domenica 10 aprile 2022

Ucraina: attualità di un esempio di mistificazione storiografica - Silvio Marconi

 

La rappresentazione dei collaborazionisti ucraini del nazifascismo come “patrioti nazionalisti in lotta contro il regime bolscevico” è alla base della loro trasformazione in eroi nazionali avvenuta dopo il colpo di stato voluto dagli USA e dalla NATO a Kiev nel 2014; alle già preesistenti parate di reduci e discendenti dei volontari della XIV Divisione Waffen SS “Galizien”, formata da collaborazionisti ucraini e benedetta dal clero cattolico di Leopoli, e di altre formazioni collaborazioniste come quelle di Stepan Bandera, iniziate subito dopo l’indipendenza ucraina del 1991, si sono aggiunte dopo il 2014 dediche di strade e piazze e scuole, lapidi, francobolli commemorativi, cerimonie ufficiali che onorano tali soggetti, fatto denunciato fra gli altri dal centro Simon Wiesenthal, dalla FIR (Federazione Internazionale dei resistenti, di cui fa parte anche l’ANPI, Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia) e rimarcato ancora recentemente dal Presidente dell’ANPI Pagliarulo sulla rivista online dell’Associazione, “Patria Indipendente”.

Antony Beevor sottolinea come “The whole lebensraum plan in the East required cleansed areas and a complete subservient peasantry”1, caratteristiche della strategia hitleriana già esplicitate nel Mein Kampf. Edito fin dal 1925-26. E’ del tutto ridicolo quindi sostenere che i collaborazionisti ucraini potessero essere effettivamente convinti che l’arrivo delle truppe hitleriane nell’estate 1941 potesse creare le basi per una “ucraina indipendente da Mosca” e che quindi il loro entusiastico collaborazionismo potesse avere tale risultato; ciò vale in particolare per le leadership intellettuali e politiche di quelle forze.

La tesi, ovviamente cara anche alle forze neonaziste presenti sia nelle truppe ucraine (i battaglioni prima parte della Guardia Nazionale e poi integrati nelle Forze Armate come l’”Aidar”, il “Dnipr” e quell’”Azov” che ha adottato il simbolo  che fu di quella Divisione SS “Das Reich” autrice della distruzione di 648 villaggi bielorussi e ucraini e, successivamente, sul fronte occidentale della strage di Oradour), sia fra i ministri ucraini, si basa su un misto fra falsificazione e confusione anche relativa al termine “nazionalismo”, supportato purtroppo anche da studiosi occidentali come Giorgio Cella, che nel suo Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi (Carocci Editore, Roma, 2021) utilizza impropriamente il termine “nazionalismo” per le realtà dei secoli XIV e XVI, mentre tutti gli storici più accreditati, come Braudel, Mathiez, Lefebvre, Barbero, ecc., sottolineano talora da decenni che è del tutto improprio applicare un concetto come “nazionalismo”, figlio in realtà della Rivoluzione Francese e inscindibilmente legato a quello di “cittadino”, ad epoche storiche anteriori, quando esistevano solo dinastie e sudditi e quando il termine stesso “nazione” aveva solo un significato di “comunità di persone che parlano la stessa lingua” (a questo si riferiscono ad esempio le intitolazioni di tante chiese romane a “nazioni” di pellegrini) e non possedeva alcun senso connesso con lo Stato o la sua rivendicazione. Dire che esisteva un “nazionalismo ucraino” nei secoli XIV o XVI equivale a classificare retrospettivamente e falsamente i partecipanti alla rivolta di Spartaco nella Roma Repubblicana come “proletari” o, peggio, a riversare su di loro i concetti degli “spartachisti” tedeschi del 1918.

Anche evitando  di approfondire tale confusione concettuale storiografica voluta, basterà accennare ad alcune caratteristiche del collaborazionismo ucraino per evidenziare la falsità dell’attribuzione ad esso di un carattere patriottico-nazionalista. Infatti è evidente che i “patrioti”, se possono talora partecipare a lotte di altri popoli contro comuni nemici o anche solo per comuni ideali2, non si fanno mai strumento di oppressione o aguzzini verso altre genti al servizio di un potere straniero occupante la loro stessa terra; così non è nel caso dei collaborazionisti ucraini degli hitleriani ed in altri casi consimili3. Oltre a partecipare attivamente al massacro di Ebrei, Polacchi, prigionieri di guerra sovietici, partigiani antinazifascisti ucraini, reparti di collaborazionisti ucraini parteciparono alla repressione della rivolta di Varsavia, della sollevazione antinazista slovacca alla repressione antipartigiana in Friuli, Veneto e Piemonte, come narrato anche dall’ex-partigiano Giorgio Bocca; così, ad esempio, mentre nella 41° Brigata Garibaldi (comandata da Eugenio Fassino ed operante fra la Val Susa e la Val Sangone) caddero il 18.07.1944 come partigiani due soldati sovietici di origine ucraina fuggiti dalle grinfie dei nazisti ed entrati nella formazione, Denyanovic di Kirovgrad e Kochanovsky di Odessa, Rolando Besana, comandante della formazione partigiana “Italia Libera” veniva ammazzato a S. Anna di Piossasco il 23.4.1944 proprio da una formazione di SS ucraine.

Va anche ricordato inoltre che non solo la realizzazione da parte dei gruppi di sterminio degli ebrei nazisti detti einsatzgruppen in Ucraina vide la partecipazione entusiastica delle formazioni collaborazioniste ucraine, come a Baby Yar, dove in tre giorni vennero massacrati oltre 33.000 donne, bambini e uomini ebrei, non solo i seguaci ucraini di Bandera sterminarono in Volinia e Galizia oltre 100.000 fra Ebrei e Polacchi4. Ma che sotto la direzione delle SS tedesche, migliaia di collaborazionisti ucraini rappresentarono la quasi totalità dei guardiani dei campi di sterminio nazisti di Majdanek, Sobibor e Treblinka ed operarono in altri lager, incluso quello della Risiera di San Sabba a Trieste.

La mistificazione che presenta quei criminali ucraini collaborazionisti dei nazifascisti invasori come “patrioti nazionalisti” trova più facile attenzione in un’Italia che non ha mai voluto fare fino in fondo coi crimini commessi dalle sue truppe nelle invasioni mussoliniane dell’Etiopia, della Grecia, dell’Albania della Yugoslavia e, appunto, della Russia. Se storici come Barbero, Del Boca, Conti e molti altri sottolineano in rapporto all’insieme di quei crimini (e va ricordato che in base alla sentenza di Norimberga contro i leaders nazisti già la stessa guerra di aggressione è crimine in sé) come la favola degli “Italiani brava gente” contrapposti ai “cattivi Tedeschi” sia del tutto ingiustificata e si colleghi alla totale impunità postbellica per tutti i criminali di guerra italiani (mai processati da tribunali italiani, mai estradati alle nazioni che ne avevano denunciato i crimini, mai processati da tribunali alleati!), è Schlemmer5 che definitivamente svela la artificiosità di tale mistificazione proprio riguardo alla “campagna di Russia” italiana.  Una mistificazione che centra l’attenzione solo sulla ritirata drammatica italiana dal Don e non narra cosa facessero le truppe italiane nel lungo periodo di occupazione di vastissime aree dell’URSS, soprattutto nella prima fase della Campagna, ossia quando erano lo CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e non la più nota e vasta ARMIR (Armata Italiana in Russia), e quando occupavano tra l’altro proprio il Donbass, avendo il comando piazza a Stalino (odierna Donetsk). A questa mistificazione hanno contribuito sia film come la coproduzione italo sovietica “Italiani brava gente” del 1964, di De Santis (ma il titolo in russo era diverso: “Venivano da Ovest”!), sia soprattutto la memorialistica di tanti reduci (soprattutto ufficiali, date le condizioni culturali dell’epoca), sia la volontà di non affrontare il fatto che gli Italiani parteciparono alla feroce repressione antipartigiana,  commisero crimini di guerra autonomamente, per i quali i Sovietici chiesero invano l’estradizione di 12 alti ufficiali, e consegnarono tanti Ebrei ai nazisti tedeschi ed ai collaborazionisti ucraini ben sapendo che fine facessero, come testimoniano sia tante lettere di militari italiani che gli stessi rapporti della polizia politica fascista.

Tantomeno si affronta il fatto che la partecipazione italiana all’invasione dell’URSS non fu richiesta da Hitler, che anzi preferiva vedere gli italiani impegnati in Africa Settentrionale e non nelle steppe russe, ma domandata piagnucolosamente da Mussolini ad Hitler e che nei mesi precedenti il giugno 1941 il regime fascista aveva commissionato agli uffici tecnici del Ministero dell’Agricoltura uno studio per sfruttare le fattorie collettive ucraine (con l’invio di 5.000 gestori italiani) per rapinarne il grano, non tenendo conto dell’ovvio fatto che i tedeschi mai avrebbero permesso una partecipazione al loro saccheggio. Si era perfino ventilata l’ipotesi di usare 6.000 prigionieri di guerra sovietici con esperienze minerarie (e dunque sostanzialmente del Donbass) come forzati nelle miniere di carbone sarde, ma Mussolini scartò l’ipotesi per paura che “contaminassero di bolscevismo i Sardi”!

Addirittura, i documenti dell’Archivio Storico dell’Esercito provano che nelle inchieste auto assolutorie sugli ufficiali italiani accusati di crimini di guerra dai Sovietici, che servirono a rifiutarne estradizione o processo in Italia, sono stati usati in modo ridicolo come presunte “prove del buon comportamento verso i civili” le attestazioni ed i regali ricevuti da alcuni degli ufficiali accusati proprio da parte di esponenti dei collaborazionisti ucraini!

Interessante è poi il fatto, di cui descrivo i particolari sulla base di studi canadesi nel mio libro6, che una fetta consistente di collaborazionisti ucraini rientra pienamente nel fenomeno del salvataggio a fine guerra e del successivo riciclaggio ad opera dell’Occidente, che riguardò anche tanti petainisti francesi (si pensi a Papon, responsabile delle retate degli ebrei per la deportazione e diventato nel dopoguerra Prefetto di Parigi), tanti repubblichini italiani, tanti ustascia croati, ecc., assieme a molti Tedeschi come Gehlen, ex-responsabile dei servizi segreti nazisti sul fronte orientale, riciclato dagli Angloamericani con tutta la sua rete spionistica nella guerra Fredda e poi assurto alla testa dei ricostituiti servizi segreti della Germania Ovest in ambito NATO. Infatti, mentre gli Inglesi si attennero agli accordi con Stalin circa la consegna ai Sovietici dei collaborazionisti caucasici in fuga dal Friuli catturati a fine guerra in Austria, ciò non avvenne con i collaborazionisti ucraini catturati da loro sempre in Austria, grazie all’intervento del generale polacco Anders (che era inquadrato nelle forze britanniche) che dichiarò falsamente essere costoro tutti ex-cittadini polacchi galiziani, cosa che ne consentì l’espatrio /assieme a molti bottini in oro e gioielli razziati agli sterminati) in Gran Bretagna ma soprattutto in Canada e negli USA.

Qui essi prosperarono, crearono associazioni, lautamente finanziate nella logica antisovietica, che tennero vivi i disvalori nazifascisti educando ad essi le successive generazioni, in molti casi vennero integrati negli apparati occidentali della Guerra Fredda, svolsero propaganda, e dopo la frantumazione dell’URSS e l’indipendenza dell’Ucraina nel 19917 tornarono nella terra d’origine, contribuendo fortemente alla creazione di associazioni, movimenti, partiti ed infine milizie che ovviamente avevano nella connessione con l’esperienza collaborazionista, spacciata per “patriottico-nazionalista” la loro più salda radice.

Note:

1.     1  Beevor A., The Second World War, Phoenix, london, 2014, pag. 253: “L’intero piano per lo spazio vitale richiedeva aree ripulite dalla popolazione a un contadiname completamente asservito”;

2.      2 ad esempio la partecipazione di volontari polacchi alle lotte risorgimentali italiane, testimoniata nello stesso inno nazionale polacco, quella di garibaldini alla guerra contro i Prussiani del 1870, quelle dei volontari internazionalisti contro franchisti e loro alleati nazifascisti in Spagna dal 1936, ecc.;

3.      3 ad esempio i collaborazionisti belgi guidati da Degrelle, quelli russi di Vlasov, ecc.

4.    4   ragione per cui sia il pur russofobo governo attuale polacco, sia entità ufficiali israeliane hanno ripetutamente quanto inutilmente protestato con i governi succedutisi a Kiev dopo il 2014 per la glorificazione come eroe proprio di Bandera;

5.     5  Schlemmer T,, Invasori, non vittime. La campagna italiana di Russia 1941-1943, Laterza, Bari, 2009;

6.      6 Marconi S., Donbass. I neri fili della memoria rimossa; Fabio Croce Editore, , Roma:016

7.      7 indipendenza paradossalmente ottenuta con confini frutto dell’integrazione voluta da Stalin nella compagnie amministrativa ucraina dell’URSS delle terre originariamente polacche di Galizia e Volinia, e di regioni trans-carpatiche originariamente rumene e ungheresi e del regalo illegittimo della Crimea ad opera di Khrushev.


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