mercoledì 27 maggio 2020

I concorsoni nazionali sono una boiata pazzesca - Marco Bollettino





Parliamoci chiaro, parafrasando un immortale capolavoro del cinema italiano, il concorso a cattedra è una boiata pazzesca. Attenzione però! Non sto affermando che per reclutare i docenti della scuola italiana non serva un percorso selettivo, tutto il contrario. Sto dicendo che il concorsone nazionale, che spesso oscilla tra il remake di Highlander (concorsi ordinari) e il Todos Caballeros (concorsi riservati), è il peggior sistema per selezionare e reclutare dei bravi insegnanti.

In primo luogo le prove scritte, quando ci sono, vanno a testare conoscenze ed abilità che non coincidono con quelle che vorremmo in un buon insegnante. Anche qui, non fraintendetemi, ovviamente vogliamo docenti che siano competenti nella materia che andranno a insegnare, ma alla conoscenza enciclopedica preferiamo una buona capacità di relazione, la chiarezza espositiva, l’abilità nel coinvolgere gli studenti e far apprezzare loro la bellezza insita nella materia che andranno ad insegnare.

No, queste competenze non sono innate e non sarà una prova scritta, tanto meno un test a crocette, a poterle certificare. Servono tre cose: formazione, formazione e formazione.
In secondo luogo il concorsone nazionale è una procedura lunga e faticosa, sia per chi vi partecipa come aspirante, sia per chi lo fa come commissario. Tra quando si inizia a parlare di concorso e quando lo si conclude, possono passare 3, 4, 5 o più anni, mentre il mondo della scuola aspetta, invano, i suoi docenti di ruolo.

Nel frattempo, però, si è formata una nuova platea di aspiranti con servizio, i cosiddetti “precari” che iniziano a rivendicare per sé il concorso per soli titoli, la sanatoria, il Todos Caballeros. Ecco quindi la terza ragione per cui i concorsoni nazionali sono una boiata pazzesca: la loro lentezza contribuisce enormemente alla creazione delle sanatorie. Una curiosità: evidenze totalmente aneddotiche segnalano che i precari maggiormente militanti, quelli che scrivono al Ministro di turno ogni giorno chiedendo l’ennesima sanatoria (per loro), sono anche quelli più spietati nel valutare gli studenti allo scrutinio finale, ma questa è un’altra storia.

La quarta, sempre figlia della lentezza dei concorsi nazionali, è quella per cui chi si trova a non superarli una, due o anche tre volte non è che cambi mestiere, te lo ritrovi comunque a settembre come supplente, forte di un punteggio stratosferico dovuto al servizio e del fatto che, mentre il concorso riempiva i buchi di tre anni prima, nel frattempo si sono create altre decine di migliaia di posti per i pensionamenti.

Infine, ci sono I ricorsi: ogni procedura concorsuale viene sempre accompagnata da decine di ricorsi volti a soddisfare per via giudiziaria quelle aspettative che una Commissione d’Esame aveva negato. “Ci sarà pure un giudice a Roma!” E spesso c’è.
E quindi come li reclutiamo gli insegnanti?
Io credo che sia possibile trovare una procedura adatta solo se cambiamo paradigma e ragioniamo con gli occhi degli studenti. Di cosa hanno bisogno gli studenti? Di un corpo docente preparato, stabile nel tempo e formato sulle esigenze di quella particolare realtà scolastica.

Prendiamo un giovane aspirante insegnante, che viene nominato supplente annuale di matematica in un Istituto tecnico. Oggi, appena nominato, viene subito sbattuto in classe: qualche colloquio con i colleghi di Dipartimento, qualche chiacchiera con i colleghi del Consiglio di classe, ma niente di più.

1. Formazione specifica per i supplenti: è necessario che un docente che entra per la prima volta in una scuola sia accompagnato dai colleghi in un percorso che lo porti a conoscere la sua realtà particolare, il suo piano dell’offerta formativa (la stella polare che guida la comunità scolastica) ecc.
Inoltre, specialmente se è alle prime supplenze, è necessario predisporre per lui un percorso formativo personalizzato in modo da aiutarlo a divenire un valore aggiunto per tutta la scuola e questo è possibile se e solo se la scuola avrà la facoltà di “trattenerlo”, in futuro, se soddisfa le sue esigenze.

Arrivati alla fine dell’anno non c’è differenza tra i supplenti che hanno lavorato bene e quelli che hanno causato un mucchio di problemi: entrambi otterranno lo stesso punteggio nelle graduatorie di istituto. Ciò che conta è lavorare per accumulare punti e rendere quindi più probabile una chiamata l’anno successivo.

2. Valutazione dell’anno di supplenza: se le prove del concorsone nazionale non sono utili per valutare se un candidato sarà anche un buon insegnante, l’osservazione sul campo, invece, questo lo può fare in modo molto più efficace. Ogni scuola ha già un Comitato di valutazione dei docenti, perché non potrebbe utilizzarlo per giudicare, positivamente o negativamente l’anno di supplenza appena prestato dal precario? Se il giudizio è positivo fa punteggio, altrimenti no.

Ogni anno decine di migliaia di supplenti salutano le loro classi sapendo che, molto probabilmente, l’anno successivo saranno altrove. La scuola vorrebbe tenerli, i loro studenti pure, ma il meccanismo delle assegnazioni delle supplenze potrebbe scontentare tutti. Parallelamente vi sono scuole e alunni che pregano che quel particolare supplente il prossimo anno non ci sia più.

3. Riconferma dei supplenti valutati positivamente: se una scuola ha trovato un buon insegnante, il posto è disponibile e c’è la volontà di entrambe le parti per una riconferma, perché negarla? Allo stesso tempo, se la valutazione è stata negativa, perché condannare la scuola e gli studenti a riavere quel supplente che ha causato tutti quei problemi? Tra l’altro, in questo modo si velocizzerebbe il processo di copertura dei posti vacanti, che oggi costringe molte scuole ad aspettare anche ottobre per avere tutti i docenti.

Ovviamente questo percorso deve portare, prima o poi, all’assunzione in ruolo. Tre anni di supplenza con valutazione positiva, in cui si è seguito un percorso di formazione specifico per quella realtà scolastica, mi sembrano sufficienti per selezionare un buon docente.

4. Dopo tre anni di valutazioni positive, se c’è il posto vacante e disponibile, si procede all’assunzione in ruolo: è molto importante che la scuola di titolarità sia la stessa scuola in cui il docente si è formato e ha ottenuto le valutazioni positive, in modo da garantire quella stabilità del corpo docente di cui molti istituti hanno disperatamente bisogno.

Ed è tutto. Certamente, bisogna affinare i dettagli, studiare percorsi di recupero per chi avuto una valutazione negativa e di accompagnamento fuori dal mondo della scuola per chi ne ha ricevute tante, però la base è questa qui: mettere in piedi un percorso che aiuti la scuola a formare e reclutare il corpo docenti di cui ha bisogno, appena ne ha bisogno.

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