mercoledì 8 gennaio 2020

la guerra si avvicina?!


Destabilizzazione permanente. Il “caos creativo” USA colpisce ancora - Alberto Negri

Il nuovo anno americano si inaugura con un altro sconcertante capitolo della destabilizzazione permanente del Medio Oriente voluta da Washington: altro che ritiro degli Stati Uniti dalla regione. Colpire al cuore il regime iraniano e assestare una mazzata all’apparato di sicurezza sciita in Iraq.
Uccidendo il generale iraniano Qassem Soleimani e il suo braccio destro iracheno Abu Mahdi al Muhandisi, capo delle forze di mobilitazione popolare dei Kataib Hezbollah: questo è stato l’ordine di Trump anticipato 24 ore prima, pubblicamente, dall’ex agente dei servizi Usa Michael Pregent senza che per altro nessuno se ne accorgesse.

SIAMO NEL PIENO di quel “caos creativo” – anche questa volta dalle conseguenze imponderabili – che gli Stati Uniti perseguono da circa un ventennio con criminale determinazione nel nostro cortile di casa.
Una decisione che rientra perfettamente nella strategia americana di sconvolgere gli equilibri precari del Medio Oriente iniziata con l’invasione dell’Iraq nel 2003, continuata con i raid in Libia del 2011 contro Gheddafi, insieme a Francia e Gran Bretagna, e proseguita con la guerra per procura in Siria contro Assad, un conflitto che ha visto le monarchie del Golfo e la Turchia impegnate, insieme ai jihadisti, a contrastare prima di tutto l’influenza iraniana e poi anche quella russa. Il tutto con il consenso degli Stati Uniti.

L’OBIETTIVO di Washington era ed è quello di polverizzare gli stati arabi e musulmani che in qualche modo possano opporsi a Israele, il guardiano degli Usa nella regione, e all’Arabia Saudita, il maggiore cliente di armamenti Usa legato dal 1945 a Washington da un patto di ferro firmato tra il sovrano Ibn Saud e il presidente Roosevelt. La sostanza del conflitto secolare tra sciiti e sunniti, manovrato già con l’attacco di Saddam Hussein all’Iran rivoluzionario nel 1980 e rinfocolato in Siria e Yemen, risiede nello scopo di eliminare prima o poi, il regime della repubblica islamica.
L’obiettivo della destabilizzazione permanente è stato colto in Iraq, precipitato nel caos da 17 anni, e in parte anche in Siria, nel mirino costante dei missili israeliani. Ma rimaneva e rimane l’influenza di Teheran in Iraq, a Damasco e soprattutto in Libano dove gli Hezbollah alleati di Teheran sono dotati di un arsenale missilistico che ha fermato Israele nel 2006. L’attentato americano contro Soleimani rientra in questa logica e non a caso il generale iraniano, dominus della politica estera e non solo militare nella regione, ieri rientrava a Baghdad proprio da Beirut. Era lui l’architetto della resistenza sciita che rivolgeva i suoi ammonimenti direttamente anche ai generali americani come Petraeus.

I VENTI DI GUERRA anticipati ieri dal titolo del manifesto per la Libia si sono puntualmente concretizzati in Iraq. Ma c’è di più: 24 ore prima che Qassem Soleimani e Al Muhandis venissero colpiti da un drone all’aereoporto di Baghdad il sito della tv saudita Al Arabiya pubblicava un articolo di Michael Pregent, ex agente Usa e consulente del governo iracheno, in cui si affermava esplicitamente: “E’ tempo di colpire Soleimani e Muhandis perchè sono loro i maggiori nemici degli Usa e dell’Arabia Saudita”.

TRA L’ALTRO l’ex agente – che tanto ex non è pur lavorando adesso per l’Hudson Institute – ci informava che il segretario di Stato Mike Pompeo aveva chiamato al telefono Hadi Al Amiri, parlamentare e capo delle brigate sciite Al Badr filo-iraniane, che aveva appena chiesto di mandare via i soldati americani dall’Iraq dopo l’attacco all’ambasciata Usa di Baghdad: insomma gli aveva fatto una telefonata di avvertimento, perché ormai tutti gli alleati iracheni dell’Iran sono nel mirino.
MA PER QUALE motivo gli Usa hanno colpito Soleimani proprio adesso? La sua presenza e la sua capacità organizzativa erano incompatibili con i piani americani di fare dell’Iraq una base operativa anti-iraniana. I segnali dell’escalation in Iraq si potevano cogliere già nelle settimane precedenti con gli attacchi Hezbollah agli Usa e le immediate repliche americane. Gli Usa stanno facendo le valigie dalla Turchia che ha accordi militari con la Russia e l’Iran: Incirlik per loro non è più una base sicura né per tenere le testate atomiche né per attaccare l’Iran.

ERDOGAN, che ha pure acquistato le batterie russe anti-missile S-400, non è più un alleato Nato affidabile e ha già chiuso Incirlik dopo il fallito golpe del 2016, concedendo poi assai di malavoglia la base agli americani per i raid contro il Califfato. Gli Usa hanno così rafforzato la loro presenza in Iraq, aggiungendo 750 militari ai 5mila già presenti e trasferendo una parte del loro arsenale balistico e le bombe nel caso gli Usa dovessero attaccare la Repubblica islamica. Insieme naturalmente ai droni che potrebbero avere colpito Soleimani anche dal territorio iracheno. Se fosse confermata questa ipotesi, come sembra adombrare alla Bbc l’informato agente Pregent, la tensione diventerà esplosiva. Questo è il “caos creativo” bellezza, e noi ci siamo in mezzo.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto





Crimine di guerra - un ponte per

Ciò che si temeva sta forse per succedere. Il conflitto che Stati Uniti e Iran stanno consumando sul corpo martoriato del popolo iracheno si sta trasformando in conflitto militare. L’azione militare all’aeroporto internazionale di Baghdad – che ha portato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e di altre sette persone – è un atto irresponsabile tanto più grave perché realizzato da un paese che è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si tratta di un atto, la rappresaglia e l’omicidio mirato, considerato dal diritto internazionale come un crimine di guerra.
Un crimine che si aggiunge al sostegno dato negli scorsi decenni prima a Saddam nella lunga guerra contro l’Iran, poi alla guerra contro l’Iraq, all’embargo, al caos e alla distruzione determinata nel paese dall’occupazione Usa.
Casus belli è stato il lancio di razzi su una postazione militare statunitense forse da parte di milizie filo iraniane, ma comunque non rivendicato e la cui origine non è stata individuata. Il regime di Teheran sta intervenendo pesantemente nel processo politico iracheno tentando di determinare la nomina del nuovo Primo ministro dopo che la protesta aveva imposto le dimissioni del precedente governo, ma il movimento di massa gli stava tenendo testa.
Se questa escalation non si fermerà l’Iraq precipiterà nuovamente in un bagno di sangue e verrà spazzata via la coraggiosa e generosa rivolta dei giovani e delle giovani irachene che da due mesi occupano le piazze di tutto il paese per chiedere la fine della corruzione, del sistema delle quote settarie introdotto dall’occupazione statunitense e la fine delle interferenze iraniane nella vita politica irachena (leggi anche La generazione dei sogni rubati di Cecilia Dalla Negra).
Trump, in difficoltà sul piano interno a causa dell’impeachment, sceglie deliberatamente di buttare benzina sul fuoco convinto che una nuova guerra possa contribuire alla sua rielezione. Certo è che la potente lobby bellico industriale che lo ha sempre appoggiato avrà un motivo in più per allargare il portafoglio e sostenerlo nella corsa per rimanere alla Casa Bianca.
Si tratta di una avventura che, se non fermata subito, rischia d’infiammare l’intera regione del Medio Oriente, allargandosi a macchia d’olio anche nel Mediterraneo.
Chiediamo al governo italiano e a quelli dell’Unione europea di condannare quanto accaduto e di dissociarsi apertamente da questa scelta di guerra. L’intera comunità internazionale deve operare per fermare l’escalation e chiedere alle forze armate straniere di lasciare l’Iraq.
Invitiamo il movimento per la pace a mobilitarsi contro il pericolo della guerra e a manifestare la propria solidarietà al popolo iracheno, sulla cui pelle si sta giocando questa sporca partita.
Noi siamo a fianco del popolo iracheno, vera vittima di questa dinamica perversa, e in particolare di quei giovani e quelle giovani che si battono per un futuro libero e indipendente del proprio paese e diciamo a tutti fermatevi, ritirate le vostre truppe e i vostri consiglieri militari, lasciate che gli iracheni e le irachene possano determinare liberamente il proprio futuro.

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