giovedì 3 settembre 2020

Università telematiche: le critiche della Gabanelli e il supermarket dei crediti per insegnare - Redazione ROARS

 

Al tempo in cui il Covid costringe l’intero sistema universitario italiano a impartire la didattica a distanza e molti futuri studenti s’interrogano con i loro genitori sulle scelte da compiere per intraprendere il prossimo anno accademico, Milena Gabanelli (con Adele Grossi) ha riacceso i riflettori sul mondo delle Università telematiche italiane, tema che Roars ha seguito fin dai suoi primi anni di attività. Sulla Data Room, ospitata sul sito del Corriere della Sera il 28 luglio scorso, è disponibile un intervento ampiamente documentato.

Cosa emerge dall’analisi della ex conduttrice di Report? Questi i dati salienti del mondo universitario voluto dal Governo Berlusconi durante il dicastero di Letizia Moratti nel 2003.

Le Università telematiche accreditate in Italia sono 11.

Esse contano (nel 2019) 110.000 immatricolati a fronte dei 1.690.000 e rotti delle Università tradizionali (nel 2018).

Per legge, esse possono impartire corsi di laurea in tutte le discipline, eccetto Medicina e chirurgia, Veterinaria, Odontoiatria. Il tentativo dell’ex ministro Fioramonti di estendere tale preclusione anche a Scienze dell’Educazione e della Formazione, Psicologia, Servizio Sociale, Scienze Pedagogiche è approdato a un buco nell’acqua, perché la Corte dei Conti ha riscontrato nel decreto alcune irregolarità formali, e il decreto (evidentemente poco gradito da qualcuno) non è stato reiterato.

Dopo le problematiche evidenziate nel rapporto di studio del dismesso CNSVU del 2010, le Telematiche sono state oggetto di analisi da parte di una commissione di studio istituita dalla Ministra Carrozza nel 2013. Gli esiti di quella indagine portavano ad evidenziare le seguenti criticità:

·         assenza di criteri determinati e chiari per la valutazione qualitativa dell’offerta formativa (specie con riferimento agli sbocchi professionali) e mancata previsione dell’espressione del parere da parte del Comitato regionale al fine dell’accreditamento di nuovi corsi;

·         assenza di regolamentazione rigida in merito all’attivazione dei corsi di laurea;

·         assenza di regolamentazione in materia di istituzione di Scuole di Dottorato e di modalità di svolgimento dell’attività di ricerca da parte dei docenti incardinati;

·         mancanza assoluta di definizione di parametri per la valutazione dell’attività di ricerca;

·         assenza di vincoli previsti per il reclutamento di docenti e ricercatori universitari, in particolare in merito all’assunzione per chiamata diretta (e relativo eventuale passaggio nelle Università statali);

·         assenza di programmazioni di attività che le Università telematiche possono realizzare consorziandosi con altre Università non telematiche, statali e non statali;

·         la previsione dell’obbligo per le Università statali e non statali che intendano istituire un corso di studi a distanza di sottoporre il progetto all’esame della competente Commissione regionale prima di procedere alla richiesta di parere al Consiglio Universitario Nazionale, a fronte dell’assoluta assenza di questo vincolo per le Università Telematiche;

·         la possibilità per le Università Telematiche di iniziare l’anno accademico in ogni periodo dell’anno, a fronte di vincoli temporali ben definiti ai quali sono soggette le Università che erogano corsi “in presenza”.

Anche nei successivi rapporti ANVUR di accreditamento periodico le telematiche paiono non aver brillato. In una scala così congegnata:

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Fiaba d'amore - Antonio Moresco

una ragazza si innamora di un barbone, ma non dura per sempre.

poi i due si cercano ancora, fra la vita e la morte, con un confine non impossibile da attraversare.

tutte le cose, prima che succedano, si possono solo immaginare, e si chiamano fiabe.

un altro mondo è possibile, nelle fiabe di sicuro, nella vita vera è più complicato, ma non impossibile, forse.

un libro che si legge bene.




 

 

 

 

 

Spiazzante per la capacità di seguire una linea priva del respiro dei capitoli e delle partizioni tradizionali ma non per questo eccentrica (nell'etimologia astronomica) o spezzata: tutt'altro, perché la trama, scarna, e gli accadimenti "collaterali", molti, costituiscono una realtà in sé, coerente, circolare, perfetta. Il decadimento fisico e psichico di Antonio, poi seguito da quello della "meravigliosa ragazza" Rosa non sono gratuiti, come mostrano di credere vari lettori, ma inestricabilmente e specularmente legati al fulgore di alcune immagini ed odori (scene d'amore, luminosità dell'ambiente, voli del colombo che osserva le vicissitudini della coppia dall'alto): insomma, una connessione per opposizione. I passaggi dalla vita alla morte alla vita, inoltre, non sono mai banali, anzi, sono anch'essi spiazzanti, con il raggiungimento di una diversa "quota" della narrazione, impensabile qualche pagina prima

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… Ogni scrittore, se è davvero uno scrittore, non scrive mai “opere minori”. In attesa della pubblicazione del monumentale Gli increati, conclusione di un’opera-mondo iniziata decenni addietro, Moresco, con questa sua fiaba che parla di vita, di morte, di tradimento e redenzione, si comporta come un pittore che, in attesa di portare a termine l’affresco della cattedrale, continua a vergare bozzetti, disegni, acquarelli. Non per puro intrattenimento personale, ma come desiderio di fissare immagini, sperimentare forme. E non è un caso che spesso in queste opere, quasi più svincolate dal programma monumentale, si svela una libertà immaginifica che commuove.

È una fiaba crudele e dolce assieme, rivolta ad un pubblico che non ha età, scritta con una lingua che non nasconde nulla, esplicita fino all’ossessione nelle descrizioni tattili, eppure spesso pudica nei sentimenti; scrittura pura come quella di un bambino che non ha problemi ad immaginare una luminosa città dei vivi attraversata da morti inconsapevoli, e una buia città dei morti, così tanto simile alla sua gemella, dove però, quando tutto è perduto, si può tornare a vivere per davvero.

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… Si potrebbe pensare, sbagliando, che le fiabe non siano una lettura per adulti. Dipende da cosa chiediamo e da cosa ci aspettiamo dalla letteratura.

Antonio Moresco alla letteratura chiede meraviglia, capacità di aprire un varco, di accendere una lucina (titolo di un altro suo romanzo poeticissimo), di compiere un miracolo. Se la letteratura rinuncia all’impossibile tradisce il suo mandato. Perché la realtà sa essere molto meno verosimile di un racconto verosimile, perché la realtà conosce anche l’impossibile, il varco, la lucina, il miracolo: una letteratura che non contempli tutto questo fallisce.

Di Moresco amiamo spesso ricordare la polemica contro la letteratura post-moderna ripiegata su se stessa, fredda e cervellotica, quella che gioca con le infinite possibilità dell’arte combinatoria e si auto-compiace, una letteratura - a suo dire – che tradisce Omero e Dante. A me piace anche ricordare che dietro questa polemica si nasconde una fiducia generosa nei confronti della parola poetica, nella sua forza incantatrice, capace non solo di leggere il mondo, ma di farlo più bello e più buono.

Perciò sono felice di aver ritrovato oggi questo romanzo e di poterlo consigliare a tutti. 

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Questo popolo, che vediamo così da vicino ma che ci sembra tanto remoto, siamo noi. Il popolo perduto è il nostro popolo. Siamo noi, se non cambieremo la nostra rotta suicida che sta rendendo invivibile la vita e inabitabile il mondo. Gli appartenenti a questo popolo non sono solo quelli che non hanno saputo tenere il passo, sono anche quelli che ci stanno dicendo che il nostro passo è sbagliato. Non sono la nostra retroguardia, sono la nostra avanguardia.

Così ha scritto Antonio Moresco su Vanity Fair (sì, Vanity Fair) in un articolo che accompagna l'uscita del suo nuovo romanzo, Fiaba d'amore. Il «popolo perduto» dell'articolo sono i barboni, categoria cui appartiene il protagonista del romanzo, uno «straccione», per l'appunto. Moresco non è interessato a teorie economiche, quando parla di «avanguardia», né alla povertà assoluta o relativa, ai dibattiti sulla crisi reale o percepita. Moresco rovescia la gerarchia apparente con cui l'uomo comune guarda ai «disadattati» perché coglie una verità che può germogliare in tutta la sua forza solo nel terreno della letteratura: lì la protesta contro la ferocia della civiltà tecnica e capitalista si tramuta in persuasione estetica, volontà verticale dello spirito…

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mercoledì 2 settembre 2020

Darién Wanderers: ecco il documentario sui migranti che sognano l’America - Irene Masala

 

Dieci minuti densi, capaci di farci entrare a suon di immagini, infografiche e testimonianze nella vita di migliaia di migranti che sognano l’America, quella ricca. Persone disposte a rischiare il tutto per tutto per una vita più dignitosa. E che, per questo, intraprendono un pericoloso viaggio cercando di attraversare il Darién Gap, la giungla che separa il Sud America dall’America centrale.

Ecco in anteprima Darién Wanderers (I viandanti del Darién), il documentario indipendente scritto e diretto da Irene Masala e Lucas Serna Rodas e prodotto da Utopías Project.



Darién Gap: cosa accade al confine tra Colombia e Panama

Il numero di bambini migranti che ogni anno attraversano il Darién Gap, la giungla che separa il Sud America dall’America centrale, è aumentato di oltre sette volte nel 2019. Dai 522 bambini in transito nel 2018 si è passati ai quasi 4 mila del 2019. E di questi circa il 50% aveva meno di 6 anni.

Lo riferisce l’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia. Le persone che nel 2019 hanno cercato di passare la frontiera naturale tra Colombia e Panama sono circa 24 mila, provenienti da oltre 50 differenti Paesi, soprattutto da Asia e Africa.

«Il drammatico aumento del numero di bambini migranti che si spostano attraverso il Darién Gap sottolinea l’urgente necessità di un’azione per proteggere questi minori e garantire il loro accesso a servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, l’acqua e l’igiene», dice Kyungsun Kim, rappresentante Unicef a Panama.

Che continua: «Ciò richiede sforzi coordinati e rafforzati da parte dei governi e degli attori umanitari sul campo per rispondere a questo flusso».

 

Dove inizia il pericoloso viaggio verso il Darién

Alcuni migranti percorrono decine di migliaia di chilometri, dal continente asiatico a quello africano, fino a Cile o Brasile, e da lì in poi dritto fino a Colombia e Panama. Alcuni riescono a viaggiare in aereo fino in Ecuador, uno dei Paesi con politiche migratorie più blande.

La maggior parte delle persone in transito proviene da Camerun, Bangladesh, India, Repubblica democratica del Congo, Nepal, Pakistan, Haiti e Ghana. Migliaia di persone in viaggio, molte delle quali hanno investito gli ultimi averi nella speranza di questa traversata.

 

Darién Wanderers, migranti in transito verso gli Usa

Questo flusso migratorio sommerso, che attraversa l’America Latina per confluire negli Stati Uniti e in Canada, è al centro del mini documentario indipendente Darién Wanderers (I viandanti del Darién), che mostra le ultime tappe del viaggio in Colombia, dal porto turistico di Turbo, in Antioquia, fino a Capurganá, piccolo paesino ormai da anni destinazione turistica nella costa nord-occidentale dell’Urabá.

I migranti riescono a muoversi dentro la Colombia grazie a un documento, chiamato salvacondotto, che gli consente di raggiungere la frontiera più vicina per uscire dal Paese nonostante non siano in possesso di documenti regolari.

Una volta sbarcati a Capurganá, i migranti devono aspettare che arrivi il coyote, la persona che li accompagnerà per una parte del viaggio attraverso la selva del Darién. Gli agenti dell’Ufficio migrazione presenti a Capurganá si occupano di controllare i salvacondotti dei migranti, ma non della sicurezza delle persone in transito.

Stando a quanto riportato da Cesar Mesa, direttore dell’ufficio Unhcr di Apartadó intervistato per il documentario, le autorità etniche alla frontiera riferiscono di un flusso giornaliero tra i 100 e i 200 migranti, per un totale superiore alle 35 mila persone l’anno.

 

Darién Gap, le foreste diventano una trappola per migranti

Il viaggio attraverso le foreste può richiedere giorni, o addirittura settimane, e un numero incalcolabile di persone muore o scompare. A oggi nessuna organizzazione operante sul luogo è stata in grado di stabilire con esattezza il numero dei migranti che hanno perso la vita nel Darién Gap.

Le foreste di Darién sono così fitte che l’autostrada Pamamericana, che attraversa il continente americano da nord a sud, deve interrompersi a Panama e riprendere in Colombia. La selva si estende infatti per 575 mila ettari ed è uno dei luoghi con la maggiore biodiversità al mondo, con 160 specie di mammiferi.

Una foresta che, negli ultimi 30 anni, è stata campo di battaglia, massacri e sequestri di civili da parte di guerriglieri delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, di paramilitari e narcotrafficanti.

Secondo un’indagine di Interpol e polizia colombiana, il passaggio di migranti attraverso il Darién frutta ai trafficanti circa un milione di dollari a settimana. Molti, inoltre, sono abbandonati dai coyote a metà tragitto senza più soldi, acqua né cibo. I più fortunati sono intercettati dagli agenti del Senafront, la polizia panamense che si occupa di monitorare l’area di frontiera, mentre gli altri incontrano le bande criminali che gestiscono la zona.

 

Covid-19: il nuovo coronavirus colpisce il Darién

L’applicazione delle misure sanitarie per prevenire l’ulteriore diffusione del coronavirus, compresa la chiusura delle frontiere, ha comportato una serie di cambiamenti nella mobilità di transito dei migranti.

Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), attualmente sarebbero 2.536 i migranti bloccati a Panama, la maggior parte dei quali originari di Haiti. Di questi, circa il 30% è costituito da minori e tra loro ci sono anche sei donne incinte.

Le autorità locali hanno inoltre deciso di erigere una serie di recinzioni sanitarie per controllare l’ingresso e l’uscita delle persone nella provincia del Darién e per garantire la sicurezza della popolazione locale.

 

Panama: la Corte interamericana interviene in difesa dei migranti

Recentemente la Corte interamericana per i diritti umani ha ordinato a Panama di garantire a tutti i migranti l’accesso ai servizi sanitari essenziali nei centri di detenzione. La decisione della Corte ha riguardato due centri di immigrazione nello specifico, entrambi nella provincia del Darién, nei quali si presentavano gravi situazioni di sovraffollamento e presenza di casi di Covid-19 tra le persone in stato di detenzione ingiustificata.

Il caso è stato presentato alla Corte dal Center for Justice and International Law perché lo stato detentivo dei migranti, diventato definitivo a causa della pandemia, violerebbe gli standard internazionali sui diritti umani.

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GoGo Penguin

 

 

 

Palazzuolo sul Senio, libri al posto delle slot nel bar: “Ho visto troppa gente perdere tutto” - Biagio Chiariello


La prima cosa che ha fatto quando un anno fa ha rilevato dallo zio il bar-gelateria Gentilini di Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze, è stato staccare la spina dell’ultima slot machine e disdire il contratto con il fornitore. E al suo posto ha messo un po’ di libri. Come spiega oggi Repubblica, la decisione di Lorenzo è maturata dopo aver visto i suoi concittadini — molti padri di famiglia — passare interi pomeriggi a giocare e perdere lo stipendio. E investire grosse somme di denaro nell’illusione, vana, di una vincita facile. “Non volevo essere complice di tutto questo. Non volevo rovinare la vita a nessuno. La ludopatia è una malattia seria, che fa male non solo a chi gioca, ma anche alle loro famiglie”, spiega.

Pazienza se qualche affezionato cliente, assiduo frequentatore delle slot, ha scelto di non entrare più: “Ho visto troppa gente rovinarsi. C’è chi ha perso 500 euro in poche ore — racconta Lorenzo Naldoni, 31 anni, una compagna e una figlia in arrivo a ottobre,— o anche chi, una volta finiti i soldi, si faceva tenere il posto da un amico per non perdere il turno e nel frattempo andava a prelevare altre banconote al bancomat per continuare a giocare”. “Certo — aggiunge lui — ho rinunciato a una fetta significativa di introiti derivanti dalla presenza delle slot machine che avrebbe potuto farmi comodo, soprattutto per un’attività agli inizi come la mia. Ma non mi importa perché la sera vado a dormire con la coscienza pulita”.

 

Una scelta che tanti altri negozianti hanno fatto in questi anni prima di lui. Ma il giovane barista è andato oltre. E dopo aver eliminato le slot machine, lo scorso dicembre, a pochi mesi dall’apertura, ha deciso di affittare una stanza vicina e comunicante al bar e di trasformarla in una piccola libreria aperta al pubblico. “Abbiamo installato un po’ di scaffali, tavoli e sedie per poter leggere in tranquillità magari bevendo un caffè. I primi libri li ho portati da casa. Altri poi ce li hanno regalati via via persone del posto”, racconta soddisfatto Lorenzo. In questi primi mesi l’esperimento del bar-libreria sembra essere piaciuto ai residenti e alla clientela: in tanti (lockdown permettendo) hanno cominciato a frequentarlo non solo per fare colazione o per pranzare al volo ma soprattutto per leggere.

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martedì 1 settembre 2020

Cosa mi segno della scuola di ieri - Gianluca Gabrielli


 

1. Non sarà facile quest’anno rientrare in aula, intendo come maestre e maestri. A sei mesi di distanza dall’ultima lezione, entriamo in una scuola completamente diversa, d’emergenza, “distanziata”, costellata di norme di sicurezza e sanitarie che facciamo ancora un po’ fatica a capire e ad assimilare fino in fondo. Diciamo che nella mente di ognuno di noi insegnanti si sta lentamente formando un’idea provvisoria di presenza e azione scolastica che dovrebbe rendere possibile almeno l’abbrivio di questo anno speciale, diciamo la prima settimana. Un “prototipo” di maestra o maestro dell’era covid. Prototipo perché fin dal primo incontro con le bambine e i bambini, questo modello provvisorio muterà inevitabilmente in mille modi e in mille forme, perché il corpo a corpo – pur a distanza – con gli allievi detterà le nuove condizioni della relazione e della didattica.

Nei mesi scorsi molti hanno scritto diari della quarantena, ma credo che molto più interessanti saranno le cronache, se qualcuno riuscirà a scriverle, dell’imminente rientro, di questa nuova esperienza di scuola, in presenza ma a distanza (o viceversa).

2. Non esiste un solo modo di stare a scuola. Come insegnanti sappiamo bene che esistono differenze notevoli nelle modalità di intendere la didattica, la relazione tra bambini e i rapporti tra adulti e bambini, la gestione delle regole, il riconoscimento dei corpi.

Sicuramente esistono maestri e maestre che non troveranno molte differenze tra la situazione di sei mesi fa e quella che si prepara per settembre. Diciamo che a questi docenti basterà aggiungere un po’ di disinfettante e un cartellone con le situazioni in cui è obbligatoria la mascherina: il resto sarà la solita classe immobile, atomizzata, disciplinata (molto simile a quella prescritta dall’invalsi per i suoi test).

Per altri docenti sarà invece un dramma. Questi ultimi considerano i rapporti concreti tra i corpi come percorsi fondamentali per costruire relazioni affettive tra le bambine e i bambini, e pensano che queste relazioni siano i presupposti indispensabili per una didattica motivata e cooperativa. Quindi questi docenti faranno i salti mortali e dovranno battere altre strade per costruire in classe una socialità sostitutiva che colmi le voragini aperte tra un banco e l’altro, senza mettere a rischio la salute.

Con il rischio-pandemia infatti, questa idea di didattica e di relazione scolastica perde le proprie fondamenta. La nuova didattica d’emergenza verrà reinventata giorno per giorno, pratica didattica per pratica didattica, ricreazione per ricreazione; maestre e maestri dovranno osservare voracemente la scuola in fieri non solo per conoscere i bambini, ma anche per capire come il loro nuovo modo di fare i docenti sta agendo, se sta funzionando, cosa modificare. Per questo non è peregrina l‘idea del diario; forse sarebbe utile un diario collettivo, uno spazio pubblico in cui – noi che ci riconosciamo in questo secondo modello di docente – possiamo mettere in comune le esperienze, soprattutto nei primi mesi. Pensiamoci.

3. Quanto durerà questa scuola di emergenza? Spero che un vaccino, nel corso dell’anno scolastico, arrivi come panacea a riportare tutto alla situazione precedente. So che forse è una illusione, nel senso che non è detto che arrivi in tempi rapidi, né che abbia la magica efficacia che auspichiamo. Soprattutto so che questi mesi che sono passati e che passeranno stanno trasformando il nostro modo di stare a scuola e la stessa idea di scuola circolante nella società: purtroppo queste trasformazioni non sono facilmente reversibili e ciò che passerà sarà molto faticoso da recuperare.

Proprio per questo però, tra un pensiero e l’altro su come inventarsi una nuova didattica attiva e concreta nelle classi anticovid, ho pensato che poteva essere utile segnarmi alcune delle pratiche che quest’anno non potrò realizzare, quelle cui ero più affezionato, che mi sembravano particolarmente significative dell’idea di scuola di cui momentaneamente sarò orfano.

Perché le segno? Per non perderle, come l’osso il cane, perché in attesa di disseppellirle àbbiano un effetto regolativo su ciò che andrò escogitando insieme alle colleghe per questo nuovo anno. Ne ho scelte tre.

4. La prima sono le valigie di vestiti, cappelli, occhiali, baffi finti e cinture, borsette e rossetti che teniamo a scuola ormai da una ventina di anni, a disposizione per travestirsi. Mascherarsi è sempre bello, ma anche utile: provare a vedersi in maniera diversa, giocare al teatro, uscire da se stessi per provare un sé diverso o diversa. Potevano venire usati molte volte durante l’anno, ed erano pronti anche per gli intervalli, non serviva un progetto particolare. Non sempre incontrano l’entusiasmo delle gerarchie: ci è capitato anche di nasconderli agli occhi di alcuni dirigenti… Fino allo scorso anno però l’unica grande resistenza era la questione dei pidocchi, ormai endemici e praticamente inoffensivi nella scuola italiana, ma angoscianti per molti genitori. In questo senso siamo sempre scesi a patti sospendendo i cappelli nei momenti in cui venivano segnalati, una parziale rinuncia ben sopportabile. Quest’anno evidentemente non se ne parla. Abbiamo lavato i pezzi migliori e li abbiamo chiusi in scatoloni pronti per l’anno scolastico 2021-22. Ma come faremo fino ad allora? Come potremo sublimare senza rischiare il contagio?

5. La seconda pratica sono i giochi di contatto, a coppie o di gruppo, che facevamo in palestra e poi in cortile. Ce ne sono alcuni bellissimi. Prima di tutto il grande nodo: si parte da cinque o sei bambini (ma si può salire di numero) che si prendono per mano intrecciandosi tra le braccia e le gambe in un groviglio apparentemente inestricabile. Poi, con molta calma, formata questa massa umana ridente e ondeggiante, si dà il via per lo scioglimento, lento, non sempre garantito ma spesso possibile, senza staccare le mani e infilando gambe tra le braccia dei compagni o testa sotto le loro ascelle e così via. Un gioco ancora migliore sono i rotoloni a terra gli uni sugli altri: si parte tutti distesi a terra, proni, stretti fianco a fianco e braccia distese in alto. L’ultimo di questo fitto tappeto umano parte ruotando sul suo asse longitudinale per salire sugli altri rotolandoci sopra fino ad arrivare all’inizio della fila e riposizionarsi a terra. In questo gioco le grida – a volte di risate, a volte di schiacciamento – si susseguono mettendo a stretto contatto corpi che hanno bisogno di prendere confidenza gli uni con gli altri e con se stessi. Questi percorsi di fiducia e di contatto come ce li inventiamo, il prossimo settembre?

6. Terzo appunto: imboccarsi a tavola. Chi insegna in una scuola dove si mangia sa che il momento del pasto è importante per la relazione, per le chiacchiere, per fare l’esperienza del cibo in pubblico (senza i genitori e con i compagni). Per fare un passetto in più però qualche volta si organizzava il pranzo a coppie. Ognuno, reciprocamente, doveva dare da mangiare e da bere al compagno, imboccarlo. Non è facile, provateci: non è solamente l’abilità della mamma o del papà che imboccano l’infante, è anche la capacità e la disponibilità a ricevere il boccone. Anche qui il divertimento, l’inquietudine, il superamento di alcune paure si mescolano inestricabilmente, sono esperienze forti, bisogna imparare ad affidarsi ai compagni e allo stesso tempo mostrarsi all’altezza della fiducia che si riceve. E poi le tante individualità che entrano in questi giochi arricchiscono quelle esperienze delle loro personalità, desideri, inquietudini, dei loro modi mai standardizzati di vivere. Quest’anno come faremo?

7. Bene, Me li sono segnati. Ora conviene rimettersi al lavoro per inventarsi una traduzione giocoforza moderata dell’idea di scuola che è sottesa a queste pratiche, per non smarrirsi fin dall’inizio in questo anno scolastico eccezionale. C’è molto da ragionare, forse conviene iniziare dal saluto. Come ci salutiamo? Modo indiano? Cinese? Islamico? Tocco di scarpa e colpo di sedere? Fist bump? Gomito? Li proponiamo tutti e li invitiamo a personalizzarlo? Su, al lavoro… 

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Diseredati - Hatim Kanaaneh

 


Ormai da anni, ogni mattina studio Haaretz per valutare l’opinione pubblica in Israele. La versione in inglese con una selezione degli articoli mi viene consegnata a casa quotidianamente assieme al New York Times internazionale.

Questa mattina [la scorsa settimana], una foto di una decina di studenti maschi ebrei ortodossi con mascherina (come per il COVID-19) in una classe occupa la parte centrale della prima pagina del giornale. Un ritratto di Golda Meir è appeso sopra il gruppo e, accanto al ritratto nella foto, c’è in evidenza la citazione ebraica:

«Se non fosse stato per lo studio del giudaismo, saremmo stati come tutti i goy che c’erano una volta ma ora non più …»

Questo mi mette al posto mio. Quasi a riconfermare la mia irrilevanza nell’arena mediorientale, il titolo principale del giorno annuncia:

“Kushner: Israele non farà annessioni senza il nostro consenso, e questo non ci sarà per «un po’ di tempo»“

Nessuno sembra prendere in considerazione la mia presenza palestinese. Immagino di essere incluso nel genere “tutti i goy che c’erano una volta ma ora non più”.

Ho la gola secca. Vado in cucina per un bicchiere di acqua fresca. Per rassicurarmi, guardo sul piano della credenza la mostra di foto delle varie combinazioni dei miei cinque nipoti. Quale impurità! Arabi, cinesi, giapponesi, caucasici, ebrei e chissà cos’altro. Basterebbe solo il mio personale amalgama di tutti gli storici invasori della Palestina nel corso dei millenni che hanno depositato i loro disparati geni nel mio albero genealogico. Hanno lasciato in alcuni miei fratelli e sorelle imprevedibili occhi color miele, o capelli chiari per impreziosire la dominante pelle olivastra e il naso prominente o adunco che potrebbe smentire l’accusa di goy lanciata contro noi palestinesi.

O forse voleva essere un insulto religioso? Sono ancora più lontano dall’essere religioso che dall’avere una coscienza di razza. Potrebbe essere a causa del mio cognome rivelatore, la forma araba di Cananea. Vai a capire!

Altri due titoli in prima pagina riguardano i principali grattacapi israeliani attuali, COVID-19 e la svolta diplomatica con gli Emirati Arabi Uniti. Un terzo titolo sembra meno familiare e ho letto:

“L’IDF ha grandi progetti…”

Mi suona futuristico, un’esplorazione fantascientifica di ciò che l’esercito israeliano metterà in commercio in futuro sulla base dei suoi test di armi fatti sul campo a Gaza: droni con un nuovo livello di intelligenza artificiale per mutilare e uccidere irritanti umani usa e getta. Una rapida occhiata conferma il mio sospetto con l’aggiunta di un cenno a Beirut e Hezbollah come possibili obiettivi aggiuntivi.

Questo è tutto per oggi, penso. Finché non mi fermo per un caffè a casa di un amico. Nessuna preoccupazione! Entrambi manteniamo la distanza sociale, indossiamo mascherine e sorseggiamo il nostro caffè nella brezza di una veranda aperta.

Si dà il caso che anche lui studi Haaretz. Ma è abbonato alla versione originale in ebraico. Questa ha 12 pagine mentre la mia copia inglese solo otto. Parlo correntemente arabo, ebraico e inglese. Una rapida occhiata mi rivela che la versione inglese salta diversi elementi che l’editore deve ritenere di scarso interesse per chi non parla ebraico. Insisto nella mia esplorazione e a pagina 8 trovo un articolo molto interessante con il titolo (mia traduzione):

“Senza coordinamento, l’IDF ha trasformato un antico oliveto in Alta Galilea in un poligono di tiro“.

Olive in Galilea! Ovviamente si parla di me. Prendo tempo e continuo a leggere. L’articolo inizia con la descrizione romantica dell’oliveto “vandalizzato” come “un sogno pastorale di olivi antichi cresciuti sul ripido pendio accanto a mandorli e melograni [con un ruscello alimentato] da una sorgente che rifiuta di prosciugarsi”.

 

 

Le mie fonti fanno risalire al 1949 l’istituzione dell’insediamento esclusivamente ebraico di Amuka, sulle terre del villaggio palestinese di A’mka (vedi resti della moschea sopra), nome derivato apparentemente dall’ebraico o aramaico per ‘valle’, ovviamente dalla stessa radice della parola araba per “profondo”. La località è menzionata da secoli dagli storici e persino identificata da una scuola costruita dal sistema ottomano nel 1887.

Ma l’articolo di Haaretz ad uso e consumo israeliano data l’insediamento di sette famiglie nel villaggio ebraico intorno al 1980.

Nonostante questa superficiale prospettiva storica, la famiglia ebrea intervistata nell’articolo mostra un attaccamento ‘profondo’ al campo che l’Autorità per la Terra di Israele le ha assegnato sulla base di un contratto di locazione annuale rinnovabile: “È una fonte di reddito ma anche uno stile di vita”, dice la moglie, “uno stile di vita che stanno per troncare.” Il marito aggiunge: “Maiali selvatici, porcospini e studenti della Bibbia che girano qui intorno… Sono 38 anni che lavoro qui. Sono unito al luogo con le gambe e tutto il mio corpo. Sono innamorato di questo posto. E’ terapia d’azione. Conosciamo ogni pietra qui … ”

Come palestinese, leggere l’articolo mi lascia con un senso di surrealismo. Vorrei gridare al tipo: “Puoi ‘conoscere ogni pietra qui’. Ma la domanda è: le pietre conoscono te? Avanti! Lanciamene qualcuna. Scommetto che le pietre si allontaneranno dal mio corpo! Noi ci conosciamo molto meglio di quanto pensi! Poi non dare la colpa a me se misteriosamente si girano e ti colpiscono in testa.”

Sono nato e cresciuto con olive e pietre tutto intorno a me. A poca distanza dal luogo dove si svolge il dibattito oggetto dell’articolo ci sono altri, non meno umani, credimi, che sono l’attuale anello nella lunga catena di eredità spezzata di quei campi di ulivi, per quanto tempo solo Dio lo sa, e che ora sopravvivono con donazioni come rifugiati oltre confine o con la paga di un lavoro umile negli insediamenti ebraici come Amuka. Sono stati diseredati come sfollati interni “attuali assenti” per mano dello stesso IDF che ora assegna ai suoi veterani israeliani le loro olive a volontà.

Ho cugini nei campi profughi nel sud del Libano provenienti da questa stessa area. Vivono ancora un vivido “sogno pastorale di olive antiche” e ruscelli che rifiutano di prosciugarsi.

 

Hatim Kanaaneh è un medico palestinese che ha lavorato per oltre 35 anni per portare assistenza medica ai palestinesi in Galilea, contro una cultura di discriminazione anti-araba. È autore del libro A Doctor in Galilee: The Life and Struggle of a Palestinian in Israel. La sua raccolta di racconti dal titolo Chief Complaint è stata pubblicata da Just World Books nella primavera del 2015.

 

Traduzione: Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org

 

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Il sessantotto della scuola elementare. Una foto di gruppo - Gabriele Vitello, Stefania Petaccia


Goffredo Fofi ha più volte sostenuto che “il sessantotto più vero è stato prima del sessantotto”: le sue origini risalirebbero alle inquietudini giovanili dei primi anni Sessanta che si espressero inizialmente nelle arti, specialmente nel cinema; la sua fine coincide invece con la nascita del gruppetti marxisti-leninisti, e tutto il male che ne derivò.

Si può trovare una conferma a questa tesi in un libro uscito due anni fa, Il sessantotto della scuola elementare (Unicopli 2018). Gli autori di questo libro “collettivo”, Piero Fossati, Marcella Bacigalupi e Marina Martignone, si sono concentrati su un argomento relativamente poco studiato. Se esiste, infatti, un’ampia bibliografia sulla contestazione studentesca nelle scuole superiori e nelle università, sulla scuola elementare, al contrario, si è scritto poco, sebbene i primi concreti tentativi di abbattere l’autoritarismo ancora dominante nella scuola italiana del dopoguerra siano iniziati almeno dieci anni prima del Sessantotto, per opera di maestri e maestre, sulla scia della ricezione delle pedagogie “attive” d’oltralpe (Freinet) e d’oltreoceano (Dewey). Insomma, la ‘lunga marcia attraverso le istituzioni’, i maestri l’avevano inventata e messa in atto prima che Rudi Dutschke ne coniasse la formula.

Il libro raccoglie le testimonianze autobiografiche di maestri e maestre – prevalentemente di area genovese – che hanno incrociato, durante il loro percorso, l’onda lunga della contestazione. Non tutti allo stesso modo e con la stessa intensità: c’è chi ha partecipato attivamente alle lotte politiche – magari presentandosi, prima di entrare a scuola, davanti ai cancelli delle fabbriche per distribuire volantini e copie de “Il manifesto” –, e c’è anche chi, per ragioni generazionali o geografiche, del Sessantotto ha percepito solo un’eco lontana; una di loro afferma addirittura: “Ho preso l’abilitazione magistrale nel 1968!… e non mi sono accorta di nulla!”. Ma le differenze sono anche di genere e di estrazione sociale: c’è chi proviene da famiglie operaie e contadine e chi borghesi. Possiamo comunque riconoscere alcuni elementi comuni. Tutti quanti hanno tentato di rompere con un modello tradizionale di scuola, fondato sull’autoritarismo e sul nozionismo, e di mettere al centro del lavoro educativo il bambino e i suoi diritti. Un cambiamento non facile che necessitava (e necessita tuttora) di un grande lavoro su se stessi: non pochi confessano di aver bocciato, all’inizio della loro carriera, e di essersi sentiti in colpa per non avere avuto sempre il coraggio di seguire le proprie idee. Ad aprire loro gli occhi e innescare il cambiamento nel loro modo di lavorare è stato spesso l’incontro con maestri all’avanguardia, quasi sempre legati in modo più o meno diretto al Movimento di Cooperazione Educativa, che in questo libro riveste un ruolo di assoluto protagonista. Nato nel 1951, per iniziativa di maestri come Giuseppe Tamagnini, Bruno Ciari e Mario Lodi, il MCE aveva già messo in discussione la scuola tradizionale, prendendo in prestito dalla pedagogia di Freinet strumenti e tecniche didattiche come il testo libero, il giornalino di classe, il metodo globale, la corrispondenza, l’insiemistica e la ricerca d’ambiente.

L’MCE aveva già messo in discussione la scuola tradizionale, prendendo in prestito dalla pedagogia di Freinet strumenti e tecniche didattiche come il testo libero, il giornalino di classe, il metodo globale, la corrispondenza, l’insiemistica e la ricerca d’ambiente.

Oltre agli incontri fortunati con maestri “illuminati”, anche alcune letture sono state importanti nella loro formazione. I titoli che ricorrono più di frequente sono ovviamente Lettera a una professoressa (1967), Un anno a Pietralata (1968) di Albino Bernardini e i libri di Mario Lodi, C’è speranza se questo accade al Vho (1963) e Il paese sbagliato (1970). Libri che facevano proposte didattiche innovative e allo stesso tempo denunciavano le varie forme di esclusione messe in atto dalla scuola italiana, tanto da diventare punti di riferimento imprescindibili per un’intera generazione di maestri e maestre che, tra gli anni Sessanta e Settanta, hanno preso parte alle battaglie per il tempo pieno, contro l’uso del voto e le bocciature.

Per alcuni maestri il 1968 fu comunque una data spartiacque. La parabola di Fossati è in questo senso emblematica. Già nei primi anni Sessanta si era avvicinato alla politica, ma il suo attivismo aveva inizialmente poco a che vedere con la scuola. A partire dal 1967 il modo di guardare la realtà scolastica cambiò improvvisamente e si caricò di un significato politico. Ai mesi successivi risalgano atti di disobbedienza come il rifiuto di insegnare la religione o la scelta di dare a tutti i bambini lo stesso voto, e i tentativi di rinnovare la didattica anche nei contenuti: alle poesie di Renzo Pezzani subentrano Brecht e la Resistenza; la ricerca d’ambiente diventa inchiesta sociale sui problemi del quartiere. Il progetto di una scuola nuova concretamente democratica rendeva inoltre necessaria una nuova rielaborazione dei riferimenti culturali. Da questa esigenza nascono lo Stupidario, un libretto scritto insieme a un gruppo di insegnanti genovesi che raccoglieva tutte le idiozie reazionarie contenute nei libri e nei manuali scolastici, e l’enciclopedia Io e gli altri, che voleva essere un contributo alla biblioteca di classe. Iniziative editoriali che oggi andrebbero riscoperte, e per le quali rimandiamo al ben documentato saggio di Maria Luisa Tornesello Il sogno di una scuola (2006).

Nel Sessantotto lo stesso MCE – come racconta Martignoni in un suo contributo incluso nel volume – ebbe una svolta politica “che portò i suoi iscritti a impegnarsi decisamente oltre lo stretto ambito pedagogico, didattico e metodologico sostenendo rivendicazioni che investivano lo stesso funzionamento e le strutture della scuola”. Avvenne dunque un curioso cortocircuito: “il Sessantotto trasformò il MCE che gli aveva fornito i primi attrezzi del mestiere”.

La contestazione studentesca nei suoi documenti programmatici ritraeva la scuola come un’istituzione intrinsecamente, antioperaia, classista, funzionale alle istanze del capitalismo e perciò irriformabile. Lo schematismo di quelle analisi oggi fa un po’ sorridere. L’impressione è che, tuttavia, le spavalderie estremistiche abbiano solo sfiorato il lavoro quotidiano dei maestri. Si pensi ad esempio al concetto-feticcio sessantottino del “rifiuto del ruolo”: “se per rifiuto del ruolo – si legge nella testimonianza di un maestro – si intende rifiutare il ruolo di maestro o di insegnante delle medie, non arrivai a tanto”. Il buon senso ha sempre prevalso, per fortuna.

Con il ‘riflusso’, dalla metà degli anni Settanta in avanti, morì ogni speranza nell’avvento di una scuola nuova. Ma la delusione politica venne vissuta in modo diverso dai mastri e dagli insegnanti dei gradi superiori. I professori di liceo si sentirono frustrati e precocemente invecchiati di fronte a una nuova generazione, che appariva ai loro occhi indifferente e cinica. Noi “volevamo parlargli del nostro ’68 e dell’autunno caldo” e loro – gli studenti – preferivano “il latino e la trigonometria”: così si legge in una testimonianza (riportata da Fossati) uscita su “Ombre rosse” nel 1978. Che ne ricorda a sua volta un’altra, uscita nello stesso anno su “Lotta continua”, di Agilulfo – alias Alexander Langer – il quale confessava la sua tentazione di mollare la scuola – allora insegnava in un liceo romano – deluso sia dal “manifesto disinteresse degli studenti subentrato a una lunga stagione di lotte e impegno» sia da quegli “insegnanti democratici” che non pensavano ad altro che a “ripristinare serietà e fermezza”. (Forse non è esagerato parlare a questo proposito di una vera e propria crisi d’identità del docente, che persiste ancora oggi).

La fine della stagione dei movimenti fu molto meno traumatica per i maestri, i quali trovarono rifugio nella didattica.

La fine della stagione dei movimenti fu molto meno traumatica per i maestri, i quali trovarono rifugio nella didattica; una scelta che sarebbe riduttivo considerare come una forma di ripiego, dal momento che, come osserva Fossati, “occuparsi di didattica era prassi usuale e consolidata per i maestri”. (Che sia anche questa una delle ragioni per cui oggi la scuola primaria funziona meglio, nonostante tutto, rispetto alle scuole secondarie di primo e secondo grado?)

Ma cosa rimane oggi di quella stagione?

Si può rispondere nel modo più ovvio facendo un breve elenco di riforme:

1) legge 820 del ’71 che introduce la sperimentazione del tempo pieno;

2) decreti delegati del ’73 che istituiscono gli organi collegiali e aprono finalmente le scuole ai genitori;

3) legge 517 del ’77 che sopprime le classi differenziali e sostituisce il voto numerico con le schede di valutazione.

Bisogna però ammettere che quelle riforme non ebbero l’effetto sperato non essendo state in grado di incidere radicalmente nella vita quotidiana delle scuole. Oggi le parole d’ordine della didattica attiva sono sì diventate senso comune e sensibilità diffusa, ma su un piano retorico che non sempre si traduce in prassi operativa quotidiana. Difficile contraddire quindi le parole sconsolate scritte da Carla Ida Salviati in uno degli ultimi saggi del volume: “i banchi sono tornati al loro posto, così come le cattedre”.

La delusione per questa sconfitta storica spinge molti a rimpiangere la ‘scuola di una volta’. Ma attenzione: parafrasando quel che scriveva Francesco De Bartolomeis in un saggio dei primi anni Settanta, coloro i quali oggi, accecati da un pessimismo della ragione, diffuso anche a sinistra, negano il successo, o quantomeno l’opportunità, di quelle riforme rischiano di cadere nel vuoto, dove ad attenderli a braccia aperte, ci sono i reazionari, in piedi sulle loro predelle.

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