martedì 6 aprile 2021

Quel lavoro che non è un lavoro - Lea Melandri

  

Un sesso non riconosciuto come tale – ha scritto Luce Irigaray – può contare solo “come non sesso”, “negativo, inverso, rovescio dell’unico sesso visibile e morfologicamente designabile”. Se sulla sessualità femminile, cancellata e riscritta in base a parametri maschili, il femminismo ha riflettuto a lungo, producendo cambiamenti significativi nella vita di molti, donne e uomini, non si può dire altrettanto per quel lavoro non pagato che resta in gran parte sepolto nelle case, nelle relazioni private, nella resa inconsapevole delle donne a una consegna ritenuta ‘naturale’.

Il lavoro di cura e il lavoro domestico, confusi con l’amore, con l’altruismo materno, con l’ambigua collocazione dell’essere femminile, sospeso tra sacralità e determinismo biologico, non riescono ancora oggi a essere visti e riconosciuti per quello che sono sempre stati: sostegno materiale e affettivo al potere e al privilegio di un sesso – ma, per estensione, anche di una classe, di una razza – che ha potuto perciò pensarsi autonomo, solo perché sciolto dai vincoli della sopravvivenza, razionale perché alleggerito dal peso del corpo, forte per aver svalutato debolezza, dipendenza, bisogni primari della vita umana, e asservito coloro che sono chiamati a soddisfarli.

 

L’unico lavoro riconosciuto come tale, sia da chi ne esalta le potenzialità illimitate, sia da chi vorrebbe temprarlo secondo principi di giustizia e uguaglianza, è il lavoro produttivo, associato a ricchezza, potere, successo, sviluppo, proliferazione e consumo di merci. Espressione della supremazia maschile, prima ancora che di un privilegio di classe, la divisione sessuale del lavoro ha attraversato, senza cambiamenti sostanziali, sistemi economici diversi, dal capitalismo al socialismo, dal fordismo al postfordismo, dalle economie locali alla globalizzazione. Nonostante l’intensificarsi di ricerche e inchieste, che riescono a scandagliare il lavoro non pagato in tutta la sua quotidiana, complessa articolazione, e nonostante i risultati sorprendenti che ne dimostrano la rilevanza quantitativa, in termini di tempo e denaro, l’ordine delle priorità non sembra possa esserne toccato: la cura, componente essenziale della vita umana, continua a macinare energie, intelligenza, saperi, destinati a restare screditati, o riconosciuti per la loro importanza solo da chi ne è protagonista, invisibile e inascoltato. La verità del rovesciamento di parti, che ha permesso ai deboli di farla da padroni, agli sfruttati in fabbrica di farsi sfruttatori in casa, riportata più volte nel cuore dell’analisi politica da alcune componenti del femminismo, già a partire dagli anni Settanta, continua a rimbalzare in un vuoto di interlocuzione che, a questo punto, interroga uomini e donne.

“Non sono solo le pratiche i simboli del sistema patriarcale che ci opprimono – scrive Antonella Picchio -, ma la nostra assunzione di responsabilità rispetto alla qualità della vita di uomini compagni e dei nostri figli. Noi abbiamo un delirio di onnipotenza e loro hanno delle profonde debolezze nascoste e coperte da noi”.

Se è vero che la “riproduzione sociale della popolazione” non è una “questione femminile”, che si possa risolvere nel privato, bensì il presupposto imprescindibile della “produzione di merci”, perché è stato così difficile, per non dire impossibile, negli anni in cui si è affermato un diffuso movimento anticapitalista, trovare i nessi tra femminismo e lotta di classe, o, quanto meno, da parte delle donne, “agire un conflitto profondo”, mettendo al centro le condizioni di vita, il corpo, la cultura, le relazioni e tutto ciò che erano venute scoprendo attraverso la loro esperienza?

Si può rilevare il limite di una interpretazione della cura in chiave esclusivamente economica, quale è stata quella di Lotta Femminista – “salario al lavoro domestico” -, e cioè l’assimilazione al lavoro produttivo di mansioni complesse, particolari, profondamente implicate con la vita intima, la maternità, la sessualità, i legami affettivi, che come tali non possono né essere completamente monetizzate o affidate allo Stato. Ma non c’è dubbio che ogni altro tentativo di affrontare le pesanti ricadute sulla donna della divisione del lavoro ha finito per scontrarsi con la priorità della dimensione produttiva, utilitaristica, assunta come modello unico, neutro, universale, anche quando viene ribaltato e preso dal suo polo opposto e complementare: il dono, la decrescita, la femminilizzazione del lavoro.

È come se, restando intoccata la visione di fondo, in cui si intrecciano, oggi in modo scoperto – per la femminilizzazione del lavoro – i tratti del maschile e del femminile costruiti dall’uomo, e in assenza quindi di un’analisi del sessismo che dica quale rapporto di potere è intercorso tra gli uomini e le donne reali, non restasse anche alle strategie femminili altra scelta che l’altalena tra un polo e l’altro, o lo sforzo acrobatico della loro ‘conciliazione’.

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lunedì 5 aprile 2021

L'Italia riconosca ad Assange lo status di rifugiato. La mozione arriva in Parlamento - Pino Cabras

Ho presentato una mozione per impegnare il governo a intraprendere ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l'incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l'estradizione.

 

Ad Assange bisognerebbe riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d'asilo

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Questo il testo della mozione:

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MOZIONE

La Camera,

premesso che:

il 28 marzo 2021 Stella Morris, moglie di Julian Assange, ha riportato la notizia di una lettera personale da parte di Papa Francesco recapitata al marito, incarcerato nel Regno unito dal 2019, per il tramite del prete del penitenziario;

Julian Assange, cittadino australiano, è al centro di un caso diplomatico e giuridico che dura ormai da undici lunghissimi anni;

giornalista, attivista e programmatore informatico, nel 2006 Assange ha fondato il sito wikileaks.org (WikiLeaks) con l’obiettivo di offrire uno spazio libero ai whistleblower disposti a pubblicare documenti sensibili e compromettenti, in forma anonima e senza la possibilità di essere rintracciati;

il sito, negli anni, è stato curato da molti giornalisti, attivisti e scienziati riscuotendo sempre maggiore attenzione nell’opinione pubblica, rivelando segreti e scandali, relativi, tra gli altri, a guerre, loschi affari commerciali, episodi di corruzione e di evasione fiscale;

le rivelazioni di WikiLeaks hanno contribuito ad aumentare la consapevolezza di larghi strati della pubblica opinione mondiale rispetto a governi, uomini di potere, reti di relazioni ed eventi, ben oltre la narrazione ufficiale;

nel 2010 Assange è assurto ad ampia notorietà internazionale per aver rivelato tramite WikiLeaks documenti classificati statunitensi, ricevuti dalla ex militare Chelsea Manning, riguardanti diversi crimini di guerra;

nell’ottobre del 2010, pochi mesi prima delle accuse avviate contro Julian Assange in Svezia, WikiLeaks pubblicò video e documenti diplomatici relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq. Fu una delle più grandi fughe di notizie della storia che documentarono abusi delle forze americane, compresa l’uccisione di decine di civili, compresi due giornalisti della Reuters, da parte di un elicottero da guerra statunitense Apache a Baghdad nel 2007; 

WikiLeaks, attraverso il così denominato “Cablegate”, diffuse più di 300 mila documenti riservati dell’esercito statunitense che rivelarono gravi inadempienze della autorità nel perseguire abusi, torture, violenze perpetrate durante le guerre in Afghanistan e Iraq;

durante le primarie presidenziali del Partito Democratico statunitense del 2016, WikiLeaks pubblicò delle e-mail inviate e ricevute dalla candidata Hillary Clinton dal suo server di e-mail privato quando era Segretario di stato dimostrando, tra l'altro, il coinvolgimento dell'Arabia Saudita e del Qatar in varie azioni di supporto alla formazione dello Stato Islamico in Siria e in Iraq (ISIS) e ponendo concreti dubbi sul coinvolgimento statunitense in esse;

per le sue rivelazioni Julian Assange ha ricevuto svariati encomi da privati e personalità pubbliche, onorificenze (tra cui il Premio Sam Adams, la "Gold medal for Peace with Justice" da Sydney Peace Foundation e il "Martha Gellhorn Prize for Journalism"), ed è stato ripetutamente proposto per il Premio Nobel per la pace per la sua attività di informazione e trasparenza;

nel 2012, per sfuggire all’arresto da parte della polizia britannica, Julian Assange trovò asilo presso l’ambasciata dell’Ecuador, il cui governo gli avrebbe riconosciuto in quello stesso anno lo status di rifugiato politico e il diritto d’asilo;

l’11 aprile 2019, la polizia britannica ha arrestato Julian Assange all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londa, con il consenso delle autorità ecuadoriane dopo che, in seguito al cambio di governo, le stesse gli avevano revocato lo status di rifugiato;

nella serata del 11 aprile, Julian Assange è stato condotto dinanzi alla Westminster Magistrates' Court, dove sembrerebbe sia stato riconosciuto colpevole ipso facto d'aver violato nel 2012 i termini della cauzione: ovvero quando aveva deciso di rifugiarsi nell'ambasciata ecuadoriana e di non comparire di fronte a un giudice britannico che lo aveva convocato per conto della magistratura svedese nell'ambito di una controversa inchiesta per presunto stupro e molestie avviate contro di lui a Stoccolma, accuse poi archiviate;

oggi quindi Julian Assange risulta essere detenuto nel Regno unito per aver violato le condizioni di una libertà vigilata imposte sulla base di un mandato poi revocato, ma la motivazione reale della sua detenzione parrebbe risiedere nella richiesta di estradizione da parte degli Stati uniti;

le autorità di Washington asseriscono infatti che Julian Assange e WikiLeaks avrebbero messo a repentaglio la sicurezza nazionale degli Stati uniti. Con questa stessa accusa Chelsea Manning, che a WikiLeaks fornì i documenti nel 2010, è stata dapprima condannata a 35 anni di prigione e, successivamente, graziata dal Presidente Obama;

l’estradizione nei confronti di Assange troverebbe una ragione di fondamento in un atto di accusa segretamente depositato ad Alexandria, nello stato del Virginia, che consisterebbe di un solo capo di imputazione, insieme a Chelsea Manning, relativo al reato di pirateria informatica, anche se  sembrerebbe che il ministero della giustizia statunitense abbia contestato ad Assange altri reati, tra cui quelli di cospirazione e spionaggio;

dopo quasi undici anni, quello in atto contro Julian Assange assume i contorni di una persecuzione contro la persona e di una ritorsione contro il progetto WikiLeaks, ma rappresenta anche un pericoloso precedente per attivisti, giornalisti e whistleblower negli Stati uniti così come in qualunque altro Stato;

la detenzione di Julian Assange – i cui presupposti erano già stati respinti nel 2015 dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria e rivelatasi anche avvenire in condizioni gravosamente severe – nonché le eventualità di estradizione e persecuzione a vita negli USA, hanno suscitato forte protesta e appelli per il rilascio da parte dell'opinione pubblica e di svariate organizzazioni per i diritti umani;

nel novembre 2019 il relatore Onu sulla tortura ha dichiarato che Assange avrebbe dovuto essere rilasciato e la sua estradizione negata, dichiarazione successivamente fatta propria anche dal Consiglio d'Europa, di cui il Regno unito è peraltro Stato membro fondatore;

nel dicembre 2020 lo stesso relatore Onu sulla tortura, oltre a rinnovare l'appello per l'immediata liberazione di Assange, ha chiesto, senza esito, che questi venisse almeno trasferito dal carcere ad un contesto di arresti domiciliari;

il 5 gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l'estradizione di Assange per motivi di natura medica, nello specifico per il bene della sua salute mentale per l’alto rischio di tendenze suicide;

tuttavia, nonostante quanto espresso in precedenza e nonostante le precarie condizioni di salute, Julian Assange risulta ancora detenuto in condizioni gravosamente severe presso la prigione di Belmarsh;

per questa ragione è opportuno esercitare la massima pressione sul Regno unito affinché comprenda la gravità della situazione e garantisca la protezione di Julian Assange, accogliendo quanto richiesto dal relatore Onu sulla tortura e quanto fatto proprio dal Consiglio d’Europa, massima istituzione per lo stato di diritto e per la tutela dei diritti umani di cui il Regno unito è membro fondatore;

finché a Julian Assange non verrà riconosciuta la piena libertà, lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, il rischio che egli possa andare incontro a violazioni dei diritti umani sarà sempre concreto e incombente, oltre a condizioni detentive che violerebbero il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti e un processo iniquo che, negli Stati Uniti, potrebbe essere seguito dalla pena di morte, a causa del suo lavoro con WikiLeaks;

impegna il Governo:

ad intraprendere, anche in aderenza alle Convenzioni internazionali e specificatamente alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l’incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l’estradizione;

a riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale a Julian Assange, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d’asilo.

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Dopo l’ergastolo ostativo, toccherà al 416 bis. Così si smobilita la legislazione antimafia - Davide Mattiello

 

Diverse ed autorevoli voci si sono già fatte sentire per avvertire del rischio cui si espone l’Italia a smobilitare il 4 bis dell’ordinamento penitenziario, in particolare facendo saltare il collegamento tra presunzione assoluta di pericolosità sociale del condannato per mafia e collaborazione con la giustizia.

 

Avvertire questo rischio significa non tenere in conto il dettato costituzionale sulla funzione rieducativa della pena? Significa non tenere nel debito conto il principio di individualizzazione della pena? Significa non sapere che esistono mafiosi che collaborano pur restando mafiosi e mafiosi che pur non collaborando smettono di avere rapporti con l’organizzazione? Significa non avere fiducia nella magistratura di sorveglianza? Per quanto mi riguarda no, quattro volte no. Significa piuttosto fare i conti con tre questioni e decidere che sulla bilancia debbano pesare di più queste, anzi che no.

La prima: lo Stato non è Dio (e meno male!), non può e non deve esplorare la coscienza delle persone per giudicarla, deve semmai conoscere e valutare condotte oggettive che possano rappresentare una certa scelta individuale. Seconda: le organizzazioni criminali di stampo mafioso sono sodalizi segreti basati sul vincolo associativo, un vincolo a tal punto saldato dalla violenza, che è prima di tutto violenza interna al medesimo sodalizio, da essere percepito come ineludibile ed inarrestabile tanto da generare omertà ed assoggettamento.

La terza: lo Stato ha un fondamentale dovere nel tutelare i propri stessi funzionari, per esempio non sovra esponendoli al rischio di subire violenza nell’esercizio dei propri compiti. Il “mix” di queste tre questioni dovrebbe continuare a far pesare la bilancia dalla parte fin qui ritenuta coerente ed opportuna: anche il mafioso ha diritto ad un percorso di riscatto personale e sociale, a condizione che collabori con lo Stato, punto.

Ciò posto sulla questione puntuale che ormai da oltre due anni anima il dibattito dentro e fuori le aule di Giustizia, la preoccupazione per me più grande è questa: anziché convincere l’Unione Europea della necessità di norme europee particolarmente severe per prevenire e contrastare il modo mafioso di organizzare il crimine sulla scorta delle norme elaborate in Italia, è l’Italia che si sta facendo convincere che non esista (più) la necessità di queste norme.

Perché quello che sta succedendo relativamente al 4 bis o al 41 bis dell’ordinamento penitenziario, sembra simile a quanto sta capitando, pure in modi differenti, ad altri caposaldi della legislazione italiana in materia di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso.

Qualche esempio, soltanto per titoli: c’è chi spinge per il superamento della centralizzazione e specializzazione degli apparati investigativi e giudiziari, principi che hanno ispirato la creazione di Dia e Dna; c’è chi tifa per la vendita dei beni confiscati ai mafiosi ed intanto gufa sull’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, scommettendo sul tanto peggio, tanto meglio; c’è chi organizza fior di convegni per minare alle fondamenta tutto l’impianto delle misure di prevenzione tanto amministrative (interdittive antimafia, scioglimento dei comuni per infiltrazione mafiosa) quanto giudiziarie (sequestri e confische patrimoniali); c’è chi non ha mai smesso di sminuire il ruolo dei collaboratori di giustizia o di rendere estremamente faticosa la strada ai testimoni di giustizia.

Nessuno si è ancora azzardato a riaprire la discussione sul 416 bis, ma è soltanto questione di tempo. Perché, di questo sono convinto, è proprio il 416 bis il target da abbattere per riportare la storia italiana indietro di quarant’anni e inibire l’evoluzione di quella europea. Il Parlamento italiano, è noto, approvò di malavoglia e tra le polemiche il 416 bis nel 1982, e lo fece soltanto perché lo impose il sangue versato prima da Pio La Torre, ispiratore della norma, e poi da Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il 416 bis stabilisce in buona sostanza che provata l’appartenenza di un soggetto ad un certo tipo di sodalizio criminale, non si ha più bisogno di dimostrare che egli abbia in concreto realizzato una specifica condotta delinquenziale (in gergo si dirette: reato fine), perché si ritiene criminale, cioè gravemente pericolosa per l’ordine pubblico, la mera appartenenza a questo tipo di sodalizio.

E quale sarebbe questo “tipo” di sodalizio così pericoloso da giustificare una simile reazione da parte dello Stato? Quello basato appunto sulla segretezza e sulla violenza del vincolo associativo capace di terrorizzare tanto da ottenere ubbidienza. E questo modo di fare crimine è assai pericoloso perché potenzialmente eversivo dell’ordine democratico. Chi non lo capisce non conosce la storia italiana o fa finta di dimenticarla.

Finisco con una proposta: anziché continuare lavorare per “modificare” le norme antimafia, perché non lavoriamo con altrettanto entusiasmo a modificare la legge 17 del 1982, rendendola finalmente capace, come avrebbe voluto la compianta Tina Anselmi, di contrastare le organizzazioni segrete-punto? Che sono vietate dalla Costituzione, a-ri-punto.

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Il potere straordinario e immeritato delle agenzie di rating private - Jayati Ghosh


Il 10 marzo l’agenzia di rating Moody’s ha messo l’Etiopia sotto osservazione per un possibile declassamento. Il problema non è la repressione nella regione del Tigrai. Il fatto è che il governo etiope, che beneficia della sospensione del servizio del debito (Dssi), si è impegnato a trattare con dei creditori privati all’interno del quadro comune del G20 sul trattamento del debito. E questo, secondo Moody’s, genera il rischio che quei creditori registrino perdite. A quanto pare il paese, per questo motivo, dev’essere punito. La Dssi mira a sostenere i paesi poveri durante la pandemia, mentre il quadro comune del G20 è stato concepito per aiutare gli stati a ristrutturare il loro debito. Ma ora la minaccia di declassamento del rating getta un’ombra sul futuro di questi paesi.

La vicenda evidenzia un problema della finanza internazionale: il potere straordinario e immeritato esercitato da poche agenzie di rating private. Tre di loro – Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch Ratings – controllano più del 94 per cento delle valutazioni di riferimento del credito. E hanno rilevanti partecipazioni incrociate. Queste aziende determinano l’andamento del mercato, influenzano la distribuzione dei portafogli finanziari, la valutazione del debito e il costo del capitale. Con una mossa che ha rafforzato la loro autorità, la Security and exchange commission (Sec, l’autorità di vigilanza della borsa statunitense) le ha riconosciute come organizzazioni ufficiali di rating statistico. E molti investitori istituzionali devono piegarsi alle loro decisioni.

Le perplessità sulle agenzie di rating furono espresse per la prima volta ai tempi dello scandalo Enron, nel 2001. La Enron, un’azienda che si occupava di servizi energetici, fu accusata di usare trucchi contabili e complessi strumenti finanziari per ingannare investitori, creditori e autorità di controllo a proposito del suo valore. Le tre principali agenzie di rating rilasciarono delle valutazioni positive della Enron pochi giorni prima del collasso dell’azienda. Sono state accusate anche di aver reso possibile la bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti, il cui scoppio ha scatenato la crisi del 2008. È noto inoltre che hanno fatto alcune valutazioni sulla base di posizioni ideologiche.

Eppure, come fa notare in un recente rapporto Yuefen Li, l’esperta delle Nazioni Unite sul debito estero e i diritti umani, le agenzie di rating non devono rendere conto a nessuno dei loro errori. Le loro valutazioni sono legalmente descritte come “opinioni”, quindi protette dalle leggi sulla libertà d’espressione, e i loro metodi non sono pubblici. In poche parole, non si fanno carico della responsabilità che dovrebbero avere per l’enorme potere che esercitano. Inoltre, fa notare Li, i conflitti d’interesse abbondano. Le agenzie di rating sono aziende private, finanziate per lo più dalle istituzioni che in teoria dovrebbero giudicare. E poiché fanno parte dei mercati che valutano, il loro interesse privato modella inevitabilmente i loro processi decisionali. Le agenzie di rating sono state, per esempio, coinvolte nella creazione di prodotti finanziari la cui valutazione spettava proprio a loro.

Le autorità di controllo cercano di limitare i conflitti d’interesse nella finanza, eppure non hanno alcun problema con il fatto che le agenzie di rating si autoregolamentino. Questa assenza di controlli riflette in parte la grande capacità di fare pressioni di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch Ratings. E sta generando gravi rischi, che la pandemia ha accentuato. Come sottolinea Li, per esempio, il rating tende a seguire il ciclo economico, cioè a essere più severo durante le crisi: questo rende le condizioni del mercato finanziario inospitali per i paesi in via di sviluppo, che vedono declassate le proprie prospettive economiche. Ora, con l’ultima mossa di Moody’s, questi paesi avranno paura ad avviare le trattative sulla ristrutturazione del debito con i creditori privati.

 

Se i governi del G20 vogliono migliorare le posizioni debitorie dei paesi in via di sviluppo durante la crisi del covid-19, dovrebbero cominciare chiedendo la sospensione temporanea delle classificazioni del credito. A medio termine, le autorità di regolamentazione devono garantire che le agenzie di rating svolgano il loro ruolo di stabilizzazione del mercato. Ed è fondamentale affrontare i conflitti d’interesse.

Ma regolamentare le agenzie di rating private potrebbe non bastare. La Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo sostiene da tempo che il mondo ha bisogno di un’agenzia di rating pubblica e indipendente, che faccia valutazioni obiettive su stati e aziende. Servirebbe anche per valutare gli strumenti usati per finanziare gli investimenti pubblici, dei quali ci sarà grande richiesta nei prossimi anni.

Un’agenzia globale avrebbe senso, perché i rating, soprattutto quelli riferiti al debito sovrano, sono internazionali per vocazione. E fornirebbe un contrappeso necessario ad agenzie private che non devono rendere conto a nessuno.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

 

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domenica 4 aprile 2021

Obiezione di coscienza all’aborto e obbligo vaccinale. Lo Stato e la pratica del due pesi due misure - Ingrid Colanicchia

 

 

Si profila all’orizzonte l’obbligo della profilassi anti Covid per gli operatori sanitari. È dunque possibile imporre un comportamento al personale medico sanitario. Buono a sapersi. Lo terremo presente la prossima volta che ci verrà detto che l’obiezione di coscienza all’aborto è un diritto inalienabile.

 

Oggi, all’improvviso, tra due notizie di questi giorni apparentemente non collegate fra loro nella mia testa si è creata una inaspettata sinapsi. La prima è quella riguardante il richiamo all’Italia da parte del Consiglio d’Europa in materia di aborto (si denuncia la disparità di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza a livello locale e regionale; personale medico specializzato insufficiente eccetera). L’altra è quella inerente alla possibilità di un obbligo vaccinale per medici e infermieri, con sanzioni graduali che vanno dalla sospensione al licenziamento.

Non mi addentro in questa sede sulla questione dell’opportunità o meno dell’obbligo vaccinale, mi limito a un’osservazione di metodo.

Sono anni che movimenti femministi e associazioni come la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per applicazione legge 194) denunciano gli altissimi numeri dell’obiezione di coscienza nel nostro Paese. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute sulla attuazione della 194, nel 2018 ha presentato obiezione il 69% dei ginecologi, il 46,3% degli anestesisti e il 42,2% del personale non medico. Numeri preoccupanti e peraltro anche in leggero aumento rispetto al 2017. E molto forti sono le differenze a livello regionale. In Puglia, Basilicata e Sicilia è l’82% dei ginecologi a obiettare, a Bolzano è l’87,2%, in Molise addirittura il 92,3%. Altro esempio, in Campania sono solo 19 su un totale di 69 le strutture con reparto di ginecologia e/o ostetricia che effettuano ivg.

A questi numeri la politica ha sempre risposto che l’obiezione di coscienza è legittima, ed è vero, essa è prevista dalla stessa legge 194, la quale però stabilisce anche che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza e che la regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

E invece, come rilevato giusto in questi giorni dal Consiglio d’Europa (e come si evince dai numeri riportati poco sopra), le donne possono essere costrette a migrare da un ospedale all’altro o addirittura a recarsi all’estero per effettuare un aborto, con conseguenze in termini di salute anche molto gravi.

E allora perché non utilizzare gli stessi strumenti su cui si sta ragionando in questi giorni per garantire l’accesso delle donne all’ivg?

Si può obiettare che l’impatto sulla salute pubblica è diverso, anche se le stime dei medici no vax, a differenza degli obiettori all’ivg, sono piuttosto basse e dunque proporzionalmente basso è il rischio per i pazienti: secondo quanto dichiarato all’Ansa dal maggiore sindacato dei medici ospedalieri, l’Anaao-Assomed, e dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, Fnopi, circa l’1-2% dei medici ospedalieri – vale a dire tra 1.140 e 2.280 su un totale di 114.000 attivi – e un centinaio di infermieri dipendenti Ssn su un totale di 254mila hanno a oggi rifiutato la vaccinazione anti-Covid.

Si può obiettare che diverso è l’ambito: in un caso ci si rifiuta di eseguire una delle varie prestazioni professionali, nell’altro di sottoporsi a una procedura il cui rifiuto rende meno sicura l’intera prestazione professionale, ma in entrambi di fatto potenzialmente si lede il diritto alla salute dei pazienti.

Si può obiettare che diverse sono le motivazioni alla base di queste due scelte: in un caso ragioni “etiche” (se vogliamo credere alle dichiarazioni ufficiali) nell’altro timori per la propria salute, ma in ultima analisi in entrambi vengono addotte motivazioni che mettono in secondo piano la salute e la vita dei pazienti.

Insomma, si può obiettare tutto quello che volete ma il punto è che se lo Stato è legittimato a imporre un comportamento in un caso allora è legittimato a farlo anche nell’altro. È solo una questione di scelte, di priorità. Per cui, la prossima volta che denunciamo gli altissimi numeri dell’obiezione di coscienza, per favore non ci venite a raccontare che non è possibile imporre a ginecologi, anestesisti e personale ospedaliero di fare quello che è – almeno in parte – il loro lavoro.

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Game, progresso, nostalgia - Alessandro Baricco

Decine di giornalisti e un avvocato intercettati illecitamente. Il lato oscuro dell’inchiesta sulle Ong - Graziella Di Mambro


L’inchiesta di Trapani sulle Ong svela una tecnica di intercettazioni a strascico che coinvolge decine di giornalisti e un avvocato, tutti ascoltati su dati sensibili e personali, assolutamente ultronei al procedimento. Il racconto, raggelante, è contenuto nell’articolo pubblicato da Andrea Palladino su “Il Domani” e parte dal “pedinamento” di Nancy Porsia, massima esperta di Libia e tra i cronisti che con costanza seguono cosa sta accadendo nel Mediterraneo nonché  il lavoro delle Ong. Per questo era già finita finita nel mirino di oscuri personaggi vicini al regime libico. La Porsia come freelance salì sulla Iuventa per documentare i salvataggi e in generale l’inferno che si crea in quel corridoio del Mediterraneo. Bastò quello perché fosse inserita anche lei nel lungo elenco delle persone intercettate nell’ambito dell’indagine di Trapani. L’informativa, di cui stanno venendo fuori solo ora i dettagli, voleva dimostrare la complicità tra chi salva vite umane e i trafficanti. Un filone caro ad alcuni partiti italiani, compresa la Lega e il suo capo che di lì a poco diventerà Ministro dell’Interno. Si cercavano, nel 2016, dati per corroborare quella tesi. E lo si è fatto con metodi non formali, anzi palesemente illeciti come nel caso delle intercettazioni a carico di Nancy Porsia, la quale non risulta indagata nel fascicolo. Ciò nonostante viene ascoltata mentre parla con il suo legale, l’avvocato Alessandra Ballerini. Viene registrato e riportato in atti di tutto: dalle informazioni personali della Porsia agli spostamenti prossimi dell’avvocato Ballerini in Egitto, Paese dove si dovrebbe recare per un altro caso scottante che segue, quello della morte di Giulio Regeni. Informazioni delicatissime. Chi le cercava davvero? E perché? Nelle telefonate si fa riferimento anche al ruolo di “scorta mediatica” dell’Associazione Articolo 21 e a quello del Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana Giuseppe Giulietti, che in effetti si sono sempre occupati del dramma dei migranti e degli attacchi ai giornalisti che fanno un resoconto dettagliato dei salvataggi. Non solo: Articolo 21 ha seguito le minacce ai giornalisti che fanno una narrazione non condizionata politicamente dei naufragi nel Mediterraneo e su questo punto specifico a settembre scorso ha consegnato un dossier al Ministero dell’Interno, sollecitando approfondimenti. La cronaca dei naufragi e del ruolo delle Ong è da tempo oggetto di scontro politico e mediatico ma nessuno poteva immaginare che un’inchiesta giudiziaria potesse intercettare i giornalisti che si occupano di immigrazione forse nel tentativo di svelare le loro fonti. In quella “rete” illegale gettata sui cellulari dei cronisti sono finiti indirettamente anche Nello Scavo di Avvenire, Sergio Scandurra di Radio Radicale, Francesca Mannocchi de L’Espresso, Claudia Di Pasquale, collaboratrice di Report, Fausto Biloslavo de Il Giornale. Cosa stavano cercando gli investigatori? E’ davvero possibile pensare che si stesse indagando su una “collaborazione” tra i giornalisti, i trafficanti e le Ong sugli sbarchi? Oppure è stata semplicemente una prova di forza tra apparati investigativi e diritto all’informazione in Italia? Questa inchiesta anziché dare risposte al filone iniziale ha prodotto domande molto complicate e rivelato il lato fragile della democrazia italiana, dove i giornalisti sono, troppo spesso, un bersaglio.

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sabato 3 aprile 2021

Tre lezioni positive della pandemia - Zeynep Tufekci

 

È stato un anno di terribili perdite. Molte persone hanno perso i loro cari a causa della pandemia. Molti si sono ammalati, e alcuni stanno ancora male. I bambini hanno perso un anno di scuola. Milioni di persone hanno perso uno stipendio regolare. Alcuni hanno perso piccole attività che portavano avanti da decenni. Quasi tutti noi abbiamo perso abbracci, incontri, viaggi e la gioia di ritrovarsi insieme nel nostro ristorante preferito, e molto altro ancora.

Eppure quest’anno ci ha anche insegnato molto. Per quanto possa apparire strano, la pandemia di covid-19 ci ha regalato anche alcune cose buone, e ammetterlo non toglie nulla alle nostre attuali difficoltà. Riconoscerle, anzi, aumenta la possibilità che la nostra società possa emergere da questo calvario più esperta, più agile e più preparata al futuro.

Ecco i tre modi in cui il mondo è cambiato in meglio in questo terribile anno.

1. Ora sappiamo come codificare i nostri vaccini

Forse lo sviluppo che avrà le implicazioni più profonde per le future generazioni sono gli incredibili progressi nelle biotecnologie dell’Rna messaggero (mRna) sintetico.

Abbiamo ottenuto i nostri vaccini molto velocemente: il precedente record per lo sviluppo di un vaccino era di quattro anni, ed era stato stabilito negli anni sessanta. Stavolta abbiamo messo a punto vari vaccini efficaci contro il covid-19 in meno di un anno. La fortuna ha velocizzato il processo. Per esempio è noto che è difficile sviluppare, e infatti ancora non esiste, un vaccino contro il retrovirus dell’hiv. Per il covid-19 il processo è stato più semplice, agevolato da milioni di dollari di denaro pubblico e da un senso di urgenza planetario, e accelerato dagli effetti tragici del virus: poiché la pandemia imperversava, avevamo a disposizione un numero elevato di casi per le sperimentazioni. È stato quindi più facile ottenere rapidamente dei risultati.

Ma in tutto questo ci sono stati anche passi avanti storici. La nuova tecnologia a mRna su cui si basano vari vaccini – in particolare quello della Pfizer con la Biontech e quello della Moderna – rappresenta una svolta scientifica e tecnica epocale. Oggi è possibile codificare i nostri vaccini, e grazie ai progressi scientifici e della produzione industriale è possibile produrli su larga scala e capire in che modo somministrarli alle nostre cellule nel giro di pochi mesi.

Tutto questo è una novità. Né la Moderna né la Biontech avevano un singolo prodotto approvato sul mercato prima del 2020. Entrambe hanno in pratica progettato il proprio vaccino al computer, in un fine settimana del gennaio 2020: per quello della Biontech ci sono volute, letteralmente, solo poche ore. Entrambe le aziende disponevano di vaccini potenziali, progettati almeno quattro settimane prima dell’annuncio del primo decesso da covid-19 negli Stati Uniti. La Moderna stava producendo lotti di vaccini da usare per test clinici più di un mese prima che l’Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse la pandemia. Nel 2021 le aziende prevedono complessivamente di produrre miliardi di dosi di vaccino straordinariamente efficaci.

Conosciamo il principio alla base della vaccinazione: quando il nostro sistema immunitario incontra un virus, può imparare a combatterlo e a ricordarsi come farlo anche in seguito. I vaccini forniscono al nostro sistema immunitario l’allenamento di cui ha bisogno, ma si tratta comunque di una lotta impari. Fino a oggi la maggior parte dei vaccini in uso conteneva virus indeboliti o completamente disattivati oppure, più di recente, subunità proteiche: vale a dire pochi frammenti del virus, chiamati antigeni.

Abbiamo raggiunto straordinari livelli di efficacia e sicurezza con queste tecniche, che però hanno ancora delle controindicazioni. Nel 1955 alcuni lotti difettosi di un vaccino indebolito contro la poliomielite uccisero dieci bambini e centinaia rimasero paralizzati. Da allora abbiamo fatto in modo di non ripetere quel tragico fallimento, ma produrre vaccini a partire dall’agente patogeno stesso significa ancora dover maneggiare il virus nel processo produttivo. I vaccini a subunità più recenti sono molto promettenti, ma presentano a loro volta degli ostacoli. Identificare la giusta subunità (o antigene) può essere difficile, e questi vaccini tendono a produrre risposte immunitarie più deboli. Gli antigeni, inoltre, non si trovano certo al supermercato. Vanno allevati in sistemi cellulari come il lievito o il batterio E. coli: sostanzialmente si modifica la loro genetica per fargli produrre gli antigeni desiderati, raccogliendo poi quel che è venuto fuori. Funziona, ma è più lento del processo a mRna.

I vaccini a mRna funzionano in maniera diversa. Nel loro caso, gli scienziati osservano la sequenza genetica di un virus, ne identificano una parte fondamentale – come la proteina spike, che il virus usa come una chiave che si fissa ai recettori delle cellule per sbloccarle e penetrare al loro interno – producono le istruzioni per ottenere solo questa parte, e poi inviano queste istruzioni alle nostre cellule. In fondo è proprio quello che fa un virus: assume il controllo del funzionamento delle nostre cellule per riprodursi. Solo che, in questo caso, diciamo alle nostre cellule di produrre solo la porzione spike, in modo che alleni il nostro sistema immunitario con qualcosa che non può infettarci, perché le altre parti del virus sono assenti! Prima di quest’anno, era questo il sogno alla base delle tecnologie a mRna sintetico: un sogno a cui credevano poche persone, fatto di difficili sfide, e che poteva offrire solo le sue promesse. Quest’anno è diventato realtà.

Le nostre cellule dispongono di un notevole tipo di software – il wetware, il cervello umano – che usa le istruzioni nel dna presente nei nuclei delle nostre cellule per produrre proteine. Se si pensa alle proteine assemblate come a una struttura fatta con il Lego, il dna è come il libretto d’istruzioni. Ma qualcuno deve leggere quelle istruzioni e assemblare correttamente i vari pezzetti. Nella cellula, una parte fondamentale di questo processo è l’rna messaggero: una molecola a singolo filamento, che ha vita breve e che porta le istruzioni dal dna nel nucleo alla fabbrica che produce proteine all’esterno.

Nel 2020 abbiamo capito come produrre Rna messaggero con precisione, programmando l’esatto codice desiderato, producendolo in scala (una stampante di Rna messaggero!) e trovando il modo d’iniettarlo nelle persone in modo che il fragile mRna arrivi nelle nostre cellule.

Il primo passo è stata pura programmazione informatica: Uğur Şahin, l’amministratore delegato della Biontech, si è seduto di fronte al suo computer e ha inserito il codice genetico della proteina spike del misterioso virus emerso a Wuhan. I dipendenti della Moderna avevano fatto lo stesso il fine settimana prima che la sequenza genomica fosse resa pubblica, il 10 gennaio. Il potenziale vaccino della Modera era stato chiamato mRna-1273 perché in esso erano stati codificati tutti i 1.273 amminoacidi presenti nella proteina spike del sars-cov-2: il codice era così piccolo da poter essere rappresentato per intero con meno di metà dei caratteri che entrano in una pagina con interlinea singola.

Il resto del processo si è basato su importanti innovazioni scientifiche e industriali, di origine piuttosto recente. L’mRna messaggero è fragile: si disintegra facilmente, com’è giusto che faccia. Le nanoparticelle lipidiche in cui è avvolto per usarlo come sistema di consegna sono state approvate solo nel 2018. Inoltre la proteina spike virale cambia notoriamente forma: ne prende una prima di fondersi con le nostre cellule e poi un’altra. Quest’ultima forma, quella post-fusione, non ha funzionato bene per lo sviluppo di vaccini, e solo di recente gli scienziati hanno capito come stabilizzare la spike di un virus nella forma che questa ha prima della fusione.

Nuovi strumenti
Ora che questo processo è in atto, si è aperta una serie di possibilità. Potremmo presto avere vaccini per molte altre malattie contro cui lottiamo. Sono già in corso dei tentativi, per esempio, per un vaccino a mRna contro la malaria, provocata da un parassita che ogni anno uccide centinaia di migliaia di persone, soprattutto bambini, ed è notoriamente difficile da combattere con i vaccini.

Potremmo finalmente ottenere anche una nuova serie di strumenti contro il cancro (sia la Moderna sia la Biontech stavano lavorando su trattamenti per il cancro prima di passare ai vaccini contro i coronavirus). La difficoltà, nel caso del cancro, è che in esso sono le nostre stesse cellule ad andare in tilt. È davvero difficile trovare il modo di uccidere solo le cellule cancerose di un paziente senza uccidere anche quelle sane, e quindi anche il paziente. Ma l’mRna sintetico può essere programmato per contenere solo la mutazione specifica esistente nelle cellule cancerose di un dato paziente – e se le cellule cancerose mutano ulteriormente, anche le nuove possono essere prese di mira.

Questo può permetterci, finalmente, di passare da un modello di medicina in cui i farmaci sono identici per tutte le persone di un gruppo particolare, a terapie mirate e individualizzate. Inoltre queste tecnologie sono adatte a una produzione su più piccola scala ma abbastanza economica: uno sviluppo che può aiutarci a trattare le malattie rare che colpiscono solo poche migliaia di persone ogni anno, e che sono quindi solitamente ignorate dalle tecnologie mediche orientate al mercato di massa.

Non è inoltre una coincidenza che questi due vaccini a mRna siano stati i più veloci a sbarcare sul mercato. Possono essere prodotti rapidamente e, fatto fondamentale, aggiornati in maniera straordinariamente veloce. Şahin, l’ad di Biontech, ritiene che sei settimane siano un tempo sufficiente perché l’azienda cominci a produrre nuovi richiami per ogni nuova eventuale variante di covid-19. La Pfizer e la Moderna stanno entrambe già lavorando su richiami che prendono di mira con più precisione le nuovi varianti individuate finora, e l’Agenzia per gli alimenti e i medicinali (Fda) statunitense ha dichiarato di poter approvare rapidamente questi aggiornamenti dei farmaci.

2. Abbiamo realmente imparato a usare le infrastrutture digitali

Internet, una diffusa connettività digitale, le nostre tante app: è facile dimenticare quanto tutto questo sia nuovo per noi. Zoom, l’onnipresente servizio video che è diventato sinonimo di lavoro durante la pandemia, e del quale molti di noi sono comprensibilmente un po’ stufi, ha meno di dieci anni. Lo stesso vale per quelle connessioni a banda larga che hanno permesso a miliardi di persone di accedere a servizi d’intrattenimento video in streaming e di rimanere in contatto con familiari e colleghi. La connettività a internet è lungi dall’essere perfetta o distribuita equamente, ma è diventata più rapida e diffusa nell’ultimo decennio. Senza di essa, la pandemia sarebbe stata molto più avvilente e dispendiosa.

La tecnologia ha inoltre mostrato come potremmo far funzionare meglio la nostra società in tempi normali.

La trasformazione del lavoro
Si pensi, per esempio, al diffondersi della telemedicina durante la pandemia. La scorsa estate, mentre mi trovavo a poche ore da casa, sono stata di nuovo vittima dei debilitanti dolori al collo di cui già avevo sofferto, circa cinque anni fa, durante un altro viaggio. Li ho riconosciuti subito: dolori netti, costanti che partivano dal punto in cui il mio collo si unisce alla spalla destra: il più piccolo movimento mi faceva sentire come se un esercito di piccole lance avvelenate mi stesse colpendo in quella zona.

La volta precedente mi era stato detto che non era possibile fare niente senza prima vedere di persona il mio dottore, molti giorni dopo. Adesso non è più così: il mio dottore e io ci siamo connessi immediatamente grazie a un nuovo portale per i pazienti, che aveva la possibilità di organizzare videoconferenze e che era diventato disponibile con la pandemia. Ho descritto il problema e mostrato il mio limitato raggio di movimento. Il dottore ha concluso la chiamata dicendo che avrebbe spedito una ricetta per dei corticosteroidi da assumere per via orale a una vicina farmacia. Appena un’ora dopo, e meno di un giorno dopo l’emergere dei sintomi, ero seduta nella mia auto, nel parcheggio della farmacia, che fissavo la scatola di medicinali in preda alla meraviglia. In passato avevo provato dolori intensi per vari giorni, tanto da cominciare ad avere allucinazioni per mancanza di sonno. Stavolta il sollievo era proprio lì, nelle mie mani.

Negli Stati Uniti, secondo i centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), la telemedicina è aumentata del 50 per cento nel primo trimestre del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019. Chiaramente queste consultazioni non sono adatte a tutte le situazioni ma, se giustificate, possono facilitare molto l’accesso alle cure mediche delle persone, senza che queste debbano preoccuparsi del trasporto, dei figli piccoli o di sottrarre troppo tempo al lavoro. L’accesso da remoto all’assistenza medica è da tempo una richiesta delle persone con disabilità e di quelle che vivono nelle zone rurali, per le quali recarsi in un ambulatorio può essere un peso ulteriore.

Anche il lavoro si è trasformato. All’improvviso centinaia di milioni di persone in tutto il mondo hanno dovuto inventarsi un modo di fare le cose senza andare in ufficio. A quanto pare la cosa, per molti colletti bianchi, non è solo possibile, ma ha anche vari vantaggi.

Il pendolarismo, per fare un esempio, è malsano: è uno spreco di tempo e rischia di aumentare la nostra sedentarietà, una condizione legata a molti disturbi. Fatto forse peggiore di tutti, guidare è una delle attività più pericolose che svolgiamo ogni giorno. La gara per cercare di evitare lunghi tragitti casa-lavoro distorce il valore degli immobili e può aggravare le diseguaglianze, poiché le persone con più soldi pagano somme più alte per vivere vicino ai centri di lavoro, dove altri non possono più permettersi di abitare.

Non sorprende che molti dei miei amici più fortunati – quelli in grado di lavorare da casa e non colpiti direttamente dal covid-19 – abbiano raccontato quanto siano migliorate le loro vite senza doversi spostare per andare al lavoro e con una maggiore flessibilità.

L’importanza della socialità
Sono tanti inoltre gli eventi che sono diventati più inclusivi. Per tutto lo scorso anno ho potuto partecipare a conferenze e incontri ai quali sarei mancata, a meno di avere grandi disponibilità di tempo o di poter sostenere le spese di viaggio. Ho anche tenuto conferenze nelle quali ho interagito con persone di tutto il mondo, che altrimenti non sarebbero mai potute essere in quella “stanza”. E mi sono accorta che una varietà più ampia di esperti può apparire in televisione, ora che abbiamo normalizzato il fatto di parlare dall’ufficio di casa, dal salotto o perfino dalla camera da letto. In un mondo diviso da passaporti, disuguaglianze di reddito, limiti di tempo, e opportunità, perché non incorporare le videoconferenze nei nostri eventi più di quanto facessimo prima? Perché non accettavamo domande dal pubblico che non era presente nella stanza? Dovremmo continuare a farlo anche dopo la pandemia.

Mi mancano naturalmente le conversazioni fortuite che scaturivano nei convegni e in altri eventi in carne e ossa: non solo durante le conferenze, ma anche nei corridoi, o a colazione prima di un evento. È vero che questi incontri sono per molti una forma di socialità, e non sto sostenendo che sia opportuno eliminarli. Non credo neanche che non dovremmo più tornare in ufficio, o ignorare i problemi che derivano dal lavorare fuori da un ufficio: soprattutto le minacce all’equilibrio casa-lavoro. Essere nello stesso ufficio permette anche conversazioni che vanno oltre le questioni di lavoro in senso stretto, e i legami che incoraggiano. Può darsi che non saremo mai in grado di replicare digitalmente questi aspetti positivi, ma dovremmo comunque offrire un qualche accesso remoto a quanti altrimenti sarebbero completamente esclusi.

3. Abbiamo liberato il vero spirito della revisione paritaria e della scienza aperta

Il 10 gennaio 2020 un virologo australiano, Edward Holmes, aveva pubblicato un breve e semplice tweet: “Avviso a tutti, una prima sequenza genomica del coronavirus dell’epidemia di Wuhan è adesso disponibile qui su Virological.org”. Un microbiologo rispose “si comincia”, con una gif di aerei che decollavano. E così è effettivamente cominciato un impressionante anno di attività scientifica aperta, rapida, collaborativa, dinamica e sì, anche caotica, fatta di modalità di collaborazione che sarebbero state impensabili anche solo alcuni decenni fa.

Holmes aveva annunciato che in Cina uno scienziato, Zhang Yongzhen, si era precipitato a sequenziare il genoma del misterioso virus proveniente da Wuhan: la sua équipe aveva lavorato praticamente senza sosta, completando la sequenza appena quaranta ore dopo che un campione del virus era arrivato in una scatola di ghiaccio secco nel suo ufficio di Shanghai. Senza aspettare un’approvazione o un permesso ufficiale, Zhang aveva inoltre rapidamente condiviso il risultato con un consorzio di ricercatori in Australia, dando loro il via libera perché lo pubblicassero in rete in una pagina aperta.

La revisione paritaria – quella effettuata da colleghe e colleghi di scienza – rimane, giustamente, il fondamento del processo scientifico: la scienza è buona quando i componenti di una comunità dediti al progresso della conoscenza possono esaminare scoperte, replicare risultati, testare teorie e mettersi vicendevolmente alla prova.

Un obbligo scomparso
Tuttavia la revisione paritaria, peer review, come processo formale – come si svolge oggi – è diversa dall’idea e dallo spirito della visione tra pari, peer view. Esistono riviste scientifiche che applicano la revisione paritaria e nelle quali gli scienziati possono pubblicare le loro scoperte. Ma, per quanto sorprendente possa apparire la cosa, molte di queste riviste – soprattutto quelle più prestigiose, che possono favorire la carriera di una scienziata o di uno scienziato – sono di proprietà di aziende con finalità di lucro, anche se le valutazioni paritarie sono fatte gratuitamente e volontariamente su articoli proposti da persone di scienza che, a loro volta, non sono pagate dalle riviste.

Ancora peggio, dopo aver seguito la procedura formale in queste riviste con finalità di lucro, questi articoli diventano poi disponibili solo a pagamento, il che significa che queste aziende fanno pagare somme indecenti alle biblioteche delle università, i cui scienziati hanno contribuito gratuitamente all’articolo e alla revisione paritaria. Le aziende impediscono anche ai lettori comuni di accedervi, a meno che non paghino per farlo. Queste aziende fanno inoltre pagare a scienziate e scienziati il privilegio di rendere questi articoli “ad accesso libero”: articoli, lo ripetiamo, scritti proprio da coloro che non traggono alcun beneficio finanziario da queste letture a pagamento!

Non stupisce che queste aziende continuino a ottenere grandi profitti mentre molti accademici sono in rivolta contro una procedura che impedisce la diffusione del sapere. Sfortunatamente gli scienziati e le scienziate – soprattutto se a inizio carriera – sentono l’obbligo di continuare a partecipare al sistema, perché ottenere la pubblicazione del proprio articolo è vitale per le assunzioni, le promozioni e il prestigio.

Ma ora, non più. Quando è cominciata la pandemia, è stato impossibile continuare con questo vecchio gioco, lento e chiuso, e la comunità scientifica si è lasciata andare. La revisione paritaria – quella vera, non solo la sua versione superficiale, ostaggio delle aziende con scopo di lucro – si è liberata delle sue limitazioni. Una buona parte del mondo della ricerca ha cominciato a pubblicare le sue scoperte come documenti di lavoro in prestampa, preprint – ovvero articoli che devono ancora essere rivisti e approvati da pubblicazioni formali – caricandoli in pagine scientifiche senza fine di lucro, liberamente accessibili. Questi documenti di lavoro sono stati discussi apertamente e appassionatamente, spesso sui social network: non necessariamente il luogo ideale per la cosa, ma è quel che avevamo a disposizione.

Vero spirito scientifico
A volte la pubblicazione di dati è stata anche più veloce: alcuni dei più importanti dati iniziali sulla risposta immunitaria alla preoccupante variante britannica sono venuti da un thread di Twitter di un affaticato ma generoso ricercatore del Texas. È stata una dimostrazione di vero spirito scientifico: il laboratorio del ricercatore rinunciava al prestigio di essere il primo a pubblicare i risultati in un articolo, permettendo agli altri di mettersi al lavoro il più velocemente possibile. Gli articoli spesso sono passati anche da una revisione paritaria classica, e hanno finito per essere pubblicati in riviste, ma la pandemia ha spinto molte di queste aziende a rinunciare a farsi pagare per la lettura. E inoltre i documenti di lavoro da cui sono scaturiti gli articoli definitivi sono rimasti disponibili a tutti.

Anche le collaborazioni si sono ampliate in modalità difficilmente immaginabili senza i nuovi strumenti digitali, che permettono una rapida condivisione e collaborazione, e senza quel sentimento di urgenza che è stato capace di annullare le rigide separazioni disciplinari.

Per esempio, all’inizio del 2020, dopo che avevo cominciato a scrivere della necessità d’indossare una mascherina, è risultato evidente che avevamo bisogno anche di articoli scientifici dettagliati che analizzassero le basi scientifiche dell’efficacia delle mascherine nel ridurre la trasmissione in una comunità.

L’argomento toccava questioni attinenti a varie discipline, tra cui le malattie infettive, lo studio degli aerosol e la sociologia. Per questo mi sono associata a un gruppo di scienziati, dottori, ricercatori e analisti dei dati di tutto il mondo, per scrivere insieme un articolo accademico. È stata un’esperienza assolutamente inedita, dall’inizio alla fine. Molte attività scientifiche coinvolgono équipe internazionali, ma stavolta abbiamo cominciato a collaborare in maniera praticamente improvvisata: i coautori vivevano in città tanto diverse quanto Città del Capo, in Sudafrica; Pechino, in Cina; Chapel Hill (io!) e Stanford, negli Stati Uniti; e Oxford, nel Regno Unito. Avremmo in seguito pubblicato nella rivista scientifica più citata al mondo, la statunitense Pnas (Proceedings of the national academy of sciences), che ha più di cent’anni. Ma la maggior parte degli strumenti che abbiamo usato – revisione condivisa di articoli scientifici, videoconferenze e altre forme d’incontro – appena pochi anni fa non erano altrettanto disponibili o facili da usare.

Come molti altri, non abbiamo aspettato una revisione paritaria formale per condividere le nostre scoperte. Abbiamo rapidamente caricato il nostro articolo su un server di preprint, in modo che potesse essere oggetto di revisione paritaria aperta da parte della comunità scientifica, e di domande e commenti da altri attori rilevanti, tra cui politici e perfino persone comuni che cercavano di capirci qualcosa in questi tempi confusi. E le reazioni sono arrivate rapidamente: abbiamo ricevuto lunghe e premurose email, e correzioni e commenti su Twitter, che si sono rivelati estremamente utili. Ma anche contributi molto meno utili, tra cui gli sfoghi di persone non meglio identificate che se la prendevano con noi.

Ho cominciato a suddividere per categorie le reazioni alle sezioni sulle quali avevo lavorato, come hanno fatto molti dei miei collaboratori. Ancor prima che il primo giro di revisioni paritarie fosse completato, abbiamo usato le reazioni per generare una nuova versione, più solida, che abbiamo aggiunto al server. Poi abbiamo ricevuto il nostro primo giro di revisioni paritarie, che abbiamo trovato a sua volta molto utile. Abbiamo ulteriormente aggiornato l’articolo, riproponendo la nuova versione alla Pnas, e abbiamo atteso il secondo giro di revisione paritaria (che ha avuto bisogno di vari mesi, ma è stata anch’essa molto utile). Alla fine, quasi un anno dopo, sono arrivate l’approvazione e la pubblicazione formale.

Devo ammettere che la versione finale dell’articolo pubblicato fa una bella figura nel mio curriculum, ma la nostra versione di lavoro era già stata scaricata più di qualsiasi altro articolo su quel server. È stato citato centinaia di volte, anche dalle riviste mediche e scientifiche più prestigiose al mondo; ha contribuito al dibattito scientifico globale; e ha svolto un ruolo fondamentale nell’imposizione delle mascherine. Per festeggiare ci siamo anche concessi un’ora di relax, in cui abbiamo parlato delle nostre vite, sfide, e della nostra nuova e condivisa amicizia.

 

Questo processo di revisione paritaria aperta è veloce, dinamico e – diciamolo – caotico. Non è privo di controindicazioni. Troppi titoli sensazionalistici sono nati dalla fretta di giornalisti che si sono precipitati a scrivere di documenti di lavoro non sufficientemente soppesati, senza aspettare che il processo di revisione e commenti aperti facesse il proprio lavoro. La cosa può generare confusione nell’opinione pubblica. E l’esplosione dei documenti di lavoro è talvolta dipinta come la fine della revisione paritaria formale.

È vero invece il contrario. Nessun processo che permette di saperne di più su come sono prodotte le salsicce può evitare di guardare ai suoi elementi meno gustosi, ma dobbiamo cercare di cambiare il modo in cui ci rapportiamo alla scienza, non di tornare al mondo lento e artefatto di prima della pandemia. Dovremmo adottare questo straordinario e solido processo fatto di scienza aperta e maggiore revisione paritaria, oltre che il suo dinamismo, pur continuando a stabilire nuovi strumenti di sicurezza che ne contengano l’energia.

La pandemia è scoppiata in un momento di convergenza tra tecnologia digitale e medica e dinamiche sociali, che hanno rivelato un enorme potenzialità positiva per le persone. Niente cancellerà le perdite che abbiamo subìto. Ma quest’anno terribile ci ha spinto a miglioramenti straordinari nella vita umana, grazie a nuove biotecnologie, a una maggiore esperienza degli aspetti positivi della connettività digitale e a un processo scientifico più dinamico.

Ciò detto, evitiamo che accada di nuovo.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul mensile statunitense The Atlantic.

 

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