mercoledì 1 gennaio 2020

Perché opporsi alla tirannia tecnologica



Ad uso delle giovani generazioni

di Pièces et Main d’Oeuvre

Nel 2015 il gruppo Pièces et Main d’Oeuvre (che in realtà non si definisce né “gruppo” né “collettivo”, ma atelier di bricolage e di cui abbiamo già pubblicato un contributo su Malamente #15) è stato invitato a una discussione pubblica organizzata da studenti di Grenoble a partire da alcune domande: “che cosa hanno gli smartphone di così speciale da monopolizzare la nostra attenzione? L’uso di internet avvicina le persone o le allontana? Quando l’utilizzo di nuove tecnologie diventa eccessivo e dannoso per la salute (fisica e mentale)? Perché i giovani sono i più colpiti da tutto questo?”. Abbiamo tradotto la traccia del loro intervento perché ci sembra che senza tanti giri di parole descrivano efficacemente la perdita di autonomia e di libertà in cui siamo immersi, talvolta senza rendercene conto. In conclusione trovate anche una loro breve presentazione. Se volete seguire le attività del gruppo o ordinare il loro catalogo date un’occhiata al sito www.piecesetmaindoeuvre.com oppure contattateli direttamente (BP 27 – 38172 Seyssinet-Pariset). Intanto proviamo a contrastare i nostri tempi, ad aprire spazi di autonomia e a individuare i responsabili della “tirannia tecnologica”!
Sono passati alcuni anni da quanto a una conferenza alla FNAC [libreria] di Grenoble, Didier Marsacq, ricercatore al CEA (Commissariato per l’energia atomica) specializzato in micropile a combustibile per cellulari, dichiarava: “certamente, queste pile costeranno più care rispetto a ricaricare un telefono da una presa elettrica, ma il nostro target sono gli adolescenti, immaturi e meno razionali, e pensiamo che saranno attratti dalla tecnologia senza fili” (individuato per il suo senso del commercio, questo ricercatore è stato successivamente reclutato dal gruppo Sogeti come direttore commerciale per le vendite di soluzioni di cybersicurezza).
“Perché i giovani sono i più colpiti?” Perché i ricercatori vogliono che le loro invenzioni fruttino, gli industriali vogliono vendere sempre più gadget ai consumatori, i pubblicitari e gli addetti al marketing vi hanno identificato come i perfetti ingenui. Guardate come disprezzano i vostri diciassette anni. Vi piace essere dei “target” nel loro mirino?
Oltre alla vostra supposta “immaturità”, i venditori giocano sul fatto che voi non avete conosciuto che un mondo di chincaglieria elettronica. Ignorate come si possa vivere senza smartphone, computer, internet e altri dispositivi (in attesa dell’ultimo iWatch di Apple, senza il quale si vive bene lo stesso, non trovate?). Non avete l’età per poter paragonare la vita di prima (meno di vent’anni fa) e quella di oggi. Soprattutto, come vivreste senza queste tecnologienel mondo di queste tecnologie? Sareste informati della prossima serata senza uno smartphone? Senza Facebook? I vostri amici vi darebbero appuntamento senza Whatsapp? Osereste dire a scuola che non avete uno smartphone? O cercare un lavoro d’estate senza essere raggiungibili in ogni momento? Difficile, a meno di sopportare sarcasmi, incomprensioni, rifiuti.
Sapete come noi che lo smartphone e internet ci sono imposti. Per vivere nell’e-mondo, insieme ai suoi contemporanei, ognuno deve essere equipaggiato di interfacce di connessione. Altrimenti è come nuotare sott’acqua senza bombola d’ossigeno.
Ciò non è accaduto naturalmente. Voi non siete nativi digitali per via di un processo spontaneo, ma per volontà di Didier Marsacq e dei suoi colleghi, ingegneri, ricercatori, industriali, commercianti. La generazione dei vostri genitori, che è cresciuta in un altro tipo di mondo, non ha mai avuto voce in capitolo su questa rivoluzione. Nessuno l’ha consultata per sapere se desiderasse precipitare in un mondo digitale e se questo nuovo mondo gli sembrasse più invidiabile di un altro. Al contrario, il “techno-gratin” [insieme dei pezzi grossi della ricerca e dell’amministrazione, i cui legami determinano e sostengono lo sviluppo tecnologico] preoccupato di possibili opposizioni, ha messo in campo delle procedure per evitare ogni rifiuto (lo smacco degli OGM gli aveva insegnato la prudenza).
Non si tratta di rispondere ai bisogni reali, ma di trovare degli sbocchi redditizi per una tecnologia: “quando un concetto appare in rottura o avanti rispetto ai tempi lanciamo degli esperimenti che consistono nell’immergere degli individui in un ambiente futuro simulato, così da realizzare dei test di utilizzo. I prodotti progettati appaiono in questo modo maggiormente sensati per gli utilizzatori”. Così si presenta l’Idea’s laboratory del CEA-Minatec [www.ideas-laboratory.com; si tratta di un complesso dedicato alle micro e nano tecnologie, situato a Grenoble]. Un laboratorio in cui ricercatori, sociologi, designer, artisti, si domandano quali prodotti tecnologici potrebbero essere accettabili per la popolazione. Esempio: degli occhiali a “realtà aumentata”? È un nostro urgente bisogno? No, certamente. Ma i manipolari dell’Idea’s Lab ce lo vogliono vendere e hanno i mezzi per farcelo accettare, per acclimatarci a mutazioni tecnologiche che non abbiamo richiesto.

Secondo voi, che cosa cambia maggiormente le nostre vite: il colore del partito politico al potere o internet? Il mondo cambia perché abbiamo questo o quell’altro politico o perché l’informatica e le reti permettono di fare delle transazioni finanziarie globali alla velocità della luce? Avete capito che la tecnologia è politica fatta con altri mezzi, i più efficaci in effetti.
La politica, in democrazia, è affare di tutti. A ogni cittadino è richiesta la sua opinione negli affari collettivi. Non avendo mai deciso collettivamente di vivere in un mondo digitale, accelerato, iperconnesso, possiamo dire che stiamo vivendo sotto una tirannia tecnologica.
Per voi questa vita è normale. Gli animali nati allo zoo ignorano che potrebbero correre nella savana e per questo non soffrono – si pensa – a essere allevati in cattività. E voi? Di che cosa ignorate di soffrire?
Vi si dice che le nuove tecnologie sono “neutre”, né buone né cattive, e che bisogna solamente evitare il “cattivo utilizzo” o il loro uso “eccessivo”. Questa menzogna non resiste a un mini questionario:
1) Chi decide che un utilizzo sia buono o cattivo, e per chi? In quali circostanze?
2) Si possono salvaguardare gli utilizzi buoni ed eliminare quelli cattivi?
3) Si è mai riusciti, una volta in tutta la storia delle tecnologie, a eliminare i supposti cattivi utilizzi?
Risposta: la tecnologia è sempre buono e cattivo utilizzo. La tecnologia è ambivalente: ora buona, ora cattiva. Pretendere di distinguere è voler separare le due facce di una stessa medaglia. Questa è una banalità che però va ribadita senza sosta, tanto la propaganda è insistente.
E adesso la vera questione: in cosa la tecnologia (e tutti i suoi usi) cambia il mondo, le nostre vite, i nostri corpi, la nostra relazione con lo spazio e il tempo, con gli altri, con noi stessi? Internet e lo smartphone accelerano la vita sociale, fino a rendere estenuanti le giornate di lavoro (essere raggiungibili in ogni momento, rispondere immediatamente, fare dieci cose contemporaneamente, etc.) sopprimendo ogni tempo “morto” in cui si poteva ancora riflettere, avere delle idee, pensare per sé. La continua sollecitazione dall’esterno (ho ricevuto un messaggio? perché non mi risponde? cosa stanno facendo i miei amici? che succede altrove?) ci priva del legame vitale con la nostra interiorità. Da questa perdita derivano molte patologie individuali e sociali: depressione, sofferenza sul lavoro, sentimento di vuoto, suicidio, dipendenze, violenza etc.
Le nuove tecnologie ci separano dai noi stessi, ma fanno anche da schermo nei confronti del mondo reale, sensibile. Ci impediscono di comprendere la realtà con i nostri sensi, le nostre capacità di analisi. Con il naso sul GPS o sulle mappe dello smartphone non sappiamo più leggere il paesaggio, né orientarci nello spazio. La protesi elettronica ci mutila delle nostre facoltà. E che importa, direte voi: io, appunto, ho la mia protesi tecnologica! Ma quando si guasta, quando avete finito la batteria, quando perdete il vostro aggeggio tecnologico: panico generale. Siete del tutto dipendenti. E nemmeno lo specialista in tossicodipendenze potrà risolvere il problema.
Ma, ancor più grave: state perdendo il gusto dell’autonomia. Il piacere naturale di cavarsela contando sulle proprie forze (e l’aiuto degli amici). Per noi, studenti, non c’è maggiore soddisfazione di esser capaci di pensare e agire da soli. I vostri genitori hanno cercato di incoraggiarvi a diventare individui autonomi. Ma viviamo nell’epoca della “nomofobia” (paura incontrollata di rimanere sconnessi dalla rete di telefonia mobile), l’epoca in cui vivere sei mesi senza internet è una tale prodezza che merita un libro [si veda: Thierry Crouzet, J’ai débranché: comment revivre sans internet après une overdose, Parigi, Fayard, 2012]. La perdita di autonomia è irreparabile, visto che facilita il compito dei manipolatori, venditori di gadget e imbroglioni politici, amputando il nostro spirito critico, la nostra capacità di dire “no”. Le chiacchiere infestano internet, non solamente perché internet accelera la loro diffusione, ma perché domandando tutto a Google perdiamo l’abitudine di giudicare da soli. Ecco perché la “scuola digitale” è anche un crimine contro il pensiero.
Noi abbiamo scritto dei libri per illustrare le distruzioni delle nuove tecnologie: danni all’ambiente e alla salute, controllo generalizzato e perdita di libertà, etc. Vogliamo ora attirare la vostra attenzione su due punti in particolare:
1) Al di là di smartphone e internet, le nuove tecnologie occupano molti altri campi. Dai microchip elettronici RFID che invadono ogni centimetro del quotidiano e fanno del nostro ambiente un mondo-macchina pilotabile a distanza, ai robot che ci rimpiazzano in quasi ogni aspetto delle nostre vite, passando per i primi cyborg e i primi “organismi viventi artificiali”, un mondo nuovo si prepara senza di noi. Il suo carattere principale: l’eliminazione dell’umano. Ci stiamo trasformando in “oggetti comunicanti”, il mondo di domani sostituisce il governo degli individui con l’amministrazione delle cose.
2) La vostra generazione conoscerà gli effetti del cambiamento climatico, causato dalle “nuove tecnologie” degli ultimi cento anni (automobili, industrie, agricoltura industriale etc.).
Ma non è questo il solo lascito delle generazioni precedenti. In ciascuna di esse ci sono stati dei refrattari che hanno rifiutato di lasciarvi queste ferite. Queste minoranze hanno perso, in generale, ed è il loro scacco – e la potenza dei loro nemici – che ha così disfatto questo mondo. Avevano contro di loro i forsennati dell’industrializzazione, come quel presidente di industrie chimiche che strillava: “le generazioni future non ci daranno problemi, faranno come hanno fatto tutti!”.
Voi non siete responsabili del mondo che vi abbiamo lasciato, ma siete responsabili di quello che lascerete. Ci si dice che bisogna “vivere nel proprio tempo” (cioè che non abbiamo scelta). Noi pensiamo che il coraggio, oggi come ieri, sia di vivere contro il proprio tempo.
Persone della vostra età, nel maggio Sessantotto, avevano scritto: “Spegnete la tele, scendete in strada”.
Noi vi diciamo:
Gettate i vostri schermi, scendete in strada.
Lasciate la realtà virtuale per la vita reale.

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Pièces et Main d’Oeuvre: una breve presentazione
Pièces et Main d’Oeuvre, atelier di bricolage per la costruzione di uno spirito critico a Grenoble, è attivo dall’autunno 2000 con diverse modalità d’azione: inchieste, manifestazioni, riunioni, libri, volantini, manifesti, opuscoli, interventi sui media e su internet, etc.
Pièces et Main d’Oeuvre non è il nome di un collettivo, ma di individui politici. Noi rifiutiamo il pensiero politicamente corretto del gregarismo, che accorda valore solo a ciò che viene detto “collettivamente”, per ridurlo a conformismo, a pigrizia e a incapacità, nell’anonimato del gruppo. Non sollecitiamo persone “che facciano parte”, vogliamo invece allearci ogni volta che sia possibile e necessario, con altri che “facciano” per loro stessi.
Come rifiutiamo di identificarci con gli anonimi, quelli che non hanno mai la parola, così rifiutiamo di metterci sul piano dello specialismo tecnico, cioè quello stratagemma del sistema per depoliticizzare le prese di decisioni e spossessare i membri della società della loro responsabilità politica. Il rifiuto riguarda anche i “contro-esperti”, ovvero la trappola del sistema tecnico per infiltrare e ricondurre le opposizioni alla tirannia tecnologica.
In breve: pensiamo che la tecnologia – non le sue “derive” – sia l’aspetto fondamentale dell’odierno capitalismo, dell’economia planetaria globalizzata. La tecnologia è la continuazione della guerra, cioè della politica, fatta con altri mezzi. Se la polizia è l’organizzazione razionale dell’ordine pubblico – della città – e la guerra un atto di violenza per imporre la propria volontà agli altri, questa razionalità e questa violenza si fondono e culminano nella tecnologia. La tecnologia è il fronte principale della guerra tra chi ha il potere e chi non lo ha, quello che comanda gli altri fronti. Ogni innovazione tecnologica comporta infatti, a cascata, un peggioramento dei rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori su tutti i livelli.
Quanto alla nostra pratica, sappiamo che non si vince sempre con la forza numerica delle masse, ma anche che non si vince mai senza di loro e ancora meno contro di loro. Nessuno, ad oggi, ha trovato altri mezzi di trasformare le idee in forza materiale, e la critica in atti, che la convinzione delle larghe masse.
Noi sosteniamo che le idee siano decisive. Le idee hanno delle ali e delle conseguenze. Un’idea che vola di cervello in cervello diventa una forza d’azione irresistibile e trasforma i rapporti di forza. È per prima cosa una battaglia d’idee che noi, senza potere, lanciamo al potere, quindi dobbiamo essere innanzitutto produttori d’idee. E per produrre idee facciamo leva per prima cosa sulla critica sociale, alimento e condizione primaria, sebbene insufficiente, di ogni azione.
Se la critica impiega ogni mezzo, è l’inchiesta che li rende disponibili. Se siamo riusciti a seminare qualche dubbio, ad esempio sulle nanotecnologie e le tecnologie convergenti, sulla biometria, la tecnologia RFID e le neurotecnologie, sugli smartphone e ciò che vi è correlato, sulla distruzione del territorio e la cannibalizzazione operata dal sistema tecnico sull’ecosistema, lo abbiamo fatto a forza di inchieste, di continui contributi scritti e di interventi in occasione di eventi.
Una critica di cui possiamo enunciare alcuni tratti fondamentali.
Anticipare. Contestare prima piuttosto che a cose fatte. Essere offensivi piuttosto che sulla difensiva. Fare la differenza concentrandosi sui punti deboli piuttosto che girare attorno alle ovvietà. Studiare i sintomi attuali per risalire alla radice dei mali. Portare delle prove, lasciando al sistema il compito della sua difesa. Non denunciare mai le malefatte senza denunciare i malfattori. Non rispondere alle loro manovre diversive e di recupero. Non abbandonare mai la battaglia contro le necrotecnologie.
Speriamo che a Grenoble e altrove si moltiplichino i critici e le loro inchieste, che leghino il locale al globale, il concreto all’astratto, il passato al futuro, il particolare al generale, per demolire la tirannia tecnologica ed elaborare da tecnopoli a tecnopoli una conoscenza e una resistenza comuni.

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