venerdì 15 aprile 2016

Si fa presto a dire paradiso fiscale - Andrea Baranes

Clienti provenienti da 204 (duecentoquattro) Paesi del mondo. Secondo Wikipedia, i Paesi membri dell’Onu sono 193. Il che significa che lo studio Mossack Fonseca è più rappresentativo delle Nazioni Unite. 11,5 milioni di documenti, che vedono coinvolte 215.000 società. Confindustria, la principale organizzazione di rappresentanza delle imprese in Italia ne raggruppa poco meno di 150.000. Migliaia, se non decine di migliaia di intermediari finanziari, oltre 500 banche, 150 tra capi di Stato e leader politici.
Stiamo parlando di uno studio legale. Uno. Che sarà anche stato importante, ma a Panama quanti saranno gli avvocati? E i commercialisti? I notai, i consulenti, gli studi specializzati? Attenzione poi, Panama è solo una delle decine di giurisdizioni considerate un paradiso fiscale. La “black list” dell’Agenzia delle Entrate italiana ne segnala oltre cinquanta, praticamente in ogni continente e a ogni latitudine. E teniamo conto che per evidenti motivi diplomatici il Delaware negli Usa, la City di Londra o l’Olanda, solo per fare alcuni esempi, non sono inclusi in questa lista, anche se molti ricercatori li considerano tra i più importanti paradisi fiscali del pianeta. E sono posti in cui gli studi di avvocati e consulenti non mancano di certo.

È vero che da anni le banche centrali inondano di soldi i mercati finanziari. Una quantità sterminata di denaro che non finisce in consumi e investimenti ma rimane incastrata nei circuiti della finanza, e che naturalmente prima o poi trova rifugio nei porti sicuri e discreti di queste giurisdizioni. Vero anche che le diseguaglianze non fanno che crescere e il famoso “1 per cento” diventa sempre più ricco, per non parlare della crema, di quel 1 per cento dell’1 per cento che è il vero target di ogni consulente finanziario che si rispetti. Fatte salve queste dovute considerazioni, deve comunque rimanere una concorrenza spietata per attrarre il banchiere, il mafioso e il dittatore di turno.
Anche perché non parliamo solo di grandi studi di avvocati con moquette di alpaca e poltrone in pelle umana. Basta farsi un giro su internet per vedere checon poche centinaia di dollari chiunque può aprirsi la propria società di comodo. Un sito a caso tra le centinaia che si trovano in rete segnala che creare una società alle Isole Vergini Britanniche o ad Anguilla costa intorno ai 1.000 euro l’anno, anche meno per approdare alle Seychelles o in Belize. Panama, come Gibilterra o le Bahamas sembra poco più cara, ma è comunque una destinazione ormai alla portata di ogni bravo calciatore e criminale degno di nota.

Con poche centinaia di euro in più, oltre alla società si può anche aprire un conto corrente in una di queste giurisdizioni, o in altre, a Saint Vincent, in Lettonia o a Hong Kong. Prezzi di assoluta convenienza anche per avere per la propria società un direttore designato, ovvero un prestanome “utilizzato per garantire il massimo livello di confidenzialità. Il nome del direttore apparirà sui documenti dell’impresa, in ogni contratto professionale e nei registri commerciali della giurisdizione. Un altro vantaggio legato al servizio di direttore designato consiste nel piazzare la questione “del controllo e della gestione” al di fuori di una giurisdizione con fiscalità importante.
a concorrenza non è unicamente tra gli studi, ma anche tra le diverse giurisdizioni. Si fa presto a definirsi “paradiso fiscale”, ma per attrarre i capitali di capitani di industria e trafficanti di droga occorre offrire condizioni sempre migliori, e specializzarsi in poche attività in cui battere la concorrenza degli altri paradisi fiscali. È così che ogni territorio si concentra su poche ben definite operazioni, chi puntando su un fisco nullo, chi sul completo anonimato, chi sulla creazione di scatole cinesi. Occorre trovare la propria nicchia di mercato in cui essere all’avanguardia. Essere il più paradiso di tutti tra più Paesi di quanti ne conta l’Onu. Poi essere il più bravo tra stuoli di consulenti a completa disposizione. Superare la spietata concorrenza delle società su internet, che offrono ogni genere di servizi a prezzi stracciati. E proprio quando pensi di avercela fatta, sul più bello una fuga di notizie da 11,5 milioni di documenti mette a rischio tutto. Altro che paradisi – fiscali o meno – lavorare in questo settore deve essere un vero inferno.

giovedì 14 aprile 2016

Witnessing Gezi - Emin Özmen

La Libertà - Giorgio Gaber

Cesoie – Erri De Luca

Medici Senza Frontiere pensa di offrire ai profughi delle cesoie contro i reticolati che li respingono. Sono strumenti di prevenzione infortuni, perché scavalcano ugualmente, ferendosi. Le cesoie sono democratiche, permettono a tutti il passaggio, non solo agli atleti. La specie umana forse proviene dal mare, ma diversamente dai pesci non si fa ostacolare né irretire da barriere.
Il 17 aprile, referendum contro le trivellazioni petrolifere marine a vista spiaggia, è utensile democratico simile alle cesoie. Serve per tagliare le reti delle concessioni a prezzi stracciati, recidere i reticolati degli interessi loschi tra pubblici poteri e privati petrolieri. Sette Regioni d’Italia hanno messo in mano ai cittadini un buon paio di cesoie per liberare il mare dai suoi guastatori. Tagliare concessioni che si rinnovano per inerzia anche dopo scadute, tagliare la strafottenza con cui si lasciano 64 piattaforme esaurite, a marcire in mare. Tagliare l’arroganza che dichiara strategica la svendita di beni primari: mare, acqua, pubblica salute. Le cesoie stanno diventando simbolo di riscatto, presto saliranno sulle bandiere e sui simboli dei movimenti nuovi. Sventoleranno libertà.


Cosa si conta domenica prossima – Alessandro Gilioli


Astenersi dal voto in democrazia è pieno diritto.
Ci si astiene per i più svariati e spesso fondati motivi. Non solo l'impedimento fisico al voto (tipo se ci si trova lontani dal Comune di residenza o se si è malati) ma anche altri. Ci si astiene ad esempio per incertezza. Per disinteresse. Perché "per me pari sono". Per mandare un messaggio di rabbia o sfiducia ai rappresentanti - che peraltro di solito se ne fottono e il giorno dopo stanno a litigare sui resti, altro che astensione.
Comunque, da giovane scrutatore, anch'io trovai una volta nella scheda la famosa fetta di prosciutto con la scritta "mangiatevi anche questa". Un modo lecito, per quanto inutile, di esprimere il proprio dissenso. In effetti, ridendo, uno scrutatore un po' goliardico se la mangiò, dopo una breve ispezione olfattiva.
Di solito questo astensionismo - per impedimento fisico o per consapevole decisione - viaggia tra il 20 e il 30 per cento. Un po' di più, di recente, per via della crisi della rappresentanza, della disaffezione verso i partiti. Così ultimamente è attorno al 40 per cento. È quella che viene chiamata "astensione fisiologica". Propria cioè di chi o non può andare alle urne o deliberatamente sceglie di non scegliere.
Al referendum del 17 aprile, così come a quello sulla fecondazione assistita del 2005, c'è invece un altro tipo di astensione.
È l'astensione di chi, se giocasse lealmente, voterebbe No. Invece ha paura che votando No non vincerebbe. Perché potrebbe essere in minoranza. Quindi assomma la propria astensione a quella fisiologica di cui sopra, sperando di vincere così.
Curioso no? In democrazia di solito vince chi è maggioranza tra quanti scelgono di scegliere. In questo caso non è detto che accada, invece: proprio come nel 2005, quando i vescovi vinsero assommarono il No di una minoranza - i cattolici più integralisti contrari alla fecondazione assistita - all'astensione fisiologica. E vinsero. Anche se la maggioranza di chi aveva un'opinione sul merito li avrebbe fatti perdere.
Fu una sconfitta, per i referendari, sì. Ma fu soprattutto una sconfitta per la democrazia. Perché fu deformata: da una parte si contarono i favorevoli alla procreazione assistita; dall'altra, i contrari più l'astensione fisiologica. Da soli, i contrari non ce l'avrebbero fatta.
Chi il 17 aprile è per il No e invece non va alle urne, non è propriamente un astensionista. È più un giocatore di frodo. Un ciclista che si dopa mentre gli altri no. Uno che vince un concorso perché ha lo zio in commissione. Uno che con gli specchi vede le carte dell'avversario a poker.
Nel mondo anglosassone, dove una cosa così sarebbe motivo tale di vergogna da non dirlo nemmeno in famiglia, si definirebbe semplicemente unfair. Niente di più, niente di diverso.
Da noi invece c'è chi se ne vanta, senza un briciolo di vergogna, né di stima di sé.
Dopo tutto questo, credo che il 17 aprile forse non si voti nemmeno più sulla durata delle concessioni alle trivelle: questione di rilevanza non epocale, con tutto il rispetto dei referendari. Si vota soprattutto per contarsi fra giocatori di frodo e no. Tra deformatori della democrazia e no.
Il 17 aprile ci si conta sulla nostra lealtà, sulla nostra onestà nel confrontarci e contarci. Sul nostro rispetto di noi stessi e del giocare leali in democrazia. Sullepratiche, quindi, prima ancora che sui contenuti. In buona sostanza, tra chi pensa che il fine giustifichi ogni mezzo e chi crede invece siano i mezzi a qualificare il fine.
Ah, fra l'altro. Ricordo il primo referendum che ho vissuto da ragazzo, nel 1974. Era quello sul divorzio. La consultazione era proposta dai cattolici integralisti, per abolirlo. I laici - noi laici - eravamo quindi per il No. Ma a nessuno della nostra parte - Berlinguer, Nenni, La Malfa, gente così - venne in mente l'arzigogolo bizantino di assommare l'astensione fisiologica ai No, boicottando la conta reale tra favorevoli e contrari al divorzio. Proprio a nessuno. Si andò invece tutti lealmente a votare, rischiando molto. Era la democrazia. È la democrazia.
da qui

mercoledì 13 aprile 2016

Regeni come Cucchi, l'Italia è come l'Egitto – Emiliano Fittipaldi


Il presidente della giunta militare che governa l'Egitto, il generale Al-Sisi, è un dittatore dal pugno di ferro. Al Cairo sono considerati un insopportabile lacciuolo al potere, e gli oppositori del regime vengono sistematicamente oppressi, a volte torturati, spesso uccisi: di molti di loro non si sa più nulla. Desaparecidos. Il caso del ricercatore Giulio Regeni rientra probabilmente in questa tragica casistica: sono tanti gli indizi che portano a considerare il suo barbaro omicidio come un'azione della polizia egiziana, o di qualche squadrone della morte ad essa collegata.
Doveroso che l'Italia chieda la verità, doveroso che i partiti politici facciano pressioni sul governo egiziano, manifestando indignazione per le bugie e per i depistaggi che le istituzioni stanno allestendo per bloccare l'inchiesta. Ma, sfortunatamente, sul tema l'Italia non può dare lezioni a nessuno. Nemmeno all'Egitto di Al-Sisi.
Di casi Regeni, di ragazzi morti ammazzati mentre erano sotto tutela dello Stato, ne sono infatti piene le cronache degli ultimi anni. Si tende a dimenticarlo, ma Federico Aldrovandi, ammazzato undici anni fa durante un controllo di polizia, non ha ancora avuto giustizia: i quattro poliziotti imputati sono stati condannati dai tre a sei mesi di carcere per "eccesso colposo in nell'uso legittimo delle armi". Uno di loro è uscito dopo appena un mese di galera, per via dello svuota carceri. Due di loro sono da poco rientrati in servizio. La vicenda è stata definita da Amnesty International «un lungo e tormentato percorso di ricerca della verità e della giustizia. Solidarietà e vicinanza ai familiari di Federico Aldrovandi, che in questi anni hanno dovuto fronteggiare assenza di collaborazione da parte delle istituzioni italiane e depistaggi dell'inchiesta».
Se 11 anni di indagini su Aldrovandi hanno prodotto poco o nulla, anche la morte di Stefano Cucchi resta ancora avvolta nel mistero. Dopo sette anni di inchieste e depistaggi, omertà e menzogne delle forze dell'ordine e dello Stato, dopo assoluzioni e pene lievi, nel 2015 la Cassazione ha ordinato una nuova inchiesta su cinque medici rei di non aver dato maggior attenzione agli stati patologici di Cucchi, «preesistenti e concomitanti con il politraumatismo per il quale fu ricoverato». Solo grazie all'insistenza della sorella di Cucchi, Ilaria, alla fine dell'anno passato la procura di Roma ha aperto un nuovo fasciolo sul pestaggio, che punta dritto alle responsabilità eventuali dei carabinieri che arrestarono Cucchi nel 2009.
Ad oggi, nulla si sa su eventuali nuovi sviluppi. Ma è un fatto che, a sette anni dall'uccisione di Cucchi, molte istituzioni e importanti politici di centro-destra affermano ancora che Stefano si è spento perché drogato, perché malato, o «perché caduto dalle scale».
Se l'Italia chiede verità per Giulio Regeni, le nostre istituzioni hanno chiuso per anni gli occhi davanti al decesso di Giuseppe Uva, operaio fermato dai carabinieri nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008 e morto dopo poche ore all'ospedale di Varese. Il processo sui presunti responsabili è ancora in corso, ma lo scorso gennaio il procuratore capo Daniela Borgonovo ha chiesto l’assoluzione di tutti gli imputati, sei agenti e due militari dell’Arma accusati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità contro arrestati. «Non ci sono prove di comportamenti illegali», ha detto. «Era un clochard sporco e puzzolente», ha commentato a marzo l'avvocato della difesa.
Anche Riccardo Magherini e Francesco Mastrogiovanni sono morti mentre erano affidati allo Stato italiano. Per il primo sono indagati in nove, per omicidio "colposo", il secondo è deceduto durante un ricovero in un reparto psichiatrico: il processo è in corte d'appello. Regeni è stato ammazzato in circostanze violente e misteriose, mentre al G8 di Genova poliziotti e dirigenti hanno manganellato e torturato alla luce del sole, senza vergogna e senza paura: i pochi agenti processati hanno avuto pene ridicole, altri torturatori hanno fatto persino carriera. Il capo della polizia nel 2001 era Giovanni De Gennaro: Renzi l'ha confermato presidente di Finmeccanica.
«Chi, trovandosi in questo momento in questo Paese, abbia commesso atti di tortura può, nella grande maggioranza dei casi, dormire sonni tranquilli», ha detto Antonio Marchesi di Amnesty International venti giorni dopo il ritrovamento del corpo di Regeni. «Fino a che non ci sarà un reato di tortura, punito severamente e con un termine di prescrizione lungo, le cose sono destinate a rimanere così". Non parlava dell'Egitto, ma dell'Italia.

Disattenzione - Wislawa Szymborska

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.
Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco

con regole ignote.

martedì 12 aprile 2016

finalmente l’Italia ha un presidente - bortocal


e non parlo del fantasma trasparente che sta al Quirinale.
parlo del Presidente della Corte Costituzionale che, nel silenzio assordante di quell’inquilino portato lì dal geniale Bersani (che vittoria!), ha ricordato poche cose essenziali.
che, per prima cosa, la fanno finita col machiavellismo da strapazzo di coloro che puntano a vincere i referendum non nel leale confronto delle opinioni, ma alleandosi a coloro che si disinteressano della vita pubblica.
. . .
è bastato al nostro Presidente Grossi leggere l’art. 48  della Costituzione, ad esempio:
c. 2 Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
commento di Grossi:
Partecipare al voto significa essere pienamente cittadini.
Fa parte della carta d’identità del buon cittadino.
. . .
capito? è un dovere civico votare.
sempre.
la Costituzione non dice che votare ai referendum non è un dovere civico.
o che si può scegliere a quali consultazioni votare e a quali no.
. . .
per questo un Presidente del Consiglio che invita il popolo a NON VOTARE è uno scandalo.
perché` ha giurato fedeltà` alla Costituzione.
e un vero Presidente dovrebbe richiamarlo, se invita il popolo a non rispettare la Costituzione.
. . .
meno male che, se Mattarella neppure ci pensa, provvede Grossi.

Al referendum di domenica prossima sulle trivelle è giusto votare, perché «la partecipazione al voto fa parte della carta d’identità del buon cittadino». Così ha
risposto il presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, durante la conferenza stampa annuale al Palazzo della Consulta. La domanda riguardava la legittimità degli appelli astensionisti, che sono giunti nei giorni scorsi anche dal presidente del Consiglio. Grossi ha dato una risposta che, nella sostanza, non si discosta affatto da quanto stabilisce la Carta della Repubblica all’articolo 48 secondo comma: «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Un dovere di ogni buon cittadino, appunto. Poi, precisa Grossi, una volta nella cabina elettorale «ognuno è libero di esprimere il proprio convincimento. Ma credo che al voto si debba partecipare, in quanto il referendum è per noi, è per ciascuno di noi…
da qui

ieri Crozza prendeva in giro Renzi per il non voto al referendum del 17 aprile (qui)