venerdì 18 maggio 2018

GHANA, LA DISCARICA DI AGBOGBLOSHIE - LA SODOMA E GOMORRA DELL'HI-TECH - Antonella Sinopoli



Uno spazio nero, fumoso, mefitico. Ultima fermata per disperati alla ricerca di un lavoro e di un tetto, anche se di lamiera. Luogo di affari illeciti e sfruttamento, di disagio sociale e di abuso, ma anche di lucro e riserva di voti in tempo di elezioni.
Questa è Agbogbloshie, la discarica di rifiuti elettronici più estesa e tristemente nota del continente africano. E a cui nel tempo è stato dato il nome di Sodoma e Gomorra, risonanza biblica che parla di “peccati”, smoderatezza, perdita di dignità. Qui tutto è eccessivo. Eccessiva è la quantità di rifiuti di ogni genere; eccessivo è il numero di persone che ci vive; eccessivo è l’odore pungente e – naturalmente – l’inquinamento provocato dal fumo continuo di materiale bruciato per ricavarne ogni piccola parte rivendibile. Ed eccessivo è persino l’interesse di media, ong, fondazioni. Sproporzionato rispetto ai risultati, perché le parole e le energie – anche finanziarie – spese qui sarebbero state sufficienti a cambiare questa realtà assai prima che incancrenisse.
Agbogbloshie è ad Accra, capitale del Ghana. Quello stesso paese considerato un modello per i risultati economici degli ultimi anni, per la sua democrazia basata sull’alternanza, per l’accoglienza agli investitori stranieri che qui hanno trovato stabilità e condizioni favorevoli per le proprie imprese. Situata in un sobborgo della capitale, a due passi da grandi arterie, mercati, centri istituzionali e banche, Agbogbloshie rappresenta un grande buco nero. Un luogo dove tutto è possibile e illegalità e rischio sono la norma.
Qui approdano ogni anno migliaia e migliaia di tonnellate di e-waste (impossibile fornire una cifra precisa). Computer, stampanti, televisori, fornetti elettronici, frigoriferi, cellulari. Roba ormai inutile secondo chi la butta via. Condemned things, come la definiscono qui, e anche questo è un termine preso in prestito dalla Bibbia. Arrivano dall’Europa – compresa l’Italia – dagli Stati Uniti, da paesi cosiddetti avanzati che, però, non riescono a smaltire questi oggetti di consumo in modo adeguato e seguendo le regolari procedure.
A inviarli sono aziende, imprese, ma anche organizzazioni non governative che hanno fatto negli anni la loro parte inviando computer usati per ridurre il gap tecnologico, ma aumentando la mole di rifiuti hi-tech. Sono oggetti che rientrano nella categoria di “rifiuti pericolosi” e che quindi, secondo la Convenzione di Basilea (il principale trattato internazionale per la regolamentazione dei movimenti di rifiuti pericolosi fra le nazioni), sarebbe vietato spedire nei paesi in via di sviluppo. Ma quella stessa convenzione ne permette l’esportazione per la riparazione e il riuso. E così avviene. Ogni settimana decine di container contenenti questa merce arrivano nel porto di Tema, grande centro a circa 30 chilometri dalla capitale.
False etichette per indicare che si tratta di beni di “seconda mano”, e una catena di corruzione sistematica rende possibile lo scarico anche di quegli oggetti che sono, in realtà, in massima parte inutilizzabili. Frigo, pc, cellulari e quant’altro, rimessi in vita, arrivano nelle case dei ghaneani, quelli che non possono permettersi di acquistare un prodotto nuovo, o nei tanti negozietti sparsi dappertutto. Il resto finisce a Sodoma e Gomorra. Il fatto è che anche gli oggetti di seconda mano rimessi in circolazione avranno vita breve e finiranno nella stessa discarica. Pezzi inutili per chi se ne libera, utilissimi per chi li smantella – e a mani nude – nella discarica. E utilissima per chi di questa discarica ha fatto il proprio, lucrativo business.
Sì, perché il mondo di Agbogbloshie si distingue tra i disperati e gli speculatori. E tra questi c’è l’apparato politico, i capizona, quelli che...
  
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