domenica 25 gennaio 2026

Toussaint Louverture. La Rivoluzione francese e il problema coloniale - Aimé Césaire

 


Aimé Césaire racconta e spiega bene cosa è successo nell'isola di Haiti dopo la rivoluzione francese.

le parole Liberté, Égalité, Fraternité hanno affascinato il mondo, e nell'isola caraibica, sotto la guida di Toussaint Louverture, i neri si sono sollevati contro gli occupanti e colonialisti francesi.

a loro spese hanno capito che quel motto valeva solo per i francesi bianchi, e neanche tutti, e i governanti francesi, quelli della rivoluzione francese, dei neri colonizzati se ne fottono, la schiavitù e lo sfruttamento non saranno messi in discussione.

Anna Seghers (qui) aveva raccontato l'eroe Toussaint da giovane, Aimé Césaire racconta la storia della rivoluzione quasi riuscita, sotto la guida di Louverture, con documenti e relazioni della guerra contro la Francia.

grazie ad Aimé Césaire possiamo leggere un libro avvincente, istruttivo e chiarissimo sulla insurrezione di Haiti, fino alla morte omicidio di Toussaint.

buona (imperdibile) lettura.





Toussaint Louverture morì prigioniero dei francesi, a Fort de Joux, il 7 aprile del 1803, pochi mesi prima che venisse proclamata l’indipendenza della prima «repubblica nera» della storia umana, Haiti, il 28 novembre «a nome dei neri e degli uomini di colore», mentre in Francia la schiavitù era stata appena reintrodotta – e sarebbe rimasta in vigore per altri quattro decenni –, alla faccia del decreto del 1794. 

Come disse in quel frangente Jacques-René Hebert, pochi giorni dopo assassinato durante il Terrore, «arriverà un giorno, spero, in cui tutti i popoli della terra, dopo aver sterminato i propri tiranni, formeranno una sola famiglia di fratelli. Forse un giorno turchi, russi, francesi, inglesi e tedeschi, riuniti nello stesso Senato, comporranno una grande Convenzione con tutte le nazioni d’Europa. Sarebbe un bel sogno che, tuttavia, potrebbe realizzarsi. Non credo però che, come profetizza Anacharsis [Cloots], dovremmo fare i don Chisciotte e intraprendere una crociata universale per convertire alla libertà coloro che ancora non sono degni di conoscerla. Sta al tempo e alla ragione un tale miracolo. Cominciamo a stabilire da noi la libertà!».

La Rivoluzione francese, «al cospetto della questione coloniale» aveva dovuto «affrontare sé stessa», e a confrontarsi «con i princìpi da cui era nata», scrive ancora Césaire: esitò, tentennò, e arrivò a fagocitare sé stessa. Ma imparò anche, grazie alla determinazione di Toussaint Louverture e del suo esercito di schiavi, che la libertà non è una forza che puoi fermare a tuo piacimento. Che gli oppressi non hanno bisogno del permesso dei tiranni, per spezzare le catene: la fronda può diventare rivolta, e la rivolta rivoluzione. 

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Roger Waters: “È un mondo perfetto per i nazisti e Meloni è il vostro Mussolini”


Roger Waters parla in un’intervista al Fatto Quotidiano:  “È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo“.

 

L’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters afferma che i governi europei sostengono l’idea della guerra perché ciò risulta conveniente per i loro “padroni“, in particolare per le élite statunitensi, israeliane e tedesche che controllano la maggior parte dell’industria bellica. Secondo l’artista, questa spirale di spese militari porterebbe all’impoverimento dei popoli, creando un “mondo perfetto” per l’ascesa di quelle forze che lui definisce “naziste”.

Da convinto antimilitarista, Waters (classe 1943) ha esteso le sue critiche alla Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, equiparando la sua retorica sulle spese militari a quella di un “nuovo Mussolini“. “La guerra è un racket“, ha affermato il musicista, “ma non tutti si piegano a questa logica. Mi incoraggia sapere che organizzazioni come l’USB in Italia si stanno ribellando a questi ‘Mussolini’ contemporanei. Oggi, Meloni è il vostro Mussolini. Ma sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Stati Uniti, Starmer Farage nel Regno Unito”.

“Da Kiev a Gaza, la guerra è solo per profitto. Col riarmo i governi impoveriranno i popoli”: intervista esclusiva a Roger Waters

L’esclusiva. Il musicista: “I problemi dell’Ucraina sono stati tutti imposti dagli Stati Uniti In Palestina è ancora in atto un genocidio”

 

(Estratto dell’intervista integrale di Fabrizio Rostelli al Fatto Quotidiano) – L’antimilitarismo è un tratto distintivo delle sue opere musicali e del suo impegno politico dai tempi dei Pink Floyd. “Mother do you think they’ll drop the bomb?” (Mamma pensi sganceranno la bomba?) cantava in The Wall. Nella Fletcher Memorial Home – la casa di riposo per re, tiranni incurabili e spietati statisti ideata in The Final Cut – oggi Roger Waters troverebbe spazio per gli attuali leader europei e per i magnati delle Big Tech come Musk, Bezos e Zuckerberg. “La guerra è utile solo a fare profitti. Non dobbiamo farci schiavizzare – ammonisce Waters – anche se è questo che fa il capitalismo.

[…] Siamo già in 1984, c’è un controllo sempre maggiore, ma abbiamo ancora gli strumenti per reagire”. Il musicista e intellettuale britannico analizza il complesso quadro internazionale e sul programma di riarmo europeo la sua posizione è netta: “L’idea che i leader dell’Ue parlino di imporre una spesa militare del 5% del Pil ai cittadini per ingrandire gli eserciti e prepararsi alla guerra con la Russia è ovviamente una follia. Così come è stata una follia far saltare il Nord Stream. Quel gasdotto rappresentava la volontà dei popoli della Russia e dell’Europa di cooperare, scambiarsi gas ed energia e vivere in pace. Non gli è stato permesso perché non conveniva a un piccolo gruppo di persone estremamente ricche negli Usa e altrove. La guerra è un racket ma non tutti si piegano a questa logica e mi incoraggia l’idea che ci siano organizzazioni, come l’Usb in Italia, che si stanno ribellando a questi Mussolini, di nuovo. Meloni oggi è il vostro Mussolini. Sono ovunque: c’è Milei in Argentina, Trump negli Usa, Starmer e Farage nel Regno Unito”.

Ieri è stato annunciato il trilaterale per la pace in Ucraina. Ma quali sono i reali ostacoli?

Gli ostacoli sono il neo liberal-imperialismo e il capitalismo. I problemi politici dell’Ucraina sono tutti imposti dall’esterno, dagli Usa. Con il colpo di Stato di Maidan è scoppiata una guerra civile tra l’amministrazione di Kiev – legata all’estrema destra – e la popolazione russofona dell’Ucraina orientale. Il conflitto non si è mai fermato e gli Accordi di Minsk non sono stati rispettati perché dalla morte di soldati ucraini e russi si ricavano enormi profitti. Profitti che finiscono nelle mani dei plutocrati degli Usa, forse anche in Germania o nel Regno Unito, ma soprattutto nell’industria bellica statunitense. I colloqui tra Trump, Putin e Zelensky sono irrilevanti, sono delle marionette anche se Putin è molto più lucido e acuto. Quando Trump morirà – e sarà un buon giorno per l’umanità – un altro burattino sarà pronto a prenderne il posto: potrebbe chiamarsi Marco Rubio o JD Vance. Non conta il nome, ma il sistema: quello dei Palantir, dei Peter Thiel, di quelli che vogliono costruire uno Stato fascista globale, controllato dall’Ia, con moneta digitale, dove possono decidere di silenziare chiunque, semplicemente togliendogli tutto. Non credono nello Stato di diritto, ma solo nella legge della giungla […]

Con il Board of Peace di Trump c’è il rischio che cali l’attenzione su quello che accade in Palestina?

La Palestina siamo noi. Se non capiamo questo, non abbiamo capito niente. Tutta questa storia – colonialismo, apartheid, pulizia etnica – l’abbiamo già fatta noi europei bianchi in Nord e Sud America e in Africa. Mi accusano di essere antisemita perché di Israele ne faccio un “caso speciale”. Certo che lo critico: stanno commettendo un genocidio! Esattamente come mio padre criticava i nazisti negli anni 30 del Novecento. Questo fanno le persone con un cuore e un’anima. Israele è uno Stato disgustoso, xenofobo, segregazionista, che sta compiendo un genocidio contro le persone che vivono in quella terra, colonizzata illegalmente per tutto il XX secolo e oltre. Non ho nulla contro gli ebrei. Sono ateo: penso che tutte le religioni siano assurde. Se fossimo tutti umanisti, non avremmo bisogno di alcuna religione per sapere cosa è giusto, per avere una bussola morale: la sentiremmo dentro di noi. Ho detto che suonerò The Wall in Palestina quando sarà libera. Quando lo stato di apartheid cadrà e ci saranno uguali diritti per tutti, dal Giordano al Mediterraneo, vorrei essere ancora vivo per suonare The Wall e celebrare la libertà del popolo palestinese. Sarebbe fantastico farlo con il mio ultimo respiro.

I governi europei ci stanno preparando alla guerra?

Probabilmente sì. È conveniente per i loro padroni statunitensi che possiedono la maggior parte delle fabbriche di armi, insieme agli israeliani e ai tedeschi. Per questo sostengono volentieri l’idea della guerra. Le spese militari impoveriranno completamente i nostri popoli. È un mondo perfetto per i nazisti che stanno prendendo il controllo. Non ci sarà istruzione, né servizi sanitari, né servizi sociali, niente. La vita diventerà sempre più dura e convinceranno le persone che la colpa è degli stranieri, dei neri, delle persone che parlano arabo. Il tema dell’immigrazione è centrale e in questo senso è importante la storia della lista del Pentagono – svelata dal generale statunitense Wesley Clark – dei Paesi da colpire dopo l’11 settembre 2001. Gli Usa hanno devastato tutti quei Paesi: Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Siria. Qual è l’unico che non hanno distrutto? L’Iran. Per ora. Il Venezuela non era in quella lista, ma avrebbe potuto esserci. In passato con Guaidó organizzarono un tentativo di colpo di Stato per eliminare il governo socialista bolivariano e rubare il petrolio. Niente a che vedere con la libertà o la democrazia.

Cinquant’anni fa usciva Wish You Were Here, oggi a chi la dedicherebbe?

Non posso rispondere, vorrei solo che la gente capisse che è la mia canzone. Gilmour fece quell’introduzione, io la usai ma la canzone non ha nulla a che vedere con lui, anche se sostiene di averla scritta. Quando sento Dave cantare Wish You Were Here mi irrita un po’ perché non ha mai capito di cosa parlassero le mie canzoni. La parte più importante è: “Did you exchange, a walk-on part in the war, for a lead role in a cage?”. Descrive perfettamente me e Gilmour. Io ho accettato di essere una comparsa nella guerra, lui ha accettato un ruolo da protagonista in una gabbia. È come Starmer: può fare il premier, ma solo se vive nella gabbia e obbedisce. È un burattino, non decide nulla. Io invece ho scelto di prendere parte alla guerra, anche se solo come comparsa. È questo il senso della canzone. Melania Trump voleva usarla nel documentario sulla sua vita per il funerale della madre. Mi hanno offerto un’enorme quantità di denaro. Le ho scritto che mi dispiaceva per la sua perdita, ma che non posso essere associato a un’amministrazione che sostiene un genocidio. Mai.

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sabato 24 gennaio 2026

“Mr Brecht, lei è un rivoluzionario?”. “Sì certo, infatti volevo ribaltare Hitler”


Interrogato dalla Commissione del Congresso per le attività antiamericane il 31 ottobre 1947, il commediografo marxista svicola, “non ricorda”, ironizza velatamente, tira in ballo il teatro giapponese... E il verbale diventa un copione

 

Presidente: Giuri di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Dica “lo giuro”.

Brecht: Lo giuro.

Presidente: Il suo nome.

BrechtBertolt Brecht.

Presidente: Conferma di essere nato il 10 febbraio 1888?

Brecht: No. Sono nato il 10 febbraio 1898.

Pausa.

Presidente: Ha mai lavorato per l’industria del cinema?

Brecht: Sì. Ho venduto a Hollywood una storia, Hangman Also Die (“Anche i boia muoiono”, ndt). Ma poi non ho scritto la sceneggiatura.

Presidente: Ha mai conosciuto Hans Eisler, musicista e comunista tedesco?

Brecht: Sì. Ci conosciamo da circa vent’anni.

Presidente: È mai stato membro del partito comunista?

Brecht: Intendo rispondere alla domanda, signor Presidente. Ma prima posso leggere una dichiarazione?

Presidente: No. Non è pertinente. Le ripeto la domanda. È mai stato membro del partito comunista?

Brecht: Signor Presidente, ho ascoltato i miei colleghi, chiamati a deporre prima di me. Hanno giudicato la domanda non in linea con le protezioni previste dalla Costituzione. Io però sono un ospite in questo Paese e non voglio entrare in alcuna disputa legale. Quindi intendo rispondere alla sua domanda nella maniera più esaustiva. Non sono stato un membro e non sono un membro di qualsivoglia partito comunista.

Pausa.

Presidente: Ha mai fatto richiesta di adesione al partito comunista?

Brecht: No, no, no, no. Mai.

Altra pausa.

Presidente: Signor Brecht, corrisponde a realtà il fatto che lei ha scritto poesie, commedie e altri lavori radicalmente rivoluzionari?

Brecht: Signor Presidente, ho scritto poesie e canzoni e commedie nella mia battaglia contro Hitler. Quindi, essi possono essere naturalmente considerati rivoluzionari in quanto io sono a favore del ribaltamento di quel governo.

Pausa.

Presidente: Conosce Alfred Kantorowicz, che ha appena pubblicato una scena da Master Race (“Terrore e miseria nel Terzo Reich”, ndt) su una rivista di Berlino Est?

Brecht: Sì, l’ho incontrato a Berlino. E poi ancora a New York.

Presidente: Sa se Kantorowicz è un comunista?

Brecht: Non so esattamente se Kantorowicz sia un membro del Partito comunista tedesco.

Presidente: Ricorda di essere stato intervistato a Mosca da Sergei Tretyakov, l’artista formale sovietico?

Brecht: Sì.

Presidente: Tretyakov la descrive come un ammiratore delle idee di Marx e Lenin.

Brecht: È stato molto tempo fa. Più di vent’anni.

Presidente: Molti dei suoi lavori si basano sulla filosofia di Marx e Lenin?

Brecht: No. Non penso che questa affermazione sia del tutto corretta. Naturalmente li ho studiati – ho dovuto studiarli – in quanto sono un drammaturgo che scrive commedie di carattere storico. Ho dovuto studiare le idee di Marx sulla storia. Non penso si possano scrivere cose interessanti oggi senza conoscerle. Tra l’altro, la storia di oggi, scritta oggi, è influenzata in modo vitale dagli studi storici di Marx.

Pausa.

Presidente: Ha mai incontrato Gregory Kheifetz, vice-console dell’ambasciata sovietica di San Francisco?

Brecht: Non ricordo quel nome. Ma potrei conoscerlo.

Presidente: Secondo dati in possesso dell’Fbi, lei e Kheifetz vi siete incontrati almeno cinque volte, tra l’aprile 1944 e il gennaio 1945.

Brecht: È possibile che qualcuno con quel nome sia venuto a casa mia insieme ad altri. Non riesco però a ricordare i loro nomi.

Presidente: Conosce la rivista New Masses?

Brecht: No.

Presidente: Non l’ha mai sentita nominare?

Brecht: Sì, naturalmente.

Presidente: Ci ha mai scritto?

Brecht: No.

Presidente: In una sua commedia, La Madre, c’è un verso che dice: “Du musst die Führung übernehmen”. Dovete essere pronti a prendere il controllo…

Brecht: Mi scusi, ma la traduzione non è corretta.

Presidente: Qual è la traduzione corretta?

Brecht (dopo qualche secondo): Dovete guidare. È una questione di leadership, non di presa del potere…

Presidente: Un altro suo lavoro, signor Brecht. Die Massnahme (“La linea di condotta”, ndt). Potremmo tradurlo con “misure disciplinari da prendere”?

Brecht: Non esattamente.

Presidente: Può descriverci il senso della sua commedia?

Brecht: Si tratta dell’adattamento di un antico pezzo di teatro religioso giapponese. Si chiama Teatro Noh. Il mio lavoro segue piuttosto fedelmente quella vecchia storia che mostra la devozione a un ideale fino alla morte.

Presidente: La sua commedia in realtà tratta di quattro rivoluzionari comunisti che vengono mandati a fomentare la ribellione in una provincia cinese. Uno di loro si lascia prendere dalla compassione per i più poveri, provocando il fallimento della missione stessa. Per rettificare l’errore, accetta la condanna a morte che gli altri tre gli infliggono. Possiamo dire, Brecht, che nella sua commedia i tre rivoluzionari uccidono il quarto perché lo considerano una minaccia agli interessi del partito comunista?

Brecht (non risponde subito): Non proprio.

Presidente: E allora qual è il tema della sua commedia?

Brecht (sempre dopo una pausa): Direi che la storia è quella di un giovane che si rende conto di avere compromesso una missione comune con il suo comportamento. Quindi chiede ai suoi compagni di aiutarlo, e tutti insieme lo aiutano a morire. Si lancia nell’abisso – e gli amici lo accompagnano con tenerezza verso quell’abisso.

Presidente: Quindi lo uccidono?

Brecht: No, non lo uccidono. Lui si uccide.

PresidentePensa che sia giusto morire in nome degli ideali comunisti?

Brecht: È una domanda del tutto ipotetica. Non so rispondere. Il personaggio della mia commedia pensa sia giusto morire in nome dei propri ideali.

Presidente: Brecht, lei pensa che un intellettuale debba impegnarsi nel trionfo degli ideali comunisti – nel caso in cui creda a questi ideali?

Brecht: Penso che un intellettuale debba fare di tutto per affermare i propri ideali – nel caso in cui ci creda. E questo non riguarda soltanto gli ideali comunisti, ma ogni tipo di fede politica.

Presidente: Lei pensa di aver ispirato la sua azione agli ideali professati nelle sue opere?

BrechtPenso di aver fatto il possibile per mantenermi coerente ai miei principi – compatibilmente con le situazioni in cui mi sono venuto a trovare.

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La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo - Davide Grasso

Dopo gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo, prosegue contro l’Amministrazione del Nord-Est e il Rojava l’offensiva del governo di transizione siriano, guidato dall’esercito islamista di Al-Shaara. Mazlum Abdi (Forze siriane democratiche): «Vivremo con dignità o moriremo con onore»

Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del Nord-Est (Daanes) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di una serie di defezioni nei governatorati di Raqqa e Deir el-Zor, che hanno riguardato tanto strutture tribali (‘ashira) quanto partiti politici finora legati al progetto confederale, come la sezione del Partito per il futuro della Siria a Raqqa. Le due aree sono finite quasi interamente sotto controllo governativo, nonostante alcune imboscate ai danni dell’esercito. Sebbene il governo abbia diffuso un documento presentato come accordo di cessate il fuoco – che di fatto prevedeva la resa delle Forze democratiche siriane – Mazlum Abdi, comandante delle Fsd, ha respinto l’intesa.

Durante un incontro avvenuto il 19 gennaio, Abdi ha chiarito di non accettare un accordo che configurasse la capitolazione politica e militare dell’amministrazione autonoma: «Vivremo con dignità o moriremo con onore», ha dichiarato Abdi a conclusione dell’incontro.

Nelle ore precedenti, violenti combattimenti avevano avuto luogo a Tishrin, lungo l’Eufrate in direzione di Raqqa; sull’autostrada M4, ai cui bordi è stazionato l’esercito turco, che ha effettuato alcuni bombardamenti; a Shaddadi e Raqqa, dove combattenti delle Fsd sono arroccati a protezione delle prigioni dove sono rinchiusi i prigionieri di Daesh arrestati in questi anni. Diversi video ritraggono infatti le fazioni del governo liberare prigionieri che la Daanes afferma essere affiliati a questa organizzazione. Le aree ancora sotto il controllo delle forze confederali sembrano essere il governatorato di Hasakah, dove si trova anche la grande città di Qamishlo, e Kobane con le campagne circostanti. 

Tutte le comuni popolari stanno distribuendo armi e organizzando la resistenza nei quartieri della città ancora libere dall’esercito statale. Sul piano politico l’Amministrazione è in una fase difficile. Video di prigionieri linciati o fucilati in modo sommario circolano su X e Telegram, o di donne delle Ypj nelle mani degli uomini del governo. Occorre ricordare che si tratta degli stessi uomini che hanno mutilato in video il corpo della combattente Barin Kobane ad Afrin o hanno brutalizzato e ucciso Hevrin Khalaf durante l’invasione turca di Serekaniye.

Non è un caso che molti appelli alla resistenza vengano proprio dalle Ypj, oltre che dalle Forze di difesa essenziale (Hpc), che dipendono dai comitati per l’autodifesa di ciascuna comune. Fin dall’inizio dei negoziati con il governo, lo scorso marzo, il movimento delle donne aveva chiarito che nessun accordo sarebbe stato accettato che non includesse la loro approvazione e che le Ypj avrebbero cercato il martirio piuttosto di sciogliersi. D’altro lato Al-Shaara e i suoi uomini hanno affermato di non ritenere concepibile una presenza femminile nelle forze armate siriane e in altri rami della vita pubblica. 

Le strutture tribali e la rivoluzione

Gran parte del successo dell’avanzata governativa è dovuto alla protesta contro la Daanes messa in campo da diverse strutture e fazioni tribali, non soltanto a Raqqa e Deir el-Zor, ma anche ad Hasakah. Lungi dall’essere fenomeni riducibili a un piatto divario tra Arabi e Curdi (che pure, dopo decenni di discriminazione dei secondi, continua a esistere), questo repentino cambio di bandiera costituisce una mossa politica attuata lucidamente e organizzata da tempo. Poche settimane fa ho avuto modo di intervistare i capi di alcune delle strutture tribali più influenti a Raqqa e Hasakah, come gli Afadil, gli Al-Sahkana e gli Shammar (questi ultimi una “qabila” o confederazione tribale).

Organizzazioni sociali potentissime, che talvolta raccolgono milioni di persone in diversi Paesi (Giordania, Iraq, Arabia Saudita), queste strutture sono anche l’involucro concreto attraverso cui si esprime l’organizzazione gerarchica dell’economia locale. Il capo – ma sarebbe più corretto dire il re – degli Shammar, Maana Al-Hamidi Al-Jarba, ha contribuito nel 2014 all’alleanza strategica con le Ypg per combattere Daesh e il 18 gennaio ha tradito con un voltafaccia spettacolare.

Le altre due tribù, di Raqqa, hanno avuto rapporti di coesistenza con il Baa’th, poi con Daesh, quindi con la Daanes, per poi ora accettare l’ennesimo cambio di regime su aree che lo Stato siriano ha sempre visto come riserva del grano, del cotone e di energia fossile nell’ambito di una logica di colonialismo interno.

Contrariamente alle aree del Rojava a maggioranza curda (una piccola fetta della Daanes, che era a maggioranza araba) in questi territori l’ideologia confederalista ha avuto una penetrazione limitata e molto recente. Associazioni di studenti, giovani e donne l’hanno promossa nei centri urbani, ma la governance del territorio si è strutturata proprio sul patto di coesistenza – sempre fragile – tra il partito rivoluzionario e le tribù. Queste ultime hanno apprezzato la liberazione dal regime e da Daesh, meno le tattiche dell’aviazione aerea statunitense di supporto alle Fsd nel 2017, con la distruzione di gran parte della città ordinata all’epoca da Donald Trump.

Non hanno mai, inoltre, condiviso l’idea di trasformazione anti-patriarcale e comunalista promossa dal Pyd. I capi di queste strutture sono la grande borghesia agraria e del commercio che muove patrimoni di molti milioni di dollari. Le iniziative economiche comunistiche portate avanti sui territori demaniali dal movimento sono sempre state viste con disprezzo, come le organizzazioni femminili autonome, le riforme del diritto di famiglia per aumentare la forza di contrattazione femminile, o le istituzioni giudiziarie femminili come la Casa delle donne. Quando nel 2022 la “scienza delle donne” o Jineolojî è diventata materia scolastica, a Deir el-Zor diversi capi tribali avevano incitato alla sommossa.

La Daanes non è mai stata un territorio pacificato o privo di conflitti, come non lo è nessun territorio rivoluzionario. L’approccio del movimento confederale è sempre stato quello del mutamento graduale, del dialogo e del pragmatismo, ma esso è sempre rimasto fermo nelle sue idee, allargando trasformazioni socio-economiche e di genere che non potevano trovare l’appoggio dei vertici di queste strutture. Questo non perché sono “arabe”, ma perché si tratta di realtà costruite attorno al privilegio, anche tra i curdi. Non sono mai mancate tribù e fazioni politiche curde, dentro la Daanes, ostili al movimento confederale.

Purtroppo tutto questo non è mai stato raccontato, sia per il disinteresse dell’ineffabile mondo della stampa (araba o occidentale che sia) sia per la superficialità dell’attivismo politico, che ha preferito fin dall’inizio ridurre la rivoluzione a mito o insistere, assurdamente, proprio sulla narrazione etnicizzante del conflitto (“i Curdi” come popolo bello e buono). Le migliaia di comuni e le centinaia di cooperative costruite su quei territori sono sempre stati apprezzati da una parte della società siriana, ma non da un’altra; e queste parti sono trasversali alle comunità linguistiche o religiose, poiché non v’è lingua o fede che determinino meccanicamente l’adesione a una prospettiva politica.

I “Curdi” e “l’Occidente”

Tanto meno ha senso stupirsi che “l’Occidente” abbia “abbandonato” i “Curdi” suoi “alleati”. Lo stupore di tanti per il sostegno statunitense agli islamisti lascia perplessi: l’islamismo è stato sostenuto per decenni dai governi statunitensi nella regione in funzione anti-socialista. Soltanto la caduta dell’Urss ha permesso una politica maggiormente altalenante e di costruire operazioni militari, invasioni e massacri che hanno fruttato miliardi di dollari alla macchina militare statunitense sfruttando la volatilità e l’inconsistenza ideologica di queste forze. Quel che è paradossale è semmai che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere.

l movimento confederale non ha avuto altra opzione, come ogni rivoluzione che ha luogo nel mondo reale (e come tutte le altre fazioni siriane e regionali), che cercare alleanze dentro e fuori la Siria.

Entrambe le superpotenze coinvolte nella guerra, Usa e Russia, hanno supportato in modo ambiguo e interessato le forze armate confederali (da tempo in maggioranza arabe, soprattutto durante l’offensiva su Raqqa del 2017) in diversi tempi e contesti, senza mai riconoscere o legittimare le istituzioni civili della Daanes e tanto meno i suoi progetti sociali. Non si vede, d’altra parte, perché avrebbero dovuto farlo.

Come chiarì il mio amico Bager, caduto martire a Manbij nel 2016, queste alleanze sono sempre state tattiche per le Fsd e non c’è mai stata alcuna “fiducia” o “illusione” circa i governi di questi e di altri Paesi con cui si è costruito per forza di cose un rapporto. Il movimento ha usufruito di supporto militare dove questo è stato possibile, ma le relazioni internazionali si sono allineate ben presto contro i suoi interessi e la sua stessa esistenza.

Nel corso degli anni, forti sono state le perplessità di alcuni a causa della sua collaborazione con gli Usa. Una parte di queste critiche è arrivata dagli ambienti alternativi occidentali, troppo slegati dalla politica e dall’esperienza rivoluzionaria per comprendere la necessità, per quanto amara, di queste dinamiche. Un’altra parte, dal mondo politico e mediatico arabo, anche se la Coalizione a guida statunitense che ha represso Daesh vede l’adesione di quasi tutti i Paesi arabi, che pure non hanno quasi mai impegnato soldati. Un’altra giunge da chi simpatizza per i movimenti salafiti e (di solito non avendo mai vissuto le loro aggressioni o sotto il loro controllo) sostenendo che l’involucro reazionario conterrebbe un improbabile nucleo rivoluzionario e denuncia per questo da anni l’ingiustizia della prigionia inflitta ai miliziani di Daesh.

Quanto il mondo istituzionale arabo, o l’islamismo sunnita, siano nella posizione di esprimere critiche alle Fsd lo mostra l’alleanza di ferro costruita con la Cia da parte dell’“islam politico” regionale per sostenere la componente suprematista sunnita dell’opposizione ad Assad contro quella democratica o libertaria. Queste componenti dell’opposizione, oggi al governo, sono state legittimate ufficialmente fin dal 2012 attraverso una politica cui, dietro Turchia e Qatar, si è accodata l’intera Lega Araba. 

Le manovre di Israele

Da quando questa opposizione è divenuta governo nel 2024 la retorica anti-curda ha assunto toni apocalittici, denunciando come un fatto la presunta alleanza tra la Daanes e Israele. Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa. Nonostante l’appoggio di alcune organizzazioni palestinesi alle politiche turche e qatarine contro le Ypg in Siria, il movimento confederale ha mantenuto fino a oggi le sue radici internazionaliste.

Martiri ad Aleppo come Ferashin Efrin o Deniz Ciya – la ragazza il cui cadavere è stato lanciato dal quarto piano da un elemento del governo – sono caduti pochi giorni fa contro un esercito che si è presentato con decine di carri armati alle porte dei loro quartieri, forte dell’intesa siglata a Parigi con Israele poche ore prima.

La verità è che le comuni confederali vengono attaccate dall’islamismo in cambio della svendita del Golan e questo fatto credo che non abbia bisogno di commenti.

La stampa e il governo di Israele hanno fatto di tutto per ottenere un’invocazione di aiuto da parte della Daanes nei mesi scorsi, costruendo una narrativa fortissima in questo senso, che ha toccato anche gli ambiti scientifici e accademici, per affermare che Israele è amico naturale dei Curdi e che la Daanes avrebbe potuto beneficiare di questo supporto. Questa retorica è abbracciata – e lo è da sempre – da quella parte della politica curda vicina alle posizioni conservatrici della famiglia Barzani in Iraq, da sempre avversaria del movimento confederale e del Pkk.

È a mio avviso davvero rimarchevole che la Daanes, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto a queste lusinghe, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei Palestinesi in Libano nel 1982). Valori sempre espressi con moderazione, ma molto spesso più conseguenti di slogan gridati al vento durante le parate militari del nuovo governo siriano.

Errori e coerenza del movimento confederale

Oggi la Daanes paga molti suoi errori, tra cui la persistenza di un sentimento iper-nazionalista curdo in seno alle sue avanguardie, che forse si potrebbe dire imparentato al “vecchio paradigma” secondo un’espressione di Öcalan: i sentimenti che finiscono per accarezzare forme di suprematismo culturale, anche di rivalsa, conducono sempre all’indebolimento e al frazionamento della società. Troppi sono stati, probabilmente, i militanti curdi (e gli attivisti non curdi, anche in Europa) che hanno concentrato nell’ultimo decennio la loro attenzione esclusivamente sul Kurdistan e sulla comunità curda, rendendo contraddittorio un progetto in cui le comunità non curde sono state sì coinvolte, ma troppo di rado in posizioni apicali e di sostanza.

La propaganda internazionale del movimento ha inoltre insistito troppo a lungo sulla pur legittima questione nazionale curda e meno ha spiegato il cuore del modello istituzionale e politico che di alternativa da tradurre e adattare in Siria o in altri contesti. 

D’altro lato, il movimento paga la sua coerenza ideologica e politica: anziché accettare una capitolazione diplomatica dopo il mutamento del 2024, è giunta allo scontro militare pur di insistere sulla necessità di ripensare una nazione intersezionale e plurale contro lo stato-nazione classico di derivazione coloniale. Contrariamente al governo, agli Usa e alla Turchia, le Fsd hanno creduto nel negoziato avviato a marzo come a una reale opzione politica.

Hanno proposto una repubblica senza denominazioni etniche che potesse rendere onore alla rivoluzione del 2011, in grado di accettare che strutture istituzionali locali e democratiche (nel senso socialista delle comuni) restassero libere di ravvivare la millenaria cultura di autogoverno comunitario della Mesopotamia (o del Mashriq, o Medio oriente che dir si voglia). Hanno sempre creduto che questo livello di libertà sia concepibile anche accanto a uno stato che accetti di darsi una conformazione più avanzata e riconoscere, contro la propria tradizione più dogmatica, l’altro da sé. Naturalmente né i militanti della vecchia Al-Qaeda, né la Turchia, né gli Stati Uniti erano e sono interessati ad ascoltare queste argomentazioni. 

Il futuro della rivoluzione

Quanto i suprematisti cristiani e quelli musulmani ed ebrei, infine, possano essere allineati intorno a questioni terrene lo ha mostrato nei giorni scorsi Al-Shaara con le sue cristalline dichiarazioni contro le Fsd: gli investimenti stranieri sono eccezionali per la nuova Siria, ma gli investitori esitano perché questi “gruppi armati” ancora controllano le periferie industriali di Aleppo, i giacimenti di olio e gas dell’Est, i granai del Nord. È la vecchia concezione del Nord-Est (arabo e curdo) come riserva coloniale (interna) della Siria, specchio dell’ecologia politica che informa la dinamica coloniale mondiale. Se questo richiede accettare l’occupazione illegale israeliana, così sarà.

Non c’è tempo e modo di discutere di politica, di società e di felicità perché i tempi dell’investimento, del capitale e dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente non lo permettono. In realtà è la logica stessa di queste gerarchie a non tollerare alcuna ribellione che sia autenticamente socio-politica e nessuna possibile sperimentazione, imponendo l’eterna ripetizione dell’identico sotto nuove forme, prima “terroriste” e oggi “legittime”: pecunia non olet. Pur con i limiti enormi di ogni rivoluzione, questa ritrosia ad accettare i rapporti di forza e ad affermare l’alternativa è quanto di più grande c’è anche nel momento della repressione del movimento confederale, che è riuscito a imporre non soltanto dei ragionamenti, ma dei fatti concreti e delle conquiste sociali e politiche anche a questo secolo reazionario e oscuro.

E ora? Che cosa accadrà? Non è possibile prevederlo fino in fondo. Quel che è certo è che non si rimane “orfani” di qualcosa quando crollano le rivoluzioni. Ogni volta si tenta e si prova e si continuerà per sempre a provare e a tentare, nello stesso luogo e in altri luoghi.

Unica via per fermare l’orrore che si allarga sul mondo – schiavitù, femminicidi, razzismo, operazioni militari e imprese coloniali – sono il pensiero perspicuo e coerente, l’organizzazione e il progetto. Il crimine più grande è scambiare per critica la lamentela. È necessario costruire una nuova visione del mondo, mutare paradigma rispetto al capitalismo e ai vecchi socialismi, tentare strade a partire dal dato di fatto dell’irrilevanza dei mille gruppi diversamente nostalgici che rischiano di portare all’esaurimento definitivo l’antagonismo arabo come quello occidentale.

Nei prossimi giorni le e i militanti confederali, e in primo luogo le donne, potrebbero resistere o essere perseguitate e massacrate. La prima cosa che hanno fatto i sostenitori del governo a Tabqa è abbattere la statua dedicata alla combattente Ypj. Il movimento confederale continuerà a esistere in Siria anche dopo l’occupazione statale di tutto il Nord-Est e dovrà discutere come organizzarsi.

Come nel caso della Palestina, dell’Ucraina, della Turchia o dell’Iran dovremmo mantenere o creare contatti e fronti di azione comune con chi vorrà opporsi, a Kobane e a Qamishlo, così come a Istanbul o Damasco, costruendo un partito transnazionale in grado di coniugare le esigenze e i valori di tutte le gioventù e le comunità sotto attacco.

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venerdì 23 gennaio 2026

“Consiglio per la Pace”: Trump gestisce Gaza e il mondo come un capo mafia - David Hearst

 

Sembra che tutti, cani compresi, siano stati invitati al “Consiglio per la Pace” del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma finora solo Marocco, Albania, Argentina, Ungheria e Vietnam hanno accettato.

Con un prezzo d’ingresso di 1 miliardo di dollari (851,6 milioni di euro) e il sospetto che possano aderire a una proposta mal concepita per mettere da parte l’ONU, non c’è da stupirsi che siano in pochi ad aderire.

Il Consiglio per la Pace è supportato da un comitato esecutivo fondatore, composto da persone che hanno negato che un Genocidio sia avvenuto e sia in corso a Gaza, tra cui il Segretario di Stato americano Marco Rubio, l’Inviato Speciale Steve Witkoff, il genero di Trump, Jared Kushner, e personaggi come Mark Rowan, finanziere di Wall Street, che ha intimidito gli universitari statunitensi per vietare le manifestazioni a sostegno della Palestina.

Sono uniti anche da una profonda mancanza di conoscenza del Medio Oriente.

L’unica persona nel comitato esecutivo che ha esperienza della Regione, se si definisce “esperienza” l’invasione dell’Iraq e lo scatenamento di una devastante guerra civile durata sette anni, è proprio Tony Blair, il britannico.

Blair, tuttavia, non rappresenta nessuno se non se stesso. Il governo britannico ha fatto attenzione a chiarirlo prendendo le distanze dal suo ex Primo Ministro.

A novembre, quando il nome di Blair è saltato fuori per la prima volta, Jonathan Powell, attuale consigliere per la sicurezza nazionale ed ex capo di gabinetto di Blair a Downing Street, ha dichiarato in privato che Blair non rappresentava lo Stato britannico.

Powell ha fatto pressioni attivamente contro la nomina di Blair, secondo due diverse fonti informate che hanno parlato in condizione di anonimato.

Powell rappresenta accuratamente la visione dello Stato Profondo, che non nasconde il suo disprezzo per i numerosi tentativi di Blair di riconquistare la ribalta sulla scena internazionale.

Non appoggiare Blair

Una fonte a conoscenza del pensiero interno del Ministero degli Esteri e del Commonwealth ha dichiarato: “È assolutamente vero. Non è nemmeno in discussione. Blair non ricopre alcun incarico all’interno del governo britannico.

“Le sue attività presso l’Istituto Tony Blair sono da privato cittadino. Questo non significa che non ci siano contatti, ma in realtà non rappresenta lo Stato britannico. Mi sarei stupito se qualcuno avesse affermato il contrario.

“Tutta la questione su Blair, se ne fosse entrato o meno, è affascinante. C’è mai stato un momento in cui ne fosse uscito? Ma la maggior parte degli altri membri del Consiglio sono peggiori: Kushner, Witkoff, Rubio. Pochissimi di loro hanno una qualche conoscenza della Palestina”, ha detto la fonte.

Keir Starmer, che prima di diventare Primo Ministro aveva marciato contro la guerra in Iraq e l’aveva definita illegale fino al 2020, ha accuratamente evitato di appoggiare Blair come rappresentante della Gran Bretagna nel Consiglio di amministrazione di Trump.

Ha affermato che Blair era un “grande leader” e che avrebbe dato un “enorme contributo” al Consiglio per la Pace, ma si è ripetutamente rifiutato di appoggiarlo per il ruolo.

Middle East Eye ha contattato l’Ufficio di Gabinetto in merito alle dichiarazioni di Powell, ma non ha ricevuto risposta fino al momento della pubblicazione. Anche il Ministero degli Esteri e del Commonwealth si è rifiutato di commentare.

Lunedì, Starmer ha affermato che la Gran Bretagna stava discutendo con gli alleati del Consiglio per la Pace.

Secondo lo statuto del Consiglio per la Pace di Trump, ogni membro del comitato esecutivo avrà un portafoglio da gestire, il che significa che avrà un vero potere su Gaza, a differenza di un secondo organo esecutivo, molto più in basso nella catena di comando, che non ne avrà.

Questo è confusamente chiamato Comitato Esecutivo di Gaza. Include quattro dei sette membri del consiglio fondatore, ma aggiunge Hakan Fidan, Ministro degli Esteri turco; il Ministro del Qatar Ali Al Thawadi e il Generale di Divisione Hassan Rashad, capo DEI servizi segreti egiziani.

Questi uomini conoscono bene Gaza, ma Turchia, Qatar ed Egitto sono stati ingaggiati solo per abbellimento.

La dichiarazione della Casa Bianca ha definito il loro compito nei seguenti termini: il Consiglio “contribuirà a sostenere una gestione efficace e la fornitura di servizi di prim’ordine che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza”.

Il che potrebbe significare qualsiasi cosa o nulla.

È significativo che l’Arabia Saudita se ne resti fuori. Ed è saggio farlo.

Una storia profondamente problematica

Nikolai Mladenov, diplomatico bulgaro, sarà l'”alto rappresentante” di Gaza, che, nel gergo dell’Unione Europea, potrebbe significare il suo Ministro degli Esteri. A supportarli c’è una serie di “consiglieri” con storie recenti profondamente problematiche.

Uomini come l’imprenditore e Rabbino Aryeh Lightstone, un convinto difensore dei coloni e fortemente coinvolto nella creazione del meccanismo di distribuzione degli aiuti sostenuto da Israele, la Fondazione Umanitaria per Gaza, presso i cui siti più di 2000 palestinesi sono stati uccisi da proiettili veri.

In fondo alla lista si nasconde il governo tecnocratico che dovrebbe governare Gaza. Solo due dei nomi proposti dalle fazioni palestinesi sono stati inseriti nella lista.

Il personaggio più problematico è l’uomo responsabile della sicurezza.

Sami Nasman, un alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione, è stato condannato in contumacia da un tribunale di Gaza a 15 anni di carcere per aver incitato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i capi di Hamas, ha riportato Asharq al-Awsat. Da allora Nasman è in esilio. È improbabile che torni nel prossimo futuro.

Con un gruppo di personaggi come questi, cosa potrebbe mai andare storto?

Witkoff ha annunciato la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco con le stesse modalità con cui ha annunciato il cessate il fuoco stesso. Ha attribuito ad Hamas tutta la responsabilità del rispetto degli impegni.

Nella sua dichiarazione, Witkoff ha affermato che la Fase Due riguardava la completa smilitarizzazione di Gaza “principalmente il disarmo di tutto il personale non autorizzato”. Ha affermato che gli Stati Uniti si aspettano che Hamas si attenga pienamente. “Il mancato rispetto di tale obbligo comporterà gravi conseguenze”.

Non si è fatto alcun riferimento all’obbligo di Israele di ritirarsi dalla Linea Gialla, da cui sta avanzando. Ora occupa oltre il 60% del territorio di Gaza. Né Witkoff ha riconosciuto le oltre 1000 violazioni del cessate il fuoco e la morte di circa 450 palestinesi dalla firma del cessate il fuoco in ottobre.

La dichiarazione di Blair è stata simile nel tono. Il Piano in 20 punti di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, secondo Blair, è stato un risultato straordinario. La guerra è finita, ha dichiarato.

Questa sarà una novità per Gaza, che, oltre ai quotidiani attacchi aerei israeliani, ha sofferto difficoltà incalcolabili con inondazioni, l’inverno più rigido degli ultimi anni e la distruzione di oltre 100.000 tende.

Israele ha continuato a negare a Gaza il cibo o gli aiuti per la ricostruzione di cui ha bisogno.

È inflessibile anche nel non consentire il traffico a doppio senso al valico di frontiera di Rafah. Tanto che, secondo alcune fonti, il nuovo comitato tecnico, il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, dovrà riunirsi al Cairo e non a Gaza.

Mondo alternativo

Israele ha ripetutamente violato i termini del cessate il fuoco, sia con i suoi attacchi aerei che con il mancato rispetto della Linea Gialla. Blair, tuttavia, vive in un mondo alternativo. Un mondo in cui non è avvenuto alcun Genocidio e Hamas dovrà disarmarsi finché l’Occupazione non verrà meno.

Come Blair sa fin troppo bene, Powell, il capo negoziatore di Blair con l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA), non avrebbe mai convinto il Movimento Repubblicano a porre fine alla sua campagna armata senza un accordo di condivisione del potere a Stormont, in Irlanda del Nord. Ma oggi canta una canzone molto diversa con Hamas.

“Per Gaza e la sua gente, vogliamo una Gaza che non ricostruisca Gaza com’era, ma come potrebbe e dovrebbe essere”.

Come dettato da chi? Da un Israele, in dovere di mantenere Gaza un inferno, per costringere il maggior numero possibile di palestinesi ad andarsene, e stringere accordi con le zone separatiste della Somalia per permettere che ciò accada?

Da sempre fedele servitore di Israele, Blair non menziona la parola “palestinese” o “Palestina” nemmeno una volta nella sua dichiarazione.

Powell ha assolutamente ragione a mettere la massima distanza possibile tra sé e questa macchinazione.

Perché la verità è che non succederà nulla. Le linee di battaglia rimarranno così come sono, per il prossimo futuro.

Per i combattenti di Hamas o della Jihad Islamica disarmarsi in queste condizioni equivarrebbe a suicidarsi. L’assedio sarà mantenuto. Le forze israeliane continueranno a occupare oltre metà di Gaza. E nessuna forza internazionale arriverà a controllare questo caos. E oltre due milioni di palestinesi continueranno a vivere nelle tende.

Invitare gli stessi personaggi che hanno permesso a Israele di espandersi fino al punto in cui Gaza è esplosa, e aspettarsi che ponga fine al conflitto, è più che semplicemente folle. È criminale.

Invitare nel Consiglio per la Pace il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’artefice del Genocidio di Gaza, sarebbe l’equivalente di invitare i serbi Slobodan Milosevic, Radovan Karadzic e Radko Mladic, artefici della Pulizia Etnica della Bosnia e artefici del Genocidio di Srebrenica, a negoziare l’accordo di pace di Dayton.

Blair è stato l’artefice delle condizioni internazionali che hanno escluso Hamas dalla sala negoziale mentre si rifiutava di riconoscere Israele. Quel patto internazionale è stato la base su cui Israele ha posto l’assedio di Gaza nel 2006, quando Hamas ha vinto le uniche elezioni tenute in Palestina. L’assedio è continuato da allora.

Sotto la presidenza di David Cameron, ho rivelato come Blair, che all’epoca era l’inviato del Quartetto per il Medio Oriente (ONU, USA, l’UE e Russia), avesse parlato con Khaled Meshaal, allora capo di Hamas, e lo avesse invitato a Londra.

L’offerta non ha portato a nulla, ma i colloqui stessi sono stati un’ammissione che la politica di Blair di escludere Hamas dal tavolo delle trattative non ha prodotto risultati.

Blair ha effettivamente fatto il giro della questione diverse volte, ma ogni volta il suo unico risultato è stato quello di fornire copertura all’assedio di Israele, che si è intensificato dopo ogni guerra.

Non c’è segno che Blair abbia visto la luce o che agirà diversamente questa volta. Anzi, le sue dichiarazioni sull’Islam e sugli islamisti si sono inasprite. A differenza del suo nobile successore Gordon Brown, Blair ha sfruttato tutti i vantaggi che un ex Primo Ministro può ottenere.

Un capo mafia

E per quanto riguarda Trump, quest’uomo non finge nemmeno di preoccuparsi dei palestinesi, della giustizia, dei diritti umani o dei bambini che muoiono di freddo nelle tende.

Trump si preoccupa di depositare pezzi di Trumplandia in giro per il mondo e di sottrarre ingenti somme di denaro nel processo.

Creando la sua banda di consiglieri e chiamandola “Consiglio per la Pace”, Trump sta ora cercando di governare il mondo come sta governando l’America. Non è un fascista, quanto piuttosto un capo mafia, che esige rispetto e un compenso regolare.

Se ottiene entrambi, potrebbe decidere di lasciare in pace i pesci più piccoli di questo mondo. Oppure no. Trump è un bullo e si diverte a vedere come così pochi gli tengano testa.

Se le tattiche di Trump non intimidiscono i groenlandesi, è improbabile che intimidiscano i palestinesi che hanno resistito alla Colonizzazione, ai mandati internazionali, all’esilio, al Regime Militare, ai Muri di separazione, alle demolizioni, all’assedio e ora al Genocidio mantenendo intatta la loro identità nazionale.

La Causa Palestinese batte più forte nel cuore di ogni palestinese di quanto abbia mai fatto prima.

I palestinesi getteranno il Consiglio per la Pace nella pattumiera della storia molto prima che lo stesso accada a Trump stesso.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla Regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto)

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