lunedì 25 novembre 2019

La pretesa di far sparire. Trump, le colonie d’Israele, i palestinesi - Fulvio Scaglione


L’insediamento delle colonie di civili in Cisgiordania non è di per sé contrario al diritto internazionale». Era forse dai tempi dell’imperialismo inglese e francese di fine Ottocento che non si sentiva parlare con tanta levità di "colonie". Quel che più conta, però, è che con quelle poche parole Mike Pompeo, segretario di Stato degli Usa, è riuscito in una quadruplice impresa. Ha liquidato decenni di politica estera americana che, almeno a partire dal Memorandun Hansell del 1978, nelle «colonie» di Israele vedeva un problema da risolvere e non un diritto da esercitare.
Ha ribadito la totale indifferenza di Washington, quando si tratta del Medio Oriente e in particolare delle vicende di Israele, per ciò che pensa il resto del mondo che, dall’Onu all’Unione Europea, considera invece illegali quegli insediamenti. Per dirla con la Corte internazionale di giustizia, le colonie violano l’articolo 49.6 della Convenzione di Ginevra che recita: «La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato».
Pompeo, inoltre, ha piantato l’ennesimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati, vicini e non belligeranti, che resta la più ragionevole per provare a risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi. E ha mostrato l’enorme fiducia che la dirigenza americana nutre nel controllo che può esercitare sui vertici politici dei Paesi arabi, interessati alla causa palestinese quasi solo a parole. L’amministrazione Trump, in meno di tre anni, ha rovesciato su Israele una gerla enorme di regali.
Nel dicembre del 2017 ha riconosciuto Gerusalemme, compresa la parte Est che per il diritto internazionale è dal 1967 «territorio occupato», quale parte integrante di Israele e sua capitale indivisa. Poi (marzo 2019) ha deciso che le Alture del Golan, territorio siriano, occupato anch’esso dopo la vittoria militare del 1967, dovevano essere considerate a tutti gli effetti territorio di Israele. Quindi (maggio 2019) ha elaborato un «piano di pace» che prevede, tra l’altro, l’espulsione di arabi palestinesi da Israele verso una ipotetica Nuova Palestina, che dovrebbe comunque essere sottomessa (almeno militarmente) a Israele.
Ora è la volta degli insediamenti. Sarebbe limitante, però, leggere in tutto questo solo la volontà di favorire il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ormai privo di una maggioranza in patria, ma perfettamente in linea con le politiche della Casa Bianca. O il desiderio, nella campagna elettorale permanente che accompagna la presidenza Trump, di compiacere i potenti gruppi di pressione anti-palestinesi e filo-israeliani che tanta parte hanno nelle fortune dei politici americani.
C’è questo, è fuor di dubbio. Ma c’è soprattutto un progetto abbastanza preciso di riscrittura degli assetti del Medio Oriente. Il grande obiettivo strategico degli Usa di Trump è contenere l’espansione dell’influenza iraniana sulla regione. Più ancora, impedire che la Repubblica islamica si intitoli, con il prestigio della religione e la forza delle milizie, la cosiddetta Mezzaluna Fertile, cioè la vastissima area a predominio sciita che parte dall’Iran e, via Iraq e Siria, arriva fino al Libano e allo Yemen.
È la stessa agenda di Israele e Arabia Saudita, che da anni sono mobilitati su questo fronte. Un’agenda, però, che la potenza americana ha tramutato da regionale a globale, convincendo due vecchi nemici (Israele e Arabia Saudita, appunto) a diventare alleati e premendo in vario modo sugli altri Paesi perché non ostacolino il progetto. Per esempio sostenendo al-Sisi nell’Egitto che dal 1979 rispetta il trattato di pace con Israele e ha forti relazioni con i sauditi, o alternando lusinghe e minacce con Recep Tayyep Erdogan e la Turchia, da sempre in rapporti critici con Israele e adesso anche con i sauditi.
Perché Israele e Arabia Saudita possano davvero trasformarsi nelle colonne d’Ercole di questo gigantesco schema di difesa- offesa, è necessario che il problema palestinese sparisca. Non che sia risolto, cosa complicatissima tra le pretese di Israele, il revanscismo dei palestinesi e il cinismo e la miopia politica di gran parte dell’una come dell’altra classe politica. Ma, appunto, che sparisca. Come i continui interventi americani, in fondo, prevedono.
A ben vedere, non è nulla di nuovo. La storia degli ultimi decenni è ricca di interventi in Medio Oriente condotti nella convinzione che basti applicare sufficiente forza militare, politica o economica per cancellare problemi e realtà vecchi magari di secoli. Ovviamente non è così. Israele non sparirà. E, come non sono spariti gli ayatollah sciiti o i peshmerga curdi, non spariranno nemmeno i palestinesi. Speriamo che non serva l’ennesima guerra per farcelo capire.

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