sabato 18 gennaio 2020

Economia, sensibilità e visione del mondo - Paolo Mottana



Molti anni fa, nel 2002, scrissi un libro che si intitolava L’opera dello sguardo che, in breve, proponeva, sulla scorta di tanti percorsi e tanti autori, una sorta di terapia del nostro modo di vivere fondata su una conversione della sensibilità (dello sguardo, per analogia). Perché il problema, secondo me ma non solo, risiede in qualcosa che è a monte anche dell’economia, o di un’economia come quella che domina da tanto tempo la nostra società, perché faticherei a interpretare l’economia in quanto tale come il male (leggi anche Fuori dall’economia di Paolo Cacciari con un commento di Lea Melandri, ndr).
Il problema risiede nella postura dell’uomo nei confronti di qualsiasi oggetto sia inquadrato dal suo sguardo (o sensibilità), da quando ha smesso di sentirsi parte di un tutto. Questo fenomeno si è compiuto con lentezza da Platone in poi e ha poi avuto dei momenti di radicalizzazione con la nascita del pensiero scientifico, l’umanesimo, la rivoluzione industriale e la nascita del capitalismo naturalmente. Solo che oggi è insediato stabilmente dentro noi tutti. È la nostra concezione del mondo, fondata sull’idea che l’uomo può disporre liberamente di ogni cosa ciò che lo circonda, compreso sé stesso, in modo sostanzialmente illimitato.
Questo sguardo, oggettivante, strumentale, profittatore, non è soltanto nell’occhio dell’economia ma di ogni nostra azione, è insediato nelle relazioni affettive, nell’educazione di bambini e degli adolescenti, nella costruzione delle nostre case e dei loro giardini, così come nei fenomeni solo apparentemente più macroscopici dell’economia, che a mio giudizio è più figlia che madre di questa torsione della sensibilità nella direzione del dominio e dello sfruttamento (leggi anche Senza dominio).

Il delirio rischiaratore che vi sta alle spalle – così ben esaminato per esempio da Gilbert Durand nel suo Le strutture antropologiche dell’immaginario già cinquant’anni fa o da James Hillman in certi suoi saggi sull’io eroico – può essere curato solo da una terapia profonda della visione, dello sguardo, della sensibilità, che va operata a partire dall’educazione. È nella castrazione della sensibilità animale presente nell’infanzia, nella sua deformazione in vista di un approccio di oggettivazione calcolante, di spiegazione del mondo, di azzeramento dell’ombra e del mistero, presenti anche solo nella modalità di parlare e di scrivere poi assunta da quasi tutti noi, dopo il disboscamento dell’ambiguità e della delicatezza, presi come siamo (anch’io, in questo momento) dal desiderio di vincere e dominare con la ragione e con la dimostrazione sopra la necessaria ricettività invece nei confronti delle singolarità e delle differenze.
La fine di una visione sacrale del mondo ha coinciso con questo delirio di distruzione. E se non può sussistere per molte buone ragioni una nostalgia per una visione di tipo dottrinario-religioso del mondo, credo invece che per una visione mistica si possa avere desiderio, almeno nel senso in cui ne parla ancora Durand quando introduce al regime notturno mistico dell’immaginario, più disposto a vedere il mondo nel senso della dolce discesa, della resa, del calice e del mescolamento, che in quello della diairesi, della scissione, dell’astrazione e della luminosità schizoide della verità o dell’ascensionalità di ogni successo vitale.
Si tratta di un percorso complesso, da favorire fin dall’inizio del nostro venire al mondo, attraverso la compensazione necessaria di un linguaggio poetico, di un’espressività più simbolica che razionale, di una disposizione ad accogliere le zone d’ombra di ogni singolarità e a offrire loro campo per manifestarsi. Pensiamo, all’opposto, anche solo al delirio rischiaratore delle pratiche di ortopedìa sempre più diffuse nel tessuto della formazione scolastica per ovviare ad ogni stortura o differenza e produrre soggetti con le medesime credenziali in termini di competenze.

A tutto questo si tratta di offrire un farmaco attraverso la coltivazione di vie differenziali, attraverso la valorizzazione di linguaggi altri (specie analogici, la musica, il corpo, l’immaginazione creatrice). Imparare a vedere, secondo la grande lezione di spiriti enormemente sensibili, da Rilke a Klee a tutti gli artefici del pensiero poetante digli ultimi secoli, ultimi testimoni di uno sguardo partecipativo, cioè capace di guardare soggiornando vitalmente in ciò che si guarda e dunque avvertendo la sua ciascunità e destinazione.
Questo sarebbe rivoluzionario. Senza pretendere di soffocare la petizione luminosa della visione ma procedendo a contenerne il deliro (la pazzia del sole, la chiamava un grande esploratore del notturno, Joe Bousquet).
Non possiamo obbligarci alla tenerezza, al dono e all’empatia se il nostro alfabeto immaginario e gestuale è stato disboscato del suo humus poetico e arrendevole. Formare uomini con il gusto di stare nel mondo, di esserci, come diceva Rilke, semplicemente, nel ritmo concorde delle stagioni, vicini alla terra, che è chiara e scura, e nel reticolo degli influssi dove le stelle si sentono sicure.
Su tutto questo, che non ha bisogno di spiegazionidovremmo fondare la via di una visione accogliente e vitale, così come desiderante e arrendevole, sulla base della quale poi capire quale economia partecipe, al dolore delle cose per esempio, e alla loro vocazione, possa prendere forme.

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