lunedì 5 luglio 2021

Hostage of Europe, la trappola fatale del sistema di asilo europeo - Camilla Donzelli

 

 

L’appuntamento con Anwar è nella piazza principale del quartiere di Atene in cui abito. Dopo qualche giorno di contrattazione via mail, ha accettato di incontrarmi per rilasciare un’intervista. Lo riconosco subito: ha in spalla un grosso zaino e una custodia cilindrica contenente il banner che accompagna tutti i suoi sit-in, e indossa una maglietta a righe che ho già visto molte volte nelle foto pubblicate sui suoi canali social.

Hostage of Europe. Questo il nome della pagina Facebook di Anwar Nillufary, 34 anni, esule forzato da 15. Tre parole che riassumono perfettamente il suo percorso travagliato da richiedente asilo prima e da rifugiato poi. Tre parole che potrebbero essere probabilmente utilizzate per descrivere l’esperienza di moltissime altre persone in movimento, loro malgrado rimaste impigliate nella tela di ragno del sistema di asilo europeo.

È proprio tramite Facebook che sono venuta a conoscenza della storia di Anwar. La pagina che gestisce è lo strumento principale con cui documenta le sue proteste quotidiane. Ogni giorno – ormai da diversi anni – carica video e fotografie che lo ritraggono sotto alla sede degli uffici di qualche organizzazione internazionale, istituzione greca o ambasciata straniera. Nei suoi post descrive dettagliatamente le dinamiche che è costretto a fronteggiare, cercando di tenere viva l’attenzione sul suo caso e cercando, soprattutto, di ottenere delle risposte.

Anwar è ora seduto davanti a me, palesemente provato dall’ennesima giornata inconcludente. Gli chiedo se voglia dell’acqua; mi risponde di no. Ho la sensazione che abbia una grande urgenza di raccontare. La mia impressione si rivela corretta: Anwar parla per oltre due ore, senza sosta, senza tralasciare nemmeno il più piccolo dettaglio.

Mi racconta di aver lasciato il suo Paese di origine, l’Iran, all’età di 18 anni. Vittima di persecuzioni a sfondo politico e impossibilitato ad ottenere un passaporto iraniano, raggiunge il Nord dell’Iraq illegalmente, rischiando la vita durante l’attraversamento del confine. Lì si laurea da ingegnere civile e trova lavoro in una società di costruzioni. La paga è buona, e Anwar comincia a pregustare la possibilità di stabilizzarsi.

Ma ben presto le pressioni politiche si fanno sentire anche in Iraq. Anwar comincia a ricevere minacce, e alla società per cui lavora viene intimato di licenziarlo. L’unica via percorribile è ancora una volta la fuga. Anwar vorrebbe raggiungere gli Stati Uniti o il Canada con un visto, ma senza un passaporto è impossibile. Essendo residente in Iraq da diversi anni prova ad ottenere un documento iracheno, ma la procedura non va a buon fine.

Determinato ad evitare a tutti i costi quella fuga nell’illegalità di cui ha già suo malgrado fatto esperienza e che lo ha quasi portato alla morte, si rivolge allora agli uffici di UNHCR a Baghdad. Spiega loro la sua situazione, chiedendo un aiuto per essere ricollocato legalmente in un Paese in cui la sua vita non sia a rischio. Anche qui, nessuna risposta.

A quel punto ho dovuto fare una scelta, dice Anwar. Nessun documento, nessun lavoro, no soldi. Avevo bisogno di una vita stabile. Tutti hanno diritto a stabilità e sicurezza, e sia in Iran che in Iraq questo diritto mi era stato negato. Quindi sono dovuto scappare, ancora una volta illegalmente. Fino a quel momento non avevo nemmeno lontanamente preso in considerazione l’ipotesi Europa. Non era assolutamente nei miei piani, ma ho dovuto.

Anwar raggiunge la Grecia nel settembre del 2014, percorrendo quel sentiero ad imbuto che ad oggi è l’unica via per penetrare la Fortezza Europa.

Mettendomi in contatto con dei trafficanti ho raggiunto la Turchia, e da Izmir mi sono imbarcato verso le coste greche con un gruppo di altre persone. Una volta sbarcati sull’isola di Kos, mi sono separato dal gruppo e ho raggiunto la cima della montagna vicina per far asciugare i vestiti – completamente bagnati dopo la traversata. In qualche modo è stata la mia fortuna, perché in quel frangente il gruppo si è incamminato verso il villaggio vicino e lungo la strada sono stati tutti catturati dalla polizia.

Dopo aver passato due notti nei boschi dell’isola mi sono messo in contatto con il trafficante ad Atene, il quale mi ha a sua volta dato il contatto di una donna greca residente a Kos pagata per comprare biglietti a nome suo e permettere così ai richiedenti asilo di lasciare l’isola. Così, con in mano un biglietto a nome greco e senza bisogno di mostrare i miei documenti, ho preso il traghetto e sono arrivato ad Atene.

Ciò di cui Anwar parla altro non è che il risultato del cosiddetto “approccio hotspot”, introdotto a livello europeo nel 2015. Tale sistema consiste nella creazione di strutture di primissima accoglienza – gli hotspot, per l’appunto – in prossimità di zone di frontiera, con l’intento di rinforzare e velocizzare le procedure di identificazione, registrazione e smistamento dei richiedenti asilo.

Il sistema hotspot è al momento operativo in Italia e Grecia e, stando a quanto si legge nel documento esplicativo pubblicato dal Parlamento Europeo, sarebbe funzionale a supportare quei Paesi europei che si trovano a fronteggiare ingenti flussi migratori, snellendo l’iter e offrendo l’assistenza di agenzie europee specializzate quali Frontex, Europol ed EASO.

Nella realtà, il sistema hotspot rappresenta l’ennesimo dispositivo di controllo che comprime enormemente i diritti delle persone in movimento. Basti pensare al ruolo di Frontex: secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’organizzazione Mare Liberum, nel solo anno 2020 l’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha preso parte attiva al respingimento di oltre 9.000 persone in transito dalle coste turche a quelle greche.

Ma non solo. Nel quadro legislativo nazionale greco il sistema hotspot si è tradotto in una sorta di riserva geografica, in base alla quale i richiedenti asilo entrati in Grecia tramite le isole sono vincolati alla permanenza nel luogo di sbarco. Ciò significa che chi  fa domanda di protezione internazionale su un’isola greca lì dovrà rimanere fino alla definizione della procedura – che ha mediamente una durata molto lunga. E le condizioni di vita nei campi collocati sulle isole egee sono tristemente note.

D’altra parte, basta dare un’occhiata alla distribuzione geografica dei centri hotspot per capirne la logica: marginalizzare il più possibile – nel senso più letterale e fisico del termine – chi giunge in Europa in cerca di rifugio, circoscrivendone all’estremo la possibilità di movimento per poter agevolmente operare eventuali respingimenti o deportazioni.

Per questo Anwar può definirsi relativamente fortunato. La mancata cattura da parte della polizia gli ha risparmiato la registrazione forzata sull’isola di Kos, permettendogli così di trovare uno stratagemma per raggiungere la capitale greca e provare a raggiungere la destinazione realmente desiderata.

Ad Atene ho raggiunto la casa del trafficante. Lo avevo già pagato, ma a quel punto ha cominciato a chiedermi altri soldi. L’accordo iniziale era di 2.500 euro – il prezzo stabilito per attraversare il confine fra Grecia e Turchia. Alla fine ho speso 7.000 euro, con la promessa di poter raggiungere il Canada. Sempre per vie illegali, ovviamente. 

In quel momento non avevo idea di come funzionasse il sistema in Europa. Non avevo altra scelta che fidarmi dei trafficanti. 

Ma una volta vista la situazione ad Atene ho capito che non sarebbe finita bene quindi, di nuovo, mi sono dato da fare per cercare una soluzione alternativa. Ho cercato di mettermi in contatto con UNHCR, con l’Ambasciata americana e con l’Ambasciata australiana tramite email, spiegando loro che ero sopravvissuto ad un viaggio in mare e che in quel momento mi trovavo nelle mani di un trafficante. Nessuna risposta.

Dopo essermi recato personalmente presso gli uffici di UNHCR ed essere stato mandato via malamente dagli agenti della sicurezza privata, sono riuscito a recuperare un numero di telefono e a parlare con qualcuno. Ricordo di aver specificato chiaramente che non volevo rimanere in Grecia, perché la mia breve permanenza prima a Kos e poi ad Atene mi aveva già dato un assaggio di ciò che mi aspettava. In più, nella casa del trafficante avevo sentito molte brutte storie che avevano confermato il mio presentimento. 

Mi dissero di non preoccuparmi, spiegandomi che l’unica via legale per me era fare richiesta di asilo in Grecia, attendere la fine della procedura e, una volta ottenuti i documenti, trasferirmi nel Paese di mia scelta. Ho poi scoperto che non era vero: il sistema non funziona affatto così. 

Anwar ha ragione. Il sistema d’asilo europeo è fondamentalmente una trappola. E se lo volessimo pensare come una trappola composta da più marchingegni, il Regolamento Dublino sarebbe di sicuro la tagliola che azzoppa il malcapitato, impedendogli di muoversi.

Il Trattato di Dublino – entrato in vigore nel 1997 e successivamente modificato nel 2003 e nel 2013, ma sempre rimasto invariato nella sostanza – è quel documento che stabilisce le regole e i meccanismi atti a determinare lo Stato competente all’esame di una domanda di asilo presentata in uno dei Paesi membri dell’Unione Europea.

Specificamente pensato per prevenire il fenomeno del cosiddetto asylum shopping (ovvero la pratica di fare richiesta di asilo in più Paesi diversi), il Trattato prevede il principio del Paese di primo approdo: la presa in carico della richiesta di asilo ricade sullo stato europeo in cui il richiedente ha effettuato il primo ingresso. Ciò si traduce in una fisiologica congestione dei Paesi sud-europei – in primis Grecia e Italia -, Paesi i cui scarsi strumenti di welfare rappresentano un grosso ostacolo per l’accoglienza e il successivo percorso di stabilizzazione di chi giunge in cerca di rifugio.

La chiave per l’applicazione concreta del Trattato è il sistema Eurodac, una banca dati condivisa a livello europeo in cui ciascuno Stato può accedere alle informazioni rilevanti (dati personali, impronte digitali, frontiera di ingresso) per verificare se un richiedente abbia già fatto domanda da un’altra parte o meno. In caso positivo, il Regolamento prevede che la persona in questione venga rispedita nel Paese risultato responsabile della presa in carico della procedura.

Ma non finisce qua. Anche quando la procedura si conclude con il riconoscimento dello status di rifugiato – e quindi con il rilascio di un permesso di soggiorno e di un titolo di viaggio equipollente ad un passaporto – spostarsi in un Paese che non sia quello in cui l’iter è stato espletato è molto difficile.

Il quadro legislativo europeo stabilisce infatti che i titolari di protezione internazionale possano soggiornare in Stati esteri per un massimo di tre mesi e solo per ragioni di turismo. Nel caso in cui l’intenzione sia quella di trasferirsi in maniera stabile e svolgere attività lavorativa, il percorso da seguire è lungo e insidioso: occorre rinunciare alla protezione ottenuta – e quindi ai documenti rilasciati – e aprire una procedura ex novo nel Paese prescelto, procedura che ovviamente varia per meccanismi e tempistiche in base alla cornice legislativa nazionale.

Anwar è venuto a conoscenza di tutti questi cavilli a proprie spese.

Decisi di fare richiesta in Grecia, con l’idea di partire non appena avessi ottenuto i documenti. Dopo 10 mesi di attesa mi venne riconosciuto lo status di rifugiato. In quell’arco di tempo avevo continuato a tenermi in contatto con UNHCR e le ambasciate di Canada e USA per chiedere loro di aiutarmi non appena i miei documenti fossero stati pronti. L’Ambasciata canadese mi disse che la sede di Atene non si occupava della lavorazione di questo tipo di richieste, e che mi sarei dovuto rivolgere agli uffici di Roma.

Così feci. Il giorno stesso in cui ritirai il mio permesso di soggiorno e il mio titolo di viaggio partii per l’Italia. Raggiunsi immediatamente l’ufficio immigrazione dell’Ambasciata canadese, e lì mi dissero che avevo bisogno di un referral scritto e firmato da UNHCR. Così mi recai agli uffici UNHCR di Roma, dove mi dissero che per il referral avevano a loro volta bisogno di una richiesta scritta da parte dell’Ambasciata. Andò avanti così per giorni, con un rimpallo continuo di responsabilità da una parte all’altra.

Il soggiorno a Roma mi stava costando troppo, e data la situazione di stallo mi sembrava uno spreco di risorse economiche. Non vedevo soluzioni all’orizzonte. Pensai così di raggiungere il Regno Unito e fare richiesta di asilo lì.

Mi diressi verso la Francia e raggiunsi Calais, dove passai una notte con l’intento di attraversare il canale della Manica. Quella notte fu sufficiente per farmi cambiare idea: vidi la situazione nell’accampamento [“la giungla”, al tempo il più grande accampamento informale d’Europa, ndr] e parlai con molte persone che mi raccontarono storie orribili. Capii che non era il caso di fare quel tentativo.

La mattina successiva presi il primo treno e mi diressi verso Nord. Dopo due giorni di viaggio mi ritrovai in Svezia. Senza averlo pianificato, senza alcun tipo di contatto, senza conoscere la lingua e senza un posto dove stare. Mi sentivo completamente spaesato. Stavo solo seguendo il fluire disordinato delle cose, senza avere la possibilità di programmare niente. Non ero preparato per nulla di tutto quello che stava accadendo. 

A Stoccolma mi rivolsi all’ufficio immigrazione. Mi portarono in un centro di accoglienza, e dopo due giorni venni convocato per la prima intervista. Le domande furono solo due: mi chiesero se avessi mai fatto richiesta di asilo in un altro Paese europeo e se fossi in possesso di qualche documento rilasciato dal suddetto eventuale Paese. La mia risposta ad entrambe le domande fu ovviamente sì. Mi dissero immediatamente che il mio caso in Svezia era chiuso e che rientravo nel Regolamento di Dublino. 

Mi portarono in un villaggio vicino a Uppsala, in un centro di detenzione, dove rimasi per due mesi in attesa di essere rispedito in Grecia. Mi misi in contatto con varie organizzazioni – Caritas, No one is illegal, ecc. – per ottenere del supporto legale ed evitare la deportazione, ma non ottenni alcuna risposta. 

Trovandomi in un vicolo cieco, cominciai uno sciopero della fame. Ma anche questo non servì a nulla. Il giorno della deportazione mi misero su un aereo, consegnarono tutta la mia documentazione al pilota e mi dissero: le autorità greche ti stanno aspettando. 

Per farsi un’idea dell’impatto concreto del Trattato di Dublino, basta dare uno sguardo alle statistiche pubblicate da Eurostat. I dati disponibili più recenti sono relativi all’anno 2019, e riguardano le richieste di trasferimento da un Paese europeo all’altro ai sensi del Regolamento.

L’Italia è lo Stato membro che ha ricevuto più richieste di ripresa in carico: ben 34.921. Un numero davvero notevole, se si considera che l’ammontare totale delle persone approdate sulle coste italiane nel biennio 2018-2019 è inferiore: 34.842.

Seguono la Germania, con 23.710 richieste; la Grecia, con 13.382 richieste; e la Francia, con 10.668 richieste. Numeri considerevoli, a cui corrispondono altrettante deportazioni e, soprattutto, altrettanti progetti migratori puntualmente frustrati.

Come il piano di Anwar, che dopo tanta fatica si ritrova nuovamente al punto di partenza.

Non appena atterrato ad Atene la polizia mi prelevò al gate dell’aeroporto e mi portò alla vicina centrale, dove venni trattenuto per svariate ore. Una volta libero mi misi immediatamente, nuovamente in contatto con UNHCR. E di nuovo, nessuna riposta.

O meglio: l’unica risposta che ottenevo era la polizia, che puntualmente veniva a prelevarmi sotto gli uffici di UNHCR – dove io chiedevo soltanto di poter parlare con qualcuno! – mi portava alla centrale, mi perquisiva e mi tratteneva per ore in uno stanzino sporco. Tutto questo accadeva abitualmente, senza che nessuno alzasse un dito o semplicemente desse un cenno di riposta alle mie richieste.

Nel frattempo stavo cercando aiuto presso altre organizzazioni non governative greche facendo telefonate, mandando mail e recandomi personalmente presso le loro sedi. Avevo bisogno di supporto legale: nulla. Avevo bisogno di un posto dove stare: nulla. Avevo bisogno di supporto economico: nulla. Tutto questo andò avanti per un anno e mezzo, fino a che non arrivai a pensare che tutto quello che stavo passando era pura follia. 

Nel marzo del 2017 mi procurai una tenda e delle coperte e mi piantai davanti alla sede di UNHCR. Cominciai il mio primo sciopero della fame, durato 64 giorni. Anche in quei due mesi, benché fossi allo stremo delle forze, qualcuno da dentro gli uffici si ostinava a chiamare la polizia. E tutti i giorni, almeno tre volte al giorno, venivo prelevato e trattenuto per ore nella cella della centrale. In quel periodo persi anche la mia prima tenda – il mio unico riparo. Distrutta dalla polizia, il primo giorno di sciopero della fame. 

Al termine dello sciopero, grazie anche al supporto di un gruppo di rifugiati, Anwar riesce ad ottenere un colloquio con dei funzionari di UNHCR.

Mi dissero che non avevano uno specifico programma di ricollocamento, ma che avevano la possibilità di fare una richiesta speciale in circostanze particolari. Tuttavia, non avevano intenzione di applicare questa opzione al mio caso perché altrimenti troppe altre persone si sarebbero rivolte a loro chiedendo la stessa cosa. In sostanza mi stavano dicendo: sappiamo bene che le condizioni di vita qui in Grecia sono dure, ma abbiamo deliberatamente deciso di non soddisfare la tua richiesta per non creare un precedente.

Alla fine del colloquio mi dissero che, nonostante quanto specificato, c’era una piccolissima, remota possibilità di lavorazione del mio caso. Ma avrebbero avuto bisogno di tempo. Due anni, mi dissero. E aggiunsero che non mi sarei dovuto aspettare alcun tipo di assistenza in quest’arco di tempo.

Fu a quel punto che cominciai a farmi pubblicità da solo, aprendo i miei canali social per raccontare quello che mi stava succedendo. Continuai la mia protesta quotidiana sotto la sede di UNHCR. Continuarono gli arresti da parte della polizia, le perquisizioni, il sequestro e la distruzione dei miei effetti personali. Mi venne recapitata anche una diffida emanata del Tribunale, in cui si stabiliva che dovevo mantenermi ad almeno tre metri di distanza dalla porta d’ingresso dell’ufficio.

Tutto questo andò avanti per parecchio tempo, fino a che non passammo al livello successivo: le denunce e i conseguenti processi in Tribunale. Ad oggi sono stato costretto a comparire davanti ad un giudice 24 volte e incarcerato 5 volte. 

Nel 2018 sono stato rinchiuso in un centro di deportazione. Lo scorso anno ho perso la mia quinta tenda, distrutta insieme a tutti i miei effetti personali (coperte, telefono, cibo) mentre mi trovavo di nuovo in detenzione. Tutto questo solo per aver condotto una protesta pacifica sotto gli uffici di UNHCR. Protesta che, se si fosse conclusa con l’ascolto delle mie legittime richieste, non si sarebbe di certo prolungata così tanto.

Nell’estate del 2020 Anwar annuncia un nuovo sciopero della fame, interrotto dopo 73 giorni perché un gruppo di persone residenti in Canada gli offre aiuto per il ricollocamento tramite il sistema di sponsorship. Nel frattempo riesce anche ad ottenere un po’ di visibilità su alcuni media mediorientali, e avvia una campagna di raccolta fondi per coprire le spese di sopravvivenza.

Al termine dello sciopero Anwar subisce due ospedalizzazioni. La sua salute è in condizioni veramente precarie, rischia quasi la vita. I medici gli comunicano che la prolungata astinenza dal cibo ha causato delle serissime ripercussioni sul suo organismo, e che da questo momento in poi dovrà fare molta attenzione e seguire una dieta specifica.

Nel frattempo l’emergenza Covid è scoppiata nuovamente, e la Grecia piomba in un lockdown completo. Anwar necessita di riposo, e in più la situazione generale gli impedisce di proseguire con le sue proteste. Trova riparo a casa di una donna greca che gli aveva dato una mano durante l’ospedalizzazione, e utilizza buona parte dei soldi ricevuti con le donazioni per pagare l’affitto e procurarsi nuovamente i dispositivi elettronici che gli servono.

Contestualmente la già debole attenzione mediatica sul suo caso si spegne del tutto, e quelle persone che dal Canada gli avevano promesso aiuto ritrattano.

Dopo la fine del lockdown, all’inizio del 2021, Anwar si ritrova di nuovo per strada. Ancora una volta, completamente solo. E ancora una volta, determinato a farsi ascoltare.

Continuerò a fare quello che sto facendo fino a che non avrò prosciugato l’ultimo centesimo dei soldi che ho, dopodiché sarò probabilmente costretto ad annunciare un nuovo sciopero della fame. Non so precisamente quando, ma sono certo che accadrà. Non ho altra scelta.

Ogni giorno vado a protestare sotto qualche ufficio e cerco di raccogliere qualche firma per la mia petizione. La sera mi reco alla Libreria Nazionale Greca, l’unico posto dove posso utilizzare l’elettricità per ricaricare i miei dispositivi elettronici e il wifi per aggiornare i miei canali social con foto e video. Quando finisco, solitamente a tarda notte, piazzo il mio sacco a pelo nei cespugli vicino all’edificio e dormo lì. La mattina successiva tutto ricomincia. Questa è la mia vita ora. L’hanno resa una beffa.

Cosa succederà? Non lo so. Risolveranno il mio problema? Non lo so. Qualcuno sarà disposto ad ascoltare quello che ho da dire? Non lo so. Tutto quello che so è che sto chiedendo riposte ovunque, a tutti. Ho scritto email, fatto telefonate, parlato con così tante persone. Sono un beneficiario di protezione internazionale e sto solamente chiedendo di poter avere una vita stabile e dignitosa in un posto che sia in grado di offrirmi delle possibilità in questo senso. Voglio lavorare, studiare. Voglio avere una vita normale. 

L’esperienza di Anwar è rappresentativa. Svela tutte le falle e i paradossi del sistema di asilo europeo, un meccanismo nominalmente legale, ma sostanzialmente generatore primario di situazioni di illegalità: Anwar costretto ad affidarsi a dei trafficanti per raggiungere l’Europa, data la totale assenza di altri canali; Anwar costretto a lasciare l’isola di Kos con uno stratagemma; Anwar che vaga per l’Europa e si ritrova in Svezia, dove la sua permanenza è inammissibile ai sensi del Regolamento di Dublino; Anwar che mi confessa di aver smesso di rinnovare i suoi documenti greci perché non ne vede l’utilità.

Sorgono anche delle domande sul ruolo di organizzazioni internazionali come UNHCR (già messo in discussione a seguito di quanto emerso circa il loro operato in zone come la Libia, o nel processo di esternalizzazione delle frontiere europee), il cui mandato è teoricamente quello di garantire protezione a richiedenti asilo e rifugiati, lavorando nel loro esclusivo interesse.

La storia di Anwar getta delle ombre sui principi fondanti di tali organismi, e viene da chiedersi se il loro operato non sia in qualche modo double face: da una parte, soddisfare la naturale necessità di un agire etico di fronte alle richieste di aiuto di esseri umani in difficoltà; dall’altra, mantenere quello status quo che agli Stati-nazione tanto sta a cuore.

Per chiudere con le parole di Anwar:

Non sto chiedendo nulla di impossibile. Sto chiedendo qualcosa che è un mio diritto. Non capisco tutta questa ostinazione. Non siete in grado di offrirmi ciò di cui ho bisogno? Bene, lasciatemi libero di andare da un’altra parte. Perché trattenermi qui e costringermi ad affrontare tutto questo?

 

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Elisa Loncón presidente dell'Assemblea Costituente - Tonio Dell’Olio




Oggi, mentre da noi era notte, nell'aula del Congresso del Cile sono risuonate forti e chiare le parole nella lingua dei Mapuche.

Le ha pronunciate Elisa Loncón, appena eletta presidente dell'Assemblea Costituente. Si tratta dell'assise votata dal popolo per scrivere la nuova Costituzione che andrà a cambiare quella entrata in vigore nel 1980 con la dittatura di Augusto Pinochet. Ma il primo ed entusiasmante segnale di cambiamento è che su 155 membri di quell'organismo, ben 96, in seconda votazione, hanno votato per Elisa Loncón. Elisa è una donna mapuche che, pur essendosi laureata in lettere, essere riconosciuta come linguista di valore e docente universitaria a Londra, non ha mai tagliato il cordone ombelicale con la sua gente. Dice che con questa elezione ha realizzato il sogno degli antenati ma, soprattutto, vuole scrivere la Carta di uno Stato plurinazionale che riconosca e valorizzi le diversità. "La Costituente sarà partecipativa" - ha detto - ed ha annunciato che per questo si è deciso che gli organi direttivi siano a rotazione per dare spazio a tutte le componenti rappresentate. 

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Perché dovrebbero inginocchiarsi? - Francesco Giorgioni

 

La Federazione Italiana Giuoco Calcio e la nazionale, intesa come selezione, hanno assunto una posizione incomprensibile riguardo all’iniziativa antirazzista prima delle partite. “Ci inginocchiamo se si inginocchiano gli altri” è, semplicemente, una risposta demenziale, priva di logica.
Guardiamo però in faccia la realtà: perché i calciatori italiani dovrebbero inginocchiarsi, se non credono davvero in questa iniziativa antirazzista?
Perché li si dovrebbe costringere ad una messinscena ipocrita, se non sentono alcun trasporto verso quel monito?

Badate bene che io non li sto giustificando né criticando, io semplicemente guardo in faccia alla realtà.
I calciatori della nazionale sono lo specchio dell’Italia, in tutta la sua multiforme complessità.
Dell’Italia migliore, dell’Italia peggiore.
Un’Italia che, stando agli ultimi sondaggi politici, vede la somma di Lega e Fratelli d’Italia oltre il quaranta per cento del gradimento elettorale.
Un’Italia in cui troppa gente crede ancora che il razzismo sia nulla più che una strumentalizzazione, un’arma di propaganda della parte sinistra del nostro arco costituzionale.
I calciatori della nazionale sono ragazzi ventenni o trentenni cresciuti in questo clima culturale.
Per quanto ricchi e famosi, questi giovanotti non vivono in una bolla: sono figli del loro tempo. Si aggiunga il fatto che questa nazionale non ha neppure, tra i suoi convocati, un calciatore di colore.
Per un Claudio Marchisio che non perde occasione per scagliarsi contro ogni forma di discriminazione, tanti altri preferiscono non prendere posizione: il che è già, di per sé, una presa di posizione.
Ma il problema riguarda tutto l’ambiente del calcio, non solo i giocatori.
Due anni fa, nell’aprile del 2019, si giocò a Cagliari un Cagliari – Juventus investito da violente polemiche sulla questione degli ululati razzisti allo stadio. A denunciarli furono, in particolare, due calciatori di colore della Juventus, Moise Kean e Blaise Matuidi.
Il diciannovenne Kean segnò un gol e non trattenne un’esultanza provocatoria verso la curva da cui erano giunti gli ululati. La conclusione fu paradossale: furono lui e il suo compagno Matuidi a finire sul banco degli accusati, avendo osato sfidare l’intoccabile pubblico.
A rimproverare Kean fu, uno per tutti, Leonardo Bonucci, senatore della Juventus, lo stesso che nei giorni scorsi ha rappresentato la incomprensibile posizione della nazionale con spericolati equilibrismi dialettici: disse che Kean aveva sbagliato.
Il dibattito ebbe anche un acceso strascico su Sky, a fine partita, protagonisti il presidente del Cagliari Giuseppe Giulini e il commentatore Lele Adani.
Traggo dalla testata Il Post le dichiarazioni del presidente Giulini di quell’aprile 2019, perché le trovo molto significative di quale sia il grado di sensibilità del calcio verso il problema delle discriminazioni razziali. Significative anche nell’ordine dei concetti espressi:
“Evitiamo moralismi – ha esordito il numero uno del club sardo nello studio con Cattaneo i suoi ospiti -. Se quell’esultanza l’avesse fatta Bernardeschi la reazione del pubblico sarebbe stata la stessa”. Insomma, non c’entra il razzismo secondo Giulini: i tifosi avrebbero reagito a una provocazione del giocatore. “Kean ha sbagliato, come del resto hanno detto anche i giocatori della Juve (Bonucci nell’intervista flash a fine partita, ndr) – ha proseguito -. Colpe a metà? Sì, ma dopo l’esultanza. Prima la colpa è del giocatore. In ogni caso io ho sentito soprattutto fischi in realtà. Cori razzisti? Se ci sono stati vanno condannati ovviamente”.
Davvero ci potevamo aspettare una nazionale schierata apertamente contro il razzismo, cosciente del potente valore simbolico dei suoi gesti?
Ma, infine, avrebbe senso chiedere di inginocchiarsi a gente che non riconoscere alcun valore a quel gesto?

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domenica 4 luglio 2021

ARMI. L’Italia le dona al Niger obsolete e deteriorate - Antonio Mazzeo

 

Abbiamo donato di tutto in questi anni ai Paesi del continente africano con la malacooperazione. Cibi scaduti e avariati, macchinari non funzionanti e tanti rifiuti, speciali, tossici e finanche radioattivi, spesso finiti sotto la sabbia del deserto del Sahara. Adesso in “regalo” arrivano pure le attrezzature e gli armamenti delle forze armate italiane considerati in patria come vetusti e obsoleti, inutilizzabili e irreparabili. Il 6 maggio 2021 il Ministero della Difesa ha trasmesso al Parlamento uno schema di decreto predisposto di concerto con il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, concernente la “cessione a titolo gratuito di materiale di armamento a favore delle Forze Armate della Repubblica del Niger”. Il provvedimento, indicato con il numero 258/2021, è stato assegnato alle Commissioni Esteri e Difesa delle due Camere che dovranno esprimere un parere entro un brevissimo lasso di tempo. (1)

Nello specifico, lo schema di decreto prevede il trasferimento ai militari nigerini entro la fine di quest’anno di 250 giubbetti antiproiettile per addestramento, 250 elmetti in kevlar (fibra sintetica altamente resistente alla trazione), 10 caschi balistici e 8 tute antiframmento con relativi contenitori. “La cessione a titolo gratuito è da considerarsi senza costi per l’Amministrazione della Difesa”, riporta la specifica relazione predisposta dallo Stato Maggiore della Difesa. “Scopo del provvedimento è quello di rafforzare la collaborazione e la cooperazione tra le Forze Armate italiane e le Forze Armate nigerine; esso si inquadra nell’ambito dell’attività di sostegno alle istituzioni nigerine e avviene nell’ottica di accrescere l’interoperabilità tra i rispettivi dispositivi, premessa indispensabile per operare congiuntamente e sinergicamente nelle varie situazioni di crisi (in via sia bilaterale sia multilaterale)”.

 

A prima vista, dunque, si tratterebbe dell’ennesima donazione di sistemi bellici in surplus a favore di un alleato strategico nella “lotta al terrorismo” internazionale, così come avviene, purtroppo, da diversi anni a questa parte in ambito italiano e NATO. A leggere bene la relazione della Difesa, sembra però più probabile che a Roma qualcuno abbia trovato il modo di disfarsi a costo zero di materiali e attrezzature militari ormai del tutto inutili, se non dannosi. “Viene fatto presente che i materiali di armamento oggetto di cessione risultano obsoleti per cause tecniche”, riporta lo Stato Maggiore. “In particolare, i giubbetti antiproiettile e gli elmetti in kevlar risultano obsoleti a causa dell’impossibilità e della non economicità ad effettuare degli interventi di rispristino e di mantenimento delle caratteristiche prestazionali e di protezione originarie indispensabili per poterli impiegare per fini operativi”. Va ancora peggio con le tute antiframmentazione RAV 50: esse risultano “obsolete” a causa della “vetustà del materiale e della progressiva scadenza di validità della protezione balistica dei vari lotti che non hanno superato le prove balistiche per l’estensione della vita”. Insomma – e scusate il cinico gioco di parole – inutile che qualcuno le indossi ancora per salvarsi la vita, perché è stato del tutto impossibile allungarne la vita…

Nel report consegnato ai membri delle due commissioni parlamentari, la cessione del materiale è giustificata dal fatto che “esso è già presente in teatro operativo ed è stato utilizzato per l’addestramento del personale militare nigerino nell’ambito dell’attività di collaborazione e di cooperazione con il paese africano”. Inoltre, il provvedimento governativo “trae la propria base giuridica nelle disposizioni dell’articolo 311 del decreto legislativo n. 66/2010 (Codice dell’ordinamento militare) in forza del quale il Ministero della difesa è autorizzato a cedere a titolo gratuito materiali non d’armamento, dichiarati fuori servizio o fuori uso, a Paesi in via di sviluppo e Paesi partecipanti al Partenariato per la Pace, nell’ambito dei vigenti accordi di cooperazione, ovvero a organismi di volontariato di protezione civile”. Sempre secondo le norme legislative, “la cessione di materiali d’armamento dichiarati obsoleti per cause tecniche in favore di tali soggetti è consentita esclusivamente per materiali difensivi previo parere vincolante delle competenti Commissioni”.

 

Nell’odierna legislatura, altre due volte il governo ha richiesto e ottenuto il via libera al trasferimento di sistemi d’arma a favore di forze armate straniere; una prima volta al Dipartimento delle truppe dei carabinieri moldavo, la seconda a favore delle forze di polizia della Repubblica Federale di Somalia.
Con le autorità di governo del Niger, il 26 settembre 2017 l’Italia ha sottoscritto un Accordo di Cooperazione Generale in materia di Difesa che è entrato in vigore il 30 agosto 2019. Come si specifica nella documentazione allegata allo scheda di decreto pro-cessione dei “materiali obsoleti”, le forze armate dei due paesi hanno poi concordato anche due note verbali (la n. 699/20 e la 702/20) volte a consentire l’alloggiamento del nucleo di ricognizione dei militari italiani durante le fasi iniziali della missione presso i compound francese e statunitense in Niger, nonché “il libero passaggio con le uniformi, le armi e i mezzi, l’importazione e l’esportazione di equipaggiamenti, materiali, mezzi, prodotti di consumo, bagagli senza dover pagare tasse o imposte, nonché ottenere il rilascio di visti senza alcuna spesa”. Lo Stato Maggiore della Difesa fa inoltre sapere che è in fase di autorizzazione una nuova nota verbale “volta ad ottenere a titolo gratuito e fino al termine della missione una porzione di terreno all’interno dell’aeroporto di Niamey, nonché ulteriori facilities”.

“La Difesa italiana ha avviato con il Niger una cooperazione bilaterale strutturata di durata pluriennale”, prosegue il documento governativo. “La prima riunione bilaterale ha avuto luogo a Niamey dal 26 al 28 ottobre 2020 e ha previsto intensi colloqui con i vertici dello Stato Maggiore delle Forze Armate e della Gendarmeria Nazionale del Niger, al termine dei quali le parti hanno finalizzato e sottoscritto il primo Piano di Cooperazione per l’anno 2021, avviando un progetto finalizzato allo sviluppo delle prioritarie capacità della Difesa nigerina (tra cui i settori Forze Speciali, Gendarmeria, C-IED e Sanità militare) emerse negli incontri”. Sempre alla prima riunione bilaterale, i vertici militari italiani hanno avuto conferma che il Ministero della Difesa nigerino “ha già approvato – con l’avallo della Presidenza della Repubblica – la concessione del terreno per la costruzione del compound della Missione bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger (MISIN)”. L’autorizzazione alla realizzazione della prima base militare italiana nell’Africa sub-sahariana ha subito ritardi di tipo burocratico, dovuti – sempre secondo la Difesa – “alla situazione pre-elettorale” (le elezioni parlamentari e presidenziali in Niger sono state fissate per il 27 dicembre 2021). “La seconda riunione bilaterale – conclude il Ministero – avrà luogo nel corso del prossimo anno (presumibilmente già nel mese di luglio), con la firma del Piano di Cooperazione 2022 e di una Roadmap pluriennale (2022-2026), che fornirà una vision nel breve-medio termine della collaborazione militare tra i due Paesi”.
La Missione bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) è stata deliberata dal Consiglio dei Ministri il 28 dicembre 2017 con l’obiettivo ufficiale di “incrementare le capacità di contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza da parte delle autorità nigerine e degli altri Paesi del G5 Sahel (Mauritania, Ciad, Burkina Faso e Mali), nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area”. La Missione MISIN può operare anche in Mauritania, Nigeria e Benin e, sempre secondo la Difesa, ha “anche lo scopo di garantire la raccolta informativa in merito al traffico degli esseri umani e concorrere alle attività di sorveglianza del territorio e delle frontiere, nonché di addestrare le Forze Speciali nell’area di Agadez e la componente aerea della Repubblica del Niger”.

 

Sempre in Sahel l’Italia partecipa con 200 uomini, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei alla Forza Multinazionale “Takuba”, posta sotto il comando dell’Opération Barkhane a guida francese. Oltre a Italia e Francia, “Takuba” vede la partecipazione di altri sei paesi europei: Belgio, Estonia, Olanda, Portogallo, Repubblica ceca e Svezia.
“Con la task force si prevede di fornire attività di consulenza, assistenza, addestramento e mentorship a supporto delle forze armate e delle forze speciali locali (…) nel contrasto alle minacce per la sicurezza derivanti da fenomeni di natura terroristica transnazionale e/o criminale”, spiega il ministero della Difesa. “La partecipazione italiana risponde, altresì, all’esigenza di tutela degli interessi nazionali in un’area strategica considerata prioritaria (…) poiché rappresenta un importante snodo logistico per lo scambio di armi e per i traffici illeciti, utilizzato dalle organizzazioni terroristiche operanti nel Sahel, prima fra tutte AQIM (Al-Qaida nel Maghreb Islamico)”.

A riprova del crescente impegno diplomatico-militare italiano nella regione sub-sahariana, lo scorso 2 giugno, festa della Repubblica, il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio si è recato in visita ufficiale in Niger per incontrarsi con i vertici governativi e militari locali. Prima di lasciare il paese, Di Maio si è recato in visita all’accampamento dove è ospitato il contingente italiano della Missione MISIN. A Niamey, quattro giorni più tardi, alla presenza dell’incaricata di affari dell’Ambasciata italiana in Niger, Francesca Orsini e del Comandante MISIN, generale Alessandro Grassano, si è svolta la cerimonia di chiusura del secondo corso di paracadutismo tenuto dai militari italiani in favore di un battaglione di paracadutisti nigerino. Il corso si è svolto dal 22 maggio al 6 giugno con numerosi aviolanci sulla zona denominata “Niger 4”, nei pressi della capitale, sotto la direzione del personale del Centro Addestramento Paracadutisti di Pisa, del 187° Reggimento Paracadutisti “Folgore” di Livorno e dell’8° Reggimento Genio Guastatori Paracadutisti dell’Esercito di Legnago-Verona, più il supporto di un grande velivolo da trasporto C27J della 56^ Brigata Aviotrasportata dell’Aeronautica Militare (Pisa).
“Tale attività ha riscosso molto successo tra i comandanti nigerini che hanno visto la potenzialità del lancio con tecnica a caduta libera come moltiplicatore di forza, grazie all’effetto sorpresa che ne deriva dall’utilizzo, del delicato compito di contrasto alle attività avverse alla popolazione locale e Forze di Sicurezza da parte di organizzazioni terroristiche”, riporta lo Stato Maggiore della Difesa. “Il corso di paracadutismo militare rientra nel nuovo concetto d’azione della Missione Nazionale di Cooperazione in Niger che sta rivedendo e migliorando le capacità della controparte, step fondamentale per l’incremento della formazione individuale e collettiva dell’esercito nigerino”. (2) Tanta enfasi e tanto impegno bellico per l’Italia a suon di milioni di euro; peccato però che alla fine restino agli alleati africani un po’ di logore tute antiframmenti e di giubbe antiproiettili da smaltire in qualche discarica di rifiuti del Sahel…


(1) https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01297801.pdf 

(2)https://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_intern_corso/Niger_missione_bilaterale_supporto/notizie_teatro/Pagine/MISIN_concluso_2_corso_di_paracadutismo_militare_in_Niger.aspx 

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Covid, Dad e salute mentale - Emilio Mordini

 


𝗧𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗳𝗿𝗮𝘀𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗹’𝗲𝗽𝗶𝗱𝗲𝗺𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗖𝗢𝗩𝗜𝗗 𝗵𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗼 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶, una merita sicuramente un posto speciale: “Didattica a Distanza”, la DAD. Con il termine DAD si indica l’insegnamento (di ogni ordine e grado) condotto a distanza, utilizzando le nuove tecnologie digitali. Le opinioni di docenti e discenti sulla DAD sono varie e spesso discordi: c’è chi la ritiene sempre dannosa o, comunque, molto meno efficace della didattica basata sulla presenza fisica; c’è, invece, chi sostiene sia utile e possa costituire, soprattutto nelle scuole secondarie e università, una valida alternativa all’insegnamento tradizionale, tanto da prospettare un futuro in cui la DAD sarà la norma e la presenza fisica l’eccezione. 𝗜𝗼 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗶𝘀𝗶𝗰𝗮 𝘀𝗶𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 da un punto di vista educativo, proprio perché gli esseri umani usano contemporaneamente molteplici linguaggi, veicolati e catturati da diverse modalità sensoriali. La comunicazione digitale privilegia le comunicazioni acustiche e visive ed esclude tutte le altre. Tuttavia, gli altri linguaggi (spesso definiti “corporei”) sono altrettanto importanti e contribuiscono, in modo cruciale, anche se subliminale, a fissare nella mente del discente concetti, informazioni, modi di pensare, prospettive e a informare il docente del grado di ricezione del messaggio educativo. L’insegnamento non è, se non in minima parte, trasmissione di informazioni (che, tra l’altro, oggi possono essere rintracciate online con estrema facilità) ma è comunicazione di stili, di modi di apprendere, di pensare.

Naturalmente è impossibile escludere che in un futuro tecnologie di realtà aumentata possano mimare tutte le modalità sensoriali e riprodurre l’esperienza immersiva della comunicazione in presenza: a quel punto le persone vivranno in un perenne stato onirico, incapaci di distinguere tra sogno e realtà. Oggi, però, siamo ancora lontani da una simile condizione.

 

𝗡𝗼𝗻 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼, 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮𝘃𝗶𝗮, 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗗𝗔𝗗, quanto dei suoi effetti psicologici e sulla salute mentale di docenti e discenti. Per fare ciò, è essenziale distinguere due diverse situazioni: la 𝗱𝗶𝗱𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗼𝗻𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 e la 𝗱𝗶𝗱𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮. La “didattica nonostante la distanza” è la situazione in cui, per impedimenti di forza maggiore, non è possibile una didattica in presenza e quindi si ricorre a un insegnamento a distanza. È una condizione in cui si cerca di far buon viso a cattivo gioco, in cui ci si barcamena dinanzi a una impossibilità che va oltre la volontà di insegnanti ed alunni. La “didattica nonostante la distanza” non è certo una condizione ottimale: da un punto di vista educativo presenta numerosi problemi, ma non è di per sé pericolosa per la salute mentale dei protagonisti. Qualcosa di diverso accade, invece, con la didattica della distanza. Chiamo “didattica della distanza” quell’insegnamento che fa della distanza fisica il suo elemento essenziale, che lo ricerca come soluzione alternativa all’insegnamento in presenza, proponendosi come “nuova didattica”, come didattica dell’era digitale. La distanza non è subita, ma diventa il nucleo stesso dell’insegnamento: prima ancora che insegnare ciò che esplicitamente si prefigge, questa didattica insegna che gli esseri umani non hanno bisogno della presenza fisica dell’altro. Così intesa, la DAD non è solo educativamente dannosa, ma, a mio modo di vedere, anche pericolosa per la salute mentale di chi la usa. 𝗟𝗲 𝗽𝗶𝗮𝘁𝘁𝗮𝗳𝗼𝗿𝗺𝗲 𝗮𝘂𝗱𝗶𝗼𝘃𝗶𝘀𝗶𝘃𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗼𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗻𝗱𝘂𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘂𝘁𝗶𝗹𝗶. Il loro uso per obiettivi precisi e limitati nel tempo non è certamente dannoso. Quando però sono utilizzate in modo continuativo, per comunicazioni che possono avere una qualche intensità emotiva, diventano psichicamente rischiose. Si tratta di un fenomeno che si può osservare in una varietà di condizioni: dalle chat erotiche sino alle videoconferenze di lavoro, ai social e alla DAD. Per quanto diverse tra loro, tutte queste situazioni si basano su interazioni che possono essere emotivamente significative: più lo sono, più aumentano i rischi di danni psicologici.

La comunicazione online non è dannosa sinché si mantiene “fredda”, evento che si verifica però raramente perché il mezzo è di per sé (utilizzando la vecchia classificazione di Marshall McLuhan) un mezzo “caldo”: lo dimostra, senza necessità di lunghe analisi, la capacità di coinvolgimento – sino a creare vere e proprie forme di dipendenza – che hanno i social. 𝗦𝗲 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗼𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗶𝗻𝘃𝗼𝗹𝗴𝗲 𝗲 𝗰𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮, dall’altro, però, sconta una mancanza fondamentale, il corpo. Non che il corpo sia veramente assente nelle interazioni digitali: al contrario esso è in continuazione evocato, si pensi solo all’uso sessuale di internet, ma è un corpo “disincarnato”. Al centro di questo paradosso – un corpo disincarnato – c’è la questione del “tatto”, il più bizzarro tra i nostri sensi. Il tatto è alla base di tutte le altre modalità sensoriali, sia da un punto di vista fisiologico (i recettori relativi ad ogni altro senso sono recettori tattili specializzati), sia da un punto di vista concettuale (noi percepiamo solo ciò con cui siamo in contatto, siano vibrazioni dell’aria, onde elettromagnetiche, molecole in soluzione o pressioni esercitate sulla pelle). Il tatto coincide con il nostro corpo: mentre si percepiscono le sensazioni tattili, inevitabilmente si avverte la propria fisicità e si colloca sé stessi in relazione con l’ambiente circostante. Si potrebbe persino dire che non esiste altro senso che il tatto. Contemporaneamente, però, si tende a dividere i sensi in due grandi categorie: il tatto e i sensi ad esso più strettamente correlati (gusto ed olfatto), considerati “inferiori”, e due sensi “superiori”, udito e vista. Anche se i due sensi “superiori” sono a rigore forme di tatto, tutti noi percepiamo le sensazioni visive e acustiche come esperienze a sé stanti, quasi prive di una dimensione corporea. Anche per questo motivo il rapporto di questi due sensi con la realtà appare più labile, più soggetto a inganni. Qualcosa che “tocchiamo con mano” esiste sicuramente, mentre qualcosa che abbiamo “visto con i nostri occhi” oppure “udito con le nostre orecchie” può ancora essere un’illusione, un fraintendimento, un’apparizione. Quando il Cristo risorto appare ai discepoli, questi reagiscono increduli e con spavento. Per rassicurali, il Risorto invita a toccarlo, a verificare con mano che il suo corpo esiste ed è fatto di carne, non è un fantasma. 𝗨𝗻’𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼, 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗼𝗰𝗲 𝗱𝗶𝘀𝗶𝗻𝗰𝗮𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗲 o, più precisamente, delle anime dei defunti. In tutte le tradizioni religiose, nei miti, nelle leggende, nelle favole e nella nostra immaginazione, i morti ritornano sotto forma di voci o figure disincarnate, ombre visibili e udibili ma non toccabili. Questa situazione è descritta in modo insuperabile nel canto decimo dell’Odissea, nel racconto del viaggio di Odisseo nell’oltretomba. Qui l’eroe greco incontra le anime dei trapassati, compresa la madre Anticlea, morta per il dolore di aver creduto il figlio morto: quando Odisseo cerca di abbracciare la donna, per ben tre volte afferra solo l’aria. I morti, commenta il poeta, sono come il fumo, privi di carne e di sostanza. 𝗟’𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗱𝗲𝗳𝘂𝗻𝘁𝗶 𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝗶 non è così diversa da quella che si ha degli interlocutori nella comunicazione digitale. In entrambi i casi è possibile interagire ma è interdetto il contatto. Come con i fantasmi, se si cerca di afferrare un’immagine digitale, la nostra mano incontra solo aria. Accade quindi qualcosa che tutti noi conosciamo perché appartiene al mondo onirico: le persone care, ora scomparse, viste e udite nel sogno, evaporano al risveglio, lasciandoci solo nostalgia e una sensazione di mancanza. In modo non dissimile – terminata la lezione, la chat, la video conversazione – le persone svaniscono nel nulla, come spettri al levare del sole. Una condizione in cui le relazioni più importanti (come quelle che dovrebbero caratterizzare una vera situazione di insegnamento) si svolgono a distanza, per il tramite di un’effimera e inconsistente presenza digitale, è quindi inevitabilmente destinata ad evocare assenza, vuoto e morte.

𝗡𝗼𝗻 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗮, 𝗱𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝘀𝘁𝘂𝗽𝗶𝗿𝘀𝗶 𝘀𝗲 𝗹𝗮 𝗗𝗔𝗗 – quando vi si ricorre non come ultima ratio ma come innovativa forma di insegnamento – rischi di scatenare profonde depressioni in coloro che sono inclini a questa patologia e in tutti, docenti e discenti, possa causare reazioni depressive più lievi ma, non per questo, meno preoccupanti.

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La battaglia di Vasilica in nome di tutti gli “orfani bianchi” – Tania Paolino

 

Sono chiamati “orfani bianchi”, sono i figli delle migranti provenienti perlopiù dai Paesi dell’est europeo, bambini lasciati con i nonni anziani, con un padre spesso disoccupato o separato dalla moglie, incapace di occuparsi di loro. Questi bambini diventano facile vittima dell’abbandono scolastico, dello sfruttamento del lavoro minorile, di varie forme di devianza sociale, non di rado anche del suicidio. Secondo il ministro del Lavoro della Romania, ben il 75% dei minori vive in simili condizioni ed è un fenomeno che interessa un po’ tutti i paesi di partenza.

Le rispettive mamme, quando vengono in Italia, sono molte volte le sole del nucleo familiare a lavorare, fanno enormi sacrifici, non conoscono la lingua, vivono lo sradicamento e i problemi dell’integrazione, di frequente seguono altre donne che hanno fatto da apripista. Prendiamo le rumene, così presenti nelle nostre realtà: fanno le badanti agli anziani, si accontentano a volte di bassi stipendi, fanno ciò che i parenti non sono più disposti a fare, perché presi dai propri impegni, o perché vivono lontano, o semplicemente hanno ceduto alla trasformazione della famiglia che un tempo fondava radici, forza, memoria nei vecchi. Queste lavoratrici, mentre accudiscono i nostri familiari, sono costretti a lasciare i loro, tra cui i figli.

La battaglia di Vasilica

Vasilica, ad esempio, anni fa è venuta a lavorare a Milano, ma i suoi bambini, all’epoca di 10 e 9 anni, non hanno potuto seguirla. Quando finalmente li ha riabbracciati, erano già ultraventenni. Per queste donne il ricongiungimento è difficile, perché lavorano principalmente in regime di convivenza, inoltre, se badassero ai propri figli, non potrebbero occuparsi d’altro.

Vasilica però ha deciso di denunciare la sua condizione, comune a molte altre straniere, rivolgendosi a Silvia Dumitrache, presidente di Adri – Associazione Donne Rumene Italia. Non esistono tutele per i minori sia nei paesi di origine che in quelli di accoglienza. Dumitrache le ha consigliato, quindi, di affidarsi alle avvocate Angela Maria Bitonti del Foro di Matera e Sonia Sommacal del Foro di Belluno, da sempre in prima linea per la tutela dei diritti umani. Insieme hanno intrapreso una coraggiosa battaglia, facendosi forti della più recente normativa delle Nazioni Unite in tema di minori migranti, che punta all’inclusione, all’uguaglianza e alla protezione. Vasilica ha denunciato, difatti, una violazione dei diritti umani presentando ricorso alla Corte EDU a Strasburgo, affinché tutti gli Stati membri si attivino per tutelare le donne costrette a migrare per lavoro e le loro famiglie.

“Nessuno sforzo, in merito, viene fatto nemmeno dai paesi riceventi che, al contrario, sono interessati esclusivamente a recepire la manodopera più economica sul mercato – hanno dichiarato le due avvocate -. Le politiche adottate, sia dall’Italia che dalla Romania, sono inadempienti verso gli obblighi sottoscritti con la Convenzione EDU a protezione dei diritti umani. Il fenomeno dei cosiddetti “orfani bianchi” e delle condizioni lavorative delle loro madri sono stati peraltro più volte oggetto di denuncia mediatica da parte sia di emittenti televisive che di testate giornalistiche italiane e romene. Spesso versano in condizioni di totale abbandono e sviluppano diverse patologie quali ansia, rabbia, difficoltà di apprendimento e depressione. L’assenza dell’intervento degli Stati a tutela di questi bambini e delle loro famiglie, attraverso politiche adeguate di sostegno e di politiche che possano facilitare il ricongiungimento familiare, è devastante. L’Assemblea parlamentare europea con la Risoluzione del 19 marzo 2021, 2366, ha evidenziato tale fenomeno, deplorando il comportamento di alcuni paesi, sia di origine che di destinazione delle migrazioni, ed affermando con forza come tale situazione, oltre ad essere inaccettabile, è divenuta insostenibile stante il gran numero di bambini e adolescenti privati delle cure parentali”.

Ancora una volta, i lavoratori stranieri sottopongono all’attenzione delle istituzioni limitazioni ai diritti umani, sollecitando azioni politiche atte a ripristinarli o a riconoscerli: “L’azione di Vasilica è eccezionale – afferma l’avvocata Bitonti – perché apre le porte ad altre donne nelle sue medesime condizioni. Un paese civile tutela i minori e si adopera per realizzare il ricongiungimento dei nuclei familiari. Questa è la battaglia di Vasilica e di tutte le donne migranti insieme, affinché i loro figli vivano e crescano serenamente all’interno di una famiglia, il fenomeno degli “orfani bianchi” possa diventare presto solo un ricordo e nessun bambino venga più “lasciato indietro”.

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sabato 3 luglio 2021

Elogio della fragilità scritto da un giudice del lavoro - Carlo Sorgi

 

Una settimana fa abbiamo pubblicato un testo che invitava tutte e tutti a riflettere sulla fragilità, il sui senso, la sua cura (https://volerelaluna.it/societa/2021/06/24/della-fragilita-istruzioni-per-luso/). Negli stessi giorni ci è pervenuto un altro scritto sul tema: l’intervento di saluto che un giudice del lavoro di Bologna (collaboratore anche di questo sito) ha rivolto a colleghi, avvocati e, idealmente, cittadini venuti in contatto con la giustizia, nel momento in cui ha lasciato la magistratura. L’intervento ha per titolo “elogio della fragilità” ed è un contributo all’approfondimento del tema non solo per i contenuti ma anche per il fatto di provenire da una istituzione, quella della giustizia, che viene per lo più considerata agli antipodi della fragilità. Per questo ci sembra interessante proporlo. (la redazione)

Vi chiederete: che c’entra la fragilità in questo contesto, con il nostro lavoro e con tutti noi? Un attimo di pazienza (chi conosce le mie sentenze sa che almeno la sintesi non mi manca) e proverò a spiegarvelo.

Per farlo cercherò di tessere una trama con una serie di fili, umani e professionali, per arrivare a una conclusione che possa reggere. Saranno fili apparentemente fragili ma assolutamente affidabili, almeno per me, del resto pensate che un filo di seta prodotto da un ragno ha una resistenza a trazione di 250 volte superiore di quella dell’acciaio.

Ecco il primo filo molto personale. Quando sono venuto a Bologna (qualcuno ricorderà) era un momento di full immersion nella fragilità fisica, accompagnata chiaramente da quella psicologica per quella situazione. Quella condizione mi ha reso però, spero, più attento, sensibile e ho cercato di farne tesoro. In questa esperienza oltre alla mia famiglia e ai miei amici ho incontrato molte persone, alcuni impegnati come me professionalmente nel lavoro altri come utenti della giustizia. È stata una esperienza straordinaria, credetemi, faticosa ma piena di vita e spero non sia mai mancata l’umanità, perché si può essere bravissimi nel proprio lavoro, qualunque esso sia, ma solo se si guarda da vicino e con partecipazione si può davvero essere sereni per quello che si fa.

Questo è il secondo filo di collegamento, di natura professionale, che appartiene a noi che siamo impegnati nel mondo del lavoro e ci confrontiamo quotidianamente con storie di fragilità sociale spesso profonde e disperate. Pensate al mobbing, alle difficoltà che lo precedono e a quelle ancora maggiori che ne derivano, se non ci fossimo noi lavoristi questi drammi umani probabilmente resterebbero senza ascolto. Ricordiamoci che la Costituzione è stata scritta in particolare per le persone fragili, la chiave solidaristica è la più marcata nella nostra Carta fondamentale e la parola lavoro è quella più ripetuta, dobbiamo esserne tutti orgogliosi. Ho sempre sostenuto che per impegnarsi nel nostro settore occorra avere una particolare capacità di ascolto, quella che distingue l’avvocato attento, il giudice sensibile e il personale della nostra Cancelleria che deve supportare (e sopportare) entrambi oltre agli utenti. Lavorare insieme con uno spirito comune che è quello di fare con coscienza il proprio lavoro nel reciproco rispetto dei ruoli è una enorme fortuna, ringrazio davvero tutti di averlo potuto fare dedicando la giusta attenzione alle fragilità umane. La capacità di ascolto che dovrebbe caratterizzarci è particolare, forse vuol dire essere disposti a sentire davvero, non solo con l’udito, le persone che ci parlano. Mi viene in mente l’immagine di qualcuno che pattina su un lago sopra una lastra di ghiaccio e sa che a tratti non è molto resistente e allora dovrà essere particolarmente attento alle vibrazioni e leggero nei punti più delicati per evitare che il ghiaccio si rompa. Quante volte abbiamo avuto la sensazione di un equilibrio fragilissimo e abbiamo lavorato insieme per mantenerlo evitando brutte cadute?

Un altro filo importante porta alla lotta contro ogni forma di discriminazione, si discrimina la persona fragile per la sua debolezza o per la sua diversità, mentre invece queste caratteristiche sono in realtà anche forme di ricchezza che ci consentono di crescere tutti insieme come società. Un suggerimento: sostituiamo la tolleranza con il rispetto, sembra un piccolo passo ma credo sia importante. In questo campo noi giudici e avvocati del lavoro siamo in prima linea e dobbiamo fare in modo di utilizzare insieme tutte le potenzialità del diritto, anche le più innovative, con coraggio per offrire un riferimento sicuro e fare rete con quanti si spendono sul tema della lotta alle discriminazioni. E lo stesso discorso deve essere fatto per un’altra situazione fragile che non possiamo ignorare è quella relativa alla sicurezza sul lavoro. Ha scritto recentemente un collega: «In una democrazia fondata sul lavoro, ogni lesione o morte sul lavoro è un pezzo di democrazia che manca». È un impegno che dobbiamo assumerci insieme, avvocati e magistrati, per evitare che di certi drammi se ne parli solo il giorno dopo, cioè tardi.

Quarto filo, quello più generale e sociale. In tanti considerano la fragilità una debolezza, al più una condizione di difficoltà da superare il prima possibile. È un luogo comune, superficiale come tutti i luoghi comuni perché al contrario è come un terzo occhio, che ci fa vedere più lontano e più in profondità. Non è facile gestirla ma può risultare un dono immenso se riusciamo a comprenderlo.

Altro filo porta alla new economy che non sembra in grado di superare le fragilità, anzi rischia di acuirle. Sempre più la realtà porta a confrontarci con le difficoltà sociali, la GIG economy ne è una summa, pensate al cinema di Kean Loach. Da questo punto di vista i readers sono un esempio lampante del nuovo lavoro (in questo momento non mi interessa la qualificazione giuridica, guardo all’aspetto umano e sociale), sono i nuovi cavalieri magari senza macchia ma con molta paura in una società dove la legge del mercato appare imperante. Pensiamo però a quanto ci hanno aiutato ad affrontare i tempi bui della pandemia, che sembra concedere solo adesso un po’ di respiro a tutti. Non nascondiamoci dietro agli algoritmi, seguiamo i principi della nostra Costituzione e restiamo umani.

Anche il Covid è un filo, ci ha reso tutti meno sicuri, facile immaginare che ne pagheremo a lungo le conseguenze sia economiche che psicologiche. Eppure per molti questo tempo di forzata solitudine è stata occasione di riflettere anche sulle proprie fragilità. Cerchiamo di utilizzare questa esperienza per affinare le nostre sensibilità, per fare in modo che non accada più o, perlomeno, per essere preparati per l’anno che verrà, come diceva Lucio Dalla.

Altro filo dedicato ai giovani che sono il nostro futuro. «Essere fragili è un lusso che oggi più che mai dobbiamo concederci per liberare le risorse che la paura di non essere abbastanza imprigiona» dice Alessandro D’Avenia (Corriere della Sera, 25 giugno 2018, Elogio della fragilità). D’Avenia parla ai giovani e pensando ai giovani oggi sono convinto che dobbiamo accompagnarli a non avere paura nel riconoscere la loro fragilità e trovare da questa una profondità e una sensibilità che li farà unici senza aver timore di esserlo. Per i nostri giovani colleghi e per i tirocinanti, i praticanti e gli studenti non posso che ripetere quello che ho detto sempre ai giovani con i quali ho lavorato negli ultimi anni: credeteci, l’impegno paga e posso dirlo io perché l’ho visto realizzarsi sempre, non abbattetevi nelle difficoltà perché anche quelle vi serviranno per crescere. E non abbiate paura di essere fragili, ma siate pazienti e coraggiosi. A proposito di giovani: domani farà 30 anni Patrick Zaky, da oltre un anno in carcere senza una accusa vera. Domani come giurista e come cittadino lo ricorderò.

Ultimo filo, la conclusione. Annodiamo tutti i fili e portiamoci sempre dietro questa trama. Ci servirà per affrontare il futuro. Adesso basta perché non vorrei essere prolisso proprio l’ultima volta (quante volte vi ho annoiato con la lettera di Pascal) e quindi non mi resta che ringraziare ancora tutti, abbiamo lavorato davvero bene dimostrando che con la passione e il rispetto possiamo raggiungere ottimi risultati. E a chi parla di crisi della giustizia e propone varie alchimie suggerirei come prima cosa di guardare dove la giustizia funziona e cercare di capire le ragioni di un equilibrio solo apparentemente fragile ma al tempo stesso semplice.


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