venerdì 8 marzo 2013

Beppe Grillo e la teoria dei giochi

si avvicina il momento della verità, Bersani (e il PD) ha proposto a Grillo (e al M5S) otto punti, che in realtà sono 34. Grillo prende tempo, gli staff economico e degli altri settori sono al lavoro, non pensavano di poter essere così determinanti.
è come un gioco, una partita, Bersani ha provato a farlo uscire, Grillo è arroccato, intanto sembra miagolare nel buio, sta prendendo tempo, se aderisce ai punti di Bersani è in difficoltà (come, vuoi fare la rivoluzione e Bersani ti convince così in fretta?), la cosa più probabile, direi sicura,  è che a sua volta faccia una controproposta che per i suoi elettori, ma anche per molti elettori del PD (e di Vendola),  sarà altamente condivisibile, ma non per i vertici del PD. Sembra che si stia giocando senza rete, sembra un gioco pericoloso, intanto Napolitano andrà in pensione e non si sa se sarà più facile eleggere il nuovo papa o il nuovo presidente della repubblica.
intanto il PD è atteso alla votazione del nuovo presidente della repubblica, saranno così pazzi da essere autoreferenziali o cercheranno un accordo con Grillo?
come argomenta l'articolo sotto Grillo non potrà dire solo no, fino alla fine, perderà i consensi, dovrà muovere i suoi pezzi, e non so chi e come, ma si staranno già parlando, prima all'ombra gli ambasciatori, poi, alla luce del sole, toccherà ai leader.
ci faranno sapere - franz



Sono poche le certezze all'indomani delle elezioni. Una fra queste è che i giochi si fanno al Senato. L’altra è che Beppe Grillo, a dispetto dei suoi 54 senatori (poco più del 17 per cento dei seggi) ha un potere enorme. Ma quanto di fatto conta? E quanto contano gli altri? E da cosa dipende questa “distribuzione” del potere?
Sono domande importanti, non solo in questa fase in cui i partiti esplorano la possibilità di formare un governo, ma anche perché il governo, qualunque sia e indipendentemente da quanto vivrà, dovrà continuare a fare i conti con una dinamica parlamentare che si prevede molto controversa e instabile, soprattutto al Senato.
Sono anche domande a cui è difficile rispondere. Le variabili in gioco sono molte: i seggi di ogni partito, le alleanze, le posizioni ideologiche, la prossimità politica, l’imprevedibilità delle mosse di Grillo, gli interessi di ogni partito a tornare alle urne.
Per tentare delle risposte utilizziamo qui un algoritmo che generalizza l’indice classico di potere politico di Shapley-Shubik. Uno dei due ideatori, Lloyd Shapley, è stato insignito quest’anno del premio Nobel per l’economia. La generalizzazione proposta da Jason Barr e Francesco Passarelli in un 
articolo del 2007
 tiene conto delle posizioni ideologiche dei partiti stessi. (1) In estrema sintesi, ilpotere deriva dalla probabilità che ciascun partito ha di giocare un ruolo determinante nella formazione di una maggioranza o nella caduta di un governo. È evidente che il ruolo non deriva solo da quanti seggi quel partito ha a disposizione, ma anche dalla sua posizione nello spazio politico e da quanto è disposto ad allearsi con altri…

una prospettiva diversa sul dopovoto, secondo Sandro Moiso

…alcuni fatti che dovrebbero, per ora, fare positivamente riflettere:
1) A differenza di quanto avvenuto in Grecia, le agenzie di rating non si sono, per ora, scagliate come belve affamate sui titoli italiani. Il peso politico ed economico dell’Italia in Europa è enorme e far fallire quello che è stato, fino all’altro giorno, il secondo paese industriale del continente è un rischio che nessuno in realtà vuole correre, anche solo a livello di consumo delle merci o delle tecnologie prodotte in Germania. Per intenderci, gli elettori di Grillo, circa 10 milioni, corrispondono a poco meno dell’intera popolazione greca, 11 milioni.
Il segnale di rifiuto delle politiche di austerity, una volta tenuto conto dell’elevato astensionismo registrato nelle elezioni politiche italiane, è forte. Tanto da rivelare immediatamente come in forme diverse, dal Portogallo alla Spagna e dalla Grecia alla stessa Germania, il fenomeno potrebbe riflettersi a breve.
Lo spread e il debito spaventano meno di un anno fa e le agenzie di rating devono così rincorrere Grillo facendo affidamento proprio sul suo ruolo anti-denotante (denunciato qui su Carmilla sin dal 6 novembre 2012, Vuoto a perdere), mentre Draghi dalla BCE afferma, cosa impossibile fino a poco tempo fa, che i mercati non sono spaventati e accettano i risultati delle elezioni italiane.

2) Napolitano e Monti, e in genere i tecnici, hanno perso molto del loro fascino e anche in caso di un nuovo mandato tecnico a breve, non potrebbero agire con la stessa libertà di cui hanno usufruito durante il primo mandato. E gli stessi partiti che li hanno precedentemente mantenuti in piedi e che hanno coperto ogni loro orrore sociale ed economico, oggi hanno capito che c’è troppo da perdere dal punto di vista elettorale continuando a spalleggiarli. Da qui discendono, infatti, le demagogiche asserzioni di Bersani e D’Alema, che dimostrano come le giravolte del politiche del PD (alias Ds alias PCI) siano sempre e soltanto dovute a questioni di mantenimento poltrone e di posizioni di rendita, parlamentari e non.
3) Nel caso di elezioni anticipate, poi, anche Grillo dovrà stare ben attento alle promesse che potrà davvero mantenere, poiché, per quanto l’elettorato delle partite IVA, delle piccole e medie imprese del nord-est e del nord-ovest e dell’artigianato dell’Italia centrale possa essere significativo, potrebbe non essergli sufficiente per vincere definitivamente e, viceversa, le promesse che potrebbero attrarre alcuni settori potrebbero stornarne altri. Anche se, trasversalmente, si potrebbero già individuare le componenti di un eventuale sostegno "esterno" al nuovo salvatore della Patria nelle agenzie di rating internazionali e in una parte degli organi di informazione e del mondo politico. I voltagabbana non muoiono davvero mai.
4) Se i movimenti non vorranno rimanere alla finestra del teatrino parlamentare, si aprirà obbligatoriamente una nuova fase di lotte e di riflessioni su ciò che i movimenti sono, su come e cosa possano ottenere e, soprattutto, su cosa significhi una reale rappresentanza politica antagonista e quali scopi debba avere. Anche perché, è evidente, una parte del trionfo di Grillo è dovuta ad un'ideologia movimentista acefala che ha esaltato la rete, i social network e il "fare" in sè e per sé, senza tenere conto dei fini e dell'organizzazione politica necessaria al loro raggiungimento.
Certo i tempi sono stretti, ma lo sono per tutti: anche per Grillo e le sue bufale.
L’ha già urlato, con disperazione, un disoccupato del Sulcis ed è stato ripreso nel titolo di quest’intervento: il tempo delle finzioni e della rappresentazione sovvertita del reale sta finendo. Ma una finestra si è aperta per una ripresa della lotta di classe, grazie anche al fallimento di tutti i catafalchi della sinistra parlamentare, e, a breve, potrebbe presentarsi l’ora delle scelte, fuori e dentro il parlamento; e così come i No TAV**** non potranno accontentarsi solo di promesse, anche i disoccupati, i lavoratori, i precari, i giovani ed i pensionati, che per Grillo hanno votato, potrebbero separare la loro strada dalla sua.
Capitale e lavoro nella teoria rivoluzionaria sono, soprattutto in Marx, politicamente separati e nemici. Riunirli in un blocco unico di interessi è sempre stato il compito del populismo e del fascismo.
Tocca agli antagonisti farsi ora carico di proposte, progetti e sfide decisive. In un momento in cui i nemici di sempre sono particolarmente deboli (non c'è governo stabile, non c'è unità politica d'intenti e non c'è nemmeno un papa) e in cui il “nuovo” non si è ancora pienamente affermato. 
Per questo motivo diventa interessante l’ingovernabilità e non per altro.
Anche tenendo conto del fatto che il più è già stato dato e che dopo questa crisi la situazione economica, sociale e politica internazionale non sarà più la stessa. 
E nemmeno quella nazionale e personale.

Attenersi all’evidenza della storia è l’unica via per superarne positivamente le contraddizioni e andare oltre i limiti imposti dal più parassitario e pernicioso dei modi di produzione, mentre la disperata difesa di posizioni di rendita e la paura di perdere il poco che ancora si ha non potrà che rendere più doloroso e lungo il cammino di tutti. In fin dei conti non è stato il 99% a imporre la situazione economica attuale, ma ora potrebbe finalmente offrirsi una nuova occasione per scegliere la via migliore e più breve per giungere al superamento della lunga agonia del capitalismo. Afferriamola!

giovedì 7 marzo 2013

ricordo di Hugo Chavez (un grande presidente)

…Chavez è stato il primo a occuparsi dei poveri (il 49% della popolazione nel 1999, quando arrivò al potere, e il 27% oggi, senza contare che nel frattempo la mortalità infantile si è dimezzata). Ha sicuramente commesso tanti errori di gestione economica: la produzione petrolifera è calata fortemente perché non si è investito nei giacimenti. I capitali stranieri sono stati messi in fuga dalle nazionalizzazioni. Anche l’industria manifatturiera ha perso peso e il Venezuela è diventato sempre più dipendente (troppo) dalle importazioni. Ma almeno Chavez ha guardato in faccia il problema principale del Paese, quei «barrios». Oggi il 43% del bilancio dello Stato è consacrato alle politiche sociali. Bene o male, li ha aiutati. Ha cercato di superare una ghettizzazione colpevole.
In quel primo viaggio, ritornai all’aeroporto per la stessa strada, costellata di bidonville. Perfino dalla scaletta dell’aereo si scorgevano i barrios, sulle colline adiacenti, a poche centinaia di metri. Ma possibile che i ricchi del paese non li avessero mai visti in precedenza? Che non si fossero mai chiesti per anni e anni, andando a prendere un aereo per fare shopping a Miami o per studiare in un’università americana, come vivesse  quella popolazione lasciata ai margini del miracolo economico del «Venezuela saudita»?
Perché si scandalizzavano così tanto del fenomeno Chavez? Perché non si erano svegliati prima? Io che non sono guevarista, né un ribelle e che credo nel libero mercato ripensai d’un botto a tutti gli stupidi discorsi ascoltati nei giorni precedenti. A quell’indifferenza ostentata. Al disprezzo per la miseria. E pensai che quel pazzo di Chavez i ricchi del Venezuela se l’erano meritato. Non uno, ma due, tre, quattro, centomila di Chavez dovevano rimanere per un po’ sul loro gobbone.
da qui (Articolo di Leonardo Martinelli)


Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista. Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto, la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino “socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la cassaforte di politiche sociali generose…
da qui (articolo di Gennaro Carotenuto)


un interessante documentario argentino su Chavez, sottotitolato in francese:

Giulietto Chiesa si fida di Grillo e del M5S

Otto marzo, Sardegna - Emiliano Deiana


E' una storia che andava raccontata.
E dalle storie non si scappa. Dalle storie come questa, di una crudezza di carne macellata.
Un paese, uno di quelli della Sardegna più nascosta e segreta.
Un inverno che pare non finire più tanto è lungo e freddo.
Le vie deserte, del paese. Le case fatte di blocchi squadrati di granito. Le vie strette che si intersecano, i vicoli, l'immenso silenzio gelido di questi paesi.
Il cielo, là in alto. Oltre le sopraelevazioni abusive, di case senza intonaci.
Le finestre bucate sono occhi che ti scrutano e le persiane delle case abbandonate sbattono come palpebre, nel vuoto.
Una donna, la sua bambina di pochissimi mesi. Un'auto che se ne torna a casa, piena del tepore dei loro fiati. Un'immagine di una normalità che sfianca, un leggero pallore sul volto della donna.
Essere madre sfianca, sfianca l'allattamento, la tensione, la paura per ogni respiro di quella piccola vita.
Il calore dei fiati, ricordatevene.
Il sentire di madre, il sentire di figlia.
Più in alto, lassù, il cielo livido d'inverno.
Una macchina persa, nel dedalo delle strade del paese. Poco lontano, casa.
Una macchina rossa.
Il caldo della casa, il gelo dentro il cuore.
Bisogna solo alzare una serranda, mettere la macchina dentro. Un gesto che è la chiusura di migliaia di giorni: uguali l'uno all'altro. La tensione lasciata a marcire nel pozzo segreto dove tutto è silenzio. Dove una donna nasconde, anche dietro sorrisi d'occasione, tutto il più terribile dolore.
Sente respirare la figlia, mentre scende piano dalla macchina e chiude la portiera.
Un odore che è una presenza, la sente come una scossa.
Ancora uno sguardo alla piccola prima di chiudere la grande porta del garage.
Prende a batterle, il cuore al ritmo sincronico del cuore di figlia. Il calore dei fiati, ancora…

mercoledì 6 marzo 2013

"Se me lo dicevi prima", canta Enzo Jannacci

prima domanda: gli otto punti di Bersani ci sarebbero stati senza il M5S al 25%?
seconda domanda: se gli otto punti, nella loro formulazione completa, c’erano anche prima, perché non li ho letti in campagna elettorale? - franz




gli otto punti di Bersani (e del PD):
1) Fuori dalla gabbia dell'austerità. 
Il Governo italiano si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di stabilità. Una correzione irrinunciabile dato che dopo 5 anni di austerità e di svalutazione del lavoro i debiti pubblici aumentano ovunque nell'eurozona. Si tratta di conciliare la disciplina di bilancio con investimenti pubblici produttivi e di ottenere maggiore elasticità negli obiettivi di medio termine della finanza pubblica. L'avvitamento fra austerità e recessione mette a rischio la democrazia rappresentativa e le leve della governabilità. L'aggiustamento di debito e deficit sono obiettivi di medio termine. L'immediata emergenza sta nell'economia reale e nell'occupazione. 

2)  Misure urgenti sul fronte sociale e del lavoro.
-  Pagamenti della Pubblica Amministrazione alle imprese con emissione di titoli del tesoro dedicati e potenziamento a trecentosessanta gradi degli strumenti di Cassa Depositi e Prestiti per la finanza d'impresa.
-  Allentamento del Patto di stabilità degli Enti locali per rafforzare gli sportelli sociali e per un piano di piccole opere a cominciare da scuole e strutture sanitarie.
-  Programma per la banda larga e lo sviluppi dell'ICT.
-  Riduzione del costo del lavoro stabile per eliminare i vantaggi di costo del lavoro precario e superamento degli automatismi della legge Fornero.
-  Salario o compenso minimo per chi non ha copertura contrattuale.
-  Avvio della universalizzazione delle indennità di disoccupazione e introduzione di un reddito minimo d'inserimento.
-  Salvaguardia esodati.
-  Avvio della spending review con il sistema delle autonomie e definizione di piani di riorganizzazione di ogni Pubblica Amministrazione.
-  Riduzione e redistribuzione dell'IMU secondo le proposte già avanzate dal PD.
-  Misure per la tracciabilità e la fedeltà fiscale, blocco dei condoni e rivisitazione delle procedure di Equitalia.
Ciascun intervento sugli investimenti e il lavoro sarà rafforzato al Sud, anche in coordinamento con i fondi comunitari.

3) Riforma della politica e della vita pubblica. 
-  Norme costituzionali per il dimezzamento dei Parlamentari e per la cancellazione in Costituzione delle Province.
-  Revisione degli emolumenti di Parlamentari e Consiglieri Regionali con riferimento al trattamento economico dei Sindaci.
-  Norme per il disboscamento di società pubbliche e miste pubblico-private.
-  Riduzione costi della burocrazia con revisione dei compensi per doppie funzioni e incarichi professionali.
-  Legge sui Partiti con riferimento alla democrazia interna, ai codici etici, all'accesso alle candidature e al finanziamento.
-  Legge elettorale con riproposizione della proposta PD sul doppio turno di collegio.

4) Voltare pagina sulla giustizia e sull'equità.
-    Legge sulla corruzione, sulla revisione della prescrizione, sul reato di autoriciclaggio.
-    Norme efficaci sul falso in bilancio, sul voto di scambio e sul voto di scambio mafioso.
-    Nuove norme sulle frodi fiscali. 

5) Legge sui conflitti di interesse, sull'incandidabilità, l'ineleggibilità e sui doppi incarichi. 
Le norme sui conflitti di interesse si propongono sulla falsariga del progetto approvato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera nella XV Legislatura che fa largamente riferimento alla proposta Elia-Onida-Cheli-Bassanini.

6) Economia verde e sviluppo sostenibile.
-    Estensione del 55% per le ristrutturazioni edilizie a fini di efficienza energetica.
-    Programma pubblico-privato per la riqualificazione del costruito e norme a favore del recupero delle aree dismesse e degradate e contro il consumo del suolo.
-    Piano bonifiche.
-    Piano per  lo sviluppo delle smart grid.
-    Rivisitazione e ottimizzazione del ciclo rifiuti (da costo a risorsa economica). Conferenza nazionale in autunno.

7) Prime norme sui diritti.
-    Norme sull'acquisto della cittadinanza per chi nasce in Italia da genitori stranieri e per minori nati in Italia.
-    Norme sulle unioni civili di coppie omosessuali secondo i principi della legge tedesca che fa discendere effetti analoghi a quelli discendenti dal matrimonio e regola in modo specifico le responsabilità genitoriali.
- Legge contro il femminicidio.

8) Istruzione e ricerca.
-    Contrasto all'abbandono scolastico e potenziamento del diritto allo studio con risorse nazionali e comunitarie.
-    Adeguamento e messa in sicurezza delle strutture scolastiche nel programma per le piccole opere.
-    Organico funzionale stabile, piano per esaurimento graduatorie dei precari della scuola e reclutamento dei ricercatori.

"Queste proposte, che non sono ovviamente esaustive di un programma di governo e di legislatura, ma che segnano un primo passo concreto di cambiamento - precisa il segretario del Pd - vengono sottoposte a una consultazione sia riferita alle priorità sia ai singoli contenuti. A questo fine verranno messi in rete l'elenco delle proposte e, via via per ogni singolo punto, i relativi progetti di legge o le specificazioni di dettaglio in modo da consentire una partecipazione attiva alla elaborazione e all'arricchimento dei contenuti".

cambiare paradigma (a scuola)

Mettete del reddito nelle tasche dei cittadini - Fibonacci


Vent’anni fa l’Italia si trovava in grave crisi economica; come ora, la corruzione minava la credibilità della vita politica. A marzo del 1994, Berlusconi vinse con il 21 per cento dei voti le elezioni politiche; anche allora i risultati non furono anticipati dai sondaggi. La borsa, credendo che la vittoria di Berlusconi innescasse una robusta fase di sviluppo, virò verso l’alto in modo euforico; anche il valore dei titoli stato, ancora denominati in lire, aumentò; la fase positiva dei mercati durò qualche settimana. Quando diventò manifesta la litigiosità tra le forze politiche che appoggiavano l’esecutivo e divenne evidente che molti dei suoi provvedimenti avevano il precipuo scopo di favorire il Presidente del consiglio, i corsi delle azioni mutarono direzione e i tassi sui titoli di stato schizzarono verso l’alto. Il maggior costo per il tesoro dello stato, e quindi per la collettività, fu di qualche decina di migliaia di miliardi di lire.
L’anno seguente ci furono nuove elezioni e Forza Italia passò in minoranza. Ciò nondimeno le elezioni del 1994 furono uno spartiacque nella vita politica ed economica del nostro Paese; da quel momento sono state avviate una serie di politiche neoliberiste prese in assenza di efficaci prospettive macroeconomiche che si sono innestate in un processo di imbarbarimento delle relazioni economiche e sociali. L’esito è quello sotto gli occhi di tutti. Nel ventennio 1994-2013 la performance economica del nostro Paese è stata la peggiore di tutto il globo terrestre, ad eccezione di quelle dei paesi in guerra; mentre il reddito procapite di oltre un miliardo di cinesi è aumentato di quasi dieci volte e quello di centinaia di milioni di indiani, brasiliani, indonesiani e di molti altri paesi è salito a ritmi appena inferiori, in Italia il reddito medio è rimasto sostanzialmente inalterato. Dalla discesa in campo di Berlusconi, l’importanza e il ruolo dell’Italia nello scenario politico ed economico mondiale sono scivolati inesorabilmente verso il basso; salvo qualche lodevole eccezione, la reputazione internazionale della nostra classe dirigente è scadente.
Il disastro è evidente anche su altri piani. Alcuni esempi. Nel paese in cui, per millenni, è stata accumulata la maggior parte dei tesori artistici dell’intera umanità, la cultura è lasciata senza guida e risorse. L’improprio uso del territorio e la sua progressiva cementificazione vanno deturpando bellezze non commensurabili. Il calo delle nascite, malgrado il positivo contributo delle famiglie di immigrati, ha reso l’Italia un paese di persone anziane; ciò nondimeno i giovani trovano lavoro con sempre maggiore difficoltà e sempre più spesso sono costretti ad emigrare. Il giorno seguente alle elezioni politiche Eurostat, l’istituto europeo di statistica, ha reso noto che nel nostro Paese un giovane su tre è a rischio povertà.
Se i sondaggisti avessero tenuto conto di queste evidenze, forse avrebbero potuto prevedere che il 40 per cento dei giovani sotto venticinque anni ha votato per il movimento cinque stelle e il 60 per cento in Sicilia. L’esito elettorale ha reso evidente che un cambiamento rispetto alle politiche economiche e sociali dell’ultimo ventennio è ineludibile e urgente, a partire dall’uso della cosa pubblica e delle relative istituzioni per il bene della collettività. Quando un giovane su tre è a rischio povertà, i costi e gli sprechi della politica diventano ancor meno tollerabili e la politica deve essere intesa come servizio e non come opportunità di facile guadagno.
Dopo le elezioni è facile comprendere come le tre semplici parole d’ordine - onestà, competenza, trasparenza - dette nel comizio di piazza San Giovanni, condivisibili perché riassumono le qualità di base che si richiedono alla nuova classe dirigente, abbiano avuto una così grande presa. Esse dicono che la convenienza personale non può risiedere nella casa pubblica; Dario Fo a Milano ha parlato di una situazione di rinascita, come nel 1945.
Al centro del dibattito ci sono dunque le proposte del movimento Cinque stelle, a disposizione sul sito di Beppe Grillo, che, visti i risultati, sono ora studiate da non poche persone. L’esposizione è efficace per la sua semplicità; alcune indicazioni sono piuttosto radicali; in generale sono largamente condivisibili; esse non si discostano molto da quelle, più articolate, sviluppate sul sito Sbilanciamoci! e in particolare nel recente dibattito sulla rotta d’Italia.
Nell’attuale fase di sviluppo delle forze produttive, la politica economica è essenzialmente la declinazione dell’attività redistributiva di reddito. L’aumento delle attività finanziarie, principale concausa dell’attuale instabilità dei mercati, si è accompagnata alla crescente disuguaglianza distributiva che, riducendo la domanda, ha compresso l’attività produttiva e il lavoro. La ripresa della domanda non può esserci se non aumentano i redditi dei cittadini, a partire di quelli a rischio di povertà e se non crescono i posti di lavoro; l’ordinato funzionamento dei mercati non può essere garantito nel medio e lungo termine se non è assicurata un’equa ripartizione del reddito, della ricchezza e delle ore lavorate.
Il reddito di cittadinanza, se declinato tecnicamente e operativamente in modo equilibrato ed efficace, può essere uno strumento potenzialmente valido per ripristinare un clima di fiducia di cittadini e imprese e riavviare un percorso di crescita lungo sentieri di sviluppo sostenibili e senza creare voragini nelle casse dello stato. L’esperienza dell’ultimo governo Monti ha reso evidente che senza sviluppo economico non ci può essere risanamento delle finanze pubbliche. Con la ripresa e i conti in ordine, l’isteria mostrata dai mercati durante lo spoglio dei voti scomparirebbe e i tassi sul debito pubblico potrebbero muoversi nella direzione opposta a quella del 1994. Tornare sui livelli prevalenti in Europa sarebbe un successo enorme; la riduzione del costo medio del servizio del debito pubblico di un punto percentuale conterebbe sul bilancio dello stato quanto il reddito di 10.000 euro, di 2 milioni di persone.
Dal punto di vista economico, la priorità numero uno del nuovo governo non può che essere quella di invertire la spirare recessiva verso un circuito virtuoso di crescita. Con ottimismo e rapidità.