La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 31 gennaio 2026
Polizie, violenza, impunità: oltre lo “scudo penale”? - Lorenzo Guadagnucci
C’è una regola non scritta – un principio di buon senso e di garanzia – che consiglia di sospendere dal servizio e di tenere lontano dalla “prima linea” funzionari e operatori delle forze di polizia o degli apparati di sicurezza sottoposti a indagini e processi, specie se per fattispecie particolarmente gravi. È una “regola” che ai vertici delle polizie italiane, e ai responsabili politici pro tempore, non piace granché, e infatti viene poco e male applicata, con evidente danno per l’immagine delle istituzioni e per la qualità delle relazioni fra queste e la cittadinanza.
Nei giorni
scorsi il giornalista Nello Trocchia, sul quotidiano Il Domani, ha
scritto che Antonio Fullone sta
per essere nominato a capo del Dipartimento per la formazione degli agenti
penitenziari: la pratica preparata dal sottosegretario Andrea Delmastro
sarebbe sul tavolo del ministro Carlo Nordio e mancherebbe solo la sua firma
prima dell’annuncio ufficiale. Fullone,
ecco il problema, è imputato nel processo scaturito dai pestaggi avvenuti
nell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e
denunciati a suo tempo proprio da Trocchia sul Domani. È una
vicenda terribile, documentata dalle immagini riprese dalle telecamere interne;
decine di agenti sono sotto processo con l’accusa di tortura. Fullone all’epoca
era Provveditore per le carceri della Campania e fu lui a ordinare la
perquisizione straordinaria poi finita in pestaggio. All’epoca il dirigente fu
sospeso e sostituito nell’incarico ma ora sembra pronto a rientrare nei ranghi
e ad assumere un ruolo importante e delicato come la direzione di una scuola di
formazione. Fullone, naturalmente, potrebbe essere innocente e magari sarà
assolto – e Nordio potrebbe anche decidere altrimenti, visto che la nomina non
è ufficiale – ma il tema resta: esiste
o non esiste una questione di opportunità nelle nomine e nei ruoli, a fronte di
inchieste e processi per gravi fatti storici? Non sarebbe
necessario attendere la fine dei processi prima di procedere con la nomina
degli imputati a nuovi incarichi a ruoli direttivi?
Il problema si pose con particolare rilievo all’epoca delle inchieste
sugli abusi commessi durante il G8 di Genova: furono pestaggi, torture, falsi in atto
pubblico. In quel caso i vertici
delle polizie e dello Stato scelsero di non intervenire, di non sospendere
nessuno, di non avviare procedimenti disciplinari, per quanto a caldo
perfino Pippo Micalizio, l’esperto funzionario inviato dal capo della polizia
del tempo, Gianni De Gennaro, per un’indagine interna sul caso Diaz, avesse
consigliato per iscritto addirittura la destituzione, cioè il licenziamento, di
alcuni dirigenti coinvolti nella violenta e disastrosa “perquisizione” nella
scuola, chiusa processualmente nel 2012 con la condanna in via definitiva di
una decina di imputati, fra i quali importanti dirigenti nazionali della polizia
di Stato.
Il caso Diaz finì anche alla Corte europea per i diritti umani e l’Italia
fu condannata per non avere punito in maniera adeguata i responsabili: la sentenza Cestaro del 2015
ricordava all’Italia, fra altre cose, la necessità, in casi così gravi, di
sospendere i funzionari rinviati a giudizio e di destituirli in caso di
condanna definitiva. L’Italia non fece né l’una né l’altra cosa: a inchieste e
processi in corso tutti i funzionari di livello più alto erano stati anzi
promossi a incarichi superiori, e dopo il 2012, nonostante la condanna in
Cassazione, nessuno era stato destituito. Nemmeno la sentenza Cestaro indusse a
un ripensamento e l’immagine della
polizia di Stato non ne ha certo guadagnato; resta impressa nella
mente dei più la sensazione che gli apparati di sicurezza affrontino con
insofferenza la verifica di legalità della magistratura e il dovere civico di
trasparenza verso la cittadinanza. Genova
G8, vista la rilevanza dei processi e degli imputati, ha inevitabilmente fatto
scuola, e anziché spingere le istituzioni a fare chiarezza sulle
procedure da seguire e ad adeguarsi alla giurisprudenza della Corte di
Strasburgo, ha creato un
precedente nel segno dell’opacità e dell’indifferenza per il rispetto del
principio di opportunità.
Nel caso di Santa Maria Capua a Vetere, a onor del vero, le sospensioni dal servizio sono state numerose, ma non uniformi,
e non chiaramente comunicate all’esterno, né si conoscono i criteri seguiti –
se ce ne sono stati – per stabilirne la durata e l’esito finale. Turi Palidda,
in un suo recente intervento (https://www.osservatoriorepressione.info/il-meccanismo-che-garantisce-limpunita-agli-agenti-di-polizia-in-italia/), ha ricostruito il sistema di
norme vigenti in materia di procedimenti disciplinari nelle varie forze
dell’ordine: è un sistema così
farraginoso e contraddittorio da lasciare un ampio margine di discrezionalità
ai vertici degli apparati e ai loro referenti politici. E non c’è da
aspettarsi una riforma nella direzione della trasparenza e della chiarezza,
tutt’altro: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, quando fu trasformato in legge il decreto sicurezza, promise ad agenti e sindacati
delle forze di polizia un provvedimento speciale per introdurre
nell’ordinamento una serie di norme, prima previste poi stralciate dal decreto,
che erano state definite “scudo
penale” per le forze di polizia. Né chiarezza e trasparenza, né
principio di opportunità, dunque: c’è da aspettarsi, semmai, la formalizzazione
di una protezione speciale e preventiva di agenti e funzionari sottoposti a
indagini e processi.
Celiando un
po’, potremmo dire che l’Italia
non è (ancora?) uno Stato di polizia, ma certamente è uno Stato della
polizia, nel quale non è il primo (cioè il potere politico) a dettare la regole
alla seconda, bensì l’inverso.
venerdì 30 gennaio 2026
Non è successo niente – Nicolò Targhetta
- Ministro Valditara?
- Sono arrivati?
- Sì, li hanno appena consegnati.
- Oh, che meraviglia, si possono vedere?
- Certo. Eccoli qua. Seicento pezzi. Come vede si tratta di rilevatori
portatili, molto comodi. Per cominciare l'idea è di piazzarli in un centinaio
di scuole, poi da lì andare a crescere.
- Benissimo, speriamo serva. La situazione in alcuni istituti è diventata
insostenibile.
- Ha perfettamente ragione.
- E lei dice che questi metal detector sono i migliori?
- Metal detector?
- Sì.
- Ci dev'essere un equivoco. Questi sono mental detector.
- Come mental detector?
- Eh sì, io qua sull'ordinanza avevo letto mental.
- Eh no, è metal.
- Ah, porca miseria. Che font usa?
- Quello istituzionale per i documenti governativi. Comic Sans.
- Magari è stato quello.
- Ma poi, cos'è un mental detector?
- È come un metal detector, ma rileva il pensiero critico.
- Continui.
- Vede, tramite un campo elettromagnetico percepisce connessioni sinaptiche
particolari. Il ragazzetto ci passa vicino e questo becca dubbi legittimi,
ragionamento autonomo, tracce di originalità, spirito di contestazione.
- Funziona anche sugli insegnanti?
- Certo. Eccesso di collegamenti interdisciplinari, pensieri sediziosi,
opinioni un po' troppo progressiste...
- Orientamento politico?
- Con le giuste calibrazioni.
- E che fa?
- Suona.
- Come l'altro?
- Stessa cosa. Percepisce un libro letto, un pensiero divergente, un
briciolo di creatività, di fantasia, un cervello che ogni tanto osa mettersi in
discussione, e parte l'allarme.
- Ah.
- Vabbè, che faccio? Li butto?
- No, no, che li butta. Lei in sostanza mi sta dicendo che questo...
- Mental detector.
- Suona se attorno a lui ci sono individui pensanti?
- Esatto, ministro.
- E come si accende?
- È acceso.
da qui
giovedì 29 gennaio 2026
La Rivoluzione d’Ottobre e noi -- Alessio Frau
Che ne è oggi della Rivoluzione d’ottobre per quella massa diffusa e varia che etichettiamo coi concetti di proletariato, classi subalterne, popolo, classi popolari, sfruttate e sfruttati, ultimi e penultimi? La risposta è tutt’altro che facile né esauribile in poche righe, ma certamente una questione fondamentale e difficilmente aggirabile.
Infatti se l’impresa di Lenin e dei bolscevichi ha avuto un senso, questo
non risiede semplicemente nel processo storico determinato che da quell’evento
ha preso le mosse, non sta nella mera analisi storica degli effetti e delle
cause di quello straordinario avvenimento, ma si fonda sul mito che quella
leggendaria impresa ha diffuso nelle sterminate masse lavoratrici occidentali e
nelle ancor più sterminate masse contadine dei popoli colonizzati. Un mito di
riscatto, che dimostra non solo che il cambiamento è possibile, ma che
attraverso un serio lavoro organizzativo, uno studio approfondito delle
circostanze e delle situazioni, una costante autocritica e straordinarie
capacità di adattamento è possibile replicare quell’evento in qualsiasi parte
del mondo, a patto che si riescano a tradurre nei diversi linguaggi nazionali
le peculiarità russe. Lenin e il gruppo dirigente bolscevico hanno insomma
dimostrato che, come affermò Gramsci a proposto della scienza della politica
elaborata da Machiavelli, anche gli ultimi possono apprendere e applicare i
metodi dell’arte e della scienza politica che per secoli sono stati appannaggio
dei signori e dei potenti.
Il risultato forse più importante ed epocale della Rivoluzione risiede
nell’aver appoggiato, finanziato e rappresentato l’imponente processo di
decolonizzazione che oggi, a 108 anni di distanza, sta ridisegnando la
geografia politica mondiale. Un processo che non soltanto la vecchia Europa
stenta a capire, rifugiandosi nella rassicurante dialettica tra l’eurocentrica
ideologia liberal-democratica esportatrice di guerre e la reazione più nera dei
neocon e delle nuove destre, ma che ha apertamente combattuto e osteggiato
finché ha potuto. Oggi le classi popolari e subalterne europee, che sono sempre
più articolate e varie dal punto di vista delle nazionalità, delle culture
religiose e politiche, pagano a caro prezzo l’incapacità delle classi dirigenti
di ripensare il ruolo dell’Europa nel nuovo scenario internazionale. La crisi
attuale non dev’essere confusa con le sue clamorose manifestazioni, ma
dev’essere compresa come un processo complesso che approfondisce e intensifica
il processo che ha condotto alla crisi degli Stati-nazione liberali e
monoclasse causata dall’irruzione dirompente delle masse nella scena politica.
Oggi non solo le masse sono regolarmente inquadrate nelle strutture statali e
sono indispensabili alla riproduzione del sistema economico e istituzionale, ma
si assiste all’irruzione nella scena mondiale di popoli che rivendicano la
propria sovranità e il proprio diritto di esprimere le proprie istanze nel
contesto delle relazioni internazionali e lo fanno senza chiedere il permesso
ma fondando organismi propri che fanno concorrenza a quelli a egemonia
occidentale e che già si propongono come punto di riferimento per la stragrande
maggioranza della popolazione mondiale.
Oggi forse più di ieri il monito gramsciano sulla crisi appare più che
valido: “mentre la vita economica ha come premessa necessaria
l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più
sviluppata nel senso del « nazionalismo», «del bastare a se stessi» ecc.”[1]. La nuova ondata di
nazionalismi ed etnicismi occidentali, che rivendicano un ruolo egemonico
mondiale esaltando la propria violenza distruttrice di popoli e culture, non
solo condurrà alla rovina economica e finanziaria l’occidente e in particolar
modo le lavoratrici e i lavoratori, i gruppi sociali subalterni, ma porterà
anche all’immane catastrofe della guerra che minaccia la distruzione stessa del
mondo.
In questo contesto, in cui si intravedono le possibilità di sviluppo delle
potenzialità creatrici e creative dell’essere umano, l’eredità dell’Ottobre
rosso, con la sua simbologia, con le sue contraddizioni tragiche e violente,
oggi rappresenta un serbatoio di esperienza dal quale attingere, da
rivendicare. Occorre assumere il punto di vista del lungo periodo e pensare la
storia delle masse, dei gruppi sociali e dei popoli subalterni come un processo
millenario, contraddittorio, oscuro di emersione sulla ribalta della storia e
ricomprendere in ciò, relativizzandola e comprendendola affondo, la storia
della rivoluzione russa, del bolscevismo e del movimento comunista
internazionale.
Nella complessità della situazione attuale ereditare la tradizione del
bolscevismo significa, tra le altre cose, ereditarne il mito del primo
tentativo riuscito e poi fallito di costruzione di uno Stato operario e
contadino. Non un semplice eccitante che infiamma gli animi e le folle, ma la
chiara percezione del prestigio emanato da questo primo esperimento, che, per
dirla ancora una volta con le parole di Gramsci, è stato “l’elemento
organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi […] che
[…] non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in
ampiezza e profondità”[2]. Non solo; un mito
capace di infondere coraggio, disciplina, metodo di lavoro, che ha permesso di
compiere – tra errori e tragedie – un percorso di apprendimento dei metodi
dell’arte politica.
Non si tratta dunque di rivendicarne i simboli o di ereditarne un’inutile
ortodossia. Si tratta piuttosto di ereditare la passione per la politica, per
il lavoro politico, l’unico in grado di mettere insieme e articolare le più
disparate forme organizzative, i diversi linguaggi teorici, le più disparate
lotte e soggettività che popolano il campo delle classi subalterne.
Si è parlato più volte, in queste colonne, della necessità di un
lavoro metapolitico, che sia capace di ricostituire un ambiente culturale dal
quale sia possibile la selezione di un gruppo dirigente in grado di affrontare
le gravi sfide che ci attendono. Questo è vero, ma è altrettanto necessario
valorizzare e prendere sul serio il lavoro politico. È nelle concrete
esperienze, nella lotta per diventare ciò che si vuole diventare, nel fuoco del
conflitto che si selezionano le energie migliori e che anche le grandi imprese
filosofiche assumono un taglio determinato. Pur tenendo ferma la distinzione
formale e organizzativa tra filosofia e politica, solo la necessità
articolatoria della politica, che è costretta a tenere insieme universale e
particolare, unità e molteplicità, identità e differenze, conferisce al lavoro
teorico una consistenza materiale e corporea.
Il mito dell’Ottobre è, si potrebbe forse dire, il mito della
traducibilità. La credenza, infondata ma necessaria, che le molteplici
esperienze teoriche e pratiche, che i diversi linguaggi possano tradursi l’uno
nell’altro, assumere la forza necessaria a costruire un mondo diverso.
La fede nell’idea che il grande serbatoio teorico e pratico del femminismo
possa diventare, conservando la sua specificità, patrimonio comune dell’umanità
in lotta per la propria emancipazione; che le svariate esperienze dei popoli in
lotta per l’affermazione della propria sovranità e per la difesa della propria
lingua e cultura possa incarnarsi nella lotta per un ordine mondiale
democratico e di pace; che il lavoro teorico, pratico e tecnico di tutte e
tutti noi possa acquisire un significato complessivo e contribuire
all’articolazione – sempre problematica, parziale e in traduzione –
di un mondo produttivo, politico e istituzionale capace di tenere insieme
ordine e apertura al moto perpetuamente rivoluzionario che è la stessa vita.
Per i gruppi sociali subalterni della vecchia Europa ereditare la
rivoluzione d’ottobre, incarnarne il mito, significa allora tornare a
interrogarsi complessivamente sul proprio ruolo nazionale e internazionale.
Significa non lasciarsi andare al pessimismo, alle sirene del decadentismo
autoconsolatorio, ma organizzarsi, riprendere con calma e lucidità il filo del
lavoro politico, forti di una molteplicità di traduzioni teoriche e pratiche
molto rilevanti. Significa, inoltre, pensare insieme il ruolo internazionale e
nazionale, che in Europa assume una mostruosa complessità. Occorre ripensare il
ruolo dell’Europa nel mondo che con la sua millenaria cultura può confrontarsi
alla pari con le altre millenarie culture su un terreno di pace e
collaborazione, abbandonando il ruolo di appendice subalterna degli Stati
Uniti, che non trovano altra soluzione che la minaccia di una guerra su larga
scala. Occorre riprendere seriamente il processo di federazione dei popoli e
delle nazioni europee su basi democratiche e popolari, le cui protagoniste
siano realmente le classi popolari, sole davvero interessate all’effettivo
rilancio economico, culturale e politico dell’Europa.
[1] A.
Gramsci, Quaderni del carcere, Ed. ciritica a cura di V. Gerratana,
Einaudi, Torino 1975, p. 1756.
[2] A.
Gramsci, Le opere, La prima antologia di tutti gli scritti,
a cura di Antonio Santucci, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 176.
mercoledì 28 gennaio 2026
Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini” - Lorenzo Poli
Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.
Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e
ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti
anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani
Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.
Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le
proteste anti-Trump.
La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia
che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement
(Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di
detenzione per migranti irregolari.
L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di
essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti
dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in
Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è
finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence
nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata
fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità
tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.
A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre
500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella
memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la
sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità
native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di
fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.
Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze
dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora.
Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le
condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il
dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio
immediato.
Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto
l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana
dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per
senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux
arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE
a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una
dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali
per l’immigrazione.
Fort Snelling ha
una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto
militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra
Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha
affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso
l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.
“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha
detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza
dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.
Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano
membri della tribù.
L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i
cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati
fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della
comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata
arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima
che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.
Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della
riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un
agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli
agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo
documento d’identità tribale sembrava falso.
“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali
non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione
sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti
sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala
Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla
loro detenzione non sono chiari.
Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza
Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è
rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli
uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare
ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo
sull’immigrazione con l’ICE”.
Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì
sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare
un accordo con l’ICE.
I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of
Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini
tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano
contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.
“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità
tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice
esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che
abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.
Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli
del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone
manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo
l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee
Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili.
L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui
viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco,
uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a
disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello
realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli
spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente
rischio per il poliziotto federale.
Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di
Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George
Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e
proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando,
alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di
violenza a danno dei cittadini.
Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti
dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump.
Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata
da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del
presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non
solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini
di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti
umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono
stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la
giustizia.
Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di
immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione.
Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma
che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio
sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”.
Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo
schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler
colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare
sulla loro terra.
Ha scritto Umberto
Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda:
“Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono
vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di
Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio
che esisteva ben prima delle mappe di Washington.
Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di
sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo
documenti.”
Fonti:
L’ora delle sciabole - Raúl Zibechi
L’offensiva dei potenti contro i popoli sta crescendo in ogni angolo del pianeta. Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali sono dietro le numerose aggressioni in atto, che minacciano di estendersi finché non ci saranno meccanismi in grado di fermarle. L’impunità è la regola in questo periodo, in cui le grandi potenze stanno disegnando una nuova mappa globale su misura per i loro interessi.
Da quando il
genocidio di Gaza è rimasto completamente impunito, si sono aperte le porte
della repressione e della violenza contro i popoli. Le classi dirigenti
mondiali credono di poter invertire il declino dei loro stati nazionali
attraverso la forza militare. La lunga e terribile storia del colonialismo
indica loro la strada.
Nelle prime
settimane del nuovo anno, si stanno scatenando feroci offensive contro i popoli
venezuelano, iraniano e curdo, in un’escalation tanto rapida quanto devastante.
Persino all’interno degli Stati Uniti, il presidente Trump sembra pronto a
inviare 1.500 soldati per sedare la rivolta di Minneapolis contro le
deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) che pochi giorni fa
hanno causato la morte di una donna.
La strategia
del soffocamento continua a essere applicata in Venezuela. Sebbene miri a rovesciare il
regime, colpisce principalmente la popolazione, condannandola alla fame nella
speranza che si ribelli al governo. Si tratta di una strategia già utilizzata
contro altri paesi, con il popolo cubano nel mirino del Pentagono, che progetta
questi metodi per mettere all’angolo intere popolazioni.
La
situazione in Iran è una tragedia che coinvolge la sinistra a causa del suo
inspiegabile silenzio. La repressione statale sembra aver causato la morte di oltre 10.000
persone attraverso una repressione abominevole che non può essere giustificata
semplicemente perché Stati Uniti, Israele e Regno Unito stanno istigando la
mobilitazione popolare. Questa mobilitazione, sebbene neghino il suo valore, è
radicata nel deterioramento delle condizioni di vita e nella persistente
repressione.
Il popolo curdo è brutalmente attaccato dal regime jihadista al governo in Siria, con la collaborazione della Turchia. All’inizio di gennaio, hanno attaccato i quartieri curdi di Aleppo, costringendoli alla ritirata, e ora stanno prendendo di mira l’autonomia del Rojava nella speranza di sradicare il processo di autogoverno che la popolazione sta sviluppando da quattordici anni. A quanto pare, c’è stato un accordo tra Turchia e Israele, con l’approvazione di Washington e dell’Unione Europea: Ankara accetta il controllo di Tel Aviv sulla Siria meridionale in cambio di carta bianca contro il Rojava, suo obiettivo strategico. Le potenze rifiutano qualsiasi accordo, ponendo fine a un “processo di pace” mai avviato e chiudendo il libro su una crisi turca immaginaria con il sostegno dell’Occidente collettivo. Il caso curdo illustra come le potenze e gli stati nazionali considerino i popoli argilla malleabile per la geopolitica capitalista. In realtà, per i popoli oppressi non c’è mai stata democrazia o buon governo, ma piuttosto il rigore della sorveglianza e del controllo che ora si traduce nei colpi brutali con cui la cavalleria ha sempre trattato i popoli che hanno resistito. Credo che questa situazione ci obblighi a una riflessione più ampia.
I grandi
pensatori della guerra, pur avendo agito in epoche e geografie diverse e contro
nemici diversi, concordano su alcuni aspetti centrali che nulla hanno a che
fare con le armi e le tecnologie militari. Per Sun Tzu, il primo fattore
fondamentale da considerare è “l’influenza morale”, che egli intendeva come
“l’armonia del popolo con i propri leader”. Pur essendo un ufficiale militare
prussiano, Carl von Clausewitz sosteneva che non esiste forza al mondo più
eccezionale dello spirito del popolo in armi e che, accanto a esso, non
esistono mezzi tecnici o militari superiori. Arrivò persino a dire che il
popolo è il “dio della guerra”. Mao è più specifico e afferma, nei suoi scritti
sull’invasione giapponese della Cina, che “la mobilitazione dell’intero popolo
formerà un vasto mare per annegare il nemico, creerà le condizioni che
compenseranno la nostra inferiorità e altri elementi, e fornirà i prerequisiti
per superare tutte le difficoltà in guerra”. In ogni caso, il
popolo è il centro, non un mero strumento o mezzo per
raggiungere fini. Questa centralità è stata poi oscurata dalla
sinistra, sia elettorale che rivoluzionaria, in una deriva etica che trasforma
le persone in spettatori o esecutori di decisioni prese da altri. Una volta
stabilito questo principio, possiamo considerare altri aspetti della guerra. I
grandi strateghi militari concordano sul fatto che la difesa sia superiore
all’offesa, una questione attuale di fronte alle guerre combattute dall’alto.
Tuttavia, la difesa non può essere passiva, ma deve essere
“resistenza e ribellione”, come insegnano gli zapatisti, poiché queste sono le
condizioni per cambiare il mondo quando i venti soffiano contro il popolo.
martedì 27 gennaio 2026
La democrazia è utile al potere quando è inutile - Antonio Cipriani
Parafrasando Hannah Arendt, lo spazio pubblico della democrazia vive immerso nella menzogna, e la menzogna è il modo in cui la realtà viene narrata costantemente. Questa premessa per affrontare il tema del titolo: la democrazia è perfettamente utile al sistema capitalista e, nel contempo, rappresenta un gravissimo rischio.
Utile quando il meccanismo di persuasione, propaganda e controllo riesce
a celare le brutalità insite nel sistema, distogliendo l’attenzione
dall’ingiustizia strutturale del modello economico e sociale basato su
sfruttamento, oppressione e dominio del ricco sul povero, del forte
sull’inerme. Utile, quindi, quando occhio non vede e coscienza non duole.
Inutile, invece, quando il livello di conoscenza pubblica, insito nel concetto
stesso di democrazia, alimenta un eccessivo senso critico nei confronti del
potere e mette in dubbio proprio l’architettura brutale, ma flautata mediatica
e politica, del sistema. In quel caso a diventare il nemico numero uno del
Potere con la P maiuscola è la conoscenza, in tutte le sue declinazioni. La
conoscenza come consapevolezza di ciò che viviamo, come lettura di libri non banali
e conformisti; la conoscenza come informazione e testimonianza delle
efferatezze (basta vedere la mattanza di giornalisti a Gaza).
Insomma la democrazia è utile al Capitale, e alle sue declinazioni
politiche, tecnologiche, militari e mediatiche, se non agisce come democrazia,
ma come parvenza di democrazia a celare la realtà di un meccanismo spietato. Se i popoli alzano la testa,
ecco che vengono archiviati legalità e diritti e si passa sul piano puro e
semplice della sorveglianza e repressione. Quando poi ci sono in campo
fondamentalismi estremi, espressione di quanto le cose che vanno male possano
andare peggio, tipo Trump e Netanyahu, tutto appare ancor meglio definito: la
democrazia immaginaria, quando non serve più, con tutto il suo corredo di regole
e legalità, si può mettere in un armadio come un cappotto vecchio passato di
moda.
Così noi poveri cittadini che pensiamo ancora ai valori come la giustizia
uguale per tutti, la legalità internazionale, l’etica, il rispetto civile e
altre anticaglie culturali in tempi di zombie, siamo attoniti di fronte al
mistero dell’involuzione della specie. Di come sia possibile un tale livello di
collaborazionismo ottuso davanti a criminali al Potere che hanno addirittura
gettato la maschera, in perfetta alleanza con il sistema militare industriale e
alle multinazionali più sfrenate, ritenendo che fosse il momento per decretare,
armi in pugno, che il mentire politico è una filosofia morale e la menzogna una
forma di verità indiscutibile.
Almeno adesso si vede con chiarezza quello che finora sapevamo ma non si
poteva dire per miope convinzione che fosse complottismo, antiamericanismo
eccetera.
Sta a noi che siamo
cittadini comuni credere che la verità (non il compromesso con la menzogna) sia
l’unica arma che abbiamo per scalfire la montagna di bugie che ci governa e ci
rende passivamente schiavi dell’1% del mondo che fa il bello e cattivo tempo
contro il 99% delle altre persone che tacciono e soffrono.
Ps - Questa frase finale è stata scritta pensando alla disperazione del
barbiere anarchico che non sa arrendersi di fronte all’evidenza della sconfitta
e pensa sempre che la notte buia finirà e che il seme di chi non si è arreso
sarà nel vento per nuove rosse primavere.
“A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”
(intervista a Lorenzo Guadagnucci di Elisabetta Ambrosi, su ilfattoquotidiano.it)
“A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella
in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono
i musei, le scuole e i parchi della pace,
le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali?
Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda
Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso.
La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si
piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di
accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo
Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria –
Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da
ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria
– afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme,
perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz,
fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché
non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci
vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che
assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della
strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43
anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si
salvò).
Guadagnucci,
lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di
essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo
selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci
siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono
state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici.
Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute
dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia,
in Albania, in Grecia, in Montenegro.
Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una
distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali
dinamiche della violenza e della sopraffazione,
che riguardano anche noi.
Lei sostiene
che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere
realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito.
In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito
il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo,
l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale,
la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa
tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica,
nella concretezza delle cose, delle scelte politiche.
Per lei una
memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che
non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come
viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un
antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria,
dall’altro però anche consolatoria e confermativa.
Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi
questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante
di così, è un movimento di rottura, rivoluzionario, è
quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha
saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse
per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le
istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta
l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta,
qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.
Veniamo a
Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può
essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro
nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora
avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in
diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato
dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa
mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria
dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in
corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che
deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi
tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha
più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.
Lei quindi
pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una
possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che
abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella
della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio
nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di
non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e
a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui
in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele,
un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria
della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe
essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di
cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.
La memoria,
le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo
forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le
persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione,
è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque
abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della
memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione
autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti
trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale,
non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra,
guerra difensiva, democratica, sbaglia, anzi commette
una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili,
sono guerre contro una persona umana.
lunedì 26 gennaio 2026
Tornerà l'America - Pino Farinotti
La letteratura, il cinema, la musica, le avanguardie artistiche e accademiche, i diritti civili, insomma la “nostra” America com’era e che adesso è umiliata, schiacciata, irriconoscibile, senza forze e senza destino, tornerà.
Dello stato degli USA di questa epoca abbiamo notizia ora per ora, non
occorrono mie parole per averne l’istantanea. Mi rifaccio a un libro in uscita
di qualcuno che conosce bene l’argomento, avendo vissuto in quel paese, Antonio
Caprarica:
"Il Bullo - Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente". E io
completo … "e ha distrutto l’America".
Come sempre per ragioni di spazio devo limitarmi a focus su episodi, comunque
efficaci ed esemplari. Il “Presidente” versus l’università. Gli aggettivi sopra
“umiliata, schiacciata” eccetera vanno implementati. Una vera e propria scure
si è abbattuta su Harvard attaccata sulla propria indipendenza e sui diritti
costituzionali, e privata di gran parte dei finanziamenti federali. I
contributi agli studenti e ai ricercatori sono stati sospesi. Sono stati
rivisti i criteri di ammissione di studenti e professori rispetto alle loro
posizioni politiche. L’affondo "presidenziale" si è esteso ad oltre
60 atenei. La censura ha ordinato la soppressione di programmi dedicati alla
diversità. Credo che possa bastare: un segnale e un modello davvero edificante.
In tutto l’"affaire Presidente" (non farò il nome): mi risulta
incomprensibile come leader di paesi che da millenni hanno creato civiltà e
culture, fondato imperi, governato continenti, non riescano a fare argine a
quella forza impropria, a questo neo-imperialismo che ci mette tutti in
pericolo.
Come spesso nei miei scritti mi concedo una digressione storica, in chiave di
affinità. D.T. il Presidente è investito di un potere abnorme, incontrastato,
devi tornare indietro nei secoli per scovare delle analogie. Devi tornare agli
imperi. Con tutte le relative variabili storiche, civili e umane naturalmente,
questo salto può apparire originale, ma non improprio. Ed ecco in azione il
meccanismo della memoria che di getto, come internet, sa misurare la qualità e
l’importanza. Ed ecco emergere Costantino, Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, la
Regina Vittoria. Avevano in mano il mondo, come D.T.. Lui ti direbbe subito di
essere meglio dell’Imperatore che aveva scatenato sette guerre, mentre lui ne
ha chiuse otto.
L’auspicio mio e di (quasi) tutti è che si appalesino leader capaci di
una restaurazione che sappia sorpassare, senza dimenticarlo, l’infortunio di
questa brutta stagione. Non può che essere così, lo dice la storia. Ma
voglio soccorrere noi tutti, con un promemoria bello e forte, di quando
l’America era quella di una volta, repubblica certo imperfetta, ma che quando
era il momento accorreva in Europa e in Giappone e sconfiggeva nazismo,
fascismo e imperialismo, lasciando là cimiteri con milioni di croci
americane.
Quel tempo e quella guerra, e il dopoguerra cambiarono tante cose. Le prime due
parole del mio scritto sono “letteratura e cinema”. Starò a queste due
discipline. Prima, nella cultura, nelle biblioteche, nelle librarie, nelle
pubblicazioni, nei master, in accademia e nei convegni, prevalevano altre
letterature: i russi, i britannici, i francesi, i mitteleuropei, scrittura
grande e nobile, ma adesso dall’altra parte dell’Atlantico arrivavano altre
forze, gente con addosso l’eredità dolorosa ma ricca e dura della guerra, che
raccontava storie nuove e diverse, sesso e azione, disobbedienza, orizzonti di
un mondo nuovo, roba potente: quelli, come si dice, “spaccavano”. La mia
formazione e la mia generazione e altre, sono figlie soprattutto, non solo, di
quel movimento. Avevamo l’età vulnerabile, diciamo prima dei vent’anni, dove
leggi, studi, assumi e vieni coinvolto, ti entusiasmi e ti scoraggi. Poi cresci
e aggiusti le prospettive. Dico che continuo ad essere “americano” ma sono in
buona parte anche “francese”.
Ancora: sono costretto, dolorosamente, a scelte ed esclusioni, in tutto
l’immenso complesso di quella letteratura. Ma le opere emerse fanno parte del
cuore e dell’anima di quella nazione. E’ un’eredità che attraverso il tempo e
la vicenda umana, arriva a noi. Dico che senza quegli autori, quelle
intelligenze, quelle opere, saremmo molto diversi da quello che siamo. Propongo
le prime parole di undici libri. Sono poche righe, ma gli incipit sono una
sorta di coro greco, di premessa-promessa che anticipa il contenuto intero.
Credo che molti conosceranno questi scritti, letti nella stagione che ho detto
sopra e allora l’auspicio è che vengano ripresi e riesplorati. Attraverso
questa “verifica americana” sarà come tornare alla nostra gioventù, e
riscontrare la differenza: come eravamo e come siamo. Sarà bello.
La lettera scarlatta, 1850 (Nathaniel Hawthorne)
«Una folla d’uomini barbuti, dagli abiti scuri e dai grigi cappelloni a
punta, e di donne in cappuccio o a testa nuda, stava raccolta davanti a un
edificio di legno, la cui porta di quercia massiccia era guarnita con bulloni
di ferro».
Moby Dick, 1851 (Herman Melville)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo
pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a
terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È
un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.
Ritratto di signora, 1881 (Henry James)
Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle
dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia
che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere. Quel momento
è in sé stesso delizioso,
un assetto mirabile apprestandomi a scrivere questa storia.
Huckleberry Finn, 1884 (Mark Twain)
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato
Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor
Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per
lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla.
Il grande Gatsby, 1925 (Scott Fitzgerald)
Quand’ero più giovane e vulnerabile, mio padre mi ha dato un consiglio che
ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi
ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che
hai avuto tu».
L’urlo e il furore,1929 (William Faulkner)
Sette aprile 1928 – Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo
vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo
steccato. Luster frugava l’erba, sotto l’albero in fiore.
Furore,1939 (John Steinbeck)
Sulle terre rosse dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non
lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando
i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero
colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre
cominciarono a sparire sotto una coltre verde.
Per chi suona la campana,1940 (Ernest Hemingway)
«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del
continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la
campana: suona per te».
Il giovane Holden,1951 (G.D. Salinger)
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere
prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa
facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte
quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di
parlarne.
On the Road, 1951 (Jack Kerouac)
Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero
appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare,
se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con
la sensazione di morte che si era impadronita di me.
Colazione da Tiffany,1958 (Truman Capote)
Ho sempre avuto una certa nostalgia per i luoghi dove sono vissuto, le case
e i dintorni. Ad esempio, in una delle strade di Manhattan tra la Settantesima
e l’Ottantesima Est c’è un palazzo di arenaria dove, nei primi anni della
guerra, ho affittato il mio primo appartamento a New York.
Le due discipline: libri e film americani, che dittico potente. Sappiamo tutti
cos’era Hollywood nella sua età dell’oro. Quando il cinema portava distrazione
e serenità nell’epoca tragica della Grande depressione degli anni trenta,
grazie ai film di Frank Capra, di Walt Disney, e a quelli
con Fred Astaire e Ginger Rogers. E anche
durante la guerra il compito dei film non era diverso: i figli delle famiglie
americane erano in Europa e nel Pacifico, e non si sa se sarebbero tornati. Il
cinema aiutava chi era a casa, soprattutto con la proposta quotidiana di
documentari che cercavano di essere rassicuranti. Mi fermo a questo quadro
generale perché ai lettori di MYmovies non servono altre mie parole sui titoli
che seguono. Li conoscono benissimo.
E’ davvero superfluo rilevare che tutti i romanzi citati sono diventati film,
anche più volte. Chiudo con un mio mantra sul primato della letteratura
rispetto al cinema: esistono film tratti da libri; salvo improprie
anomalie non esistono libri tratti da film. E dunque: nessuno dei film qui
sotto è diventato un romanzo.
A chiudere davvero. Un concetto che conosciamo: resistere, resistere,
resistere.
L’America ritorna.
Quarto
potere, Viale
del tramonto, Un
americano a Parigi, Un uomo
tranquillo, Fronte
del porto, La
parola ai giurati, A
qualcuno piace caldo, Indovina
chi viene a cena, 2001:
Odissea nello spazio, Apocalypse
Now, Manhattan, Schindler’s
list.
I «48Kg» di Batool Abu Akleen
«Una poetessa palestinese di 20 anni… che pare averne migliaia». Il suo libro uscirà a febbraio per Mille Gru Edizioni ed è già in prevendita.
Ecco 6 testi tradotti in italiano da Cristina Viti. (*)
46Kg. Previsioni del tempo
Il cielo si oscura di ali
che fanno piovere morte
non restare in casa
non scendere in strada
non portare l’ombrello
rimanere fermi al sicuro
a leccare la morte che scorre per il volto.
40Kg. Il carretto del gelato
Il gelataio grida:
cadaveri in vendita
per tutte le strade
non c’è tomba che li compri
i cadaveri si sciolgono
lui ripete il suo grido:
cadaveri in vendita
nessuna risposta.
I cani li comprano a prezzi stracciati
loro sì che ne vogliono ancora.
Il gelataio ha promesso
che presto riempirà di nuovo il carretto
e porterà
nuovi cadaveri freschi ghiacciati
come la città.
36Kg. Posto di blocco
Non ascoltare quella voce
non alzare la testa
non abbassare la testa
non voltarti
non essere contento
non essere triste
non canterellare
non chiamare
non aspettare risposta
smetti di aspettare
fermati
ferma.
Ma non si ferma
lui continua a urlare
il tuo silenzio atterrito continua
non hai passato il confine spinato
se lo passi, sopravviverai?
Il rimorso ti rosicchierà le dita
ti strazierà.
…
Non sopravviverai.
35Kg. La vita all’inferno
Mio Dio, quant’è bello.
Ha gli occhi azzurri
la pelle bianca
il sorriso smagliante
è così alto
e l’uniforme militare gli dà l’aria di un perfetto uomo.
Quando si è avvicinato
l’ho visto bene:
il mare nei suoi occhi era il mare che mi ha rubato
il bianco del suo volto i sogni dei bambini che ha ucciso
il sorriso era quello di mia madre, sradicata
quando lui ha cancellato la sua casa dal volto della città
l’altezza è quella delle palme che ha schiantato a terra
l’uniforme serve soltanto a giustificare il nostro sangue versato.
Lui appare in televisione
la parole dolci gli scorrono dalla bocca
veloci come le anime dei bambini che corrono in cielo
il pubblico applaude il protettore che salverà il Paese
dalle pietre lanciate fuori dalla casa di mia madre
e dai feti appesi al ventre delle donne che ha macellato.
Sorride ancora,
è il sorriso che ha appena rubato da un’altra bocca.
Oh mio Dio
quant’è bello
un perfetto candidato
per la vita all’inferno.
32Kg. Sono in cielo
Sto seduta in classe con cinquanta persone senza tetto
insegniamo la prima lezione ai piccoli
Surat-al-Fatihah che si recita per le anime
e le preghiere per i corpi.
Sui defunti abbiamo insegnato solo
che sono in cielo
e così i bambini girano per le strade
portano piatti di biscotti che divorano
ridono
giocano
dicono: sono in cielo.
In classe fa irruzione la morte
rivela segreti ai bambini
che improvvisamente crescono
portano i volti dei padri
dai piatti in frantumi fanno case per i fratelli piccoli
dalle gole esce un rantolo:
sono in cielo
sono in cielo.
28Kg. Sole che brucia
Sto bruciandomi le dita
si sciolgono una dopo l’altra
lentamente, come la guerra che va lentamente:
Pollice che impasta pane fresco come i corpi dei martiri
Indice che appoggio sulle labbra della bambina
per scacciare la paura e far maturare la calma
Medio che alzo in mezzo agli occhi
della bomba che non mi ha ancora raggiunto
Anulare che presto alla donna che ha perso
la mano e il marito
Mignolo per fare la pace
con tutto il cibo che ho odiato mangiare
e altre cinque dita per spostare il sole che brucia.
La guerra non finisce
io sto per finire le dita.
Le mie mani si accorciano
le dita crescono
le mie mani si sciolgono
le dita crescono
il mio petto si scioglie,
il cuore,
io mi sciolgo interamente
resta solo il fuoco
che scorre tra le dita della morte
il fuoco può soffocare la morte
ma sono io che muoio soffocata.
(*) Batool Abu Akleen, ventenne poetessa che vive a Gaza ha scritto un libro, «48Kg», che toglie il fiato per il countdown che innesca: a ogni poesia che leggi il cuore ti si rinsecchisce, il condotto della gola ti si restringe, le corde vocali ti si irrigidiscono, eppure ne viene fuori uno dei canti più vibranti e tragici di una poetessa palestinese di 20 anni che pare ne abbia migliaia.
«48Kg» è uscito nel Regno Unito (per Tenement Press) La casa editrice Mille Gru pubblicherà in Italia la raccolta, curata e tradotta da Cristina Viti, nel febbraio 2026.
Acquistare il libro grazie alla prevendita (fino al 26 gennaio) consentirà di riconoscere l’intero ricavato all’autrice, con una percentuale riservata alla traduttrice. La casa editrice si farà carico delle spese di grafica, di redazione e di stampa.
edizione italiana del libro della poetessa palestinese – prevendita fino al 25 gen ’26
Nota dell’autrice per l’edizione inglese
Queste poesie sono arrivate dopo mesi in cui ho rifiutato di scrivere, pensando che la poesia non può cambiare il mondo. Ma le conversazioni con molti amici mi hanno convinto dell’importanza di dare forma a quello che sentivo per poterlo meglio capire. Se scrivere in arabo è stato un processo di formulazione, tradurre le mie poesie è stato un processo di comprensione. In arabo mi stavo perdendo: avevo paura della morte, paura che il mio corpo fosse smembrato senza che nessuno potesse raccoglierlo… ma quando ho iniziato a tradurre, ho fatto pace con la morte. Per quanto stessi cercando di trovare il mio corpo, per quanto fossi persa in senso di colpa, desiderio, compassione e rabbia, accettando che non avrei potuto fermare questo genocidio, potevo almeno scrivere queste poesie e rilegarle traducendo me stessa.
Qui ho raccolto le parti di me che sono riuscita a trovare, in caso non ci sia nessuno che possa farlo se sarò uccisa.
Batool Abu Akleen, 2025.
Batool Abu Akleen è una poetessa e pittrice palestinese. Nata nel 2005 a Gaza, nel 2020 vince il Barjeel Prize con la poesia «Non ho rubato la nuvola». Negli ultimi venti mesi, mentre affronta con la famiglia il genocidio che ha colpito la sua terra e la sua gente, completa la laurea in inglese, organizza corsi di lingua per bambini, lavora come traduttrice in residenza per Modern Poetry in Translation e pubblica la sua prima silloge, «48Kg» (Tenement Press). Con la poesia «Gunpowder» è stata recentemente premiata nella competizione indetta dal London Magazine. Alcuni stralci della sua prosa sono in fase di pubblicazione da Comma Press.
Cristina Viti scrive poesia e traduzioni in inglese, italiano e francese. Fra le autrici tradotte, Elsa Morante (The World Saved by Kids, Seagull Books, 2016), Etel Adnan (Notte, San Marco dei Giustiniani, 2018) Anna Gréki (The Streets of Algiers, Smokestack, 2020) e Mariangela Gualtieri (Beast of Joy, Chelsea Editions, 2018). Tra le sue traduzioni per il teatro, si ricorda Moby Dick alla prova di Orson Welles, in produzione per il Teatro dell’Elfo.







