lunedì 11 novembre 2019

Sciocchezze ammantate di scienza - Salvatore Settis




L’ingegno umano non si ferma davanti a nulla. Per esempio, presto i medici emetteranno diagnosi non sulla base di sintomi o analisi, bensì contando scrupolosamente, con apposita strumentazione, i peli sotto le ascelle del paziente. E ogni biologo marino potrà scoprire nel fondo degli oceani sconosciute specie ittiche misurando la velocità di caduta del mangime nell’acquario di casa (incrociata, si capisce, con coefficienti numerici di appositi prontuari). Fantasie? Per ora sì. Ma è più o meno quel che succede in un ambito dello scibile umano, le (maiuscole indispensabili) Procedure Di Valutazione Della Ricerca. Una fetta irragionevolmente alta del tempo di chi fa ricerca (medici e biologi, ma anche archeologi e matematici) va perduto nel misurare se stessi o altri in relazione a svariate competizioni per Qualcosa (che sia una cattedra, un premio, una carica accademica, un finanziamento) mediante indici numerici dedotti dalla mera superficie delle cose. Per esempio contando quante volte il professor X viene citato, e non come viene citato, né perché mai lo sia: donde il vivace traffico delle citazioni di scambio. Sfuma nelle nebbie, poi, che cosa venga citato; se e quanto fosse essenziale citarlo, in base alla novità, importanza, dimostrabilità, solidità di quel che il prof. X ha scritto. Basta che venga citato perché crescano gli indici sulla cui base sarà valutato. Tale colossale sciocchezza, ammantandosi di scienza, ha perfino un nome: bibliometria. Traduzione: giudicare un lavoro scientifico senza leggerlo, più o meno come il leggendario mandarino cinese che giudicava i libri dall’odore che fanno, bruciando.
Ma la peste della superficialità valutazionistica, il più capillare mercato di fake news del pianeta, non si ferma qui. Infatti, nella stanza accanto a quella del prof. X troveremo, intento non a studiare ma a spaccare il capello degli indici di valutazione propri e altrui, il prof. Y, suo collega di Facoltà, di dipartimento o d’istituto. X e Y rivaleggiano in tutto, eppure sanno che il loro dipartimento (o Facoltà, o istituto) verrà valutato sulla base di indici che mettono insieme non solo X e Y ma anche lo stolto Z e il notorio cretino W: ma a tutti conviene che tali colleghi, pur universalmente ritenuti imbecilli, abbiano comunque indici numerici che, sommati a quelli dei colleghi che sono (o si ritengono) geniali, consenta all’istituto (o dipartimento, o Facoltà) di accedere a un qualche finanziamento, di quelli che i governi bandiscono etichettandoli invano con l’abusatissima parola “eccellenza”. E quanti fra i comuni mortali sanno che occhiute conventicole di studiosi, nominate da prestigiosi (?) ministri, si affannano non a produrre nuovi risultati nelle proprie discipline, bensì a classificare le riviste del settore in prima, seconda o terza fascia: ingegnoso artifizio, che serve a “giudicare” un articolo non sulla base di quel che vi è scritto (bisognerebbe leggerlo), ma sulla base della “fascia” di appartenenza della rivista in cui è stato pubblicato. E per diventare professore bisogna superare le forche caudine di un concorso in cui nulla vale quel che si è scritto, ma solo se un prefissato numero di articoli abbia superato o meno la “soglia” (puramente quantitativa) di lavori pubblicati in “fascia A”. Veglia su tali ipocrite aberrazioni una sontuosa (in senso etimologico, da sumptus, spesa) Agenzia di governo, intenta a costruire dal nulla i propri principi imperscrutabili.
Nessuno creda che quanto sopra sia anche minimamente esagerato: le cose, anzi, stanno ancor peggio. Ma nessuno creda nemmeno che tali perversioni siano proprie dell’Italia: il nostro Paese ci è arrivato anzi tardi e male, scopiazzando altri (come il Regno Unito) in nome di una retorica della Valutazione secondo cui essa segna l’alba di una nuova età, dopo i secoli bui in cui nessuno valutava né veniva valutato. Infatti, mai e poi mai Aristotele valutò qualcun altro in termini numerici (non aveva i parametri dell’Agenzia, poverino) : donde il suo ben noto insuccesso). Per non dire di Galileo, che non fu mai valutato secondo bibliometria, ergo sarà stato un mediocre. Verità di fede, per chi sia in preda alla febbre da Valutazione. Un morbo che, al pari di altre forme di burocratizzazione della vita universitaria come il continuo balletto di etichette fra Facoltà, Dipartimenti, Istituti, riduce il tempo per pensare, leggere o sperimentare idee, per far ricerca di prima mano, insomma, e senza essere posseduti dall’ossessione valutativa.
Ma se di fronte a tale indemoniata ossessione diciamo “il re è nudo”, corre l’obbligo di spiegare perché. E la risposta è questa: perché è più comodo valutare secondo numeri, parametri, impact factor, H-index e altre pittoresche sciocchezze piuttosto che perder tempo a leggere uno per uno i testi di X, Y, W e Z, prendendosi la responsabilità di giudicare che cosa c’è di buono (o meno buono), entrando nel merito per poter argomentare, comparativamente, se è meglio Y o X. Col rischio, certo, di sbagliare. Ma con le correnti Procedure Di Valutazione c’è l’assoluta certezza di sbagliare, e per giunta l’obbligo, che richiede una buona dose di cecità intellettuale, di credere, sul serio o per mero conformismo di casta, che giudicare senza leggere, in base a indici numerici e “soglie” immaginarie, costituisca la sola Verità certificata.
Le Procedure Di Valutazione correnti comportano due vantaggi e due svantaggi. Vantaggi: (1) non si perde tempo a leggere i lavori scientifici da valutare, tanto ci pensano i numerini; (2) si evita di assumere una responsabilità personale (soggettiva), perché i numerini sono “obiettivi”. Svantaggi: (1) per esser sicuri di esser citati, molti evitano le ricerche d’avanguardia, che comportano un alto rischio; trionfa così la ricerca main stream, e con essa la morte dell’immaginazione scientifica e dell’innovazione; (2) la scienza, la probità scientifica, il senso critico vanno a farsi friggere, e si dedicano al frivolo esercizio della Valutazione energie e tempo che dovrebbero essere investiti in insegnamento e in ricerca.
Lo svizzero Richard R. Ernst, premio Nobel per la chimica, ha scritto: «Lasciatemi esprimere un desiderio supremo, che coltivo da tempo: spedire tutte le procedure bibliometriche e i loro diligenti servitori nel più oscuro e onnivoro buco nero di tutto l’universo, onde liberare per sempre il mondo accademico da questa pestilenza. L’alternativa c’è: molto semplicemente, cominciare a leggere i lavori scientifici anziché valutarli solo contando le citazioni». Per liberarci dall’ossessione valutativa avremo mai, in questa Penisola troppo spesso a rimorchio degli altri, un esorcista come questo?

[Testo apparso su Il Fatto Quotidiano del 26.10.2019]


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