martedì 30 dicembre 2025

Democrazia declinante, si fa avanti la Riccocrazia - Guglielmo Ragozzino

 

Una nuova ondata di miliardari ci sovrasta, racconta l’ultimo studio della banca Ubs. La nuova generazione di eredi, insieme ai sopravvissuti, tra 15 anni avrà 5,9 trilioni di dollari. Una ricchezza spropositata in mano a pochi, però. I miliardari in dollari sono 2.900 sul pianeta e soltanto 61 in Italia.

 

1. Donald Trump è un uomo pieno di qualità e oltretutto è un signore molto ricco. Gli viene attribuito un patrimonio (o meglio una ricchezza) di 5,9 miliardi di dollari, in un tempo in cui secondo gli specialisti, 5 dollari al giorno è il minimo vitale per sopravvivere.  Del resto, nel mondo attuale vi sono da un lato persone che non hanno il cinquino di prammatica e assai spesso molto, molto meno; e poi gli altri, nel mondo, che vogliono arricchire, per togliersi dai guai e soprattutto perché il desiderio di avere di più è irrefrenabile; non la preoccupazione per i giorni brutti, le burrasche della vita, ma piuttosto essendo la ricerca di un’affermazione, sono certi che sia calcolabile solo, o soprattutto, in denaro.  

A qualcuno sembrava ragionevole pensare che nello scarto tra quei livelli di ricchezza, cinque miliardi e cinque dollari, un milione di volte maggiore l’una dell’altra, ci fosse qualcosa di esagerato. Ma eravamo noi a sbagliare; “niente di esagerato; siete comunisti, come al solito” ci dicevano.

Credevamo, per tornare sui nostri passi, che il presidente degli Usa – che il re Mida lo protegga – fosse uno tra gli uomini più ricchi al mondo. Invece è così, ma solo in parte. Infatti è ormai semiufficiale (fonte: UBS, grande banca svizzera oltre che gran pettegola; nel caso, il testo svizzero utilizzato ha nome Billionaire Ambition Report) che esista una classifica delle centinaia di persone che nel mondo sono in possesso di una ricchezza di un miliardo di dollari e più. I più doviziosi contribuiscono anche al Triplete (cioè i mille miliardi di dollari): questa parola, come si sa, in italiano non esiste e per convenienza suggeriamo di utilizzare un’altra parola che anch’essa in italiano non esiste, ma che è ben nota a noi tifosi del calcio.

Ubs registra, nel catalogo del 2025, 196 nuovi miliardari in dollari; tutti insieme un totale di 15,8 mille miliardi cioè Triplete.

In più, veniamo a sapere che 91 persone nel periodo considerato son diventate miliardarie per eredità per un totale di 297,8 miliardi. I miliardari-eredi piacciono moltissimo ai loro dante-causa che non pensano proprio alla causa specifica dell’eredità – la propria morte – pensano piuttosto alla continuità dei Valori; alla dinastia e alla ricchezza espressa nel proprio testamento e agli eredi preferiti, affinché quello che hanno non si disperda o passi al fisco; ma le loro colorate storie piacciono anche al pubblico bancario e perfino ai semplici appassionati lettori: si prevede che nel giro di 15 anni, per il famoso e molto atteso anno 2040, gli eredi o gli antichi miliardari eventualmente sopravvissuti, metteranno insieme 5,9 Triplete. C’è dunque molto movimento tra i miliardari che forse ritengono di attraversare – tutti insieme, ognuno per conto proprio – un magnifico rinascimento miliardesco. Era ora, sembra dichiarino alcuni dei più affermati, come Elon Musk o Jeff Bezos.  

Mentre Bezos o Musk, o cito a caso, Donald Trump, sono convinti di essere dei modelli fantastici che tutti devono imitare, perché di essi sarà la nuova traccia del mondo, la nuova religione del fare, o meglio dell’avere, semmai dell’ereditare, per l’intanto, sulle attività prescelte, preferite dai miliardari, nuovi e vecchi, cala un po’ di mistero. 

Perfino Ubs appare reticente: quello che conta è la ricchezza, comunque ottenuta; non con atti dolosi, con misfatti da codice penale, ovviamente. Tutto il resto va bene, è uguale a tutto il resto. Un opificio, un’occhialeria ottocentesca conta come un gioco di borsa benfatto, un fondo d’investimento andato a buon fine. Gli esempi in positivo non mancano, ma sono appunto suggerimenti per i lettori curiosi, quasi note a piè di pagina: compaiono software marketinggeneticsrestaurants, infrastrutture, LNG (gas naturale liquefatto). Sono dunque ben poche le scorciatoie sicure per diventare miliardari o per restare tali una volta che lo si è diventati. La strada maestra però è sempre quella: non perdere la dritta via ch’era smarrita (come diceva quel poetastro). I miliardi di dollari non possono restare lì, fermi, immobili, a perdere tempo. Essi devono agire, investir-si, agire, moltiplicarsi; in Italia, tanto per indicare un paese minore – o una Nazione, per dirla altrimenti – sembra lo abbiano capito: la strada maestra dei miliardari è percorsa da 61 personaggi; tanti, si direbbe, ma pochi se si tiene conto che in totale nel mondo “grande e terribile” sarebbero 2.900 i miliardari in dollari, per un insieme di 16 milioni di miliardi di dollari.

Ci viene ricordato anche un altro aspetto sul quale val la pena di riflettere. Dei novantun eredi, o per meglio dire, successori, dell’ultimo anno, con un fondo complessivo di 297,8 miliardi di dollari, 64 sono maschi e 29 femmine. Due osservazioni si presentano subito: la prima è che le femmine, nell’insieme del nuovo capitalismo dei miliardari, ricevono o ereditano (o godono; come preferite) la loro parte. Possiamo però congetturare che per natura il numero naturale dei discendenti maschi corrisponda, più o meno a quello delle femmine – e questo in ogni angolo del mondo – con tutta evidenza. In ogni angolo del pianeta in cui uomini e donne: piccini e piccine, nelle loro povere, o – nel caso – ricchissime culle, siano benvoluti nello stesso modo, figli e figlie, amati e amate in modi ragionevolmente simili, in Europa, nelle Americhe, in Asia e nel resto del mondo. Questo in teoria, perché in realtà non è così; in mille modi diversi le ragazze sono svantaggiate. Questo avveniva già nei mondi patriarcali antichi, ma si è poi visto, non solo lì; sempre, dovunque… Ogni tanto, come sappiamo, c’è qualche eccezione storica, ma poi la natura e la storia continuano il loro corso. Come si ricorderà, nel secolo scorso, in un paese importante, ormai quasi primo nel mondo, nella Cina di Mao e di Deng, per rispondere ai pericoli di una popolazione troppo numerosa, si dette vita (anche se “dette vita” è un’infame barzelletta) alla politica del Pfu-Politica del figlio unico. Il controllo delle nascite, realizzata con il figlio unico, rese assai frequente nelle famiglie la decisione di sacrificare le future figlie, rivelate in anticipo ormai dalle analisi prenatali scientifiche (scientifiche?) a favore dei preferiti e più opportuni maschi. II risultato fu che in pochi decenni vi fu un eccesso di giovani maschi senza femmine. 

I maschi in sovrannumero sfiorarono i quarantamila. Gli ecclesiastici di molte religioni, in molti paesi, si divertirono, ridendo di nascosto per il risultato. In ogni caso, in complesso, anche dopo di allora, le figlie femmine venivano al mondo, in ambiente straricco – e si può immaginare “acculturato” – e passato il giusto numero di anni, decisi dalla sorte, dalla salute e dalle cure (o dalle svariate divinità correnti) avveniva che anch’esse, in numero ridotto, un po’ falcidiato, mettessero nel cassetto, con la dote, tra i merletti del corredo, i loro sudati miliardi. Nonostante tutto, non poche crebbero e rimasero ricche; riuscirono anch’esse a formare il loro Triplete (che ricorderemo essere un insieme di non meno di mille miliardi di dollari secondo il modello di Ubs) ma con un valore complessivo di un quarto circa dell’analoga ricchezza maschile. 

Un aspetto particolare è il conteggio, o forse diremmo la previsione scientifica, del valore delle ricchezze dei Triplete di qui a 15 anni, nel fatidico 2040. La previsione è che i miliardari in dollari potrebbero mettere insieme 6,9 Triplete. Di questi la parte degli Usa sarebbe di 5.9 Triplete e a quella degli europei, tutti insieme, inglesi compresi, toccherebbe 1,3 Triplete. In altre parole i miliardari europei (in dollari) arriverebbero a mettere insieme milletrecento miliardi di dollari. In altre parole, per ripeterlo ancora, i milletrecentomiliardi di dollari non sarebbero la ricchezza di tutti gli europei. Disoccupati e immigrati, contadini, operai, pensionati, medio ceto, professionisti, dipendenti pubblici, artisti, ecc. ecc., tutti compresi, conti e duchi, vescovi e cardinali: tutti insomma, metterebbero insieme una ricchezza imprecisata che ventisette uffici delle finanze cercherebbero attentamente di precisare. Di fianco, ben separata, pressoché intoccabile, l’altra somma di tutti i miliardari d’Europa, irraggiungibili dagli spioni di Giancarlo Giorgetti e dai loro ventisette simili (abbiamo contato nei ventisette anche Rachel Reeves, cancelliera dello scacchiere inglese). Pochi costoro, con una ricchezza, ciascuno, di almeno mille milioni di dollari, farebbero, gravemente, festa. In tutto, tra uomini e donne, imprenditori ed eredi, un migliaio di umani, ciascuno con una ricchezza di almeno un miliardo. Tutti insieme, ecco il Triplete del Vecchio Continente. A costoro si affiancheranno in numero ben superiore i ricchi americani: tutti insieme: gli autori da un miliardo come Steven Spielberg, le cantanti come Taylor Swift, artisti capaci di mettere insieme la cifra tonda di 2,8 Triplete; non meno di 2.500 presumibili miliardari in dollari; tra di essi anche il Donald, in persona, sopravvissuto magnificamente (per le nostre preghiere) per altri 15 anni, o uno o più dei suoi eredi.

2. Abbiamo utilizzato finora un po’ di numeri della ricerca di Ubs, abbiamo riflettuto sugli studi di Oxfam e ci scusiamo per incertezze ed errori. Crediamo di aver capito però che lo spirito dei ricercatori è molto serio: Attenzione, pericolo! ci dicono, Achtung! Attention please!. “Noi della Banca svizzera facciamo tutto il possibile per avvertirvi – senza magari che neppure i nostri capi banchieri se ne accorgano. Abbiamo per anni descritto, con l’aiuto di Oxfam, il mondo dei ricchi e dei poveri disegnando i grafici relativi, le alternative, i progressi/regressi. Vi siete divertiti e interessati e nient’altro. Nessun fatto nuovo, nessuna iniziativa politica o sociale. Oggi proviamo a dirlo con altre parole, altri numeri. “Il baratro costituito dai miliardari in dollari è vicino; tutto il mondo che conosciamo e che cerchiamo di orientare con le nostre forze, potrebbe caderci dentro”. Il sistema del credito, dei conti bancari – il nostro, ci dicono – non è perfetto, lo sappiamo, ma è migliore di qualunque altro (anche i banchieri svizzeri possono parafrasare Churchill che ironizzava sulla democrazia). Il pericolo ormai è immanente; i miliardari, tutti insieme, si stanno attrezzando per il nuovo mondo. Vogliamo che la democrazia, il sistema di votare i capi, o almeno di votare chi ci rappresenterà nel votare i capi, si riduca solo a questo? Chi ha più soldi vince e tutti gli altri si allineano o fanno l’opposizione, fino alla prossima volta?

In effetti tutti sappiamo di Donald Trump e lo temiamo. Sappiamo anche che è ricco, ricchissimo, miliardario addirittura. Sappiamo anche che ha fatto uso dei suoi soldi per allargare il consenso elettorale, pagando a giornata il lavoro dei suoi propagandisti. Sappiamo che crede di aver fatto tutto da sé; anzi di essersi fatto da sé, nascendo nella famiglia giusta, scegliendo ogni momento della sua vita. Quando, tra un paio d’anni, scadrà da presidente e sarà il suo momento di andarsene, lo farà davvero? O farà delle bizze? I miliardari suoi sostenitori non hanno dubbi su questo; saranno essi a scegliergli il sostituto, senza troppi sforzi. Anche Trump lo sa e sembra d’accordo; ma è proprio così? Non avrà armato di nascosto un’armata di suoi sostenitori, miliardari o gente fallita di ogni estrazione, avventurieri, per assaltare il Campidoglio, per giocare la nuova partita?

3.Dunque, stando al nostro sommario e assai impreciso esame, la partita è questa: Trump contro tutti; tutti con Trump; tutti uniti senza Trump. Delle tre proposte, la terza sembra la peggiore, o meglio la più pericolosa. Le altre due riportate al fatidico anno duemilaquaranta che interessa gli studiosi dell’Ubs avranno un protagonista di novantaquattro anni, essendo Trump nato nel 1946; mentre Trump e il suo sodale Putin e altri ancora contano di vivere molto a lungo, è pensabile che vengano scelti da leader meno longevi, eredi – tanto per usare il linguaggio scientifico ormai entrato nell’uso – o successori appropriati. Nel caso peggiore la partita sarà ancora quella dell’ultimo caso; nel caso migliore, sarà una partita da rigiocare.

Ma veniamo al caso del duemilaquaranta senza il Donald. Avremo al potere i ricchi, che con tutti i loro miliardi, riusciranno a costruire vittorie elettorali, una dopo l’altra, festeggiando sempre la democrazia trionfante? Lo stile ormai è quello delle elezioni americane, esplicito, con sempre vincente il candidato che ha saputo alzare più denaro da diffondere tra i suoi sostenitori. Se poi una volta il più ricco perde – la più ricca nel caso di Hillary Clinton, segretaria di Stato di Barack Obama, la spiegazione per la sconfitta è quella di aver usato male il suo abbondante denaro, al punto di aver raccolto un milione di votanti in più, senza ottenere voti elettorali sufficienti. Hillary, insomma, ha perso perché ha giocato male, non conosceva abbastanza la partita, si fidava troppo del voto e della democrazia. In futuro saranno miliardari ad affrontarsi per ottenere le presidenze dei diversi Stati e staranno attenti. Nessuno perderà tempo a discutere di programmi o di altre pignolerie, di migranti e disoccupati; di uomini, donne, generi. Servirà denaro e altro denaro, promesse e sottogoverno, posti letto e buone vacanze, da acquistare (e da distribuire) lontano da occhi indiscreti e malevoli. L’alternativa alla democrazia nella sua forma semplificata – riccocrazia – sarà la democrazia alla turca o quella dei fascisti – un uomo solo al comando – o la democrazia talebana – le donne tutte a casa. Non disperiamo, però. La democrazia dei 100 partitini ha svolto nel mondo un importante ruolo, per anni e anni, per decenni, prima di essere cotta e mangiata. 

https://sbilanciamoci.info/democrazia-declinante-si-fa-avanti-la-riccocrazia/

lunedì 29 dicembre 2025

Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace, l’ambiente – Sbilanciamoci


Scheda di sintesi del Rapporto

La Legge di Bilancio 2026-2028 proposta dal Governo è sbagliata, lacunosa e senza ambizione: manca una prospettiva che vada oltre la tenuta dei conti pubblici e il rispetto dei vincoli europei, mancano misure e risorse su campi fondamentali, dal lavoro alla transizione ecologica, dai salari alle politiche industriali, alla sanità.
È una Legge che aumenta le spese militari, condona gli evasori fiscali, grazia le grandi ricchezze e i grandi patrimoni, fa elemosine sociali invece di affrontare povertà assoluta e disuguaglianze in aumento.
Il Rapporto 2026 di Sbilanciamoci! indica tutt’altra direzione per il Paese.
Le sue 111 proposte – dettagliate, concrete e immediatamente attuabili – delineano una contromanovra di bilancio da 55,2 miliardi di euro a saldo zero, tracciando il percorso di un’economia diversa, fatta di scelte pubbliche coraggiose sulla base di un modello di sviluppo che rimetta al centro le persone, i territori e il futuro delle giovani generazioni. Con la pace e il disarmo come stelle polari.

 

UNA FISCALITÀ EQUA E PROGRESSIVA
Una seria politica di giustizia e progressività fiscale, per redistribuire reddito e ricchezza e diminuire le diseguaglianze. Le nostre proposte sul fisco alimentano le casse dello Stato con poco più di 27 miliardi di euro.
La proposta più consistente è una tassa dell’1% sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro, più di 115mila persone solo in Italia, che da sola produrrebbe un gettito extra di 18 miliardi di euro. In un’ottica di redistribuzione e di una vera progressività fiscale si propone poi di aumentare, con l’introduzione di tre nuovi scaglioni Irpef, l’aliquota dovuta per i redditi superiori a 5 volte il reddito medio dichiarato,
ovvero l’introduzione di uno scaglione del 45% per i redditi tra 100 e 200mila euro, del 50% tra 200 e 300mila euro, del 55% sopra i 300mila euro. Proponiamo, inoltre, una maggiore tassazione di beni di lusso o dannosi, quali imbarcazioni da diporto oltre i 14 metri o i voli dei jet privati, e la riduzione della franchigia per la tassa di successione a 1 milione di euro con aliquote raddoppiate rispetto alle attuali.
Un altro punto fondamentale è l’introduzione di una vera tassa sulle transazioni finanziarie applicabile a tutte le azioni e a tutti i derivati e, nel caso azionario, a tutte le singole operazioni, con introiti pari a 3,7 miliardi, congiuntamente a un aumento della tassazione flat sulle rendite finanziarie dal 26 al 30%, in attesa dell’assoggettamento di queste rendite alla dichiarazione Irpef. Infine, proponiamo una serie di misure per migliorare il funzionamento dei Comuni, partendo dallo sblocco dei vincoli alle assunzioni
e agli investimenti, al miglioramento della capacità di riscossione e a nuove risorse per l’esame delle pratiche inevase di condono edilizio, il recupero dei beni confiscati alla mafia e il contrasto all’abusivismo.

 

PER LA RICONVERSIONE ECOLOGICA DELLE IMPRESE E LA TUTELA DEL LAVORO, DEI REDDITI E DELLE PENSIONI
Da più di 30 anni manca in Italia una politica industriale capace di creare e assicurare buona occupazione, di orientare la produzione sui settori più innovativi e avanzati, di indirizzare il Paese su un sentiero di crescita sostenibile.
Sbilanciamoci! propone un approccio di politica industriale che punti con decisione alla riconversione ecologica come motore della ripartenza dell’economia italiana, istituendo un’Agenzia nazionale che faccia da regia e sostenga la transizione, ripristinando i fondi per la decarbonizzazione dell’ex Ilva, supportando la transizione nel settore automotive, investendo nel trasporto pubblico locale, vero motore di una mobilità sostenibile, intervenendo strutturalmente sui costi dell’energia elettrica per famiglie e imprese.
Il finanziamento di questi interventi prevede una spesa di poco meno di 9 miliardi di euro. Occorre anche intervenire sulla tutela del lavoro e dei redditi, in un’Italia in cui il lavoro povero e precario è in aumento.
A tal fine, proponiamo l’introduzione di un salario minimo agganciato all’inflazione, l’assunzione di nuovi ispettori del lavoro per contrastare il fenomeno crescente di morti e infortuni sui luoghi di lavoro, il superamento del Jobs Act, la riduzione dell’orario lavorativo e l’introduzione di una misura strutturale di sostegno al reddito: il costo stimato di queste
misure è di poco meno di 5,6 miliardi di euro.
Chiediamo al contempo il superamento della logica della  decontribuzione per le imprese come politica attiva del lavoro, vista la sua inefficacia: nel solo 2026 si potrebbero recuperare 706 milioni di euro. Infine, è necessario intervenire sul fronte previdenziale:
proponiamo un intervento sul minimo pensionistico, il riordino delle pensioni minime e la riduzione dell’età minima per accedere al pensionamento a 62 anni, con costi pari a 1 miliardo di euro.

 

INVESTIRE SULL’ISTRUZIONE, LE POLITICHE GIOVANILI E LA CULTURA
Il processo di smantellamento dell’istruzione pubblica e la sua aziendalizzazione vanno avanti da decenni: negli ultimi dieci anni sono stati chiusi 1.162 plessi scolastici, il 49% delle strutture è antecedente al 1976, il ruolo delle aziende nella definizione dell’offerta formativa degli Istituti Tecnologici Superiori è ulteriormente aumentato con la loro riforma del 2025, l’investimento in educazione è al 3,9% del Pil contro una media OCSE del 4,7%, il 27% dei finanziamenti per l’istruzione terziaria proviene dal settore privato.
Per questo è necessario rilanciare gli investimenti in istruzione e formazione destinandovi oltre 10 miliardi di euro, con interventi su: edilizia scolastica (1,3 miliardi), diritto alla mobilità (2,1 mld) e diritto allo studio (1,35 mld) degli studenti medi e universitari, adeguamento del Fondo di Finanziamento Ordinario (3,3 mld), promozione dell’educazione sessuo-affettiva e del supporto psicologico in scuole e università (360 milioni), incremento di residenze universitarie e sostegno ai fuorisede per le spese di locazione (402 mln), fondi alle mense universitarie (850 mln), abbattimento numero chiuso (700 mln).
È necessario sostenere le politiche giovanili e la partecipazione dei giovani, con interventi da 900 milioni.
Al contempo, occorre arginare l’abuso dei tirocini extracurriculari e sostenere il lavoro cooperativo giovanile, destinandovi 500 milioni di euro e integrando questa misura nei programmi di Garanzia Giovani. Con lo stanziamento di 350 milioni di euro, proponiamo infine interventi, da un lato, per finanziare ricerca e divulgazione del patrimonio culturale del Ministero della Cultura e degli istituti afferenti agli Enti locali e, dall’altro, per un Sistema Culturale Nazionale basato sulla definizione di standard minimi e livelli essenziali delle prestazioni culturali, sul modello del Sistema Sanitario Nazionale.

METTERE AL CENTRO L’AMBIENTE E LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Disinvestimento da opere e misure dannose per l’ambiente e l’economia, scelte energetiche sulle rinnovabili per contrastare il cambiamento climatico, tutela di territorio, biodiversità e benessere animale: sono gli assi delle proposte di Sbilanciamoci! sul fronte ambientale e della sostenibilità.
È prioritaria la cancellazione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, la progressiva eliminazione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi legati alle fonti fossili e la creazione di un Fondo per l’eliminazione dei combustibili fossili, liberando risorse pari a 14 miliardi di euro. Per l’efficientamento energetico nell’edilizia chiediamo di potenziare l’Ecobonus per le fasce di reddito medio-basse, con un costo di 100 milioni.
Al contempo, per incentivare la decarbonizzazione di economia e mobilità occorre ripristinare il Fondo per l’acquisto di veicoli elettrici, rimuovere gli oneri parafiscali dalla ricarica dei veicoli elettrici e per le imprese che elettrificano, riformare le accise sui consumi di gas ed elettricità nel settore industriale – aumentando così la competitività delle imprese – e le agevolazioni fiscali a favore delle flotte auto aziendali a zero emissioni: queste misure comportano un investimento di 1,7 miliardi.
Per affrontare il cambiamento climatico è necessario stanziare 1,8 miliardi per il ripristino della natura e l’adattamento climatico. Infine, riteniamo necessario stanziare 562 milioni di euro per intervenire sulla riconversione agroecologica del settore zootecnico e sulla promozione del benessere animale (IVA socialmente giusta su cibo e prestazioni veterinarie, ricerca scientifica senza uso di animali, transizione ecosostenibile nella moda, conversione a metodi di allevamento “Cage-Free”, prevenzione e contrasto del randagismo).

UN WELFARE PUBBLICO, UNIVERSALISTICO E SOLIDALE

La storia recente delle politiche di welfare in Italia è fatta di pesanti tagli ai principali Fondi sociali nazionali e di proliferazione di misure monetarie individuali. A farne le spese sono soprattutto i servizi territoriali.
La strada è quella della monetizzazione e della privatizzazione dell’intervento sociale, con un approccio assistenziale che impoverisce la dimensione universalistica del welfare. Occorre rafforzare i servizi che garantiscono i diritti essenziali: dall’accoglienza dei minori ai percorsi di inclusione, dal sostegno abitativo alle misure contro le discriminazioni. Sul fronte della sanità, la priorità è restituire universalità e qualità al Servizio Sanitario Nazionale.
Gli stanziamenti del Governo non colmano le carenze strutturali: personale insufficiente, crescenti liste d’attesa, espansione del privato accreditato e diseguaglianze territoriali.
Per questo proponiamo di stanziare 10 miliardi di euro per rafforzare la sanità pubblica, destinandoli alla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza, alla medicina territoriale, alle politiche sanitarie di prevenzione, a un piano strutturale di assunzioni di personale sanitario.
Sul fronte delle migrazioni, la priorità assoluta è salvare vite e garantire il rispetto dei diritti fondamentali. Occorre innanzitutto stanziare 750 milioni per finanziare una missione pubblica di ricerca e soccorso in mare delle persone migranti. È poi necessario superare politiche inefficaci e dannose come il Protocollo Italia–Albania, che per il 2026 ha un costo di 29,7 milioni, aprendo la strada a forme di esternalizzazione dell’accoglienza.
Al contempo, è urgente chiudere i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, che assorbono 94,8 milioni, non garantiscono alcun risultato nella gestione dei rimpatri e sono spesso teatro di gravi violazioni.
Le risorse risparmiate vanno reinvestite in un sistema di accoglienza pubblico, diffuso e qualificato. Inoltre, Sbilanciamoci! propone l’istituzione di un Fondo per le reti territoriali contro il razzismo da 50 milioni al fine di creare spazi sicuri e strutture di tutela coordinate dagli Enti locali.
Il sistema penitenziario è in crisi: sovraffollamento, strutture inadeguate, carenze di personale e riduzione delle opportunità trattamentali. Nel 2026 sono previsti circa 3,5 miliardi per l’amministrazione penitenziaria, ma manca una strategia per la depenalizzazione di alcune condotte e per il reinserimento delle persone detenute: di queste lavorano appena il 30% circa, con una quota minima alle dipendenze di imprese esterne, mentre gli sgravi destinati alle aziende diminuiscono.
È necessario stanziare 2 miliardi su misure alternative al carcere, percorsi lavorativi e formativi delle persone detenute, rafforzamento degli organici degli istituti penitenziari.
Per quanto riguarda l’accoglienza dei minori, Sbilanciamoci! propone un incremento pari a 400 milioni di euro del dedicato Fondo per il sistema di accoglienza degli Enti locali. In tema di contrasto al gioco d’azzardo – il cui giro d’affari in Italia è di oltre 150 miliardi l’anno e che riguarda quasi 2 milioni di giovani sotto i 25 anni – chiediamo che siano stanziati 56 milioni di euro per il ripristino del Fondo nazionale per il disturbo da gioco d’azzardo, la ridefinizione dell’Osservatorio nazionale, la trasparenza e tracciabilità dei dati sul fenomeno.
Sul fronte delle politiche sulla disabilità occorre garantire risorse adeguate e strutturali per sostenere politiche di intervento orientate alla piena realizzazione personale e all’autonomia delle persone con disabilità; potenziare gli strumenti di sostegno ai caregiver familiari; assicurare un sistema integrato di servizi di prossimità; rafforzare la governance delle politiche sulla disabilità, rendendo stabile il confronto con le rappresentanze sociali.
Il finanziamento di questi interventi necessita di 2 miliardi di euro. Infine, per contrastare l’emergenza abitativa Sbilanciamoci! propone 400 milioni a sostegno del diritto all’abitare: aumento delle detrazioni per gli inquilini con redditi bassi, eliminazione dell’IMU sugli alloggi di edilizia residenziale pubblica e una cedolare agevolata per chi affitta a famiglie in difficoltà.
Al contempo, l’introduzione della tracciabilità obbligatoria dei contratti di locazione e una riforma delle cedolari secche generano 1,6 miliardi di maggiori entrate, contrastando il fenomeno degli affitti in nero.

 

TAGLIARE LE SPESE MILITARI PER INVESTIRE IN PACE, DIRITTI E COOPERAZIONE
La spesa militare italiana continua a crescere e nel 2026 arriva a 33,9 miliardi di euro, con investimenti in nuovi armamenti che superano i 13 miliardi. Sbilanciamoci! chiede una radicale inversione di rotta, proponendo la riduzione degli effettivi militari a 150mila unità – in linea con quanto previsto dalla “Riforma Di Paola” – con un risparmio di 500 milioni, il taglio di 4 miliardi all’acquisizione di nuovi sistemi d’arma da parte del Ministero della Difesa e di 1,6 miliardi ai programmi militari del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Inoltre, si propone una drastica riduzione delle missioni militari all’estero con proiezione armata in aree di conflitto (700 milioni di risparmio per le casse statali) e una tassazione del 50% degli extraprofitti delle imprese militari (entrate pari a 750 milioni). Queste misure permetterebbero di liberare risorse ingenti da destinare a una sicurezza orientata alle persone e non alla produzione bellica.
In particolare, una parte dovrebbe essere destinata a sostenere politiche di pace e cooperazione internazionale: servono innanzitutto 700 milioni aggiuntivi per la Cooperazione allo Sviluppo, così da riportare l’Italia sul percorso verso l’obiettivo internazionale dello 0,7% del Pil. Occorrono poi 50 milioni per rafforzare le strutture dell’ONU impegnate nel disarmo umanitario e 300 milioni per avviare una riconversione dell’industria militare verso produzioni civili, utili al Paese e ai territori.
È altrettanto importante restituire spazi e prospettive alle comunità locali, trasformando 20 aree oggi vincolate a uso militare in progetti di sviluppo (200 milioni di investimento). Inoltre, Sbilanciamoci! propone di destinare 100 milioni alla costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta e alla stabilizzazione dei Corpi Civili di Pace. Anche il Servizio Civile Universale ha bisogno di un rilancio, rendendolo una vera opportunità per migliaia di giovani: servono 100 milioni aggiuntivi per ampliare i posti disponibili e rafforzare tutoraggio, ospitalità dei fuorisede e riconoscimento delle competenze.

TERRITORI, FILIERE LOCALI E NUOVA ECONOMIA SOSTENIBILE

Anche in questa Legge di Bilancio il Governo trascura l’economia sociale e solidale. Sbilanciamoci! propone innanzitutto la creazione di un Fondo per l’economia sociale con 500 milioni di euro e la moltiplicazione in tutta Italia dell’esperienza dei Poli civici locali (100 milioni di euro).
È inoltre necessario stanziare 300 milioni su Progetti di recupero e riqualificazione ambientale e di messa in sicurezza di siti colpiti dai recenti eventi alluvionali, e che 700 milioni siano investiti sulla realizzazione di Comunità energetiche rinnovabili negli immobili pubblici e di Edilizia Residenziale Pubblica. 300 milioni dovrebbero andare all’implementazione di Piani del cibo che assicurino lo sviluppo rurale e la sovranità alimentare dei territori in una chiave agroecologica. Ulteriori 10 milioni sono da destinarsi alle Case delle sementi, presidi a difesa dell’agrobiodiversità e delle alle reti di piccoli agricoltori.
Altro tassello riguarda il rafforzamento, con un investimento di 50 milioni di euro, dei Biodistretti agroalimentari e dell’Agricoltura sostenuta dalle comunità, un modello di organizzazione territoriale alla pari tra aziende agricole e consumatori attraverso cui si decide insieme cosa produrre e come condividere rischi e benefici.
Occorre infine un sistema di distribuzione coerente con i valori della sostenibilità e delle filiere corte: Sbilanciamoci! propone un investimento di 11 milioni di euro per finanziare un Fondo per il commercio equo e solidale e la Piccola distribuzione organizzata, promuovendo le reti locali di mercato, riuso, artigianato e commercio, e offrendo alle comunità un’alternativa concreta alla grande distribuzione e ai suoi impatti negativi sul piano sociale e ambientale.


Scarica da qui il rapporto completo.


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L’ora triste dell’istruzione post-liberale - Marco Pitzalis

Dopo gli anni ’80, il neoliberismo classico ha promosso il mito dello Stato minimo e, su questo mito, ha sostenuto un progetto di economia globale capitalista portato avanti sulla base di due direttrici principali: la deregolazione e la delocalizzazione (affiancate dalla finanziarizzazione dell’economia). Fin da subito, il sistema di istruzione ha iniziato a conoscere, sulla scorta delle indicazioni provenienti dall’OCSE, un processo di torsione verso un modello di quasi-mercato (già sperimentato nel Regno Unito), diretto a cooptare scuola e università all’interno di quel progetto utopico (e ora sappiamo velleitario) di economia della conoscenza, grazie al quale l’Europa sarebbe diventata la società e l’economia più avanzata del pianeta (oggi abbiamo sotto gli occhi l’esito di questa patetica hybris eurocentrica). In realtà, come mostrato da Jessop e Crouch, lo Stato non si è ritirato, ma si è riconfigurato come Stato regolatore, capace di governare il mercato con strumenti di mercato. In Europa, questa logica si è istituzionalizzata e lo Stato (e, soprattutto, quella forma di super-io dello Stato che è la Commissione Europea), avendo rinunciato a pianificare direttamente la produzione o la distribuzione, opera definendo cornici, regole e risorse finanziarie entro le quali gli attori devono competere per ottenere fondi pubblici. 

La torsione neoliberale del sistema educativo italiano ha preso la forma di una competizione a tutti i livelli, audit permanente, logiche di scelta e di mercato, managerializzazione dei dirigenti, retorica della “performance” individuale. Questo dispositivo ha prodotto disuguaglianze strutturali, ansia sociale e una progressiva perdita di senso del lavoro docente. I sistemi di qualità, accountability e accreditamento appaiono chiaramente come sistemi di controllo morale e di mobilitazione politica (vedi Pitzalis, 2016) che hanno costruito burocrazie parallele in grado di assorbire e distribuire ingenti risorse economiche, simboliche e di potere.

La competizione regolata nello Stato neoliberale prometteva attenzione ai processi e ai risultati, e quindi distribuzione di responsabilità e incentivo dell’autonomia. Ho scritto altrove come quest’autonomia nella scuola e nell’università sia stata una falsa promessa e si sia tradotta in forme di centralismo deresponsabilizzato e depoliticizzato. Un centralismo che dà le soluzioni, indica gli obiettivi, ma non si prende mai la responsabilità dei fallimenti. Questi cadono sempre sui “militi ignoti” della scuola e dell’università, coloro che al fronte fanno le cose nonostante il continuo lavoro di distrazione (di fondi, di attenzione, di finalità concrete) derivante dalle policy dell’istruzione. Questo modello sopravvive oggi alla crisi del progetto neoliberale che lo ha generato.
La crisi del modello neoliberale è iniziata in realtà con l’anno 2000 (con il crollo delle borse e la bolla speculativa), ma ci sono voluti otto anni perché il mondo prendesse coscienza del fatto che il capitalismo neoliberale aveva costruito le condizioni di una crisi economica, finanziaria e geopolitica difficilmente districabile e della quale gli economisti non avevano previsto né esiti né vie di uscita («Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»).

La crisi del 2008 fu ancora più drammatica e rese necessario – prima negli USA di Obama e poi nell’Europa guidata da Draghi – un ritorno dell’intervento pubblico. Il famoso “Whatever it takes” di Draghi rappresenta infatti un rovesciamento del dogma neoliberale. Alla mano invisibile del mercato, che aveva preso a schiaffi i piccoli risparmiatori e poi gli stessi banchieri, andavano messe le manette.
Questa crisi, le cui conseguenze furono molto dure per paesi come l’Italia (che paghiamo in termini di mancati scatti stipendiali e di perdita di reddito), ha prodotto però un cambiamento che abbiamo ancora difficoltà ad afferrare perché stiamo dando la caccia al fantasma di un progetto politico ed economico oramai morto.

La crisi del neoliberismo ha prodotto i suoi mostri, cioè la conversione di una parte delle vecchie élite neoliberali a un paradigma reazionario, moralistico e nazionalistico, riesumato senza passare da una critica seria degli effetti perversi della globalizzazione neoliberale, della finanziarizzazione dei mercati, della crisi del welfare state e della precarizzazione del lavoro. Anzi, questi elementi permangono, rafforzati da una logica del controllo e da un ulteriore indebolimento delle democrazie parlamentari. La svolta reazionaria delle vecchie élite neoliberali, in tutto il mondo, fa emergere rigurgiti moralistici, sessisti, nazionalisti (cripto-razzisti, neo-coloniali e militaristi) delle classi dirigenti occidentali.

Nel sistema di istruzione questa svolta emerge chiaramente nelle linee guida 2025 per la scuola primaria, per esempio, con l’esaltazione di una figura docente definita come “magister” e con quelle retoriche centrate sulla tradizione e sulla trasmissione verticale dei saperi. A questo rinforzarsi dell’eteronomia scolastica si aggiunge il progressivo restringimento dell’autonomia delle università. Questa prende forma nella bozza di riforma Bernini, dove emerge un rafforzamento del controllo governativo diretto sui CdA delle università e sui processi di indirizzo. Un nuovo paradigma si sta dunque consolidando e possiamo definirlo post-liberale, neo-centralistico, iper-normativo.
Tuttavia, questo ritorno all’ordine è velleitario. Non perché sia impossibile rafforzare la dimensione trasmissiva della scuola, ma perché il contesto nel quale tenta di affermarsi è radicalmente mutato. La scuola reale e la nostra esperienza di docenti sono caratterizzate profondamente dalle esperienze della piattaformizzazione, della frammentazione cognitiva, della crisi del futuro. Le piattaforme educative e amministrative ridefiniscono tempi, pratiche e metriche del lavoro docente; inoltre, la scuola, da tempo, non ha più il monopolio simbolico della trasmissione dei saperi. Altri dispositivi – social media, influencer educativi, micro-contenuti e, soprattutto, l’intelligenza artificiale – producono gerarchie di legittimità con cui l’insegnante deve oggettivamente competere. L’orizzonte temporale è percepito come precario e questo senso di crisi è acuito dalle incertezze che assediano il presente. Dunque, la crisi di autorevolezza delle istituzioni educative (il grande cruccio e feticcio dei reazionari) non può essere superata ripristinando l’autorità per decreto. L’autorevolezza delle istituzioni può essere costruita solo attraverso pratiche di senso condivise.

In questo scenario, il ritorno del “magister” rischia di essere soltanto una mera retorica identitaria, una risposta nostalgica davanti a trasformazioni che sono strutturali (digitali, economiche, cognitive). Tra le righe emerge una confusione tra autorità e autoritarismo, e l’illusione senile di poter ricostruire la prima invocando il secondo.

Sul piano universitario, l’accentramento politico della governance non intercetta la mutazione del campo transnazionale. La ricerca e la didattica sono già incorporate in logiche globali di piattaforma, nelle metriche dei ranking, nella competizione per fondi europei. Governare “a monte” non ricostruisce autonomia “a valle”, ma la rende ancora più debole. In tutto questo, la passività degli atenei in questi processi è però il dato più sconfortante.

Sullo sfondo troviamo dunque l’equivoco che si possa rispondere alla crisi neoliberale della scuola e dell’università con un ritorno centralista anziché con una ridefinizione della sua missione pubblica. La crisi attuale, infatti, non è legata a un eccesso di autonomia, ma a un modello che ha dissolto i legami, precarizzato gli attori, mercificato i processi.

Il nodo è dunque un altro: scuola e università hanno bisogno di riconoscersi prima di tutto come comunità educanti, non come sistemi gerarchici finalizzati alla produzione di outcome misurabili. Alla crisi del futuro occorre rispondere con una rinnovata capacità di progettazione culturale, e non con una maggiore sorveglianza amministrativa. In particolare, come ho scritto altrove, scuola e università abbisognano di professionalità riflessive, non di docenti-funzionari ridotti a funzionari della rendicontazione e dell’accreditamento.

Il paradigma che si sta affacciando, a metà tra nostalgie autoritarie e retoriche dell’ordine, non è una soluzione, ma una reazione senile, scomposta e disperata. Nasce dall’ignoranza di ciò che la scuola neoliberale ha già prodotto nella scuola e nell’università reali, imponendo una logica di governance algoritmica che ha spostato il potere dalle istituzioni agli standard tecnici.

Oggi non è pensabile che si possa restaurare il passato, però possiamo immaginare una scuola capace di produrre competenze critiche sulle piattaforme, costruire comunità professionali, progettare autonomia come capacità collettiva, generare sapere pubblico in modo democratico.
Se il neoliberismo ha dissolto i legami, il post-liberalismo nostalgico rischia di irrigidirli senza ricostruirli.
Occorre opporre a questo movimento reazionario un paradigma comunitario e cooperativo, fondato su fiducia, ricerca e cura educativa.

Il progetto di un avvenire sostenibile e inclusivo non ha più bisogno di dirigenti scolastici e rettori universitari che governino sulla base di una logica economica, ma che abbiano come missione la cura dell’istituzione come bene comune. Questo avvenire non chiede un insegnante-magister che impartisca un sapere sclerotizzato dall’alto, ma un insegnante-intellettuale che costruisca senso nel cambiamento. Il resto è fumo ideologico, che aggiungerà un senso di ridicolo alla tragedia della crisi del neoliberismo.

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domenica 28 dicembre 2025

Pasolini o dell’alterità del comunismo - Sergio Labate

Prologo.

Ultimamente sono annoiato dalla maggior parte delle animate discussioni culturali che attraversano il nostro paese, tanto quanto sono commosso a immaginare – che è una delle poche cose che si può fare davvero, coltivare l’empatia degli assenti – la sostanza storica delle parole lasciateci in eredità da coloro che hanno nutrito la nostra generazione. “Sostanza storica”: parole pubbliche che erano fatte di corpi e di sostanze materiali. Questo erano gli intellettuali, non attori di un reality show ininterrotto chiamato “politica”, ma persone che si scontravano, venivano al dunque e, in ogni caso, nelle parole che mettevano al mondo ne percepivi le viscere, il sangue, la nuda connessione tra le vite private e le utopie pubbliche. Intellettuale era chi provava a discendere negli inferi della propria vita intima per risollevare non solo se stessi, ma quante più persone possibili verso una forma di vita comune, quella che riguarda tutti e non solo chi ne sussurra le parole, ne inventa le direzioni. L’intellettuale come colui che trova parola nel disorientamento del mondo, così mi pareva questo mestiere di scrivere e insieme di vivere.
Sarà per questo che anche l’anniversario di Pasolini mi è parso un evento sospeso tra due mondi, letteralmente. Che poi erano già quelli che intuiva lui stesso: uno 
smarrito per cui non resta che un congedo che non riusciamo a concederci e l’altro che è giunto tra noi e che fingiamo di non vedere per non soffrire di ciò che annuncia, del soffio che sbatte le porte e frantuma i vetri e mette a soqquadro la nostra acquietata coscienza borghese. Non è cambiato nulla, dopo cinquant’anni. Ancora lo facciamo abitatore di due mondi che si sfiorano ma non si amano, si succedono ma non si riconoscono, si sono nutriti vicendevolmente ma fingono di non dover nulla l’uno all’altro.
Vale a destra, che tira Pasolini per la giacca come una figurina da possedere, un ombrello sotto cui ripararsi, e se anche siam fascisti, l’importante è non prendere la pioggia. Ma vale anche a sinistra, quella sinistra che usa Pasolini per rafforzare la coscienza di una superiorità imperitura, una vera e propria legge della natura, del resto mai potrebbe essere legge della storia visto che la storia ci è sfuggita di mano e sta andando a grandi passi verso tutt’altra parte. Ma noi accontentiamoci di stare al calore del nostro mondo antico e che importa se tutti gli oppressi stanno ormai senza rifugio e senza parole e il loro inferno è rimasto uguale, senza nemmeno più poter nutrire la speranza che un tempo qualcosa o qualcuno rappresentava per loro. Gli oppressi, l’unico vero e insensato amore di Pasolini. Amore non d’intimità ma d’alterità. Come vedremo subito adesso che il discorso può tornare quel che è, una dissimulazione dell’amore che lo muove. Quel che è per molti e per me, quel che non è mai stato per lui.

C’è un discorso di Pasolini che appare quello di un fantasma, di uno spettro. Lo legge Vincenzo Cerami due giorni dopo la morte del poeta. Siamo al congresso del Partito radicale, che celebra i trionfi che avrebbero costruito la sua epica. Siamo all’inizio di novembre 1975. Pasolini non c’è più, è già uno spettro. Ha avuto tempo e modo di scrivere quelle parole, ma la contumacia a cui il destino le condanna è una metafora di un modo d’interpretare il nostro presente che il suo pensiero rappresenta. È questo ciò che mi sconvolge di più rileggendolo ancora adesso: la lucidità rispetto al (nostro) tempo presente, a partire dal privilegio di essere assente. Chissà se questa lucidità in contumacia è l’unica possibile per un intellettuale: se la lucidità non sia davvero solo ciò che appare a cose fatte. E vi sarebbe comunque di che discutere, sul fatto che la lucidità possa essere una dote pasoliniana, di un autore che è sempre parso provocatore, viscerale, irriverente, complicato, inaspettato. Niente più della sua scrittura mi appare sideralmente lontana da ogni more geometrico, da ogni evidenza e pulizia dello sguardo. Come sia possibile che in questa scrittura sempre impaziente vi sia stata tanta lucidità, anche politica, io non riesco davvero a spiegarlo. Per questo vorrei proporre di tornare un istante a quelle parole di uno spettro e a quell’evento. Facciamo quel che Pasolini ha fatto – per fortuna nostra – raramente: andiamo con ordine.

Pasolini tiene a presentare la propria alterità: non va a parlare con i radicali perché è a loro prossimo, ma perché è da loro altro. La sua presentazione è nota e suona, in contumacia, quasi come un testamento politico: «Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota Partito Comunista Italiano». Eccola l’alterità di Pasolini, quella di un comunista. Che marca la distanza persino da tutto ciò che oggi appare troppo radicale, quasi intollerabile agli occhi della gente che dovrebbe rappresentare la sinistra. Pochi di loro si definirebbero ancora progressisti, certamente nessuno socialista. Se lo fa il sindaco di New York, viene considerato un potenziale sovversivo. È ovvio, lo so: quel riferimento al socialismo va contestualizzato. Siamo in Italia, nel 1975 e il Psi si sta imponendo con tutta la prepotenza del suo riformismo a uso e consumo del neocapitalismoUn mix di potere e consumo e, soprattutto, la presunzione (del tutto corretta, purtroppo e col senno del poi) che la rivoluzione potesse fare la fine della locomotiva cantata da Guccinideviata su un binario morto, quello in cui abbiamo barattato il sogno per tutti in un sogno che riguardava soltanto l’io, l’universalismo delle classi con l’individualismo che avanzava nelle sembianze di un’emancipazione e le promesse di cambiare non più il mondo ma la nostra vita individuale. Non più il sol dell’avvenire ma la casa di proprietà e le televisioni e tutto quel che è venuto dopo e non smette ancora di accadere. Ma è proprio questo il punto: tutto quello che è venuto dopo, anche a sinistra, sembra aver trattenuto in eredità questa sbiadita promessa falsa che il neocapitalismo promuoveva e i socialisti italiani imponevano. Non il sogno di un marxista che vota Pci, ma l’illusione che gli oppressi si potessero elevare tramite la privatizzazione del mondo.

Non è che un istante e siamo già nel tempo nostro. Dove certo giunge La Russa a celebrare il Pasolini conservatore, ma sinceramente mi pare solo folklore, non cultura. Mentre ciò che mi appare imperdonabile sono i Veltroni, i Napolitano, i Fassino, quelli che si autoproclamano eredi legittimi e nessuno mai si potrebbe far sfiorare dal dubbio che non lo siano. E che questa privatizzazione del mondo, questo cedimento di un’intera tradizione, l’hanno perseguiti così sistematicamente e violentemente da costruire una trappola con i mezzi e le aspettative che appartenevano al bisogno di trovare una via d’uscita da ogni trappola. Quella cosa che Pasolini rivendica e chiama ancora Comunismo. Chi ha tradito davvero Pasolini? Chi lo strumentalizza pallidamente e senza crederci nemmeno lui o chi aveva il dovere di leggerlo e ha preferito dimenticarlo per realizzare alla perfezione il mondo sciagurato da lui prefigurato? Pasolini sapeva la differenza che passa tra un comunista e un radicale, un progressista, un socialista. Sapeva che ciò che li distingue è un’alterità inquieta e irriducibile.

È a questo punto della storia che quel discorso in contumacia appare così vividamente attuale da far male. Perché, davvero, Pasolini aveva capito tutto non solo della mutazione antropologica ma anche della mutazione politica (soprattutto, aveva intuito che sono la stessa cosa). E forse già allora – forse, perché il suo segretario era Berlinguer, sulla cui eredità politica a me risulta difficile prendere posizione – aveva capito che quell’estrema, ultima dichiarazione d’amore nei confronti del Pci avrebbe pagato lo scotto di una doppia contumacia: del poeta ormai assente ma anche del Pci già votato alla propria dissoluzione, pronto a prendere le vesti del suo contrario, come accadrà qualche decennio dopo. Pronto a cedere la propria alterità per diventare come i radicali, i socialisti, i progressisti. E, così, perder definitivamente se stesso. Non posso seguir tutto il discorso (si legge negli Scritti corsari, si trova facilmente anche in rete), ma sottolineo solo alcuni passaggi fondamentali per capire quale alterità abbiamo perduto e a quale conformismo ci siamo rassegnati.

Pasolini descrive una nuova categoria di militanti: “gli estremisti dei diritti”. Chi sono? Sono dei veri apostoli, che hanno come missione quella di convincere gli altri con le buone o con le cattive ad aver coscienza dei propri diritti. Ora, qui cominciamo a capire dove sta andando a parare il discorso, questi estremisti non sono già più comunisti, perché la lotta di classe e l’alterità degli sfruttati rispetto agli sfruttatori si è già stilizzata ed è diventata una faccenda interna alla coscienza borghese. La lotta di classe è stata sostituita dalla «inconscia guerra civile dentro l’inferno della coscienza borghese», scrive Pasolini («l’apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese – l’apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli – altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. È un’inconscia guerra civile – mascherata da lotta di classe – dentro l’inferno della coscienza borghese»).

Perché Pasolini se la prende con l’emergere della coscienza dei diritti? Oltretutto, poche righe prima, ha riconosciuto come inaggirabile la preferenza per la democrazia da parte dei comunisti. Dunque ciò che Pasolini sta rimproverando agli “apostoli estremisti” non è di aver intrapreso la via dei diritti – cioè quel particolare modo di far avanzare l’emancipazione che consiste nel legittimare le conquiste degli sfruttati attraverso la tutela della legge –, ma di averlo fatto in funzione di quelli che egli stesso indica come i “diritti civili”. Non è quello che rimproveriamo ai pallidi eredi rimasti del Pci? Certamente sì. Ma Pasolini non anticipa il senso comune, anticipa lo spiazzamento del senso comune. Il problema dei diritti civili non è affatto, come vorrebbero altri eredi ancora più sbiaditi di quella tradizione, i “rossobruni” di oggi, di aver sostituito gli operai con le innumerevoli “minoranze” come soggetto della rivoluzione. Il problema non è la classe, è piuttosto il conflitto: cioè l’alterità (se il lettore ha solo la pazienza di giungere alla citazione finale, Pasolini lo dirà con una chiarezza esemplare). Anche i diritti sociali possono incivilirsi, cioè rientrare dentro l’inferno della coscienza borghese. Continua Pasolini: «Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i “diritti civili” che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un’ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti – oppure laica in Francia – hanno assunto una colorazione classista. L’italianizzazione socialista dei “diritti civili” non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l’estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L’estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici  diritti dei padroni. L’estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l’identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in senso borghese».

Ecco qui: l’estremista prende la faccia di Veltroni e di quella brutta storia che ci porta fino agli improbabili rappresentanti della sinistra di oggi. Apostoli, ma soprattutto apostati che hanno insegnato a tutti gli altri che l’unico sogno rimasto è che chi serve possa diventare padrone, chi è sfruttato possa ottenere l’identica felicità degli sfruttatori. Apostoli, ma anche zeloti che si sono incaricati di non lasciare altra possibilità di immaginare lo sfruttato se non come uno sfruttatore infelice. E coloro che ancora ammonivano che la questione è l’alterità, non l’identificazione, sono stati messi da parte, ignorati, derisi. Che meraviglia però questa sintetica definizione pasoliniana, che contiene in sé probabilmente una doppia critica. La critica ai zeloti estremisti, che hanno fatto della felicità degli sfruttatori niente più che una trappola del neocapitalismo, ma anche la critica ai comunisti scientifici, che sono scivolati ai margini della storia perché si sono dimenticati, a un certo punto, che il destino degli sfruttati aveva a che fare con la loro felicità, non con l’algida evidenza di una necessità oggettiva. Non un soggetto, ma un popolo. Questo era il cuore del comunismo e la sua alterità.

Ma c’è un ultimo passo da fare, in questo discorso che l’assenza di Pasolini consegna ai nostri tempi. Perché finora egli ci ha indicato cosa il comunismo non deve diventare (e cosa è diventato, possiamo aggiungere noi a posteriori). Ma la forza della sua lucidità sta nel consegnarci, cinquant’anni fa, un manifesto programmatico da cui ripartire adesso. Che sembra scritto per noi. Un testo sacro della sinistra che vorrei e, probabilmente, dell’unica sinistra che potrebbe non essere condannata al destino dei morti viventi. Innanzitutto Pasolini demolisce ogni argomento oppositivo, come già anticipato. La questione non è opporre diritti sociali a diritti civili, che tanto il neocapitalismo è in grado di risucchiare tutto nel gorgo profondo del conformismo e dell’identificazione. La questione è di ripartire dall’alterità di una forma di vita, così scrive Pasolini: «In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? È abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un’altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche – razzialmente diverse. E in realtà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei Consumi».

Posso dirlo? Queste parole mi commuovono. Perché in fondo, così mi pare funzioni, l’atto d’amore nei confronti di un poeta non è altro che gratitudine per l’atto d’amore che le sue parole rappresentano per me. Trovo in queste poche righe espresso con chiarezza ciò che provo e non so dire, ciò che mi muove e non so come. La lotta di classe è una lotta per la prevalenza di un’altra forma di vita, né di più né di meno. Il comunismo è la lotta di coloro che, proprio in quanto sfruttati, non vogliono diventare come sfruttatori. È questo il sogno del comunismo. Non è questione d’identificazione, ma d’alterità. È tutto trascorso, scolorito? Ormai l’identificazione si è estesa irreversibilmente, grazie anche all’operoso sforzo degli apostoli zeloti del centro-sinistra? La profezia di Pasolini ci consegna una speranza quasi ontologica, se mi si permette il termine. Oggettiva, si direbbe. Tra gli sfruttati e gli sfruttatori l’alterità si può cancellare, ma non si può rimuovere. Anche “in piena età dei Consumi”, scrive Pasolini. Si riferiva a un mondo che prometteva a tutti di divenire uguali, se solo tutti avessero smesso di fargli la lotta. Quasi tutti hanno smesso di fargli la lotta, in effetti. Ma la promessa di diventare uguali si è trasformata nel suo contrario: siamo divenuti sempre più diseguali. L’identificazione non ha cancellato l’ontologia e gli sfruttati continuano a non essere come gli sfruttatori. In piena età dei consumi, dunque, la lotta di classe è riesplosa. Gli zeloti erano solo profeti sbagliati: all’opera, dunque.

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Il caso dell’imam Shahin non è un’eccezione. La politica delle espulsioni e il ruolo dei Cpr - Erasmo Sossich

 

Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin viene fermato dalla polizia la mattina del 24 novembre 2025, mentre accompagna i figli a scuola. In poche ore da Torino viene portato nel Cpr di Caltanissetta, dove rimane detenuto in attesa di essere espulso in Egitto, suo paese d’origine. In quanto oppositore del regime di al-Sisi, in caso di deportazione rischia di essere detenuto, torturato, ucciso. Dopo tre settimane, la mattina del 15 dicembre, viene liberato su disposizione della Corte d’Appello del tribunale di Torino, che accoglie il ricorso presentato contro la sua detenzione. Il peggio sembra quindi alle spalle, ma il suo caso non è ancora concluso. Inoltre, quanto avvenuto a Shahin non è un caso isolato, ma indice di una profonda trasformazione nella politica delle espulsioni.

Mohammed Shahin ha quarantasei anni, ventuno dei quali passati in Italia. Qui si è sposato, ha avuto due figli e ha ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo, ma non la cittadinanza. È l’imam della moschea Omar Ibn al-Khattab, situata nel cuore del quartiere di San Salvario a Torino, nota per la promozione di iniziative di dialogo inter-religioso e la cooperazione con la società civile; negli ultimi due anni è stato una presenza costante nel movimento cittadino in solidarietà con la Palestina, facendo propria una prassi non-violenta e sostenendo il dialogo con le istituzioni. Ciò ha fatto di Shahin una figura pubblica e trasversale, nota in città e altrove, come testimoniato dalla campagna per la sua immediata liberazione, che ha visto mobilitarsi movimenti sociali, parte del mondo dell’università e dell’associazionismo ma anche personalità politiche e religiose. Tuttavia, ciò non è stato sufficiente a proteggerlo: per il governo, Shahin rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale, e pertanto deve essere espulso dal paese.

Il decreto di espulsione è stato firmato dal ministro dell’interno Piantedosi in persona. Il decreto segue un’interrogazione parlamentare promossa da Augusta Montaruli, deputata torinese di Fratelli d’Italia, nella quale si chiedeva l’allontanamento dell’imam in virtù della sua pericolosità. Secondo Montaruli questa sarebbe evidenziata da alcune affermazioni in cui avrebbe giustificato gli eventi del 7 ottobre 2023. Stando alla Corte d’Appello di Torino, che il 28 novembre ha convalidato il trattenimento dell’imam nel Cpr di Caltanissetta, tali frasi possono esasperare tensioni sociali, al punto da costituire una minaccia per la sicurezza della società italiana. “La tutela della libertà di manifestazione del pensiero – scrive la giudice Maria Cristina Pagano nel provvedimento citato dal Manifesto – ha sempre un limite non derogabile nell’esigenza che attraverso il suo esercizio non vengano sacrificati beni anch’essi voluti garantire dalla Costituzione e che tale deve ritenersi il mantenimento dell’ordine pubblico”. E poco importa se la procura torinese avesse già decretato, in seguito a una segnalazione diretta da parte della Digos, che le parole dell’imam non costituissero una violazione del Codice penale, archiviando  il caso. Oltre a ciò, a riprova della sua pericolosità, viene citata la sua partecipazione a un blocco stradale, avvenuto nel corso di una manifestazione in solidarietà alla Palestina, il 17 maggio 2025; vengono sottolineati i suoi rapporti con Gabriele Ibrahim Delnevo, ventitreenne genovese morto da “foreign fighter” in Siria, ed Elmahdi Halili, condannato più volte per reati legati al terrorismo di matrice islamica. Tuttavia, i “rapporti” contestati si limitano a un controllo occasionale di polizia nel 2012 durante il quale Shahin si trovava assieme a Delnevo, e a un’intercettazione telefonica del 2018, contestuale alle indagini su Elmahdi, in cui quest’ultimo suggeriva a un conoscente di recarsi alla moschea di Omar. Infine, va sottolineato che, almeno in un primo momento, i fascicoli relativi ai reati citati nel decreto di espulsione erano stati fatti passare per secretati, “in quanto concernente documentazione classificata come riservata”. Così si legge nel decreto, e così è stato ribadito dalla giudice della Corte  D’Appello nelle motivazioni sulle quali basa la decisione di non liberare l’imam. In virtù degli accordi tra Italia ed Egitto, cui l’Italia attribuisce lo status di “paese sicuro”, le deportazioni verso l’Egitto sono ormai una prassi consolidata e ben documentata: ogni mese parte da Roma, con scalo a Palermo, un volo charter scortato dalle forze di polizia e diretto al Cairo.

Nei giorni successivi gli avvocati di Shahin, Fairus Ahmed Jama e Gianluca Vitale, hanno presentato diversi ricorsi, e il 15 dicembre la Corte d’Appello di Torino ha accolto il ricorso presentato contro il trattenimento. Nelle prime ore del pomeriggio Shahin è stato quindi liberato. Stando all’ordinanza che ne ha disposto la liberazione, firmata dal consigliere Ludovico Morello, la nuova decisione segue l’acquisizione di nuovi importanti elementi da parte della corte. Innanzitutto, i procedimenti penali citati nel decreto di espulsione non risultano essere secretati. Al contrario, il procedimento relativo alle frasi proferite era stato archiviato, e dall’esame degli atti relativi al blocco stradale emerge una condotta non connotata da alcuna violenza o da altri fattori indicativi di pericolosità. La Corte sottolinea inoltre che le parole pronunciate il 9 ottobre, condivisibili o meno, sono espressione di pensiero e non possono essere ritenute elemento fondante il giudizio di pericolosità. In secondo luogo, viene riconosciuto il “concreto e attivo impegno del trattenuto in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano”. In terzo luogo, si rileva che i contatti con i soggetti condannati per apologia di terrorismo sono isolati e datati. In quarto luogo, viene sottolineato che Shahin vive in Italia da oltre vent’anni, durante i quali si perfettamente inserito nel tessuto sociale del paese. In definitiva, non ci sono elementi per affermare che Shahin sia attualmente pericoloso. Ciononostante, le prossime settimane vedranno rapidamente succedersi diverse udienze: una al Tar del Lazio per la sospensione del decreto di espulsione (22 dicembre); una alla Corte di Cassazione sul trattenimento (9 gennaio); una al Tar Piemonte contro la revoca della carta di soggiorno (14 gennaio). Resta ancora ignota la data dell’udienza del ricorso al tribunale di Caltanisetta, contro il rigetto della domanda di protezione internazionale, presentata da Shahin subito dopo l’inizio della detenzione.

PER RAGIONI DI SICUREZZA
La possibilità che il ministro degli interni disponga l’espulsione amministrativa di uno straniero per ragioni di ordine pubblico o di sicurezza è presente nell’ordinamento italiano da molto tempo. Se prima del ventennio numerose leggi, regi decreti e regolamenti lasciavano ampia discrezionalità all’autorità amministrativa, a partire dal 1931 l’espulsione degli stranieri viene regolata dal Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, articolo 150), tutt’ora in parte vigente. Sebbene il tema non sia affrontato nella prima riforma organica in materia di immigrazione, la legge Foschi (legge 30 dicembre 1986, n. 943), la questione delle espulsioni viene nuovamente affrontata dalla legge Martelli (legge 28 febbraio 1990, n. 39), che a distanza di anni verrà utilizzata come base per il Testo Unico sull’immigrazione (decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286). Questo rimane a oggi lo strumento normativo fondamentale sull’argomento, per quanto soggetto a diversi “aggiustamenti”, come la legge Bossi-Fini del 2002 (decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286) e  il decreto Pisanu (decreto legge 27 luglio 2005, n. 144), che ha definito le  norme  in  materia di espulsioni degli stranieri per motivi di prevenzione del terrorismo.

A oggi la questione dell’espulsione amministrativa “per gravi motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato” rimane quindi regolata al comma 1 nell’articolo 13 del Testo Unico sull’immigrazione, lo stesso articolo che al comma 2 regola la disposizione dei “normali” decreti di espulsione da parte dei prefetti nei confronti degli stranieri privi di regolare permesso di soggiorno. L’ultimo intervento al riguardo sono state le Disposizioni urgenti in materia di immigrazione e protezione internazionale (decreto legge ottobre 2023, n. 133), che però si limita a precisare le modalità dell’espulsione nel caso di stranieri dotati di permesso di soggiorno di lungo periodo (articolo 9). Nonostante il succedersi delle norme, le motivazioni che permettono il ricorso al decreto di espulsione per ragioni di sicurezza rimangono però estremamente generiche, il ricorso alla misura ampiamente discrezionale, e molto complicate le possibilità di difesa. Infine, essendoci in ballo la sicurezza nazionale, i fascicoli relativi ai reati su cui sono basati i decreti possono essere secretati.

Se nel corso del secondo Novecento le espulsioni motivate per ragioni di sicurezza sono state utilizzate soprattutto per allontanare soggetti coinvolti in attività di spionaggio o legati alla criminalità organizzata, nel corso degli anni Duemila queste sono spesso state associate al terrorismo di matrice islamica. Secondo una ricostruzione fatta dal Post, tra il 2004 e il 2014 il governo ha promosso una media di quattordici espulsioni all’anno. Dal 2014 al 2017 sono state quarantaquattro all’anno, per arrivare a cento nel 2018, settantuno nel 2019 e sessantuno tra luglio 2021 e agosto 2022. Stando all’ultimo rapporto pubblicato dal Viminale, sono 203 le persone rimpatriate per motivi di sicurezza da ottobre 2022 a luglio 2025, su un totale di 1.755 rimpatri tra gennaio 2023 e luglio 2025Sebbene i periodi cui si riferiscono i dati sulle espulsioni per pubblica sicurezza e le espulsioni totali non collimino del tutto, è chiaro che si tratta di una crescita esponenziale. Questi numeri sono  sintomatici di una nuova funzione assunta dalla macchina delle espulsioni: nel nome della sicurezza, i Cpr stanno venendo sistematicamente utilizzati per detenere ed espellere oppositori politici.

Nel contesto italiano alcune vicende simili a quella di Shahin hanno goduto di attenzione mediatica. Il più noto è probabilmente il caso di Seif Bensouibat, l’insegnante algerino accusato di aver espresso supporto ad Hamas in una chat privata, al quale, nel febbraio del 2024, è stato revocato lo status di rifugiato. Dopo aver rischiato l’espulsione dal Cpr di Ponte Galeria, lo status di Seif è stato però nuovamente riconosciuto nel novembre 2024. Zulfiqar Khan, cittadino pachistano da quasi trent’anni in Italia e imam di un centro islamico di Bologna, è stato invece espulso nell’ottobre 2024 dopo essere stato indagato per istigazione a delinquere per le sue posizioni su Israele.

La detenzione di soggetti ritenuti pericolosi all’interno dei Cpr non è però sempre conseguenza di un decreto di espulsione per ragioni di sicurezza, come reso evidente dal caso di Halili Elmahdi, la stessa persona le cui intercettazioni sono stata utilizzate per giustificare la detenzione di Shahin. Cittadino italiano di origini marocchine, Elmahdi è stato condannato più volte per reati legati al terrorismo di matrice islamica, la prima volta appena ventenne. Nel 2023 viene privato della cittadinanza, una misura resa possibile dal decreto sicurezza varato da Salvini nel 2018 con il supporto dell’allora capo di gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi  (decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113), e una volta finito di scontare la sua seconda condanna viene trattenuto in un Cpr, nonostante sia nato e cresciuto in Italia, allo scopo di venire espulso in Marocco. Sebbene il rimpatrio non sia stato eseguito, al momento del rilascio Elmahdi entra in una condizione di estrema marginalità, vivendo da senzatetto nelle strade di Torino, per venire nuovamente arrestato per associazione terroristica internazionale nel maggio 2024 e infine liberato nel luglio 2025, una volta escluso il reato di terrorismo.

L’aumento delle detenzioni nei Cpr per ragioni di sicurezza procede parallelo all’aumento dei cittadini stranieri detenuti nelle più classiche prigioni per reati politici. Emblematici il caso del palestinese Anan Yaeesh, detenuto nel carcere dell’Aquila da gennaio e a rischio di estradizione verso Israele, ma anche quelli di Alì Irar e Mansour Doghmosh, tutti incarcerati in Italia con accuse di terrorismo (270 bis del codice penale), in seguito a mandati di cattura italo-israeliani. Molto  grave  anche il caso di Tarek, condannato a quattro anni per resistenza aggravata dopo essere stato arrestato a Roma durante una manifestazione in solidarietà alla Palestina, il 5 ottobre 2024.

Guardando al contesto internazionale, ma limitando l’analisi ai casi che hanno ottenuto un certo grado di visibilità mediatica, negli ultimi due anni ci sono stati numerosi casi di espulsioni giustificate per ragioni di sicurezza. A New York, oltre settanta studenti della Columbia University coinvolti nel movimento in solidarietà alla Palestina sono stati oggetto di un ampio insieme di provvedimenti, tra cui diversi tentativi di allontanamento, come nei casi di Mahmoud Khalil, arrestato nel marzo 2025, di Ranjani Srinivasan, cui è stato revocato il suo visto, e di Lequaa Kordia, studentessa palestinese originaria di West Bank, arrestata per un visto scaduto. A Berlino, ad aprile 2025, i cittadini europei Shane O’Brien, Roberta Murray e Kasia Wlaszczyk e lo statunitense Cooper Longbottom hanno ricevuto un’ordinanza di espulsione per paventate minacce alla sicurezza, anche nel loro caso motivate della loro partecipazione al movimento di solidarietà alla Palestina. Il 14 maggio 2024, ad Atene, la polizia greca ha arrestato ventotto persone durante lo sgombero della facoltà di Giurisprudenza, occupata in solidarietà con la Palestina: nove attivisti internazionali, tra cui due cittadine italiane, sono stati prima trasferiti all’interno di un centro di detenzione e dopo una reclusione di alcune settimane sono stati tutti liberati e attendono ancora oggi la conclusione dei procedimenti a proprio carico. Solo uno di loro, dopo essere stato nuovamente arrestato l’estate successiva, verrà infine espulso.

La pratica dell’espulsione per motivi di sicurezza non è tuttavia limitata a coloro che hanno espresso solidarietà con la causa palestinese, ma è utilizzata anche per colpire i rifugiati politici. È il caso di Baris Erkus, rifugiato politico curdo in Grecia da otto anni dopo aver lasciato la Turchia, il cui status di protezione internazionale è in corso di riesame, oppure, sempre in fuga dalla Turchia, di Abdulrahman AlBakr al-Khalidi, attivista saudita per i diritti umani in detenzione amministrativa da quattro anni nella vicina Bulgaria, segnando il cupo record della più lunga detenzione amministrativa in Europa.

Già in esilio in Turchia dal 2013, Abdulrahaman era stato nuovamente costretto a lasciare il paese dove aveva trovato rifugio dopo il rapimento del suo amico e collaboratore Jamal Khashoggi, assassinato all’interno del consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018. Dopo quattro anni di detenzione, il fascicolo che proverebbe la sua pericolosità rimane ancora secretato.

Infine, l’8 dicembre 2025 il Consiglio dell’Unione europea ha siglato un nuovo accordo al fine di standardizzare la politica delle espulsioni per i cosiddetti “cittadini di paesi terzi”, prevedendo “misure speciali per le persone che rappresentano un rischio per la sicurezza”. In linea con il nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo, operativo da giugno 2026, l’Unione arricchisce il diritto comunitario con le “buone pratiche” sperimentate dai propri paesi membri.

CONCLUSIONI
Questa rapida panoramica mette in evidenza due elementi. In primo luogo, sembra che i provvedimenti di espulsione prendano di mira alternativamente cittadini provenienti dal sud globale o cittadini occidentali che abbiano preso parte ai movimenti in solidarietà alla Palestina. L’impressione è che questi abbiano oltrepassato un limite invalicabile, superato il quale i privilegi accordati dalla condizione di cittadini occidentali vengono revocati. In secondo luogo, buona parte dei casi che hanno ottenuto una qualche visibilità mediatica riguardano studenti universitari o cittadini occidentali, fornendo un’immagine distorta di un processo che – in assenza di dati ufficiali, eccetto quelli relativi al caso italiano – possiamo ipotizzare interessi in larga parte stranieri in condizione di marginalità.

Per quanto riguarda l’Italia possiamo invece osservare la configurazione di due binari, l’uno amministrativo e l’altro penale, dei quali gli organi repressivi possono servirsi quando intendono procedere alla detenzione o all’espulsione di coloro che sono etichettati come una minaccia per la sicurezza, propria o dei propri alleati. Ciò che appare evidente è che ovunque i centri di detenzione amministrativa stanno assumendo sempre più la funzione di campi di concentramento per oppositori politici, mettendo nelle stesse celle presunti militanti jihadisti, attivisti per i diritti umani, ex combattenti, professori, figure religiose, attivisti pro-pal.

Quel che è successo a Shahin non è un’eccezione. L’evento eccezionale, piuttosto, è che opinione pubblica, media e movimenti si siano accorti di quanto accaduto. Se questo isolamento si è rotto lo dobbiamo alla forza della solidarietà nata in seno al movimento per la Palestina, che ha portato per la prima volta migliaia di cittadini italiani a mobilitarsi in difesa di un imam a dispetto dell’accusa di fiancheggiamento al terrorismo. Non c’è dubbio che senza la rumorosa campagna per la sua immediata liberazione, e senza la difesa di due legali esperti e immediatamente disponibili, la vicenda di Shahin sarebbe potuta evolvere molto diversamente. La mossa di Piantedosi non va quindi letta come un evento isolato. Arbitrarietà, forzature e complicità tra apparati esecutivi e amministrativi sono la regola. Il risultato della partita che rimane da giocare, in ambito giudiziario, dipende in larga misura dalla possibilità di mobilitare risorse e solidarietà su cui non molti stranieri possono contare. L’eccezione è la regola, lo è sempre stata, nel governo “dell’emergenza migranti”. Dentro lo stato democratico, vive un altro stato: lo stato degli stranieri e dei senza cittadinanza, fatto di leggi e burocrazie autonome, di prassi arbitrarie e di spazi al di fuori del diritto, retti dalla legge della forza. Lo si trova alle frontiere, dentro le mura dei Cpr, negli uffici immigrazione e nelle “zone rosse” pattugliate da polizia e militari che fanno pendere ogni giorno sui cittadini stranieri la minaccia dell’espulsione e il ricatto dei documenti. Lo si trova nelle campagne, dove il bracciantato migrante vive nella segregazione, e nell’economia sommersa delle metropoli e dei distretti industriali. Questo stato di cittadini senza cittadinanza, su cui sempre volteggia il sospetto, è la colonia. Quella colonia che ha convissuto e continua a convivere con i regimi liberali, spesso usando la democrazia stessa come legittimazione del progetto coloniale. Un nuovo regime di apartheid si sta consolidando, ai confini d’Europa e al loro interno, e ovunque i centri di detenzione ed espulsione assumono sempre più la funzione di campi di prigionia per quei cittadini senza cittadinanza che osano dimostrare il proprio dissenso.

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