venerdì 27 marzo 2026

TAV AVIGLIANA–ORBASSANO: Un minuto in meno, ma a quale prezzo?

Il progetto definitivo della nuova tratta dell’Alta Velocità Avigliana/Orbassano, ripropone ancora una volta tutte le contraddizioni di un’opera imposta e profondamente impattante. A fronte di un beneficio dichiarato pari a poco più di un minuto di riduzione dei tempi di percorrenza, sul fronte delle risorse idriche emergono criticità pesanti e tutt’altro che marginali.

Secondo quanto denunciato dal Comitato Acqua Pubblica Torino il progetto non risponde a numerosi adempimenti vincolanti stabiliti dalla Regione Piemonte e dalla Commissione nazionale VIA. Mancano, in modo significativo, studi e documentazione sulla circolazione delle acque superficiali e delle falde sotterranee, proprio mentre si prevede lo scavo sotto falda di gallerie nella collina morenica. Un’assenza che non è un dettaglio tecnico, ma un vuoto grave che riguarda direttamente la sicurezza ambientale e sanitaria del territorio.

A questo si aggiunge il rischio di contaminazione da PFAS, sostanze persistenti e altamente inquinanti, legato all’utilizzo dei materiali di cantiere. Un rischio che si inserisce in un quadro già fragile, dove l’acqua rappresenta una risorsa sempre più sotto pressione.

Non meno preoccupante è il fabbisogno idrico previsto per la gestione dei cantieri. Per abbattere le polveri si stima un consumo di circa 1 litro per metro quadrato, che nelle giornate estive potrebbe tradursi in oltre 2,8 milioni di litri d’acqua utilizzati in un solo giorno. Un dato che rende evidente l’insostenibilità complessiva dell’intervento, soprattutto in una fase storica segnata da crisi climatica e siccità ricorrenti.

Durante la Conferenza dei Servizi dell’11 febbraio 2026, SMAT ha evidenziato, inoltre, un impatto diretto su 52 punti di interferenza della rete idrica e la perdita di 7 pozzi di acqua potabile fondamentali per l’approvvigionamento della città di Torino. La proposta avanzata – realizzare nuovi pozzi prima dell’avvio dei lavori – comporterebbe un costo stimato di circa 52 milioni di euro, che si aggiunge a un’opera già economicamente e ambientalmente insostenibile.

Ancora una volta, la Torino-Lione mostra il suo vero volto: un progetto inutile, imposto dall’alto e portato avanti nonostante le evidenti criticità, scaricate sui territori e sulle comunità. L’acqua, bene comune essenziale, viene messa a rischio per inseguire un modello di sviluppo che continua a ignorare i limiti ambientali e le reali esigenze della popolazione.

In questo quadro, l’appello del Comitato Acqua Pubblica Torino è chiaro: le istituzioni locali non possono restare a guardare ma devono intervenire con urgenza presso RFI per garantire la tutela delle risorse idriche e il diritto ad un approvvigionamento sicuro, continuo e salubre.

Perché ancora una volta, dietro la retorica delle “grandi opere”, a pagare è il territorio. E, in questo caso, soprattutto, l’acqua.

Anche sul versante agricolo emergono elementi che confermano il quadro complessivo di un’opera che continua a produrre criticità diffuse. Coldiretti Torino, ricevuta in Regione dopo aver sollecitato un confronto, ha messo nero su bianco una serie di questioni che difficilmente possono essere considerate di secondaria importanza.

Il tema del consumo di suolo agricolo torna centrale, insieme al rischio concreto di compromissione delle produzioni e alla frammentazione delle proprietà fondiarie, effetti diretti delle scelte progettuali e dell’organizzazione dei cantieri. Sul nodo degli indennizzi, la richiesta di “equità” avanzata dalle organizzazioni agricole mette in luce un problema ben noto: troppo spesso i risarcimenti previsti non coprono il reale valore produttivo dei terreni né i danni complessivi subiti dalle aziende, finendo per scaricare ancora una volta sui territori i costi dell’opera. 

Al di là del linguaggio istituzionale, ciò che emerge è una preoccupazione sostanziale: che un’infrastruttura definita strategica venga portata avanti scaricando i costi su chi vive e lavora il territorio. Il rischio non è solo quello di un impatto temporaneo legato ai cantieri, ma di conseguenze strutturali sul tessuto agricolo locale, fino alla possibile chiusura di aziende.

Un ulteriore elemento che si aggiunge a una situazione già segnata da enormi criticità ambientali, idriche ed economiche, e che rafforza l’idea di un progetto calato dall’alto, incapace di tenere insieme le reali esigenze dei territori con le scelte infrastrutturali imposte.

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Epstein e i confini morali delle democrazie - Sergio Labate

 

Non è difficile prevedere che, nonostante le reticenze e la complicità della maggior parte del sistema mediatico, lo scandalo degli Epstein files sia appena all’inizio. Troppo grande il degrado morale, le fitte e perverse trame politiche ed economiche che emergono e che rendono esplicito ciò che finora si è solo potuto immaginare («io so, ma non ho le prove». Eccole le prove). Anche questa è una delle tante lezioni di questa storia: come ha sottolineato – non senza una nota di sarcasmo – la filosofia Gloria Origgi si tratta di capire come reagire razionalmente quando le teorie politiche del complotto si rivelano vere, come in questo caso. Tutto ciò a cui non si poteva credere, si sta dimostrando anche più realistico del previsto. Ecco, la portata di questi documenti è davvero epocale e per questo conviene tener desta l’attenzione e non cedere all’inevitabile strategia del depistaggio e della minimizzazione cui andremo incontro nei prossimi mesi. Io credo che quei milioni di documenti rappresentino per certi versi una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo e della sua capacità di modificare e orientare l’ordine del mondo.

Come tutte le storie, anche questa storia contiene tanti risvolti, sfumature, controtendenze e azioni che appaiono marginali e in realtà non lo sono. Stiamo parlando di come negli anni si è costruita un’élite mondiale tenuta insieme dalla crudeltà nei confronti degli altri esseri umani (in particolare donne), dallo scambio rigidamente endogeno di influenze, informazioni, soldi (molti soldi) e dall’odio delle democrazie. Tutto questo intorno alla vivacità di un uomo condannato per pedofilia quasi vent’anni fa, esplicitamente razzista, eugenetico, sadico. E che non ha mai nascosto ciò che era, anzi ha sedotto buona parte della classe dirigente mondiale – e in particolare i condottieri che hanno guidato la sinistra mondiale verso la propria dissoluzione – proprio grazie a questi tratti disumani.

La questione fondamentale non è dunque semplicemente quella morale (che pure non disprezzerei affatto, sinceramente). È piuttosto l’inquietante intreccio tra sadismo pianificato e realizzato in modo compulsivo e quello che poco fa ho definito nei termini di un vero e proprio odio per le democrazie. Siamo dinanzi al tentativo (del tutto riuscito) di abbattere i confini morali delle democrazie e, in questo modo, di abbattere le democrazie stesse. In maniera più dura ma forse più efficace, si può sostenere che il progetto politico delle classi dirigenti mondiali degli ultimi decenni sia stato quello di sostituire le democrazie non solo con le autocrazie, ma con un vero e proprio governo sadico sugli uomini e (soprattutto) sulle donne.

Trump, Clinton, Epstein, Gates e tanti altri… Tutto ciò che li unisce e li tiene insieme è una sorta di incontrollabilità del potere, come un demone interiore che nessuno riesce più a frenare. Tutti maschi bianchi di una certa età, presi in ostaggio dal loro stesso potere, che non è più un semplice vizio tra gli altri che può anche dar luogo a scelte responsabili – ogni buon politico deve essere ambizioso, ricordava Weber. È un demone interiore che si fa legge superiore: che vuole spazzare via ogni ostacolo formale, a partire dalle leggi e da tutto ciò che tiene sotto controllo il loro potere e trasformare tutte le relazioni umane a misura del dominio di qualcuno su qualcun altro. Sarà per questo che – tra una violenza e un’altra, tra una tortura e un’altra – l’ossessione dei loro discorsi sembra essere precisamente l’insofferenza nei confronti della democrazia. Personalmente provo dolore anche solo a immaginare le scene. Con queste povere ragazzine vittime di potenti che mescolavano insieme umiliazioni feroci e discorsi su come limitare i danni delle democrazie, su come sottomettere tutto il mondo al loro sadismo sperimentato festosamente sulla pelle di giovani donne. Eccoli, quelli che hanno vinto definitivamente la lotta di classe. Un’élite ristretta di maschi perversi e malati, circondati da api regine o da donne schiavizzate. Pienamente consapevoli che l’ultimo argine che resta alla trasformazione del loro potere in un dominio incondizionato è proprio la democrazia. È così che la questione morale è già questione politica. In fondo è stata proprio questa la grande scommessa della democrazia. Immaginare di poter mettere dei confini al potere, in modo tale che esso non sia mai assoluto. Tenere separato, per quanto possibile, l’esercizio del potere dalla voluttà personale del dominio di qualcuno su qualcun altro. In democrazia il potere resta sempre contendibile – nessun uomo di potere può possedere quel potere che gli è solo assegnato per un certo periodo – e si trova vincolato da confini morali e giuridici, rappresentati per eccellenza dai diritti fondamentali e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Oggi sappiamo – anche grazie a ciò che sta emergendo – che il disegno mondiale che ha dissolto le democrazie non era legato ad altro che a questa insofferenza satrapica, a questo ultimo stadio del patriarcato in cui tutto si irrigidisce in violenza e consumo. In cui il nuovo ordine mondiale fa coincidere perfettamente l’interno e l’esterno, ciò che accade dentro le tante e lussuose case a disposizione di pochi e ciò che accade al di fuori, con la guerra assurta a misura del mondo. La distruzione, l’umiliazione, la reificazione, tutto agghindato dentro cene eleganti e jet privati. Vale anche per Chomsky, purtroppo. E non è ingenuità, ma seduzione. La seduzione del sadismo, non solo della ricchezza. Della violenza, non solo del potere.

Questa è la verità scomoda che emerge: i potenti, chiusi nella stanza dei balocchi e costretti a godere incessantemente, hanno finito col trasformare questa complessa architettura del potere e dei suoi limiti connaturali in un’esigenza di dominare sugli altri esseri umani. Cioè di trasformarli in merci, in oggetti da consumare compulsivamente, da umiliare e degradare. È la tentazione del sadismo: in fondo quando il potere si affranca dal proprio limite esso non può che volere la cancellazione dell’essere umano. Perché l’umanità dell’essere umano sarà sempre una nota stonata, una resistenza all’esigenza di possedere senza più confini morali, all’assolutismo del dominio. Quando Trump rivendica di essere l’unico a poter autolimitare il proprio potere (“c’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale. La mia mente”), non fa che confermare questo schema e, allo stesso tempo, pronunciare la sentenza definitiva di dissolvimento del principio democratico. Un potente che crea da sé i confini al proprio potere sarà inevitabilmente un sadico. Un uomo la cui funzione principale non è quella di vedere e sentire gli altri, di fare i conti con la loro libertà, ma piuttosto di ridurli ogni volta a un pretesto per confermare il proprio arbitrio, il proprio dominio.

Ecco il filo rosso che lega l’inquietudine del nostro presente all’oscenità di questo passato che emerge. Se a Gaza o a Minneapolis si fanno esperimenti su ciò che sarà il nostro futuro, le case chiuse e festose di Epstein sono state il laboratorio del nostro presente. Luoghi di tortura e di disumanizzazione in cui si è sperimentato quel che adesso possiamo comprendere appieno: che il contrario della democrazia non è semplicemente l’autocrazia, ma il sadismo. Ecco il punto complesso ma inaggirabile che dobbiamo ormai affrontare. Cosa accade quando i confini morali delle democrazie vengono oltrepassati e tutte le relazioni tra esseri umani – compreso l’eros – vengono plasmati a immagine della relazione tra dominatore e dominato? Quando il dominio diventa misura di tutte le relazioni? Quando il sadismo che governava dentro le mura di quelle case diventa la forma complessiva delle nostre città e dei nostri rapporti internazionali? Conviene non fuggire da queste domande, magari con la scusa dell’autonomia del politico. Quell’autonomia si fondava anche sul rispetto di alcuni confini morali che oggi non ci sono più. La politica del sadismo si è sostituita definitivamente alla politica delle democrazie. Le perversioni soggettive sono diventate la misura di tutte le cose.

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giovedì 26 marzo 2026

Capi di stato assassini

 

Capi di stato e assassini – Giorgio Agamben

Per la prima volta nella storia vediamo il capo di uno stato che si considera civile parlare apertamente come un assassino, dicendo del capo religioso di un paese che ha aggredito: «lo uccideremo», e degli abitanti di quel paese: «li massacreremo». Né Hitler né Stalin hanno mai parlato così. E tuttavia non solo quest’uomo non viene incolpato e deposto, ma i capi di stato delle cosiddette democrazie occidentali lo approvano, accettando implicitamente che i politici si esprimano oggi pubblicamente come forse nemmeno gli assassini osano fare tra loro.

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La vergogna dell’Europa - Giorgio Agamben

Un paese è stato attaccato senza alcuna vera ragione e a tradimento, mentre si fingeva di trattare, assassinando il suo capo spirituale. La comunità europea – o quella illegittima organizzazione che porta questo nome – non solo non ha condannato un’aperta violazione del diritto internazionale, operata da due paesi che sembrano aver smarrito ogni coscienza di sé e ogni responsabilità, ma ha ingiunto al popolo iraniano di cessare di difendersi.

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Anni d’oro delle armi in Europa, ma incassano gli Usa - Giorgio Beretta

I Paesi europei si stanno sempre più armando, ma le armi continuano ad acquistarle soprattutto dagli Stati Uniti: i dati sull’import-export armiero dello Stockholm international peace research institute nel quinquennio 2021-2025 con focus sull’Italia.

I Paesi europei si stanno sempre più armando, ma le armi continuano ad acquistarle soprattutto dagli Stati uniti. È questo il dato cruciale che emerge dal rapporto sui trasferimenti internazionali di armamenti pubblicato ieri dallo Stockholm international peace research institute (Sipri). Nel quinquennio dal 2021 al 2025 le importazioni dei Paesi europei sono più che triplicate rispetto al quinquennio precedente.

Raggiungendo così il massimo storico e ricoprendo col 33% il primo posto nelle importazioni mondiali di armamenti davanti ai Paesi dell’Asia e dell’Oceania (31%) e del Medio oriente (26%). «Il forte aumento dei flussi di armi verso gli Stati europei ha spinto i trasferimenti globali di armi ad un aumento di quasi il 10 percento», osserva il Sipri.

Quasi la metà delle armi destinate ai Paesi europei proviene dagli Stati Uniti (48%), seguiti da Germania (7,1%) e Francia (6,2%). «La percezione di una minaccia della Russia, aggravata dalle incertezze sull’impegno degli Stati uniti nella difesa dei propri alleati europei, ha fatto aumentare la domanda di armi tra gli Stati membri europei della Nato», si legge nel rapporto. Le importazioni complessive di armi dei membri europei della Nato sono infatti più che raddoppiate e gli Stati uniti hanno fornito il 58% di queste importazioni. «Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi», ha commentato la Rete italiana Pace e Disarmo. «Ciò che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati uniti». Va inoltre notato che i maggiori fornitori europei hanno continuato ad esportare la gran parte di armi al di fuori dell’Europa.

Il rapporto del Sipri analizza il volume dei trasferimenti internazionali di grandi sistemi d’arma completi, non il loro valore finanziario. Nel periodo 2021-2025 gli Stati Uniti hanno ricoperto il 42% dei trasferimenti in aumento rispetto al 36% del quinquennio precedente. La quota maggiore delle esportazioni di armi statunitensi è ricoperta dall’Europa (38%), ma il principale destinatario è stata l’Arabia saudita (12%), seguita da Ucraina (9,4%) e Giappone (8,9%). «Gli Stati uniti hanno ulteriormente consolidato il loro predominio come fornitori di armi, anche in un mondo sempre più multipolare», ha commentato Pieter Wezeman, ricercatore senior del Sipri. «Per gli importatori, le armi statunitensi offrono capacità avanzate e un modo per promuovere buoni rapporti con gli Stati uniti, mentre gli Stati uniti considerano le esportazioni di armi uno strumento di politica estera e un modo per rafforzare la propria industria militare, come dimostra ancora una volta la nuova strategia America first arms transfer dell’amministrazione Trump», ha aggiunto.

La Francia è stata il secondo fornitore mondiale di armi, ricoprendo il 9,8% con un aumento di esportazioni del 21%: le quote maggiori sono state destinate a India (24%), Egitto (11%) e Grecia (10%). Le esportazioni di armi della Francia all’interno dell’Europa sono più che quintuplicate, ma quasi l’80% è ancora destinato all’estero, segnala il rapporto.

La Russia è stata l’unico tra i primi dieci fornitori a vedere le proprie esportazioni di armi diminuire toccando il minimo storico del 6,8% a livello globale. La gran parte delle armi russe sono andate a India (48%), Cina (13%) e Bielorussia (13%).
La Germania ha superato la Cina, diventando il quarto maggiore esportatore di armi con il 5,7% di esportazioni mondiali. Quasi un quarto di tutte le esportazioni tedesche è stato destinato all’Ucraina come aiuto e un altro 17% è andato ad altri stati europei.

Ma soprattutto il Sipri riporta che sono raddoppiate le esportazioni di armi dell’Italia che nell’ultimo quinquennio è salita al sesto posto nella graduatoria mondiale davanti a Israele, Regno unito e Corea del Sud. Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura di precise scelte politiche: il 59% va infatti al Medio oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre solo il 13% rimane in Europa. Non si tratta quindi di esportazioni finalizzate a difendere le democrazie.

«Questo dato – ha commentato la Rete italiana Pace e Disarmo – smonta definitivamente la narrazione che governo per giustificare lo svuotamento della Legge 185/90: quella secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea per via di controlli più severi. I dati Sipri mostrano il contrario: l’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo. Non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge 185/90. La scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello».

Articolo pubblicato da il manifesto del 9 marzo 2026

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mercoledì 25 marzo 2026

Come le multinazionali ridisegnano il capitalismo - Roberto Romano

Quando aziende come Apple, Microsoft o Amazon decidono di investire in una nuova tecnologia, spostare una produzione o cambiare la propria strategia industriale, gli effetti non riguardano solo i mercati finanziari. Intere filiere produttive si riorganizzano, nuovi standard tecnologici si affermano e milioni di lavoratori in diversi continenti ne risentono direttamente o indirettamente.

Questo potere non dipende soltanto dalla dimensione di singole imprese particolarmente innovative o competitive. È il risultato di una trasformazione più profonda che negli ultimi decenni ha investito l’intero sistema economico. Il capitalismo globale non si è semplicemente internazionalizzato: si è progressivamente concentrato. Innovazione, investimenti e potere finanziario tendono a concentrarsi nelle mani di un numero sempre più ristretto di imprese multinazionali.

Quando si parla di disuguaglianze, il dibattito pubblico tende a concentrarsi soprattutto sulla distribuzione dei redditi: salari che crescono poco, patrimoni che aumentano rapidamente, ricchezza che si accumula ai vertici della società. Ma questa è solo la manifestazione finale di un fenomeno più profondo. La disuguaglianza nasce sempre più spesso nella struttura stessa del sistema produttivo, dove il controllo delle risorse strategiche è concentrato in poche grandi imprese globali e negli attori finanziari che le sostengono. Per comprendere questa trasformazione è utile partire da alcuni dati sulla dinamica recente delle multinazionali.

Profitti e valore finanziario crescono molto più del lavoro

Secondo i dati della EU Industrial R&D Investment Scoreboard, circa duemila grandi multinazionali concentrano la grande maggioranza della ricerca e sviluppo privata mondiale e una quota molto rilevante del valore complessivo delle imprese quotate.

Negli ultimi anni queste imprese hanno registrato una crescita molto sostenuta. Tuttavia, l’espansione non ha riguardato tutte le variabili nello stesso modo. Se si osserva la dinamica delle principali grandezze economiche emerge infatti una divergenza significativa tra la crescita dei profitti e quella dell’occupazione.

Il dato più significativo riguarda proprio l’occupazione. Mentre il valore di mercato delle imprese raddoppia e i profitti crescono rapidamente, il numero dei lavoratori aumenta solo marginalmente. Questo scarto indica una trasformazione profonda nel funzionamento dell’economia contemporanea. La crescita delle grandi imprese è sempre meno legata all’espansione dell’occupazione e sempre più alla capacità di controllare tecnologie, piattaforme digitali, brevetti e posizioni dominanti nei mercati globali. In altre parole, la valorizzazione finanziaria del capitale cresce molto più rapidamente del lavoro.

Un vertice sempre più ristretto

Il fenomeno della concentrazione non riguarda soltanto il rapporto tra multinazionali e resto del sistema produttivo. È molto forte anche all’interno dello stesso gruppo delle grandi imprese globali. Le funzioni strategiche dell’economia – innovazione, investimenti, controllo tecnologico – tendono a concentrarsi in un numero estremamente limitato di imprese.

Questi numeri indicano che il capitalismo globale è sempre più organizzato attorno a un nucleo ristretto di imprese dominanti. Non si tratta semplicemente di aziende più grandi delle altre, ma di attori che controllano le leve decisive dello sviluppo economico: innovazione tecnologica, investimenti e accesso ai mercati finanziari. Allo stesso tempo, il lavoro segue una dinamica diversa. Le multinazionali tendono sempre più a frammentare la produzione lungo catene globali del valore, distribuendo attività produttive e subfornitura in diversi Paesi. Il potere economico si concentra al vertice, mentre il lavoro si disperde lungo filiere sempre più complesse e geograficamente estese.

Questo processo contribuisce anche a spiegare perché, nonostante la crescita di molte imprese globali, i salari e le condizioni di lavoro non migliorino allo stesso ritmo.

Una nuova geografia del capitalismo

La concentrazione delle multinazionali ha anche una dimensione geopolitica. Il peso relativo delle diverse aree economiche nel controllo delle grandi imprese globali è cambiato significativamente negli ultimi anni.

Gli Stati Uniti continuano a dominare la dimensione finanziaria e tecnologica del capitalismo globale. Le principali piattaforme digitali e molti dei più grandi gruppi finanziari del mondo hanno sede negli Stati Uniti, consolidando il primato del paese nei mercati finanziari e nell’innovazione.

L’Europa, invece, appare progressivamente più marginale proprio nei settori strategici. Pur mantenendo un peso rilevante in termini occupazionali, la quota europea di ricerca, investimenti e capitalizzazione di mercato si è ridotta in modo significativo.

La Cina segue una traiettoria diversa. Il paese ha rafforzato rapidamente la propria presenza industriale e tecnologica, aumentando il peso delle proprie imprese nella produzione e negli investimenti globali. Il sistema economico cinese continua a mantenere una struttura proprietaria in cui lo Stato conserva un ruolo importante.

Disuguaglianza e concentrazione del potere economico

Queste trasformazioni aiutano a comprendere perché la disuguaglianza sia diventata una caratteristica persistente delle economie contemporanee. Quando il potere economico si concentra in poche grandi imprese globali, anche la distribuzione del reddito tende a squilibrarsi. I profitti crescono più rapidamente dei salari, la ricchezza finanziaria si accumula ai vertici e l’accesso alle tecnologie e agli investimenti diventa sempre più selettivo. Ma la questione non è soltanto economica. È anche politica.

Le multinazionali non sono più semplicemente imprese che operano all’interno dei mercati. Sono attori capaci di influenzare politiche fiscali, industriali e commerciali degli Stati, di orientare gli investimenti tecnologici e di ridisegnare l’organizzazione delle catene produttive globali. In questo contesto, la concentrazione economica si traduce inevitabilmente anche in concentrazione di potere.

 I giganti della finanza che stanno dietro alle multinazionali

Negli ultimi decenni è cambiata profondamente anche la struttura proprietaria delle grandi imprese. Sempre più spesso gli azionisti principali non sono imprenditori o famiglie industriali, ma grandi fondi di investimento globali. Tra i principali azionisti delle maggiori imprese quotate compaiono quasi sempre gli stessi nomi:

·         BlackRock

·         Vanguard

·         State Street

Questi tre colossi della gestione patrimoniale controllano partecipazioni in centinaia delle principali imprese del mondo.

In molti casi questi fondi risultano tra i principali azionisti contemporaneamente di imprese che competono tra loro: dalle aziende tecnologiche alle multinazionali farmaceutiche fino ai grandi gruppi energetici.

Formalmente la proprietà appare diffusa, perché i fondi gestiscono il risparmio di milioni di investitori. In realtà il potere decisionale tende a concentrarsi proprio nelle mani di questi grandi gestori finanziari, che diventano snodi centrali del capitalismo globale.

Europa: una grande economia con poco potere industriale

Il caso europeo merita un’attenzione particolare. L’Unione Europea resta una delle principali aree economiche del mondo per dimensione del mercato, capacità produttiva e occupazione. Tuttavia, negli ultimi anni il suo peso nelle funzioni strategiche del capitalismo globale si è progressivamente ridotto. I dati mostrano con chiarezza questa dinamica. La quota europea di ricerca e sviluppo delle grandi multinazionali è scesa in pochi anni da oltre un quarto del totale mondiale a poco più del 16 per cento. Un arretramento simile si osserva negli investimenti e, soprattutto, nella capitalizzazione di mercato delle grandi imprese. Mentre negli Stati Uniti si concentrano le principali piattaforme digitali e i grandi gruppi finanziari globali, molte imprese europee restano legate a settori industriali maturi o caratterizzati da margini di crescita più limitati.

Questo non significa che l’Europa sia diventata irrilevante dal punto di vista economico. Al contrario, il continente mantiene ancora una presenza significativa in termini di produzione industriale e occupazione. Il problema è piuttosto la perdita di controllo sulle leve strategiche dell’accumulazione contemporanea: innovazione tecnologica, infrastrutture digitali, piattaforme globali e finanza.

Questa situazione riflette anche una debolezza delle politiche economiche europee. Negli ultimi decenni l’Unione Europea ha privilegiato soprattutto la costruzione del mercato unico e la disciplina fiscale, mentre ha sviluppato con molta più difficoltà strumenti di politica industriale e tecnologica su scala continentale. Il risultato è un sistema economico che rimane competitivo in diversi settori produttivi, ma che fatica a generare nuovi campioni industriali globali nei comparti più dinamici.

In un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione tecnologica e dalla rivalità tra grandi potenze economiche, questa debolezza rischia di diventare un problema strutturale. Senza una strategia industriale e tecnologica più ambiziosa, l’Europa potrebbe trovarsi progressivamente relegata in una posizione intermedia: ancora centrale come mercato e come area produttiva, ma sempre meno influente nelle decisioni che orientano l’economia globale.

Guerra, inflazione e fragilità finanziarie

Il conflitto in Medio Oriente va letto anche sul piano geopolitico. Non sembra un messaggio diretto alla Cina. Gli Stati Uniti stanno già negoziando con Pechino il proprio ruolo nel nuovo equilibrio globale. Piuttosto, la guerra appare rivolta alla propria area di alleanze: serve a consolidare il sostegno occidentale mentre Washington ridefinisce la propria posizione nel confronto strategico con la Cina.

Eppure, qualcosa di più profondo sembra emergere all’orizzonte. Non si tratta soltanto delle vendite allo scoperto, spesso evocate come causa delle turbolenze finanziarie. Il rischio riguarda piuttosto la possibile formazione di nuove fragilità sistemiche, forse persino più gravi di quelle che portarono alla crisi del 2008. Non siamo ai livelli di sopravvalutazione dei mercati azionari di allora. Il rapporto tra prezzo delle azioni e utili delle imprese non ha raggiunto gli stessi picchi. Ma questo non significa che il pericolo non esista. Una parte dell’instabilità, oggi, è semplicemente nascosta. Il punto critico riguarda il mercato americano del private credit. Negli ultimi anni questo settore è cresciuto rapidamente: grandi fondi di investimento concedono prestiti direttamente alle imprese, sostituendo in parte il ruolo delle banche. Il fenomeno ha raggiunto dimensioni di migliaia di miliardi di dollari. Ma proprio perché opera fuori dal sistema bancario tradizionale, il private credit è meno regolato e meno trasparente. Le tensioni stanno iniziando a emergere. Il settore è sotto pressione a causa di una fuga di capitali. BlackRock ha subito circa 1,2 miliardi di dollari di riscatti dal fondo HPS Corporate Lending Fund ed è stata costretta a limitare i prelievi. Pochi giorni prima Blackstone aveva affrontato una forte ondata di riscatti, riuscendo però a soddisfarli. La pressione coinvolge altri grandi operatori del settore, come Apollo Global Management, Ares Management e Blue Owl Capital, quest’ultima recentemente al centro di forti timori tra gli investitori. Anche i mercati azionari stanno reagendo negativamente. Dall’inizio dell’anno Blackstone ha perso il 27,8%, KKR il 28,7%, Apollo il 26,1%, Ares Management il 31,3% e Blue Owl il 33,6%. Segnali che indicano una crescente perdita di fiducia nel modello di finanziamento fondato sul private credit.

Petrolio e gas restano beni indispensabili, ma in linea di principio sostituibili, soprattutto se negli ultimi decenni si fosse sviluppata una politica energetica più razionale e lungimirante. Diverso è il caso della logica profonda del capitalismo, che Karl Marx descriveva con il circuito Denaro–Merce–Denaro1: il denaro viene investito per produrre merci e generare ancora più denaro. È una dinamica che continua a strutturare il funzionamento dell’economia globale.

Conclusione

L’elevato grado di concentrazione del capitalismo multinazionale non rappresenta un fenomeno temporaneo, ma una trasformazione strutturale dell’economia globale. Il controllo dell’innovazione, del capitale e delle decisioni strategiche tende a concentrarsi nelle mani di pochi grandi gruppi industriali e finanziari. In questo contesto la disuguaglianza non è semplicemente un effetto collaterale del mercato, ma il risultato diretto della struttura del sistema economico. Per questo motivo pensare di ridurre le disuguaglianze esclusivamente con politiche redistributive ex post appare sempre più difficile. Senza politiche industriali, fiscali e regolative capaci di intervenire sulla concentrazione del potere economico, il capitalismo globale continuerà a produrre squilibri sociali sempre più profondi.

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Dopo la sonora sconfitta del referendum, al governo non resta che fare una cosa: andarsene - Tomaso Montanari

 

La Costituzione non si tocca. È il messaggio sostanziale – direi il messaggio morale – della vittoria travolgente del No.

Hanno provato a stravolgere la Costituzione che li ha banditi; hanno provato a delegittimare la magistratura, e a mettersela sotto i piedi; hanno parlato di Csm “paramafioso” mentre andavano a cena dai mafiosi; hanno strumentalizzato famiglie nel bosco e vittime di omicidio; hanno occupato televisioni e giornali, manganellando chi diceva No; hanno mentito sistematicamente su tutto; hanno impedito ai fuorisede di votare, perché sapevano che i giovani non sono con loro. E tutto questo lo hanno fatto spergiurando che era perché i cittadini contassero di più. E ora che i cittadini hanno parlato, negando loro ogni fiducia, dovrebbero fare una sola cosa: dimettersi. E non intendo solo Bartolozzi e Delmastro – che non hanno lasciato per il referendum, ma per i loro incredibili commensali.

È questo il chiaro messaggio politico dell’esito di questo referendum: che era ultrapolitico, perché il governo in carica voleva cambiare le regole del gioco, tentando una prova di forza che gli avrebbe consentito un passo enorme nella sua ricerca di pieni poteri.

Se avesse vinto il Sì, questa sarebbe stata la lettura: e la conseguenza sarebbe stata un’accelerazione drammatica su premierato, altri decreti sicurezza, legge elettorale e molto altro. Ora che quel messaggio è una sonora sfiducia per il governo, bocciato da 14 milioni di italiani, il governo prova a derubricare il tutto a questione tecnica.

Ma non funziona così: la realtà non scompare semplicemente non nominandola. E ora non solo Nordio, ma la stessa Giorgia Meloni e tutto il governo sono ridotti ad anatre zoppe.

 

Lo sono nella loro stessa logica, che non è mai stata istituzionale, ma sostanzialista. Non hanno mai governato, cioè, nelle forme e nei limiti previsti dall’articolo 1 della Costituzione, ma hanno sempre voluto comandare: rivendicato di avere con loro tutto il popolo, anzi tutta la nazione. Giorgia Meloni ha scritto, in un suo noto libro, che il suo “movimento di patrioti serve a interpretare autenticamente lo spirito della nazione”. Un governo che si sente l’unico autentico interprete della volontà popolare non accetta i limiti imposti da altri poteri che ‘arrestino’ il suo, secondo la classica formula di Montesquieu.

Ci hanno detto che la sovranità popolare si manifesterebbe solo nelle elezioni; che la maggioranza rappresenterebbe tutto il popolo in ogni ambito istituzionale; che solo il governo potrebbe interpretare le leggi a cui sono sottoposti i giudici. Come aveva detto, a proposito della deportazione in Albania dei migranti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il referendum doveva servire a bloccare l’”aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria”, e l’”erosione degli spazi di diretta espressione della sovranità popolare”. Sia ben chiaro: sono ragionamenti del tutto fuori dalla lettera e dallo spirito della Costituzione, perché teorizzano l’abbattimento di ogni separazione dei poteri e una specie di dittatura della maggioranza. Ma sono i loro ragionamenti.

E ora che il popolo sovrano ha parlato direttamente, dicendo un clamoroso No al referendum in cui il governo ha chiesto pieni poteri, ecco che al governo stesso non resta alcuna scelta: pena non essere più credibile agli occhi stessi della sua base. Il governo dei patrioti non può governare contro il volere della patria. Quel governo ha solo un’opzione: andarsene.

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martedì 24 marzo 2026

Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno detto i giovani andando a votare - Francesca Fornario

 In città respiriamo a metà, con mezzo polmone soltanto. Lo realizziamo in montagna, quando il torace si dilata per gonfiarsi d’aria, mentre qui serriamo d’istinto la bocca per non inalare smog. La stessa sensazione che ho provato ieri, dopo tanto tempo. Di sollievo a metà. Un’euforia floscia come un pallone bucato. La soddisfazione per la travolgente vittoria del No fatica a farsi largo nelle viscere attanagliate dall’angoscia. Guardavo le persone scese in piazza, cercando la mia stessa contentezza ammaccata, soffocata dalla preoccupazione costante di questi anni. Le bandiere che sventolavano davanti ai miei occhi si sovrapponevano all’immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa, come i disegni stampati sui vetrini dell’oculista quando, da bambina, andavo a curare lo strabismo. Le bandiere e le gambette del piccolo Karim bruciate dalla sigaretta. Karim, un bambino palestinese di un anno, è stato torturato dai soldati israeliani per estorcere una confessione a suo padre, a un check point del campo profughi di Al-Maghazi. C’è il referto medico, le foto, i testimoni, come per molte altre vicende di abusi sui bambini palestinesi. Torturato per 10 ore davanti agli occhi del papà e rilasciato al Comitato Internazionale della Croce Rossa in stato di shock. Gambette, Bruciature, bandiere, il buco di un chiodo piantato nella carne. L’orrore al quale assistiamo ogni giorno non ci abbandona mai, nemmeno mentre esultiamo per la vittoria del No.

Diversi parlamentari di centrosinistra hanno sostenuto il Sì, a fronte di nessun parlamentare del centrodestra che sostenesse il No. Curioso che a votare con le destre fossero gli stessi esponenti del centrosinistra in prima linea quando c’è da richiamare gli elettori al voto utile per fermare le destre (ma quando uno vuole abolire il Senato, dice che se non gli riesce lascia la politica e poi fa il senatore io alzo le mani). Il risultato è che ci sono più elettori di centrodestra che hanno votato No che elettori di centrosinistra che hanno votato Sì. Un altro grande successo dei terzopolisti e riformisti del Pd, quelli a favore delle riforme sì, purché della destra.

Non mi stupisce che nel Pd chi si è espresso per il Sì appartenga alla famigerata “Sinistra per Israele” che si è data il compito di negare il genocidio e la sua meticolosa pianificazione. Votano nel merito della riforma, dicono. Me li immagino a comprare acquerelli di Hitler perché era un buon pittore.

Non so quanti abbiano votato “No” nel merito. So che tanti abbiamo votato “No” a prescindere dal giudizio negativo sulla riforma. Perché di fronte a Meloni che si rifiuta di condannare Israele o Trump, a Tajani che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, di fronte a Nordio che libera il torturatore Almasri accusato di stupro di minori ma denuncia il trauma dei piccoli della casa del bosco; di fronte a Salvini che ritira il premio “amico di Israele” mentre assiste al massacro di decine di migliaia di palestinesi, libanesi, iraniani; di fronte a qualunque rappresentante di questo governo di complici e pavidi che ha l’ardire di chiedere un voto a conferma del suo operato, non si può fare altro che piantare un bastoncino tra gli ingranaggi del genocidio. È l’unica mossa strategica, l’unica opzione morale, l’unica cosa sensata.

Questo hanno fatto i giovani andando a votare: non sono preoccupati di salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Se qualcuno lo è, la vive come una preoccupazione subordinata di fronte al collasso della democrazia al quale assiste angosciato, senza che i giudici o il Csm o i giornalisti o i politici, l’Ue, l’Onu, gli adulti tutti riescano a fermare i responsabili di questo sfacelo del diritto, della logica, dell’umanità. Non sono preoccupati che la riforma sia preludio del premierato: considerano già tutto perduto, sono nauseati, sono sconvolti, sono furiosi.

Quello che per noi è uno spettro – il piano di Licio Gelli, la torsione autoritaria – per loro è la norma, per loro questo fa chi sta a Palazzo Chigi. Quali provvedimenti ti aspetti che adotti per migliorare il funzionamento della giustizia chi resta saldamente alleato di paesi che bombardano a tappeto scuole, ospedali, ponti, città, case, caffè in riva al mare con tutte le persone che ci sono dentro?! Cosa vuoi discuterci? Quali riforme vuoi affidare a gente simile? La fermi e basta, pianti la matita sulla scheda come un bastoncino nell’ingranaggio e questo è il trionfo del “No”. Un trionfo del “basta”.

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preferiamo di no

 


lunedì 23 marzo 2026

Pratiche scolastiche ormai desuete: fare lezione - Matteo Zenoni

 

Un computo doloroso

Tra le funzioni del registro elettronico che sarebbe meglio non conoscere c’è sicuramente quella che segnala il numero progressivo di ore svolte; situato solitamente a fondo pagina, questo link rimanda alle ore di ogni singola disciplina dettagliando quelle di lezione, didattica laboratoriale, esercitazione, verifica scritta, interrogazione e via dicendo. Per i docenti che nutrono un nostalgico attaccamento per le proprie materie, aprire questa pagina rappresenta una sorta di epifania joyciana sull’andamento della scuola italiana e, in generale, sulle dinamiche che la stanno attraversando. Queste si possono riassumere, in soldoni, nella progressiva erosione delle discipline, in favore di tutta una costellazione di attività che nulla hanno a che vedere con Pirandello, Nietzsche, Giolitti, ma anche con i limiti, il DNA e la legge di Coulomb, dato che tale svuotamento riguarda tanto l’area umanistica quanto quella tecnico-scientifica. Insomma, una riflessione su tali processi prescinde dall’appartenenza a un settore disciplinare, non si riduce a una geremiade pronunciata da un difensore delle materie umanistiche avviate a un inesorabile declino, ma riguarda l’evoluzione della scuola italiana nel suo complesso.

Svuotare la capacità critica

Nel recente volume collettaneo Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, il contributo di Marco Maurizi, intitolato Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola, si concentra proprio su tali tematiche. La tesi del filosofo è che la svalutazione del sapere disciplinare sia strettamente collegata alla riduzione dell’autonomia da parte del docente, sancita nell’articolo 33 della Costituzione: «ridurre l’autonomia del docente equivale a separarlo dal sapere che incarna, svuotando la sua funzione di mediazione critica; e svalutare il sapere disciplinare equivale a ridurlo a semplice supporto di competenze funzionali al mercato, privandolo del suo intrinseco valore formativo» (M. Maurizi, Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola in M. Cangiano (a cura di), Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, nottetempo, Milano 2025, pp. 45-56). Come nota ancora più avanti, svuotare le discipline significa svuotare la scuola della sua capacità critica; se con una conoscenza solida e strutturata si permette, infatti, «agli studenti di acquisire gli studenti di acquisire strumenti concettuali per interpretare la realtà, riconoscere le contraddizioni sociali e immaginare alternative […], la frammentazione dei saperi in micro-attività, competenze e progetti occasionali priva lo studente di una visione d’insieme» (Ivi, p. 46).

Prendiamo, tanto per fare un esempio, la trattazione del Fascismo all’interno del monte-ore di Storia del quinto anno dei licei. Dopo la riforma Gelmini, ad eccezione del classico, le ore settimanali sono diventate 2 a settimana, per un totale di 66 annuali che, nella migliore delle ipotesi, arrivano a 50-52, se consideriamo l’inserimento delle attività di Formazione Scuola Lavoro, Orientamento, Educazione Civica e progetti di vario tipo, che vedremo più avanti. Con che profondità storica, quindi, può essere studiato questo periodo cruciale della storia d’Italia? Sicuramente con un approfondimento inferiore rispetto al passato, privando gli studenti di letture storiografiche, conflitti di interpretazioni, affondi sui rigurgiti neofascisti contemporanei; in poche parole, si tolgono agli studenti gli strumenti, per esempio, per capire le manifestazioni che ogni anno si svolgono ad Acca Larenzia.

Come si sono innescate però tali dinamiche? Dove affondano le loro radici? Anzitutto nel consiglio di classe, che per primo approva tali progetti-decurta ore, sotto la forte spinta, però, di agenti come il Ministero dell’Istruzione e del Merito e, soprattutto, di quelli che chiamiamo con linguaggio (non a caso) aziendale, stakeholders.

Progettare o progettificio?

I consigli di classe autunnali servono a impostare la programmazione di classe; le circolari di convocazione sottolineano di prestare particolare attenzione alla progettazione delle attività di Educazione Civica (insegnamento trasversale istituito con la  Legge 92 del 20 agosto 2019) e dei moduli di Orientamento (introdotti dal D.M. 328/2022), che dovranno essere rispettivamente di almeno 33 ore e di 30 ore, in orario curricolare per il secondo biennio e quinto anno.

In queste occasioni si assiste, solitamente, a una divisione in tre gruppi dei colleghi del consiglio di classe: un primo gruppo squaderna tutta una serie di iniziative, progetti, percorsi formativi già preconfezionati che, sorta di Eldorado, daranno la possibilità di raggiungere il monte-ore agognato senza alcuno sforzo; un secondo gruppo sottolinea, invece, la necessità di ancorare Educazione Civica e Orientamento a contenuti disciplinari e, soprattutto, di non eccedere nel monte-ore restando nei numeri minimi; un ultimo gruppo, invece, si dichiara d’accordo con le scelte della maggioranza.

Se, però, in un consiglio di classe prevalgono docenti del primo gruppo, la programmazione di classe si trasformerà in un progettificio vero e proprio e conterrà tutta una serie di iniziative, progetti, sicuramente meritevoli e con un taglio civico e di Orientamento, ma che poco avranno da spartire con la programmazione disciplinare. Va  aggiunto poi che se di queste attività, come spesso accade, non si presuppone una rielaborazione in classe o a casa, il tutto rimane lettera morta: ore delle discipline quindi immolate sull’altare dei progetti, ma che alla fine non porteranno a nulla, se non alla partecipazione passiva di studenti ben contenti di “saltare” ore di lezione.

Una scuola assediata

Opporsi a queste iniziative, specie se si è in minoranza, equivale a vestire i panni di un Anticristo e, quindi, per non rendere il luogo di lavoro un (insano) teatro di conflitto, si acconsente spesso a progetti e iniziative di vario tipo che riducono sempre più le ore effettive di lezione sui contenuti disciplinari. Una pressione, in tal senso, viene esercitata spesso dal territorio e dalle Associazioni che gravitano intorno alla scuola e che fanno sentire la loro influenza specialmente nelle realtà più periferiche e provinciali: Carabinieri, Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Croce Verde, Associazioni per la sicurezza stradale, per la prevenzione alle tossicodipendenze e altri ancora vengono a “bussare” alle porte della scuola, inviando proposte formative per incontri (rigorosamente mattutini), ma anche per progetti volti alla realizzazione di prodotti di vario tipo, con restituzione finale.

In questo contributo non si vuole negare la validità, a livello sociale e di Educazione Civica, di tali progetti, ma ciò si configura, a mio avviso, come una continua intrusione in un recinto, quello della scuola, dove la parte del leone dovrebbe essere quella dei contenuti culturali, atti a formare quello spirito critico, di cui si parla sempre, tra le altre cose, come difesa contro l’avanzare dell’intelligenza artificiale.

La sensazione, invece, è di un vero e proprio assedio, da più parti; il povero Coordinatore, quando apre la cartella delle iniziative provenienti dalla segreteria, si trova di fronte, spesso, a una fiumana che può letteralmente travolgere il monte-ore annuale delle singole discipline. A volte questi progetti si configurano, con un retaggio delle modalità della DaD, come pacchetti da svolgersi online, ascoltando registrazioni in modalità asincrona, tanto che il docente viene del tutto esautorato dal suo ruolo, limitandosi a fare sorveglianza in classe mentre gli studenti si ascoltano il Dirigente d’azienda o di banca di turno.

Orientare con le discipline?

Se l’insegnamento di Educazione Civica, pur con tutte le sue criticità (ben delineate da Orsetta Innocenti nel suo articolo Il metodo dell’ultimo biscotto: la ‘novità’ dell’Educazione Civica nella scuola italiana) trova comunque un suo spazio nella dimensione disciplinare, dato che, per citare le parole pronunciate da Romano Luperini in un intervento all’Università di Siena, «ogni ora di letteratura è un’ora di Educazione Civica» e molti dei contenuti di Storia, Diritto, Scienze naturali vanno a intrecciarsi con le tematiche di questa “materia trasversale”, credo che l’introduzione delle ore di Orientamento, nella misura di 30 annuali, rappresenti invece un bel colpo ai saperi disciplinari.

Nelle Linee guida per l’orientamento, si scrive che «La progettazione didattica dei moduli di orientamento e la loro erogazione si realizzano anche attraverso collaborazioni che valorizzino l’orientamento come processo condiviso, reticolare, coprogettato con il territorio, con le scuole e le agenzie formative dei successivi gradi di istruzione e formazione, con gli ITS Academy, le università, le istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica, il mercato del lavoro e le imprese, i servizi di orientamento promossi dagli enti locali e dalle regioni, i centri per l’impiego e tutti i servizi attivi sul territorio per accompagnare la transizione verso l’età adulta». Il messaggio che passa, a mio avviso, è che non è la scuola a realizzare la formazione del cittadino del futuro, ma la spinta decisiva può essere data solo da tutta una serie di attori che stanno al di là delle mura scolastiche.

Mi si obietterà che si può anche orientare con le discipline, come ho appreso nel corso OrientaMenti, che ho frequentato nello scorso anno scolastico. In quelle lezioni registrate si sottolineava la necessità di superare la lezione frontale e come, attraverso la didattica orientativa, si potessero rendere consapevoli gli studenti del proprio progetto di vita e guidarli nelle scelte future; si ripeteva più volte, a mo’ di mantra, che le discipline dovevano essere attraversate (cito), diventando percorribili, in modo da dare luogo a saperi significativi, che riguardassero non soltanto le discipline, quanto il sé degli studenti. La didattica doveva quindi porsi come obiettivo quello di perseguire obiettivi tanto disciplinari quanto orientativi.

Si tratta di discorsi che, però, calati nella pratica, contribuiscono a quello svuotamento e appiattimento delle discipline che l’erosione del monte-ore già depaupera di un approfondimento decoroso. E quindi il Dante della selva oscura diviene il personaggio a cui affidarsi per le proprie scelte future in un momento di difficoltà, la Mirandolina della Locandiera una paladina ante litteram dei diritti delle donne e delle studentesse chiamate a lanciarsi nelle lauree STEM; Svevo e Pirandello, infine, due punti di riferimento che possono guidare gli studenti nella ricerca della propria identità nell’era dei social. Oltre a peccare di scientificità e a incappare in approssimazioni che la critica letteraria e la filologia hanno cercato di correggere, si corre però il rischio che tutta la letteratura, in questo caso, venga piegata su un eterno presente, in una salsa orienta-pop che nuoce a tutti.

Il trionfo della superficie: metodologie in azione

Si assiste quindi a una perdita di profondità disciplinare e la sottolineatura sulle metodologie, a mio avviso, rappresenta una risposta a questo monte-ore eroso che, alla fine, diventa il recinto, sempre più ristretto, entro cui far entrare i contenuti disciplinari. All’atto pratico e venendo alle materie che insegno, se dieci anni si potevano avere a disposizione 5 ore per spiegare il Barocco, ora, assediato da FSL, Educazione Civica, Orientamento, Progetti, Educazioni varie ne rimarranno, ottimisticamente, 2-3 e il docente sarà più propenso a progettare un lavoro di gruppo o Jig-Saw in cui i diversi gruppi analizzeranno, per esempio, un aspetto del periodo storico considerato, magari con infografica finale, ottenendo quella parcellizzazione del sapere in micro-attività di cui parlava Maurizi nel contributo citato.

Il focus quindi è sempre più sul come, più che sul cosa, dimenticando che le metodologie non sono vestiti che “vestono bene” su tutte le discipline, caratterizzate invece ognuna da una propria epistemologia; scorrendo però, per esempio, le proposte di formazione su Futura, piattaforma del MIM, non troveremo sicuramente un corso, per esempio, sul romanzo del secondo Novecento, oppure sulla Scuola di Francoforte e sui vaccini a RNA, ma tutta una serie di iniziative di formazione sulle metodologie, sull’AI, sul digitale. Le previsioni future, quindi, sono assai nefaste, specie perché l’erosione delle discipline nella scuola inizia dalla loro erosione nella formazione di chi dovrebbe esserne il custode, ovvero gli insegnanti. Un insegnante, però, che ha più interesse per la didattica a stazioni che per l’ultimo saggio su Elsa Morante, ahimé, è destinato a contribuire a questo declassamento continuo dei saperi disciplinari.

La scuola-vetrina

Le attività di Orientamento in entrata, d’altra parte, si interessano ben poco di una scuola che fonda la sua didattica sulle competenze disciplinari; nelle locandine degli open-day, nelle brochure informative, sui siti internet, si cerca di mettere in evidenza tutto ciò che è progettualità: viaggi d’istruzione, esperienze di interscambio, Orientamento, Educazione Civica, Educazioni di vario genere e FSL fanno la parte del leone. Per fare un esempio, se uno studente di classe terza della secondaria di I grado è interessato a un liceo linguistico cittadino, probabilmente la sua scelta dipenderà non dalla bontà della didattica erogata o dal corpo docenti più o meno stabile  e valido, ma dalla possibilità di svolgere la Formazione Scuola Lavoro all’estero, dai progetti di Educazione alla salute, dalle iniziative di Orientamento post-diploma: uno scenario che equipara la scuola a un mercato, come ha notato Emanuela Bandini nel suo pezzo Questa scuola non è on demand.

E di colpo venne il mese…di maggio

«Oddio, è già maggio: non sono proprio riuscito a fare Foscolo, quest’anno!». Frammenti rubati da una conversazione di fine anno scolastico in cui, dopo aver attraversato quattro o cinque consigli di classe in cui si è approvato tutto l’approvabile, ci si rende conto che anche i famosi nuclei fondanti, i saperi essenziali, alla fine, non sono stati nemmeno toccati, forse perché delle 132 ore di lezione se ne sono fatte invece 105, con un disavanzo di 25 ore, che corrispondono per italiano, a 6 settimane di lezione.

I dati Invalsi del 2025, sorta di termometro delle competenze sulle prove standardizzate, stanno dando dei chiari segnali: in seconda superiore, sia in Italiano che in Matematica, si registra un calo dell’8 per cento rispetto al 2019 degli studenti che raggiungono i traguardi previsti dai Quadri nazionali di riferimento. Nord-Ovest e Nord-Est, regioni storicamente baluardo e vicine agli standard del Nord Europa, perdono rispettivamente 9 e 13 punti in italiano e 11 e 16 in matematica. Per chi vive la scuola questi numeri non possono sorprendere: sono la logica conseguenza di un esautoramento delle discipline, di una marginalizzazione dei saperi, di un depotenziamento delle competenze disciplinari, per far entrare a scuola tutto ciò che di scolastico ha ben poco. E così, se prima, venendo alla classe seconda, si poteva dedicare, in italiano, un monte ore considerevole alla scrittura, alla lettura e alla riflessione linguistica, ora questo tempo è già eroso dal corso sulla sicurezza per la FSL di terza, dall’incontro con le Associazioni di turno, dal progetto con la Questura da svolgersi nelle ore curricolari.

Tornare ad amare le proprie materie

Come resistere? Opponendosi nelle sedi decisionali con voti contrari, facendo sentire la propria voce in difesa di una scuola sotto assedio, opponendosi alla marginalizzazione dei saperi disciplinari per un precoce avviamento al lavoro e alla scuola come “filiera”. Ogni ora erosa di italiano, matematica, fisica, scienze, filosofia e sacrificata all’altare di progetti che poco hanno di scolastico è un colpo alla democrazia e un ostacolo alla crescita di cittadini consapevoli, solidi culturalmente e dotati di spirito critico.

Svuotando le discipline, svuotando la scuola, stiamo ponendo infatti le basi per uno svuotamento della società, che sarà caratterizzata dal pressapochismo, dalla proliferazione delle fake news, ma soprattutto dall’incapacità di vedere i fenomeni in atto in modo critico, per farci suggestionare, invece, solo dalla pancia e dall’emotività. Queste dinamiche, d’altra parte, sono già sotto i nostri occhi.

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L'atomica di Israele e il "rischio Dimona"

Loretta Napoleoni intervista Alberto Bradanini 


domenica 22 marzo 2026

Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo - Nuria Alabao

Qualcuno condivide un’intervista con un filosofo (ma potrebbe essere un giornalista, un cantante o un pompiere, non importa), le risposte sono immediate: accanto a un commento gentile, divampano le fiamme dell’aggressività. Vengono definiti fuori luogo, pagliacci, sgualdrine o pazzi, che si tratti di un disaccordo importante o di un dettaglio insignificante. Spesso, abbastanza chiaramente, la risposta è al titolo scelto dal media, non al contenuto dell’intervista. Non è tutto fuoco nemico, però molti degli insulti peggiori provengono da questa parte della barricata, da quelli di noi che presumibilmente condividono “qualcosa”, la chiamano “sinistra” – anche se non è sufficiente – perché difendere il pluralismo e il dissenso non è sempre la nostra caratteristica principale (penso al femminismo, ad esempio).

Diciamo di voler porre fine al fascismo, ma la sua influenza ha da tempo preso possesso dei nostri corpi. È stata colpa dei social media, con i loro algoritmi perversi che diffondono i messaggi più estremi e dannosi? È colpa dell’anonimato? O forse erano già lì, soprattutto con l’aumento della paura di cadere, della solitudine… la paura nelle sue molteplici forme che ti fa sentire come se stessi fluttuando senza nulla a cui aggrapparti – e mancava solo il veicolo, l’arma carica che sono i social media. Certo, non è tutto negativo; c’è anche potere e gioia, espressione e creatività, e la possibilità di entrare in contatto con altre anime folli o sradicate. Qualunque sia la tua follia, sai di non essere solo. Ma anche così, ci sono giorni in cui spegni il telefono e le sue chiacchiere incessanti perché è difficile resistere all’ennesima sfida rabbiosa, all’ennesimo insulto. Perché questa costante sensazione di pesantezza e nebbia?

Il panorama attuale è caratterizzato dalla devastazione dei legami sociali e delle forme di comunità, frutto di cinquant’anni di neoliberismo. Questa devastazione assume la forma della solitudine: stiamo camminando su una corda tesa. Il filosofo Franco “Bifo” Berardi dice che un’altra sfida epocale caratterizza questa solitudine, caratteristica della vita contemporanea: quella dei giovani cresciuti dalle macchine; se non fosse per la scuola, molti trascorrerebbero più tempo con i dispositivi elettronici che con altri esseri umani. Sebbene ciò possa sembrare allarmistico – le macchine consentono anche l’interazione con altre persone – conosciamo già alcuni degli effetti che ciò sta avendo sugli adolescenti. Bifo afferma che questa nuova condizione antropologica “non è felice”. Potrebbe essere correlata alla devastazione emotiva che sta lasciando nei giovani, anche se non è l’unico fattore determinante? “La prova – sottolinea Bifo – è che la depressione è diventata un fenomeno di massa e che le forme di sofferenza si stanno moltiplicando fino a diventare predominanti nella realtà sociale”. Se non la depressione in sé come fatto clinico, certamente come un’emozione che le assomiglia.

La vita psichica come materia prima

Ciò che scopriamo nell’economia dell’attenzione è che una cattiva salute mentale la alimenta. Nella sua teoria dell’ecologia-mondo, Jason W. Moore spiega che il capitalismo ha storicamente dipeso dall’appropriazione di alcuni elementi “a basso costo” per l’accumulazione di capitale: lavoro, natura, energia, cibo. Moore mostra come il sistema abbia costantemente bisogno di identificare nuove “frontiere” di appropriazione quando quelle precedenti si esauriscono o generano resistenza. Dall’argento americano alla gomma amazzonica, dai contadini espropriati o dalla schiavitù alle donne costrette a lavori di cura non retribuiti, il capitalismo si espande attraverso queste strategie di riduzione dei costi.

All’inizio del XXI secolo, il capitalismo si trova ad affrontare una chiusura storica delle sue frontiere classiche. Non ci sono territori fisici significativi rimasti inutilizzati; gran parte del lavoro mondiale è già altamente precario o informale, e la natura è al limite della sua capacità rigenerativa. Ma il capitalismo digitale è in grado di scoprire nuovi territori vergini: la nostra vita mentale, il nostro tempo e la nostra attenzione. Affetti e desideri diventano qui materie prime.

L’accumulazione continua attraverso l’invasione di un altro mondo da conquistare: il nostro mondo interiore. L’appropriazione, in questo caso, è quella dell’energia psichica che riversiamo nelle reti, che potrebbe essere percepita come un’altra merce “a buon mercato”. I teorici postfordisti italiani – Maurizio Lazzarato, Mario Tronti, Paolo Virno e altri – hanno spiegato questo meccanismo molto presto. Il capitale non sfrutta più solo il tempo di lavoro in fabbrica, sostenevano, ma sta colonizzando tutta la vita sociale, mercificando sempre più ambiti dell’esistenza. “Vita messa al lavoro” significava che il valore poteva essere generato dalle emozioni, dalle capacità linguistiche o relazionali, dal consumo o dall’immaginazione, che si trattasse di pubblicità, lavoro creativo o lavori di servizio. Ma ciò che forse non avevano previsto era la misura in cui le piattaforme avrebbero realizzato questa profezia. Al di là dei servizi a pagamento, quando scorriamo Instagram, ci insultiamo a vicenda su X e riversiamo i nostri desideri e le nostre frustrazioni su Facebook, stiamo mettendo in atto esattamente ciò che Virno chiamava “cooperazione produttiva”: alimentiamo la macchina, generiamo dati che addestrano algoritmi e sviluppiamo contenuti che tengono agganciati gli altri utenti attraverso un continuo lavoro emotivo. E tutto ci torna indietro come una merce. Questo lavoro è invisibile proprio perché mascherato da svago o socializzazione “libera”, quando in realtà è un’attività produttiva che arricchisce i proprietari della Silicon Valley, molti dei quali sono ora caduti nelle braccia del fascismo.

Le piattaforme digitali e gli algoritmi che ne costituiscono la spina dorsale sono la tecnologia che rende possibile questa appropriazione massiccia e sistematica. Proprio come la nave negriera ha permesso la cattura di schiavi africani su scala industriale, o il filo spinato che circondava le terre comunali, lo smartphone e l’algoritmo sono al servizio della colonizzazione delle nostre vite psichiche. E lo fanno in gran parte attraverso l’odio e le emozioni negative.

Passioni tristi, carburante premium

Il capitalismo delle piattaforme ha scoperto che le passioni tristi sono più redditizie perché sono più facili da generare, più abbondanti come materia prima e generano più coinvolgimento e tempo di permanenza. C’è la tendenza a tradurre i nostri problemi di vita, le nostre insicurezze e le nostre paure in insulti e mancanza di rispetto. Tutti noi commentiamo di più quando siamo arrabbiati o indignati e ci soffermiamo più a lungo quando siamo ansiosi di non perderci nulla. Ma anche, mentre un tempo gli algoritmi premiavano l’interazione, ora si basano sull’attenzione; in altre parole, abbiamo perso la capacità di scegliere. Ciò che vediamo non dipende più solo dai nostri gusti o da ciò che condividiamo; ora ci mostrano ciò su cui ci soffermiamo, ciò che guardiamo, ad esempio qualcosa che ci disgusta o ci fa arrabbiare. Anche cuccioli che salvano neonati o una scimmia triste che gioca con il suo peluche, qualsiasi cosa ci capiti di guardare. Ma sembra che ciò che risuona di più sia ciò che si collega alle nostre frustrazioni e al nostro dolore.

Paura, indignazione e risentimento creano dipendenza molto più della gioia. Anche a sinistra, tendiamo a puntare il dito contro i nostri vicini o colleghi, moralizzando o monitorando le loro espressioni: la polizia semiotica che portiamo dentro di noi. Il cortisolo e l’adrenalina dell’indignazione sembrano più potenti della gioia, almeno quella che circola sui social media. Generano quindi maggiori profitti per le piattaforme. Il risultato è uno spazio che dovrebbe essere pubblico – o che funziona attraverso la finzione di esserlo – ma dove le emozioni distruttive sono sovrarappresentate, le discussioni sono semplificate fino all’assurdo o alla politica identitaria, e dove le posizioni più estreme circolano più ampiamente.

In questa giungla oscura, l’estrema destra è straordinariamente efficace perché il suo discorso è strutturato proprio attorno a queste tristi passioni o lavora attivamente per provocarle. Disaffezione verso il sistema, ma anche risentimento (contro élite, migranti, femministe), paura del declino sociale, dell’invasione o della “sostituzione”, di vedersi “portare via ciò che è nostro”; solidarietà negativa: se sono fregato, non voglio che gli altri abbiano la vita più facile. Sono maestri nel trasformare alienazione e disagio in reazione, in sostegno al loro progetto politico. La loro estetica facilmente “memeabile”, la loro ironia trasgressiva, la loro capacità di trasformare il razzismo in shitposting e la misoginia in umorismo, si adattano perfettamente a un mezzo che punisce la complessità e premia la reazione viscerale.

Il risultato è un circolo vizioso in cui le piattaforme non solo diffondono queste tristi passioni, ma le producono anche. Da un lato, plasmano un’immagine particolare del mondo: massima esposizione delle nostre vite, personalità da brand, retorica semplicistica, competizione e una concezione della politica come comunicazione, come se avere i discorsi migliori o le idee migliori fosse sufficiente per influenzare il mondo. Dall’altro, finiscono per generare il tipo di soggettività di cui l’estrema destra ha bisogno: frammentata, risentita, triste e dipendente dalla propria impotenza. Siamo, quindi, più facili da governare. Come afferma Spinoza nella sua Eticale passioni tristi ci indeboliscono e ci rendono meno autonomi e più dipendenti – e questa dipendenza è esattamente ciò di cui il modello di business dell’economia dell’attenzione ha bisogno. Ci privano della capacità stessa di resistere.

Oltre a estrarre valore, distruggono la nostra capacità di agire collettivamente. Amplificano il danno psicologico e la depressione che si ripresentano sotto forma di aggressività. Tornando a Bifo, questa appropriazione algoritmica della nostra psiche “sottopone la mente collettiva a uno stress che la rende incapace di ragionare, criticare ed empatizzare”. A suo avviso, la depressione che ne consegue sembra trovare sfogo nella violenza. “Meglio aggressivi che tristi” potrebbe essere il suo motto. L’aggressività come “cura per la depressione” è l’effetto predominante del fascismo, dice Bifo, “una forma di terapia alimentata da anfetamine per la sofferenza e la solitudine che produce sempre, sistematicamente, effetti di moltiplicazione della violenza e delle dinamiche suicide”. E i social media diffondono questo veleno di affetto fascista sotto forma di violenza digitale canalizzata da algoritmi oscuri.

L’approccio spinoziano propone di resistere aumentando il nostro potere, non nutrendo risentimento. Da un lato, sappiamo già che la sfida è politicizzare le frustrazioni in modo emancipatorio, ovvero reindirizzare la nostra rabbia contro coloro che provocano le nostre insicurezze. Per fare questo, la nostra capacità affettiva dovrebbe essere incanalata nella produzione collettiva di un bene comune. Un buon punto di partenza sarebbe cercare di essere generosi con noi stessi, o forse definire quel “noi” in modo più generoso: non c’è bisogno di commentare o postare sui social media tutto ciò che non ci piace delle nostre colleghe, il che non significa chiudere importanti dibattiti strategici, ma piuttosto affrontarli con rispetto.

Le passioni gioiose spesso richiedono anche un ritmo più lento: incontrarsi per discutere di persona, connettersi, studiare, pensare con complessità, senza ridurre ogni dibattito a due poli opposti. Ma la comunità, il sostegno reciproco e la politica faccia a faccia ci rendono meno facilmente manipolabili, più autonomi ed espandono la nostra capacità di azione. Sebbene questo non implichi necessariamente un ottimismo ingenuo, non si tratta di “essere positivi”. L’ottimismo non è essenziale per combattere. Non ci si impegna politicamente perché si pensa di vincere – che cosa significa vincere, in fondo? Non si sa mai cosa potrebbe succedere finché non accade, non si conosce appieno il potenziale di una scommessa finché non la si porta fino in fondo. Si può combattere (o disertare) senza necessariamente credere che ciò che verrà sarà migliore. Si può combattere perché è il modo migliore di vivere.


Pubblicato su Ctxt con il titolo completo Pasiones tristes al servicio del capital y el fascismo (o el porqué del odio en redes)

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