domenica 8 gennaio 2023

Alfredo Cospito non deve morire

Appello al Ministro della giustizia e all’Amministrazione penitenziaria

Alfredo Cospito è a un passo dalla morte nel carcere di Bancali a Sassari all’esito di uno sciopero della fame che dura, ormai, da 80 giorni. Detenuto in forza di una condanna a 20 anni di reclusione per avere promosso e diretto la FAI-Federazione Anarchica Informale (considerata associazione con finalità di terrorismo) e per alcuni attentati uno dei quali qualificato come strage pur in assenza di morti o feriti, Cospito è in carcere da oltre 10 anni, avendo in precedenza scontato, senza soluzione di continuità, una condanna per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. Dal 2016 è stato inserito nel circuito penitenziario di Alta Sicurezza 2, mantenendo, peraltro, condizioni di socialità all’interno dell’istituto e rapporti con l’esterno. Ciò sino al 4 maggio 2022, quando è stato sottoposto al regime previsto dall’art. 41 bis ordinamento penitenziario, con esclusione di ogni possibilità di corrispondenza, diminuzione dell’aria a due ore trascorse in un cubicolo di cemento di pochi metri quadri e riduzione della socialità a una sola ora al giorno in una saletta assieme a tre detenuti. Per protestare contro l’applicazione di tale regime e contro l’ergastolo ostativo, il 20 ottobre scorso Cospito ha iniziato uno sciopero della fame che si protrae tuttora con perdita di 35 chilogrammi di peso e preoccupante calo di potassio, necessario per il corretto funzionamento dei muscoli involontari tra cui il cuore. La situazione si fa ogni giorno più grave, e Cospito non intende sospendere lo sciopero, come ha dichiarato nell’ultima udienza davanti al Tribunale di sorveglianza di Roma: «Sono condannato in un limbo senza fine, in attesa della fine dei miei giorni. Non ci sto e non mi arrendo. Continuerò il mio sciopero della fame per l’abolizione del 41 bis e dell’ergastolo ostativo fino all’ultimo mio respiro».

Lo sciopero della fame di detenuti potenzialmente fino alla morte è una scelta esistenziale drammatica che interpella le coscienze e le intelligenze di tutti. È un lento suicidio (che si aggiunge, nel caso di Cospito, agli 83 suicidi “istantanei” intervenuti nelle nostre prigioni nel 2022), un’agonia che si sviluppa giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, un’autodistruzione consapevole e meditata, una pietra tombale sulla speranza. A fronte di ciò, la gravità dei fatti commessi non scompare né si attenua ma deve passare in secondo piano. Né vale sottolineare che tutto avviene per “scelta” del detenuto. Configurare come sfida o ricatto l’atteggiamento di chi fa del corpo l’estremo strumento di protesta e di affermazione della propria identità significa tradire la nostra Costituzione che pone in cima ai valori, alla cui tutela è preposto lo Stato, la vita umana e la dignità della persona: per la sua stessa legittimazione e credibilità, non per concessione a chi lo avversa. Sta qui – come i fatti di questi giorni mostrano nel mondo – la differenza tra gli Stati democratici e i regimi autoritari.

La protesta estrema di Cospito segnala molte anomalie, specifiche e generali: la frequente sproporzione tra i fatti commessi e le pene inflitte (sottolineata, nel caso, dalla stessa Corte di assise d’appello di Torino che ha, per questo, rimesso gli atti alla Corte costituzionale); il senso del regime del 41 bis, trasformatosi nei fatti da strumento limitato ed eccezionale per impedire i contatti di detenuti di particolare pericolosità con l’organizzazione mafiosa di appartenenza in aggravamento generalizzato delle condizioni di detenzione; la legittimità dell’ergastolo ostativo, su cui il dibattito resta aperto anche dopo l’intervento legislativo dei giorni scorsi e molto altro ancora. Non solo: la stessa vicenda di Cospito è ancora per alcuni aspetti sub iudice ché la Corte costituzionale deve pronunciarsi sulla possibilità che, nella determinazione della pena, gli effetti della recidiva siano elisi dalla concessione dell’attenuante della lievità del fatto e la Cassazione deve decidere sul ricorso contro il decreto applicativo del 41 bis. Su tutto questo ci si dovrà confrontare, anche con posizioni diverse tra di noi. Ma oggi l’urgenza è altra. Cospito rischia seriamente di morire: può essere questione di settimane o, addirittura, di giorni. E l’urgenza è quella di salvare una vita e di non rendersi corresponsabili, anche con il silenzio, di una morte evitabile. Il tempo sta per scadere.

Per questo facciamo appello all’Amministrazione penitenziaria, al Ministro della Giustizia e al Governo perché escano dall’indifferenza in cui si sono attestati in questi mesi nei confronti della protesta di Cospito e facciano un gesto di umanità e di coraggio. Le possibilità di soluzione non mancano, a cominciare dalla revoca nei suoi confronti, per fatti sopravvenuti e in via interlocutoria, del regime del 41 bis, applicando ogni altra necessaria cautela. È un passo necessario per salvare una vita e per avviare un cambiamento della drammatica situazione che attraversano il carcere e chi è in esso rinchiuso.

7 gennaio 2023

Primi firmatari:

Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale, Università di Torino
Silvia Belforte, già docente di architettura, Politecnico di Torino
Ezio Bertok, presidente Controsservatorio Valsusa
don Andrea Bigalli, parroco in Firenze, referente di Libera per la Toscana
Maria Luisa Boccia, presidente del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)
Massimo Cacciari, filosofo
Gian Domenico Caiazza, avvocato, presidente Unione Camere Penali Italiane
don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera
Gherardo Colombo, già magistrato, presidente della Garzanti Libri
Amedeo Cottino, professore di sociologia del diritto nelle Università di Torino e Umeå (Svezia)
Gastone Cottino, accademico ed ex partigiano, già preside Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Beniamino Deidda, magistrato, già Procuratore generale di Firenze
Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica, Università di Roma La Sapienza
Daniela Dioguardi, UDI (Unione Donne Italiane), Palermo
Angela Dogliotti, vice presidente Centro Studi Sereno Regis
Elvio Fassone, già magistrato e parlamentare
Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto
Giovanni Maria Flick, già presidente della Corte costituzionale e ministro della giustizia
Chiara Gabrielli, docente di procedura penale, Università di Urbino
Domenico Gallo, magistrato, già presidente di sezione della Corte di cassazione
Elisabetta Grande, docente di Sistemi giuridici comparati nell’Università del Piemonte orientale
Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo Abele
Franco Ippolito, presidente Fondazione Basso
Roberto Lamacchia, avvocato, presidente Associazione italiana Giuristi democratici
Gian Giacomo Migone, docente di Storia dell’America del Nord nell’Università di Torino, già senatore
Tomaso Montanari, docente di storia dell’arte, rettore dell’Università per stranieri di Siena
Andrea Morniroli, cooperatore sociale, Napoli
Moni Ovadia, attore, musicista e scrittore
Giovanni Palombarini, magistrato, già procuratore generale aggiunto presso la Corte di cassazione
Michele Passione, avvocato in Firenze
Valentina Pazé, docente di filosofia politica, Università di Torino
Livio Pepino, presidente di Volere la Luna e direttore editoriale delle Edizioni Gruppo Abele
Alessandro Portelli, storico e docente di letteratura angloamericana all’Università di Roma La Sapienza
Nello Rossi, magistrato, già avvocato generale presso la Corte di cassazione
Armando Sorrentino, avvocato, Associazione italiana giuristi democratici, Palermo
Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei popoli
Ugo Zamburru, psichiatra, fondatore del Caffè Basaglia di Torino
padre Alex Zanotelli, missionario comboniano

Per aderire all’appellohttps://forms.gle/jtekmZS4zsdLPUht6

da qui


Cospito al 41bis, le motivazioni della corte di appello e le intimidazioni del questore - Frank Cimini, Mario Di Vito

Nel giorno in cui escono le motivazioni con cui la corte d’assise di appello di Torino rivolgendosi alla Corte Costituzionale sostiene che l’ergastolo a Alfredo Cospito per un’azione che non ha fatto morti e feriti non si può dare il Questore di Torino in conferenza stampa dice di non escludere il passaggio degli anarchici in clandestinita’.

Sono nove le pagine con cui la Corte d’Assise d’Appello di Torino motiva la propria chiamata in causa della Corte Costituzionale per il caso di Alfredo Cospito. Era l’inizio di dicembre quando i giudici annunciarono la propria intenzione di sottoporre alla Consulta la vicenda dell’anarchico che rischia l’ergastolo per aver messo una bomba carta fuori dalla caserma per allievi carabinieri di Fossano (Cuneo) nel 2006 senza aver causato morti né feriti.

La procura generale aveva chiesto per Cospito il massimo della pena per devastazione, saccheggio e strage (ergastolo), mentre la difesa si è appellata alla lieve entità del fatto. In punta di diritto, se venisse concessa l’attenuante della lieve entità, la condanna non potrebbe più essere quella massima ma, in base al reato, sarebbe compresa tra i venti e i ventiquattro anni. Nello specifico, la questione costituzionale riguarda la prevalenza dell’attenuante sulla recidiva del reato da parte dell’anarchico, attualmente sottoposto anche al regime del 41 bis nel carcere di Sassari.

La Corte d’Appello arriva a dire che «il giudizio di bilanciamento fra circostanze dovrebbe risolversi nel caso concreto riconoscendo la prevalenza della circostanza attenuante», il tutto per la «necessità di irrogare una sanzione proporzionata alla effettiva portata lesiva delle condotte». L’esito del processo è dunque sospeso fino al pronunciamento della Consulta.

Nella giornata di ieri, il questore di Torino Vincenzo Ciarambino, quasi a rispondere indirettamente alle questioni sollevate dai giudici, nella sua conferenza stampa d’inizio anno, ha espresso forti preoccupazioni sull’universo anarchico e antagonista: “È una realtà e un segmento che guardiamo con attenzione perché non escludiamo il passaggio dalla soluzione pubblica della manifestazione alla soluzione clandestina da parte di singoli soggetti”. Così il questore Vincenzo Ciarambino, nella conferenza stampa di inizio anno, interpellato sulle manifestazioni anarchiche in solidarietà ad Alfredo Cospito, che si sono svolte anche a Torino, dove è in corso il processo d’Appello per gli attentati a Fossano. “C’è attenzione più che allarme – spiega il questore – perché la componente anarchica qua a Torino ha fatto registrare azioni imprevedibili, scarsamente prevedibili o di difficile prevedibilità. Come ad esempio l’attento alla scuola allievi carabinieri di Fossano di cui si è reso responsabile Cospito o gli attentati alla Crocetta con la classica tecnica del doppio scoppio per attirare e per poi far male. Anche nel recente passato sono stati inviati pacchi bomba da Genova mandate a figure istituzionali dell’amministrazione penitenziaria”. “Continua la nostra attenzione – aggiunge Ciarambino – gli anarchici adesso stanno manifestando in strada e stanno cercando di pubblicizzare quella che loro ritengono essere la sofferenza di Cospito, che è attualmente sottoposto al 41 bis” “Sono frange che non escludiamo possano passare dall’attività di manifestazione in strada all’attività clandestina con alcuni elementi cani sciolti che possano portare a termine attentati contro istituzioni che ritengono responsabili di questa vicenda. Facciamo attenzione a questi eventi e cerchiamo di intercettare ogni segnale e pericolo possibile”. Le parole del questore ipotizzando il passaggio in clandestinità degli anarchici che manifestano solidarietà a Cospito hanno un significato chiaramente intimidatorio che non viene colto ovviamente dai giornali e dai politici di tutti i partiti

Cospito, intanto, prosegue il suo sciopero della fame contro il 41bis. Quando ormai siamo a quasi due mesi e mezzo di protesta, le sue condizioni fisiche cominciano a destare qualche preoccupazione nei medici: il peso corporeo è sceso di 35 kg e si registra una carenza di potassio nelle sue analisi. «Alfredo ha il morale alto, è stato spostato di cella e durante l’ora d’aria ora può incontrare altri tre detenuti. Per risolvere i cali glicemici sta assumendo del miele», ha detto la sua dottoressa di fiducia, Angelica Miliaai microfoni di Radio Onda d’Urto.

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