venerdì 24 febbraio 2017

Un conto ancora aperto. Quanto valgono duecentocinquant'anni di schiavitù? - Ta-Nehisi Coates

A partire dall'abolizione della schiavitù i problemi negli Usa non sono certo diminuiti.
Iragionamenti di Ta-Nehisi Coates non fanno una piega e non sono astratti, ma legati alla vita delle persone, con nome e cognome.
Ta-Nehisi Coates pone un problema, come risarcire personalmente e come comunità chi ha avuto dei trattamenti pessimi,  a essere gentili, per motivi, economici, ideologici, etnici, e non solo, da parte di un'altra comunità, che se ne è avvantaggiata.
L'oggetto del libro sono i neri negli Usa, ma Ta-Nehisi Coates cita, per allargare il discorso, tedeschi ed ebrei,e il risarcimento della Germania a Israele, e l'apartheid in Sudafrica.
Il punto è solo questo, se la continua discriminazione (e oppressione) di una parte della popolazione, pur nella legalità, deve portare a un risarcimento.
E questa strada non presa farà la differenza.
Non esiste un organismo, come le Nazioni Unite, per esempio, che sancisca che ogni discriminazione, a livello di stati, prima o poi dovrà essere risarcita, Ta-Nehisi Coates pone il problema.
"Sappi, Stato ora potente, che poi pagherai tutto, con gli interessi", ecco un articolo che non esiste nei trattati internazionali, e non ancora nel senso comune di moltissimi cittadini del mondo.
Il pensiero poi lascia gli Stati Uniti d'America e lo spettro del risarcimento si aggira per il mondo, dalla Palestina, ai territori Mapuche, per fare qualche esempio, e agli altri indigeni americani, dal Canada a capo Horn, ai Rohingya del Myanmar, agli aborigeni australiani e neozelandesi, una lista lunghissima.
Buona lettura, e grazie a Ta-Nehisi Coates, che sa scrivere e si fa capire benissimo.




…Coates non fa sconti e punta il dito sull’ipocrisia dei bianchi che non vogliono riconoscere il carattere razzista di molte leggi del passato.
C’è una rimozione della schiavitù, dell’apartheid, della discriminazione che continua a persistere. E non bastano certo delle leggi come le affirmative action, che secondo l’autore in realtà ribadiscono la differenza, invece di annullarla. Non è con le indennità, che peraltro sarebbero elevatissime, che si risolve il problema, dice Coates, ma con l’ammissione e il riconoscimento del fatto che gli USA nascono su e da un presupposto razzista. Men che meno il tentativo di accomunare le lotte per i diritti degli afro-americani con quelle di tutti i poveri della nazione: la povertà dei neri non è la povertà dei bianchi, afferma Coates, riprendendo le parole di Lindon Johnson. 
Una storia nera, in tutti i sensi, che non lascia spazio a facili risposte, ma che ha il grande pregio di togliere il velo dell’ipocrisia autoassolutoria su un problema che non è solo degli Stati Uniti, ma di tutto il mondo, anche dell’Europa, dove assistiamo ogni giorno a rigurgiti razzisti di cui troppo spesso sottovalutiamo la portata.

Dopo l’acclamato Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates mette in discussione un altro grande conto che l’America ha in sospeso con la storia: il risarcimento ai neri americani per gli oltre duecento anni di schiavitù, la segregazione e la negazione dei diritti più elementari. Anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, gli afroamericani sono stati ostacolati nell’esercizio dei diritti inalienabili di ogni cittadino: al voto, allo studio, al lavoro. Soprattutto, scrive Coates, del diritto alla casa, «il tesserino d’accesso al sacro ordine della classe media americana». Affrancare uno schiavo per poi farne un cittadino
a metà equivale a lasciargli le catene addosso, con il benestare di chi dovrebbe tutelarlo. Dalle spietate pratiche  discriminatorie del mercato immobiliare alle strane incongruenze del New Deal, Coates presenta il conto all’America.
E non è un conto da poco.

… Un conto ancora aperto non deve difendere una teoria, una ricostruzione, un’opinione: il danno compiuto è conclamato, perché gli esseri umani ridotti in schiavitù sono stati trattati e organizzati come merci. Ricorda lo storico David W. Blight: “Nel 1860 gli schiavi come bene patrimoniale valevano più di tutte le produzioni manifatturiere, più dell’intera rete ferroviaria e dell’intera capacità produttiva di tutti gli Stati Uniti messi insieme. Gli schiavi erano di gran lunga il bene di proprietà più importante dell’intera economia americana”. Questo vuol dire un’immane sofferenza perché trattare uomini e donne come parti di ricambio vuol dire distruggere le comunità e “separare una famiglia di schiavi equivaleva di fatto a un assassinio. Ecco dove affondano le loro radici la ricchezza e la democrazia americane: nella lucrosa distruzione del bene più importante a cui ogni individuo possa aspirare, la famiglia. Questa distruzione non è stata un elemento incidentale nell’ascesa dell’America: l’ha facilitata. Attraverso la creazione di una società di schiavi l’America ha potuto gettare le basi economiche per il suo grande esperimento democratico”. Riconoscere l’esigenza di un risarcimento sarebbe (il condizionale è d’obbligo) un decisivo cambio di prospettiva, anche se il saldo finale, per la civiltà tutta, resta negativo.


giovedì 23 febbraio 2017

Gianni Minà intervista Marco Pantani

La storia intorno alle foibe - Nicoletta Bourbaki



Il Giorno del ricordo, il 10 febbraio, è stato istituito al fine di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. In cosa consiste la “più complessa vicenda”? Il collettivo Nicoletta Bourbaki ha chiesto a sette storici di rispondere alla domanda. Una pluralità di sguardi, per oltrepassare le frontiere che hanno diviso e insanguinato la zona di confine.
·         Cosa dimentichiamo nel Giorno del ricordo?, di Nicoletta Bourbaki
·         Sul confine orientale, la storia trasformata in olocausto, di Federico Tenca Montini
·         Persecuzioni, crimini fascisti e resistenze nei Balcani e nella Venezia Giulia, 1920-1945, di Anna Di Gianantonio, Carlo Spartaco Capogreco, Eric Gobetti, Nicoletta Bourbaki
·         Esodo e foibe. Separare ciò che appare unito, di Jože Pirjevec, Nicoletta Bourbaki, Sandi Volk
·         Il viaggio continua. Possibili percorsi di approfondimento, di Nicoletta Bourbaki
***
Cosa dimentichiamo nel Giorno del ricordo?
Dal 2005, ogni 10 febbraio, sui mezzi d’informazione italiani viene raccontata una versione parziale e distorta di quel che accadde a Trieste, in Istria e in tutta quanta la “Venezia Giulia” nella prima metà del ventesimo secolo. La legge che nel 2004 ha istituito il “Giorno del ricordo” allude en passant alla “complessa vicenda del confine orientale”, ma non vi è alcuna complessità nella vulgata che tale ricorrenza ha fissato e cristallizzato. Una vulgata italocentrica, a dispetto della multiculturalità di quelle regioni.
L’inquadratura, strettissima e al tempo stesso sgranata, si concentra sugli episodi di violenza chiamati – per metonimia – “foibe” e sull‘“esodo”, ovvero l’abbandono di Istria e Dalmazia, a cominciare dal 1945, da parte della maggioranza della popolazione italofona di quelle regioni.
Nel discorso pubblico italiano, infatti, dagli anni novanta e seguendo una precisa agenda politica, due argomenti diversi sono stati collegati in modo sempre più stretto e frequente, fino a sovrapporsi. Il giorno del ricordo ha dato a tale sovrapposizione il crisma dell’ufficialità, e oggi le foibe sono presentate come causa immediata dell’esodo.
È un nodo che va districato con pazienza.
Quando si parla di foibe, sul confine orientale la storia sembra cominciare a Trieste nell’aprile 1945. Retrocedendo, al massimo si arriva in Istria all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943. A essere amputato dalle ricostruzioni è soprattutto il continuo, violento spostamento a est del confine orientale d’Italia, con conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone. Un processo cominciato con la prima guerra mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione italotedesca della Jugoslavia.
I crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei Balcani – stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per la nostra penisola – sono un enorme non detto. La rimozione alimenta la falsa credenza negli “italiani brava gente” e al contempo delegittima e diffama la resistenza nei Balcani e lo stesso movimento partigiano italiano.
Il non detto pesa e condiziona tutte le ricostruzioni. Molti si stupirebbero nell’apprendere che alla resistenza “jugoslava” presero parte numerosi italiani: civili italofoni di quelle zone, ma anche disertori e sbandati del regio esercito. Nei territori oggi indicati come Friuli-Venezia Giulia, Repubblica di Slovenia e Repubblica di Croazia, l’opposizione armata al nazifascismo fu multietnica, irriducibile a qualsiasi agiografia nazionale.
Se si scostano i pesanti drappeggi scenici di una propaganda che separa le culture, descrive appartenenze nazionali certissime e indiscutibili, alimenta le “passioni tristi” del rancore e del revanscismo, il “confine orientale” si rivela – per citare il titolo di un importante libro dello storico Piero Purini – un mondo di “metamorfosi etniche”, identità multiple e continui spostamenti di popolazioni, dove i confini tra le identità sono instabili e indeterminati. Anche la frontiera postbellica tra Italia e Jugoslavia, oggi descritta come un solco invalicabile, in realtà rimase sempre porosa, permeabile, mutevole.
In una Lettera aperta sul Giorno del ricordo, abbiamo espresso le nostre critiche alla scheda Cosa sono le foibe pubblicata il 10 febbraio 2016 sul sito di Internazionale, e proposto alla rivista – che riteniamo un esempio di giornalismo scrupoloso, competente e indipendente – uno speciale che affrontasse la complessità di questa storia, coinvolgendo alcuni degli storici che, negli ultimi anni, hanno pubblicato le più interessanti ricerche storiografiche sul tema.
Ringraziamo Internazionale per la disponibilità e l’apertura.
Gli storici che hanno contribuito sono: Federico Tenca Montini, Piero Purini, Carlo Spartaco Capogreco, Eric Gobetti, Anna Di Gianantonio, Jože Pirjevec e Sandi Volk. Le loro note biobibliografiche sono nei rispettivi articoli e interviste.

Buona lettura…continua qui

mercoledì 22 febbraio 2017

un concerto di Franco Battiato, nel 2004



Amazon, Dostoevskij e il fascismo cool - Nicolas Bonnal



Non ho mai capito perché i leader fascisti assumano un’aria cattiva. Per imporre il tecno-nazismo è sufficiente sorridere e sostenere la società ludica.
Il testo che segue ha fatto il giro del web.
“L’impresa americana [Amazon n.d.t.] è accusata di sfruttare i propri impiegati del centro di Dunfermline, nella regione di Fife, in Scozia, a tal punto che alcuni di loro sono obbligati a dormire nelle tende vicino lo stabilimento per assicurare le loro 60 ore di lavoro settimanali”.
Tende capito? In effetti, non si può più trovare casa in una società neoliberista:
“Sotto accusa, la diminuzione del salario (tra i 3 e 5,7 euro all’ora tolte le tasse) che non permette ai dipendenti di utilizzare le navette dell’azienda per rientrare a casa a causa del prezzo proibitivo di 7,35 sterline al giorno (8,70 euro). Uno dei dipendenti intervistati dal giornale scozzese The Courier ha confidato di vivere a più di un centinaio di chilometri dal posto di lavoro e di non poter percorrere questa distanza due volte al giorno perché il biglietto del treno è troppo caro”.
Alcuni politici protestano in Inghilterra o in Scozia ma Amazon se ne frega, e Amazon ha ragione. Amazon e Brainlords (rileggete il mio libro) difendono l’Homo Ludens: “Niente nel susseguirsi di scandali di questo genere lascia pensare che Amazon sia pronto a una tale messa in discussione. Al contrario, i portavoce della piattaforma sono comunque entusiasti per le condizioni di lavoro imposte ai loro impiegati. ‘Durante il Black Friday, abbiamo organizzato una tombolata gratuita. È importante che gli impiegati si divertano‘ è ben contento Paul Ashraf, manager generale delle operazioni per Amazon nel Regno Unito”.
Ecco perché torno a Dostoevskij e al suo discorso del Grande Inquisitore – per illuminare i confusi che voteranno ancora a destra, a sinistra e anche al centro!
“Ma il gregge si riformerà, starà in obbedienza e questo sarà per sempre. Così daremo loro una felicità dolce e umile, una felicità adatta a delle creature delicate come loro”.
Il Grande Inquisitore continua su un tono ludico e divertente: “li persuaderemo, infine, a non inorgoglirsi, poiché sei tu, elevandoli, che lo hai insegnato loro; proveremo loro che sono deboli, che sono bambini pietosi, ma che la felicità puerile è la più dilettevole. Diventeranno timidi, non ci perderanno di vista e si stringeranno a noi con timore, come una tenera nidiata sotto le ali della madre”.
E se si organizza una tombolata per meritare il paradiso? O anche l’inferno che dovrebbe essere più divertente e ludico (è vero perché ammorbarsi con il paradiso? sei cattolico?):
“La nostra collera li farà tremare, la timidezza li invaderà, i loro occhi diverranno lacrimosi come quelli dei bambini e delle donne; ma altrettanto facilmente, a un nostro cenno, passeranno all’allegria e al riso, alla gioia radiosa dei bambini”.
Il Grande Inquisitore ben organizza il suo piccolo parco umano:
“Certo, li costringeremo a lavorare, ma nelle ore libere organizzeremo la loro vita come un gioco di bambini, con i canti, i cori e le danze innocenti.”
Si ribelleranno per meglio sottomettersi dopo:
“Ma l’entusiasmo dei bambini finirà e costerà loro caro. Abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra; ma si accorgeranno alla fine, questi bambini stolti, che non sono altro che ribelli deboli, incapaci si ribellarsi per troppo tempo. Verseranno lacrime sciocche e comprenderanno che il creatore, facendoli ribelli, ha voluto certamente prendersi gioco di loro”.
Dostoevskij ispira Nietzsche:
“Un po’ di veleno qui e là, per procurarsi dei sogni gradevoli. E più veleno alla fine per morire dolcemente. Si lavori ancora, poiché il lavoro è una distrazione. Ma si vegli affinché la distrazione non sia debilitante”.

martedì 21 febbraio 2017

I muri sopra, le crepe in basso (e a sinistra)

Febbraio 2017
La tormenta sul nostro cammino.
Per noi, popoli originari zapatisti, la tormenta, la guerra, c’è da secoli. Arrivò nelle nostre terre con la menzogna della civilizzazione e della religione dominanti. Allora, la spada e la croce dissanguarono la nostra gente.
Col passare del tempo, la spada si è modernizzata, e la croce è stata detronizzata dalla religione del capitale, ma si è continuato a chiedere il nostro sangue come offerta al nuovo dio: il denaro.
Abbiamo resistito, abbiamo sempre resistito. Le nostre ribellioni sono state soppiantate dalla disputa di uni contro altri per il Potere. Alcuni ed altri, sempre da sopra, ci hanno chiesto di lottare e morire per servirli, da noi hanno voluto obbedienza e sottomissione con la bugia di liberarci. Come quelli ai quali dicevano e dicono di combattere, sono venuti e vengono a comandare. Ci sono state così indipendenze e false rivoluzioni, quelle passate e da venire. Quelli di sopra si sono alternati e si alternano, da allora, per mal governare o per aspirare a farlo. Ed in calendari passati e presenti, la loro proposta continua ad essere la stessa: che noi, ci mettiamo il sangue; mentre loro dirigono o fingono di dirigere.
E allora ed ora, dimenticano coloro che non dimenticano.
E la donna sempre in basso, ieri ed oggi. Incluso nel collettivo che siamo stati e che siamo.
Ma i calendari non hanno portato solo dolore e morte tra i nostri popoli. Espandendo il suo dominio, il Potere ha creato nuove fratellanze nella disgrazia. Abbiamo quindi visto l’operaio e il contadino diventare tutt’uno con il nostro dolore, e giacere sotto le quattro ruote del mortale carrozzone del Capitale.
Come il Potere avanzava nel suo cammino nel tempo, sempre di più cresceva il basso, allargando la base sulla quale il Potere è Potere. Abbiamo visto allora unirsi maestri, studenti, artigiani, piccoli commercianti, professionisti, gli eccetera con nomi differenti ma identiche pene.
Non è bastato. Il Potere è uno spazio esclusivo, discriminatorio, selezionato. Quindi, anche le differenze sono state perseguite apertamente. Il colore, la razza, il credo, la preferenza sessuale, sono stati espulsi dal paradiso promesso, essendo l’inferno la loro casa permanente.
Sono seguite poi la gioventù, l’infanzia, la vecchiaia. Il Potere ha così trasformato i calendari in materia di persecuzione. Tutto il basso è colpevole: per essere donna, per essere bambin@, per essere giovane, per essere adulto, per essere anzian@, per essere uman@.
Ma, espandendo lo sfruttamento, la predazione, la repressione e la discriminazione, il Potere ha anche ampliato le resistenze… e le ribellioni.
Abbiamo visto allora, ed ora, alzarsi lo sguardo di molte, molti, muchoas. Differenti ma simili nella rabbia e l’insubordinazione.
Il Potere sa che è quello che è, solo su coloro che lavorano. Ha bisogno di loro.
Ad ogni ribellione ha risposto e risponde comprando o ingannando i meno, imprigionando ed assassinando i più. Non teme le loro istanze, è il loro esempio che gli fa orrore.
Non è bastato. Dominando nazioni, il Potere del Capitale ha voluto mettere l’umanità intera sotto il suo pesante giogo.
Neanche questo è stato sufficiente. Il Capitale ora vuole gestire la natura, domarla, addomesticarla, sfruttarla. Cioè, distruggerla.
Sempre con la guerra, nel suo avanzare distruttore, il Capitale, il Potere, ha prima demolito feudi e regni. E sulle loro rovine ha innalzato nazioni.
Poi, ha devastato nazioni, e sulle loro macerie ha eretto il nuovo ordine mondiale: un grande mercato.
Il mondo intero si è trasformato in un immenso magazzino di merci. Tutto si vende e si compra: le acque, i venti, la terra, le piante e gli animali, i governi, la conoscenza, il divertimento, il desiderio, l’amore, l’odio, la gente.
Ma nel grande mercato del Capitale non si scambiano solo merci. La “libertà economica” è solo un miraggio che simula mutuo accordo tra chi vende e chi compra. In realtà, il mercato si basa sulla depredazione e lo sfruttamento. Lo scambio è dunque di impunità. La giustizia si è trasformata in una grottesca caricatura e sulla sua bilancia pesa sempre di più il denaro che la verità. E la stabilità di questa tragedia chiamata Capitalismo dipende dalla repressione ed il disprezzo.
Ma neanche questo è bastato. Dominare nel mondo materiale non è possibile se non si dominano le idee. L’imposizione religiosa si è approfondita ed ha raggiunto le arti e le scienze. Come delle mode, sono nate e nascono filosofie e credenze. Le scienze e le arti hanno smesso di essere ciò che distingue l’umano e si sono collocate su uno scaffale del supermercato mondiale. La conoscenza è diventata proprietà privata, così come la ricreazione ed il piacere.
Il Capitale, così, si è consolidato come un grande tritacarne, usando non più solo l’umanità intera come materia prima per produrre merci, ma anche le conoscenze, le arti,… e la natura.
La distruzione del pianeta, i milioni di profughi, l’auge del crimine, la disoccupazione, la miseria, la debolezza dei governi, le guerre a venire, non sono il prodotto degli eccessi del Capitale, o di una conduzione erronea di un sistema che prometteva ordine, progresso, pace e prosperità.
No, tutte le disgrazie sono l’essenza del sistema. Di queste si alimenta, cresce a loro costo.
La distruzione e la morte sono il combustibile della macchina del Capitale.
E sono stati, sono e saranno inutili gli sforzi per “razionalizzare” il suo funzionamento, per “umanizzarlo”. L’irrazionale e l’inumano sono i suoi pezzi chiave. Non c’è aggiustamento possibile. Non c’era prima. Ed ora non si può più nemmeno attenuare il suo passo criminale.
L’unico modo di fermare la macchina è distruggerla.
Nell’attuale guerra mondiale, la contesa è tra il sistema e l’umanità.
Per questo la lotta anticapitalista è la lotta per l’umanità.
Chi ancora vuole “sistemare” o “salvare” il sistema, in realtà ci propone il suicidio di massa, globale, come sacrificio postumo al Potere.
Nel sistema non c’è soluzione.
E non bastano né l’orrore, né la condanna, né la rassegnazione, né la speranza che il peggio è passato e le cose non potranno che migliorare.
No. La cosa certa è che sarà sempre peggio.
Per queste ragioni, più quelle che ognuno aggiunga dai suoi particolari calendari e geografie, bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna dire “NO”, bisogna lottare, bisogna organizzarsi.
Per questo bisogna sollevare il vento del basso con resistenza e ribellione, con organizzazione.
Solo così potremo sopravvivere. Solo così sarà possibile vivere.
E solo allora, come fu la nostra parola 25 anni fa, potremo vedere che…
“Quando cesserà la tormenta,
quando pioggia e fuoco lasceranno un’altra volta in pace la terra,
il mondo non sarà più il mondo, ma qualcosa di meglio.”
-*-
La guerra e i muri di fuori e di dentro.
Se prima la sofferenza causata dalla guerra era patrimonio esclusivo del basso mondiale, ora diffonde le sue calamità.
In ogni angolo del pianeta, l’odio e il disprezzo distruggono famiglie, comunità intere, nazioni, continenti. Non è più necessario aver commesso un reato o essere un presunto criminale, basta essere sospettato di essere umano.
Provocato dall’avidità del denaro, l’incubo attuale vuole essere pagato da chi lo subisce. Le frontiere non sono più solo linee punteggiate sulle mappe e guardiole doganali, ora sono muraglie di eserciti e poliziotti, di cemento e mattoni, di leggi e persecuzioni. In tutto il mondo di sopra, la caccia all’essere umano si incrementa e si affanna in sporca concorrenza: guadagna chi più espelle, imprigiona, confina, assassina.
Come diciamo da più di 20 anni, la globalizzazione neoliberale non ha portato alla nascita del villaggio globale, ma alla frammentazione e dissoluzione del cosiddetto “Stato-nazione”. Chiamammo allora, ed ora, quel processo col nome che lo descrive al meglio: “guerra mondiale” (la quarta, secondo noi).
L’unica cosa che si è mondializzata, è stato il mercato e, con lui, la guerra.
Per chi fa funzionare le macchine e fa nascere la terra, le frontiere hanno continuato ad essere e sono quello che sono sempre state: prigioni.
Allora, la nostra affermazione, due decenni fa, provocò i sorrisi ironici dell’intellighenzia internazionale incatenata a dogmi vecchi e caduchi. Ed oggi quegli stessi balbettano davanti ad una realtà frenetica e, o suggeriscono vecchie ricette, o si adattano all’idea di moda che, dietro una complessa elaborazione teorica, nasconde l’unica cosa vera: non hanno la più remota idea di quello che sta succedendo, né di quello che seguirà, né di quello che ha preceduto l’incubo attuale.
Si lamentano. Il pensiero di sopra gli aveva promesso un mondo senza frontiere, ed il risultato è un pianeta colmo di trincee scioviniste.
Il mondo non si è trasformato in una gigantesca megalopoli senza frontiere, ma in un grande mare scosso da una tempesta che non ha precedenti di uguale grandezza. In esso, milioni di profughi (che i media vergognosamente unificano con il nome di “migranti”) naufragano su piccole barche, nella speranza di essere riscattati dal gigantesco vascello del grande Capitale.
Ma non solo non lo farà; lui, il grande Capitale, è il principale responsabile della tormenta che ormai minaccia l’esistenza dell’umanità intera.
Con la turpe maschera del nazionalismo fascista, tornano i tempi dell’oscurantismo più retrogrado che reclama privilegi ed attenzioni. Stanco di governare dalle ombre, il grande Capitale smonta le bugie della “cittadinanza” e della “uguaglianza” di fronte alla legge ed al mercato.
La bandiera di “libertà, uguaglianza e fraternità” con cui il capitalismo vestì il suo passaggio a sistema dominante nel mondo, è ormai solo uno straccio sporco e gettato nella spazzatura della storia di sopra.
Alla fine il sistema si scopre e mostra il suo vero volto e vocazione. “Guerra sempre, guerra ovunque”, recita l’emblema della superba nave che naviga in un mare di sangue e merda. È il denaro e non l’intelligenza artificiale quella che combatte l’umanità nella battaglia decisiva: quella della sopravvivenza.
Nessuno è in salvo. Né l’ingenuo capitalista nazionale che sognava la prosperità che i mercati mondiali aperti gli offrivano, né la classe media conservatrice che sopravvive tra il sogno di essere potente e la realtà di essere il gregge del pastore di turno.
Senza parlare della classe lavoratrice della campagna e della città, in condizioni ancora più difficili se ancora fosse possibile.
E, per completare l’immagine apocalittica, milioni di profughi e migranti che si accalcano alle frontiere che, all’improvviso, sono diventate reali come i muri che, ad ogni passo, interpongono governi e criminali. Nella geografia mondiale dei mezzi di comunicazione e delle reti sociali, i profughi, fantasmi erranti senza nome né volto, sono solo un numero statistico che muta la loro ubicazione.
Il calendario? Appena un giorno dopo la promessa della fine della storia, della solenne dichiarazione della supremazia di un sistema che avrebbe concesso benessere a chi lavorava, della vittoria sul “nemico comunista” che voleva coartare la libertà, imporre dittature e generare povertà, della promessa eternità che annullava tutte le genealogie. Lo stesso calendario che solo ieri annunciava che la storia mondiale era appena cominciata. Ma risulta che tutto questo non era altro che il preludio al più spaventoso incubo.
Il capitalismo come sistema mondiale collassa e, disperati, i grandi capitani non sanno dove andare. Per questo ripiegano nelle loro tane di origine.
Offrono l’impossibile: la salvazione locale contro la catastrofe mondiale. E la scemenza si vende bene tra una classe media che economicamente si fonde con quelli in basso, ma pretende di supplire alle sue carenze economiche con legittimazioni di razza, credo, colore e sesso. La salvazione di sopra è anglosassone, bianca, credente e maschile.
Ed ora coloro che vivevano delle briciole che cadevano dai tavoli dei grandi capitali, sono disperati poiché i muri si alzano anche contro di loro. E, per colmo, pretendono di essere alla testa dell’opposizione a questa politica guerriera. Così, tra la destra intellettuale vediamo fare gesti di contrarietà e tentare timide e ridicole proteste. Perché la globalizzazione non è stata il trionfo della libertà. È stata ed è la tappa attuale della tirannia e della schiavitù.
Le Nazioni non lo sono più, benché i loro rispettivi governi ancora non se ne siano accorti. Le loro bandiere ed emblemi nazionali sventolano logori e scoloriti. Distrutti dalla globalizzazione di sopra, malati dal parassita del Capitale e con la corruzione come unico segno di identità, con ridicolo affanno i governi nazionali vogliono proteggere se stessi e tentare la ricostruzione impossibile di quello che una volta sono stati.
Nel compartimento stagno delle sue muraglie e dogane, il sistema droga la mediocrità sociale con l’oppio di un nazionalismo reazionario e nostalgico, con la xenofobia, il razzismo, il sessismo e l’omofobia come piano di salvazione.
Le frontiere si moltiplicano dentro ogni territorio, non solo quelle che disegnano le mappe. Anche e, soprattutto, quelle che innalzano la corruzione ed il crimine fatto governo.
La prosperità postmoderna non era altro che un palloncino gonfiato dal capitale finanziario. Ed è arrivata la realtà a farlo scoppiare: milioni di profughi dalla gran guerra riempiono le terre e le acque, si ammucchiano alle dogane e continuano a fare crepe nei muri fatti e da fare. Animati prima dal gran Capitale, i fondamentalismi trovano terreno fertile per le loro proposte di unificazione: “dal terrore nascerà un solo pensiero, il nostro”. Dopo essere stata alimentata con i dollari, la bestia del terrorismo minaccia la casa del suo creatore.
E, sia nell’Unione Americana, che in Europa Occidentale o nella Russia neo zarista, la bestia si contorce e cerca di proteggere se stessa. Innalza lì (e non solo lì) la stupidità e l’ignoranza più grossolane e, nelle sue figure di governo, sintetizza la sua proposta: “torniamo al passato”.
No, l’America non tornerà ad essere di nuovo grande. Mai più. Né l’intero sistema nel suo insieme. Non importa che cosa facciano quelli di sopra. Il sistema è arrivato ormai al punto di non ritorno.
-*-
Contro il Capitale ed i suoi muri: tutte le crepe.
L’offensiva internazionale del Capitale contro le differenze razziali e nazionali, che promuove la costruzione di muri culturali, giuridici e di cemento e acciaio, vuole restringere ancora di più il pianeta. Vogliono creare così un mondo dove ci stiano solo quelli che sopra sono uguali tra loro.
Suonerà ridicolo, ma è così: per affrontare la tormenta il sistema non vuole costruire tetti per ripararsi, ma muri dietro i quali nascondersi.
Questa nuova tappa della guerra del Capitale contro l’Umanità deve essere affrontata con resistenza e ribellione organizzate, ma anche con la solidarietà e l’appoggio verso chi vede attaccate le proprie vite, libertà e beni.
Per questo:
Considerando che il sistema è incapace di frenare la distruzione.
Considerando che, in basso e a sinistra, non ci deve essere posto per il conformismo e la rassegnazione.
Considerando che è il momento di organizzarsi per lottare ed è tempo di dire “NO” all’incubo che ci impongono da sopra.
LA COMMISSIONE SEXTA DELL’EZLN E LE BASI DI APPOGGIO ZAPATISTE CONVOCANO:
I.- La campagna mondiale:
Di fronte ai muri del Capitale:
la resistenza, la ribellione, la solidarietà e l’appoggio dal basso e a sinistra.
Con l’obiettivo di chiamare all’organizzazione e alla resistenza mondiale di fronte all’aggressività dei grandi capitali e dei loro rispettivi capoccia sul pianeta, che ormai terrorizzano milioni di persone in tutto il mondo:
Invitiamo ad organizzarsi con autonomia, a resistere e ribellarsi contro le persecuzioni, detenzioni e deportazioni. Se qualcuno se ne deve andare, che siano loro, quelli di sopra. Ogni essere umano ha diritto ad un’esistenza libera e degna nel luogo che ritiene migliore, ed ha il diritto di lottare per restarci. La resistenza alle detenzioni, sgomberi ed espulsioni sono un dovere, come un dovere è appoggiare chi si ribella contro questi arbitri SENZA CHE IMPORTINO LE FRONTIERE.
Bisogna far sapere a tutta quella gente che non è sola, che il suo dolore e la sua rabbia è visibile anche a distanza, che la sua resistenza non è solo benvenuta, ma è anche appoggiata anche se con le nostre piccole possibilità.
Bisogna organizzarsi. Bisogna resistere. Bisogna dire “NO” alle persecuzioni, alle espulsioni, alle prigioni, ai muri, alle frontiere. E bisogna dire “NO” ai malgoverni nazionali che sono stati e sono complici di questa politica di terrore, distruzione e morte. Da sopra non verranno le soluzioni, perché lì sono nati i problemi.
Per questo sollecitiamo la Sexta nel suo insieme ad organizzarsi, secondo il suo tempo, modo e geografia, per appoggiare anche con attività, chi resiste e si ribella contro le espulsioni. Sia sostenendoli affinché ritornino alle proprie case, sia creando “santuari” o appoggiando quelli già esistenti, sia con consulenze ed aiuti legali, sia con soldi, sia con le arti e le scienze, sia con festival e mobilitazioni, sia con boicottaggi commerciali e mediatici, sia nello spazio cibernetico, sia dove sia e come sia. In tutti gli spazi dove ci muoviamo, è nostro dovere appoggiare e solidarizzare.
È arrivato il momento di creare comitati di solidarietà con l’umanità criminalizzata e perseguitata. Oggi, più che mai prima, la loro casa è anche la nostra casa.
Come zapatisti, la nostra forza è piccola e, benché il nostro calendario sia ampio e profondo, la nostra geografia è limitata.
Per questo e per appoggiare chi resiste alle detenzioni e deportazioni, da molte settimane la Commissione Sexta dell’EZLN ha avviato contatti con singol@, gruppi, collettivi ed organizzazioni aderenti alla Sexta nel mondo, per vedere il modo di fargli arrivare un piccolo aiuto in modo che gli possa servire come base per lanciare o continuare ogni forma di attività ed azioni a favore de@ perseguitat@.
Per iniziare, invieremo loro le opere artistiche create dalle/dagli indigeni zapatisti per il CompArte dell’anno scorso, così come caffè organico prodotto dalle comunità indigene zapatiste nelle montagne del sudest messicano, affinché, con la loro vendita, realizzino attività artistiche e culturali per concretizzare l’appoggio e la solidarietà con i migranti ed i profughi che, in tutto il mondo, vedono minacciate la loro vita, libertà e beni a causa delle campagne xenofobe promosse dai governi e dall’ultra destra nel mondo.
Questo per il momento. Continueremo ad ideare nuove forme di appoggio e solidarietà. Noi, donne, uomini, bambini ed anziani zapatisti non li lasceremo soli...
...Non è tutto. Bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna lottare, bisogna organizzarsi.
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Moisés.        Subcomandante Insurgente Galeano.
Messico, 14 febbraio (anche il giorno de@ nostr@ mort@) 2017

Traduzione “Maribel” – Bergamo

il sostegno alla famiglia

Quattro donne deportate da Palermo e separate dalle loro famiglie: è questa la “sicurezza” che vogliamo? Fra di loro anche due mamme con figli minori e due ragazze nate in Italia. Portate nel Cie di Ponte Galera a Roma.
Non sappiamo quali siano le cause vere dell’imponente irruzione delle forze armate, all’alba del 17 febbraio, al “campo” della Favorita di Palermo, dove vivono da decenni alcune famiglie Rom. Ne abbiamo visto però le conseguenze dirette in termini di violenza sulle vite delle persone. In questo caso specifico quattro donne sono state deportate a Ponte Galeria, Roma, presso il Cie, Centro di identificazione ed espulsione.
D. e S. sono due giovani ragazze figlie di un anziano rifugiato dell’Ex Jugoslavia, amputato di una gamba e gravemente malato, di cui si prendevano cura. Nate e cresciute in Italia assistevano loro padre. Erano state regolari fino al diciottesimo anno di vita quando, per l’assurdità della legge avevano perso ogni diritto. Erano seguite dalla Clinica legale dell’Università di Palermo.
M. è una giovane mamma: ha una bimba di 11 anni che frequenta regolarmente la quinta elementare. Ieri la bimba e il papà non erano al campo, e M. è stata portata via senza neanche poterla abbracciare. Aveva chiesto al Tribunale dei minori di riconoscere il diritto a restare in Italia nel superiore interesse di sua figlia.
S. è una donna anziana molto malata, che non può assolutamente sopportare la detenzione in un Cie per motivi di salute. Ha 5 figli di cui uno minorenne.
    Stamattina abbiamo potuto incontrarle al commissariato dei carabinieri prima che venissero imbarcate per Roma. L’unica cosa che ci è stata promessa è che S. avrebbe potuto prendere medicinali e documenti medici prima di partire.
       Questo il risultato della roboante “caccia” condotta a Palermo contro cittadini e cittadine che sono parte di questa città da decenni.
       Vogliamo che si sappia chi sono queste persone, perché si capisca l’ingiustizia che stanno subendo e contro la quale ci opporremo, a partire dall’utilizzo di tutte le vie legali e poi mobilitando ogni forza disponibile per questa battaglia di minima civiltà.
Circa 150 persone, fra cui tantissimi minori, sono costrette a vivere in quel posto orrendo che è il campo della Favorita perché non riescono a regolarizzarsi in assenza di un passaporto (e come potrebbero averne uno se vengono in maggior parte da uno Stato che non esiste più?); perché il pregiudizio contro di loro rende anche Palermo una città incapace di accoglierle come cittadini e cittadine (nonostante siano qui da sempre); perché anche quando il Tribunale per i minorenni intima alla questura di rilasciare un permesso di soggiorno alle famiglie nel superiore interesse dei bambini questo non avviene.
      «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari» scriveva Brecht. E quello che è successo a Palermo è esempio emblematico dei tempi bui che stiamo vivendo, segnati da rastrellamenti, cacce alle persone sulla base della loro nazionalità, deportazioni, accordi con i dittatori, rilancio di un sistema di detenzione amministrativa che ha solo prodotto dolore, a volte morte, violazione dei diritti e aumento esponenziale dell’insicurezza di tutti e tutte a costi umani ed economici altissimi.
     Non lasceremo sole queste donne e invitiamo tutte le realtà e le persone alla mobilitazione per loro, in nome dei diritti e della dignità di ognuno e ognuna, e del mondo diverso in cui vorremmo vivere.
Arci Palermo, Asgi – Sezione Sicilia, Associazione Diritti e frontiere (Adif), Clinica Legale per i Diritti Umani (Cledu), Forum Antirazzista Palermitano.
ULTIME NOTIZIE:
“La Procura di Palermo non ha convalidato il sequestro del campo nomadi nel parco della Favorita ( 48 immobili, baracche – diverse in muratura…          Dichiarazione del sindaco di Palermo Leoluca Orlando: “Quanto avvenuto al campo Rom di Palermo dimostra la inadeguatezza della normativa italiana che, di fatto, autorizza, anzi incentiva, la deportazione di cittadini che non hanno compiuto alcun reato, ma sono soltanto colpevoli di non avere diritti di cittadinanza”.
“Le quattro persone che sono state infatti trasferite al Cie di Roma sono nate e cresciute a Palermo o vivono a Palermo da oltre venti anni, essendo fuggite dalla guerra nella ex Jugoslavia. Sono, quindi, vittime della assenza di una legge sullo Ius soli e di una inadeguata protezione nazionale e internazionale……..”.