sabato 31 gennaio 2026

Democrazia in tempo di guerra: Angelo d'Orsi e Alessandro Barbero (e non solo) a Torino

 

Polizie, violenza, impunità: oltre lo “scudo penale”? - Lorenzo Guadagnucci

 

C’è una regola non scritta – un principio di buon senso e di garanzia – che consiglia di sospendere dal servizio e di tenere lontano dalla “prima linea” funzionari e operatori delle forze di polizia o degli apparati di sicurezza sottoposti a indagini e processi, specie se per fattispecie particolarmente gravi. È una “regola” che ai vertici delle polizie italiane, e ai responsabili politici pro tempore, non piace granché, e infatti viene poco e male applicata, con evidente danno per l’immagine delle istituzioni e per la qualità delle relazioni fra queste e la cittadinanza.

Nei giorni scorsi il giornalista Nello Trocchia, sul quotidiano Il Domani, ha scritto che Antonio Fullone sta per essere nominato a capo del Dipartimento per la formazione degli agenti penitenziari: la pratica preparata dal sottosegretario Andrea Delmastro sarebbe sul tavolo del ministro Carlo Nordio e mancherebbe solo la sua firma prima dell’annuncio ufficiale. Fullone, ecco il problema, è imputato nel processo scaturito dai pestaggi avvenuti nell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e denunciati a suo tempo proprio da Trocchia sul Domani. È una vicenda terribile, documentata dalle immagini riprese dalle telecamere interne; decine di agenti sono sotto processo con l’accusa di tortura. Fullone all’epoca era Provveditore per le carceri della Campania e fu lui a ordinare la perquisizione straordinaria poi finita in pestaggio. All’epoca il dirigente fu sospeso e sostituito nell’incarico ma ora sembra pronto a rientrare nei ranghi e ad assumere un ruolo importante e delicato come la direzione di una scuola di formazione. Fullone, naturalmente, potrebbe essere innocente e magari sarà assolto – e Nordio potrebbe anche decidere altrimenti, visto che la nomina non è ufficiale – ma il tema resta: esiste o non esiste una questione di opportunità nelle nomine e nei ruoli, a fronte di inchieste e processi per gravi fatti storici? Non sarebbe necessario attendere la fine dei processi prima di procedere con la nomina degli imputati a nuovi incarichi a ruoli direttivi?

Il problema si pose con particolare rilievo all’epoca delle inchieste sugli abusi commessi durante il G8 di Genova: furono pestaggi, torture, falsi in atto pubblico. In quel caso i vertici delle polizie e dello Stato scelsero di non intervenire, di non sospendere nessuno, di non avviare procedimenti disciplinari, per quanto a caldo perfino Pippo Micalizio, l’esperto funzionario inviato dal capo della polizia del tempo, Gianni De Gennaro, per un’indagine interna sul caso Diaz, avesse consigliato per iscritto addirittura la destituzione, cioè il licenziamento, di alcuni dirigenti coinvolti nella violenta e disastrosa “perquisizione” nella scuola, chiusa processualmente nel 2012 con la condanna in via definitiva di una decina di imputati, fra i quali importanti dirigenti nazionali della polizia di Stato.

Il caso Diaz finì anche alla Corte europea per i diritti umani e l’Italia fu condannata per non avere punito in maniera adeguata i responsabili: la sentenza Cestaro del 2015 ricordava all’Italia, fra altre cose, la necessità, in casi così gravi, di sospendere i funzionari rinviati a giudizio e di destituirli in caso di condanna definitiva. L’Italia non fece né l’una né l’altra cosa: a inchieste e processi in corso tutti i funzionari di livello più alto erano stati anzi promossi a incarichi superiori, e dopo il 2012, nonostante la condanna in Cassazione, nessuno era stato destituito. Nemmeno la sentenza Cestaro indusse a un ripensamento e l’immagine della polizia di Stato non ne ha certo guadagnato; resta impressa nella mente dei più la sensazione che gli apparati di sicurezza affrontino con insofferenza la verifica di legalità della magistratura e il dovere civico di trasparenza verso la cittadinanza. Genova G8, vista la rilevanza dei processi e degli imputati, ha inevitabilmente fatto scuola, e anziché spingere le istituzioni a fare chiarezza sulle procedure da seguire e ad adeguarsi alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ha creato un precedente nel segno dell’opacità e dell’indifferenza per il rispetto del principio di opportunità.

Nel caso di Santa Maria Capua a Vetere, a onor del vero, le sospensioni dal servizio sono state numerose, ma non uniformi, e non chiaramente comunicate all’esterno, né si conoscono i criteri seguiti – se ce ne sono stati – per stabilirne la durata e l’esito finale. Turi Palidda, in un suo recente intervento (https://www.osservatoriorepressione.info/il-meccanismo-che-garantisce-limpunita-agli-agenti-di-polizia-in-italia/), ha ricostruito il sistema di norme vigenti in materia di procedimenti disciplinari nelle varie forze dell’ordine: è un sistema così farraginoso e contraddittorio da lasciare un ampio margine di discrezionalità ai vertici degli apparati e ai loro referenti politici. E non c’è da aspettarsi una riforma nella direzione della trasparenza e della chiarezza, tutt’altro: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, quando fu trasformato in legge il decreto sicurezza, promise ad agenti e sindacati delle forze di polizia un provvedimento speciale per introdurre nell’ordinamento una serie di norme, prima previste poi stralciate dal decreto, che erano state definite “scudo penale” per le forze di polizia. Né chiarezza e trasparenza, né principio di opportunità, dunque: c’è da aspettarsi, semmai, la formalizzazione di una protezione speciale e preventiva di agenti e funzionari sottoposti a indagini e processi.

Celiando un po’, potremmo dire che l’Italia non è (ancora?) uno Stato di polizia, ma certamente è uno Stato della polizia, nel quale non è il primo (cioè il potere politico) a dettare la regole alla seconda, bensì l’inverso.

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venerdì 30 gennaio 2026

Non è successo niente – Nicolò Targhetta

- Ministro Valditara?

- Sono arrivati? 

- Sì, li hanno appena consegnati. 

- Oh, che meraviglia, si possono vedere? 

- Certo. Eccoli qua. Seicento pezzi. Come vede si tratta di rilevatori portatili, molto comodi. Per cominciare l'idea è di piazzarli in un centinaio di scuole, poi da lì andare a crescere. 

- Benissimo, speriamo serva. La situazione in alcuni istituti è diventata insostenibile. 

- Ha perfettamente ragione. 

- E lei dice che questi metal detector sono i migliori? 

- Metal detector? 

- Sì. 

- Ci dev'essere un equivoco. Questi sono mental detector. 

- Come mental detector? 

- Eh sì, io qua sull'ordinanza avevo letto mental. 

- Eh no, è metal. 

- Ah, porca miseria. Che font usa? 

- Quello istituzionale per i documenti governativi. Comic Sans.

- Magari è stato quello. 

- Ma poi, cos'è un mental detector?

- È come un metal detector, ma rileva il pensiero critico. 

- Continui. 

- Vede, tramite un campo elettromagnetico percepisce connessioni sinaptiche particolari. Il ragazzetto ci passa vicino e questo becca dubbi legittimi, ragionamento autonomo, tracce di originalità, spirito di contestazione. 

- Funziona anche sugli insegnanti? 

- Certo. Eccesso di collegamenti interdisciplinari, pensieri sediziosi, opinioni un po' troppo progressiste... 

- Orientamento politico? 

- Con le giuste calibrazioni.

- E che fa? 

- Suona. 

- Come l'altro? 

- Stessa cosa. Percepisce un libro letto, un pensiero divergente, un briciolo di creatività, di fantasia, un cervello che ogni tanto osa mettersi in discussione, e parte l'allarme. 

- Ah. 

- Vabbè, che faccio? Li butto? 

- No, no, che li butta. Lei in sostanza mi sta dicendo che questo... 

- Mental detector. 

- Suona se attorno a lui ci sono individui pensanti? 

- Esatto, ministro. 

- E come si accende? 

- È acceso.

 

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giovedì 29 gennaio 2026

Streets Of Minneapolis - Bruce Springsteen

 

La Rivoluzione d’Ottobre e noi -- Alessio Frau

Che ne è oggi della Rivoluzione d’ottobre per quella massa diffusa e varia che etichettiamo coi concetti di proletariato, classi subalterne, popolo, classi popolari, sfruttate e sfruttati, ultimi e penultimi? La risposta è tutt’altro che facile né esauribile in poche righe, ma certamente una questione fondamentale e difficilmente aggirabile.

Infatti se l’impresa di Lenin e dei bolscevichi ha avuto un senso, questo non risiede semplicemente nel processo storico determinato che da quell’evento ha preso le mosse, non sta nella mera analisi storica degli effetti e delle cause di quello straordinario avvenimento, ma si fonda sul mito che quella leggendaria impresa ha diffuso nelle sterminate masse lavoratrici occidentali e nelle ancor più sterminate masse contadine dei popoli colonizzati. Un mito di riscatto, che dimostra non solo che il cambiamento è possibile, ma che attraverso un serio lavoro organizzativo, uno studio approfondito delle circostanze e delle situazioni, una costante autocritica e straordinarie capacità di adattamento è possibile replicare quell’evento in qualsiasi parte del mondo, a patto che si riescano a tradurre nei diversi linguaggi nazionali le peculiarità russe. Lenin e il gruppo dirigente bolscevico hanno insomma dimostrato che, come affermò Gramsci a proposto della scienza della politica elaborata da Machiavelli, anche gli ultimi possono apprendere e applicare i metodi dell’arte e della scienza politica che per secoli sono stati appannaggio dei signori e dei potenti.

Il risultato forse più importante ed epocale della Rivoluzione risiede nell’aver appoggiato, finanziato e rappresentato l’imponente processo di decolonizzazione che oggi, a 108 anni di distanza, sta ridisegnando la geografia politica mondiale. Un processo che non soltanto la vecchia Europa stenta a capire, rifugiandosi nella rassicurante dialettica tra l’eurocentrica ideologia liberal-democratica esportatrice di guerre e la reazione più nera dei neocon e delle nuove destre, ma che ha apertamente combattuto e osteggiato finché ha potuto. Oggi le classi popolari e subalterne europee, che sono sempre più articolate e varie dal punto di vista delle nazionalità, delle culture religiose e politiche, pagano a caro prezzo l’incapacità delle classi dirigenti di ripensare il ruolo dell’Europa nel nuovo scenario internazionale. La crisi attuale non dev’essere confusa con le sue clamorose manifestazioni, ma dev’essere compresa come un processo complesso che approfondisce e intensifica il processo che ha condotto alla crisi degli Stati-nazione liberali e monoclasse causata dall’irruzione dirompente delle masse nella scena politica. Oggi non solo le masse sono regolarmente inquadrate nelle strutture statali e sono indispensabili alla riproduzione del sistema economico e istituzionale, ma si assiste all’irruzione nella scena mondiale di popoli che rivendicano la propria sovranità e il proprio diritto di esprimere le proprie istanze nel contesto delle relazioni internazionali e lo fanno senza chiedere il permesso ma fondando organismi propri che fanno concorrenza a quelli a egemonia occidentale e che già si propongono come punto di riferimento per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Oggi forse più di ieri il monito gramsciano sulla crisi appare più che valido: “mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del « nazionalismo», «del bastare a se stessi» ecc.”[1]. La nuova ondata di nazionalismi ed etnicismi occidentali, che rivendicano un ruolo egemonico mondiale esaltando la propria violenza distruttrice di popoli e culture, non solo condurrà alla rovina economica e finanziaria l’occidente e in particolar modo le lavoratrici e i lavoratori, i gruppi sociali subalterni, ma porterà anche all’immane catastrofe della guerra che minaccia la distruzione stessa del mondo.

In questo contesto, in cui si intravedono le possibilità di sviluppo delle potenzialità creatrici e creative dell’essere umano, l’eredità dell’Ottobre rosso, con la sua simbologia, con le sue contraddizioni tragiche e violente, oggi rappresenta un serbatoio di esperienza dal quale attingere, da rivendicare. Occorre assumere il punto di vista del lungo periodo e pensare la storia delle masse, dei gruppi sociali e dei popoli subalterni come un processo millenario, contraddittorio, oscuro di emersione sulla ribalta della storia e ricomprendere in ciò, relativizzandola e comprendendola affondo, la storia della rivoluzione russa, del bolscevismo e del movimento comunista internazionale.

Nella complessità della situazione attuale ereditare la tradizione del bolscevismo significa, tra le altre cose, ereditarne il mito del primo tentativo riuscito e poi fallito di costruzione di uno Stato operario e contadino. Non un semplice eccitante che infiamma gli animi e le folle, ma la chiara percezione del prestigio emanato da questo primo esperimento, che, per dirla ancora una volta con le parole di Gramsci, è stato “l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi […] che […] non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità”[2]. Non solo; un mito capace di infondere coraggio, disciplina, metodo di lavoro, che ha permesso di compiere – tra errori e tragedie – un percorso di apprendimento dei metodi dell’arte politica.

Non si tratta dunque di rivendicarne i simboli o di ereditarne un’inutile ortodossia. Si tratta piuttosto di ereditare la passione per la politica, per il lavoro politico, l’unico in grado di mettere insieme e articolare le più disparate forme organizzative, i diversi linguaggi teorici, le più disparate lotte e soggettività che popolano il campo delle classi subalterne.

 Si è parlato più volte, in queste colonne, della necessità di un lavoro metapolitico, che sia capace di ricostituire un ambiente culturale dal quale sia possibile la selezione di un gruppo dirigente in grado di affrontare le gravi sfide che ci attendono. Questo è vero, ma è altrettanto necessario valorizzare e prendere sul serio il lavoro politico. È nelle concrete esperienze, nella lotta per diventare ciò che si vuole diventare, nel fuoco del conflitto che si selezionano le energie migliori e che anche le grandi imprese filosofiche assumono un taglio determinato. Pur tenendo ferma la distinzione formale e organizzativa tra filosofia e politica, solo la necessità articolatoria della politica, che è costretta a tenere insieme universale e particolare, unità e molteplicità, identità e differenze, conferisce al lavoro teorico una consistenza materiale e corporea.

Il mito dell’Ottobre è, si potrebbe forse dire, il mito della traducibilità. La credenza, infondata ma necessaria, che le molteplici esperienze teoriche e pratiche, che i diversi linguaggi possano tradursi l’uno nell’altro, assumere la forza necessaria a costruire un mondo diverso.

La fede nell’idea che il grande serbatoio teorico e pratico del femminismo possa diventare, conservando la sua specificità, patrimonio comune dell’umanità in lotta per la propria emancipazione; che le svariate esperienze dei popoli in lotta per l’affermazione della propria sovranità e per la difesa della propria lingua e cultura possa incarnarsi nella lotta per un ordine mondiale democratico e di pace; che il lavoro teorico, pratico e tecnico di tutte e tutti noi possa acquisire un significato complessivo e contribuire all’articolazione – sempre problematica, parziale e in traduzione – di un mondo produttivo, politico e istituzionale capace di tenere insieme ordine e apertura al moto perpetuamente rivoluzionario che è la stessa vita.

Per i gruppi sociali subalterni della vecchia Europa ereditare la rivoluzione d’ottobre, incarnarne il mito, significa allora tornare a interrogarsi complessivamente sul proprio ruolo nazionale e internazionale. Significa non lasciarsi andare al pessimismo, alle sirene del decadentismo autoconsolatorio, ma organizzarsi, riprendere con calma e lucidità il filo del lavoro politico, forti di una molteplicità di traduzioni teoriche e pratiche molto rilevanti. Significa, inoltre, pensare insieme il ruolo internazionale e nazionale, che in Europa assume una mostruosa complessità. Occorre ripensare il ruolo dell’Europa nel mondo che con la sua millenaria cultura può confrontarsi alla pari con le altre millenarie culture su un terreno di pace e collaborazione, abbandonando il ruolo di appendice subalterna degli Stati Uniti, che non trovano altra soluzione che la minaccia di una guerra su larga scala. Occorre riprendere seriamente il processo di federazione dei popoli e delle nazioni europee su basi democratiche e popolari, le cui protagoniste siano realmente le classi popolari, sole davvero interessate all’effettivo rilancio economico, culturale e politico dell’Europa.


[1] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Ed. ciritica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 1756.

[2] A. Gramsci, Le opereLa prima antologia di tutti gli scritti, a cura di Antonio Santucci, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 176.

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mercoledì 28 gennaio 2026

Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini” - Lorenzo Poli

 

Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.

Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.

Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump.

La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari.

L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.

A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.

Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato.

 

Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione.

Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.

“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù.

L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.

Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso.

“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari.

Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”.

Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE.

I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.

“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.

 

Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili. L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco, uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente rischio per il poliziotto federale.

Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando, alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di violenza a danno dei cittadini.

Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump. Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la giustizia.

Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione. Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”.

Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra.

Ha scritto Umberto Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda:

“Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington.
Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.”

Fonti:

https://www.dire.it/14-01-2026/1208677-a-minneapolis-lanti-immigrazione-di-trump-ha-arrestato-anche-dei-sioux-ma-non-siamo-migranti/


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L’ora delle sciabole - Raúl Zibechi

 

L’offensiva dei potenti contro i popoli sta crescendo in ogni angolo del pianeta. Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali sono dietro le numerose aggressioni in atto, che minacciano di estendersi finché non ci saranno meccanismi in grado di fermarle. L’impunità è la regola in questo periodo, in cui le grandi potenze stanno disegnando una nuova mappa globale su misura per i loro interessi.

Da quando il genocidio di Gaza è rimasto completamente impunito, si sono aperte le porte della repressione e della violenza contro i popoli. Le classi dirigenti mondiali credono di poter invertire il declino dei loro stati nazionali attraverso la forza militare. La lunga e terribile storia del colonialismo indica loro la strada.

Nelle prime settimane del nuovo anno, si stanno scatenando feroci offensive contro i popoli venezuelano, iraniano e curdo, in un’escalation tanto rapida quanto devastante. Persino all’interno degli Stati Uniti, il presidente Trump sembra pronto a inviare 1.500 soldati per sedare la rivolta di Minneapolis contro le deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) che pochi giorni fa hanno causato la morte di una donna.

La strategia del soffocamento continua a essere applicata in Venezuela. Sebbene miri a rovesciare il regime, colpisce principalmente la popolazione, condannandola alla fame nella speranza che si ribelli al governo. Si tratta di una strategia già utilizzata contro altri paesi, con il popolo cubano nel mirino del Pentagono, che progetta questi metodi per mettere all’angolo intere popolazioni.

La situazione in Iran è una tragedia che coinvolge la sinistra a causa del suo inspiegabile silenzio. La repressione statale sembra aver causato la morte di oltre 10.000 persone attraverso una repressione abominevole che non può essere giustificata semplicemente perché Stati Uniti, Israele e Regno Unito stanno istigando la mobilitazione popolare. Questa mobilitazione, sebbene neghino il suo valore, è radicata nel deterioramento delle condizioni di vita e nella persistente repressione.

Il popolo curdo è brutalmente attaccato dal regime jihadista al governo in Siria, con la collaborazione della Turchia. All’inizio di gennaio, hanno attaccato i quartieri curdi di Aleppo, costringendoli alla ritirata, e ora stanno prendendo di mira l’autonomia del Rojava nella speranza di sradicare il processo di autogoverno che la popolazione sta sviluppando da quattordici anni. A quanto pare, c’è stato un accordo tra Turchia e Israele, con l’approvazione di Washington e dell’Unione Europea: Ankara accetta il controllo di Tel Aviv sulla Siria meridionale in cambio di carta bianca contro il Rojava, suo obiettivo strategico. Le potenze rifiutano qualsiasi accordo, ponendo fine a un “processo di pace” mai avviato e chiudendo il libro su una crisi turca immaginaria con il sostegno dell’Occidente collettivo. Il caso curdo illustra come le potenze e gli stati nazionali considerino i popoli argilla malleabile per la geopolitica capitalista. In realtà, per i popoli oppressi non c’è mai stata democrazia o buon governo, ma piuttosto il rigore della sorveglianza e del controllo che ora si traduce nei colpi brutali con cui la cavalleria ha sempre trattato i popoli che hanno resistito. Credo che questa situazione ci obblighi a una riflessione più ampia.

I grandi pensatori della guerra, pur avendo agito in epoche e geografie diverse e contro nemici diversi, concordano su alcuni aspetti centrali che nulla hanno a che fare con le armi e le tecnologie militari. Per Sun Tzu, il primo fattore fondamentale da considerare è “l’influenza morale”, che egli intendeva come “l’armonia del popolo con i propri leader”. Pur essendo un ufficiale militare prussiano, Carl von Clausewitz sosteneva che non esiste forza al mondo più eccezionale dello spirito del popolo in armi e che, accanto a esso, non esistono mezzi tecnici o militari superiori. Arrivò persino a dire che il popolo è il “dio della guerra”. Mao è più specifico e afferma, nei suoi scritti sull’invasione giapponese della Cina, che “la mobilitazione dell’intero popolo formerà un vasto mare per annegare il nemico, creerà le condizioni che compenseranno la nostra inferiorità e altri elementi, e fornirà i prerequisiti per superare tutte le difficoltà in guerra”. In ogni caso, il popolo è il centro, non un mero strumento o mezzo per raggiungere fini. Questa centralità è stata poi oscurata dalla sinistra, sia elettorale che rivoluzionaria, in una deriva etica che trasforma le persone in spettatori o esecutori di decisioni prese da altri. Una volta stabilito questo principio, possiamo considerare altri aspetti della guerra. I grandi strateghi militari concordano sul fatto che la difesa sia superiore all’offesa, una questione attuale di fronte alle guerre combattute dall’alto. Tuttavia, la difesa non può essere passiva, ma deve essere “resistenza e ribellione”, come insegnano gli zapatisti, poiché queste sono le condizioni per cambiare il mondo quando i venti soffiano contro il popolo.

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martedì 27 gennaio 2026

La democrazia è utile al potere quando è inutile - Antonio Cipriani

Parafrasando Hannah Arendt, lo spazio pubblico della democrazia vive immerso nella menzogna, e la menzogna è il modo in cui la realtà viene narrata costantemente. Questa premessa per affrontare il tema del titolo: la democrazia è perfettamente utile al sistema capitalista e, nel contempo, rappresenta un gravissimo rischio.

Utile quando il meccanismo di persuasione, propaganda e controllo riesce a celare le brutalità insite nel sistema, distogliendo l’attenzione dall’ingiustizia strutturale del modello economico e sociale basato su sfruttamento, oppressione e dominio del ricco sul povero, del forte sull’inerme. Utile, quindi, quando occhio non vede e coscienza non duole.
Inutile, invece, quando il livello di conoscenza pubblica, insito nel concetto stesso di democrazia, alimenta un eccessivo senso critico nei confronti del potere e mette in dubbio proprio l’architettura brutale, ma flautata mediatica e politica, del sistema. In quel caso a diventare il nemico numero uno del Potere con la P maiuscola è la conoscenza, in tutte le sue declinazioni. La conoscenza come consapevolezza di ciò che viviamo, come lettura di libri non banali e conformisti; la conoscenza come informazione e testimonianza delle efferatezze (basta vedere la mattanza di giornalisti a Gaza).

Insomma la democrazia è utile al Capitale, e alle sue declinazioni politiche, tecnologiche, militari e mediatiche, se non agisce come democrazia, ma come parvenza di democrazia a celare la realtà di un meccanismo spietato. Se i popoli alzano la testa, ecco che vengono archiviati legalità e diritti e si passa sul piano puro e semplice della sorveglianza e repressione. Quando poi ci sono in campo fondamentalismi estremi, espressione di quanto le cose che vanno male possano andare peggio, tipo Trump e Netanyahu, tutto appare ancor meglio definito: la democrazia immaginaria, quando non serve più, con tutto il suo corredo di regole e legalità, si può mettere in un armadio come un cappotto vecchio passato di moda.

Così noi poveri cittadini che pensiamo ancora ai valori come la giustizia uguale per tutti, la legalità internazionale, l’etica, il rispetto civile e altre anticaglie culturali in tempi di zombie, siamo attoniti di fronte al mistero dell’involuzione della specie. Di come sia possibile un tale livello di collaborazionismo ottuso davanti a criminali al Potere che hanno addirittura gettato la maschera, in perfetta alleanza con il sistema militare industriale e alle multinazionali più sfrenate, ritenendo che fosse il momento per decretare, armi in pugno, che il mentire politico è una filosofia morale e la menzogna una forma di verità indiscutibile.

Almeno adesso si vede con chiarezza quello che finora sapevamo ma non si poteva dire per miope convinzione che fosse complottismo, antiamericanismo eccetera.

Sta a noi che siamo cittadini comuni credere che la verità (non il compromesso con la menzogna) sia l’unica arma che abbiamo per scalfire la montagna di bugie che ci governa e ci rende passivamente schiavi dell’1% del mondo che fa il bello e cattivo tempo contro il 99% delle altre persone che tacciono e soffrono.

Ps - Questa frase finale è stata scritta pensando alla disperazione del barbiere anarchico che non sa arrendersi di fronte all’evidenza della sconfitta e pensa sempre che la notte buia finirà e che il seme di chi non si è arreso sarà nel vento per nuove rosse primavere.

da qui

“A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”

(intervista a Lorenzo Guadagnucci di Elisabetta Ambrosi, su ilfattoquotidiano.it)


 “A che servono Sant’Anna di StazzemaMonte SoleCivitella in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenzialevittimista, si piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si salvò).

Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi.

Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito. In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte politiche.

Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di rotturarivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenzaun’etichetta, qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.

Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.

Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.

La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensivademocratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili, sono guerre contro una persona umana.

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lunedì 26 gennaio 2026

Tornerà l'America - Pino Farinotti

La letteratura, il cinema, la musica, le avanguardie artistiche e accademiche, i diritti civili, insomma la “nostra” America com’era e che adesso è umiliata, schiacciata, irriconoscibile, senza forze e senza destino, tornerà.

Dello stato degli USA di questa epoca abbiamo notizia ora per ora, non occorrono mie parole per averne l’istantanea. Mi rifaccio a un libro in uscita di qualcuno che conosce bene l’argomento, avendo vissuto in quel paese, Antonio Caprarica:
"Il Bullo - Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente". E io completo … "e ha distrutto l’America". 
Come sempre per ragioni di spazio devo limitarmi a focus su episodi, comunque efficaci ed esemplari. Il “Presidente” versus l’università. Gli aggettivi sopra “umiliata, schiacciata” eccetera vanno implementati. Una vera e propria scure si è abbattuta su Harvard attaccata sulla propria indipendenza e sui diritti costituzionali, e privata di gran parte dei finanziamenti federali. I contributi agli studenti e ai ricercatori sono stati sospesi. Sono stati rivisti i criteri di ammissione di studenti e professori rispetto alle loro posizioni politiche. L’affondo "presidenziale" si è esteso ad oltre 60 atenei. La censura ha ordinato la soppressione di programmi dedicati alla diversità. Credo che possa bastare: un segnale e un modello davvero edificante. 
In tutto l’"affaire Presidente" (non farò il nome): mi risulta incomprensibile come leader di paesi che da millenni hanno creato civiltà e culture, fondato imperi, governato continenti, non riescano a fare argine a quella forza impropria, a questo neo-imperialismo che ci mette tutti in pericolo.

Come spesso nei miei scritti mi concedo una digressione storica, in chiave di affinità. D.T. il Presidente è investito di un potere abnorme, incontrastato, devi tornare indietro nei secoli per scovare delle analogie. Devi tornare agli imperi. Con tutte le relative variabili storiche, civili e umane naturalmente, questo salto può apparire originale, ma non improprio. Ed ecco in azione il meccanismo della memoria che di getto, come internet, sa misurare la qualità e l’importanza. Ed ecco emergere Costantino, Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, la Regina Vittoria. Avevano in mano il mondo, come D.T.. Lui ti direbbe subito di essere meglio dell’Imperatore che aveva scatenato sette guerre, mentre lui ne ha chiuse otto. 

L’auspicio mio e di (quasi) tutti è che si appalesino leader capaci di una restaurazione che sappia sorpassare, senza dimenticarlo, l’infortunio di questa brutta stagione. Non può che essere così, lo dice la storia. Ma voglio soccorrere noi tutti, con un promemoria bello e forte, di quando l’America era quella di una volta, repubblica certo imperfetta, ma che quando era il momento accorreva in Europa e in Giappone e sconfiggeva nazismo, fascismo e imperialismo, lasciando là cimiteri con milioni di croci americane. 
Quel tempo e quella guerra, e il dopoguerra cambiarono tante cose. Le prime due parole del mio scritto sono “letteratura e cinema”. Starò a queste due discipline. Prima, nella cultura, nelle biblioteche, nelle librarie, nelle pubblicazioni, nei master, in accademia e nei convegni, prevalevano altre letterature: i russi, i britannici, i francesi, i mitteleuropei, scrittura grande e nobile, ma adesso dall’altra parte dell’Atlantico arrivavano altre forze, gente con addosso l’eredità dolorosa ma ricca e dura della guerra, che raccontava storie nuove e diverse, sesso e azione, disobbedienza, orizzonti di un mondo nuovo, roba potente: quelli, come si dice, “spaccavano”. La mia formazione e la mia generazione e altre, sono figlie soprattutto, non solo, di quel movimento. Avevamo l’età vulnerabile, diciamo prima dei vent’anni, dove leggi, studi, assumi e vieni coinvolto, ti entusiasmi e ti scoraggi. Poi cresci e aggiusti le prospettive. Dico che continuo ad essere “americano” ma sono in buona parte anche “francese”.    

Ancora: sono costretto, dolorosamente, a scelte ed esclusioni, in tutto l’immenso complesso di quella letteratura. Ma le opere emerse fanno parte del cuore e dell’anima di quella nazione. E’ un’eredità che attraverso il tempo e la vicenda umana, arriva a noi. Dico che senza quegli autori, quelle intelligenze, quelle opere, saremmo molto diversi da quello che siamo. Propongo le prime parole di undici libri. Sono poche righe, ma gli incipit sono una sorta di coro greco, di premessa-promessa che anticipa il contenuto intero. Credo che molti conosceranno questi scritti, letti nella stagione che ho detto sopra e allora l’auspicio è che vengano ripresi e riesplorati. Attraverso questa “verifica americana” sarà come tornare alla nostra gioventù, e riscontrare la differenza: come eravamo e come siamo. Sarà bello. 


La lettera scarlatta, 1850 (Nathaniel Hawthorne)

«Una folla d’uomini barbuti, dagli abiti scuri e dai grigi cappelloni a punta, e di donne in cappuccio o a testa nuda, stava raccolta davanti a un edificio di legno, la cui porta di quercia massiccia era guarnita con bulloni di ferro».

Moby Dick, 1851 (Herman Melville)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

Ritratto di signora, 1881 (Henry James) 
Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere. Quel momento è in sé stesso delizioso, 
un assetto mirabile apprestandomi a scrivere questa storia.
 

Huckleberry Finn, 1884 (Mark Twain)
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla.

Il grande Gatsby, 1925 (Scott Fitzgerald)
Quand’ero più giovane e vulnerabile, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

L’urlo e il furore,1929 (William Faulkner)
Sette aprile 1928 – Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo steccato. Luster frugava l’erba, sotto l’albero in fiore.

Furore,1939 (John Steinbeck)
Sulle terre rosse dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre cominciarono a sparire sotto una coltre verde. 

Per chi suona la campana,1940 (Ernest Hemingway)
«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

Il giovane Holden,1951 (G.D. Salinger)
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. 

On the Road, 1951 (Jack Kerouac) 
Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me.

Colazione da Tiffany,1958 (Truman Capote)
Ho sempre avuto una certa nostalgia per i luoghi dove sono vissuto, le case e i dintorni. Ad esempio, in una delle strade di Manhattan tra la Settantesima e l’Ottantesima Est c’è un palazzo di arenaria dove, nei primi anni della guerra, ho affittato il mio primo appartamento a New York. 

Le due discipline: libri e film americani, che dittico potente. Sappiamo tutti cos’era Hollywood nella sua età dell’oro. Quando il cinema portava distrazione e serenità nell’epoca tragica della Grande depressione degli anni trenta, grazie ai film di 
Frank Capra, di Walt Disney, e a quelli con Fred Astaire e Ginger Rogers. E anche durante la guerra il compito dei film non era diverso: i figli delle famiglie americane erano in Europa e nel Pacifico, e non si sa se sarebbero tornati. Il cinema aiutava chi era a casa, soprattutto con la proposta quotidiana di documentari che cercavano di essere rassicuranti. Mi fermo a questo quadro generale perché ai lettori di MYmovies non servono altre mie parole sui titoli che seguono. Li conoscono benissimo.    

E’ davvero superfluo rilevare che tutti i romanzi citati sono diventati film, anche più volte. Chiudo con un mio mantra sul primato della letteratura rispetto al cinema: esistono film tratti da libri; salvo improprie anomalie non esistono libri tratti da film. E dunque: nessuno dei film qui sotto è diventato un romanzo.
A chiudere davvero. Un concetto che conosciamo: resistere, resistere, resistere.
L’America ritorna. 

Quarto potereViale del tramontoUn americano a ParigiUn uomo tranquilloFronte del portoLa parola ai giuratiA qualcuno piace caldoIndovina chi viene a cena2001: Odissea nello spazioApocalypse NowManhattanSchindler’s list.

da qui

I «48Kg» di Batool Abu Akleen

«Una poetessa palestinese di 20 anni… che pare averne migliaia». Il suo libro uscirà a febbraio per Mille Gru Edizioni ed è già in prevendita.

Ecco 6 testi tradotti in italiano da Cristina Viti. (*)

46Kg. Previsioni del tempo

Il cielo si oscura di ali

che fanno piovere morte

non restare in casa

non scendere in strada

non portare l’ombrello

rimanere fermi al sicuro

a leccare la morte che scorre per il volto.

40Kg. Il carretto del gelato

Il gelataio grida:

cadaveri in vendita

per tutte le strade

non c’è tomba che li compri

i cadaveri si sciolgono

lui ripete il suo grido:

cadaveri in vendita

nessuna risposta.

I cani li comprano a prezzi stracciati

loro sì che ne vogliono ancora.

Il gelataio ha promesso

che presto riempirà di nuovo il carretto

e porterà

nuovi cadaveri freschi ghiacciati

come la città.

36Kg. Posto di blocco

Non ascoltare quella voce

non alzare la testa

non abbassare la testa

non voltarti

non essere contento

non essere triste

non canterellare

non chiamare

non aspettare risposta

smetti di aspettare

fermati

ferma.

Ma non si ferma

lui continua a urlare

il tuo silenzio atterrito continua

non hai passato il confine spinato

se lo passi, sopravviverai?

Il rimorso ti rosicchierà le dita

ti strazierà.

Non sopravviverai.

 


35Kg. La vita all’inferno

Mio Dio, quant’è bello.

Ha gli occhi azzurri

la pelle bianca

il sorriso smagliante

è così alto

e l’uniforme militare gli dà l’aria di un perfetto uomo.

Quando si è avvicinato

l’ho visto bene:

il mare nei suoi occhi era il mare che mi ha rubato

il bianco del suo volto i sogni dei bambini che ha ucciso

il sorriso era quello di mia madre, sradicata

quando lui ha cancellato la sua casa dal volto della città

l’altezza è quella delle palme che ha schiantato a terra

l’uniforme serve soltanto a giustificare il nostro sangue versato.

Lui appare in televisione

la parole dolci gli scorrono dalla bocca

veloci come le anime dei bambini che corrono in cielo

il pubblico applaude il protettore che salverà il Paese

dalle pietre lanciate fuori dalla casa di mia madre

e dai feti appesi al ventre delle donne che ha macellato.

Sorride ancora,

è il sorriso che ha appena rubato da un’altra bocca.

Oh mio Dio

quant’è bello

un perfetto candidato

per la vita all’inferno.

 


32Kg. Sono in cielo

Sto seduta in classe con cinquanta persone senza tetto

insegniamo la prima lezione ai piccoli

Surat-al-Fatihah che si recita per le anime

e le preghiere per i corpi.

Sui defunti abbiamo insegnato solo

che sono in cielo

e così i bambini girano per le strade

portano piatti di biscotti che divorano

ridono

giocano

dicono: sono in cielo.

In classe fa irruzione la morte

rivela segreti ai bambini

che improvvisamente crescono

portano i volti dei padri

dai piatti in frantumi fanno case per i fratelli piccoli

dalle gole esce un rantolo:

sono in cielo

sono in cielo.

28Kg. Sole che brucia

Sto bruciandomi le dita

si sciolgono una dopo l’altra

lentamente, come la guerra che va lentamente:

Pollice che impasta pane fresco come i corpi dei martiri

Indice che appoggio sulle labbra della bambina

per scacciare la paura e far maturare la calma

Medio che alzo in mezzo agli occhi

della bomba che non mi ha ancora raggiunto

Anulare che presto alla donna che ha perso

la mano e il marito

Mignolo per fare la pace

con tutto il cibo che ho odiato mangiare

e altre cinque dita per spostare il sole che brucia.

La guerra non finisce

io sto per finire le dita.

Le mie mani si accorciano

le dita crescono

le mie mani si sciolgono

le dita crescono

il mio petto si scioglie,

il cuore,

io mi sciolgo interamente

resta solo il fuoco

che scorre tra le dita della morte

il fuoco può soffocare la morte

ma sono io che muoio soffocata.

 

 

(*) Batool Abu Akleen, ventenne poetessa che vive a Gaza ha scritto un libro, «48Kg», che toglie il fiato per il countdown che innesca: a ogni poesia che leggi il cuore ti si rinsecchisce, il condotto della gola ti si restringe, le corde vocali ti si irrigidiscono, eppure ne viene fuori uno dei canti più vibranti e tragici di una poetessa palestinese di 20 anni che pare ne abbia migliaia.
«48Kg» è uscito nel Regno Unito (per Tenement Press) La 
casa editrice Mille Gru pubblicherà in Italia la raccolta, curata e tradotta da Cristina Viti, nel febbraio 2026.

Acquistare il libro grazie alla prevendita (fino al 26 gennaio) consentirà di riconoscere l’intero ricavato all’autrice, con una percentuale riservata alla traduttrice. La casa editrice si farà carico delle spese di grafica, di redazione e di stampa.

edizione italiana del libro della poetessa palestinese – prevendita fino al 25 gen ’26


Nota dell’autrice per l’edizione inglese
Queste poesie sono arrivate dopo mesi in cui ho rifiutato di scrivere, pensando che la poesia non può cambiare il mondo. Ma le conversazioni con molti amici mi hanno convinto dell’importanza di dare forma a quello che sentivo per poterlo meglio capire. Se scrivere in arabo è stato un processo di formulazione, tradurre le mie poesie è stato un processo di comprensione. In arabo mi stavo perdendo: avevo paura della morte, paura che il mio corpo fosse smembrato senza che nessuno potesse raccoglierlo… ma quando ho iniziato a tradurre, ho fatto pace con la morte. Per quanto stessi cercando di trovare il mio corpo, per quanto fossi persa in senso di colpa, desiderio, compassione e rabbia, accettando che non avrei potuto fermare questo genocidio, potevo almeno scrivere queste poesie e rilegarle traducendo me stessa.
Qui ho raccolto le parti di me che sono riuscita a trovare, in caso non ci sia nessuno che possa farlo se sarò uccisa.
Batool Abu Akleen, 2025.

Batool Abu Akleen è una poetessa e pittrice palestinese. Nata nel 2005 a Gaza, nel 2020 vince il Barjeel Prize con la poesia «Non ho rubato la nuvola». Negli ultimi venti mesi, mentre affronta con la famiglia il genocidio che ha colpito la sua terra e la sua gente, completa la laurea in inglese, organizza corsi di lingua per bambini, lavora come traduttrice in residenza per Modern Poetry in Translation e pubblica la sua prima silloge, «48Kg» (Tenement Press). Con la poesia «Gunpowder» è stata recentemente premiata nella competizione indetta dal London Magazine. Alcuni stralci della sua prosa sono in fase di pubblicazione da Comma Press.

Cristina Viti scrive poesia e traduzioni in inglese, italiano e francese. Fra le autrici tradotte, Elsa Morante (The World Saved by Kids, Seagull Books, 2016), Etel Adnan (Notte, San Marco dei Giustiniani, 2018) Anna Gréki (The Streets of Algiers, Smokestack, 2020) e Mariangela Gualtieri (Beast of Joy, Chelsea Editions, 2018). Tra le sue traduzioni per il teatro, si ricorda Moby Dick alla prova di Orson Welles, in produzione per il Teatro dell’Elfo.

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