domenica 19 gennaio 2020

Velika Kladusa, Bosnia: smantellano i campi ma non le rotte - Paolo Fuoli (*)



“Pane e coraggio ci vogliono ancora che questo mondo non è cambiato. Ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole, da una terra che ci odia ad un’altra che non ci vuole”
(Ivano Fossati)

Era il 4 novembre 2018 quando, dopo due mesi di lavoro sul campo insieme al Collettivo Checkmate, sono rientrato in Italia per raccontare quel che succede alle porte dell’Unione Europea, lungo una linea immaginaria che tuttavia è terribilmente reale e sferra botte, umilia, respinge tutti coloro che non hanno i requisiti per poterla oltrepassare.
Sono da poco tornato lungo la frontiera bosniaco-croata e le violenze continuano, nonostante le continue denunce da parte di associazioni, giornali e attivisti.
Quanto si dovrà attendere ancora prima di porre fine alle quotidiane violazioni dei Diritti Umani che si verificano lungo tutto il perimetro dei confini dell’Unione Europea?
La frontiera bosniaco-croata è oramai diventata il più evidente simbolo d’ipocrisia e di fallimento di un’Unione che sbandiera “unità nella diversità” come suo motto, che risulta però totalmente incapace di tradurre l’essenza di queste parole in pratica quotidiana.
“Aspettiamo qui al campo fino a marzo, poi cercheremo di ripartire.  Fa troppo freddo di notte e si rischia di morire”
Ali è un iracheno partito da Bagdad ormai due anni fa. Porta sulla pelle i segni della “tempesta nel deserto”, bombardamenti aerei che vennero scagliati addosso a Iraq e Kuwait durante la prima Guerra del Golfo e che mieterono moltissime vittime civili.
Ali si appoggia a una stampella, ha il corpo dolorante ed è la seconda volta che si trova lungo le rotte dei Balcani. La prima, nel 2008, l’avevano lasciato passare. Era riuscito a raggiungere la Svezia, terra in cui ha lavorato per alcuni anni prima di dover tornare a Bagdad per stare al fianco della madre, durante i suoi ultimi anni di vita. Ali si è poi ritrovato costretto a ripercorrere nuovamente il viaggio via terra; in Svezia aveva un permesso di soggiorno legato al suo contratto di lavoro temporaneo. La moglie di Ali vive in Finlandia e lui spera di rivederla presto.
“L’Unione Europea si presenta come terra misericordiosa. Sono tutte bugie, ci stanno mentendo.”
In questo momento si trova al campo Miral, alle porte di Velika Kladusa, città che dista pochi chilometri dalla frontiera croata. E’ stato trasferito all’incirca un mese fa, dopo che l’11 dicembre l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha dichiarato la chiusura del campo di Vucjak, in cui oltre mille persone hanno vissuto, per lunghi mesi, in condizioni disumane.
Il centro d’accoglienza Miral, dedicato esclusivamente all’accoglienza di uomini singoli, è uno dei cinque centri d’accoglienza presenti nel cantone di Una-Sana, gestiti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ed è stato aperto nel novembre del 2018 dopo lo smantellamento del campo spontaneo di Velika Kladusa, per molti mesi rifugio temporaneo per centinaia di persone.
L’OIM lavora congiuntamente all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), al Danish Refugee Council e al Jesuit Refugee Service, costola internazionale del centro Astalli, realtà nazionale che si occupa di rifugiati sin dal lontano 1981.
Il campo Miral, come tutti i centri d’accoglienza presenti sul territorio della Bosnia ed Erzegovina, espone con fierezza la bandiera dell’Unione Europea al suo ingresso.
La stessa Unione è pertanto chiamata a intervenire e rispondere ai bisogni delle persone che vivono in questi spazi, che non si possono in alcun modo definire luoghi di transito dal momento in cui non sembra esserci alcuna possibilità di proseguire la propria emigrazione.
“Non c’è acqua calda, il cibo è scadente, non c’è nulla da fare e gli addetti alla sicurezza sono spesso violenti. Ci scagliano addosso la loro rabbia, ci insultano urlandoci di tornare nel nostro paese; questo quel che è successo ieri sera.”
Ali racconta che la sera del 5 gennaio, dopo una rissa scoppiata a causa delle tensioni tra alcuni gruppi residenti all’interno del campo, gli addetti alla sicurezza si sono scagliati  addosso ai presunti responsabili, infliggendo loro colpi di manganello e pugni in pieno  volto.

Il racconto di Ali non è in alcun modo un caso isolato. Già nel gennaio del 2019 Are you Syrious?, Ong nata nell’estate del 2015 dall’unione di alcuni attivisti croati, condannava le violenze compiute all’interno del centro, rendendo pubblico un video ricevuto da un ospite del campo, che fuga ogni dubbio sulla veridicità di ciò che veniva denunciato da mesi.
“Non ho la carta d’identità del campo, dormo all’aperto o in qualche casa abbandonata.”
Questo centro d’accoglienza può accogliere fino a un massimo di 550 persone; molte, però, rimangono escluse sia da questa sia dalle altre strutture presenti nel cantone Una-Sana, che si dichiarano tutte al completo. Molti decidono tuttavia di sostare in questo territorio data la sua vicinanza alla frontiera, presenza assillante per le persone bloccate in queste terre.

Vite senza diritti, circondate da interminabili respingimenti
 “Viviamo in condizioni terribili. Non abbiamo una casa, non abbiamo cibo e nemmeno dell’acqua per farci la doccia.
Asan, ragazzo afgano diciannovenne, esprime l’umiliazione di dover vivere nei sotterranei del mondo. Lui, come centinaia di persone escluse dal sistema dell’accoglienza bosniaco, è costretto a vivere in un’ex fabbrica abbandonata a pochi chilometri di distanza da Bihac, città situata nel nord ovest della Bosnia che rappresenta, insieme a Velika Kladusa, il luogo più vicino alla porta d’uscita dall’inferno.
Asan vive in una struttura abbandonata, simbolo di una terra che non garantisce alcun futuro e teatro di violazione quotidiana della Convenzione di Ginevra del 1951 che delinea lo statuto dei rifugiati. Viola, nello specifico, l’articolo 33 che vieta il respingimento verso territori in cui la vita dell’individuo e le sue libertà sono minacciate “a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza ad un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.
Perché la vita di Asan, come quella di migliaia di persone che si ritrovano intrappolate in Bosnia ed Erzegovina, ha i movimenti impediti dalle discriminazioni circostanti. Non esistono solamente le violenze fisiche e psicologiche dei respingimenti alla frontiera; la maggior parte dei locali pubblici nega l’accesso ai “migranti” che si ritrovano obbligati a vivere all’interno dei campi, quando possiedono la carta d’accesso o, in molti casi, in case abbandonate, invisibili alla vista.

“Anche noi siamo stati rifugiati, non più di 25 anni fa. Per questo capiamo le ragioni che spingono queste persone a emigrare”
Biro, ufficiale di polizia in servizio da molti anni a Velika Kladusa, parla dei primi arrivi in città. Racconta come l’iniziale spinta ad accogliere, resa possibile da un istintivo processo d’immedesimazione e riconnessione con il proprio passato, sembra aver perso la presa a vantaggio dell’emersione di nuovi pregiudizi. Molti locali, continua Biro, “si sono sentiti abbandonati dalle istituzioni che si sarebbero dovute occupare di quest’emergenza” e queste fatiche si sono riversate addosso ai nuovi arrivati.
La vita alla frontiera bosniaco-croata, oggi, confina l’esistenza al solo perimetro del proprio corpo, fermo e immobile.
La frontiera è inoltre un lembo di terra in cui si coltiva solamente odio e violenza. I respingimenti sono quotidiani e le persone che ritornano dopo l’ennesimo “game”, così viene crudamente definito il tentativo di superamento della frontiera in questo parte del mondo, portano sul corpo i segni evidenti del rifiuto. Ho conosciuto Abdil pochi giorni fa: il 5 gennaio l’ho accompagnato all’ospedale di Bihac, dopo aver ricevuto una segnalazione di richiesta d’intervento da parte di No Name Kitchen, associazione spagnola che opera ormai da tre anni lungo le rotte dei Balcani e che condanna le violenze di frontiere attraverso il canale Boarding Violence Monitoring Network, piattaforma nella quale si stanno accumulando centinaia di testimonianze.
Abdil ha il corpo dolorante e gli occhi tinti dell’umiliazione subita. Sale in macchina e, stremato, si addormenta al mio fianco fino all’arrivo in ospedale. Le radiografie fotografano limpidamente l’abuso di potere inflitto sul suo corpo. Ad Abdil sono state rotte due ossa, della mano sinistra e dell’avambraccio destro.
Chi è da ritenersi responsabile di questa violenza?

“L’Unione Europea deve ritenersi responsabile di quel che sta succedendo”
Anas, con voce salda, chiede all’Europa di porre fine a questa barbarie. Lo chiedono Abdullah, Emal, Ahmed, Samina, Rashid e Imran, incontrati nel maggio del 2018 e ancora lì, al punto di partenza, in attesa che la frontiera apra un varco. Lo chiedono tutte le persone che incontro, stremate da un’interminabile attesa.
Insieme al Collettivo Checkmate, mi unisco al loro grido affinché le voci e i messaggi intrappolati alle porte dell’Unione Europea varchino i confini, per risvegliare un senso d’umanità che si sta smarrendo, nel nome dell’integrazione europea.

(*) ripreso da www.pressenza.com

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