sabato 8 maggio 2021

Mario Draghi: tra cinismo e moralismo da salotto - Tomaso Montanari

 

Un aforisma inglese variamente attribuito, da Lincoln a Oscar Wilde, sostiene: «Better to Remain Silent and Be Thought a Fool than to Speak and Remove All Doubt» («Meglio restare in silenzio ed essere considerato uno sciocco che parlare e far venir meno ogni dubbio»). La conferenza stampa concessa, l’8 aprile, dal presidente del Consiglio Mario Draghi ne è l’ennesima conferma. Ed è un documento notevole per chiunque voglia provare a capire in quali mani siamo stati consegnati.

Il ritratto che ne esce non è rassicurante, né sul piano cognitivo, né su quello politico. A tratti sembra addirittura che il presidente del Consiglio sia decisamente fuori fuoco, cioè che non si renda pienamente conto di ciò che dice, né delle sue implicazioni. E, d’altra parte, pare di capire che Draghi non abbia piena contezza nemmeno dei poteri e delle responsabilità del governo, e di chi lo presiede. I suoi commenti sembrano infatti quelli di un pensionato che commenti l’attualità sul divano di casa, davanti alla tv. Non quelli del capo dell’esecutivo, cui è affidato il compito di incidere decisivamente su quella stessa attualità.

Cominciamo dai vaccini. «Banalizzando –­ ha scandito Draghi ­– si dovrebbe dire: smettetela di vaccinare chi ha meno di 60 anni, smettetela di vaccinare i giovani ragazzi –– sì, ragazzi sono: io lo posso dire – di 35 anni, psicologi di 35 anni, perché sono operatori sanitari anche loro. Queste platee di operatori sanitari si allargano in questo modo: ma con che coscienza un giovane, o comunque uno che non è compreso nelle prenotazioni, salta la lista e si fa vaccinare? Questa è la prima domanda che uno si dovrebbe fare, prima di farla al governo, alle regioni. Questa è la prima domanda: con che coscienza la gente salta la lista, sapendo che lascia esposto al rischio una persona che ha più di 75 anni?». Lasciamo da parte il paternalismo gerontocratico di chi si compiace di chiamare «ragazzi» gli adulti di 35 anni, e andiamo al sodo. Che però non c’è: perché il presidente del Consiglio si sfoga in una paternale, ribaltando il tavolo delle aspettative degli italiani. «Non guardate alle inefficienze di Stato e Regioni, ma alla vostra coscienza»: questo il messaggio. Talmente vago, non documentato e allusivo da essere insieme inutile e pericoloso. A chi si riferisce il Presidente del Consiglio? Forse a chi salta la fila illecitamente? Così non pare, visto l’esempio degli psicologi 35enni: che si vaccinano obbedendo a una direttiva esplicita del governo presieduto da Mario Draghi (decreto legge del 1 aprile). E allora? A tutti i vaccinati che abbiano meno di 75 anni (tra cui lo stesso Draghi, che ne ha 73)? O ad alcune categorie in particolare? Forse a coloro che “passano”, quelli che il suo mitico generale in mimetica e medagliette voleva vaccinare a raffica?

In ogni caso, è lunare che un presidente del Consiglio, quasi fosse il pontefice, si rivolga alle coscienze. Se è a conoscenza di illeciti, o se non condivide le priorità decise dalle Regioni per le vaccinazioni (e alcune cose sono di fatto assai poco condivisibili), ha il potere (articolo 120 Costituzione) e il dovere di intervenire fattivamente: non può, non deve, fare commenti da divano. Ma la possibilità di avocare tutta la campagna vaccinale al centro – che sarebbe invero l’unica cosa da fare, per garantire eguaglianza ed efficienza – non sfiora nemmeno la mente del presidente del Consiglio, contento che «il commissario e le regioni lavorano molto bene». A fronte di questo totale immobilismo, l’unico effetto del populismo di governo incarnato nelle dichiarazioni di Draghi è stato quello di scatenare una grottesca, indiscriminata e del tutto arbitraria caccia alle streghe che «saltano la fila». Sono direttamente testimone della confusione, dei dubbi e direi della desolazione che le esternazioni di Draghi hanno ingenerato nel mondo universitario. Ai professori (tra i quali chi scrive) è stato chiesto di vaccinarsi – con vibranti appelli al nostro senso civico – dal Ministero della Salute e dalle varie Regioni: e di vaccinarsi con il vaccino Astra Zeneca, che fino a poco fa non era somministrato alle persone più anziane di 55 anni né alle persone fragili. Ma ora la sbracata campagna di stampa da mesi in corso contro l’università (Repubblica ha scritto che si vaccinano i baroni!) trova una indiretta legittimazione nelle ambigue parole del capo del governo.

Nella sua continua, caratteristica oscillazione tra moralismo e cinismo, pochi minuti dopo, Draghi annuncia che si accelererà sui passaporti vaccinali, per riattirare il turismo internazionale nelle città d’arte (un processo che richiederebbe invece una seria riflessione: perché è proprio tra le cose che non dovrebbero tornare “come prima”): «Dobbiamo procedere rapidamente nel nostro interesse ad avere un certificato vaccinale quindi piuttosto che preoccuparsi poi delle complicazioni che ci sono, complicazioni di carattere anche etico, cominciamo a farlo poi, dopo, dopo: quando ce l’abbiamo, ci preoccuperemo anche di non discriminare quelli che loro l’hanno fatto, eccetera». Prima fare, poi pensare. Prima l’azione, poi l’etica: ecco la competenza al potere, ecco il governo di alto profilo voluto da Mattarella.

Dopo i vaccini, la politica estera e l’idea di democrazia: di male in peggio. «Non condivido assolutamente le posizioni del presidente Erdogan – improvvisa Draghi – […] con questi diciamo, chiamiamoli per quello che sono, dittatori, e di cui però si ha bisogno per collaborare, perché poi uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti di visioni della società, e deve essere anche pronto a collaborare, a cooperare più che collaborare, cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese». Anche in questo caso, si ha la viva impressione che Draghi non sappia bene valutare le conseguenze di ciò che dice. Perché se davvero si aveva l’intenzione di provocare una crisi diplomatica di questa gravità con la Turchia, allora si sarebbe dovuta decidere una strategia precisa, puntando a contestare fatti precisi e a ottenere non meno precisi risultati: per esempio sulla libertà di stampa, sulla condizione delle donne, sulla questione curda. Invece, così c’è solo un serio danno, senza alcun profitto (immagino quanto sarebbe stato, e giustamente, crocifisso un Di Maio o un Conte in una situazione analoga). E non si dica che il profitto starebbe nella enunciazione di principio: perché il principio enunciato è quello del più deteriore e caricaturale machiavellismo di chi si compiace di usare i dittatori per fare i propri interessi nazionali. Una prassi riassunta nella celebre formula con cui un presidente americano definiva un dittatore sudamericano: «He may be a son of a bitch, but he’s our son of a bitch» («Può essere un figlio di puttana, ma è nostro figlio di puttana)». Un principio da rigettare radicalmente in una democrazia costituzionale, che si tratti della Turchia o della Libia che massacra i migranti: il cui interesse nazionale non può mai essere in contraddizione con i principi della Costituzione.

Fedele all’adagio che ricorda come tutti i salmi finiscano in gloria, la conferenza stampa si chiude con Draghi che dice un secco no alla richiesta della Cgil di non far ripartire i licenziamenti a luglio: qua la voce di Draghi non è incerta, contraddittoria, istrionica. È ferma e chiara: è la voce dei padroni.

da qui

venerdì 7 maggio 2021

Quale anticapitalismo? - Guido Viale

 Molte compagne e compagni (di strada?) insistono nel qualificare le loro idee, prassi e lotte come “anticapitaliste” senza mai chiedersi veramente che cosa significhi. Per molti è sottinteso che al di là del capitalismo non può esserci che un esito obbligato: il comunismo o il socialismo; che il capitalismo non sia che un bozzolo entro cui cresce una larva pronta a trasformarsi in farfalla e a spiccare il volo quando il bozzolo verrà perforato. Non la pensava così Marx, che sosteneva sì, che il capitalismo alleva in seno il suo antagonista, ma rifiutava di delineare la società futura perché non aveva mai pensato che fosse già tutta presente in nuce in quelle “forze produttive” a cui il capitale impedirebbe di manifestare le proprie potenzialità. Che è invece una tesi, mai pienamente esplicitata, presente in molti scritti del neo-operaismo. La questione investe il rapporto tra le forme dei conflitti e delle iniziative che si scontrano con il dominio del capitale e i connotati di un “altro mondo possibile”.

Oggi al modello di comunismo come statalizzazione di tutti gli aspetti della vita – passaggio obbligato verso la società senza classi - non si rifà più nessuno: è fallito per sempre con l’esperimento sovietico.

E nessuno pensa più il socialismo come nazionalizzazione della grande industria e programmazione dello “sviluppo”, a cui aprirebbe la strada la concentrazione del potere economico. Ma, soprattutto a partire dal Sessantotto, e anche prima, ci si è spesso accontentati di considerare il comunismo “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, senza cercare nelle forme assunte dalle lotte in corso la prefigurazione, se non di una società futura, per lo meno di una direzione di marcia. Il rimando, spesso solo verbale, al comunismo o al socialismo ha finito per nascondere un vuoto di pensiero sufficiente a spiegare il fallimento delle sinistre a livello mondiale: discutere del futuro è tempo perso o mera fantasticheria.

L’ecologia ci ha in parte liberato dalla gabbia di quell’esito scontato, mettendo in discussione l’impianto produttivista, “sviluppista” e antiecologico di un approccio comune – anche quando non esplicito - a gran parte delle forze che si pongono in continuità con la storia del movimento operaio. Mano a mano che si faceva evidente il rapporto tra le tante sofferenze umane – soprattutto dell’umanità più sfruttata ed emarginata - e quelle del mondo della natura si dissolveva anche il senso di un “anticapitalismo” incapace di coglierne la centralità. Per alcuni, anzi molti, non c’è problema: l’ecologia deve solo correggere un eterno presente a cui non c’è alternativa. Ma per l’ecologia integrale – che fa coincidere lotta per la giustizia sociale e lotta per la salvaguardia della Terra – quel rapporto ingiunge un rovesciamento radicale del sistema che non cerca più solo in nuovi “rapporti di produzione” il rimedio alle ferite inferte dal capitalismo alla vita e all’integrità degli ecosistemi.

Su quel rovesciamento è in corso un dibattito che questo giornale ha da tempo promosso, ma che non sempre mette a fuoco il suo legame con la questione dei beni comuni – tali solo se gestiti da una comunità aperta - come alternativa alla proprietà, sia privata che statuale, delle risorse fondamentali; ma anche con una rinnovata critica del lavoro come attività per lo più nociva per chi la svolge e per ciò che produce e imposta con il ricatto di disoccupazione e miseria; per mettere al centro l’obiettivo della cura, cioè di attività liberamente scelte che includano, accanto alla produzione di beni essenziali, tutte gli impegni legati alla riproduzione sia della vita che delle relazioni su cui si fonda una comunità e il suo rapporto con un territorio.

E’ una prospettiva legata a pratiche quotidiane che non escludono né antagonismo né conflitto aperto, ma con un perimetro più ampio di elaborazioni e prassi mutualistiche, come quelle che avevano accompagnato gli esordi del movimento operaio, ovviamente adattate ai tempi nostri. Dentro cui rivendicazioni come reddito di base, riduzione del tempo di lavoro, salario minimo, servizi sociali e istruzione pubblica ma autogestita sono sì strumenti di rottura con gli assetti in atto, ma richiedono fin da ora la presa in carico, in forme condivise, del tempo e delle potenzialità che possono liberare.

Come ci si arriva? O, meglio, come procedere lungo questa strada? Che non ha come “sbocco” una conciliazione finale tra individui, interessi, fedi e classi diverse, e nemmeno tra la nostra specie e il mondo della natura, bensì la conquista di una condizione ogni volta da rinnovare che non cesserà di essere problematica e conflittuale.

Occorre forse convincere prima tutti che non c’è altra via, perché i disastri ambientali e sociali in corso ci fanno già vedere, e in parte vivere, le forme che potrà assumere l’estinzione della vita umana sulla Terra? No. Non ha funzionato nei cinquant’anni e più di allarme sulle condizioni del pianeta; non funziona né funzionerà neanche ora.

Oppure bisogna aspettare un collasso del sistema? Collassi del genere li abbiamo già attraversati, li stiamo attraversando e saranno sempre più frequenti: sono diventati la condizione stessa di esistenza del sistema. Che ogni volta ha proseguito per la sua strada, anche rinunciando a qualcuna delle sue funzioni: occupazione, redditi decenti, welfare, sicurezza; ma anche a qualche linea di approvvigionamento delle sue unità produttive e di tante esistenze umane. E’ una deriva sotto i nostri occhi anche con questa pandemia.

Ma è ’ in quei vuoti che deve sapersi inserire l’iniziativa di chi lavora a rovesciare il mondo giorno per giorno: occupare spazi, sostituire funzioni, ridimensionare le catene di approvvigionamento, proporre e imporre soluzioni alternative allo sfruttamento e al profitto nel lavoro e nel welfare: le pratiche sperimentate sono tante; i risultati, finora, scarsi e “di nicchia”; ma concorrono tutti a mettere a punto una prospettiva generale per orientarci là dove la crisi colpisce di più.

https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/20210-guido-viale-quale-anticapitalismo.html

RICORDANDO FRANCO SERANTINI - Peppe Sini

  

Il 7 maggio 1972 a Pisa moriva Franco Serantini, giovane militante anarchico, vittima della violenza degli apparati dello stato.
La sua storia, raccontata in un libro di Corrado Stajano che tutte e tutti leggemmo, ancora ci convoca alla lotta nonviolenta per salvare tutte le vite, per la liberazione comune dell'umanita' intera da ogni violenza, da ogni oppressione, da ogni ingiustizia, da ogni sfruttamento, da ogni barbarie.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Sii tu l'umanita' come dovrebbe essere.
*
Anche nel ricordo di Franco Serantini ripetiamo ancora una volta che occorre un'insurrezione nonviolenta delle coscienze e delle intelligenze per contrastare gli orrori piu' atroci ed infami che abbiamo di fronte, per richiamare ogni persona ed ogni umano istituto ai doveri inerenti all'umanita'.
Occorre opporsi al maschilismo, e nulla e' piu' importante, piu' necessario, piu' urgente che opporsi al maschilismo - all'ideologia, alle prassi, al sistema di potere, alla violenza strutturale e dispiegata del maschilismo: poiche' la prima radice di ogni altra violenza e oppressione e' la dominazione maschilista e patriarcale che spezza l'umanita' in due e nega piena dignita' e uguaglianza di diritti a meta' del genere umano e cosi' disumanizza l'umanita' intera; e solo abolendo la dominazione maschilista e patriarcale si puo' sconfiggere la violenza che opprime, dilania, denega l'umanita'; solo abolendo la dominazione maschilista e patriarcale l'umanita' puo' essere libera e solidale.
Occorre opporsi al razzismo, alla schiavitu', all'apartheid. Occorre far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo ed annientare le mafie schiaviste dei trafficanti di esseri umani; semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani in fuga da fame e guerre, da devastazioni e dittature, il diritto di giungere in salvo nel nostro paese e nel nostro continente in modo legale e sicuro. Occorre abolire la schiavitu' in Italia semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani che in Italia si trovano tutti i diritti sociali, civili e politici, compreso il diritto di voto: la democrazia si regge sul principio "una persona, un voto"; un paese in cui un decimo degli effettivi abitanti e' privato di fondamentali diritti non e' piu' una democrazia. Occorre abrogare tutte le disposizioni razziste ed incostituzionali che scellerati e dementi governi razzisti hanno nel corso degli anni imposto nel nostro paese: si torni al rispetto della legalita' costituzionale, si torni al rispetto del diritto internazionale, si torni al rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani. Occorre formare tutti i pubblici ufficiali e in modo particolare tutti gli appartenenti alle forze dell'ordine alla conoscenza e all'uso delle risorse della nonviolenza: poiche' compito delle forze dell'ordine e' proteggere la vita e i diritti di tutti gli esseri umani, la conoscenza della nonviolenza e' la piu' importante risorsa di cui hanno bisogno.
Occorre opporsi a tutte le uccisioni, a tutte le stragi, a tutte le guerre. Occorre cessare di produrre e vendere armi a tutti i regimi e i poteri assassini; abolire la produzione, il commercio, la disponibilita' di armi e' il primo necessario passo per salvare le vite e per costruire la pace, la giustizia, la civile convivenza, la salvezza comune dell'umanita' intera. Occorre abolire tutte le organizzazioni armate il cui fine e' uccidere. Occorre cessare immediatamente di dissipare scelleratamente ingentissime risorse pubbliche a fini di morte, ed utilizzarle invece per proteggere e promuovere la vita e il benessere dell'umanita' e dell'intero mondo vivente.
Occorre opporsi alla distruzione di quest'unico mondo vivente che e' la sola casa comune dell'umanita' intera, di cui siamo insieme parte e custodi. Non potremo salvare noi stessi se non rispetteremo e proteggeremo anche tutti gli altri esseri viventi, se non rispetteremo e proteggeremo ogni singolo ecosistema e l'intera biosfera.
Occorre opporsi alla violenza con la scelta nitida e intransigente della nonviolenza.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Sii tu l'umanita' come dovrebbe essere.

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo

 

Viterbo, 7 maggio 2021

 

Mittente: "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt@gmail.com
Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo e' una struttura nonviolenta attiva dagli anni '70 del secolo scorso che ha sostenuto, promosso e coordinato varie campagne per il bene comune, locali, nazionali ed internazionali. E' la struttura nonviolenta che oltre trent'anni fa ha coordinato per l'Italia la piu' ampia campagna di solidarieta' con Nelson Mandela, allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Nel 1987 ha promosso il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi. Dal 2000 pubblica il notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino" che e' possibile ricevere gratuitamente abbonandosi attraverso il sito www.peacelink.it

 

* * *

 

Per Serantini - Franco Fortini
[Da Franco Fortini, L'ospite ingrato. Primo e secondo, Marietti, Casale Monferrato (Al) 1985, p. 153. E' un testo del 1972. Ora anche in Versi scelti. 1939-1989, Einaudi, Torino 1990 (con due minime varianti); Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma 1991; Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano 2003.

 

Il cinque di maggio del Settantadue nella citta'
di Pisa in Italia in mezzo alla citta'
alcuni miei concittadini armati
agenti della polizia repubblicana scatenati
coi fucili rompendogli le ossa del cranio hanno ammazzato
e a calci un giovane manifestante chiamato
Franco Serantini. A quelli che lo hanno ucciso
il governo ha benedette le mani con un sorriso.
Alla radio hanno parlato dei nostri doveri.
La gente ha altri pensieri.
Negli anni della mia vita le vittime innocenti
hanno coperto di corpi i continenti
e ogni giorno il potere squarcia e distrugge chi non
accetta chi non acconsente chi non si consuma con
rabbia o devozione. Lo so perché io
guardo dalle due parti come un ridicolo iddio.
Non voglio impietosire, non lo mostro denudato
con la fronte nera che i grandi gli hanno spezzato.
E potrei farvi piangere saprei farvi gridare
ma non serve al difficile lavoro che abbiamo da fare.
Per questo queste parole non sono poesia
se non per una rima debole che va via
di riga in riga sibilo e memoria
o augurio o rimorso di qualcosa che fu gloria
o pietà per nostra storia feroce
canto che serbò un nome voce che amò una croce.
Non c'e' ragione che valga il male né vittoria una vita.
La mia lo sa che fra poco sarà finita.
Ma se tutto e' un segno solo e diventano i destini
uno solo e noi portiamo Serantini
finche' possiamo.

 

Anche le IA nel loro piccolo sbagliano – Jolek78

 

Questa piccola analisi nasce da un articolo apparso sul corriere.it e ripubblicato da osservatorio repressione. Di seguito quello che ho trovato, che ho scoperto e che mi sembra di aver capito. L’articolo originale era davvero molto carente, e io, come al solito, ho bisogno di dati. Il giornalismo è una passionaccia: se ce l’avete, tenetevela stretta. E sudate (JOLEK78)

 

I FATTI RACCONTATI
Nel gennaio del 2019 nella contea del New Jersey (USA) Nijeer Parks veniva accusato di aver rubato delle caramelle dal Hampton Inn hotel a Woodbridge. Pochi giorni dopo il sospettato veniva riconosciuto da un sistema d’intelligenza artificiale, e veniva fermato da un agente che, durante la perquisizione, trovava nella macchina appena noleggiata anche una bustina di marijuana e un’arma, dopo aver verificato che fosse in possesso anche di un documento d’identità falso. Il sospettato scappava speronando la macchina dell’ufficiale. Veniva successivamente arrestato e passava 10 giorni in cella e poi scarcerato per non aver commesso il fatto. La notizia mi sembrava assurda. Fermato per aver rubato caramelle? E per questo avrebbe speronato una macchina della polizia? Davvero? Cosi’ mi è venuto in mente che forse era il caso d’indagare un pochino più a fondo. Ed ecco cosa ho scoperto.

I FATTI

Nijeer Parks è un afroamericano
I miei bias culturali mi portavano subito a dire che non era un problema di giustizia o d’intelligenza artificiale ma di razzismo che portava un agente bianco ad arrestare un sospettato di colore anche in assenza di prove concrete. Dov’era la prova del DNA? Le immagini registrate erano cosi’ inequivocabili? E la pistola? E la marijuana? Come la mettiamo con la marijuana?

La corte del New Jersey
I documenti sono pubblici, quindi doveva essere possibile trovare da qualche parte anche la sentenza che aveva permesso di scarcerare Nijeer Parks. E dunque in un rivolo del web – che non vi dirò quale – ho trovato la sentenza…

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giovedì 6 maggio 2021

Aborto farmacologico, campagna Uaar

Aborto farmacologico. Una conquista da difendere - Uaar 

L'Uaar ha tra i propri obiettivi l'"eliminazione di ogni ostacolo per l’utilizzo della pillola Ru486". Ha di conseguenza accolto con favore il superamento da parte del Ministero della salute delle restrittive direttive del 2010: dal 12 agosto 2020, in base alle nuove linee guida, le donne che non vogliono portare a termine una gravidanza potranno accedere all'aborto farmacologico fino alla nona settimana e senza obbligo di ricovero. Anche se con un ritardo pluriennale l'Italia si è uniformata alla maggior parte dei paesi occidentali per quanto riguarda l'accesso alla pillola Ru486.

Ma per le donne che vogliono autodeterminarsi e decidere di interrompere una gravidanza indesiderata i problemi non sono affatto finiti. Organizzazioni integraliste hanno diffuso cartelloni con l'intento di colpevolizzarle, veicolando il messaggio (privo di valore scientifico) che la pillola Ru486 sarebbe veleno. Alcune regioni hanno boicottato il loro diritto di poter scegliere per la propria salute (Umbria, Marche, Abruzzo). Per questa ragione l'Uaar ha deciso di lanciare la nuova campagna Aborto farmacologico. Una conquista da difendere per sostenere le donne e il loro diritto di compiere scelte libere e consapevoli. Una campagna a favore dell'autodeterminazione, della scienza e della salute.

Non solo. Altro obiettivo della campagna è rimuovere lo stigma sull'aborto volontario quale scelta che sarebbe sempre e per tutte sofferta, e passibile di riprovazione sociale. Una parte della società ancora intrisa di clericalismo e paternalismo guarda alle donne come esseri fragili incapaci di scelte autonome e razionali. Vogliamo ribadire che ogni donna ha diritto di scegliere se abortire o meno, di decidere del proprio corpo e della propria vita e lo Stato ha il dovere di garantire alle donne il diritto di autodeterminarsi e il dovere di mettere a loro disposizione le migliori soluzioni che la scienza prevede. L'aborto è una procedura medica che nulla a che vedere con le posizioni etiche del politico o del sacerdote di turno. Ricordiamo che un altro obiettivo dell'Uaar è l'"abolizione dell’obiezione di coscienza prevista nei reparti di ginecologia degli ospedali pubblici, che devono garantire premura e tempestività nei confronti di chi chiede una Ivg e che devono inibire l’accesso agli attivisti ideologicamente orientati".

La testimonial della campagna è Alice Merlo, una giovane donna che ha avuto il coraggio di raccontare la propria esperienza, di dire che ha abortito con la pillola Ru486 e che non è stato un dramma. Le sue parole campeggiano sul manifesto dell'Uaar: «Ho scelto di interrompere volontariamente una gravidanza con la terapia farmacologica. L’ho potuto fare in tutta sicurezza. La Ru486 evita il ricovero ospedaliero e l’intervento chirurgico: una scoperta scientifica meravigliosa per la salute delle donne». Nel suo racconto in un post su Facebook Alice denunciava inoltre come i «maggiori problemi legati all'ivg sono le dinamiche colpevolizzanti, la riprovazione sociale per aver fatto quella scelta, l'imposizione del senso di colpa e del dolore». Dichiarazioni di libertà e di impegno che hanno spinto l'Uaar a chiederle di esserne il volto di questa campagna che segue e completa Testa o croce? Non affidarti al caso! che l'Uaar aveva lanciato a fine 2018. Perché il suo sguardo e le parole da lei scelte testimoniano la capacità di ogni donna di scegliere per se stessa, l’irrinunciabilità di decidere del proprio corpo e della propria vita, l’importanza della ricerca scientifica in materia di salute sessuale e riproduttiva…

da qui


Sotto attacco la campagna Uaar in favore dell’aborto farmacologico - Maurizio Franco


Le braccia incrociate e lo sguardo convinto. Lo sfondo bianco e la scritta azzurra che campeggia sul manifesto: aborto farmacologico. Una conquista da difendere. Il mezzo busto di una ragazza e un suo commento in calce.

L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) ha lanciato una campagna “per sostenere le donne e il loro diritto di compiere scelte libere e consapevoli”. Volantini, gigantografie in oltre quaranta città italiane e manifesti che rivendicano il fondamento della pillola abortiva Ru486, “una scoperta scientifica meravigliosa per la salute della donna”.

“Il nostro intento è ribadire con la forza della comunicazione un principio non negoziabile: l’autodeterminazione delle donne. E rompere le gabbie delle narrazioni tossiche della disinformazione sul tema”, dice Cinzia Visciano, dirigente Uaar e, nello specifico, responsabile nazionale dei circoli. Visciano ha curato la capillarità e la diffusione della campagna nei territori.
Il volto impresso sulla carta è quello di Alice Merlo, una ventisettenne genovese: in poche parole, racconta la sua esperienza con il farmaco che, ancora oggi, spaventa un pezzo dell’opinione pubblica. Nel settembre dello scorso anno, Merlo ha deciso di abortire. Un post Facebook in cui scriveva delle sue vicende e l’incontro con Uaar per partecipare alla campagna.
“A mio avviso è necessario normalizzare la narrazione sull’aborto, eliminando il tono giudicante e gli stereotipi che ci colpevolizzano. Interrompere la gravidanza è, a volte, una scelta difficile ma è anche una scelta liberatoria e fatta in serenità. Nel mio caso lo è stato. Perché non dirlo?” dichiara Merlo a Micromega.

Ad alcuni, per utilizzare un eufemismo, la campagna di sensibilizzazione non è piaciuta. Come denuncia Uaar, molti manifesti sono stati imbrattati. Ad esempio, in Lombardia, Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia, con pennarelli neri e bombolette, è andato in scena l’estro artistico reazionario di ignoti. Il tenore delle critiche: “Pillola o proiettile non cambia”, “assassine” o “assassini” – il genere cambia in base al target degli atti vandalici, secondo l’interpretazione di Uaar: l’emancipazione femminile o l’Unione degli atei e degli agnostici. Il logo dell’organizzazione è stato sistematicamente scarabocchiato. “Un attacco all’autodeterminazione delle donne con frasi inquietanti e pericolose per la nostra democrazia, scagliato contro la tutela di un diritto che lo Stato non riesce a garantire pienamente” afferma Visciano. In Italia, infatti, il 70 per cento dei medici è obiettore di coscienza.

Alice Merlo è stata subissata dagli insulti via social network. “A marzo ho ricevuto vere e proprie minacce di morte e, ogni giorno, mi ritrovavo a segnalare o bloccare degli haters. Addirittura, mi hanno addebitato la morte dei loro figli”, racconta Merlo. Nelle ultime settimane, invece, il suo profilo Instagram è stato colpito da un bombardamento digitale: i suoi post sono stati puntellati da commenti denigratori di utenti anonimi o facenti capo a fantomatiche sigle politiche. Un grumo di odio. Merlo ritiene che siano account fittizi, bot facenti capo ad un’unica persona o ad organizzazioni che non hanno digerito la schiettezza del suo racconto e la forza della sua testimonianza. “Gli attacchi sono coordinati. Gli account utilizzano la stessa terminologia e le stesse modalità social”.

Il 12 agosto 2020 il Ministero della Salute ha riformulato le linee guida per l’accesso alla pillola Ru486, eliminando l’obbligo di ricovero per l’interruzione volontaria della gravidanza, tramite aborto farmacologico. Una rivoluzione necessaria che dà corpo e forza alla legge 194, che ha depenalizzato e disciplinato l’aborto e che “allinea l’Italia a molti Paesi europei” come commenta Visciano.

L’universo delle organizzazioni no choice ha reagito, tappezzando le plance con poster che paragonano il farmaco ad un veleno. Nonostante nel nostro Paese la pillola sia legale dal 2009 e fornita, quindi, dallo Stato. E le risultanze delle evidenze scientifiche che certificano la sua totale sicurezza. “Ho visto la mia città inondata di questi manifesti. L’amministrazione genovese ha ritenuto che tutto questo fosse lecito e non è intervenuta. Mi sono sentita in dovere di fare qualcosa”. E Alice Merlo ha scelto, letteralmente e liberamente, di metterci la faccia.

da qui

ancora sul PNRR

L’Italia del concorri, competi, crepa - Marco Bersani


Come ampiamente previsto, la discussione parlamentare del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del Governo Draghi si è trasformata in una cerimonia celebrativa da far invidia al governo nord-coreano.

Un intero arco parlamentare, trattato a pesci in faccia dal ‘governo dei migliori’ al punto da aver ricevuto il testo definitivo del piano un paio d’ore prima dell’inizio della discussione, si è allineato con dichiarazioni imbarazzanti e prive di nessi logici.

Una per tutte, le parole del neo segretario Pd, Enrico Letta: “Verde, sociale, inclusiva, competitiva, solidale. Questa l’Italia che potremo avere se diventerà realtà il PNRR presentato in Parlamento da Draghi”.

Inutile spiegare a Letta, dizionario alla mano, l’antagonismo tra la parola “competitiva” (‘che tende a competere, che è e vuol essere in competizione’) e la parola “solidale” (‘che instaura rapporto di fratellanza e di reciproco sostegno fra i componenti di una collettività’).

D’altronde, anche allo stesso Draghi andrebbe regalato un dizionario, dopo aver letto quanto scrive nell’introduzione al Piano: “Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza. La concorrenza non risponde solo alla logica del mercato, ma può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale”.

Salvo poi aggiungere poche righe sotto: “Il Governo s’impegna a presentare in Parlamento il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza (e) si impegna a mitigare gli effetti negativi prodotti da queste misure (..). Quanto più si incoraggia la concorrenza, tanto più occorre rafforzare la protezione sociale”.

Forse basterebbe liquidare l’intero PNRR con un unico dato lessicale: nelle 337 pagine del piano le parole “competizione” e “concorrenza” ricorrono 257 volte, la parola “diseguaglianze” 7 volte.

Di fatto, l’intero Piano, dentro il quale, sempre secondo il Presidente del Consiglio, “non ci sono solo numeri e scadenze, ma le vite degli italiani e il destino del Paese” è fortemente ancorato all’impianto della dottrina liberista, per la quale il pubblico deve mettersi al servizio dell’economia di mercato, dalla cui competitività si misura il benessere del Paese.

 

Da non credere. Come se non fosse stato proprio questo meccanismo a portarci alla drammatica crisi resa evidente dall’esplosione della pandemia.

Basta leggere l’introduzione al PNRR per rendersene conto. Anche queste sono parole di Draghi: “La pandemia si è abbattuta su un Paese già fragile dal punta di vista economico, sociale, ambientale (..) tra il 2005 e il 2019 il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3 per cento al 7,7 per cento della popolazione, prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4 per cento (..) l’Italia è il Paese dell’UE con il più alto tasso di ragazzi tra i 15 e i 29 anni non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione (NEET) (..) il tasso di partecipazione delle donne al lavoro è solo il 53,8 per cento, molto al di sotto del 67,3 per cento della media europea. E questi problemi sono ancora più accentuati nel Mezzogiorno (..) l’Italia è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici con il 12,6 per cento della popolazione che abita in aree classificate ad elevata pericolosità di frana o soggette ad alluvioni”.

E’ stata provocata da uno spropositato ruolo del pubblico questa situazione?

E’ sempre il nostro Draghi a rispondere di no. Dice infatti il PNRR: “Nell’ultimo decennio l’evoluzione della spesa pubblica, con il blocco del turnover, ha generato una significativa riduzione del numero dei dipendenti pubblici in Italia. La Pubblica Amministrazione italiana registra oggi un numero di dipendenti (circa 3,2 milioni in valore assoluto) inferiore alla media OCSE (13,4 per cento dell’occupazione totale, contro il 17,7 per cento della media OCSE, secondo i dati del 2017)”.

Non solo. “In 10 anni gli investimenti in formazione dei dipendenti pubblici si sono quasi dimezzati, passando da 262 milioni di euro nel 2008 a 164 milioni nel 2019: una media di 48 euro per dipendente”. Il tutto affiancato da una drastica riduzione degli investimenti pubblici, fin quasi al loro azzeramento.

Draghi la racconta come un dato oggettivo, ma tutti sappiamo che l’azzeramento della funzione della Pubblica Amministrazione è stata il frutto di scelte ben precise, dettate dai vincoli di Maastricht, dal patto di stabilità e dal Fiscal Compact; ovvero dalle misure di austerità applicate utilizzando la trappola ideologica del debito pubblico per favorire le privatizzazioni e la messa sul mercato di beni comuni e servizi pubblici che prima ne erano esclusi.

Ricapitolando: l’Italia è un paese allo sfascio, pesantemente vulnerabile dal punto di vista ambientale, drammaticamente diseguale dal punto di vista sociale e con un settore pubblico ridotto ai minimi termini ed espropriato della sua primaria funzione pubblica e sociale.

Come pensa di affrontare questa situazione il piano di Draghi?

Attraverso la rimozione delle barriere all’entrata dei mercati e promuovendo “dinamiche competitive finalizzate ad assicurare anche la protezione di diritti e interessi non economici dei cittadini, con particolare riguardo ai servizi pubblici, alla sanità e all’ambiente”.

Mentre le persone durante la pandemia hanno vissuto sulla propria pelle (e 120.000 di queste ci hanno lasciato) i disastri sanitari, sociali e ambientali prodotti dall’idea di società fondata sulla solitudine competitiva, sul profitto e sulle privatizzazioni, il pifferaio Draghi suona la sinfonia del mercato e partiti politici di ogni colore, mass media di ogni collocazione lo seguono incantati.

Draghi racconta di un PNRR che porterà un bastimento carico di miliardi in cambio di qualche riforma, la realtà dimostra che il PNRR è un piano che ridisegna il Paese con le riforme in cambio di qualche soldo. I 205 miliardi da investire in sei anni sono inferiori a quanto già speso dal governo italiano nei primi 15 mesi di pandemia (210 miliardi), mentre le riforme –condicio sine qua non per averli- sono finalizzate a stabilizzare un modello fondato sulla predazione della natura, sull’espropriazione sociale e sulla precarietà.

La ripresa di cui si parla è il rilancio dell’economia dei profitti. La resilienza che si auspica è la rassegnazione che si chiede alle persone.

 

A tutto questo va aggiunto che questo PNRR blinderà qualsiasi scelta politica – elezioni o meno – per i prossimi sei anni. Come ha esplicitato il commissario europeo Paolo Gentiloni, il PNRR è come un contratto tra l’Unione europea e ciascuno stato membro e “probabilmente due volte l’anno, la Commissione europea dovrà decidere se erogare la parte di finanziamento che il paese aspetta” e lo farà, oltre che sulla base della spesa sostenuta, “sul rispetto degli impegni presi nelle riforme indicate nel Piano”.

Era chiaro sin dall’inizio come la pandemia costituisse uno spartiacque e ponesse tutte e tutti di fronte a un bivio: proseguire con un modello capitalistico dentro un quadro molto più autoritario o dichiararne la totale insostenibilità sociale e ambientale e intraprendere la sfida per un’alternativa di società.

Il PNRR del governo Draghi ha imboccato senza indugi la prima direzione.

Centinaia di realtà associative e di movimento hanno intrapreso con determinazione la seconda, avviando il percorso di convergenza per la “Società della cura”.

La partita è aperta è in gioco c’è il diritto al futuro. Nessuno pensi di poterla stare a guardare.

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Piano di ripresa e resilienza: una nuova fregatura - Luigi Pandolfi

 

L’errore più grande che si potrebbe fare a proposito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) varato dal Governo – la Camera lo ha approvato con soli 19 voti contrari! – è quello di leggerlo focalizzando l’attenzione esclusivamente sui numeri. I numeri relativi alle risorse disponibili e alla loro distribuzione per ogni singola missione. Beninteso, il fatto che si abbiano o non si abbiano più soldi da spendere è importante, ma trattandosi di un programma integrato, inteso come «parte di una più ampia e ambiziosa strategia per l’ammodernamento del Paese», addirittura finalizzato a «aggiornare le strategie nazionali in tema di sviluppo», più che il miliardo in più o il miliardo in meno spalmato sui vari capitoli, conta l’idea di Paese e di società che in esso viene disegnata.

Per questo, a chi volesse comprenderne la reale portata consiglierei di partire, nella lettura, dalla fine anziché dall’inizio. In particolare, suggerirei di dedicare un’attenzione preliminare, e particolare, all’ultimo capitolo del documento, nel quale vengono esaminati gli «impatti delle riforme», che del Piano costituiscono, per così dire, l’anima e l’elemento prospettico (saranno realizzate con provvedimenti specifici). «Le azioni di riforma sono sinergiche e interagiscono con gli investimenti pubblici e le altre misure di spesa già esaminate», si legge nel capitolo richiamato. In sostanza, si vuole significare che PNRR non è un semplice tableau di interventi da finanziare, bensì un programma di riorganizzazione complessiva del sistema economico e sociale, in vista del dopo pandemia. «I Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza sono innanzitutto piani di riforma. Le linee di investimento devono essere accompagnate da una strategia di riforme orientata a migliorare le condizioni regolatorie e ordinamentali di contesto e a incrementare stabilmente l’equità, l’efficienza e la competitività del Paese».

Innanzitutto “piani di riforma”, dunque. La leva attraverso cui si dovranno realizzare “riforme strutturali” (ora chiamate “riforme di contesto”) dirette a trasformare la situazione presente, in nome di una maggiore “competitività” del sistema. Uno schema perfettamente neoliberista. Nel quale lo Stato non scompare, ma si pone a diretto servizio dell’economia di mercato, dettando regole di contesto, imponendo ope legis ciò che serve per rendere i mercati “più concorrenziali”, mettendo le imprese nella condizione di competere «in termini di qualità dei prodotti, ma anche in termini di costi». Uno schema astratto, supportato da formulazioni matematiche, nel quale di concreto ci sono soltanto il ritiro del settore pubblico dall’economia e la riduzione dei costi di produzione. Privatizzazioni ‒ quello che resta da privatizzare ‒ e abbattimento del costo del lavoro, che, come si scrive esplicitamente nel Piano, costituisce uno dei «motivi rilevanti» del fenomeno della delocalizzazione produttiva (deflazione salariale).

Gli ambiti per i quali vengono simulati gli impatti delle riforme sono tre: pubblica amministrazione, giustizia, competitività. Ma è in particolare sul terzo ambito che bisogna concentrarsi per comprendere la filosofia di fondo che ispira l’intero documento («Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza», scrive Mario Draghi nell’introduzione). La premessa è che le riforme devono far crescere il grado di concorrenza dei mercati. Per raggiungere questo obiettivo, però, è necessario innanzitutto fotografare la situazione di partenza. Quanto è competitiva l’Italia in rapporto ad altri Paesi europei ed extraeuropei? La risposta a questa domanda può essere data avvalendosi di un indicatore che misuri il rapporto tra livello di regolazione dei mercati e performance dell’economia: l’Indice di regolamentazione del mercato dei prodotti (Product Market Regulation Indicators, PMR), sviluppato una ventina d’anni fa dall’OCSE. L’equazione su cui si basa il modello di comparazione è molto semplice: a livelli elevati di regolamentazione dei mercati e di presenza dello Stato in economia corrispondono bassi livelli di competitività del sistema, quindi una sua bassa propensione alla crescita, alla creazione di ricchezza, all’incremento dell’occupazione. A ben vedere, niente di nuovo. Tutto in linea con i presupposti della teoria economica dominante, secondo la quale è il mercato e solo il mercato a determinare la migliore allocazione possibile delle risorse, in vista del conseguimento di obiettivi economici di cui potranno beneficiare tutti i membri della società. Tesi farlocca, ovviamente. La storia ha dimostrato esattamente il contrario. Che anche quando il mercato raggiunge un certo “equilibrio”, quest’ultimo non è mai ottimale. E che, al netto delle crisi, in una società organizzata secondo questo schema l’optimum è possibile solo per chi detiene i mezzi di produzione e sfrutta il lavoro altrui, benché anche nel Piano si ponga l’accento sulla riduzione dei margini di profitto per effetto di una maggiore concorrenza (meno profitti, prezzi più bassi, maggiori investimenti, sarebbe la sequenza). Insomma, da molti decenni a questa parte, l’equilibrio ottimale dei mercati concorrenziali è rimasto solo nei grafici dei manuali di economia politica. E nei documenti di politica economica dei governi, che continuano, a dispetto della storia e dell’evidenza empirica, a farne Vangelo.

Nel 2018, l’indice PMR dell’OCSE segnalava per l’Italia, come per gli anni precedenti, un problema di bassa competitività. Non tanto per i livelli di regolazione del mercato che, dati alla mano, erano più bassi di altri paesi sviluppati (il risultato delle “riforme” che hanno deregolamentato il mercato del lavoro e liberalizzato ampi settori dell’economia), ma per l’eccessiva presenza dello Stato in economia (come se gli anni Novanta non ci fossero stati). È da qui che muove il Piano di ripresa e resilienza. Bisogna privatizzare e liberalizzare ancora di più per mettere le ali all’economia (nel Piano si dà ampio risalto alla necessità di affidare al mercato i servizi pubblici essenziali, limitando la possibilità per le amministrazioni di ricorrere a gestioni in house). Non mancano, ovviamente, numeri e tabelle per dimostrare questo assunto. La scientificità della tesi è data in maniera assiomatica: una riduzione del 15% dell’Indice di regolamentazione dei mercati «genera dopo 5 anni un aumento del PIL rispetto allo scenario di base pari a 0,2 punti percentuali, mentre nel lungo periodo si arriverà a 0,5 punti percentuali». Senza considerare “l’impatto positivo” su investimenti e consumi. Keynes fuori dalla porta, siamo di nuovo alla Legge di Say. I redditi generati dal sistema sono sufficienti a garantire un certo livello di investimenti e di consumi che consentono al sistema di riprodursi.

Un mondo irreale, fantastico, che fa a pugni con la realtà drammatica in cui siamo immersi. La pandemia, tra le altre cose, ha reso evidente quanto siano state nocive per la società, per la qualità della vita, le scelte di politica economica compiute negli ultimi decenni all’insegna delle formulazioni che ancora si ritrovano in questo Piano. Sanità, lavoro, servizi pubblici: le fragilità del sistema sono imputabili a una presunta “ristrettezza” del mercato o al fatto che il mercato è stato fatto entrare dappertutto e che tutto è stato mercificato, finanche il diritto alla salute? Per quanto riguarda la bassa crescita, è stato un problema di concorrenza o una questione di domanda insufficiente, figlia di alti livelli di disoccupazione, di lavoro sottopagato, di aumento della povertà, di politiche che hanno compresso la spesa pubblica, compresa quella per investimenti? Purtroppo, con l’eccezione di sparute minoranze, invisibili agli occhi dei media, nessuno in questo momento pone seriamente questi problemi (nemmeno a sinistra, per la verità). Si fanno i conti della serva sul miliardo qui e il miliardo là, quanto a me e quanto a te, che bella la rivoluzione verde, quanto è figo l’idrogeno, senza accorgersi (c’è ovviamente chi se n’è accorto ed è d’accordo) che ci stanno fregando un’altra volta. No, in questo modo non usciremo da questa crisi meglio di come ci siamo entrati. Ne usciremo nel peggior modo possibile.

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PINK FLOYD - THE STORY OF WISH YOU WERE

 

mercoledì 5 maggio 2021

I fondi per la scuola sono importanti ma serve una riforma vera - Christian Raimo

 

La scuola è sempre stata al centro del dibattito democratico, dalla fine del fascismo a oggi. Piero Calamandrei ci ha lasciato un testo di riferimento che spesso citiamo quando vogliamo ricordare che non c’è democrazia senza emancipazione attraverso l’educazione. Ma rileggendo il dibattito sulla scuola proprio durante la Costituente (i lavori storici di Remo Fornaca e di Luciano Pazzaglia possono essere una buona introduzione) si vede come anche quel passaggio sia stato un’occasione mancata.

I democristiani riuscirono a compiere una doppia alleanza: con i liberali-nazionalisti mantennero l’impianto gentiliano dell’infrastruttura scolastica ancora in vigore, con i comunisti accettarono di creare una serie di scuole speciali (popolari, convitti della rinascita, per gli orfani, per gli analfabeti, per “i mutilatini” come si chiamavano allora) che sono state il modello di tutte le scuole future “per chi non ce la fa”.

Furono escluse le idee di coloro che volevano riformare la scuola dall’interno, in senso più anticlassista e democratico, ma anche all’avanguardia dal punto di vista pedagogico. Oggi corriamo lo stesso rischio?

Un’estate educativa
Quest’anno di scuola nella pandemia ci ha fatto capire come sia fragile non solo l’infrastruttura della scuola ma anche la sua stessa istituzione. L’ultimo decreto Sostegni e 
il Piano di ripresa e resilienza sono documenti che dichiarano di mettere la scuola al centro della cosiddetta ripartenza. È così?

Nel decreto Sostegni, approvato alla fine di marzo 2021, ci sono due articoli, il 31 e il 32, che riguardano la scuola. Oltre un finanziamento ulteriore per i dispositivi di sicurezza e per la didattica digitale, ci sono 150 milioni di euro per l’estate “al fine di supportare le istituzioni scolastiche nella gestione della situazione emergenziale e nello sviluppo di attività volte a potenziare l’offerta formativa extracurricolare, il recupero delle competenze di base, il consolidamento delle discipline, la promozione di attività per il recupero della socialità, della proattività, della vita di gruppo delle studentesse e degli studenti”.

Infine, è uscita proprio due giorni fa la circolare che spiega modalità e senso del cosiddetto Piano ponte per la scuola, 510 milioni di euro destinati ad attività di recupero degli apprendimenti e della socialità, con un coinvolgimento importante dell’Indire e dell’Invalsi, sul cui ruolo però non è stato chiarito quasi nulla.

L’idea è che ci sia un’estate educativa, come la definisce un ebook (appena uscito e scaricabile gratuitamente sul sito di Gessetti colorati) a cura di Raffaello Iosa e Massimo Nutini, in cui si rafforzi il rapporto tra scuola e territorio, coinvolgendo tutti coloro che fanno parte della cosiddetta comunità educante, in special modo il terzo settore: enti, cooperative, associazioni che si occupano di sociale e di educazione. Questo dovrebbe avvenire attraverso una coprogettazione fatta da scuole e terzo settore, e attraverso i Patti di comunità. Cosa sono?

Come viene ricordato dal decreto ministeriale del 26 giugno 2020, sono liberi accordi “tra istituzioni pubbliche e istituzioni private variamente operanti sul territorio” che diano “attuazione ai quei princìpi e valori costituzionali, per i quali tutte le componenti della Repubblica sono impegnate nell’assicurare la realizzazione dell’istruzione e dell’educazione, e fortificando l’alleanza educativa, civile e sociale di cui le istituzioni scolastiche sono interpreti necessari, ma non unici…”. È il principio di sussidiarietà garantito dalla costituzione italiana, per esempio all’articolo 118.

Quali questioni apre questa prospettiva che sembra essere molto ravvicinata?
È interessante ascoltare i due interventi di Girolamo De Michele e di Andrea Morniroli (al minuto 4 e al minuto 28) in 
questo dibattito organizzato qualche giorno fa da Comune.info. Mostrano due posizioni differenti, forse opposte. Girolamo De Michele – insegnante in un liceo di Ferrara e saggista sulle politiche scolastiche, dal suo libro La scuola è di tutti del 2010 fino al suo ultimo recentissimo e articolato intervento su Euronomade – è molto critico: “La crisi della scuola non è un passaggio neutro, è una crisi dovuta a una serie di provvedimenti che hanno privato la scuola degli strumenti necessari. La scuola è stata mandata in crisi. Ora si dice che bisogna aprire ai territori, e anche questa sembra una proposta neutra. In realtà non lo è perché prima di decidersi ad aprirsi ai territori, bisogna capire qual è la finalità della scuola. Per me è educare intelligenze critiche in un mondo dove la globalizzazione si manifesta non solo come crisi pandemica, ma come crisi ecologica e crisi economica permanente, come crisi migratoria; faccio fatica a pensare che il rapporto con i territori sia il centro della scuola o ciò di cui la scuola ha bisogno. E anche i territori non sono dei luoghi neutri: ma sono la società con tutti i conflitti. (…) Coloro a cui non è importato che la scuola fosse definanziata perché era uno spreco del settore pubblico, oggi sono favorevoli al rapporto con la scuola perché mirano ai fondi di quel tesoretto che sarà finanziato a breve. Una parte consistente del terzo settore individua nella scuola una via per l’uscita dalla propria crisi pandemica”.

Andrea Morniroli – amministratore della cooperativa sociale Dedalus di Napoli, coordinatore per la scuola del forum Disuguaglianze diversità e componente del comitato tecnico per il recupero dell’apprendimento voluto dal ministro Patrizio Bianchi – la pensa all’opposto: “Non vorrei stare nella dicotomia pubblico buono e privato cattivo. Penso che ci siano ottime e pessime esperienze in entrambe le parti. Rispetto alla complessità che abbiamo di fronte, in particolare se si guarda agli alunni e alle alunne fragili, sempre di più questi fenomeni sono multidimensionali, e a mio giudizio la scuola deve rimanere assolutamente al centro, ma deve percepire di non essere sufficiente per farsi carico di questa complessità, e che quindi uno strumento di integrazione tra pubblico e privato sia fondamentale (…), anche se chi fa privato sociale come me deve interrogarsi se il proprio ente è una comunità resiliente o una comunità rendicontante. Ossia se il privato si prende una funzione pubblica di cui il pubblico non si fa carico”.

La visione di Morniroli assomiglia molto a quella del ministro Bianchi per come la espone nel suo Nello specchio della scuola, che segue la rapida evoluzione vissuta da Bianchi, come testimone e protagonista nell’anno della pandemia in quanto coordinatore del comitato degli esperti al ministero dell’istruzione. I patti educativi di comunità servono per Bianchi ad “aprire alla scuola reali spazi di arricchimento formativo e, a un tempo, rendere la comunità corresponsabile dell’educazione dei giovani, dando piena attuazione alla legge sull’autonomia”.

Una tradizione virtuosa
Bianchi viene da un’esperienza di assessore alla scuola in Emilia-Romagna, dov’è stato possibile, anche nel post-terremoto, attivare una vasta rete di comunità istituzionali, politiche, sindacali, di associazioni, di privato sociale, proprio perché esiste una tradizione virtuosa. Tra i nomi tutelari di questa tradizione sono spesso citati quelli di Loris Malaguzzi, l’ispiratore del Reggio Children, e Bruno Ciari – insegnante, pedagogista, attivista del Movimento di cooperazione educativa, autore di 
Le nuove tecniche didattiche (Edizioni dell’asino 2012) – che riuscì a creare proprio a Certaldo un modello sinergico tra scuola, società e istituzioni, ricordato e studiato in tutto il mondo (oggetto anche di un convegno recente).

Il concetto di Ciari oggi più ripreso è quello di “sistema formativo integrato”, ed è stato un caposaldo di tutta l’educazione democratica novecentesca (si veda per esempio la lezione di Francesco De Bartolomeis).

È stata la scuola che ha cercato di portare il tempo pieno a tutti, ossia di portare dentro la scuola quel sistema educativo diffuso che non comprende solo le materie della mattina, ma tutta l’attività educativa: dallo sport all’arte, dal gioco al teatro, alla politica intesa come educazione alla democrazia.

Questo coinvolgimento della società era facilitato dal fatto che in quello che oggi si chiama territorio ci fosse un grande dinamismo politico. Ciari era un marxista iscritto al Pci; il Movimento di cooperazione educativa ha avuto un rapporto solido con i partiti e i movimenti politici; l’Emilia-Romagna come altre regioni cosiddette rosse è un esempio quasi eccezionale di attivismo di tutti i corpi sociali.

Oggi il rischio che si corre può essere quello di affidare al terzo settore il compito di risvegliare una vocazione politica e democratica della scuola senza considerare che la crisi di impegno politico attraversa tutta la società. Il terzo settore non può salvare una scuola che da sola non ce la fa. Occorre piuttosto decidere di investire risorse strategiche sulla scuola in modo strutturale, cosa che non è prevista nemmeno nel Piano di ripresa e resilienza, che per esempio dedica molte risorse alle palestre e alla cablatura digitale degli istituti (per fortuna), ma lascia terribilmente vago e scoperto il nodo della formazione degli insegnanti.

Questi fondi sono molto importanti. Devono servire non solo a compensare le povertà educative ma a contrastare le radicate disuguaglianze che la scuola tollera o addirittura produce. È bene utilizzarli come ponte per una riforma della scuola, più che come una misura tampone, con un serio investimento sulla formazione degli insegnanti e sulla prospettiva di avere in modo continuativo a scuola la possibilità di recuperare per tutti. Altrimenti il rischio è di mancare ancora una volta, e questa volta in maniera più drammatica, l’appuntamento con una ristrutturazione improcrastinabile: di accontentarsi di tappare alcune falle, senza considerare come rifare da capo la chiglia di una nave capace di attraversare le prossime tempeste.

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