artificiale sta occupando sempre più i ruoli che un tempo erano svolti unicamente dagli esseri umani, dovremo aspettarci un domani – o forse è già realtà – nel quale ad azionare il velivolo robot ci sarà un altro robot.

In parole povere, è come se l’umanità stia facendo di tutto pur di eliminare se stessa dall’equazione che regola in ogni campo la sua esistenza. A tal punto, non posso fare a meno di tornare nuovamente alla domanda iniziale: come difendersi dai droni? Ovvero, in generale, come proteggerci dal ben più grande, controverso e ormai inevitabile orientamento che da decenni hanno scelto l’industria e i governi da essa dipendenti, e che sempre più sta investendo nel sopra citato algoritmo di distruzione disumanizzata? Credo che non ci sia migliore alternativa che fare la scelta opposta: puntare sempre più sulle persone in carne e ossa. Riempire il nostro fare e possibilmente la nostra quotidianità di interazioni reali nell’accezione tradizionale. Per dirla in modo altrettanto semplice, sforzandoci di riportare a ogni occasione l’umanità all’interno della suddetta equazione. Mi sbaglierò, ma forse, oltre che la migliore, credo sia l’unica strada che ci resta.

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mercoledì 24 settembre 2025

Il capitalismo è sinonimo di criminalità - Raúl Zibechi

 

Le indagini sul Primo Comando Capitale, il più grande gruppo di narcotrafficanti in Brasile, nato in carcere negli anni Novanta e oggi diffuso in tutto l’America latina, mostrano una realtà gigantesca – con 40.000 affiliati – che non solo è alleata per il traffico di cocaina con la ‘Ndrangheta italiana, ma controlla in forte relazione con tante imprese “tradizionali”, decine di fondi investimento immobiliare, impianti di raffinazione, aziende agricole, perfino una banca. Compagnie minerarie e criminalità organizzata, scrive Raúl Zibechi, collaborano ovunque per sfrattare le comunità che considerano un ostacolo allo sfruttamento di Madre Terra. «Noi, il popolo, noi esseri umani, siamo diventati un ostacolo all’infinita accumulazione di capitale. Pertanto, d’ora in poi, il genocidio sarà la norma… È un atteggiamento irresponsabile e perverso diffondere l’idea che possa esistere un “buon” capitalismo, come hanno ripetutamente affermato i presidenti progressisti… Qualsiasi forma di politica che non avverta la gente che viviamo nell’era del genocidio, o che un genocidio è in corso altrove, la conduce al patibolo…»

 

A volte i rapporti tra criminalità organizzata e capitalismo diventano chiari e trasparenti, offrendoci l’opportunità di valutare lo stato attuale del sistema e la sua direzione.

Qualche giorno fa, il governo federale brasiliano ha lanciato una massiccia operazione contro la criminalità organizzata nel settore dei carburanti, con risultati sorprendenti. Ha individuato 40 fondi di investimento immobiliare per un valore di 5,5 miliardi di dollari, controllati dal Primo Comando Capitale (PCC), il più grande gruppo di narcotrafficanti in Brasile. Questi fondi hanno finanziato l’acquisto di un terminal portuale, quattro impianti di raffinazione, 1.600 camion per il trasporto di carburante e oltre 100 immobili (PCC controla ao menos 40 fundos de investimentos com patrimônio de mais de R$ 30 bilhões, diz Receita Federal).

Inoltre, hanno acquistato aziende agricole per un valore di altri 5 miliardi di dollari e una banca ombra, la fintech BK Bank, che ha movimentato fino a 8 miliardi di dollari. Oltre 1.000 stazioni di servizio in 10 stati brasiliani vengono utilizzate per riciclare denaro della criminalità organizzata, ma si stima che le operazioni del PCC raggiungano fino a 2.500 stazioni di servizio in tutto il paese.

Il PCC è stato fondato nel 1993 nel carcere di Taubaté a San Paolo. Oggi opera nel 90% delle carceri e si è diffuso in Uruguay, Paraguay, Bolivia e Colombia. È la più grande banda criminale dell’America Latina, con un potenziale di 40.000 membri, molti dei quali detenuti. Attraverso il traffico di cocaina, ha stretto alleanze con la ‘Ndrangheta italiana e si ritiene che goda di un forte sostegno nei paesi africani ed europei.

Ciò che le indagini degli ultimi anni hanno rivelato è una crescente sofisticazione delle operazioni di riciclaggio di denaro, nonché il loro coinvolgimento in siti web di gioco d’azzardo online e investimenti in squadre di calcio. L’attuale indagine ha rivelato che la PCC domina la filiera della canna da zucchero, attraverso l’acquisto di aziende agricole, impianti di raffinazione, stazioni di servizio e trasporti.

I dati di cui sopra rivelano chiaramente la stretta relazione tra le imprese “tradizionali” e la criminalità organizzata. Questa realtà merita ulteriori indagini.

Da un lato, vediamo come la criminalità adotti i metodi delle grandi imprese capitaliste. Investono con la stessa logica, cercando di monopolizzare ogni settore per massimizzare i profitti. La cosiddetta criminalità organizzata fa parte del capitalismo, da cui si differenzia solo per il fatto che le sue attività non sono considerate legali, il che le consente di aumentare esponenzialmente i profitti. I metodi della criminalità sono identici a quelli dell’estrattivismo, come si può osservare nell’attività mineraria.

D’altro canto, emerge un’ampia zona grigia tra ciò che è legale e ciò che è illegale: la criminalità cerca di legalizzare il proprio capitale investendo in terreni, immobili, attività minerarie e, soprattutto, finanza, perché è il modo migliore per riciclare i propri beni. Le imprese “legali” adottano metodi di stampo mafioso evadendo le tasse (cosa che ormai è la norma in qualsiasi settore), supportate da specialisti come avvocati e notai.

Mentre la criminalità si muove verso la legalizzazione, gli imprenditori tradizionali si muovono verso l’illegalità. Entrambi cercano di corrompere giudici e politici, investire nello sport e in qualsiasi cosa permetta loro di superare le difficoltà e aumentare i profitti. Neutralizzano lo Stato o lo prendono d’assalto, comprando la benevolenza o usando minacce, a seconda della situazione.

Per tutte queste ragioni, in molte regioni, compagnie minerarie e criminalità organizzata collaborano per sfrattare le comunità che considerano un ostacolo allo sfruttamento di Madre Terra.

Se accettiamo che il capitalismo esistente sia una guerra di espropriazione contro il popolo – la “Quarta Guerra Mondiale”, come la chiamano gli zapatisti – dobbiamo anche accettare che non c’è nulla di illegale nelle guerre, poiché la legge del più forte regna. Gaza è il miglior esempio dell’evaporazione di ogni legalità, di tutta l’umanità, perché si tratta di espropriare e sfrattare il popolo palestinese per trasformare i suoi territori e le sue terre in semplici merci.

La criminalità opera esattamente allo stesso modo a Cherán, a Chicomuselo o in qualsiasi parte del mondo, perché noi, il popolo, noi esseri umani, siamo diventati un ostacolo all’infinita accumulazione di capitale. Pertanto, d’ora in poi, il genocidio sarà la norma, come lo fu durante la Conquista delle Americhe.

È un atteggiamento irresponsabile e perverso diffondere l’idea che possa esistere un “buon” capitalismo, come hanno ripetutamente affermato i presidenti progressisti di questa regione.

Come ha osservato Immanuel Wallerstein, il capitalismo è stato un’enorme battuta d’arresto per due terzi dell’umanità, donne, ragazze e ragazzi, popoli del colore della terra. Ciò che segue sono forni crematori, genocidi e i media mainstream che mascherano questa realtà.

Qualsiasi forma di politica che non avverta la gente che viviamo nell’era del genocidio, o che un genocidio è in corso altrove, la conduce al patibolo. Come ha osservato lo storico del lavoro Georges Haupt, chiunque intrattenga la gente con storie accattivanti “è criminale quanto il geografo che disegna false mappe per i navigatori”.

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Fuori Alaa - Enrico Campofreda

Giunge con estremo ritardo, ma è bene che sia arrivata, la liberazione d’un attivista storico d’Egitto: il quarantatreenne Alaa Abd El-Fattah, imprigionato nel 2013 a seguito del golpe bianco di Al Sisi, e poi nuovamente nel 2019, dopo una paradossale scarcerazione che nelle settimane seguenti gli rinnovava una pena di cinque anni per aver diffuso “notizie false” sui social media. Lo fanno uscire di cella il suo persecutore presidente egiziano, che addirittura lo grazia assieme ad altri detenuti politici, e il premier britannico Starmer fino a questo momento accogliente solo a parole delle suppliche della madre di Alaa, la docente universitaria Laila Soueif. La quale s’era spesa tantissimo per il rilascio del figlio che ha cittadinanza anche britannica, da lì la richiesta di coinvolgimento di Downing Street. Laila coi suoi settant’anni oggi sembra una novantenne: l’hanno piegata le pene patite e le lotte intraprese a favore del primogenito. In questi anni ha praticato essa stessa debilitanti scioperi della fame nonostante condizioni sempre più precarie di salute. Le testimonianze delle altre figlie, di amici, le stesse immagini della donna confermano come la professoressa negli ultimi cinque anni sia invecchiata per le sofferenze fisiche e morali subìte dalla famiglia. Perché adesso questa grazia? cosa significa? Da un lato c’è da constatare che Alaa ha quasi scontato per intero l’ennesima condanna, dall’altro c’è l’attuale scelta del governo inglese di esporsi a favore d’un riconoscimento dello Stato Palestinese. Mentre il regime del Cairo segue i dubbi sollevati da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita per i recenti attacchi aerei di Israeli Air Force al Qatar, un esplicito schiaffo alle stesse petromonarchie propense a stabilire buoni rapporti con Tel Aviv attraverso gli “Accordi di Abramo”. Ora quest’ultime compiono un passo indietro di fronte all’aggressiva strafottenza dell’esecutivo Netanyahu, il cui isolamento diplomatico è globale. Con l’odierno pronunciamento all’Assemblea delle Nazioni Unite anche di Regno Unito, Australia e Canada, la stragrande maggioranza dei Paesi rappresentati nel Palazzo di Vetro (151 su 193, l’Italia resta nel guado di un “non ora” voluto da una Meloni  filo Maga) chiede quello Stato Palestinese che Israele nega praticando un genocidio strisciante a Gaza e l’occupazione militare e coloniale della Cisgiordania. Comunque l’uomo della repressione interna in Egitto non è cambiato. La sua è l’ennesima mossa buonista per conservare un profilo passabile da mediatore internazionale col quale riesce a conservare uno scranno nei tavoli di trattativa. Lì la partita col mondo islamico la gioca il turco Erdoğan e i rapporti con l’Occidente statunitense li tiene il saudita bin Salman. Sisi sorride e grazia un detenuto impossibile da tenere ai ferri pure per ragioni di passaporto, la svolta potrebbe offrirla liberando migliaia di oppositori di cittadinanza solo egiziana. Non lo farà. 


martedì 23 settembre 2025

Dove siamo? – Giorgio Agamben

 

All’inferno. Ogni discorso che non parta da questa consapevolezza è semplicemente privo di fondamento. I gironi in cui ci troviamo non sono disposti verticalmente, ma disseminati nel mondo. Ovunque gli uomini si associano, producono inferno. I gironi e le bolge sono dappertutto intorno a noi, che riconosciamo, come nei caprichos di Goya, i mostri e i diavoli che li governano.

Cosa possiamo fare in quest’inferno? Non tanto o non solo, come diceva Italo, custodire una parcella di bene, quello che nell’inferno non è inferno. Poiché è stata anch’essa, tutta o in parte, contaminata – in ogni caso no te escaparas. Piuttosto fermati, taci, osserva, e, al giusto momento, parla, spezza la cortina di menzogne su cui riposa l’inferno. Perché lo stesso inferno è una menzogna, la menzogna delle menzogne che impedisce il varco al non inferno, al lietamente, semplicemente, anarchicamente esistente. Al mai stato che l’inferno ogni volta ricopre col suo stato, come se non ci fosse altra possibilità al di fuori delle bolge e i gironi in cui ti hanno già sempre necessariamente iscritto. Sii tu il punto, la soglia in cui lo stato viene meno, in cui sorgivamente sbuca il possibile, la sola vera realtà. Il pensiero non consiste nel realizzare il possibile, come i demoni ti invitano a fare, ma nel rendere possibile il reale, nel trovare una via di uscita dall’ineluttabilità dei fatti che l’ideologia dominante cerca di imporre in ogni ambito – e innanzitutto nella politica. Mentre nell’infernale vocio intorno a te tutti cercano di realizzare diabolicamente, tecnicamente a qualsiasi costo il possibile, per te ogni stato, ogni cosa, ogni filo d’erba, se li percepisci nella loro verità, diventano nuovamente, silenziosamente, lucidamente possibili.

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Austerità, militarismo, censura: Trump ci mostra il loro legame - Clara Mattei

 

Le università controllate, la distruzione del welfare per finanziare politiche securitarie e sgravi ai ricchi, il sostegno a Israele nel massacro in Palestina

Quasi 700 giorni di genocidio a Gaza e lo strazio continua. Solo un paio di settimane fa, con un largo voto bipartisan, il Senato americano ha ancora una volta affossato il tentativo di fermare la vendita di bombe e fucili a Israele per un valore di 675 milioni di dollari. Una cifra ridicola, simbolica rispetto a quanto annualmente gli Stati Uniti spendono per rifornire di armi quel Paese, che testimonia la complicità della classe politica statunitense con il massacro in corso. Intanto le università statunitensi si preparano a riaprire in un clima culturale che sembra aver ormai superato per intensità repressiva persino quello del maccartismo: molte oggi appaiono come ghetti militarizzati, con check point elettronici e sorveglianza costante sui docenti.

Rashid Khalidi, professore emerito alla Columbia e titolare della cattedra Edward Said, ha recentemente rinunciato al suo insegnamento. In una lettera aperta al presidente dell’università, ha denunciato l’impossibilità di insegnare liberamente la storia del Medio Oriente dopo che l’ateneo ha firmato un accordo con l’amministrazione Trump, adottando la definizione IHRA di antisemitismo: volutamente ambigua, confonde critica politica e odio razziale. Non è un caso isolato. Columbia è il baricentro simbolico delle Ivy League: università d’élite che oggi si rivelano per ciò che sono sempre state, istituzioni governate come corporation, dove gli studenti si indebitano per essere indottrinati dal sapere dominante. Trump non fa altro che mostrare questa realtà nella sua forma più cruda. Antonio Gramsci l’aveva già compreso: l’università è parte integrante dell’apparato del potere statale, essenziale nella costruzione del consenso per un ordine socio-economico fondamentalmente antidemocratico. Se un tempo la maschera era quella del pluralismo, oggi il volto è apertamente autoritario.

Abbiamo quindi un compito urgente: squarciare il velo dell’ideologia liberale, analizzando con lucidità le radici economiche di questo mondo capovolto, dove il valore d’uso della vita è subordinato al valore monetario. Non vi è metafora più potente: bambini scheletro, amputati, trucidati… e il titolo in borsa di Leonardo S.p.A. che schizza a +274% da ottobre 2023. L’intera economia globale è coinvolta. Nel suo rapporto all’Onu del luglio 2025, Francesca Albanese denuncia una fitta rete di facilitatori che alimentano l’industria bellica: studi legali, società di consulenza, trafficanti d’armi, agenti, broker. Una rete tentacolare che trasforma la distruzione della vita palestinese in dividendi record per giganti come Alphabet, Amazon, Microsoft, Vanguard, BlackRock e le grandi multinazionali del petrolio e delle materie prime.

Il caso palestinese non è un’eccezione, è una chiave di lettura. È la metafora della nostra economia: un sistema che può sopravvivere solo attraverso austerità e militarismo. La spesa sociale è una minaccia per l’ordine di classe: dare risorse ai cittadini significa ridurre la dipendenza dal mercato e aprire varchi per costruire alternative economiche. La spesa militare, invece, non apre conflitti redistributivi, non politicizza l’economia e serve anche a risolvere un problema cronico: la sovrapproduzione. Le aziende producono più beni di quanti i salariati possano acquistare, ma la domanda statale per armi e controllo sociale garantisce nuovi mercati, nuovi investimenti, nuova “crescita”.

Lo conferma l’ultima manovra firmata Trump: il “One Big Beautiful Bill”, approvato il 4 luglio, rappresenta l’aritmetica perfetta dell’austerità. Quasi 200 miliardi di dollari tagliati all’assistenza alimentare – che lasceranno due milioni di statunitensi senza cibo – serviranno a finanziare centri di detenzione, sorveglianza di frontiera e tecnologia bellica. Oltre 1.000 miliardi verranno tagliati da Medicaid, causando la perdita di copertura sanitaria per 16 milioni di persone, ma chi guadagna più di mezzo milione l’anno riceverà sgravi fiscali per 168 miliardi. E invece di ridurre il debito, la legge lo aumenterà di oltre 3.000 miliardi in 10 anni. Altro che prudenza economica! L’austerità è un meccanismo di controllo, pensato per piegare le aspirazioni collettive e garantire l’obbedienza sociale. Povertà, disoccupazione e disuguaglianza non sono “effetti collaterali”: sono strumenti con cui il sistema si preserva. Basti pensare che oggi, negli Usa, il Paese più ricco del mondo, il 44% dei lavoratori americani a tempo pieno non guadagna abbastanza per soddisfare i propri bisogni fondamentali e oltre la metà della popolazione vive senza sicurezza economica. L’ordine del capitale non potrebbe reggersi senza il duetto inscindibile tra militarismo e austerità. Trump, con la sua brutalità, ci fa un favore: ci costringe a vedere ciò che la retorica liberale ha sempre nascosto. Tocca a noi ora decidere cosa fare di questa consapevolezza.

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lunedì 22 settembre 2025

Pensare la politica al tempo di Gaza - Gian Andrea Franchi

 

È oggi d’estrema evidenza la necessità di aprire cammini verso una dimensione comunitaria e collettiva della vita e non solo umana. Scrivo queste parole mentre cerco di compiere, a modo mio, questo cammino, anche se spesso mi viene il dubbio di segnar tracce sulla sabbia di fronte a un mare sempre più cupo…

È in atto e ben visibile una distruzione della vita in quanto tale sotto la sferza del dominio assoluto del valore di scambio, nato nella Cultura europea fa XVI e XVII secolo per venir imposto ovunque. Il genocidio di Gaza ne è la manifestazione di fronte al mondo senza nessuna mediazione (e con troppo modeste forme di resistenza). Il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha detto “La striscia è un Eldorado da spartire con gli Usa”. Si tratta di una frattura nella continuità storica mai avvenuta prima: l’eliminazione attuale e tendenziale di un intero popolo, giuridicamente chiamata genocidio1, viene eseguito di fronte al mondo intero. “Genocidio” è una parola ormai giornalisticamente banale.

Primo Levi, nell’introduzione a I sommersi e i salvati, ricorda il “cinico ammonimento” dei militi SS: “E quando anche qualche prova dovesse rimanere [delle camere a gas], e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono talmente mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi che negheremo tutto”2.

Quello che sta quotidianamente accadendo a Gaza dal 7 ottobre del 2023 proclama, invece, pubblicamente che le popolazioni e i singoli non utili a un potere, la cui matrice è l’economia di mercato, ovvero il capitalismo, possono essere eliminati: uccisi o spostati come pacchi inutili per essere abbandonati in qualche luogo remoto.

Questa violenza radicale era in germe nella violenza originaria del nascente capitalismo in Europa, con la sottrazione dei beni di uso collettivo e la violenza contro tutti i gruppi sociali considerati improduttivi e, contemporaneamente, in forme ab origine largamente “genocidarie”, nella conquista europea del resto del mondo.

Dopo la seconda guerra mondiale, questa consapevolezza si era attenuata e anche culturalmente rimossa, in quella fase storica che possiamo chiamare “socialdemocratica”, legata anche alla diffusione di dinamiche sociali di contestazione e di lotta.

Oggi, senza più alcun velame giustificatorio, chi non è utile al sistema del potere economico può essere tolto di mezzo.

Stiamo entrando in una nuova fase della storia del mondo, che indicherei come una sorta di atroce sintesi di vecchio e di nuovo. Vecchio: perché ultimo frutto velenoso dell’esasperazione della cultura dell’individualismo concorrenziale che porta alla lotta di tutti contro tutti; una società della concorrenza è una società concepita come lotta per vivere e sopravvivere, è una società che porta nelle sue viscere la solitudine e la guerra. Nuovo, perché è ormai scomparsa ogni copertura ideologica, ad esempio l’ideologia dei “diritti umani”, ma soprattutto perché il potere capillare intrinseco alle dinamiche economiche sta ormai palesemente distruggendo la vita intera, senza più contrasti efficaci, limiti o cautele.

Ci sono qua e là resistenze, lotte e anche tentativi d’innovazione, ma al momento non in grado di contrastare veramente il processo distruttivo dell’equilibrio essenziale alla vita, così come la conosciamo, che appare sempre più inesorabile. L’intera natura – l’ambito del nascere per tutti i viventi – è coinvolta in un illimitato processo di mercificazione, ovvero di distruzione funzionale al capitalismo. Bisogna prendere atto che questa cultura, nel suo sviluppo incontrollato e che ormai appare incontrollabile, sta distruggendo le basi della vita.

Occorre far risuonare nella sua profondità originaria una parola, resa banale, come “natura”: la vita è la temporalità del nascere, del crescere e del finire. Finisce un percorso di vita per dar seguito ad un altro: il nascere e il morire, l’iniziare e il finire, costituiscono due facce di una sola dinamica vitale e, nel caso umano, storica.

Detto in termini più astratti, la vita si articola nel ciclo di riproduzione e produzione (produzione del necessario alla riproduzione, il nutrimento), ma è ormai storicamente lanciata verso la rottura dell’equilibrio fra queste due dinamiche fondanti. Siamo, infatti, catturati da un processo in cui la produzione si sta mangiando la riproduzione, perché il fine ultimo della riproduzione è diventato la produzione di oggetti che non sono necessari o anche utili alla riproduzione, al contrario, molto spesso nocivi, servono soltanto alla loro trasformazione in valore di scambio, in denaro, peraltro dissolto ormai in meccanismi finanziari. Potere allo stato puro, sganciato da ogni fine che non sia uno smisurato impulso ad invadere – a divorare – ogni anfratto vitale.

Questa dinamica illimitata di potere ha oggi, nel genocidio pubblico di Gaza, la sua proclamazione, locale ma con valenza generale: non c’è più alcun limite a un potere che si manifesta come trasformazione della vita in merce, ossia in valore di scambio fine a sé stesso. È l’instaurazione di un illimitato dominio antropologico sulla vita – ma di cui responsabile è solo una piccola parte degli umani -, che sta mettendo in crisi l’equilibrio della vita stessa.

Oggi noi non possiamo più avere un immaginario e quindi neanche delle rappresentazioni del futuro. Possiamo avere speranze e desideri per il futuro, senza però un rapporto con la dinamica storica effettiva e quindi con possibili alternative. Ciò significa che è avvenuta, per la prima volta nella storia, una rottura a livello mondiale della trasmissione fra le generazioni, una rottura della narrazione storica, cioè del senso stesso della vita, sociale e singolare: un genitore oggi non può prefigurare al figlio il mondo in cui vivrà da adulto. Oggi mettere al mondo un figlio è qualcosa di diverso da ieri: un bambino è gettato in un mondo, le cui dinamiche future ci sono ignote. In tal modo la vita storica tende a perdere senso: per quel che riguarda i singoli, sembra evaporare in un pulviscolo caotico di cunicoli individuali, di drammi di sopravvivenza, coinvolti e sconvolti da lotte mondiali di potere.

È necessario allora, per ridare senso alla nostra vita e a quella dei nostri figli e delle generazioni future, scavare a fondo. Il compito antropologico, storico, politico di ridare senso alla vita deve partire dalla consapevolezza che la vita e la morte non sono contrapposte, come la cultura moderna dell’Occidente vuol imporre, ma sono complementari – altre culture dall’Occidente distrutte o recluse lo sapevano. Ciò significa fondare un orizzonte narrativo politico, quindi comunitario, nel quale accogliere il transito generazionale: la morte. È questo il fondamento di una vita storica comunitaria.

Accogliere la finitezza di ogni singola vita come intrinseca portatrice di un messaggio del proprio transito vitale da lasciare agli altri, a chi resta e a chi nasce, vuol dire creare le condizioni della trasmissibilità fondamento della storia in quanto comunicazione fra le generazioni.

Questo è il tratto, che si può chiamare “ontologico”, alla base della dimensione comunitaria della vita, che l’umano potrebbe e dovrebbe esaltare, mentre ha finito con l’esaltare un’altra dimensione, che pur nella vita esiste: la predazione.

Il capitalismo, accentuando al massimo il fenomeno predatorio contenuto in natura entro limiti certi, ha finito con il contrapporre la morte al contesto della vita e della storia. Ha annullato la funzione culturale della morte: il passaggio del testimone nel tempo della narrazione storica, il passaggio comunicativo fra le generazioni. Ha reso la morte soverchiante e distruttiva per il tramite di una illimitata espansione dell’umana capacità di agire, divenuta predazione della vita stessa. Ha modificato, in tal modo, le basi stesse della vita, riducendola a materiale da predazione: consumare la vita invece di alimentarla: una dinamica tendenzialmente suicida.

Questo è accaduto nel contesto di una complessa dinamica storica di rimozione dell’angoscia propria della condizione umana: l’angoscia per la morte che abita ogni vivente umano e la cui elaborazione è stata il fondamento di tutte le culture: dalle prime mitologie alle religioni più complesse.

Rimozione è il contrario di elaborazione.

Sembra opportuno un rapidissimo cenno storico.

Questo percorso storico di rimozione è sorto in Europa, principalmente, nei meandri della corrente calvinista della Riforma del cristianesimo agli inizi di ciò che chiamiamo “epoca moderna” (XVI-XVII secolo). Sommariamente: sotto la spinta iniziale del bisogno di capire il misterioso disegno divino sulla condizione umana – chi sarà salvato e chi perduto3 – il calvinismo poneva il senso e lo scopo della vita nell’affermazione sociale, intesa ormai in termini individuali e non comunitari, che si veniva rapidamente identificando con il successo sociale, cioè in definitiva economico, sciolto infine da ogni connotazione religiosa. La vita e l’opera di Benjamin Franklin, il cui volto appare esemplarmente sulla banconota da cento dollari, offre una narrazione perfettamente adeguata di questo fondamentale passaggio storico nell’affermazione di una vita operosa tutta dedita, con incrollabile serenità, all’”onesto guadagno”. Nel 1787 scrive: “Più vivo, più colgo prove convincenti di questa verità, ovvero che è Dio a governare le umane faccende”; ma per il tramite del denaro quale controllo e misura del tempo4: “il tempo è denaro”, “il denaro è di sua natura fecondo e produttivo”. In Franklin, infatti, si può leggere con grande chiarezza il capillare lavoro di rimozione dell’angoscia nell’operatività quotidiana: il denaro usurpando e sterilizzando la misteriosa e drammatica fecondità della vita, riducendola alla misura quantitativa, produce un ordine astratto ma rassicurante e una garanzia di controllo del futuro che trova nella “Rivoluzione“ americana l’esempio più caratteristico5.

Lo ribadisce molto bene un’ulteriore considerazione dei nostri giorni: “La Banca Mondiale ha fatto sua la teoria dell’economista peruviano Hernan de Soto secondo cui solo il denaro è produttivo, mentre la terra in sé è sterile e se utilizzata per la sussistenza è causa di povertà…”6.

Il denaro viene visto come garanzia di vita e, almeno, sopravvivenza. Ma oggi possiamo capire che è vero esattamente il contrario.

L’atteggiamento di sereno distacco di Franklin non è alternativo alla violenza più estrema. Ne possiamo trovare un esempio estremamente significativo un secolo prima, proprio nel pieno di quella rivoluzione calvinista in Inghilterra, che è alla base di questa dinamica storica, nell’invasione dell’Irlanda da parte del New Modern Army guidato da Cromwell.

La violenza estrema, giunta fino al genocidio, e la serena operosità di ogni giorno sono perfettamente complementari, come il fascismo e la socialdemocrazia, dinamiche diverse ma che perseguono lo stesso scopo7.

Oggi, nella fase di violento neoliberismo che sta imperversando senza più alcun limite, possiamo ben dire che, abbandonato ogni tipo di giustificazione, il mero potere del valore di scambio indica pienamente il valore, ovvero il grado di potere, di un individuo o di un gruppo.

Importante, però, è cercar di comprendere le origini di un fenomeno storico che oggi sembra ormai privo di ogni capacità di autocontrollo.

In tale contesto, di cui ho sommariamente accennato la matrice storica, l’impegno con il nuovo fenomeno migratorio, nato e sviluppato da circa un ventennio, è un punto fondamentale d’azione e d’osservazione.

Dato che chi scrive è un cittadino europeo, mi riferisco soprattutto al comportamento degli Stati europei e “occidentali” in cui, – sotto l’affaticata egemonia degli Usa -, appaiono senza veli l’indifferenza per la vita e la supremazia indiscutibile del valore di scambio8, accompagnati dalla fine di tutto ciò che si raccoglieva storicamente sotto l’etichetta “diritto”.

L’indifferenza per le decine di migliaia di morti migranti in Mediterraneo, e anche nei Balcani, il cinico ma tradizionale uso politico del razzismo – e, in particolare ricadendo in casa nostra, la complicità dell’attuale governo, con le bande criminali libiche, esemplificato dal “caso Almasri” – sono stati un passaggio fondamentale verso il salto israeliano nell’abisso di un futuro che si preannuncia catastrofico.

Questi morti indifferenti sono un esercizio della libertà di uccidere il cui culmine “osceno” – ma di un fuori scena sbattuto brutalmente in scena – si manifesta quotidianamente a Gaza: Israele è l’avanguardia sperimentatrice di un capitalismo ormai pienamente epidemico.

Dire “catastrofico”, però, non implica aggiungere anche l’aggettivo “inevitabile”: l’impegno, ad esempio, di coloro che si riconoscono intorno all’incontro quotidiano con i migranti della Rotta balcanica nella piazza della stazione di Trieste – la “Piazza del Mondo” – vuol proprio essere un tentativo di iniziare una pratica meditativa di costruzione politica di relazioni comunitarie, nel rifiuto di ogni forma di delega a qualsivoglia pretesa di rappresentanza. Si tratta di iniziare a costruire resistenza sociale a partire dal rapporto con l’altro basato sulla costruzione di forme comunitarie unite dalla reciprocità della cura, prevedendo in futuro anche possibili nuove forme di lotta: è necessario essere consapevoli che siamo ormai in una nuova diffusa forma di Terza guerra mondiale, che non è esagerato chiamare guerra contro la vita. Il nostro compito oggi, concreto e quotidiano, sta nel raccogliere il messaggio inciso dalla violenza delle frontiere sui corpi umiliati e offesi dei migranti, corpi memori delle violenze genocide di secoli di colonialismo, ma che ci indicano anche un futuro di devastazione dell’equilibrio vitale. Ciò implica il coinvolgimento in un impegno che è politico nella precisa misura in cui è diventato ormai, sic et simpliciter, un impegno per la vita.


1 Ho qualche remora a usare il termine “genocidio”, nato in ambito giuridico e fortemente segnato da questa origine in termini di potere.
2 Primo Levi, I sommersi e i salvati, in Opere Complete, vol. II, Einaudi 2016, p. 1147.
3 Questa è la lettura di Weber nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904-1905.
4 D. Sassoon, Rivoluzioni. Quando i popoli cambiano la storia, Garzanti, Milano 2024, p. 110.
5 Un articolo di Francesco Raparelli, sul “Manifesto” del 13 marzo 2025, p. 15, intitolato “Musk innovatore nel solco della storia Usa”, tenta un collegamento storico fra una figura come quella di Elon Musk e la storia statunitense di cui Franklin è figura esemplare, proprio in riferimento al testo di Sassoon.
6 Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, Ombre corte, Verona 2018, p.28. LEGGI ANCHE:

7 È necessario però ricordare che all’epoca di Cromwell sorsero anche i Levellers e altri movimenti di contestazione radicale e di scelte comunitarie.
federici8 Da notare il lucido conciso articolo di Chiara Mattei ‘Austerità, militarismo, censura: Trump ci mostra il loro legame’ sul “Fatto quotidiano” del 18 agosto, p. 12

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